"Massimo Priviero fa confluire nelle sue canzoni rock e poesia"
Mario Luzzatto Fegiz
"Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo Priviero."
Era questa la frase che, parafrasando quello che Jon Landau aveva detto quindici anni prima per definire lastro nascente del rock Bruce Springsteen, campeggiava sulle centinaia di manifesti che tappezzavano la Milano di fine anni Ottanta. In quei giorni la Warner Bros lanciò nelliperspazio un giovane rocker della provincia veneta che si era trovato al centro delluniverso musicale italiano al momento giusto. Due dischi di grande successo, il secondo prodotto da Steven Van Zandt (chitarrista della E Street Band di Springsteen) e il sogno era diventato realtˆ.
E poi i riflettori improvvisamente si spensero.
Per Massimo cominciò un esilio, fatto di fatica e rincorse e una carriera in trincea trascorsa a riprendere lo spazio perduto, un centimetro alla volta.
Ma la credibilitˆ non venne meno, la qualitˆ degli album crebbe in modo esponenziale, la poesia dei testi arricchì melodie efficaci e ficcanti e dal 2000 Priviero tornò alla luce come un tesoro perduto e finalmente ritrovato. La sua straordinaria reinterpretazione di Ciao amore ciao di Luigi Tenco e lalbum Dolce resistenza, premiato da risultati importanti, gli valsero riconoscimenti e successo di critica e pubblico, consacrati nel recente Sulla strada, uscito per Universal, albo antologico che da solo vale una carriera.
In un libro che è una confessione a cuore aperto, il rocker italiano rivela a Matteo Strukul uno dopo laltro i capitoli di unincredibile avventura artistica.