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Atti privati in luoghi pubblici
di Derek Raymond

traduzione di Pier Francesco Paolini
revisione di Giorgia Baggio
Pag. 224 - Euro 13,50
ISBN 88-8237-079-8

le recensioni...

Soho, fine anni Sessanta. Cavalcando l’onda della rivoluzione sessuale, Viper e Mendip gestiscono una catena di sexy shop. Rampolli dell’ormai decadente aristocrazia inglese, si contendono il disprezzo della famiglia con le cugine Lydia, attrice di film pornografici e prostituta, e Beatrice, comunista convinta che vive in soffitta e cena con la servitù.
Un weekend nella villa di Southminster raccoglie sotto lo stesso tetto, in un’atmosfera di istinti decorosamente repressi, un carosello di casi umani, e offre l’occasione alla penna di Raymond, graffiante già dagli esordi, per una corrosiva dissezione della società inglese. A Southminster tutti, vecchi reazionari e giovani ribelli, hanno un lato oscuro: convenientemente dissimulata sotto trucco e gioielli l’avidità di Lady Quench, urlata e sfacciatamente ostentata la vita di strada di Lydia. L’accumularsi delle tensioni accompagna lo sgretolarsi di una società destinata a implodere perché priva di contenuto, fino ad un climax di avvenimenti che è metafora del crollo dell’ordine costituito. I personaggi di Viper e Mendip, lucidamente ancorato ai fatti uno, sempre alla ricerca dei perché delle azioni umane l’altro, rappresentano a livello narrativo la doppia anima di Raymond autore della Factory. Lo sguardo cinico e crudo, senza intermediazione, mai giudicante e mai volgare neppure nel descrivere la volgarità, sulla violenza della vita che non lascia scampo è accompagnato dal desiderio di sondare la psiche alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini ad agire.
L’introspezione che nella Factory sarà pura e distaccata indagine psicologica, in Atti privati in luoghi pubblici sembra offrire una debolissima possibilità di riscatto, che i protagonisti, nel perfetto stile raymondiano, mancano comunque inesorabilmente.


Atti privati in luoghi pubblici:

A Derek Raymond, in una delle interviste che si sono accavallate le une sulle altre durante gli ultimi anni della sua vita - quando, dopo una lunga bohème, il suo valore era stato finalmente riconosciuto - è stato chiesto di spiegare perché tanti suoi amici fossero finiti male. Sorseggiando l’immancabile birra, Raymond ha risposto più o meno così: nelle famiglie dell’upper class inglese si allevano i figli a suon di menzogne; quando poi i figli crescono e si accorgono di quanto la vita reale sia distante dalla bolla in cui sono cresciuti, di come apparenza e realtà non siano conciliabili, impazziscono, diventano schizofrenici, si suicidano. Su questo tema, sulla follia che attendeva in agguato i rampolli dell’alta società inglese negli anni Sessanta, Raymond ha scritto un libro, Atti privati in luoghi pubblici.
Viper, pornografo miliardario di ottima famiglia, e suo cugino Mendip, commesso in uno dei sex shop di Viper e figlio di un conte decaduto, passano un week-end nella villa degli zii, Lord Andrew Quelch e Lady Helen. Si fanno vive anche le due figlie dei padroni di casa, Beatrice e Lydia, quest’ultima in compagnia di due spasimanti. Deliziosa l’ambientazione, descritta nei suoi aspetti ritualistici: la visita alle rose coltivate dalla zia, il drink di benvenuto servito dal maggiordomo, il saluto allo zio paralitico confinato in una stanza del terzo piano; e, nei ricordi d’infanzia di Lydia, la lettura serale: "ogni sera, dopo cena, le era concesso di trattenersi per un’ora in salotto con sua madre [Lady Helen Quelch], quasi un’estranea per lei, nel vasto salotto, tappezzato di libri, dove le lampade di antica foggia rompevano solo a tratti le tenebre, dove un vecchio orologio Tomption scandiva sommessamente il tempo sulla mensola del caminetto, e un filo di fumo dalla costosa sigaretta turca di sua madre si arricciava nell’aria".
È un mondo al tramonto, decadente, così come lo è l’altro suggestivo interno in cui si svolge parte del romanzo, l’Hotel Carlos, in stile anni Trenta, di gran fascino, riuscito miracolosamente ad evitare "la ristrutturazione in un moderno edificio a vetri".
Non uno dei personaggi è anche solo vagamente normale. Il denominatore comune a tutti è l’impossibilità di amare, di vivere in modo lineare e appagante i propri sentimenti. Viper ha fatto apparentemente piazza pulita della propria umanità e si è trasformato in un automa dedito solo all’accumulo di denaro, non sempre con mezzi leciti. Mendip è un palpitante omosessuale che si tormenta di fronte al male del mondo ma non ha la forza di fare la sua parte per porvi rimedio. Lord Andrew è del tutto paralizzato e passa i suoi giorni a riflettere sull’inutilità della sua vita, persa nel conformismo. Lady Helen è un carroarmato, corazzato dello spirito di casta, che sbriciola le vite altrui. Le sue due figlie non hanno retto il colpo e si sono votate l’una, Beatrice, ad una cieca fede in uno stucchevole comunismo di maniera, e l’altra, Lydia, all’autodistruzione pura: è alcolizzata e si mantiene, a stento, posando per foto porno e prostituendosi.
Mentre in Lady Helen Quelch, non a caso unico personaggio la cui vita in qualche modo regge, il processo di estinzione dell’anima è ormai del tutto compiuto, in tutti gli altri si svolge ancora un durissimo combattimento spirituale tra la vita che si deve vivere e l’anima che si ribella. Così Viper, Mendip e Lydia (Lord Andrew e Beatrice sono personaggi di contorno), i tre veri protagonisti, per quanto di negativo ci sia in loro, sono vittime, segnate da una sofferenza che le nobilita: due pornografi e una prostituta di cui però tutto si può dire tranne che siano squallidi. Citiamo solo il caso di Lydia, classica puttana pura per il distacco con cui vive i suoi rapporti sessuali, "scrofa di quart’ordine" con "l’aria sprezzante di una principessa", burattino della sua unica passione: "la passione del fallimento".
Il vero squallore e la vera volgarità, per Raymond, stanno invece nei membri integrati della vecchia aristocrazia, giovani o vecchi che siano, soddisfatti e chiusi nei loro castelli e nei loro circoli, assurdamente convinti che l’assetto sociale non cambierà mai (mentre invece i sobborghi di Londra ormai lambiscono anche la vecchia villa di Lady Quelch), così come nei nuovi borghesi rampanti, che fanno miliardi grazie ai tipici reati da colletti bianchi. Gli uni e gli altri esistono solo per il denaro. Raymond comunque non disprezza solo questi vecchi e nuovi detentori del potere, ma anche il popolo, composto da milioni di esseri anonimi, che seppelliscono la propria vita in un quotidiano privo di senso, in gesti meccanici come quelli di uno schiavo. Raymond è vicino a un individualismo in stile Brassens, come ebbe del resto a confermare in un’intervista negli anni Ottanta.
Che un week end con Viper, Mendip e Lydia come protagonisti non possa essere normale è fin troppo ovvio. Raymond decide per un finale tragico, ma soltanto dopo averci fatto molto divertire. Tutto il romanzo infatti, per quanto decisamente noir nell’analisi di esistenze che assomigliano a orrendi gorghi, è attraversato dal più puro humor inglese. Con questo non vogliamo riferirci agli stereotipi quali il maggiordomo dall’eloquio forbito o il "vecchio mio" ripetuto ogni frase, strumenti ai quali comunque Raymond non rinuncia, ma all’atmosfera stravagante fino all’assurdo in cui ogni personaggio è avvolto. Sotto questo aspetto, per fare un esempio, il rapporto tra Viper e Mendip - un inglesissimo volersi bene a colpi di frusta che per un lettore italiano è tanto distante da essere esotico - ricorda le coppie protagoniste di certi capolavori cinematografici inglesi, come Shakespeare a colazione.
Spetta a Mendip fornire al lettore, nelle ultime pagine, una traccia fondamentale per capire lo spirito del libro: "Si chiedeva perché mai Lydia, che sapeva tanto della vita, fosse dovuta morire così orribilmente, mentre altri - gente come le Drobe, come Lady Quench e Beatrice e il capitano Joliot - che ne sapevano così terribilmente poco, continuavano a vivere".

Tommaso Pezzato


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