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I Sabotatori
Edward Abbey


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Alias, 2.6.01

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Ecoguerriglia in difesa della terra

Praticamente sconosciuto in Italia, il polemista-filosofo-naturalista-scrittore Edward Abbey (1927-1989) è considerato una specie di eroe dal movimento ambientalista e dalla controcultura americana. La sua lotta appassionata (e a volte irritante) in difesa della wilderness - contro lo scellerato sfruttamento delle compagnie petrolifere-elettriche-carbonifere, i costruttori di strade e case, i lottizzatori, la modernità, il bestiame brado, i turisti e gli immigrati - ha raccolto schiere di ammiratori entusiasti e di detrattori imbestialiti.
Personaggio controverso Abbey, alias Ed Cactus, paradossale e ispido redneck che si vantava di discendere direttamente dall’uomo di Neanderthal, si è divertito a provocare l’opinione pubblica con le sue argomentazioni. Una parte della critica letteraria lo ha piazzato senza alcun imbarazzo nel pantheon nazionale (a fianco di mostri sacri quali Thoreau, Twain e Faulkner), un’altra lo ha liquidato sommariamente come uno stupido, puerile e arrogante sballato xenofobo, un pericoloso radicale. Nato durante la Grande Depressione in una sperduta fattoria dei monti Appalachi, in Pennysylvania, all’età di 17 anni si mette sulla strada e viaggia per il Sud Ovest, in autostop e su carri merci, restando folgorato dalla bellezza selvaggia di quei luoghi desertici da cui per tutta la vita non riuscirà mai più a staccarsi. Presta servizio militare a Napoli e quindi con una borsa di studio dell’esercito, si iscrive all’Università del New Mexico, dove si laurea in filosofia con una tesi su Anarchismo e moralità della violenza. Nel ’54 scrive il suo primo libro Jonathan Troy. Cerca con successo di modellare il suo stile di vita attorno al motto di Walt Whtman "Resistere molto, obbedire poco" e sviluppa un’ostinata misantropia che lo porterà ad evitare il più possibile la compagnia degli esseri umani (il che non gli impedirà di sposarsi cinque volte e di avere un numero incalcolabile di storie). Lavora come guardia forestale in diversi parchi nazionali, godendosi la solitudine delle torri di avvistamento antincendio. Durante questo periodo scrive un secondo libro, The brave cowboy (1956), che grazie a un lettore entusiasta (Kirk Douglas) troverà la strada di Hollywood e nel ’62 diventerà un film di successo (Lonely Are the Brave, in italiano Solo sotto le stelle). Nel ’68 pubblica Desert Solitaire, un saggio in cui espone quelle che diverranno le tematiche costanti della sua opera. Il West americano, a cui toglie il velo di eden rassicurante in cui rifugiarsi e perdersi, di pittoresca meta di vacanze, per rivelarne l’aspetto meno gradevole di terra costantemente assediata dall’avidità dell’industria e dell’irresponsabilità del governo.
Abbey esprime una ribellione radicale contro il concetto imperante di antropocentrismo. La guerra che l’uomo ha dichiarato alla natura - afferma l’autore - nasce dalla terrificante percezione che essa è assolutamente indifferente al destino dell’uomo. È inutile tentare di ridurre il pre-umano, il selvaggio a una dimensione umana. Ci sono aspetti del creato che vanno oltre la nostra comprensione, perché non tutto quello che ci circonda è stato fatto per noi. Inutile attribuire valenze etiche alla natura, un processo efficente, brutale, spietato e insieme pulito e meraviglioso. È un luogo magico in cui si può entrare solo patteggiando costantemente la propria presenza con le forze (visibili e invisibili) che vi dimorano. Nel ’75 dà alle stampe quello che diverrà il suo best seller: The Monkey Wrench Gang, dove - tra il serio e il faceto - propone una sorta di contro-vandalismo attivo contro il vandalismo perpetrato dal cosiddetto progresso contro la natura, che dopo l’ignoranza distruttiva dei pionieri deve subire le pratiche distruttive coscienti delle industrie. In questo libro facile e scanzonato, Abbey abbandona la contemplazione e la disobbeienza civile di Thoreau per indossare definitivamente gli abiti di Ned Ludd, rivelando appieno il suo carattere di tafano con la coda di scorpione, di ecoguerriero sudato con le vesciche ai piedi che lotta per la salvezza dell’ambiente.
In tutta la sua carriera Abbey pubblicherà 21 libri, tra romanzi e saggi, incluso l’attesissimo sequel di Monkey Wrench Gang intitolato Haydukes Lives! L’aspetto meno amabile del nostro rude cowboy solitario si rivela nei suoi saggi che hanno fatto rizzare i capelli a molti. Saggi decisamente poco politically correct, in cui affronta senza paura il fantasma che il pensiero ecologista convenzionale cerca di eludere, il controllo della popolazione umana, vista come una specie infestante del pianeta Terra. Abbey ha contratto la stessa pericolosa sindrome bardottiana che lo porta inesorabilmente ad amare più le foche che i suoi consimili bipedi. La sua rabbia anti-antropocentrismo, anti-progresso-sviluppo-modernità, si accompagna, in puro stile John Wayne, ad attacchi contro il mito degli indiani come costruttori di sistemi ecologici equilibrati, contro il liberismo yuppie e contro l’immigrazione del sud del Rio Grande: "I messicani vengono qui per fermarsi e si fermano per moltiplicarsi… per noi cittadini americani sarebbe saggio bloccare questa invasione di massa di milioni di persone affamate, ignoranti, senza arte né parte, culturalmente moralmente e geneticamente impoverite". E ancora "Blocchiamo ogni campesino che cerca di attraversare il nostro confine, diamogli una pistola, un bel fucile e una scatola di munizioni e poi rispediamolo a casa sua. Lui saprà benissimo cosa fare dei nostri doni e dei nostri auguri. Il popolo sa chi sono i suoi nemici".
Abbey dipinge radicali scenari alla Mad Max, aupicando per il nostro bene lo scoppio di una devastante crisi ambientale che abbia come conseguenza il crollo della stupida e malsana civiltà industriale, affinché si possa finalmente tornare a vivere in piccole bande nomadi di cacciatori-raccoglitori, che vagano libere nella natura selvaggia. L’anarchismo irriverente dell’autore ondeggia paurosamente tra le tematiche controculturali e la classica deriva dell’individualismo americano da frontiera, con una lattina di birra in una mano e la carabina carica nell’altra (e dove porti questa deriva lo sappiamo bene). Abbey rivolta il noto credo pro-armi della National Rifle of America "ogni cittadino ha diritto di portare armi altrimenti le avrebbero solo i criminali" in "ogni cittadino ha diritto di portare armi altrimenti le avrebbe solo il governo" (l’autore cita spesso la lezione del taoista cinese Chuang-tzu: qualunque forma di governo è pericolosa non solo per l’umanità ma anche per il creato). Oggi lo scorbutico e beffardo filosofo riposa in pace in una tomba scavata dai suoi amici in una località ignota del deserto dell’Arizona. Sulla roccia che copre i suoi resti campeggia una rozza scritta: No comment.

I Sabotatori
"Sai qual è la differenza tra Lone Ranger e Dio? Lone Ranger esiste!".

Grazie alla casa editrice padovana Meridiano zero esce finalmente in Italia, col titolo I Sabotatori, il mitico The Monkey Wrench Gang. Best seller negli Stati Uniti con mezzo milione di copie vendute, sostanziosi diritti cinematografici (Abbey annotava soddisfatto sul suo diario "ora ho i soldi sufficienti per comprare riso e fagioli per i prossimi 25 anni") il romanzo è stato imprevedibilmente accolto come un manifesto e un manuale di guerriglia del movimento ecologista, ha introdotto per la prima volta nel linguaggio comune il termine ’ecodifesa’ e ha ispirato la nascita del famigerato/famoso movimento radicale Earth First!. Monkey wrench è un tipo di grossa chiave inglese a chiusura variabile, lo strumento preferito da una banda improbabile di sabotatori per mettere fuori uso i macchinari di un certo numero di cantieri istallati in un’area desertica tra lo Utah e l’Arizona. Il termine monkeywrenching è entrato nello slang americano per designare l’atto di distruggere macchinari da costruzione. Il libro racconta le avventure spassose, romantiche e sovversive, di quattro ecoguerriglieri improvvisati che hanno dichiarato una guerra personale contro le avanguardie meccaniche dell’american way of life, impegnate a stuprare, inquinare, scorticare la natura selvaggia per renderla ’produttiva’ e praticabile e torme di turisti rincoglioniti. Evitando attentamente di nuocere agli esseri umani, i quattro protagonisti (uno schizzato reduce del Vietnam con i suoi bravi incubi, un mormone poligamo, un medico sovrappeso in piena crisi di mezza età e la sua sexy infermiera-amante, consumatrice abituale di cannabis) compiono allegramente una lunga catena di sabotaggi su treni, ponti, strade, cartelloni pubblicitari, miniere, cantieri, bulldozer e scavatrici, in un crescendo tragicomico di inseguimenti alla Wile Coyote che li porterà verso il loro obiettivo finale: l’intollerabile diga di Glen Canyon. (il tutto con gran dispendio di luoghi comuni da telefilm americano: esplosioni, sgommamenti su strade sterrate, proiettili vaganti, sceriffi perfidi e confezioni di birra da sei usate come misura del tempo).
Le descrizioni dei sabotaggi sono così maliziosamente e pignolescamente dettagliate (da che tipo di zucchero mettere nei serbatoi a come fondere un motore diesel) da farci nascere il sospetto che l’autore abbia avuto una certa familiarità con questo genere di passatempi. (Il sospetto trova conferma in altre opere in cui Abbey racconta quanto si dilettasse nel corso dei suoi vagabondaggi a castigare le macchine che spellavano il suo deserto). Una lettura da affrontare con una buona scorta d’acqua e un buon paio di scarponi rinforzati, evitando di esporsi troppo al sole di mezzogiorno, cercando di ignorare gli avvoltoi che svolazzano sopra la nostra testa. Unico neo dell’edizione italiana, l’assenza (per ragione di copyright) delle fantastiche illustrazioni di Robert Crumb che rendono la seconda ristampa americana del libro (1995) un piccolo classico. Scrivendo The Monkey Wrench Gang, l’autore non si aspettava certo che il suo romanzo avrebbe ispirato la nascita di un movimento antagonista. Earth First! nasce nel ’79 come logica estensione dell movimento dei diritti civili per opporsi al blitzkrieg dichiarato dalla società industriale contro il mondo naturale. Abbandonando la logica dell’antropocentrismo, Earth First! si batte in difesa e per conto di tutti gli organismi viventi - dai vermi alle piante- a cui il sistema legale odierno non garantisce alcun diritto (proprio come succedeva sino a poco tempo fa ai nativi americani e ai neri).
Le azioni di ecotaggio e ecodifesa creative portate avanti da questa struttura fluida e antigerarchica sono diventate leggendarie, dalla disobbedienza civile alla ’vaccinazione’ degli alberi contro il taglio (piantare grossi chiodi nel tronco per annullarne il valore economico), dal monkeywrenching ai blocchi stradali (con gente che si incatena ai bulldozer, si cementa i piedi o si sotterra completamente nella strada per bloccare le ruspe), dalla distruzione simbolica delle dighe (magari dipingendovi sopra delle crepe molto realistiche) al teatro di strada (manifestare vestiti da animali).
Una tribù di visionari, alfieri dell’ecologismo egualitario e del biocentrismo reverenziale, che non si accontenta della conservazione della wilderness superstite, ma rivendica la possibilità di una sua estensione, attraverso la distruzione dei manufatti umani e il reinserimento di forma di flora e fauna estirpate. Adottato come santo patrono del gruppo, Abbey ha partecipato attivamente alle sue iniziative. Negli ultimi anni il movimento ha attraversato una crisi profonda a seguito dell’inserimento di tematiche legate alla giustizia sociale su un agenda basata esclusivamente sulla difesa ambientale.

Matteo Guarnaccia


Alias, 4.7.09

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Meridiano zero conferma la sua vocazione alla scoperta di scrittori che amano la comicità surreale (non avete letto Cosmic Bandidos? Fatelo!).
I Sabotatori del romanzo sono 4 ecoguerriglieri che distruggono, senza nuocere alla gente, tutto quanto esprime la tecnologia nemica della natura. Alle loro costole, per mezza America, vigilantes e forze dell'ordine. Ma lo scombinato quartetto (con un’infermiera sexy che si fa canne in continuazione) prosegue la sua corsa fino all’obiettivo finale: la diga di Glen Canyon. Applausi.

Luciano Del Sette


Buscadero, luglio 2001

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Sembra vederlo, Edward Abbey mentre scrive a proposito dei suoi Sabotatori che "dovrebbero averlo tutti, un hobby". Un piccolo ghigno, visto che il passatempo in questione comprende dighe fatte saltare per aria, bulldozer resi inutili, ponti disintegrati e altre amenità più o meno esplosive.
L’argomento non è sicuramente una novità per chi ha una certa frequentazione con quegli scrittori vicini all’immaginario rock’n’roll. Già l’imperdibile Jim Harrison in Un buon giorno per morire, aveva colto quelle tensioni, un po’ più in là del normale ecologismo, che le grandi dighe, l’industria dell’energia e, più in generale, lo sfruttamento delle risorse terrestre hanno sviluppato. Certo, I Sabotatori sono molto più organizzata dello sghembo e paranoico triangolo di Jim Harrison, ma l’obiettivo e l’orizzonte sono gli stessi: sbatterci contro è un sogno, che porta subito a diventare dei fuorilegge, pur con la certezza di essere nel giusto. È la scelta della Monkey Wrench Gang di Edward Abbey: se come scriveva Jean Baudrillard nel necessario America "la cultura americana è l’erede dei deserti" è anche logico che qualcuno si premuri di conservarla, di tutelarla, senza badare tanto ai mezzi e al tipo di soluzioni. Così per quanto la squadra dei Sabotatori sia composita e sempre a rischio di combustione interna (una donna e tre uomini), tutti sanno che il gioco funziona meglio, insieme. "Lavoro di squadra, è questo che ha fatto grande l’America: lavoro di squadra e iniziativa, sono queste le cose che hanno permesso all’America di essere quello che è oggi" scrive Edward Abbey con una congrua dose di ironia, visto che il work in progress dei Sabotatori è diametralmente opposto all’american dream delle grandi corporazioni e della cosiddetta maggioranza silenziosa. Pur arrivando da punti di partenza lontani e diversi si ritrovano concordi nel giudicare lo scempio di dighe, miniere e cantieri assortiti. Passare all’azione è questione di un attimo appena, giusto il tempo di cogliere il senso della follia al volo. La gang parte a testa bassa: all’inizio i loro danni sono poco più che vandalismi e il lavoro comincia come se fosse una versione un po’ meno legale di landscape art.
Protagonista assoluto, il paesaggio ha una funzione prioritaria nell’ambito di tutto il romanzo: fiumi e gole, pareti di arenaria, formazioni geologiche di milioni e milioni d’anni, il cielo aperto a tutte le stelle dell’universo, strade e sentieri che s’inerpicano tra roccia e deserto. "Le stelle guardavano giù. Premonizioni preliminari della luna vecchia avevano già cominciato a modificare le propaggini orientali. Non c’era vento, né alcun suono, ma il vasto respiro, assottigliato in un sussurro dalla distanza, della foresta sontuosa, di salvia, ginepri e pini che si stendevano per centinaia di chilometri lungo il tavolato quasi arido. il mondo esitava, era in attesa di qualcosa. Quando la luna sarebbe entrata nella fase crescente": è lo stesso scenario dei romanzi di Cormac McCarthy o, anche a costo di ripetersi, di Leggende del deserto americano di Alex Shoumatoff. La lotta per e contro questo paesaggio è l’essenza stessa dei Sabotatori che si legge con la stessa disinvoltura di un thriller o di un romanzo di Tony Hillerman. Poi, quando la loro utopia dinamitarda comincia a collezionare un ponte qui, un pezzo di diga là, l’America sveglia lo sceriffo e manda in cielo gli elicotteri per ripristinare la triste realtà. Allora dietro il sipario dell’avventura, della suspense e dell’azione si scoprono le vere motivazioni e il sottile senso morale dei Sabotatori: la vera differenza non sta nell’uso della dinamite o del tritolo. Quello che fa più paura è la loro capacità di sognare e di sognarsi liberi.

Marco Denti


Caravan e camper, agosto 2007

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Quattro ecoguerriglieri improvvisati hanno dichiarato una guerra personale contro le avanguardie meccaniche "dell’american way of life", impegnate a inquinare, scorticare la natura per renderla "produttiva" e "praticabile" a torme di turisti. Evitando attentamente di nuocere agli esseri umani, i quattro protagonisti (uno schizzato reduce del Vietnam con i suoi bravi incubi, un mormone poligamo, un medico sovrappeso in piena crisi di mezza età e la sua sexy infermiera-amante, consumatrice abituale di Cannabis) compiono allegramente una lunga catena di sabotaggi su freni, ponti, strade, cartelloni pubblicitari, miniere, cantieri, bulldozer e scavatrici, in un crescendo tragicomico di inseguimenti che li porterà verso il loro obiettivo finale: l’intollerabile diga di Glen Canyon. Best seller negli Stati Uniti con mezzo milione di copie vendute, torna finalmente in libreria anche da noi.


Diario, 27.7.2001

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Orgogliosa sconfitta

Sabotaggio, da le sabot: robusti zoccoli di legno, impiegati dalle operaie francesi dell’Ottocento per danneggiare gli ingranaggi delle macchine tessili. Ambientato nei deserti dell’Utah e dell’Arizona, I Sabotatori; The Monkey Wrench Gang in originale, è il romanzo che a metà anni Settanta ha consacrato Edward Abbey come maggior filosofo dei movimenti ecologisti radicali statunitensi. Esce ora nell’ottima traduzione di Stefano Viviani. Testo di culto per l’ultima controcultura, I Sabotatori è un’avventura sovversiva che s’inoltra nella perduta anima del mito americano. Due decenni prima del successo della globalizzazione, quando i fermenti ecologici erano solo un corollario della lotta anti imperialista.
George Hayduke, selvaggio reduce del Vietnam, Seldon Seen Smith, mormone non praticante nonché guida di escursioni fluviali, Doc Sarvis, chirurgo intellettuale di mezza età e Bonnie Abbzug, infermiera ebrea proveniente dal Bronx, quasi casualmente diventano la banda responsabile dei sabotaggi a bulldozer, ponti e linee ferroviarie. Per arrestare la marcia inesorabile del progresso, la Monkey Wrench Gang decide di alzare progressivamente il livello dello scontro: il loro compito è di salvare il deserto dall’avanzare della civiltà e magari distruggere l’enorme diga che ha imbrigliato il fiume Colorado, stravolgendo l’ecosistema della regione.
Dopo una serie di parziali successi, le autorità cominciano una caccia spietata. E qui Abbey dà il meglio di se stesso come narratore. Omaggiando la tradizione western, si susseguono scontri e inseguimenti attraverso canyon e remote piste desertiche. Il sud degli Stati Uniti diventa il vero protagonista del romanzo, ultima frontiera e mito di libertà incondizionata. Braccati da volontari, sceriffi e agenti federali, i quattro amici tenteranno un’ultima disperata fuga a piedi: altri prenderanno il loro posto.
Scritto con forza e realismo, I Sabotatori è in realtà il malinconico affresco di una generazione sconfitta. Dietro l’umorismo di Abbey si cela l’amara consapevolezza di un’ingenuità persa per sempre. Non si può arrestare il progresso, la battaglia è persa in partenza, ma comunque vale la pena di continuare la lotta. E anche il suo personaggio più riuscito, l’indimenticabile George Hayduke, nella sua furia distruttiva capisce di non avere altre possibilità. Per sentirsi vivo deve combattere ciò che gli pare ingiusto, dimenticando regole e precetti morali. L’epilogo della stagione contestataria si manifesta nel fermo rifiuto dell’ideologia: una determinzione nichilista così pura da diventare etica.

Alessandro Bertante


L’Espresso, 12.7.2001

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Ecoterroristi da Far West

Cosa c’è di più americano della violenza? La violenza è americana quanto la torta di mela. Così afferma uno dei quattro protagonisti di The Monkey Wench Gang di Edward Abbey, tradotto in italiano con I sabotatori. Un medico, la sua infermiera-amante, un mormone con tre mogli e un reduce del Vietnam scorrazzano nella zone desertiche tra lo Utah e l’Arizona così ben descritte da Alex Shoumatoff in Leggende del deserto americano. Realizzano sabotaggi ai danni di escavatrici, caterpillar e macchine asfaltatrici nei cantieri che deturpanno i loro amati paesaggi, mettono fuori uso trenini minerari che alimentano centrali elettriche, svitano bulloni e distruggono ponti sul Canyon, e infine progettano l’esplosione della diga di Glen Canyon che occlude il fiume.
L’edizione americana del libro, uscita nel 1975, corredata dai magnifici disegni stile anni Sessanta di Robert Crumb, è diventata la bibbia degli ecologisti anti-tecnologici e degli aspiranti sabotatori, i veri antenati degli antiglobalizzatori di oggi. Abbey stesso è un personaggio particolare: saggista, autore di diari, è un uomo dai mille mestieri. Nato nel 1927 in una fattoria dei monti Appalachi, è morto nel 1989; autore di The Brave Cowboy - da cui Kirk Douglas ha tratto nel 1962 Solo sotto le stelle - e di altri 20 libri, tra cui anche il seguito di The Monkey Wench Gang.
I sabotatori è un western contemporaneo con i buoni inseguiti da squadre speciali ed elicotteri fin dentro gli impervi e scoscesi canyon desertici. È un libro che, almeno dalla metà in poi, diventa davvero emozionante, come un film in cui si susseguono colpi di scena, improvvisi capovolgimenti di fronte, inattese vie di fuga, fino al classico lieto fine. Scritto im modo baldanzoso e divertente, da un autore che appartiene di diritto alla fiction postmoderna, senza averla teorizzata o praticata in modo consapevole, e che sviluppa in modo originale l’epopea del piccolo gruppo, dell’individualismo collettivo alla pari di autori come Tom Robbins, Rob Swigatar, Ishmael Reed. Un libro beat, venato di maschilismo e anarchismo, non meno appassionante di un romanzone di Grisham. Nella prefazione Franco La Polla spiega che l’anima americana è divisa in due: desiderio di una Legge e di un Ordine, e individualismo, che spinge l’amricano a battersi contro tutto e tutti per la difesa del proprio territorio. Lettura consigliata in vista del prossimo G8, anche se Genova non è proprio il Gran Canyon.

Marco Belpoliti


la Gazzetta del Mezzogiorno, 24.6.2001

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I sabotatori antenati di ’Seattle’

C’è Doc, il Dottore, ricchissimo chirurgo alla moda, grasso come un orso appena uscito dal letargo e inguaribilmente anarchico. C’è la sua bella, Bonnie, ragazza ebrea del Bronx con laurea in lettere classiche e un’insana passione per la marijuana e le situazioni pericolose. C’è mister Smith, mormone che somiglia a Gary Cooper, è infedele alle sue tre mogli e conosce ogni palmo del corso del grande fiume Colorado. E c’è George Washington Hayduke, 25 anni, ex Berretto Verde in Vietnam, esperto di esplosivi e di devastazioni: un incrocio tra zorro e Tex Willer, uno che, se non gli si negano le sue diciotto-venti birre quotidiane.
Sono quattro americani profondamente insoddisfatti di come va l’America. Sono quattro spiriti ribelli incapaci di starsene a guardare mentre il Potere, la Grande Industria, il Progresso devastano la natura. Il destino li fa incontrare. Decidono di mettersi insieme. Nasce la Monkey Wrench Gang, la banda della chiave inglese. Doc e i suoi amici manomettono bulldozer; segano tralicci; scaraventano in acqua sofisticati macchinari da milioni di dollari; abbattono elicotteri; fanno saltare ponti e treni. Nessun umano si fa male, perché i nostri eroi non sono terroristi, ma guerriglieri della conservazione ambientale in missione speciale per conto di Dio. Le imprese della banda seminano il panico nel deserto tra lo Utah e l’Arizona. Si mobiltano l’Fbi, l’esercito, le multinazionali. La caccia all’uomo si fa serrata. Li prenderanno prima che siano riusciti a far saltare la grande diga che ha trasformato l’adorato deserto in un MacDonald’s a cielo aperto per orridi turisti?
Quando, nel 1975, scrisse The Monkey Wrench Gang, Edward Abbey era già noto al grande pubblico da quando, anni prima, Kirk Douglas aveva trasformato in un western di successo, Solo sotto le stelle, il suo primo romanzo. Abbey era un uomo del Sud. The Monkey Wrench Gang fu un successo epocale. Un critico scrisse: "ecco un libro che vi fa venire voglia di andarvene in giro a far saltare le dighe". In breve tempo l’espressione Monkey Wrench Gang divenne sinonimo di sabotaggio antiindustriale. Abbey fu accusato di aver ispirato le imprese del gruppo ecologista radicale Earth first!. Aveva 48 anni. Era stato soldato a Napoli, guardaboschi, ranger volontario, si era laureato con una tesi sull’anarchismo e la moralità della violenza, aveva rifiutato prestigiosi incarichi universitari e perfino un premio letterario: non potrei ritiralrlo, si era scusato, la settimana della cerimonia ho in programma un’escursione in canoa lungo il fiume Idaho. A dieci anni dalla prima pubblicazione, Abbey era considerato il guru dei movimenti per la liberazione della terra dall’oppressione industrialista.
Lui continuava a infischiarsene: collezionava divorzi e figli, se ne andava in giro per deserti e torrenti. Morì a 62 anni nella sua casa di Fort Llatikcuf (se lo leggete al contrario, vi imbatterete nella più famosa parolaccia in inglese), ufficialmente per i postumi di un intrvento chirurgico, vittima, in realtà, della testardaggine e dell’odio per i medici e per la scienza: rifiutò fino all’ultimo di sottoporsi all’operazione che lo avrebbe salvato. Fedele a uno stile di vita parossistico e sarcastico, pretese di essere seppellito a suon di musica nella nuda terra avvolto unicamente nel suo vecchio sacco a pelo: in dispregio a tutte le leggi dell’Arizona, lascio il suo corpaccione come fertilizzante per il ginepro selvatico.
A leggerlo oggi, The Monkey Wrench Gang ci appare profetico, quasi un manifesto del ’popolo di Seattle’. È da Abbey che nasce e si diffonde la voglia di scontro con il Nemico Numero Uno: l’industria che livella tutte le differenze, che impone la legge spietata del mercato, che se ne frega del rantolo dell’ultima balena beandosi del tintinnio argenteo dell’ultimo dollaro. Ma i manifesti, in genere, sono noiosi: e invece questo romanzo è una scatenata, divertentissima cavalcata picaresca in un mondo popolato di eroi sbandati ma forniti di formidabili attributi che nel momento supremo, tra una mangiata di fagioli e una carezzina alla dinamite, si mettono allegramente in gioco, pronti a tutto, pur di inceppare la resistibile ascesa di un progresso tanto gonfio di retorica quanto disumano.

Giancarlo De Cataldo


il mattino di Padova,
la tribuna di Treviso,
la nuova Venezia, 4.7.2001

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Cattivi ’selvaggi’ da romanzo

TRA WESTERN E GIALLO. La cultura americana ha caratteristiche che per gli europei non sempre sono facili da capire. E’ il caso, per esempio, della cultura western con la sua esaltazione dell’individuo contro la società, contro l’istituzione, contro la modernità. Un pensiero che è impossibile inquadrare nella dicotomia reazionario-rivoluzionario così tipica della cultura europea, perché è come se i due termini in qualche modo si avvicinassero tanto da fare una sorta di cortocircuito. E’ quel che accade in un romanzo come I Sabotatori di Edward Abbey, scrittore che per tutta la sua vita ha inseguito un ideale libertario venato certamente, agli occhi europei, anche di una sorta di conservatorismo inferiore che può lasciare perplessi.
Autore di saggi e di romanzi, Edward Abbey in I Sabotatori ha cercato di trasformare la sua visione del mondo in una vicenda romanzesca al confine tra il western contemporaneo ed il noir, immaginando uno stravagante quartetto di sabotatori in lotta contro imprese elettriche e istituzioni per salvare il Grande Canyon e il Colorado. I quattro fanno saltare ponti, sabotano autostrade, mandano in tilt linee elettriche in nome di una natura da difendere nella sua integrità, ma anche in nome di quella dimensione selvaggia dell’uomo che la società tende a cancellare. Sono certo ecoterroristi, ma la loro visione ecologica non ha nulla a che vedere con quella europea, è molto più radicale, coinvolge in modo diverso il rapporto tra uomo e natura, alla ricerca non di una armonia, ma di uno scontro leale in cui è il singolo ad affrontare la natura e non la collettività. E’ come se Abbey si schierasse contro la caccia alle balene, ma non per negare la legittimità della caccia stessa, solo per dire che bisogna farla come Achab e non con la potenza di fuoco di una baleniera contemporanea.

Nicolò Menniti-Ippolito


Mucchio Selvaggio, 18.11.2001

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A più di un quarto di secolo dalla prima pubblicazione negli Stati Uniti, esce finalmente in traduzione italiana The Monkey Wrench Gang, il romanzo che ha fatto del suo autore Edward Abbey un’improbabile e sgangherata guida spirituale (in tutti i sensi: e morto nell’89 all’età di sessantadue anni) delle frange più radicali del movimento ecologista americano. Doveroso quindi il plauso per la Meridiano Zero, alla quale possiamo perdonare qualche innocuo svarione editoriale, tipo le note a pie di pagina sfasate rispetto al testo, e l’assenza (presumibilmente per ragioni di copyright) delle illustrazioni originali di Robert Crumb. Certo è un peccato, perché i sabotatori protagonisti del romanzo rientrano alla perfezione nel mondo grottesco, zozzo e bigger than life del creatore di Fritz The Cat. In ordine di apparizione: Doc Sarvis, chirurgo malinconico e vedovo che si autodefinisce "trinciapolli di mezza età"; la sua fidanzata miss Abbzug, bellissima e ribelle, cannaiola e perennemente annoiata; George Washington Hayduke, incazzosissimo reduce dal Vietnam sulla strada della regressione neanderthaliana; Seldom Seen Smith, pastore mormone, con tre mogli ma poco assiduo ai doveri coniugali (da qui il nome, ’Visto raramente’ Smith), nonché improvvisata guida fluviale.
Uniti dal comune odio verso l’oligarchia tecnocratica (e, sotto sotto, verso l’umanità in genere) che stupra a fini di lucro la natura selvaggia del deserto tra Utah e Arizona, si imbarcano in una serie di incursioni eco-sovversive, con un crescendo picaresco che li porta dal sabotaggio di cartelloni pubblicitari, installazioni, ponti e miniere fino all’obiettivo massimo, il mostro da abbattere a tutti i costi: la diga del Glen Canyon. Le avventure romanticamente anarcoidi della banda, comprensive di inseguimenti e sgommate, vengono raccontate con il ritmo dei cartoons o di certi telefilm anni ’70, e sinceramente più che a Whitman, Thoreau o Faulkner (autori ai quali il nome di Abbey è stato spesso, e un po’ troppo generosamente, associato) viene da pensare agli episodi di Hazzard o Bip-bip. Proprio per questo appaiono decisamente fuori bersaglio le critiche che lo spassoso romanzetto si è attirato nel corso del tempo.
Macché "manuale di ecoterrorismo", macché "testo ispiratore del più becero ribellismo destrorso e xenofobo". I fumettistici sabotatori di Abbey non hanno nulla a che fare ne con apocalittici guerriglieri ecologisti ne con freemen paramilitari e fascisteggianti, così come il loro creatore, tipica scheggia controculturale impazzita, non può banalmente essere definito ’di destra’. La politica è un prodotto umano, e Abbey dell’umanità se ne frega altamente. Si può essere più o meno d’accordo, ma è in quest’ottica radicalmente negatrice del progresso antropocentrico che vanno letti certi passaggi, apparentemente sgradevoli, come quelli che dipingono gli indiani come "altrettanto stupidi e ingordi e codardi e ottusi di noi bianchì".

O certi stucchevoli rimpianti di un eden naturale perduto. In ogni caso, queste cadute sono bilanciate dall’irresistibile impulso umoristico di Abbey, che alla fine rende il libro sommamente godibile pure per chi non condivide la mistica della wilderness dell’autore. "Lo senti? È il glorioso richiamo del fiume" (Doc Savis). "No, è lo sciacquone, si è bloccato di nuovo " (Miss Abbzug).

Carlo Bordone


Pulp n. 31, maggio 2001

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Le Parole della Terra

L’incontro-scontro con l’alterità della natura, lo "shock del reale" nella percezione di un paesaggio desertico primordiale e ostilmente affascinante: tutti gli scritti di Edward Abbey hanno lo scopo dichiarato di allarmare e disorientare il lettore.
Abbey ha fatto del Colorado Plateau, nel Southwest americano, il proprio campo di battaglia filosofico e letterario: una distesa di cento milioni di acri tra i confini di Utah, Arizona e New Mexico, minacciata da dighe, pozzi di trivellazioni petrolifere, miniere di carbone e di uranio, centrali idroelettriche. La pubblicazione de I sabotatori - The Monkey Wrench Gang (il suo romanzo più famoso, del 1975, ora su Meridiano zero) porta finalmente alla ribalta la figura di questo eccentrico e contraddittorio americano della Pennsylvania, morto a 62 anni nel 1989: Cactus Ed - come veniva chiamato Abbey - è l’anarchico del deserto, il padrino riconosciuto (suo malgrado) dell’ambientalismo radicale statunitense (soprattutto il gruppo Earth First! di Tucson). In una ventina tra saggi, romanzi e diari, scritti in circa quarant’anni, Abbey ha descritto gli squilibri morali e materiali che si creano quando una società viene guidata da una tecnocrazia (per lui sinonimo di totalitarismo), sostenendo una sfida permanente contro i poteri del controllo tecnico, propugnando una personalissima teoria di eco-difesa (che forse sarebbe piaciuta a Lewis Mumford) all’assalto del mito della macchina, nella profonda convinzione che la crescita economica continua e l’illimitata espansione tecnologica siano dei pericolosi luoghi comuni tipicamente americani. E quindi l’uso del sabotaggio - allegorico, metaforico, letterario, reale - come strumento per ripensare il nostro rapporto nei confronti del mondo naturale.
"Resistere molto. Obbedire poco", ammonisce l’autore all’inizio de I sabotatori, citando Walt Whitman. Perché Abbey è il grande discendente di quella linea individualistica e libertaria americana che parte appunto da Thoreau e Whitman (e che sfocerà nell’estremismo di Ted Kaczynski, l’Unabomber). Abbey è la quintessenza dell’individualismo americano, e se per lui "l’anarchia è democrazia presa sul serio", "uno scrittore degno di questo nome deve essere qualcosa di più di un intrattenitore: deve essere un veggente, un profeta, il difensore della vita, della libertà, della sincerità, e sempre - sempre - criticare la società". I libri di Abbey vivono di una sanguigna tensione tra l’importanza di questioni morali come la sacralità della wilderness, l’inviolabilità della proprietà privata, l’uso appropriato delle terre pubbliche, e il loro sviluppo in un contesto narrativo contraddittorio, estremistico, ricco di uno humour spesso nero e ambiguo, che attira sentimenti di simpatia, sdegno, pietà e riso: per elevare la nostra consapevolezza nei confronti dei problemi ambientali, senza mai però fornire ricette definitive o imporre dogmi.
Nel Prologo de I sabotatori assistiamo a una scena terribile e comica insieme: nell’assolato deserto tra Utah e Arizona, davanti a cinquemila persone plaudenti e felici, le autorità stanno inaugurando un ponte d’acciaio sul fiume Colorado, a poca distanza dalla gigantesca diga che sbarra il Glen Canyon. Ma a un certo punto il ponte salta in aria, aprendosi come un fiore, lasciando a terra un cumulo di macerie, pezzi di cemento, di ferro, di limousine, bandierine.
Il romanzo prende il via quando uno strano assortimento di personaggi si riunisce casualmente per una gita sul fiume Colorado: Doc Sarvis, stimato e imponente medico chirurgo di Albuquerque, con la passione della demolizione notturna dei cartelloni pubblicitari autostradali; Bonnie Abbzug avvenente transfuga dal Bronx, infermiera e compagna di Doc, in cerca di "qualcosa di buono da fare"; il barcaiolo Joseph Fielding Smith, detto Seldom Seen ("Visto di Rado"), una guida di fiume, un mormone con tre mogli, "in congedo sabatico permanente dalla sua religione"; e infine George Washington Hayduke, "l’angelo vendicatore", venticinquenne ex sergente dei Berretti Verdi, reduce dal Vietnam, un energumeno peloso e primordiale con un’eccessiva inclinazione all’uso degli esplosivi e alla birra.
Una notte, intorno a un fuoco nasce la Monkey Wrench Gang, la ’Gang della Chiave Inglese’.
Obiettivo: far saltare in aria quella stramaledetta diga sul Glen Canyon. Prende forma l’idea di un vandalismo costruttivo, diretto solo ed esclusivamente contro le macchine che stanno deturpando il Southwest.
"Cosa c’è di più americano della violenza?", si chiede a un certo punto Hayduke.
E ancora: "la violenza è americana quanto la torta di mele". È una missione deicida: assassinare le macchine per rivelare la violenza reale di un’intera società.
E Abbey ridefinisce attentamente i parametri di questa controviolenza creativa (d’altra parte lui stesso si era laureato in filosofia con una tesi su "Anarchia e la moralità della violenza"): i membri della gang non obbediscono ad altro principio se non quello di non mettere in pericolo la vita di nessun essere umano; anche se, realisticamente, nel corso delle loro azioni più di una volta rischiano involontariamente di uccidere qualcuno. Ma ciò che è essenziale è che i veri obiettivi da distruggere sono le macchine che perpetuano la dominazione indiscriminata dell’uomo sulla natura, e l’imperativo morale e civile di Abbey gli impone di "opporsi, resistere e sabotare la deriva contemporanea verso uno stato di polizia globale e tecnocratico" (come scrive lui stesso nel 1988 in One Life at a Time). Perché comunque, se il vero nemico è "la tirannia tecnologica" - come sostiene Doc Sarvis - dietro di essa marciano implacabili lo Stato, l’esercito, la polizia, i conglomerati economici.
Inseguimenti mozzafiato tra i canyon, attentati ai macchinari e treni fatti deragliare: I sabotatori è un’escalation picaresca e violenta di atti di sabotaggio sempre più mirati e pericolosi. E alla fine, inesorabilmente, inseguiti dalle forze di polizia locale, dalla CIA e dall’FBI, vengono fermati tutti e quattro, e Hayduke muore. A Seldom Seen, Doc Sarvis e Bonnie saranno comminate lievi condanne da scontare in libertà vigilata: tre dei quattro eroi vengono reintegrati nel consesso sociale. L’Epilogo finale ("Il nuovo inizio") si ricollega al Prologo: Hayduke - dopo due anni - ritorna, sotto mentite spoglie, miracolosamente illeso, accompagnato da un misterioso uomo mascherato (che aveva già incrociato durante una delle sue incursioni tra i canyon), per apprendere che i vecchi compagni di avventure non sono i responsabili della distruzione del ponte sul Glen Canyon: ci sono altre persone che hanno raccolto la loro eredità, e che continueranno la loro opera di distruzione e di salvaguardia.
Sarebbe un grosso abbaglio, considerare un romanzo come I sabotatori un manuale di ideologia ambientalista o una descrizione narrativa di un gruppo di figure-modello per presunti attivisti. In realtà Abbey cerca di risvegliare nel lettore un tipo di coscienza fondamentale sulla posizione dell’uomo nei confronti della natura, e soprattutto di consegnare un’esplorazione narrativa sul contrasto tra natura e cultura: scopo dello scrittore, scrive Abbey, è quello di "stabilire delle connessioni dirette tra il destino dei personaggi fittizi dell’autore e la natura della società che in larga misura determinano quel destino".
Ne I sabotatori leggiamo di una banda di quattro idealisti bislacchi, realisticamente eccessivi, tutti e quattro accomunati da un "salutare odio" per quella mostruosa diga che ha allagato il canyon più bello del mondo, seppellendo sotto le acque un intero ecosistema, spiagge, reperti paleontologici: la memoria archeopsichica di una terra magnifica e terribile.
Il romanzo è una commedia - nera, ovviamente - un manuale strategico per il cambiamento, allo scopo di assicurare non solo la sopravvivenza individuale, ma anche quella di altre creature, e dell’ambiente in cui vivono. Una commedia della sopravvivenza, allora: e i due termini sono ineludibili, perché vige il senso del comico che strappa il velo di una concezione tragica della vita.

Fabio Zucchella


la Repubblica, 21.7.2001

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I sabotatori, una guerra contro il mondo

Il libro più ribaldo e provocatorio pubblicato negli Stati Uniti negli anni settanta è ricomparso negli scorsi mesi nelle librerie statunitensi in versione paperback sull’onda delle contestazioni di Seattle, ed è stato quindi pubblicato in questi giorni in Italia grazie al coraggio di un piccolo editore, che ne ha adattato il titolo The Monkey Wrench Gang in I Sabotatori.
Quando uscì nel 1975, il romanzo di Edward Abbey si affermò immediatamente come un libro di culto trasversale, in grado di conquistare lettori dalle idee politiche opposte, che rimasero sedotti da slogan ereditati da Walt Whitman come "resistere molto, obbedire poco" e fecero di monkey wrench (chiave inglese) un’espressione gergale che prese immediatamente il significato di ’sabotare’.
Anarchico, scanzonato e all’occorrenza anche violento, I Sabotatori fu definito dall’autore una comic extravaganza, ma si impone sin dalle prime pagine come un manifesto di guerra nei confronti di un mondo che sin da allora appariva ineluttabilmente condannato alla globalizzazione e al degrado ambientale. Abbey, che ha lavorato come ranger forestale nel West, ambienta le vicende dei suoi eco-terroristi tra lo Utah, il Colorado, il New Mexico e l’Arizona, alternando in ogni momento l’esaltazione della bellezza di quei luoghi con la rabbia per la corruzione dilagante, causata in primo luogo dall’accetazione supina di una tecnocrazia che non è molto dissimile al totalitarismo.
Per molti versi i suoi anti-eroi sono degli antesignani dell’Unabomber, ma a differenza di Ted Kaczinsky disdegnano ogni atto violento nei confronti delle persone umane. Secondo Abbey, l’intera storia dell’uomo è un succedersi di errori e soprusi nei confronti dei quali è necesssario combattere, nell’amara consapevolezza dell’illusorietà di ogni ribellione. Ne scaturisce un inguaribile misantropismo che porta a conclusioni paradossalmente conservatrici, già evidenti in The brave cowboy, adattato ad Hollywood da una vittima del maccartismo come Dalton Trumbo. Nonostante una pittoresca presenza femminile, le ambientazioni e le motivazioni di questo mucchio selvaggio sembrano appartenere al mondo virile di Sam Peckinpah rivisitato da un’ironia alla Kurt Vonnegut.
È difficile non provare simpatia per questi sabotatori dai nomi western (George Hayduke, Seldon Seen Smith, Bonnie Habzu e Doc Sarvis), dei quali Abbey arriva a condividere perfino le azioni più deprecabili, riservando il suo disprezzo unicamente a chi è pronto ad assoggettarsi alla tirannia tecnologica pur di realizzare un profitto.

Antonio Monda


Rivisteria News, maggio 2007

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Best seller negli Stati Uniti con mezzo milione di copie vendute, torna finalmente in libreria I sabotatori di Edward Abbey. A pubblicarlo è Meridiano zero, che vanta nel suo catalogo un altro titolo dell’autore considerato in America un eroe della difesa ambientale e che proprio con I sabotatori fu ispiratore di numerosi e spesso radicali movimenti ecologisti.
Il libro racconta le avventure di quattro ecoguerriglieri improvvisati che hanno dichiarato una guerra personale contro le avanguardie meccaniche dell’american way of life, impegnate a inquinare, scorticare la natura per renderla ’produttiva’ e ’praticabile’ a torme di turisti.
Evitando attentamente di nuocere agli esseri umani, i quattro protagonisti (uno schizzato reduce del Vietnam con i suoi bravi incubi, un mormone poligamo, un medico sovrappeso in piena crisi di mezza età e la sua sexy infermieraamante, consumatrice abituale di cannabis) compiono allegramente una lunga catena di sabotaggi su treni, ponti, strade, cartelloni pubblicitari, miniere, cantieri, bulldozer e scavatrici, in un crescendo tragicomico di inseguimenti che li porterà verso il loro obiettivo finale: l’intollerabile diga di Glen Canyon.


il Sole 24 ore, 22.7.2001

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Un tranquillo sabotatore della tecnica

Un minuto di riflessione, almeno, per ricordare Edward Abbey (1927-89), profeta dell’ultimo millennio. Scrittore notissimo negli Stati Uniti, nella seconda metà degli anni 70 vendette oltre mezzo milione di copie con The Monkey Wrench Gang, un libro cult e un romanzo-manifesto di una generazione che aveva perso la voglia di conquistare il mondo ma che il mondo voleva salvare da se stesso. Una generazione che, negli anni 60, nel periodo della guerra in Vietnam, aveva cominciato a intrecciare femminee ghirlande di fiori e poi a mandare le proprie avanguardie volontarie a vivere in comunità agricole e pacifiste, lontano dal cattivo esempio dei padri.
Niente di nuovo, intendiamoci: né sotto il sole né all’interno della secolare tradizione utopica americana. Gli americani di quegli anni, quella maggioranza giovanile che divenne poi minoranza di mezz’età, non dovettero fare i conti - come del resto mai davvero gli americani nella loro storia - con quel cinico maestro di vita che è il fantasma della fame. La loro fu una manifestazione del sempiterno sogno pastorale di crescere in un giardino spontaneo, in sintonia con la natura, e in un tempo - fuori dalla storia - che precede il peccatto originale e la prima goccia di sudore sulla fronte. Un eterno presente, insomma, privo di orizzonti tempestosi e privo di ansia e di aggressività, che è comune al mito dell’età dell’oro e alla nostalgia senza memoria del grembo materno.
I figli dei fiori sotterrano per sempre l’ascia di guerra dei nativi e in qualche misura ne adottarono i costumi. Divennero indiani pacifisti. Un tantino fasulli ma non del tutto innocui. Vissero di canti e balli fino a che fu possibile, e poi degli avanzi di una civiltà che disprezzavano. Degli indiani, questo sì, impararono il rispetto sacrale per l’acqua delle fonti, le piante della terra e la purezza del cielo. Ritualità o moda che fosse, si abituarono - per così dire - a chiedere permesso prima di bere, prima di cogliere un frutto o di accendere un fuoco. Va da sé che la macchina messa in piedi dagli eredi dei pionieri con spasmodica operosità non si fermò mai davanti agli impulsi regressivi degli amici della natura. Ma il loro esempio, razionalizzato, entrò a far parte - almeno un po’ e in modo permanente - della coscienza collettiva.
Edward Abbey, di cui esce ora la traduzione italiana di The Monkey Wrench Gang con il titolo I Sabotatori, fu un profeta del del deserto ma non nel deserto. Estese l’idea di giardino a quella zona dell’America la cui natura era tradizionalmene indicata come infeconda e invivibile. Capovolse il luogo comune e abitò a lungo, per sua scelta - lui era nativo della Pennnsylvania -, nel sudovest del continente. Scrisse numerosi libri di successo, sia di narrativa, sia di filosofia, in cui espose le tante ragioni per cui la salvezza dell’uomo dipende dalla conservazione della natura. Fu un nemico solitario della tecnologia e lontano le mille miglia dalla convinzione di avvalersi delle armi della politica. Era un erede di H. D. Thoreau, l’autore di Walden, ovvero la vita nei boschi (1854). Era un uomo tranquillo e forse timido, un ex ranger abituato a rimanere in compagnia di se stesso e incline a credere, come i suoi antenati, che il primo diritto e dovere di un individuo sia quello di alzarsi in piedi, nel mezzo della congregazione, per dichiarare apertamente ciò per cui è disposto a vivere e morire. Sospettoso della pazza folla e delle ideologie, era persuaso che ciascuno non rappresentasse altri che se stesso e che di sé fosse il solo responsabile.
Scrittore felice e a volte facondo, fu un estremista - paradossale e persino comico - nei libri di narrativa. Un sabotatore, appunto, delle forze vandaliche che offendono la natura. Ma, nei suoi altri scritti, fu un ecologo equilibrato e pragmatico che ha lasciato un segno altrettanto importante. Il destino, rispettoso dell’ordine alfabetico, fa di lui il primo personaggio in tutte le enciclopedie e nell’indice di tutte le guide dedicate al West.

Luigi Sampietro


la Stampa, 18.8.2001

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Dighe e cartelloni pubblicitari nel mirino dei sabotatori liberi e selvaggi di Abbey

Quella notte il dottor Sarvis, con la sua capoccia calva e macchiettata e il viso selvaggio, severo e nobile come Sibelius, era in giro impegnato nella sua consueta attività di abbellimento del quartiere: bruciare i tabelloni per le affissioni lungo la highway 66, che tra breve sarebbe stata divorata dall’autostrada interstatale. Con una tanica da venti litri cospargeva di benzina i pali e gli elementi di supporto dell’obiettivo selezionato, poi avvicinava un fiammifero. "Dovrebbero averlo tutti, un hobby." Comincia più o meno così I Sabotatori, romanzo che Edward Abbey scrisse nel 1975 ma che in Italia esce soltanto ora (mentre continua a rimanere inedito nel resto d’Europa) grazie a Meridiano zero.
Il titolo originale del libro, The Monkey Wrench Gang (dove ’monkey wrench’ sta per chiave inglese), negli Stati Uniti è diventato sinonimo di sabotaggio, e la storia del dottor Sarvis e dei suoi tre desperados (Bonnie Abbzug, l’infermiera compagna di una vita nata nel Bronx, George Hayduke, il reduce del Vietnam un po’ barbone ed esperto di demolizioni, e Seldom Seen Smith, il mormone selvatico e poligamo, da cui il soprannome Seldom Seen o ’Visto di rado’ affibiatogli dalle mogli) diventò sul finire degli anni settanta una sorta di bibbia del movimento ecologista al di là dell’Atlantico, e un testo di riferimento per la controcultura made in USA dell’epoca.
Malgardo sia già trascorso un quarto di secolo dalla prima edizione del romanzo, e i quattro protagonisti facciano venire in mente i magnifici perdenti di certi vecchi film, affini come sono a Gli Spostati e insieme anche una versione sgangherata del Mucchio Selvaggio, le loro utopie paiono inevitabilmente assai attuali. Disposti a mettere in gioco la loro vita (ma non le vite altrui) pur di salvare ciò che rimane dell’antico paesaggio americano a cavallo tra lo Utah e l’Arizona, gli eroi di Abbey (grande studioso e saggista che si occupò soprattutto del deserto americano) non esitano a organizzarsi sotto forma di piccola squadra di guastatori operante alle spalle delle linee nemiche. Strade, ponti, cartelloni pubblicitari: questi i loro obiettivi, non tanto come meri simboli della modernità, ma proprio in quanto esempi più che concreti di quello scempio della natura che in ossequio al profitto ad ogni costo e dietro il paravento del progresso avanza inesorabile a colpi di cemento a ogni latitudine. "Siamo intrappolati nei cingoli d’acciaio di un moloch tecnologico. Una macchina senza cervello. Con un reattore autofertilizzante al posto del cuore", dice a un tratto uno dei quattro, e continua: "Un industrialismo planetario che cresce come un cancro. La crescita per la crescita. Il potere per il potere". Sembra quasi di sentire l’Unabomber; ma gli ecologisti di Abbey hanno dalla loro anche l’ironia, e la rabbia che percorre le pagine del libro fino al sabotaggio dell’enorme diga del Glen Canyon si accompagna a quella che in fin dei conti resta l’arma più letale.
Anche se l’amore assoluto per la wilderness (la natura selvaggia) prende talvolta la mano all’autore (traducendosi in dettagliate descrizioni di ciotoli), il libro si legge d’un fiato. Attenzione, però: "Vi farà venir voglia di andare a far saltare una diga", scrisse il National Observer in una recensione. E scherzava fino a un certo punto.

Giuseppe Culicchia


tuttolibri/la Stampa, 18.8.2001

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Abbey, le sentinelle della vita selvaggia

Sono talmente numerose le cose da dire attorno a questo libro, I Sabotatori che, a dirle, si finisce per non avere spazio da dedicare al libro in sé.
L’autore: Edward Abbey (1927-89), fu guardia forestale, filosofo, saggista e romanziere; dal suo The brave cowboy (1956) fu tratto un film interpretato da Kirk Douglas; scrisse otto romanzi; a lui si ispirò il gruppo ambientalista radicale Earth First!.
Il tema: la difesa della wilderness americana, parola di difficile resa in italiano che indica la natura vergine e incontaminata, potremmo dire ’selvaggia’, se con questo termine riuscissimo a cogliere anche la maestosità quasi atemporale di scenari immoti, privi di disordine, eternamente rocciosi, viventi a una velocità prossima allo zero.
L’idea: nata da mille radici e diramata in mille fronde, il tronco in verità consiste completamente nell’idea di sabotaggio; fra le diverse radici possiamo trovare tanto Henry David Thoreau quanto Ned Ludd, tanto l’anarchismo personalistico quanto una versione antitecnologica della conoscenza scientifica, tanto rancore quanto amore per l’America (Abbey cita un esemplare Walt Whitman in apertura, una frase che sintetizza bene la questione: "Resistere molto. Obbedire poco"). Fra le fronde possiamo trovare un ventaglio di interpretazioni ambientalistiche che vanno dall’estremismo violento al pacifismo a oltranza, estremi però temperati da un rispetto assiomatico per la vita umana (il primo) e da una pragmatica cultura dell’azione (il secondo).
L’attualità: questo libro del 1975 pone questioni scottanti ancora oggi? Sembra impossibile rispondere di no: da un lato c’è un ambiente che è il risultato di un processo naturale durato intere ere geologiche, che si è strutturato in modo da esistere a un livello di continuità e di durata umanamente impercettibile, un nucleo ecologicamente in equilibrio stabile. Dall’altro lato ci sono uomini organizzati in potere politico e industriale, velocissimamente sparati verso l’accumulo di capitali, lo sfruttamento delle risorse naturali, la ridefinizione violenta dell’intero scenario naturale.
Possiamo non vedere in questa contrapposizione una prefigurazione dello scenario attuale, tra popolo di Seattle e protocolli di Kyoto? No, non possiamo. Tuttavia qualcosa di diverso fatalmente c’è, e bisogna tenerlo presente per dare almeno in linea di principio quello che è del libro al libro. Dunque occorre finalmente parlare del libro.
Il punto saliente è che lo scenario in cui si muovono I Sabotatori è interamente non globalizzato e soprattutto scorge solo molto da lontano, e confusamente, l’era dell’informazione diffusa. Dati questi due elementi, qualunque linea di contatto fra I Sabotatori di Abbey e gli attuali movimenti contestatori che non sia ampiamente e problematicamente storicizzata, rischia di confondere più che chiarire le cose. In altri termini, non solo i movimenti di opposizione sono cambiati, ma - forse soprattutto - è il ’Potere’ stesso che ha attraversato le metamorfosi più spiazzanti. Il nemico di Abbey poteva essere descritto così: "Il sogno dell’ingegneria è un modello di sfericità, il pianeta terra con tutte le irregolarità rimosse, le autostrade semplicemente dipinte su una superfice liscia come vetro", mentre oggi la questione è assai più complessa, soprattutto per la impensabile (allora) dinamica fra scienza e tecnologie che nel frattempo si è sviluppata.
I Sabotatori di Abbey sono quattro (ma c’è una quinta presenza di cui non diciamo nulla): un mastodontico medico, la sua sexy e stizzita amante/aiutante, un reduce del Vietnam schizzato e peloso, un mormone non praticante esperto di navigazione fluviale. Si muovono tra Utah, Colorado e Arizona. Si sono conosciuti per caso, anche se probabilmente Dio non è del tutto indifferente. Sabotano macchine movimento terra, segano pali, troncano cavi, sciolgono strutture metalliche di ponti, recidono linee ferroviarie. Difendono la wilderness meravigliosa e divina dalle ruspe, dalle miniere e dall’elettrificazione. Sono alle prese con una storia infinitamente più grande di loro, ma il fatto è che difendono una natura infinitamente più grande della loro storia. Loro vogliono semplicemente che le cose rimangano come sono (ipotesi di lavoro debole), oppure che ritorrnino come erano (ipotesi di lavoro forte). Nell’ipotesi forte trova il suo terreno la grande, immensa, perfetta idea: distruggere l’immane diga che ha ucciso il fiume Colorado per farne elettricità da sprecare nelle grandi città lontane.
Ma tutto quello che si può dire intorno al libro, e anche del libro, dei personaggi, delle idee e così via, nasconde al potenziale lettore dei Sabotatori la cosa che, almeno sul piano letterario, è forse la principale: questo libro è molto bello.
La tenuta della trama è impeccabile, le avventure sono eccezionali, i personaggi nei loro mutui rapporti acquistano una tridimensionalità difficilissima da ottenere quando si è alle prese con dinamite e cesoie e sabbia da mettere nei serbatoi di benzina. Colpi di scena? Molti (uno finale da non perdere assolutamente). Scrittura? Sciolta, svelta, complessa, intelligente.

Eppure tutto questo copre solo una parte del valore narrativo del romanzo. Passando di descrizione in descrizione noi attraversiamo uno scenario che non è solo mozzafiato, è il fiato stesso: se quello che Abbey voleva era dire la sua in campo ambientalistico, ebbeno lo ha fatto e sta a noi aderire o no alla sua idea. Se quello che voleva fare era mettere in scena una drammatizzazione simbolica di quello che potrebbe e dovrebbe essere l’azione da sviluppare a difesa del pianeta, ebbene, ha fatto anche questo e sta a noi valutare la validità della proposta.
Ma se voleva mettere in inchiostro uno degli scenari più belli del creato in modo da farcelo incontrare come se ci fossimo dentro, in modo da farcene innamorare per sempre, ebbene, non solo lo ha fatto con grazia e potenza, con eleganza e intelligenza, ma lo ha fatto in modo tale che noi non possiamo più ’decidere’ se innamorarci o no della wilderness americana: con questo suo libro Abbey ci ha reso impossibile non farlo.

Dario Voltolini


L’Unità, 27.8.2001

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Il fuorilegge della letteratura

Ogni letteratura nazionale ha i suoi outsider, i suoi scrittori arrabbiati che a prima vista non sembrano provenire da alcuna tradizione, personaggi non solo fuori dall’accademia, ma - si sarebbe portati a dire - fuori dalla letteratura s’intende una scrittura in qualche modo ’fine a se stessa’.
Scrittori apparentemente ’non intellettuali’, se vogliamo seguire la definizione che di intellettuale diede Richard Hofstadter all’inizio degli anni sessanta riprendendo Max Weber: un lavoratore della mante che viva per le idee, non sulle idee. Quasi sempre questa caratterizzazione è naturalmente sbagliata, che si tratti di François Villon o di Céline, di Henry David Thoreau o di William S. Borroughs: tutti, a loro modo, furono ’intellettuali’. Resta il fatto che scrittori di questo tipo sono in qualche modo ’fuori dalle regole’, e per questo gli americani hanno coniato per loro un’espressione molto efficace: ’literary outlaws’, fuori legge della letteratura (e così si intitola infatti una delle biografie più complete di Burroughs, quella di Ted Morgan).
Edward Abbey, scrittore americano, ambientalista sui generis, amante del deserto e della vita selvaggia, ha fatto parte a pieno titolo di questa schiera. Ne ha fatto parte in modo personale, idiosincratico, e naturalmente irritante, viste le caratteristiche del personnaggio. La sua fama, come talvolta accade, è cresciuta moltissmo dopo la sua morte, avvenuta nel 1989.
Già in vita Abbey veniva considerato un guru del movimento ambientalista più radicale (e la cosa, come dichiarò più volte, non gli faceva particolarmente piacere), ma negli ultimi dieci anni l’interesse per lui si è fatto quasi spasmodico, e non solo negli Stati Uniti sud-orientali, non solo tra le file degli ambientalisti, non solo tra gli amanti della narrativa western.
L’interesse in positivo o in negativo, visto che molti ambientalistti si dimostrano altamente imbarazzati dalla sua figura, che può sembrare pericolosamente vicina a quella di un eco-terrorista. Se questa fama sia meritata o no, possono deciderlo adesso anche i lettori italiani, visto che le edizioni padovane di Meridiano zero hanno presentato per la prima volta nel nostro paese uno dei suoi capolavori, The Monkey Wrench Gang, col titolo I Sabotatori.
Edward Abbey era nato nella cittadina di Indiana in Pennsylvania, sugli Appalachi, nel 1927, ma trascorse gran parte della sua vita nel sudovest, fra Utah, New Mexico e Arizona. La famiglia era povera. La madre era un’insegnanente di tendenze liberal. Il padre, cacciatore e boscaiolo, era un aderente agli IWW, Industrial Workers of the World, il sindacato anarco-marxista che diede filo da torcere al padronato statunitense negli anni venti e trenta e finì schiacciato dalla repressione (Martin Scorsese ha dedicato agli IWW il suo film d’esordio, Boxcar Bertha, ovvero America 1929: sterminateli senza pietà).
L’inflenza del padre dev’essera stata notevole su di lui, se la sua tesi di laurea alla facoltà di filosofia dell’Università del New Mexico, discussa nel 1948, riguardò L’anarchismo e la moralità della violenza.
Dop aver servito nell’esercito, riuscendo però a evitare la guerra (fra il 1945 e il 1947 fu autista della polizia militare a Napoli), a 21 anni fece il suo primo viaggio all’ovest in autostop: dapprima a Seattle, poi in California, nel Nevada e finalmente nei luoghi che sarebbero diventati la sua patria.
Per quindici anni fece il ranger e la guardia forestale in diversi parchi nazionali, e in questa esperienza il suo amore per la natura selvaggia e incontaminata dovette scontrarsi con l’azione sconsiderata dell’uomo che la minacciava. "Il progresso, lo sviluppo, la crescita, tutto ciò che amano i politici e le camere di commercio: bene, io sono contro tutto questo". Così si apre un’intervista del 1982 fattagli da un canale televisivo di Phoenix, in Arizona.
Questi temi sono già presenti nei suoi due primi romanzi, Jonathan Troy (1954) e The brave cowboy (1956). La tradizione è quella del romanzo western, inaugurato nei primi decenni dell’Ottocento da James Finimore Cooper coi suoi Leatherstocking Tales, I racconti di Calzadicuoio, centrati intorno alla figura di Natty Bumppo e a quella del suo amico indiano Chingachgook.
Ma, oltre all’assenza delle figure degli indiani (che Abbey non aveva in particolare simpatia), c’è già in questi romanzi l’accentuazione particolare che tornerà in tutta l’opera di questo autore: la lotta privata a accanita dei suoi eroi contro le macchine che trasformano il west in un inferno ’sviluppato’ e contro le ’autorità’ economiche e politiche che prendono le decisioni relative allo sviluppo.
Jack Burns, l’eroe di The brave cowboy (che nel 1962 verrà portato sullo schermo da Kirk Douglas in Lonely Are the Brave - Solo sotto le stelle - di David Miller), va in giro a cavallo per Duke City (che in realtà è Albuquerque), si rifiuta di portare una carta d’identità, e si fa mettere in prigione per aiutare un amico in difficoltà. Il finale è tragico: Jack, con la sua cavalla, finisce stritolato da un autocarro carico di tubi.
Nei 35 anni della sua carriera di scrittore Abbey produsse otto tra romanzi e raccolte di racconti e tredici libri di saggistica. Fra questi il più famoso è Desert Solitaire, uscito nel 1968 che fece scrivere al Washington Post che Abbey era il nuovo Thoreau del West americano. Il libro descrive, in una prosa ora ironica, ora lirica, ora amara, i due anni passati dall’autore come ranger all’Arches National Monument (che oggi è parco nazionale) nello Utah. Ma il successo nazionale Abbey lo raggiunge nel 1975, con The Monkey Wrench Gang, il romanzo che narra con pathos e ironia la lotta di uno sgangherato quartetto di sabotatori ambientalisti contro la grande diga di Glen Canyon, sul fiume colorado, al confine tra Utah e Arizona.
Fu a partire da quel libro che la figura di Abbey cominciò a essere popolare nel circolo ambientalisti più radicali, e dopo pochi anni una nuova organizzazione di attivisti ecologisti, Earth First! si richiamò proprio a The Monkey Wrench Gang per illustrare il proprio programma.
Quanto poco Abbey fosse interessato al mondo letterario ufficiale lo dimostra questo episodio del 1987, quando egli rifiutò il premio offertogli dalla American Academy of Arts and Letters perchè nel giorno della cerimonia aveva già programmato un viaggio sul fiume. E tuttavia, nonostante la sua eccentricità, Abbey fu e volle essere prima d’ogni altra cosa uno scrittore.
Nell’intervista del 1982, a Eric Temple che gli chiedeva come si vedesse nel ruolo di ’commentatore sociale’, e Abbey rispondeva: "Io mi vedo piuttosto come un intrattenitore. Cerco di scrivere dei buoni libri che facciano ridere la gente, la facciano piangere, la provochino, la facciano arrabbiare, se possibile la facciano pensare. Non mi vedo come un esperto di questioni sociali: non rifletto abbastanza a fondo su tutte le questioni di cui abbiamo parlato. Però mi piace scrivere, mi piace spargere in giro parole. Non ho alcun desiderio di essere un leader, e non mi piace neppure che mi chiamino guru. Io credo che ogno uomo dovrebbe essere guru di se stesso, e ogni donna guretta di se stessa..." E Abbey non rinunciava mai a una buona battuta, per quanti nemici potesse creargli.
Nel 1985 uscì un libro che raccoglieva saggi e contributi su di lui intitolato Resist much, obey little (Resisti molto, obbedisci poco), un motto di Walt Whitman che gli si adattava alla perfezione.
Nell’introduzione troviamo questo ritratto di lui: "Amava i buoni sigari, i libri difficili sulla filosofia del ventesimo, le discussione fino a sera inoltrata, le canzoni country fianco a fianco con la musica di Brahms e Mozart. Gli piacevano le bistecche al sangue alte e spesse, ma odiava l’industria corrotta dei ranch che infestava il suolo pubblico, finanziata dalle tasse. Diprezzava la falsità, la vigliaccheria, gli atti di devozione più comuni. Apprezzava la ponderazione, le azioni onorevoli, la mente libera. C’era ben poco di sacro, per lui, e indagava sempre con rigore e ostinazione le convinzioni tanto degli amici che degli oppositori".
In un’era che già si avviava all’ipocrisia del politically correct, Abbey era spesso ’politicamente scorretto’ (si dichiarò più volte a favore di una politica di restrizione sull’immigrazione).
Ma le sue convinzioni più profonde furono sempre radicalmente democratiche.
Nell’intervista del 1982 la sua risposta alla domanda già citata proseguiva così: "Dovremmo essere tutti leader. Io sono un anarchico. Mio padre era un wobblie (membro degli IWW, ndt). Dovremmo tutti avere il controllo. Dovremmo essere tutti leader, niente governanti e governati, dovremmo prendere le decisioni per conto nostro. Io sono davvero un democratico, con la d maiuscola, credo davvero nella democrazia. Nella democrazia diretta".

Quattro sabotatori, una diga
E nel ’75 inventò l’eco-thriller

Il verbo ’sabotare’ deriva dal francese sabot, che è lo zoccolo di legno dei poveri: all’inizio della rivoluzione industriale gli zoccoli finivano a volte fra gli ingranaggi della macchine a opera dei primi operai esasperati o dagli artigiani rovinati dall’’avvento dell’industria. Ned Lud fu un leggendario capofila inglese di queste rozze ma energiche rivolte (luddismo), e nel suo romanzo Abbey lo ricorda, insieme all’etimologia della parola ’sabotaggio’. Gli americani hanno un modo di dire per indicare non propriamente il sabotaggio, ma l’ostruzionismo in genere: to throw a monkey-wrench into the works, gettare una chiave inglese dentro al lavoro. Noi diremo ’mettere i bastoni tra le ruote’. La frase americana è molto più pittoresca. E spiega il titolo del romanzo di Abbey: la banda della chiave inglese, cioè a dire proprio i sabotatori. Sono quattro i personaggi che si incontrano casualmente e scoprono di avere un odio in comune: la diga che ha tappato e rovinato uno dei tratti più belli del fiume colorado, il Glen Canyon. Sono quattro persone comuni ma con una predisposizione ai sogni ostinati, ognuna a modo suo. Il dottor A.K. Sarvis, chirurgo cinquantenne brontolone e maniaco, con l’hobby di incendiare i tabelloni pubblicitari. La sua giovane complice, infermiera e amante Bonnie Abbzug, dura figlia del Bronx convertita a uno stile di vita vagamente hippie. Seldom Seen Smith, così detto (’visto di rado’) perché le sue quattro mogli ricevono visite saltuarie: mormone ’in congedo sabbatico permanente’, barcaiolo, che all’inizio del romanzo si inginocchia e prega Dio che distrugga la diga con un terremoto mirato. E la vera star del libro, George W. Hayduke, animalesco venticinquenne chhe l’esperienza vietnamita ha reso del tutto asociale, forse addirittura psicotico (come suppone Sarvis), e che si trova bene solo nel deserto. I quattro decidono così, senza neppure pensarci molto, di provare a farla saltare, quella diga infame. Non ci riusciranno mai. Il romanzo narra delle loro prove generali - sabotaggi a ponti, miniere, bulldozer e linee ferroviarie - e dell’accanito inseguimento a cui vengono sottoposti da parte della Squadra di Ricerca e Soccorso, guidata da Bishop love, speculatore edilizio paranoico e con manie di grandzza. La gang della chiave inglese si disperderà, e ognuno dei quattro andrà incontro al proprio destino.
Se nel libro vibrasse solo (come vibra) l’indignazione dei quattro (e di Abbey) per come l’uomo sta violentando e uccidendo la natura, The Monkey Wrench Gang non sarebbe nulla più che un interessante documeno del radicalismo ambientalista americano. Ciò che rende questo libro un grande romanzo è però lo sguardo disincantato e ironico di Abbey sui suoi quattro eroi.

Antonio Caronia


www.gialloweb.net, 27.8.2001

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L’opposizione violenta alla distruzione della natura e delle sue ormai rare oasi di pace anima lo straordinario romanzo di Edward Abbey, The Monkey Wrench Gang. Pubblicato nel 1975 (e tradotto nel 2001 da Meridiano zero con il titolo I sabotatori), il libro di Abbey è subito diventato un testo di culto per i movimenti verdi in tutto il mondo ed una fonte d’ispirazione per la nascita e le azioni di Earth First!, un gruppo ecologista radicale.
Abbey nelle sue opere non cade mai in una contemplazione romantica della natura, nell’idea della Wilderness è presente la violenza, una legge che si pu˜ attenuare, ma non eliminare, se non si vuole perdere con essa anche l’intero concetto di natura selvaggia.
In una delle sue opere Abbey ha ripercorso i vari anni trascorsi come guardia forestale presso la Monumental Valley, nello Utah. All’inizio di questo splendido libro, Abbey presenta cos“ i suoi ricordi (è il 1967): "[…] la maggior parte delle cose di cui parlo è già scomparsa o sta scomparendo in fretta. Questa non è una guida di viaggio, ma un’elegia. Una commemorazione. Avete in mano una pietra tombale. Un sasso insanguinato. Non lasciatevelo cadere su un piede, lanciatelo contro un grosso oggetto di vetro. Cosa avete da perdere?".