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La guaritrice di Ventotene
Carla Ammannati


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Corriere di Firenze, 25.5.08

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Alla ricerca del tempo perduto
Due fratelli si ritrovano per andare a caccia di ricordi del passato

È pieno di passione La guaritrice di Ventotene, il nuovo romanzo che Carla Ammannati ha pubblicato presso la casa editrice Meridiano zero di Padova.
Passione per Firenze, di cui qui si respira in pieno l’atmosfera; per l’Appennino toscano, quello che era, tragico e quasi primitivo, ma del quale sentiamo ancora forte l’imprinting; passione per l’Europa, quella immaginata durante l’esilio a Ventotene dai primi grandi federalisti come Altiero Spinelli. E passione per la scrittura che qui si rivela urgente, necessaria, vitale.
Carla Ammannati, nata a Empoli nel 1951, vive a Firenze, dove insegna Lettere nella scuola superiore.
Scrive di sé: "Sono stata archeologa tutta la vita, ho dissepolto reperti, tracce del passato che mi sono sembrate significative perché si sono rese leggibili, chiare. Ma ogni volta che ho cercato di scavare dentro me stessa, non ho tirato su un bel nulla di decifrabile, ci credete? Sempre e solo ambivalenze, interpretazioni molteplici, dubbi".
Però, dopo i suoi racconti pubblicati su riviste e antologie, eccola dopo pochi anni alla sua seconda prova sulla lunga distanza dopo la Relazione sul nascere, romanzo uscito nel 2003 a ExCogita.
Un’accellerazione che fa piacere a chi, come noi, la conosce da sempre e da sempre ne apprezza le qualità letterarie, la capacità di provocare emozioni, senza paura delle parole né delle storie, capace di imprimere a certi passaggi una formidabile sensualità ed un erotismo non scontati, anche se non più usuali nella scrittura femminile: i lettori ne troveranno esempi forti in questo libro.
Nel quale, in un continuo muoversi nel tempo e fra diversi personaggi che rievoca i tempi della fiction – densi di falshback, con personaggi e storie in movimento su diversi piani temporali – Carla Ammannati racconta la storia della figlia di Zina la zoppa, la "guaritrice di Ventotene", appunto, ritratto di donna di montagna proiettata suo malgrado, con le sue vicende semplici ma anche magiche di maternità e di femminilità pure, su uno dei luoghi dove si è fatta la storia recente dell’Italia, quell’isola di Ventotene dove venne maturato il visionario "Manifesto" federalista la cui attuazione completa con gli Stati Uniti d’Europa è ancora tutta da vedere, ma anche dove gli esiliati soffrivano umanissime fame e malattie.
Percorso per tutte le sue pagine da una forte vena antifascista, di lettura piena di suggestioni per chi Firenze la conosce, La guaritrice di Ventotene basa il suo intreccio sull’incontro di due fratelli – anzi, in modo meno politicamente corretto una volta si sarebbe detto fratellastri – Sili e Teo, che prima a fatica, poi sempre più affettuosamente vanno alla ricerca del tempo perduto. Al termine del quale, come bene scrive di questo romanzo Gianfranco Franchi, "si ha la sensazione di aver ascoltato, davanti al fuoco del camino, una delle storie belle della nonna e del magnifico dolore e dello stupore dei rovesci della vita".
In attesa, come nel "suo" Appennino d’inverno si attendevano la sera e la storia successiva, del prossimo romanzo di Carla.

Cristiano Draghi


Corriere Fiorentino, 11.5.08

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Una storia di amore e di lotta

Si prepara al tour letterario nelle maggiori città italiane Carla Ammannati, autrice di La guaritrice di Ventotene, esordio letterario che Meridiano zero editrice propone al pubblico, soprattutto a quello toscano. Un romanzo dai colori lontani, dall’odore di salsedine e di vento sulla costa di un’isola che fu zona di confino di polizia. Dall’incontro di una sorella e di un fratello, cresciuti l’uno all’oscuro dell’altro, una storia d’amore e di lotta si svela come un puzzle che lentamente si ricostruisce. Tredici lettere compongono la vita di Zina e di Pacifico, protagonisti di una fiaba oramai dimenticata. Zina, zoppa e straniera, ma affascinate figura dell’isola toscana, era capace con la sua dote "magica" di pranoterapeuta di curare le malattie, anche quelle credute incurabili. Pacifico invece era l’antifascista, colui che insieme ad altri compagni viveva quella terra in mezzo al mare come una prigione, una punizione alla propria ideologia. I loro destini s’incontrarono per colmare il vuoto e la nostalgia degli animi. Oggi la creatività e la ricerca storiografica di Ammannati ne riempiono pagine di sentimentale ricordo.

Gabriele Ametrano


Corriere Nazionale, 26.7.08

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Quando Zina cantava l’amore nell’isola dell’eterna utopia

Scogli e montagne. Mare e neve. Contrapposizioni forti. Come quel momento d’amore che Zina la zoppa porterà con sé per tutta la vita.
Senza paura del peccato, senza esitazioni, senza neanche la certezza del domani.
Un ricordo vivo. Vivo come le sue mani di guaritrice, come quel suo corpo che sapeva di bosco. Un amore, su un’isola meravigliosamente aspra al tempo delle passioni. A Ventotene, dove venivano confinati gli antifascisti. Dove alba e tramonto erano la speranza della libertà. Libertà che aveva un prezzo. Grande. E lei questa giovane donna conosciuta per quel tesoro che custodiva nelle sue mani, non aveva più nulla. Non aveva da perdere nulla, tranne se stessa. E consapevole si getta tra le braccia di Pacifico, giovane avvocato, confinato. E Zina decide. Nel momento del piacere decide che in lei dovrà germogliare il frutto di quell’incontro, di quell’amore. E se ne andrà Zina la zoppa. In silenzio, senza dire una parola, su una barca che la porterà a navigare nel mare della vita. Una donna sola e la sua bambina. Sull’isolotto di S. Stefano in quella notte di tempesta in cui divenne madre. E lei, quella creatura divenuta donna un giorno vorrà sapere, cercherà suo padre, tenterà invano di amarlo.
Ma tutto arriverà quando sembrerà tardi. Perché la figlia di Zina conoscerà suo fratello, dalle sue parole ricostruirà quel momento d’amore sull’isola protetta da Santa Candida.
Un romanzo, La guaritrice di Ventotene di Carla Ammannati (Meridiano zero), delicato e al tempo stesso forte, con una narrazione che si svolge su piani diversi, in cui il tempo, i ricordi, hanno un unico denominatore comune: il senso della vita.
Una storia che ruota intorno a una figura femminile che è espressione di un’epoca, di una cultura, di dolori e momenti di gioia generosamente regalati dal tempo attraverso cose semplici, talvolta piccoli dettagli. Zina non abbandonerà mai quel suo amore, Pacifico, e nel ricordo di quella passione continuerà a cantare le canzoni della radio, a raccogliere le sue erbe per guarire il prossimo. E sua figlia ne ripercorrerà la storia, entrando in punta di piedi nei suoi sentimenti. Perché Zina sarà finita quando si immergerà in questo percorso. Zina é morta sotto la neve di un luogo dove non c’è il mare. Ma il suo canto è vivo. Di lei lascia un corpo piccolo e una storia d’amore.
Vissuta con quel ragazzo che espiava la colpa di essere un ribelle. Su quell’isola dove l’eternità è nel Mediterraneo, un mare che sa regalare quel grande sogno che è l’utopia dell’esistenza.

Stefania Nardini


Giudizio Universale, giugno 2008

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Nel confino degli oppositori al fascismo, saga di una famiglia allargata che si ritrova dopo molto tempo, raccontata dalla capostipite femminile.


L’Indice, settembre 2008

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Eroine Naturali

Alla sua seconda prova consistente dopo Relazione sul nascere (ExCogita 2003), Carla Ammannati ritorna ai suoi temi e problemi preferiti, i rapporti o piuttosto i vincoli fra le persone, lo scontro dei caratteri, il mistero dell’amore, la necessità della procreazione, i bambini, la loro vita e la loro morte nel mondo – il tutto inquadrato dalla vicenda pubblica e nella storia politica dell’Italia, con il nucleo portante dell’antifascismo come resistenza spontanea, istintiva prima, e militante, cosciente e combattiva poi, fino a confluire in pratiche di vita che solo donne possono avere come portagoniste, donne libere da sempre, per naturale vocazione, ma che esprimono la propria libertà in modi e con scelte diverse, a seconda del periodo storico in cui vivono e scoprono se stesse, le proprie qualità più recondite. Siliana, donna dei nostri anni, Zina, la madre guaritrice, Iris, la figlia di buona famiglia e la nonna Elena sono eroine per vocazione irriflessa, senza la minima coscienza o pretesa di esserlo, che prendono le loro disgrazie ed esprimono le loro reazioni senza il minimo lamento o compiacimento, con assoluta e ribadita naturalezza. Nelle generazioni prima della guerra sono del tutto lontane dal mondo delle idee e dei proclami che le circonda; nelle generazioni successive a quel mondo si indovinano più vicine, ma non per maturata convinzione. Accanto a loro uomini di cui si intuisce la natura accanita, predatoria, o semplicemente, svagatamente anarchica, che nel mondo femminile compaiono come fantasmi di ideologia, o, al meglio, emblemi di sopravvivenza. Anche il personaggio di Pacifico, l’antifascista confinato a Ventotene, che pure si direbbe parente delle figure dei Colorni, delle Ravera, dei Rossi e degli Spinelli cui il romanzo è dedicato, non acquista risalto per una qualsiasi riflessione né tanto meno per una pronunciata virilità, quanto per un residuo di sensualità che lo sostiene anche nella prigionia.
Quattro sono le generazioni che compaiono nel racconto, e tante le storie individuali – tante da far desiderare uno sviluppo ben maggiore – con due discriminanti abbastanza chiare: la prima riguarda la divisione fra mondo femminile e mondo maschile di cui abbiamo parlato, e la seconda la singolarità, anzi l’unicità dei caratteri e dei personaggi della prima parte della storia, fino al dopoguerra, cui si contrappone la prevedibilità di quelli dal dopoguerra in poi, che accanto alle loro madri e ai loro padri appaiono sbiaditi dall’ambiente conformista dell’oggi.

Franco Marenco


www.labileabile-traccia.com, 1.7.09

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"L’hanno trovata due bambini, assiderata sotto la neve. […] È stata la bambina, mentre raccoglieva strillando una manciata di neve, a trovare i suoi vestiti neri, il suo scialle di lana lavorato ai ferri buttato sulla vestaglia. Era uscita senza mettersi il cappotto, solo con lo scialle, come faceva quando andava in chiesa o da qualche paesana, qualsiasi tempo ci fosse."
Il romanzo di Carla Ammannati prende avvio dalla morte della vecchia Zina, donna affascinante dal passato misterioso e burrascoso. Paradossalmente, il ritrovamento di quel corpo senza vita scatena il racconto della sua esistenza, fatto in terza persona dalla figlia Siliana.
Si tratta di un bel libro. Bello perché racconta una storia, e raccontare una storia non è impresa facile. Tutt’altro. La Ammannati non si limita a dire, ma ricostruisce una vicenda (quella di sua madre, quindi la propria) combinando i ricordi come tessere di un immenso puzzle. Sfogliare le pagine del suo libro significa aprire uno scrigno colmo di sensazioni private. Molteplici i luoghi, i colori, i profumi e le vicende che lo caratterizzano, ambientate queste ultime tra gli Appennini Toscani, ma anche sull’isola "esilio" di Ventotene e l’isolotto "penitenziario" di Santo Stefano (entrambi situati al largo della costa laziale).
L’incipit si tinge di mistero con il ritrovamento del corpo di Zina, ricomposto nel letto della propria camera. Quel corpo immobile e freddo racconta di sé alla figlia che lo veglia. "Quel suo viso prosciugato d’argilla secca. Con gli orecchini d’oro e corallo rosa che sembrano un ornamento grottesco, adesso, e non un pegno d’amore. Mi chiedo come doveva essere la sua pelle quando aveva venticinque anni e camminava per le strade di Ventotene."
Il mistero continua con il dono di Zina la zoppa, "dono di nostro Signore", che le permette di guarire le persone con l’imposizione delle mani e la preparazione di tisane. "Le erbe gliele ha insegnate la sua nonna Elena, con la quale è stata da bambina, in mezzo all’Appennino. A Ventotene non ne ritrova di uguali ma ha il talento per impararne di nuove e adesso, dopo tre anni di vita sull’isola, conosce tutte le piante, i fiori, le bacche e le radici". Così, ogni giorno di più, il corpo della seducente guaritrice assorbe i profumi della terra e la sua pelle sa di borraccina, finocchi selvatici, rosmarino, limoni e fichi d’India. Sa di mare e di vento.
Sarà uno degli innumerevoli pazienti di Zina a farla innamorare. Un uomo di nome Pacifico, costretto al confino politico sull’isola insieme a tanti altri disgraziati (Ventotene fu sede di una colonia tra il 1926 e il 1943). "Il suo corpo magro, il collo lungo, i capelli arruffati assomigliano al fusto di un albero di fiume […] Pesa 48 kg, si è fatto restringere i pantaloni da una confinata di 18 cm, tira avanti a cardi e castagne bollite."
Ma Pacifico non è il primo uomo di Zina: c’era stato Mario, il partigiano, "disertore degli eserciti regolari, combattente ribelle e grande amatore di femmine"; c’era stato anche il marito Michele, il pescatore violento e ubriacone, che "le rinfaccia di non averla trovata vergine" e che "le ha perfino proibito di imporre le mani". Già: Michele e il loro figlio Mario, che un giorno il mare inghiotte, restituendo solo il corpo dell’uomo e trattenendo gelosamente quello del bambino.
La ricerca disperata di un secondo Mario, alla quale Zina non rinuncerà mai, culmina invece con la nascita di Siliana, frutto del legame passionale e amoroso con Pacifico. Una bambina che non vedrà mai il padre, ma che riuscirà ugualmente a conoscerlo grazie a una serie di lettere a lui indirizzate, scomparse e ritrovate molti anni dopo dal fratello Teo. Che le racconterà del proprio padre, mentre lei a sua volta farà riemergere dal passato un altro Pacifico, quello raccontato da Zina: quello autentico. È una storia forte questa, sia per il periodo storico in cui si svolge che per i sentimenti tirati in ballo. Quasi che sull’isola tutto venisse amplificato, libero da leggi e convenzioni, anche se immerso in esse. Nascita e morte, amore e odio hanno un sapore antico. È come fare un salto indietro nel tempo. E lo si fa volentieri, perché la modernità ha reso tutto insipido e i sentimenti danno sapore alla vita.
Ottimo risulta il connubio tra ricerca storica e invenzione romanzata, che porta l’autrice a scrivere in terza e prima persona, con un continuo avvicendarsi di personaggi. Sul palcoscenico della Storia si alternano figure del passato remoto e di quello prossimo: imperatori romani, le loro donne ripudiate, traditori o semplici sospettati, antifascisti e sognatori.
L’unico punto debole del libro l’ho trovato nel finale, che non pare all’altezza del resto, quasi la Ammannati avesse avuto fretta di concludere. Una fretta forse dettata dal bisogno di non essere travolta dai ricordi. O forse, una mia impressione sbagliata. Ma una cosa è certa: la chiusa conduce inesorabilmente a una dimensione ultraterrena, a dire che la fine può essere l’inizio di un’altra storia, un cerchio magico a scongiurare la morte.
"Verranno gli uomini della ditta che ho chiamato e la deporranno in una cassa di legno d’abete. Avrei preferito cremarla ma quando ne abbiamo parlato, pochi mesi fa, mi ha detto: ’Orapronobi, se devo bruciare lascialo decidere a nostro Signore’."

Lorella De Bon


www.lankelot.eu, 1.5.08

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Un romanzo ambientato – non solo, e non casualmente: la dedica parla chiaro – nell’isola di Ventotene, a sud di Ponza, nei giorni tristi ma non vani del confino di intellettuali oppositori del regime, non può non restituire alla memoria lo spirito del "Manifesto di Ventotene": documento fondato sulle intuizioni di Luigi Einaudi, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli in collaborazione con Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann. Documento anticomunista e anticapitalista, nemico dei totalitarismi e delle prevaricazioni delle oligarchie: seme per un’Europa altra, libera e democratica. Merito primo e limpido del nuovo libro della narratrice toscana Carla Ammannati, letterata classe 1951, è il contributo alla restituzione di altra centralità a quanto accaduto allora; in appendice, è possibile consultare una bibliografia dedicata a quanti vorranno studiare e approfondire. Solo per questo, da privato cittadino, saluto e ringrazio l’autrice. È un gran bel seme.
Il romanzo è una saga (uni?)famigliare e popolare, d’una famiglia imprevedibilmente allargata e solo tardivamente radunata, come spesso in Italia accade – si fa ma non si dice: succede – e soavemente matriarcale, ed è ambientato in un arco di tempo decisamente esteso: quanto basta, se volete lasciarvi suggestionare, per passare dalla musica di Carlo Buti (chiaramente: toscano) sino a un passo dai giorni nostri, attraverso un simbolico film, dimenticato eppure all’epoca tutt’altro che laterale, come "I pugni in tasca" di Bellocchio. E appare finalmente, pure senza guadagnare centralità nel contesto della narrazione, ma rivelandosi almeno discreto comprimario, una nuova figura di anarchico, amore giovanile della narratrice. Un anarchico umanissimo, meno coerente del previsto e tuttavia sempre romantico. Peraltro buon lettore di Walser. Ho speso l’avverbio "finalmente" considerando che di anarchici – Longanesi destro escluso – in narrativa italiana si parla poco: naturalmente "Piazza d’Italia" del toscano (ormai lusitano) Tabucchi, e il recente "Il diavolo custode" di Balocchi sono tra le eccezioni memorabili, nel secondo Novecento.
La storia è quella di Vincenzina detta Zina, madre della protagonista ed io narrante del romanzo, isolana. Morta a novant’anni, già guaritrice, cantante e purtroppo da sempre claudicante, donna del popolo che il popolo amava, e sapeva consolare, è una figura magica e terrigna. Questo è il libro della sua ingenuità, della sua giovinezza, dei suoi amori e dei suoi lavori; dell’amore partigiano adolescente, del marito e del figlio amato e poi perduto, della relazione con un confinato, Pacifico (ah nomen omen) che darà vita a Siliana. Ma avrà vita altra e diversa altrove, Pacifico: dal suo matrimonio vedrà la luce, vent’anni dopo, nel 1963, il giovane Teodoro (l’etimo non mente mai).
Il libro – ma la trama non voglio bruciarla con altre anticipazioni: scrivo a pochi giorni dall’uscita – principia nel momento della morte di Zina, e col racconto delle memorie della figlia: sulla storia della madre, e sull’incontro tra la figlia e quel fratello che non sapeva di avere. È quindi giocato per flashback, ricostruzioni, sovrapposizioni e cortocircuiti temporali. Linguisticamente è connotato da uno stile letterario, capace di classe senza cadere nell’artificio della ricercatezza. Penso soprattutto alle varie scene erotiche, evocative e descrittive a un tempo, senza essere sciatte o volgari o morbose: merito dello stile dell’autrice. È una saga famigliare con elementi lirici e favolistici – al termine del libro si ha la sensazione di aver ascoltato, davanti al fuoco del camino, una delle storie belle della nonna e del magnifico dolore e dello stupore dei rovesci della vita. La morale non è solo resistere e saper superare con dignità le avversità e le malignità della vita. "Senza amore non siamo niente", ricorda una battuta di Truffaut in apertura di romanzo. Semplicemente, è tutto lì. E non è poco. La storia di tre generazioni non insegna altro che questo, il resto ne deriva o ne discende, come un fiume carsico, sino a sprofondare nel mito.

Gianfranco Franchi


www.mangialibri.com, 27.10.08

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Una minuscola isola in mezzo al Tirreno, una piccola donna capace di guarire. Vincenzina, per tutti Zina, nel 1942 conosce a Ventotene, località che il regime usava come confino per gli oppositori, un venticinquenne ribelle di nome Pacifico. Un amore brevissimo ed intenso dal quale nasce una figlia che non conoscerà mai il padre, e scoprirà molti anni dopo la storia dei genitori attraverso tredici appassionate lettere. Zina è bellissima ma è anche zoppa; per vivere lavora come governante ma è anche una guaritrice che usa bacche, piante e fiori dell’isola come pozioni adatte a debellare i mali più diversi. Dopo un primo amore sfortunato la guaritrice, inaridita da una vita di sacrifici, trova la passione tra le braccia del già fidanzato Pacifico. Una storia d’amore senza futuro che riemerge dal passato e da modo alla protagonista (la figlia di Zina, che narra in prima persona) di conoscere meglio se stessa e ritrovare un fratello perduto…
Dalla passione (fisica e politica) ma soprattutto dai ricordi non si guarisce mai. L’autrice – professoressa di Lettere toscana con un precedente libro all’attivo, Relazioni sul nascere – racconta una storia dove l’amore è protagonista: quello fisico e passionale per un uomo, quello viscerale per di una figlia per una madre; e quello profondo e immortale di una madre per i suoi figli. I personaggi, Zina su tutti, non hanno paura di mostrare i propri sentimenti e nella loro naturale semplicità sono legati alla terra ed ai suoi ritmi. Un libro dalla atmosfera in un certo senso magica e rarefatta che mischia i diversi piani temporali ed alterna la narrazione ai giorni nostri, che ha come protagonista Siliana e Teo, con efficaci flashback sulla vita di Zina. Una curiosità: il romanzo è dedicato dalla Ammannati ai confinati di Ventotene tra i quali Altiero Spinelli, precursore del moderno concetto di Europa Unita.

Francesca De Meis


www.nonsololink.com, 26.5.08

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Sottotono rispetto ad altre scelte di Meridiano Zero, questa Guaritrice è un romanzo costruito su flashback di memoria alla ricerca di un’interiorità appassita e mai abbastanza cresciuta, tra amori e rinunce continui, costellati da avvenimenti storici e claudicanze fisiche ed emotive.
Il lettore è rapito dalla struttura narrativa e dall’incedere fatto di presente e molto passato, di discorso diretto ed in terza persona, ma è arrugginito l’ingranaggio tra continui ritocchi a vite intricate, cariche del senso di disfatta che rapisce la vita prima ancora che questa si dimostri tale.
La narrazione, dunque, scorre toccando note emotive profonde, ma si sciupa di tanto in tanto in tentazioni di lasciti che non sbocciano mai. Ed è un peccato.
Il senso di perdita è totale, non soltanto di Zina della quale si racconta la morte e, di conseguenza, la vita come rimembranza di colei che non c’è più, ma anche di tutte quelle persone che, di fatto, non sono protagoniste come lei, perdente nata malgrado il tentativo di rivincita continuo.
Dopo romanzi nuovi e intriganti in toto, qui siamo di fronte ad una storia empatica, un po’ scontata un po’ lagnosa. Soprattutto nel tratteggio di personaggi come Teo e nelle lentezze della protagonista vivente, la figlia di Zina.
La liricità è totale soltanto in tratti di storia di confino, in preludi di amori che cadono miseramente nelle storie narrate al figlio da Iris e da Placido. La ricerca spasmodica di un significato soltanto in amori e in vaghe storie di sesso, fa perdere mordente in molte pagine, peraltro inframmezzate di toccanti note emotive.
Un romanzo che evoca pagine interiori mentre si leggono quelle tangibili sotto gli occhi, questo il merito maggiore di Carla Ammannati: ricordi e ricerche di mare e di montagna, inconsapevoli protagonisti di questo lavoro.

Alessia Biasiolo


onemoreblog.it, 3.5.08

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Di tanto in tanto un nome nuovo riesce ancora a sorprendere. È il caso di questo La guaritrice di Ventotene, di Carla Ammannati, toscana, che racconta la storia (probabilmente in parte autobiografica) di Sili, che torna a casa per la morte della madre Zina la zoppa, guaritrice all’epoca del fascismo, quando Ventotene era terra di confino.
Durante una veglia serena, Sili ricorda la madre, ricorda la propria gioventù, l’incontro col fratello che non sapeva di avere, gli amori cominciati e finiti, le storie di una vita. Una storia delicata e intensa, ben scritta. Un libro difficile da lasciare, di quelli che quando li finisci ti lasciano la nostalgia. Un’altra bella scoperta di Meridiano Zero.

Alberto Biraghi


www.paradisodegliorchi.com, 22.5.08

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Lo confesso, più che la vicenda sinteticamente raccontata nel risvolto di copertina, il motivo che mi ha fatto accostare a questo libro è stata la dedica che l’autrice pone all’inizio del romanzo: alla memoria, a me molto cara, di Eugenio Colorni, Camilla Ravera, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, confinati a Ventotene.
Non vorrei essere poco urbano se escludo gli altri, ma mi vorrei soffermare di più su Ernesto Rossi. Come spesso si suol dire: con lui mi son formato le ossa. E vederlo riapparire, come se fosse davvero un’epifania improvvisa, anche solo su un’intestazione, mi ha fatto immediatamente ricordare gli studi fatti su di lui, il suo essere antifascista, il suo essere federalista e il suo essere anticlericale. Come non possiamo avere nostalgia di un uomo come quello in un presente sempre più oscuro, sempre più confessionale, sempre meno ideologico?
Dunque Ernesto Rossi come molla propulsiva per un romanzo che a prima vista avrei collocato in quella sorta di limbo, non sempre felice, in cui si ’agita’ una letteratura lontana dai sommovimenti tellurici della post-modernità, o comunque da quell’attualità che tutti noi subiamo giorno dopo giorno.
Ho detto: a prima vista avrei collocato. Sì, perché poi ogni storia, permettetemi il bisticcio, è una storia a sé. E dunque anche La guaritrice di Ventotene lo è.
Il romanzo è strutturato a più piani, che a volte s’intersecano e non sempre il lettore ha la possibilità di afferrare al primo cambio le sfumature dell’alternanza e dell’avvicendamento. Perché in effetti la storia di Zina la zoppa che perde un figlio ancora piccolo e che subisce il fascino di Pacifico, antifascista confinato a Ventotene e dal quale avrà a sua volta una figlia, e quella di Sili, la figlia appunto, che viene a sapere di avere un fratello nato dallo stesso padre, si mischia a volte anche audacemente, non per strappi alla coerenza narrativa, ma per, come si diceva prima, cambi prospettici che a volte sbilanciano il lettore.
Si dirà: poca cosa. Vero. La lettura del romanzo della Ammannati ci restituisce per un po’ il sapore delle vecchie cose, che per carità non è la muffa di una letteratura che la si vuole ’alta’, ma che in realtà non si è mai affrancata dalla lezione dei grandi e dal quel neorealismo culturalmente pervasivo che qualcuno comincia, di questi tempi, a ritenere traboccante. No, è il sapore di una scrittura sapientemente moderata, piana nella sua lineare responsabilità.
Non so perché ma leggendo questa storia mi sono venuti spesso in mente i romanzi della Elena Ferrante. Qualcuno obietterà che le intenzioni sono diverse, che le modalità sono diverse (forse, ma L’amore molesto, in qualche modo, lo vedo imparentato con questo): probabile, ma c’è un quid che accomuna le due scrittrici, senz’altro lo stile essenziale e rigoroso, che ai miei occhi di lettore ne determina una consanguineità.
Non aggiungerei altro. Anzi sì una cosa mi preme dirla: sulla copertina. In genere non mi soffermo su questi dettagli, ma stavolta va aggiunto che è davvero brutta. Se il sottoscritto ha avuto il buon senso di andare oltre ed ’incappare’ nel riferimento a Ernesto Rossi che lo ha illuminato, un semplice acquirente di libreria, di fronte a una bruttura del genere, potrebbe ritrarsi. Sarebbe un peccato. La Ammanniti, nonostante qualche ’aggravio’ di troppo, va educatamente letta.

Alfredo Ronci


scritture.blog.kataweb.it, 28.5.08

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Zina è zoppa ma è anche magica. Anzi, proprio nel suo zoppicare, cantare e fare altre cose inaspettate e seducenti si rintraccia la sua magia. Non una magia superficiale, quella da gioco di prestigio di festicciola di ragazzi, quella "magia" ombelicale che rende soffocante e claustrofobica tanta (inutile) letteratura italiana contemporanea. Zina prepara decotti di erbe, aiuta e canta segnando di particolari note la sua storia. Sinfonia d’amore, di paesaggio e di desiderio. La avventura col destino. Che è una piccola storia, scritta con grazia fiabesca, con cura mai artefatta e mai stucchevole anche quando diventa lirica e non sai se sei stato colto e portato via da un incantesimo e forse sì, perché questo possono e devono fare le parole, incantare. Piccola storia dicevo.
­Mia madre si chiamava Vincenzina, ma tutti l’hanno chiamata Zina, sempre. Zina la guaritrice. Zina la cantante. Zina la zoppa. Perché imponeva le mani, cantava di continuo, era claudicante dalla nascita. Le tre caratteristiche che hanno segnato il suo destino.»
ma che si incrocia con gli echi di altre storie e destini , Storie con la maiuscola del dolore, e con il sangue denso e le lacrime e il rischio tragico dell’oblio e della non memoria dell’antifascismo, dei delle opposizioni soffocate, del singolo coraggio frenato, bloccato, confinato, recluso.
Non a caso il libro è dedicato:
­Alla memoria a me molto cara di Eugenio Colorni, Camilla Ravera, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, confinati a Ventotene.»
In fondo, nella nota si dice che è una storia di fantasia, ma lo sfondo storico, che riguarda il confino di polizia e Ventotene, ha debiti e fili che l’autrice intreccia e riporta permettendoci, se lo desideriamo, una volta chiuso il libro di ampliare la nostra visuale. In una prospettiva civile assai preziosa sempre, in questi tempi amari che paiono aver dimenticato ciò che è stato, ancora di più.

Francesca Mazzucato