La Barriera,10.9.07 |
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Dedicata a tutti i ribelli
Storia liberamente tratta dalla vita di Sante Pollastri, uno dei più grandi banditi degli anni Venti in Italia e Francia, protagonista di scontri sanguinosi con i Carabinieri anche nella nostra zona.
Cè chi è angelo e chi è diavolo. E Luigi Balocchi, nella sua quinta fatica letteraria, sceglie la figura del diavolo custode. E si dedica, in modo libero, a un personaggio storicamente esistito: Sante Pollastri. Chi era costui?
«È stato spiega Balocchi il più grande bandito di tutti i tempi, ora disconosciuto per motivi generazionali. Negli anni Venti era considerato il nemico pubblico numero uno, non solo in Italia, ma anche in Francia».
Ma allora ci troviamo di fronte ad una biografia?
«Non direi continua Balocchi parlerei piuttosto di una riflessione sul presente, ispirata alla figura di Sante Pollastri, nato nel 1899 a Novi Ligure, rimasto orfano a sei anni, un esordio nel mondo del crimine come ladro di carbone ma per scaldare la casa e non per ricavare denaro da destinare a spese superflue».
Perché un lettore dovrebbe entrare in libreria e acquistare il libro di Balocchi? La risposta è disarmante:
«Perché è bello. E poi precisa il nostro io sono lunico che scrive così». Quella di Balocchi è una scrittura precipitosa al pari delle piene di novembre dei nostri fiumi. Attraverso le pagine del volume il lettore ha la possibilità di rivisitare lesperienza umana di Sante Pollastri, dallinfanzia al momento della sua cattura avvenuta a Parigi il 10 agosto del 1927 in metropolitana da parte degli agenti del commissario Guillaume, il funzionario della Surete al quale Simenon si ispirò per creare Maigret.
Sante Pollastri fu protagonista di numerosi episodi che ebbero come sfondo la Lomellina. «Il 18 giugno 1926 sottolinea Balocchi sulla strada che va da Mede a Torre Beretti durante un conflitto a fuoco Sante e la sua banda uccisero due carabinieri. NellItalia di allora, pacificata e sedata a suon di calci in culo, il fatto suscitò molto clamore».
La conversazione con Luigi Balocchi avviene davanti ad una fresca birra ad un tavolino del bar Lomellino di Mortasa. Siamo a pochi chilometri da Garlasco, balzata agli onori della cronaca nazionale per lomicidio di Chiara Poggi. Che spiegazione dà della vicenda il giovane scrittore esordiente in campo nazionale?
«È la normalità che di colpo impazzisce. Io sono sempre stato convinto che la malattia mentale faccia parte appieno della modernità, ne sia un frutto e credo che la patina di normalità e perbenismo non possa portare ad altro che a regressioni ancestrali di violenza».
Un fatto come quello di Garlasco potrebbe accadere a Mortara?
«Certamente sì risponde Balocchi e se non succede è perché probabilmente la gente assume molti sedativi che la rende accettabile a sé e agli altri, ovviamente mentendo a sé stessi e agli altri. Viviamo in una zona dove si fa largo uso di sedativi, psicofarmaci e ansiolitici». Luigi Balocchi affida le sorti editoriali della sua ultima fatica compiuta (ma cè già un altro romanzo in fase di finitura) ai ribelli di tutte le specie e tutte le razze: «Se uno è in pace con sé stesso avverte allora è inutile che legga il mio romanzo».
Ezio Sartoris
Lestratto:
Vùn
Novi Piemonte, millenovecentotredici
In quattro gli eran presto intorno. Quattro amici e in mezzo lui, la bicicletta a canna lunga presa a ùffa per un giro squinternato.
"Lè bélla
bélla
lè mia!" delira il tristo Cavanìn, lustri gli occhi per il freddo e per la fame.
Serra il ghigno il bel Santéin. Tace il fiato. Si fa sera. Già che il treno è ormai passato. E ti restano i lampioni. Quegli stessi che han rubato prepotenti il perdono delle stelle. Grande conquista progressista, i lampioni infissi al cielo. Vie di Novi indorate delettrico ottimismo. Per delicati tacchi signorili. Ci credon mica, gli amici, che lui ce la farà. Anche stavolta. Ma il Santéin ha locchio sveglio. Ingroppa il vento. Sa ben ringhiare alla gioia primitiva che tassale dimprovviso. Per la grande apparizione nel tremendo della vita. Che certo poi verrà.
"Questo lè gràtis
" Sorride il Santéin, a tutti mostrando un pistolone brigantello infilato di soppiatto tra la patta e lintenzione. In coro, gli amici, ti sgranano turbini dammirazione. Tace, lui. Risparmia il colpo. Fin da bambino, le parole, le conta quanto basta, il resto muffa. Ne servon poche, in grama verità. Dove abbia ravanato quel calibrosei Flobert a un colpo in canna, lo sa il cristo. Ma è pistola, seppur bacucca, certamente di gran pregio. Calcio in legno cesellato finemente di scalpello, ghirigori floreali che addolciscono lacciaio, canna audace e ben rigata, grilletto, mirino, cane, calibrati da un bel tornio. Raffinato dartigiana maestria.
"Con questo," sbanfa di santa meraviglia il Gambarotta, "sicùro che accòppi un òmo.
"Ma va là, belìn
" E ride, il bel Santéin, il pugno sul calcio dellarma, strette le dita al selvatico manubrio, che già risente della spinta prodigiosa dei nervi in gaia, furibonda batteria. Fan largo gli amici, mentre il deciso pistolero carica il pedale, ringhia, guizza, assalta il cuore. Sì. Lè lì. Un vento trattenuto nellistante creativo. Squilla locchio, un fiato ancora, via rampante per la ripida discesa.
Corre forte il bel Santéin in bicicletta. Va di fretta, urta, infiamma, giravolta per le chiappe. Fosse fulmine, giuro, farìa tempesta per quanto, di pedale, sta infuriando sulla strada illuminata da una schiera di lampioni. Li hanno infissi quali truppe di confine. Ne confermano il sospetto, le puntute balaustre poste in cinta ai giardini delle ville. Corre a perdifiato, il bel Santéin. Coi polmoni a manovella, così, di più, solo un treno bestia matta. Finalmente quel lampione. Alto, indifferente, vagamente questurino. Lo ha scelto. È quello. Un attimo, la vita. Se la centri sei un campione. Sul furore delle ruote, nellistante dal bersaglio, alza gli occhi, munge il cuore, spara spara spara!
Le contaminazioni di Meridiano zero
Meridiano zero è una casa editrice indipendente nata a Padova nel 1998, con lidea di esplorare la letteratura noir e tutte le sue contaminazioni.
Noir per Meridiano zero vuole dire libri fuori dagli schemi, che rompono con le classificazioni precostituite, abbinando gli elementi tipici del romanzo di genere con la capacità di analisi o lattenzione allo stile che fanno parte della cosiddetta letteratura alta. Meridiano zero ha fatto conoscere in Italia lopera di Derek Raymond, considerato uno dei più grandi scrittori di noir (in unintervista sul Venerdì Carlo Lucarelli, Niccolò Ammaniti, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Massimo Carlotto hanno dichiarato che considerano Raymond un vero maestro). Tra gli altri grandi autori pubblicati dalla Meridiano zero ricordiamo James Lee Burke, definito dal New York Times il "Faulkner del romanzo poliziesco".
Nel 2003 è iniziata unesplorazione a tutto campo della narrativa contemporanea con la collana Primo Parallelo. Questa collana si propone come punto di riferimento per quanti cercano libri che sappiano coniugare storie avvincenti e prose innovative. È stato qui tradotto per la prima volta David Madsen, un inglese che nel suo Memorie di un nano gnostico ha raccontato l«avventurosa storia del segretario particolare del Papa Leone X nel Cinquecento italiano.
Meridiano zero si è anche aggiudicata i diritti e ha pubblicato Pop, in cui Andy Warhol racconta i suoi inizi, e tutti gli incontri e gli esperimenti che lhanno portato a creare la pop art. La casa editrice è infine alla costante ricerca di nuovi autori italiani, unattenzione iniziata nel 1998 con il fortunato Cronaca di un servo felice di Francesco Permunian, e divenuta prioritaria nel 2007, con cinque nuovi autori italiani, tra cui Luigi Balocchi.
Sarà il nuovo Mastronardi?
Luigi Balocchi è nato a Mortara il 30 giugno 1961. Sposato con un figlio. Ha seguito studi classici fino alla seconda liceo, poi ha abbandonato conseguendo il diploma magistrale e la laurea in giurisprudenza. Ex giornalista pubblicista: ha restituito la tessera come protesta contro gli ordini professionali. È al suo esordio nel campo editoriale nazionale, dopo quattro pubblicazioni che non sono andate oltre il livello locale. Con Il diavolo custode per Luigi Balocchi è giunto il momento della verità. Il manoscritto è stato respinto da una decina di case editrici, prima che le strade dello scrittore lomellino e delleditore padovano si incontrassero. Balocchi, che dopo sette anni trascorsi insegnando nelle scuole elementari di Vigevano è pronto a ridar vita, nel prossimo romanzo già in cantiere, al maestro protagonista del capolavoro di Lucio Mastronardi, riconosce in Gianni Brera, Piero Chiara e Giovanni Comisso i suoi maestri.
Brescia Oggi,27.9.07 |
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Dedicata a tutti i ribelli
Sante Pollastri: Robin Hood padano e bandito romantico
Negli anni Venti era il nemico pubblico numero uno. Sante Pollastro è stato uno dei più grandi banditi di tutti i tempi, un antagonista eslege amato dal popolo, che è stato al centro di epopea tra cronaca e leggenda. A ricordarlo, soprattutto per la sua amicizia con il ciclista Costanzo Girardengo, ci han pensato tempo fa una canzone di De Gregori (Il bandito e il campione) e più recentemente Marco Ventura, Il campione e il bandito. Buon terzo, e assolutamente da non perdere, arriva uno straordinario romanzo di Luigi Balocchi, Il diavolo custode.
Pollastro fu lincubo prima dei Reali Carabinieri e della polizia fascista, poi, quando passò i valichi sopra Ventimiglia, della S˛rété francese. Autore di colpi sensazionali, verrà catturato a Parigi, dove era andato per assistere di persona al trionfo del suo compaesano Girardengo, che vinse il Tour. Dopo il processo, venne estradato in Italia e condannato e tre ergastoli come brigante pluriomicida. Liberato nel 1959 dalla grazia concessa dal presidente Gronchi, divenne venditore ambulante e morì nel 1978.
La vicenda prende le mosse a Novi Ligure, 1913: cittadina, "proletaria e traffichina", composta da quattro strade. La quinta porta in galera. Pollastro esordisce nel crimine rubando carbone, perché è stremato dal freddo. Attorno a lui una banda sciamannata di balordi e vagabondi. Insieme vanno allassalto di banche e forzieri e caveaux: decine sono i complici, centinaia i beneficiati dai bottini realizzati che, oltre a finanziare la stampa anarchica, vengono distribuiti con generosità.
Sante è bello e vispo, ha abbandonato presto la scuola e vive illegalmente: «Mi difendo come posso», dice. Disertore e "depresso", campa di furti e rapine nel territorio della Lomellina, diventando, una sorta di Robin Hood padano, il paladino dei reietti e di una opposizione sotterranea e diffusa alla legalità e allo Stato, percepito come una nemica santa alleanza formata da carabinieri, signori delle ville, fascisti.
Fin qui la storia che scava in quel serbatoio sociale del noir che non è solo vizio e malessere, ma anche protesta vitale, disadattamento gridato, ribellione ad un ordine costituito ingiusto, di cui Sante Pollastro è a suo modo un "campione" romantico e popolare. Luigi Balocchi ricostruisce con genio sanguigno un microcosmo di storia perduta e soprattutto la figura di un outsider, che possiede sua innocenza poetica, tuttavia il vero valore aggiunto del libro è un altro e consiste nel furioso e gaddiano impasto linguistico, tra dialetto e slang, con una inventiva affabulante che lascia incantati.
Nino Dolfo
Inside Italia,ottobre 2007 |
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A Sante Pollastri, bandito della Bassa e incubo della polizia fascista, appassionato di bici e di Girardengo, già De Gregori ha tributato lobolo. Ci riprova il Balocchi Luigi di Mortara (Pavia), classe 61, con unopera prima impasto di lingua gergale e musicalità semantica. Una sarabanda anarco-genialoide dove sarranca in salita, si fila in discesa, si gode sul filo.
Maurizio Zuccari
Ordine e Libertà, ott 2007 |
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Lepopea dei diseredati. Con furore
E così Luis Balocch, il cantore dialettale della terra e dello spirito padano, del Ticino, dei ligéra, del Qoelet in versione meneghina (bello!), è "diventato" Luigi Balocchi, lautore-rivelazione della narrativa italiana, laedo che trasforma lepopea del bandito Sante Pollastro nella fotografia (poetica e cruda, comica e tragica) di un mondo perso per sempre.
In realtà non cè differenza tra i due, a parte il fatto che un editore importante, la Meridiano zero, ha scommesso su di lui, lanciandolo sul mercato letterario italiano (Marco Vicentini, che ha intuito e buongusto, si è innamorato del suo stile furibondo). I luoghi e la gente che racconta, la "gioia pagana" e la nostalgia pessimista, sono sempre gli stessi, dal Piemonte alla Francia al Naviglio milanese, Abbiategrasso compresa (ai tempi in cui Santa Maria era un quartiere malfamato del borgo). E se uno racconta in dialetto, laltro piega litaliano al suo furore creativo, perché la grammatica e la sintassi corrente sono una gabbia troppo stretta per chi aspira alle viscere delle cose (gli istinti e le estasi), non solo al cuore (i sentimenti) o al cervello (le idee).
Nel romanzo Il diavolo custode (Meridiano Zero, pp. 253, 14 euro) va in scena Sante Decimo Pollastro, che in molti ricordando soprattutto per una canzone di De Gregori (Il bandito e il campione, ovvero Sante e Girardengo). La storia comincia a Novi, il suo paese natale, nel 1913, quando il bandito era ancora un ragazzino. Parte dai furti di carbone e attraversa la sua "carriera" di bandito amato dal popolo, che diventerà il ricercato numero uno dalla polizia fascista italiana e dalla Sureté francese, come brigante pluriomicida (di regi carabinieri). Un idealista libertario, con amicizie anarchiche, a capo di un gruppo di squattrinati paesani che si ritrovarono a rappresentare la voglia di ribellione di tutti i dannati e i diseredati schiacciati dal Potere (la «rabbia antica»). Una lotta che ben si addice alla filosofia di vita del Balocchi, che non per niente cita in partenza una frase di Ezra Pound contro lusura, madre di tutti i mali, perché il denaro corrompe, inquina, compra limmaginario della gente.
Leditore, presentando il libro, parla di «una scrittura inedita, intensa, travolgente come un fiume in piena, che riscopre tutta la potenza selvaggia e arcaica della parola ». Sembra unesagerazione, ma non lo è. Frasi brevi, strozzate, al galoppo, accanto a metafore lunghe come un racconto; paragrafi quasi in rima, che sembrano poesia, e pagine "cubiste" in cui unimmagine o unidea viene smembrata e ricomposta in forma di movimento perpetuo; vecchie parole del popolo resuscitate e forme (s)grammaticali che ricalcano il dialetto
Che sia istinto o arte, il risultato è uniniezione di vitalità verace, terra, carne e nostalgia.
Fabrizio Tassi
Lincipit
«In quattro gli eran presto intorno. Quattro amici e in mezzo lui, la bicicletta a canna lunga presa a ùffa per un giro squinternato (
) Serra il ghigno il bel Santéin. Tace il fiato. Si fa sera. Già che il treno è ormai passato. E ti restano i lampioni. Quegli stessi che han rubato prepotenti il perdono delle stelle. Grande conquista progressista, i lampioni infissi al cielo. Vie di Novi indorate delettrico ottimismo. Per i delicati tacchi signorili. Ci credon mica, gli amici, che lui ce la farà. Anche stavolta. Ma il Santéin ha locchio sveglio. Ingroppa il vento (
) Corre forte il bel Santéin in bicicletta (
) Coi polmoni a manovella, così, di più, solo un treno bestia matta. Finalmente quel lampione. Alto, indifferente, vagamente questurino. Lo ha scelto. È quello. Un attimo, la vita. Se la centri sei un campione. Sul furore delle ruote, nellistante dal bersaglio, alza gli occhi, munge il cuore, spara spara spara!
Pèmm
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IL LIBRO / Luigi Balocchi racconta il bandito Sante Pollastro.
«Lo spirito è "biegrassin"»
«Contro questa società, dominata dal denaro
Dedicato alla gente di una volta, la gente vera!»
Partiamo dallabc: chi è Sante Pollastro?
Il più grande bandito italiano di tutti i tempi. Negli anni 20 veniva considerato il "nemico pubblico" numero uno.
In cosa si distingueva dagli altri "colleghi", più o meno famosi, che hanno animato le cronache italiane?
Ha compiuto gesta memorabili. È sfuggito alla polizia italiana e a quella francese per dieci anni. Ed era un uomo del popolo. Nato poverissimo, rimasto orfano molto presto: allinizio rubava il carbone per scaldare la casa. Cosa che peraltro facevano tanti proletari lombardi o piemontesi fino a poco tempo fa
Poi ci fu il salto di qualità, quando cominciò ad assaltare treni merci. La casualità determinò il primo omicidio e poi è diventato il ricercato numero uno.
Era anche una specie di Robin Hood, oltre che un libertario con tendenze anarchiche.
Rubava ai ricchi e dava ai poveri, su questo non cè dubbio. Ed era generosissimo. Non ha mai dichiarato le sue simpatie politiche, ma si sa che aiutò molti anarchici. Stava dalla parte della libertà. Ed è ancora molto amato, soprattutto nella sua Novi.
Perché hai voluto raccontare la sua storia in forma romanzesca?
È il naturale epilogo dei miei interessi letterari. Lambiente geografico mi è affine, visto che Sante Pollastro agì essenzialmente in Pianura Padana. A Milano, soprattutto, con una puntata anche ad Abbiategrasso. Mi è congeniale anche lambiente, che è poi quello dei cortili, delle case di ringhiera, del vecchio popolo.
Ma cosa ti affascina soprattutto di lui?
Il fatto che sia una figura eroica, leggendaria. La sua esistenza traccia un confine tra unesistenza banale, superficiale, che si accontenta di subire la vita e le ingiustizie, e unesistenza vissuta fino in fondo, allestremo. Non condivido le sue scelte, ma il suo spirito quello sì.
Sembra una figura attuale proprio nella sua inattualità. Una risposta provocatoria alla società basata sul profitto e il successo, che se ne frega del "popolo" (esiste ancora?), che uniforma i gusti e le coscienze.
Infatti. Paradossalmente, la storia di Sante Pollastro parla del presente. Perché insiste su un senso del dolore, dellingiustizia, che è sempre attuale. Perché parla del denaro come veicolo principe di ogni disvalore e immoralità. Lui ha combattuto tutto questo. Ha fatto scelte estreme, ma onore al merito di chi ha avuto il coraggio di reagire. Di opporsi al sistema.
Ci sono anche elementi più esistenziali che "politici", nella sua attualità.
Aspetti, se vogliamo, più psicologici. Perché la sua storia parla anche delleterno disastro umano. Di quella concatenazione di eventi che non può che preludere alla tragedia. Parla di situazioni mentali che sono ineludibili. Chi leggerà il romanzo non potrà che constatare il fatto che luomo è questo e non cambierà mai. I vizi, le debolezze, larroganza, non cambiano. Il potere, in ogni sua forma, è quello che è. Parlo della sostanziale criminalità del potere in sé. Sante è un gigante perché cercò di opporsi. Io ho perso ogni speranza, politicamente e umanamente parlando. Ma allo stesso tempo ho un approccio gioioso alla vita. E questi due aspetti si notano nel romanzo, che è tragico ma scherzoso.
Tu sei conosciuto per i racconti in dialetto, per le invenzioni linguistiche che mischiano litaliano e il meneghino (anzi labbiatense). Qui hai dovuto cambiare approccio: come ti sei trovato?
Il romanzo è scritto in italiano, ma lambientazione è padana e i dialoghi sono in larga parte dialettali. Lenergia è sempre la stessa
Lo stile esuberante, le invenzioni linguistiche, hanno poco a che vedere con la letteratura a cui ci stiamo abituando, anestetizzata. Ne sei consapevole? È una scelta istintiva o meditata?
Il problema è che la letteratura non esiste più. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Quando finisce la ricerca letteraria, la letteratura non esiste più. Io ho cercato di scrivere questo romanzo utilizzando una lingua "in sé", nuova e scalpitante.
Punti a un tipo di lettore in particolare?
No, il romanzo si rivolge a tutti. Ho verificato di persona che lettori anche diversi tra loro lhanno trovato appassionante. Per capirlo davvero però bisogna essere degli abbiatensi, dei biegrassin
In che senso?
È lì che sono cresciuto. Il clima scherzoso, anarcoide, dissacrante del libro, è tipico dellidentità biegrassina. Non parlo delle coscienze addormentate e uniformizzate. Parlo del paese di una volta, quello dei tipi strani, della vita vera
In effetti nel romanzo si respira una certa nostalgia dei tempi in cui si faticava a sbarcare il lunario, ma cera un senso della comunità, dellamicizia e della dignità poco incline a compromessi.
Come si fa a non provare nostalgia per quei tempi? In quellepoca la gente quando era felice lo era davvero. Grandi dolori e grandi gioie, è così che si vive.
Il libro inizia con una dedica "a Osvaldo Scarioni, biegrassin".
La tipologia umana del romanzo è quella dei nostri vecchi, fracassoni, gioiosi, se vuoi anche contraddittori, ma estremamente veri. E lui era una persona vera. Questo libro è dedicato a tutti gli abbiatensi. È un lascito damore.
Come definiresti il genere del tuo romanzo? È un libro davventura, una biografia, un libro politico, di concetto
?
È un romanzo futurista strapaesano. È tutto e il contrario di tutto.
a cura di Fabrizio Tassi
Ore piccole, ott 2007 |
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Il gran lombardo
Si possono paragonare i romanzi alle pietanze? Probabilmente no, ma in ogni modo Il diavolo custode di Luigi Balocchi, inteso Luis Balocch, è indubitabilmente una cassoeula. Lo lascia presagire la casa editrice, Meridiano zero, quando nel risvolto parla di scrittura tanto "inedita, intensa, travolgente" che per decenza viene paragonata a un fiume in piena ma chi la conosce se che più di esso la cassoeula è travolgente, intensa e, se si è nati sotto il muro di Ancona, decisamente inedita; lo dice esplicitamente lautore stesso, nellapparentemente inutile digressione culinaria che apre il diciassettesimo capitolo, dersèt secondo la numerazione longobarda, che al lettore scaltro appare invece rivelatrice. La zuppa, spiega Balocchi, "sabbandonava allapocalisse delle gengive rosse fuoco sguainate (...) con suprema voluttà di mestoli di verze, sellero, cotica e fagioli. E di burro. (...) Che benediceva i molti grugni a picco sui piatti, laddove fumi succulenti andavano a mischiarsi con il puzzo delle pipe schioppettanti, dei toscani raccattati per la strada, della carta di giornale tormentata da salive corrosive. Del dialetto." Né il riferimento caudato allaffastellamento dialettale è fantasioso, stante che questapocalisse culinaria avviene "come solo noi lombardi sappiamo fare", a sancire la perfetta corrispondenza fra il piatto e il libro, fra romanzo e pietanza, lingua e digestione.
Per capire lesordio narrativo di Balocchi bisogna partire dalla cassoeula e tener presente la gran tradizione barocca lombardografa, il Gadda senzaltro, forse ancor di più Manganelli. Bisogna altrettanto, nel leggere la storia del famigerato bandito dinizio secolo scorso, Sante Pollastro, risolutamente dimenticare De Gregori, al quale tuttavia Balocchi ruba il titolo del tredicesimo capitolo (tredes), discograficamente chiamato "Il bandito e il campione". Qui finiscono le analogie e amen. Lamicizia fra Pollastro (che De Gregori canta eufonicamente Pollastri) e Girardengo, motore della canzone di De Gregori, in Balocchi rimane sullo sfondo. Il manigoldo che le tre o quattro strofe di De Gregori necessariamente riducono a macchietta, in Balocchi diventa il centro di tutto un mondo: mondo di ladri, ovviamente, mondo di miasmi nordoccidentali, ma soprattutto mondo linguistico. E, per quanto Pollastro sia piemontese, la sua lingua ha zavorra lombarda, grazie allautore Balocchi che al confine fra queste due terre vive, nel pavese, a Mortara.
Lombardissima è la numerazione dei capitoli, da vùn a vint. Ma fin qui, ordinaria amministrazione. Vieppiù longobarda è la scelta semantica, e anchessa benché pregevole può rientrare nel già visto (anche ad altre latitudini: il Camilleri siculòfono, il Raffaele Nigro basentòfono, etc.). Ora, più lombarda di tutte è la sillabazione, la scansione ritmica del testo parola per parola, fonema per fonema. Lho intuito in viaggio (esprimendo un po di perplessità leggendo del treno che per Balocchi va "come un colpo di cannone dritto in culo al paradiso" mentre la femminea voce metallica dellIntercity al ralenty mi informava internazionalmente che in pochi minuti, in a few minutes, il treno arriverà, the train will stop, alla stazione di Molfetta, in Molfetta station); lho compreso appieno una volta arrivato a Pavia, pochi chilometri distante dalla casa di Balocchi, e sentendo la gente parlare con la stessa scansione ritmica, con la stessa sillabazione appunto, del libro su Sante Pollastro. Allora ho capito perché il romanzo funzionava.
Va premesso che in tempi postmoderni prosa e poesia si distinguono per la metrica: nel senso che la poesia non ce lha più, lha perduta nei gorghi di sciacquoni sperimentali che lhanno trasformata in prosaccia con punteggiatura e capoversi a capocchia; così che la prosa, per difendersi dallattacco sconclusionato della sua bieca rivale, ha progressivamente dovuto mettere in bella mostra la metrica interiore che nei secoli aveva scandito il fluire dei rètori, le spirali mariniane, la geometria manzoniana, le volute dannunziane, i barocchismi gurradeschi (sono neoparnassiano, io). Consente questa metrica nascosta di propendere per un termine piuttosto che un altro a parità di significato, contando le sillabe, misurandone gli effetti, stupendosi ogni volta nello scoprire come due o tre lettere in più o in meno (o messe prima, o spostate dopo) rendano illeggibile un pezzo altrimenti decente. È quello che i poeti quasi tutti hanno smesso di fare e che i cattivi prosatori non impareranno mai.
Sul fondo dellesordio di Balocchi si sente distinto il clangore militaresco dellottonario longobardo. Facciamo un esempio: il primo capitolo conta cinque pagine soltanto? E gli ottonari abbondano in tromba, ben più di quanti un poeta medio sarebbe in grado di trovare per limmortalità del suo poemetto: "Quattro amici e in mezzo lui"; "Serra il ghigno il bel Santéin. / Tace il fiato. Si fa sera"; "Già che il treno è ormai passato. / E ti restano i lampioni. / Quegli stessi che han rubato"; "I lampioni infissi al cielo"; "Ma il Santéin ha locchio sveglio"; "Per la grande apparizione / nel tremendo della vita". Ed è solo la prima pagina, che ricalca passo passo la parlata dei lombardi che scandiscono il dialetto dividendolo per otto; e che tira dritta fino allottonario principe, il padre di tutti gli ottonari di Balocchi, il nome completo e anagraficamente cristallizzato del protagonista che presta la voce, il fiato e il ritmo al romanzo che lo canonizza: "Sante Decimo Pollastro".
Il lettore lì per lì non ci fa caso, poi si rende conto che la prosa fila troppo liscia, e si corruccia allidea vaga che ci sia da qualche parte un leitmotiv che gli sfugge. Poi ritrova la cadenza, intervallata per amor di lunghezza da periodare di più ampio respiro; conta le sillabe e sono otto; passa oltre, riconta le sillabe e sono otto; intuisce come questo ritmo lombardeggiante sia il burro, il collante che trionfa nella cassoeula narrativa di Balocchi; stupisce, ammirato, si guarda intorno e comunica la propria meraviglia ai vicini di scompartimento, indifferenti, consapevole lui di star leggendo prosa di solida pignatta, molto più nutriente e gustosa di tanta poesia nouvelle cuisine. I vicini di scompartimento lo prendono per matto, ma pazienza.
Antonio Gurrado
Panorama, 8.11.07 |
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Sante Pollastri: il bandito anarchico che fu preso da Maigret
Negli anni Venti era diventato in Italia il nemico pubblico numero uno.
Ricercato dalla polizia di Nord e Sud, Sante Pollastri ha faticato per costruire la sua carriera. Ma alla fine ce lha fatta, diventando uno dei piu grandi banditi di tutti i tempi, sempre in bilico tra cronaca e leggenda. A ricordarlo nel corso degli anni, soprattutto per la sua amicizia con il ciclista Costanzo Girardengo, ci hanno pensato tempo fa una canzone di De Gregori, Il bandito e il campione, e piu recentemente Marco Ventura, con Il campione e il bandito, edizioni il Saggiatore.
Ora arriva in libreria per Meridiano zero Il diavolo custode di Luigi Balocchi, un romanzo che ripercorre la vita e le azioni di un uomo che fa parte a suo modo della storia del nostro Paese. Perché c è chi nasce angelo, chi diavolo. E chi tutte due, come Sante Pollastri.
Ma il libro non è una semplice biografia. Del resto, attingere ad una vita del genere significa gia di per sè mettere un piede nel romanzo. Sante Pollastri, classe 1899, originario di un luogo sinistramente noto come Novi Ligure, cominciò la sua carriera di ladro rubando carbone per proteggersi dal freddo. Anarchico orgoglioso, bandito nelle vite dei ricchi per dare ai poveri, non esitò a sparare nel 1926 in Lomellina uccidendo insieme alla sua banda due carabinieri. La carriera fu stroncata un anno dopo. Ma sempre in grande, cosi come aveva vissuto fino ad allora. A catturarlo, infatti, nella metropolitana di Parigi il 10 agosto 1927 fu il celebre commissario Guillaume. Proprio lui. Il funzionario della Sureté al quale Simenon si ispirò per il suo Commissario Maigret.
Maria Zuppello
Il Piccolo, 2.10.07 |
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Una scrittura di straordinaria potenza visionaria, impetuosa come un fiume in piena. La tragica e avventurosa storia di Sante Pollastro, il celebre bandito di Novi, ha trovato un cantore di travolgente intensità in Luigi Balocchi con il romanzo Il diavolo custode (Meridiano zero). Mescolando realtà e leggende, lautore ripercorre la vita del fuorilegge imprimendo al racconto il ritmo di una ballata e utilizzando con abilità anche soprannomi e espressioni dialettali. Daltra parte, Balocchi è uno studioso e un cantore della cultura popolare. Non a caso ha fondato anche un gruppo di ricerca linguistica, La Brasca, volta al recupero della tradizione dialettale in chiave letteraria. Questo libro picaresco e crudele sembra richiamare un certo tipo di letteratura maledetta, incentrata sulla figura del vagabondo ribelle e criminale, che ha radici lontane. Non a caso Balocchi rende omaggio a unicona del genere come il poeta del Quattrocento Francois Villon, citando alcuni versi della sua opera più celebre, La ballata degli impiccati.
La Provincia Pavese, 12.10.07 |
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Lomellina in noir
Non passa giorno senza che la Lomellina, collegata alla vicenda di Garlasco, venga malamente sbattuta in cronaca nera.
Strano destino, quello della Lomellina: perché, pur essendo lì a far da sfondo al delitto di un mese fa dietro alle villette di Garlasco inquadrate dalle TV di tutta Italia è come se non ci fosse davvero, lei, quella vera. Eppure sono sotto gli occhi di tutti le sue inconfondibili atmosfere che sanno parlare in silenzio, i suoi orizzonti sconfinati di terra e di acque che fanno sentire smarriti.
Perché la Lomellina non è affatto quella che sembra emergere dalle immagini televisive. Non è per niente quella terra di luoghi tutti uguali, non è quel territorio di gente omologata dal benessere e dal disincanto che ci stanno presentando, quasi che ogni angolo dItalia fosse ridotto a unimmensa periferia dello schermo televisivo.
No, la Lomellina è unaltra cosa: e lo ribadisce con forza solenne la sua storia antica, e lei stessa, attraverso una bellezza austera che giunge da un altro tempo, più disadorno e vero di quello in cui viviamo.
Tutto questo, a cospetto dello squallido turismo che fa meta sulla villetta del delitto e che rischia di fare della Lomellina una specie di capitale del noir, meriterebbe una vigorosa puntualizzazione. Unoperazione di comunicazione capace di mettere i puntini sulle "i" ma senza camuffare la realtà. Perché non cè dubbio che visitatori attenti e sguardi raffinati debbano poter intercettare anche quella speciale atmosfera che fa della Lomellina quello che davvero è.
Certo, per sintetizzarla in modo giusto ci vorrebbe uno scrittore vero. Uno che, oltre ad avere il dono di giocare superbamente con la scrittura avesse avuto in sorte quello che forse dono non è, ma fardello e peso: ovvero conoscere questa terra così bene da poterla mettere in pagina come se gli si presentasse in sogno ogni notte. E gli narrasse in ogni dettaglio di genti e di storie che qui sono passate nel tempo e che adesso nessuno più riesce a ricordare.
Ci vorrebbe qualcuno che, ad esempio, avvicinandosi alla Lomellina dalla parte di Milano scrivesse: "
.Corsico, Gaggiano, Bià (ovvero Abbiategrasso), Vigevano. La vecchia Lombardia che dorme sotto il tanfo del motore, che si inoltra per cascine, un odio antico. Non appena varchi il muro, passi il fosso del naviglio e sul muso ti si stampa la gran piana longobarda. Tanto vasta. Interminata. E dacque. Dalberi. E nebbie delittuose
.". Uno scrittore così, per la verità, adesso ce labbiamo, si chiama Luigi Balocchi e ha appena pubblicato, presso leditore Meridiano zero di Padova, un romanzo dal ritmo indiavolato: Il diavolo custode. Lì si ricostruisce con scrittura riuscitissima e invidiabile potenza visionaria la parabola del bandito Sante Pollastro, nato a Novi Ligure nel 1899 e diventato negli anni Venti il "pericolo numero 1" davanti al quale perfino la polizia di Mussolini colleziona figure da circo. Francesco De Gregori a questo bandito di simpatie anarchiche ha dedicato una bellissima canzone: "Fu unantica miseria /o un torto subito / a fare del ragazzo / un feroce bandito".
Pollastro nella sua spietata carriera, assieme alla sua scassatissima banda, è andato allassalto del mondo. Banche e gioiellerie erano lobiettivo e se qualcuno si metteva di mezzo Sante Pollastro sparava. Alla fine, catturato in Francia, sarà estradato con tre ergastoli da scontare in Italia. Una delle sue imprese è la fallita rapina che a Mede, in una notte di giugno, nel 1926, nei pressi della cascina Migliavacca, lo porta a uccidere due carabinieri, Francesco Bellinzona e Vincenzo Terzano. Saranno una quindicina, alla fine, le vittime che cadono sotto la mira infallibile della sua 7.65.
Questa forsennata vicenda, come tutta la parabola del bandito, è evocata nelle pagine de Il diavolo custode. Luigi Balocchi nato nel 1961, una laurea in legge, mortarese ma maestro elementare a Vigevano, proprio come Mastronardi è capace di riempire ogni pagina di reietti e sognatori, di teste pazzi e schiene dritte.
Ne esce un libro dove anche la Lomellina, quella vera, ha il suo spazio, cupo e tenebroso. Un angolo di mondo che bisogna conoscere per poterlo raccontare in questo modo: "Fissi gli occhi sulla risaia, i boschi, le paludi, una fervida malinconia laveva colto, un sentore, un dubbio cupo, lattesa che non sa. La falce. Sì. La cruda malora. Qui, nella barbarica padania, tutto accade. In un lampo che ti schianta". Proprio come sa raccontare Luigi Balocchi. Uno scrittore vero arrivato in Lomellina. E tra noi.
Giorgio Boatti
tuttolibri, 15.9.07 |
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Sante Pollastro: anarchico paladino di reietti,
incubo della polizia fascista
Il bandito che finì in galera per Girardengo
Di tanto in tanto risuona lallarme: ed ecco le nostre città presentate ancora una volta come un arcipelago investito dai marosi dellinsicurezza, assediato da sciagurati che non aspettano il loro turno per arraffare un posto nel mondo. Come reagire? Tolleranza zero, preveggente strategia di inclusione, o un ponderato mixage delluna e dellaltra risposta?
Sembra una storia nuova, ma non lo è affatto. Stessi temi, su scenari ben diversi, si registrano nei primi decenni del Novecento. Per rendersene conto basta leggere due bei libri, usciti a poco più di un anno di distanza luno dallaltro, quello di Marco Ventura, Il campione e il bandito. La vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastro (Il Saggiatore, 2006), e il recentissimo e travolgente romanzo di Luigi Balocchi, Il diavolo custode (Meridiano zero, 2007). Entrambi hanno al centro la cruenta e tempestosa parabola di Sante Pollastro, un bandito di simpatie anarchiche che negli Anni Venti va allassalto del mondo con una sua scassatissima banda di gregari (sono decine i complici, centinaia i beneficiati dai bottini realizzati che, oltre a finanziare la stampa anarchica, vengono distribuiti con larghezza). Tutta gente che lemarginazione ha selezionato e indurito quanto basta.
Per loro è cosa normale aprirsi a pistolettate la strada verso caveaux, forzieri di gioiellerie, casseforti di benestanti. Nato a Novi Ligure nel 1899 Pollastro ha la sua prima condanna a tredici anni: stremato dal freddo ha rubato carbone, capitanando un manipolo di suoi coetanei. Come dice Il bandito e il campione, la bellissima canzone che gli ha dedicato Francesco De Gregori (parole di Luigi, fratello del cantante romano) «Fu unantica miseria/ o un torto subito/a fare dei ragazzo/ un feroce bandito».
Pochi anni dopo Pollastro è diventato lincubo dei Reali Carabinieri e della polizia fascista. Mussolini avrà anche emesso le leggi eccezionali, ma nel dicembre del 1926 il bandito, dopo averne combinate di cotte e di crude in quel di Milano, espatria in Francia, passando per i valichi sopra Ventimiglia. II Duce incarica il torinese generale Da Pozzo di applicare la legge di guerra in tutta la zona mentre gli inviati speciali giungono a frotte per raccontare la cattura del bandito. Ma Pollastro sfugge ancora una volta.
Lautore di colpi leggendari alla gioielleria Rudel per esempio condotti con una rete di adepti ramificata in tutta la Francia e nel Belgio verrà alla fine catturato dalla S˛rété a Parigi, città dove è approdato per assistere di persona al trionfo del suo compaesano Costante Girardengo, il campione che simpone al Tour. Giungono i processi, lestradizione in Italia e tre condanne allergastolo, scontato a Porto Santo Stefano. Liberato nel 1959 dalla grazia concessa da Gronchi farà il venditore ambulante e vivrà a Novi Ligure sino alla morte, avvenuta nel 1978.
Questa forsennata vicenda, degna del grande schermo, è adesso al centro della riuscitissima scrittura e della straripante potenza visionaria de Il diavolo custode. Luigi Balocchi nato nel 1961 a Mortara, da anni maestro elementare a Vigevano, perfettamente sconosciuto al mondo editoriale è scrittore vero: ogni sua pagina si affolla di reietti e sognatori, di teste pazze e schiene dritte che trovano in Sante Pollastro il loro paladino. Nella scrittura di Balocchi batte il ritmo sfrontato e vitale di una violenza antica e splende il lampo della libertà assaporata seppure solo per una manciata di giorni e in un angolo sperduto di mondo da quellItalia sottoproletaria che il regime non riuscirà mai a domare.
Giorgio Boatti
XL, ottobre 2007 |
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Le vicende del bandito Sante negli anni tra le due guerre. Anarchico e ribelle, braccato dai fascisti e dalla polizia francese. Assalti ai treni, diserzioni dallEsercito e bevute di vino rosso nelle osterie della sovversione. A ogni pagina accade qualcosa di pericoloso e straordinario. Balocchi ha fondato un gruppo di ricerca linguistica in Lombardia. In questo primo romanzo usa il musicale dialetto dei bohemien dellalta Italia di quei tempi.
Marco Philopat
www.cremonaonline.it, 3.12.07 |
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Sante Pollastro, il bel Santein protagonista di questo romanzo biografico è anarchico senza saperlo, lo è per un istinto naturale che lo porta quasi in un gioco-sfida con se stesso a violare leggi che sembrano fatte apposta per consentire il predominio di alcuni uomini sugli altri. Le gesta di questuomo, indubbiamente contro la legge, erano infatti animate da uno spirito di rivolta contro un sistema che opprime lindividuo, negandogli quella libertà che è suo diritto di nascita. Luomo ha appunto simpatie per il movimento anarchico, perché lo considera la testimonianza che il suo modo di condurre la vita ha un fondamento che non lo rende dissimile da altri che si battono e muoiono per unideale di libertà prima di tutto individuale.
Luigi Balocchi lo definisce uno stirneriano naturale, ma lui di Max Stirner forse ha solo udito il nome, perché la base culturale per comprendere lanarchismo non è presente. Lui è così, perché è nato così, in ciò confermando praticamente la teoria del filosofo tedesco. Anche gli uomini della sua banda, pur riconoscendolo capo, appaiono come dei discepoli, soggiogati dalla sua forte personalità, ma con lanaloga predisposizione a rifiutare vincoli imposti dalle istituzioni, apparati creati per limitare la libertà degli uomini.
La loro è tutta una serie di avventure picaresche che si susseguono nelle pagine, con limmagine memorabile del bel Santein che corre a perdifiato in bicicletta e spara con mira infallibile ai lampioni, con gli assalti ai treni, con le rapine, ma anche con le feste fra amici, con gli amori rapidi e intensi, con parte dei bottini destinati a chi più ne ha bisogno.
La sua è la figura di un uomo a metà fra Robin Hood e Don Chisciotte, che ne fa un personaggio a se stante, un mito anche per le polizie italiane e francesi che lo ricercano. Un concetto di vita inteso come avventura permanente, dove forte e predominante è il vincolo dellamicizia, dove bravate e allegria si alternano anche alla tristezza per la morte di un compagno.
Così, se esilarante appare il bel Santein tutto nudo dinverno quando si presenta per il servizio di leva, in modo da farsi passare per matto, i ricordi del fido Emilio, ucciso dai Regi Carabinieri in un agguato, danno la misura di un uomo complesso, dotato di grande temerarietà, di slanci impetuosi, ma anche di malinconica nostalgia.
bub.ilcannocchiale.it, 20.9.07 |
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Un romanzo che una volta di più è la storia di Sante Pollastro, il bandito di Novi Ligure che fra le due guerre si fece beffe dei Regi carabinieri, della polizia fascista e di quella francese. La diserzione dallesercito, i primi assalti ai treni, lentrata in contatto con il movimento anarchico, lamicizia con il ciclista Girardengo; e poi i giorni bui degli omicidi, della clandestinità sempre più braccata, della fuga in Francia. Lesistenza di un idealista libertario, di un uomo di straripante vitalità, che si fece bandito per regalare un sogno di rivalsa ai diseredati della sua terra. Balocchi, con una scrittura intensa e travolgente mescolata al dialetto, dà voce a una terra di diseredati, vagabondi, sognatori; il mondo di tutti i dannati che non si sono piegati allordine poliziesco dellepoca moderna.
francosenia.blogspot.com, 3.10.07 |
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Non so chi sia Luigi Balocchi, se non per le note nel risvolto di copertina del suo libro edito da Meridiano Zero, dove si parla, al volo, del suo breve "curriculum", e dellappartenenza ad un gruppo di ricerca linguistica da lui stesso fondato. "La Brasca". E credo che il linguaggio che informa il bel libro che ho fra le mani provenga anche da lì. Strano, quasi curioso, eppure coinvolgente. Trascinante, ti porta con sé, ma non tendendoti per mano, bensì facendo ruzzolare quasi come farebbe un torrente in piena, sbattendoti contro quello che si viene a trovare nel suo percorso. Rocce, rami e pezzi dalbero che la corrente stessa ha catturato. Il diavolo custode. Parla di banditi e di anarchici (più spesso e luna e laltra cosa insieme), di vagabondi, di sognatori, di vino e di donne. Parla di quel Sante Pollastri, reso celebre dalla canzone di Luigi Grechi, Il bandito e il campione, portata al successo da Francesco de Gregori (cui viene inopinatamente attribuita anche nel retro di copertina del libro). Parla di Renzo Novatore, nato Abele Ricieri Ferrari in quel di Arcola, provincia di La Spezia, poeta e anarchico individualista. Nel libro, come in un film, prendono forma e colore aie e cascine, filande e "La Frascheta", il bosco degli antichi briganti nei pressi di Novi ("la sovversiva"). Un libro che ci porta nellItalia di Bresci. E del barbera
Franco Senia
www.kultunderground.org, 12.12.07 |
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Vai Girardengo. De Gregori non basta. Non basta proprio canticchiare Il bandito e il campione. Il diavolo custode, romanzo di Luigi Balocchi, ha pedalate in più del brano del cantautore di tre o cento secoli. E se la scrittura tiene incollata alle righe narrate, la trama indubbiamente è quello che serve maggiormente occhi e menti di lettrici e lettori. Allora, quindi, scrittura di Balocchi a parte, dove la riscoperta dei termini è condita da tanto passato, si sappia che senza ombra di dubbio in Il diavolo custode finalmente si potrà di nuovo ritrovare la voce di una terra di ultimi, sognatori, idealisti e vagabondi tanti. Di nuovo i danni che scalciano, che scalpitano per far male allordine costituito. "Una voce che si fa epos, che si fa narrazione rocambolesca e quasi mitologica, per raccontare le gesta leggendarie di un manipolo di eroi ribelli e squattrinati, di sbruffoni amanti delle donne e del Barbera, che con i loro corpi e le loro piccole vite hanno tenuto in scacco per anni il potere di due nazioni". Ed è verissimo che Luigi Balocchi fa rivivere la forza altissima dellamore, "la dolcezza della battaglia e della morte, la magia della natura, di notti e nebbie vissute alladdiaccio, nella storia del bandito Sante, che tra le due guerre si fece beffe dei Regi carabinieri, della polizia fascista e della Sùreté francese". Spazio alla diserzione dallesercito, ai primi assalti ai treni, poi lentrata in contatto con il movimento anarchico, lamicizia con il ciclista Girardengo; "e poi i giorni bui degli omicidi, della clandestinità sempre più braccata, della fuga in Francia". Lesistenza tutta per intero di un idealista libertario, di un uomo di straripante vitalità, che si fece bandito per regalare un sogno di rivalsa ai diseredati della sua terra. Lambientazione dei fatti, dove nebbie fitte si toccano, aiuta a stare nella storia. Quando la Storia deve sapere di chi si mosse per la libertà.
Nunzio Festa
www.kultvirtualpress.com, 29.9.07 |
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Ha quasi il ritmo di una ballata questo romanzo tutto centrato sulla figura di Sante Pollastro, per le cronache un bandito di Novi che ha imperversato, soprattutto fra le due guerre, ma per la realtà storica un ribelle.
Luigi Balocchi con uno stile del tutto particolare, che ricorre con misura al dialetto, con frasi brevi, incalzanti, riesce a fornirci un quadro completo di questa meteora dei diseredati.
Sì, perché le gesta di questuomo, indubbiamente contro la legge, sono animate da uno spirito di rivolta contro un sistema che opprime lindividuo, negandogli quella libertà che è suo diritto di nascita.
Sante Pollastro, il bel Santéin è anarchico senza saperlo, lo è per un istinto naturale che lo porta quasi in un gioco-sfida con se stesso a violare leggi che sembrano fatte apposta per consentire il predominio di alcuni uomini sugli altri.
Ha simpatie per il movimento anarchico, perché lo considera la testimonianza che il suo modo di condurre la vita ha un fondamento che non lo rende dissimile da altri che si battono e muoiono per unideale di libertà prima di tutto individuale.
Nel testo lo si definisce uno stirneriano naturale, ma lui di Max Stirner forse ha solo udito il nome, perché la base culturale per comprendere lanarchismo non è presente. Lui è così, perché è nato così, in ciò confermando praticamente la teoria del filosofo tedesco.
Anche gli uomini della sua banda, pur riconoscendolo capo, appaiono come dei discepoli, soggiogati dalla sua forte personalità, ma con lanaloga predisposizione a rifiutare vincoli imposti dalle istituzioni, apparati creati per limitare la libertà degli uomini.
È tutta una serie di avventure picaresche che si susseguono nelle pagine, con limmagine memorabile del bel Santéin che corre a perdifiato in bicicletta e spara con mira infallibile ai lampioni, con gli assalti ai treni, con le rapine, ma anche con le feste fra amici, con gli amori rapidi e intensi, con parte dei bottini destinati a chi più ne ha bisogno.
Si delinea così la figura di un uomo a metà fra Robin Hood e Don Chisciotte, una miscela amalgamata in modo perfetto, che ne fa un personaggio a se stante, un mito anche per le polizie italiane e francesi che lo rincorrono, un avversario pericoloso, ma leale.
Un concetto di vita inteso come avventura permanente, dove forte e predominante è il vincolo dellamicizia, dove bravate e allegria si alternano anche alla tristezza per la morte di un compagno.
Così, se esilarante appare il bel Santéin tutto nudo dinverno quando si presenta per il servizio di leva, in modo da farsi passare per matto ed evitare quindi la certa destinazione per la fornace di morte del Carso (siamo durante la prima guerra mondiale), i ricordi del fido Emilio, ucciso dai Regi Carabinieri in un agguato in cui lui è scampato per miracolo, danno la misura di un uomo complesso, dotato di grande temerarietà, di slanci impetuosi, ma anche di malinconica nostalgia.
In un ambiente descritto in modo magistrale, con nebbie che sembrano avvolgerti, con il freddo di cui hai il sentore, Il diavolo custode è assai di più di un romanzo noir, di una riuscita biografia, è un intenso, vibrante, e per certi versi struggente, canto di libertà.
Renzo Montagnoli
www.lankelot.eu, 18.9.07 |
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È come ascoltare una ballata tra gli yegg raccontati dallo scrittore ladro e vagabondo Jack Black, padre di un genere; è come restituire alla letteratura italiana il respiro del romanzo picaresco; è alfabetizzare i contemporanei, insegnando dinamiche, nomi e interazioni dei banditi anarchici (non degli anarchici banditi) del primo Novecento, restituendo memoria a città e territori cambiati, giocando con le rime e le assonanze per tessere una filastrocca romanzata. Questo è Il diavolo custode, romanzo di Luigi Balocchi da Mortara, Pavia, scrittore classe 1961 estremamente sensibile nei confronti di ogni aspetto dellespressione del territorio: linguistico, sociale, storico-politico.
Largomento la vicenda di Sante Pollastro, bandito di Novi negli ultimi anni sta vivendo un periodo di rinnovata attenzione da parte del mondo delle arti popolari; cominciò Francesco De Gregori scrivendo Il bandito e il campione, ballata che cantava le gesta di due compaesani conosciuti per ragioni diverse: Costante Girardengo, il grande ciclista, e Sante, il bandito dalla mira eccezionale. Quindi, nel 2006 Marco Ventura pubblicò la biografia romanzata Il campione e il bandito per Il Saggiatore. Ecco questo Il diavolo custode, opera di grande interesse per ragioni linguistiche e storico-documentaristiche, strutturata in 20 capitoli numerati in dialetto.
Novi, 1913: cittadina, "proletaria e traffichina", dalle "ringhiere grondanti la parlata del Piemonte chè già Liguria", è composta da quattro strade. La quinta porta in galera. Tra i regi carabinieri cè un romantico che raccoglie fondi per gli orfani di Libia: viene dalla "terra tremarola", è siciliano, e naturalmente parla nel suo dialetto e non in italiano standard. Gli abitanti sono solidali con i disertori. Dettaglia e dipinge Balocchi:
"Dei quasi cento disertori del novese, ce ne fosse stato almeno uno catturato per zelante delazione di qualche paesano. Tacciono i noveri. Nei momenti crudi, ben sanno da che parte sha da stare. Pure, adesso che la guerra è finita, vinta, impestata di Spagnola, è prudente non eccedere in fortuna". Hanno due campioni: incarnano la bicicletta e la rivoltella.
Sante, nato a Novi nel 1899, va con la sua bici a sparare ai lampioni, ché i lampioni hanno rubato il perdono delle stelle. È bello e sveglio, ha abbandonato presto la scuola e vive illegalmente: "Mi difendo come posso". Gli amici, "stesso sangue, ugual parlata", baffi bersaglieri e ghigno duro, formeranno una banda. Cè Cavanna, Gambarotta, Musca, Pin Quaja. Disertore e "depresso", Sante evita il fronte e campa di furti e rapine, operando in unarea estesa sino alla Francia. La sua vita è vissuta ai margini, fuggendo sempre: leggenda vivente duna opposizione alla legalità, e allo Stato, percepito come un curioso amalgama di carabinieri, signori delle ville, fascisti; qua e là, sintravede il nome di Max Stirner, che tutto era fuorché un fautore del banditismo, come ispiratore di certa (r)esistenza al sistema: al solito, quando si parla di anarchia, semplificando si equivoca facile. Stirner scriveva, sui vagabondi, parole come queste: "Si potrebbero comprendere sotto il nome di «vagabondi» tutti coloro che appaiono, al borghese, sospetti, ostili e pericolosi, giacché egli disdegna ogni tipo di vita vagabonda. E ci sono anche vagabondi dello spirito, ai quali la dimora degli avi appare troppo angusta e opprimente per potersene restare tranquilli in quello spazio ristretto: invece di mantenersi entro i limiti di un modo di pensare moderato e di prendere per verità intoccabile ciò che a tanti dà conforto e sicurezza, essi oltrepassano tutti i confini della tradizione e vagabondano in strane regioni del pensiero, sollevando critiche irriverenti e dubitando impudentemente di tutto, questi vagabondi stravaganti. Essi formano la classe degli instabili, degli irrequieti, dei mutevoli, cioè dei proletari, e vengono detti, quando manifestano la loro natura randagia, «teste inquiete». Così ampio, infatti, è il senso del cosiddetto proletariato o del pauperismo" ("Lunico e la sua proprietà"). Non banditismo.
Del resto, Sante era un anarchico "istintivo, innocente" quindi non culturalmente consapevole, parrebbe.
Stirner disprezza lidea che "io" sia cittadino, e che si possa anche solo congetturare un sistema fondato sul concetto "popolo", o "massa", o "cittadini": esiste solo lio, e lio deve combattere contro tiranni come lo Stato, la Religione, la Coscienza. La libertà, intesa in senso borghese per ragionare nei termini stirneriani non esiste: lunica libertà è quella che consiste di sbarazzarsi di qualsiasi altra cosa non sia lio.
Ciò detto, passiamo agli aspetti linguistici e lessicali notevoli e interessanti. Non pochi; non posso campionarli tutti: nessuna pretesa di esaustività. Ecco una selezione.
Attestato il nuovo verbo "slappare": "slappa (
) mentre corre", a significare qualcosa detto in corsa, simile a "sbottare ansimando". Numerose le attestazioni del verbo "lumare", nellaccezione originaria ("adocchiare, sbirciare") e non nel significato odierno, il traslato e gergale "corteggiare". Appare il notevole "brancare".
Nuovo laggettivo "fifaiolo", accostato alla parola "ombra". Sta per "impaurita". Incredibile laccostamento dellaggettivo "malmostoso" a un lampione: dovrebbe trattarsi di una combinazione hapax. Al Balocchi stanno a cuore le busecche ("budella"), la voce è settentrionale e poco diffusa. Dal gergo della mala lombarda, ecco "scarpòsa", la strada.
Il richiamo classico un fischio dei novesi è il "cifulò": "solfeggio lanciato a perdifiato".
Sante è detto "rangugnéin", "attaccabrighe": non riesco a risalire al misterioso etimo della parola in questione. Vivi ancora nel parlato di determinati territori epiteti caratteristici e intraducibili come "pirletta", "balengo" o "baluba" e esclamazioni come "belin" o imprecazioni come "vaccalòstia". Meno popolare "perdaballe".
Appare il prezioso "camparo", termine caduto in disuso: stava a significare guardiano privato di terre, in altra area linguistica, stando al De Mauro; assieme, ecco i lombardi "magùtt", garzoni muratori: letimo del termine non mi sembra razionalmente recuperabile.
Da registrare lepifania della parola latina "agnazione".
Tra gli anarchici nominati, ecco: Renzo Novatore, Argo Secondari de "Gli arditi del popolo", Pasquale Binazzi, Francesc Ferrer, lassassino Bresci.
Tra i briganti della vecchia malavita milanese e non solo, ("ligéra", ossia "non armata, inclusa), nominati Majno della Spinetta, Giacomo Legorino, "Séingro" Luigi Peotta. Non mancano la "Banda dellOrtica", dal nome del quartiere popolare, e la "Scuola della Vetra", dalla piazza omonima, luogo di raduno della mala milanese di allora.
Ecco invece il luogo dorigine della banda di Sante: il "Borgo delle Lavandaie", strade pestilenti e proletarie che le guardie evitavano per varie ottimi ragioni.
E così, tra patrie galere e osterie, rapine e furti, ladri e poche guardie, Balocchi ci restituisce uno spaccato di un microcosmo di quelle terre, che tanto poco conosciamo da questo punto di vista; si direbbe che certa mala lombarda si sia raffinata ed evoluta, in un secolo; imborghesita, ha rinunciato alla strada: ma la battuta è facile e politica.
Vorrei concludere mostrando un frammento importante: sia per accostarsi alla scrittura di Luigi Balocchi, sia per aderire allo spirito del libro. Sin dora, intanto, buona lettura: ai lettori forti, ai dialettologi e ai linguisti; ai cultori delle opere dedicate ai malavitosi, da quelle di Jack Black a quelle di Edward Bunker. Villon, omaggiato direttamente in questopera, preferiamo considerarlo prima un artista, quindi un romantico malavitoso scrivente.
"Parte, il barcone. Lentamente, fabulando improbabili leggende, riprende il suo destino di fatica. Da quel ventre secolare di legno incatramato che ribolle per il gelo, muove gli occhi il bel Santéin, alle mura di Milano, larco alto di porta Ticinese, le pietre dei cortili, i portoni, la ringhiera. Fraterna, pietosa, la nebbia danza il requiem di unetà. Sui tetti farciti di brina, traverso i porticati di rovere e granito, per vicoli e lignaggi altrimenti mai veri, il denso fumigare ravvolge ciò che non sarà più vissuto. Milano sta morendo. Muore la vecchia Milano. La Milano dei ligéra. E non per certo per la tua esecrata, innocente mano, bel Santéin. Mentre il barcone discende il naviglio, solo gli occhi ti restan chiari, allerta. Ché, intorno, soscura il giorno
".
Gianfranco Franchi
www.lankelot.eu, 18.9.07 |
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Intervista su "Il diavolo custode" (e non solo)
Incontriamo el Luis, il Luigi Balocchi autore dellappena edito Il diavolo custode (Meridiano zero, 2007). Per prima cosa, in considerazione della recensione appena pubblicata (qui), domando al Balocchi di evidenziare tutto quel che ha trovato sbagliato nel mio articolo: ti domando di bastonare eventuali fraintendimenti, di correggere errori e inesattezze, di integrare omissioni e lacune. Subito dopo cominciamo col fuoco delle domande.
LB: Tu hai colto la natura del mio scritto. Sei giunto allo spirito al di là della lettera. Per mì va ben inscì. Bene così. Qualche inesattezza semmai è dovuta alluso che faccio del dialetto, pardon, della lingua lombarda e non. Ma in fin dei conti limportante è pedalare.
GF: Nella tua scheda sul sito di Meridiano Zero, leggiamo: "È fondatore del gruppo di ricerca linguistica La Brasca, volto al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria. Organizza pubbliche letture del repertorio vernacolare lombardo". Raccontaci tutto: della nascita de La Brasca e delle sue pubblicazioni; di quando, dove e come si tengono queste letture, e di quanto siano importanti per restituire identità e coscienza ai cittadini. Segnala se possibile video o mp3 a disposizione dei tuoi lettori, sul web.
LB: Vedi, la "Brasca" è un equivoco, come del resto gran parte della mia vita. È nata da un gruppo di amici che, mentendo a se stessi, si illudevano di affrontare concretamente e soprattutto con costanza un proficuo lavoro sulla lingua lombarda. In realtà, ciò che li spingeva a creare "La Brasca" era linconsolabile loro solitudine la quale, appunto sotto mentite spoglie, trovò nellassociazione un suo giustificarsi. Che fa "La Brasca"? Parla in dialetto milanese o pavese, si ritrova per mangià la cassoeula, è nostalgica, arruffona, a tratti feroce. Ha pubblicato la traduzione del "Qoelet" in lingua biegrassina, labbiatense di Abbiategrasso (Biagrass), organizza qua e là letture in lombardo. La "Brasca" è un sogno di nebbia, paludi, boschi, racconti di risse e battaglie amorose. La "Brasca" è nera, rossa, unta e bisunta. È la vita che mai si rinnega. Io e la mia compagnia di cialtroni paesani siamo "la Brasca". Se qualche locch ci avesse per la testa di sentire recitare in lombardo ci chiami. Noi ci saremo. Thee capìi?
GF: Hai collaborato come cronista di nera con vari quotidiani e riviste: potresti raccontarci quali, e potresti spiegarci quanto questa attività ha influito sulle tue creazioni artistiche? Il tuo editore ha un altro ex cronista di nera che ha lasciato il segno nelle letterature europee, Audiberti di Marie Dubois. Ti riconosci in quel che scriveva lartista francesce? «Il fatto di cronaca non è un mediocre romanticismo da portinaia. Ogni istante è imbottito di fatti di cronaca che si lanciano alla ricerca di angosce emiplegiche, di terrori infantili, di baruffe coniugali, di autobus mancati, a Parigi, nellUniverso. Il fatto di cronaca è la grande storia del quotidiano»
LB: Mi sont daccordi col Audiberti. La cronaca di un fatto di sangue è principalmente limmagine concreta, carnale, del fatto stesso. Tutto il resto è finzione. Nel mio romanzo tratto il fatto di sangue (e non solo) essenzialmente giocando sul ritmo accentuativo delle parole. Perché un colpo di pistola non ha coscienza di sé. Né, seguitamente, è giusto che ne abbia lo scrittore che della revolverata narra limpatto e leffetto. Altra cosa sono le motivazioni che di quel colpo stanno alla base. Praticamente nulle, credimi. Chi uccide, spesso, lo fa ravvolto in un istante assoluto. Passasse un minuto, probabilmente, farebbe tuttaltra cosa. Ecco. La nevrosi del grilletto, della spranga, del coltello, molto ci può dire su di noi.
GF: Come e quando nasce lidea di scrivere Il diavolo custode? Qual è la genesi del romanzo? Quali erano i tuoi rapporti con Sante Pollastro, e quale credi sia la sua eredità?
LB: Io volevo narrare una grande storia nata nella nostra pianura, tra il Piemonte e la Lombardia. Una storia strafalciona, grottesca, crudele. La storia di un grande uomo la cui esperienza è unica e irripetibile. E volevo, tramite essa, narrare di noi. Delle nostre vite a brandelli, a tocch, disilluse, umiliate, invitte. Di più, mi ripromettevo di narrare la lingua mia e di quelli come me. Sante Pollastro lhòo cognosùu quand oramai lera vecc, anzi poco prima che morisse. Gli ho parlato per non più di dieci minuti. Mi ghavevi derset ann (avevo diciassette anni) lui quasi ottanta. Sai, io cho buona memoria. E ho visto cose che spesso gli uomini hanno solo desiderato (citazione). Per trentanni ho tenuto questa storia sotto le lenzuola. Poeu lè vegnùu foeura. E lho scritta.
GF: Qual è il ruolo giocato dai magistrali insegnamenti letterari ed esistenziali di Max Stirner nella tua opera? Che senso ha restituire Stirner, oggi, ai contemporanei?
LB: Io sono essenzialmente, caratterialmente, uno stirneriano. LUnico lho amato molto. Stirner pagò lo scotto di essere un genio, un profeta. Per questo finì per fare il lattaio. Ditemi però voi che senso ha credere nello stato democratico, nella civiltà dellusura, nellimperante feticcio del consumo? Sono, a ben vedere, semplicemente idee, o meglio, ossessioni. Credimi, chiunque voglia, oggigiorno, compiere davvero, animicamente, un percorso di libertà non può che riferirsi a Stirner.
GF: Fran¨ois Villon, Jack Black: ecco la letteratura del vagabondo ribelle e criminale, a distanza di secoli e di nazioni diverse. Considerando la loro lezione, e quella del romanzo picaresco
quali sono i padri del genere, secondo te? A chi senti di dovere qualcosa, in particolare, scrivendo biografie romanzate di figure volontariamente bandite dalle fonti storiografiche, e tuttavia spesso leggendarie per i cittadini?
LB: Torno a ripetere che io ho scritto su Sante in principal modo per parlà de num, per parlare di noi. E avevo certo davanti le lezioni dei Villon, dei Black, ma anche di Cervantes, Flann OBrien, Deguignet, per citarne tre a caso. Ma loro mi hanno abitato solo successivamente. Devo tutto di me ai miei vecchi, ai racconti di osteria, agli ormai non più giovani bevitori della sconsolata periferia milanese. Devo poi molto al Ticino, ai miei boschi. Alla mia splendida lingua. Sono cresciuto tra gente forte e sfrontata, che parlava unicamente in lombardo. Che non si aveva assolutamente a male se, nelle notti di inverno, dopo un massacrante turno in fabbrica, portava a casa, sulle spalle, un quintale di carbone. Rubato. Onore eterno a quelli del mio sangue.
GF: Quando hai esordito, come romanziere? In rete trovo traccia di altre tue opere pubblicate in precedenza, senza tuttavia riuscire a risalire alleditore, o almeno alla loro reperibilità. Raccontaci quando la tua attività di scrittore ha avuto inizio, con quali ambizioni e quali sogni, e quali risultati.
Soprattutto: spiegaci come ordinare gli altri titoli.
LB: La mia prima pubblicazione risale al 1996. Ne taccio. Invece ti dico che con il mio vero nome di Luis Balocch (giacché Luigi Balocchi ne è litalianizzazione) ho pubblicato qualche anno fa Tra Corna e Danée merito di una piccola casa editrice che fa cose simpatiche. È la Casa Editrice "Primordia". Ha anche una libreria in Via Piacenza a Milàn. Se vuoi domanda a loro. È un bel libro. Straziante, direi.
GF: Cosa significa, davvero, "espressione del territorio"? Cosa significa restituire ai cittadini coscienza della dignità del loro dialetto, della storia del loro comune, dellestraneità di noi tutti alla menzogna savoiarda italiota?
LB: Significa insegnare il dialetto a scuola. Parlarlo. Amarlo. Significa finirla una buona volta con lidea stessa di una nazione nata dallo sterminio dei contadini meridionali e dalle bombe di Bava Beccaris sui milanesi. Significa restituire tutto alle comunità locali e, quando verrà il tempo, distruggere le nostre città divenute infami.
GF: Grazie di cuore per la tua disponibilità, davvero. Adesso hai carta bianca, chiudi comunicando tutto quello che vuoi: ai futuri lettori, ai vecchi lettori, al tuo editore, a Sante Pollastro; ai tuoi concittadini, e ai lombardi. Vai
Chiunque è in pace con se stesso non legga Il diavolo custode di Luigi Balocchi. Lè mej de no. Al contrario, se ami il salto, lo scoppio, la corsa, lamore insensato, il nervo, lo scatto, lassalto, allora, vai in libreria, leggilo, amalo, dallo alle fiamme. Hai visto, Sante, che ce lho fatta a scrivere di te? Che è come scrivere un po di tutti noi, non sedati, non asserviti. Per il resto, io, il Luigi Balocchi, son qui. Se te me voeur scriv, se mi vuoi scrivere, mi te rispondi, ti rispondo eccome. Se vuoi che vengo a parlare del libro o se vuoi sentire recitare in dialetto, mi son chì. Perché mì sont el Luis Balocch. Di quellantica gente de Biagrass. Ve ringrazi tucc.
a cura di Gianfranco Franchi
locandadelsogno.wordpress.com, 28.12.07 |
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Finalmente ce lho fatta a finire lultimo libro del Luigi Balocchi, sulla vita di Sante Pollastri, il bandito a cui si ispira la canzone Il bandito e il campione di De Gregori.
Di Sante non si sa moltissimo, tutto gira fra verità e leggenda, di certo si sa che fu un personaggio molto temuto; quanto di vero ci sia nel libro, quindi, non è dato saperlo, anche se ebbi la fortuna una sera di parlare con lautore, che ci disse che stava appunto scrivendo questo libro, e facendo molte ricerche sullargomento.
Al di là della storia, che può interessare o meno, quello che ha di particolare questo libro del Balocchi è il linguaggio: lui, autore dialettale (abbiategrassino, provincia di Milano), questa volta mischia un po di dialetto meneghino, tanto novese, e un lessico arcaico, vecchio, non facile da seguire. leggendolo, mi pareva di ascoltare un mio vecchio zio, che quando raccontava le storie, lo faceva usando frasi brevissime, con tanti punti che interrompevano, ma dicevano tanto e facevano capire ancora di più. le parole usate, poi, sembrano quasi pesate una ad una, ricercate, valutate, soppesate, e poi scelte e piazzate lì. la pagina che più mi è piaciuta, è lunica che contiene una scena di sesso esplicito, così carnale, vera, che fa capire che certe cose le si faceva anche una vita fa, e che certi odori, sapori e visioni esistono da prima di noi.
Un libro non facile, che probabilmente non piacerà a tutti, ostico, duro rispetto alla mediocrità odierna, ma molto vero e che racconta una parte di storia in cui molti ci potranno trovare le proprie radici.
www.mentelocale.it, 26.11.07 |
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Il bandito di De Gregori in un libro
Il diavolo custode: il nuovo romanzo di Luigi Balocchi narra le gesta di Sante Pollastro. Tra storie daltri tempi e novità linguistiche
Sante Pollastro da Novi Ligure: il celebre brigante dalla "mira eccezionale", reso ancor più celebre dalla canzone Il bandito e il campione, scritta da Luigi Grechi e portata al successo dal fratello Francesco De Gregori.
Le scorribande del Pollastro (come gli piaceva farsi chiamare, sebbene il suo vero nome fosse Pollastri) sono state recentemente ricostruite dallo scrittore lombardo Luigi Balocchi nel romanzo Il diavolo custode (Meridiano zero): dai primi assalti ai treni, agli incontri con lanarchico Renzo Novatore e il ciclista Costante Girardengo, dai giorni degli omicidi a quelli della clandestinità, fino alla fuga a Parigi e alla successiva cattura.
Luigi Balocchi, anche se per pochi minuti, Sante Pollastro lo ha conosciuto davvero: "È successo a Novi, avevo 16 o 17 anni" mi racconta: "entrando in un bar, un amico mi indicò un vecchio signore seduto ad un tavolo spiegandomi chi era. Io non lo conoscevo affatto. Ma andò a finire che ci avvicinammo a lui e scambiammo qualche parola". Pollastro morì poco tempo dopo.
Il diavolo custode appartiene al fortunato genere della biografia romanzata. Ricco di aneddoti sulla vita di Sante Pollastro e di dettagli sulla società tra le due guerre (la cultura posseduta da Balocchi sulluniverso criminale di quegli anni é notevole), il libro è stato scritto in sei mesi ma, come specifica Balocchi, "attingendo a materiale sedimentato per anni".
Il romanzo si presenta come una lunga cavalcata in un mondo daltri tempi riscostruito nel dettaglio grazie a testimonianze certificate e non: "Ho letto due biografie su Pollastro pubblicate negli anni Novanta", afferma lautore, "ma mi sono basato principalmente sulle tante leggende che circondano il mito del brigante: alcune le conoscevo, altre me le sono fatte raccontare dai vecchi di Novi".
La parabola del bel Santéin "antieroe che si erge contro il sistema oppressivo della modernità", come lo definisce lo stesso Balocchi si snoda tra le nebbie della bassa provincia di Alessandria (che si sa é già "un po Liguria"), le periferie di Milano e la Parigi anni Venti, in una fuga continua da regi, polizia fascista e gendarmerie francese. Ma vi sono anche diversi riferimenti a Genova, "per i figli delle pianura profonda, simbolo stesso delle infinite possibilità che la vita poteva riservare": é proprio "nella Genova antica dai muri diroccati tra il pesto untuoso", per esempio, tra il "barbaro vociare, che brulicava per le calate a mare, gli occhi dei balilla a piedi nudi per le pietre dei carrugi, tra il sale, le acciughe, le focacce stese al sole", che Sante si procura il suo primo revolver.
Ma, a parte i contenuti, la vera novità del romanzo sta nel linguaggio. Balocchi é fondatore del gruppo di ricerca linguistica La Brasca, volta al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria: "Nel Diavolo custode ho cercato di fare andare a pari passo lespressione linguistica con il carattere dellepoca, in modo da ricostruire un Paese che non cé più" afferma lautore. A farla da padrona, quindi, è il dialetto, che conferisce alla prosa una musicalità trascinante: in maniera particolare il novese, non troppo diverso dal genovese, e il lombardo, basato come mi conferma lo stesso Balocchi "sulla scansione ottonaria e sulle frasi pronte".
Balocchi, che di professione fa il maestro elementare, sta già lavorando ad un nuovo progetto che tocca da vicino il mondo in cui opera, quello della scuola appunto: "Il protagonista é proprio un maestro" mi rivela, "una figura che alla fine non é troppo distante dalla quella di Sante Pollastro: é un uomo che sta al margine, che non riesce a fare i conti con il mondo che lo circonda".
Luca Giarola
www.nonsololink.com, 8.11.07 |
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Assolutamente da leggere questo stupendo romanzo scritto da Luigi Balocchi, autore di Mortara, in provincia di Pavia, collaboratore per la "nera" di vari quotidiani e settimanali locali. Fondatore del gruppo di ricerca linguistica "La Brasca", volto al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria, organizza letture pubbliche del repertorio vernacolare lombardo.
Con questo Il diavolo custode, edito per i tipi della Meridiano zero, ha toccato un argomento inusuale con una modalità assolutamente interessante.
Il diavolo in questione, infatti, è un leggendario bandito di cui si raccontano le gesta da quando era ragazzino, nel 1913, a quando lo hanno arrestato in Francia nel 1927. Una carriera di ladro incredibilmente travolgente, tanto quanto è travolgente limpianto narrativo e il gergo scelto. Il ladro, noto Sante Decimo Pollastro, di Novi, parla un po il piemontese, un po il meneghino. Salta di qua e di là della frontiera regionale con la Liguria, il Piemonte, la Lombardia e la Francia con la stessa disinvoltura con la quale salta sui treni e giù dai treni quando ha capito come si poteva fare per sopravvivere.
Siamo nella miseria più nera, nella fame, nella povertà assoluta degli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Sante, con la sua banda di monelli, fa razzia di carbone per scaldarsi un po o per barattarlo con un piatto di minestra fumante e impara ben presto come fare per svignarsela dai Regi che riempiono di botte i suoi compagni quando si fanno prendere. Capisce, il Santo, che deve trovare una soluzione alla miseria e alle botte e allora si specializza sempre più. La sua banda diventa sempre più precisa e chi lo segue non sono solo i fidati. Si conteranno decine di persone che lo hanno aiutato, coperto, che hanno partecipato con lui a dei colpi per sistemarsi per la vita. Sante Pollastro, che dava soldi a tutti, ai gruppi anarchici e a chi aveva fame, la stessa fame sua. Nessuno lo avrebbe tradito, nessuno che lo conoscesse bene. Era un ladro gentiluomo. Saltava sui treni, rubava le belle sete, i corredi ricamati che finivano nelle case dei suoi per pochi soldi, negli alberghi che lo accoglievano a braccia aperte, bella roba per una cicca di tabacco.
Poi erano armi, oggetti, pezzi di ricambio. Poi è arrivata la guerra e lui e i suoi sono cresciuti. Cerano le rapine ai portavalori, oltre che gli assalti ai treni. E le corse a perdifiato in bicicletta, ché non si trattava di ladri con la patente. Poi ci sono state anche le automobili, guidate da chi ne sapeva, e i furti dauto. Poi cè scappato il morto, poi un altro, poi hanno dovuto uccidere i poliziotti. Per dovere, non per uso. Li braccavano sempre più stretti perché la banda del Bel Santeìn, come lo chiamavano, era famosa per i colpi. Persino Mussolini in persona aveva dato ordine di prenderlo. E prenderlo vivo, ché serviva una bella confessione.
Del romanzo affascina la storia e soprattutto il gergo, imbastito di termini dialettali, di frasi piene di verità ruspante: i ligéra, la Milano vera della ringhiera, la Genova dei famigerati carrugi. La vita della gente che non se ne importava di quanto le accadeva intorno, ma pensava solo a farcela, a vivere. Sopravvivere. Sante è renitente alla leva, poi si presenta, poi se ne va. La guerra finisce e i colpi della banda sono sempre più precisi, sempre più efferati. Sempre più gente gli vuole bene: arriveranno contributi fino dagli Stati Uniti per aiutarlo e userà la stessa via di fuga di Filippo Turati, vivrà negli stessi quartieri francesi dei rifugiati russi. Insomma, una strana storia, vista da un bandito, astuto, intelligente, arrestato perché si era innamorato di una splendida donna e perché non aveva raggiunto in Belgio il suo compagno di avventure. Arrestato grazie a Rizzo, poliziotto italiano, ma ancor più per caso, da uno degli uomini del famoso fumatore di pipa bretone il commissario Louis Guillaume, altrettanto intelligente ed astuto, famoso poliziotto francese che ha ispirato Georges Simenon alla creazione dellispettore Maigret.
Un romanzo da non perdere. E da leggere tutto dun fiato.
Alessia Biasiolo
www.nybramedia.it, 3.4.08 |
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Condivido pienamente quanto affermava Giorgio Manganelli: "Basta che un libro sia un romanzo per assumere un connotato losco". Se poi il romanzo è applicato su di una biografia, entrando, quindi, nel genere biografia romanzata il mio disagio cresce. Inoltre, quando scorgo perfino dialoghi (ovviamente inventati) cerco un pusher per trovare conforto nella sua merce.
Amo, invece, le biografie, testo difficile da scrivere, perché lì ogni virgola fuori posto viene castigata. In quel genere letterario, infatti, il lettore ha diritto dapprendere sul personaggio illustrato dallo scrittore esattezze di date, citazioni di documenti, particolari riferiti da testimoni (e conoscerne attraverso lautore la valutazione della loro attendibilità), eccetera.
Specialmente se il ritratto appartiene ad una persona di epoca vicina dovè possibile rinvenire tracce documentali.
Ecco perché scrivere una biografia pesa in fatica e anche in termini economici: bisogna fare viaggi per conoscere bene i luoghi dove si svolsero i fatti, intervistare persone, recarsi in biblioteche, tribunali, consultare eventuali referti medici presso ospedali, perciò è fra le più costose produzioni editoriali.
La biografia romanzata è un ibrido da perdonare giusto a Senofonte per la sua Ciropedia.
Queste cose mi sono passate per la mente leggendo di Luigi Balocchi il suo testo Il diavolo custode dedicato alla vita dellanarchico Sante Pollastri nato il 14 agosto 1899 a Novi Ligure dove morì il 30 aprile 1978 dopo aver scontato 32 anni di carcere.
Francesco De Gregori nel 1993 gli dedicò una canzone di successo intitolata Il bandito e il campione; il campione amico di Pollastri è Costante Girardengo, anche lui di Novi Ligure. Il ciclista, è stato sospettato (pare a torto) davere avuto un ruolo nellarresto dellanarchico.
Il libro di Balocchi è stato pubblicato da Meridiano Zero
a proposito, ho segnalato circa un mese fa un libro in quelle edizioni che ritengo imperdibile per i lettori dal palato fine
quale?
per saperlo, cliccate QUI
Aldilà delle mie lontananze dalloperazione svolta da Luigi Balocchi Mortara (Pavia) 1961 gli va riconosciuto davere usato una scrittura accesa, scattante, con ritmi da ballata popolare che talvolta approcciando il verso sfiora landamento poetico.
Merito che gli deriva dallessere anche uno studioso di linguistica volto al recupero della tradizione dialettale. La sua proposta letteraria, proprio perché raffinata, diventa protagonista e finisce con loscurare i fatti (tanto che, talvolta purtroppo lo fa di rado è costretto a qualche nota per meglio chiarire) sicché le avventure e sventure di Sante Pollastri terminano in secondo piano.
Inoltre, la sua cronaca si ferma allarresto dellanarchico che, graziato da Gronchi nel 1959 visse fino al 78 facendo a Novi Ligure il venditore ambulante. Ma Il diavolo custode è un romanzo
e bisogna accettare le regole volute dallautore.
Da qui due consigli: se amate la narrativa acquistate quel volume, se volete conoscere la storia di Pollastri dirigetevi altrove.
Armando Adolgiso
www.ilparadisodegliorchi.com, 8.10.07 |
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Sere fa vedevo Storie incredibili, sottoprodotto estivo di Chi lha visto, il famoso programma di Rai tre. E si narrava la storia di due fratelli, Franco e Renzo Polazza che, rifiutati dalla madre e da gran parte dei concittadini, si rifugiarono, sparendo, nei monti tra il Piemonte e la Liguria, per ricomparire allimprovviso dopo 12 anni di vita furtiva ed animalesca.
Vicende, impestati come siamo di presenzialismo televisivo e mediatico, davvero di altri tempi. Con le debite differenze, e spiegheremo perché, il libro di Luigi Balocchi richiama quella tenzone esistenziale, quel rifuggir la vita imposta e canalizzata. .
Il diavolo custode è la biografia romanzata di Sante Pollastro, sorta di eroe popolare, anarchico e brigante, Robin Hood dei nostri tempi addirittura ricordato in una vecchia canzone di De Gregori (il bandito e il campione) ed emblema di un idealismo libertario che lambisce anche le sponde di un antifascismo "diverso", non per questo minore. .
Alla guida di un manipolo di straccioni come lui, questa leggendaria figura attraverserà quasi tutto il novecento scontrandosi di volta in volta con i paletti del potere e dei contropoteri. Si parlava prima di antifascismo: forse allora, proprio perché opposto ai puntelli del vivere consolidato, Sante Pollastro lo vediamo controfascista, perché è contro anche e soprattutto di suo. .
Lui aspetta. Non si muove. I fascisti non li vede poi diversi dai carabinieri. Riduce dunque a zero, ad una verità incontrovertibile, una realtà che spesso si vuole diversa, perché i poteri, e quindi i rapporti sono diversi. Pollastro avrebbe sparato a zero (metaforicamente!) contro lequazione sicura dello strumento politico "buono". .
Pure Mussolini lo aveva capito: preoccupato della commistione che effettivamente sussisteva tra la sua banda e il movimento anarchico, ne ordinò espressamente la cattura. Perché non erano dunque le armi del bandito a ferire e ad uccidere("Senza un colpo. Guai a chi spàra
" avverte il Santéin. No. Come ha detto il Novatore, ammazzare non attiene precisamente alletica libertaria. Peccato che i soldi, i danari, sta brutta bestia domicidio lhan stampata in filigrana. È destino
) ma le idee che si trascinava dietro e che appartenevano ancora ad una ruralità di cuore, lontano mille miglia però dalle messe in scena bucoliche e false della propaganda di regime e dello stesso duce. .
Sante Pollastro ricorda molto Beniamino Rossini, il protagonista del romanzo di Massimo Carlotto La terra della mia anima. Il contrabbandiere di vecchio stampo che, in punto di morte, rifiuterà il prete che vuole dargli lestrema unzione perché vuole morire comunista. O meglio, vuole morire con gli stessi ideali per cui è vissuto. .
Sante Pollastro ideologicamente è più sfumato,appartiene allaura dellavventuriero senza macchia e senza paura, tuttavia Balocchi ce lo disegna netto nella sua grandezza di vagabondo ed innocente. E si sa, quelli che hanno sempre pagato, a rigor di logica, sono i più innocenti. .
E ce lo disegna anche attraverso una lingua finalmente desueta, ma non perché vecchia e demodè, ma perché affrancata dal mimetismo contemporaneo e post-moderno che la vuole assai simile a sé stessa, se non addirittura spesso mortificata perché uguale. .
E il rigore linguistico dello scrittore pavese non ha nemmeno bisogno di una paternità letteraria. Fa storia a sé, come il personaggio che ha raccontato. Lucidi.
Alfredo Ronci
www.piazzaminerva.it, 16.4.08 |
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Due chiacchiere con quel "Diavolo" di Gigi
È uscito Il diavolo custode, il nuovo libro di Luigi Balocchi, scrittore di Mortara, classe 1961.
Collaboratore in qualità di cronista di nera con vari quotidiani e settimanali locali, è fondatore del gruppo di ricerca linguistica "La Brasca".
Piazza Minerva è andata a intervistarlo.
Caro Luigi Balocchi (semplicemente "Gigi" per i mortaresi), la redazione di PiazzaMinerva ha un occhio di riguardo per le espressioni culturali di Pavia e provincia, e tu sei da sempre una fonte inesauribile di "cultura", in tutti i sensi. Il tuo ultimo libro è intitolato Il diavolo custode: ci vuoi spiegare chi è questo Diavolo e di cosa tratta il tuo libro?
Il diavolo è Sante Pollastro, il più famoso bandito degli anni venti, il nemico pubblico numero uno, ricercato dalla polizia di mezza Europa. Nato a Novi Ligure nel 1899, amico del campione di ciclismo Costante Girardengo, Sante Pollastro fu a capo di una banda che mise a segno colpi memorabili nella casistica criminale.
Leggere il tuo libro è un po come leggere una poesia ed esserne trasportati dai versi, ma non è sicuramente un testo di facile o veloce comprensione. Ecco uno spezzone che mi ha particolarmente colpito: "Ripreso a pedalare, si spinse fuori Novi. Seguitando per lantica porta dello Zerbo, quella stessa le cui mura avevano nei tempi addietro ospitato per pubblico ammonimento le teste mozze dei nevesi maledetti. Condannati per furto. Uccisione. Insano amore". Da dove nasce la scelta di una scrittura cosi particolare? Possiamo dare un nome a questa scrittura?
È una scrittura di matrice espressionistica. Il resto vien da sé. Ce lho dentro e ciò mi/ci basti. Scrivere è un lascito animico. O si è capaci o non lo si è. È vero, gioco molto sulle immagini, sulle rappresentazioni emotive.
E tu come ti sei scoperto scrittore?
Lo sono da sempre, credo. Si è troppo razionali di questi tempi. Sono come un sonnambulo cui è stata regalata una penna.
Sappiamo che le tue esperienze non si limitano alla scrittura, ma anche, ad esempio, alla scherma medioevale (e al medioevo in generale) ed alla ricerca linguistica. Cosa puoi dirci a tal proposito?
È la ricerca di unarmonia interiore. È il gesto bello ad affascinarmi. Congiunto a ciò, una forte percezione di animalità. Tra Cristo e Pan voi cosa scegliereste? La conoscenza non passa traverso la ragione, bensì la psicosensorialità. Devi toccare per conoscere, devi combattere per vivere. Il resto è sterile esercizio mentale.
Hai progetti per il tuo futuro? Cosa vorresti per questa Lomellina?
Sto scrivendo un altro libro. Ma qui mi fermo. Per la Lomellina? Vorrei che ne fosse conservato il dialetto. Sarebbe già sufficiente.
Ti senti di dare qualche consiglio ai giovani che vorrebbero cimentarsi nella scrittura?
Quando insegnavo ai ragazzini larte della spada, capivo subito chi ci era tagliato e chi no. Così è la scrittura. Son sufficienti tre righe tre per capire se hai stoffa o sei destinato alle vivande. Una volta accertato il tuo valore, occorre affinarsi, purificarsi, trovare lopera in te.
Grazie del tempo che ci hai dedicati e in bocca al lupo per il tuo prossimo libro.
Grazie a Voi.
a cura di Ivan Giacomel
thepolloweb.blogspot.com, 13.1.09 |
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Negli anni Venti era diventato in Italia il nemico pubblico numero uno.
Ricercato dalla polizia di Nord e Sud, Sante Pollastri ha faticato per costruire la sua carriera. Ma alla fine ce lha fatta, diventando uno dei piu grandi banditi di tutti i tempi, sempre in bilico tra cronaca e leggenda. A ricordarlo nel corso degli anni, soprattutto per la sua amicizia con il ciclista Costante Girardengo, ci hanno pensato tempo fa una canzone di De Gregori, Il bandito e il campione, e piu recentemente Marco Ventura, con Il campione e il bandito, edizioni il Saggiatore.
Ora arriva in libreria per Meridiano Zero Il diavolo custode di Luigi Balocchi un romanzo che ripercorre la vita e le azioni di un uomo che fa parte a suo modo della storia del nostro Paese. Perché c è chi nasce angelo, chi diavolo. E chi tutte due, come Sante Pollastri.
Ma il libro non è una semplice biografia. Del resto, attingere ad una vita del genere significa gia di per sè mettere un piede nel romanzo. Sante Pollastri, classe 1899, originario di un luogo sinistramente noto come Novi Ligure, cominciò la sua carriera di ladro rubando carbone per proteggersi dal freddo. Anarchico orgoglioso, bandito nelle vite dei ricchi per dare ai poveri, non esitò a sparare nel 1926 in Lomellina uccidendo insieme alla sua banda due carabinieri. La carriera fu stroncata un anno dopo. Ma sempre in grande, cosi come aveva vissuto fino ad allora. A catturarlo, infatti, nella metropolitana di Parigi il 10 agosto 1927 fu il celebre commissario Guillaume. Proprio lui. Il funzionario della Sureté al quale Simenon si ispirò per il suo Commissario Maigret.
www.repubblica.it, 4.10.07 |
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Il bandito e il campione
Già De Gregori ne aveva cantato le gesta. Sante Pollastro (o Pollastri) del fu Vincenzo, un grande avvenire dietro le spalle, che correva per rabbia e non per amore e per questo divenne bandito e non campione. Naturalmente dotato di grande pedalata e al tempo stesso di grande mira con la pistola, scelse il secondo dei suoi talenti diventando una di quelle figure di bandito un po gentiluomo, un po romantico, un po leggendario per le sue fughe dai carabinieri in bicicletta sulle strade di quel pezzo di Piemonte che è quasi Liguria ed è anche un po già Lombardia tra Tortona e la riviera.
Con una spericolata operazione linguistica Luigi Balocchi butta giù la storia di questo antieroe azzeccando anche il titolo: Il diavolo custode (Meridiano Zero). Ricostruisce un pezzo dItalia che la storia ufficiale ha ridotto a nulla stipandolo tra quella che tutti chiamano Belle époque e linizio della Grande guerra. Ma che Belle époque non era per niente soprattutto in quelle terre grame. La storia di Sante è emblematica tra la miseria da fame e il desiderio di libertà che riecheggiava nei fogli degli anarchici della non lontana Magra. Libertà, dice a Sante il suo maestro di vita, "lè na parola granda".
Dario Olivero
tabularasa.noblogs.org, dic 07 - gen 08 |
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Un bandito per amico
Io glieli ho dati volentieri 14 euri alla Mirella (la libreria di Mortara) per comprarmi il libro di Luigi Balocchi Il diavolo custode, il "colpo grosso" del nostro mortarese uscito lo scorso settembre presso la casa editrice Meridiano Zero. Un po per vedere come sanno scrivere dei mortaresi, un po per interesse specifico sulla materia, mi sono lasciato trasportare dal gergo dialettale che permea tutto il libro attraverso la biografia romanzata di un personaggio non comune.
Sante Pollastro, quellamico di Girardengo che la leggenda narra sia stato catturato proprio sul ciglio di una strada mentre aspettava il Giro e che invece i fatti vedono catturato a Parigi per colpa di una donna. Non me ne voglia lautore se svelo il finale così brutalmente, lo sappiamo tutti e due e ora lo sapete anche voi che di questo libro non è il finale quello che conta: conta invece lavventura di un anarchico spontaneo, senza ideologia e libero per indole, incapace di piegarsi a qualsivoglia legge, cresciuto nelle borgate povere di Novi Ligure e tra laltro assassino di molti in divisa e non (tra cui quellappuntato Francesco Bellinzona freddato per un "chi va là" di troppo sulla strada tra Mede e Torreberetti, a cui è dedicata la caserma dei CC di Mortara) ma comunque puro di cuore e danimo come un Robin Hood tutto nostrano.
"Se li sente come lame appassionate, questi cuori, per un colpo da rodeo del Mississippi. Lui sorride. Gli riesce naturale. Guarda in alto il buco nero dove prima la gran luce progressista. Strano a dirsi. Ora che fisso ti luma il lampione ritorto dal magnifico grilletto, nellelettrico suo ventre dal piombo esploso fatto cupo di rancore, gli par giusto di scrutare un precipizio. E saffoga nel ricordo
Il treno! Come un colpo di cannone dritto in culo al paradiso. E le merci scaricate alla malora da ingozzarvi il regno intero. E il fervore, le bestemmie, urla, sputi, gargarismi di fatica benedetta dalla feroce apparizione della locomotiva
Gli fan festa, gli altri intorno. Quella corsa a tutta birra in bicicletta sul confine dei lampioni fino al colpo eccezionale, mio bel Santèin, non ti è nuova. Già da tempo dura e ringhia. E ti è cara. Al pari di quelli che ti vivono appresso. Perché
tu sei il nostro Santèin
Sante Decimo Pollastro.
Nato a Novi. In terra piemontèsa. Nel furente agosto del milleottocentonovantanove."
E siamo solo a pagina 14. Il resto è tutto un incalzare di colpi e avventure, ora con gli amici di Novi, ora con la mala di Milano, la "ligera" per via che disarmata, a Parigi dove la mala italiana è ovviamente un gradino sopra tutti.
Seguiamo il Sante, al quale dovrebbe venire dedicata come minimo una via in ogni città, attraverso la fuga e il ritorno, lamore e lamicizia, in un secolo di grandi guerre e cambiamenti dove egli ricopre la parte dellanticonformista per eccellenza.
I riferimenti al movimento anarchico dellepoca poi sono il giusto compendio ad una ricostruzione che da favolistica si fa ricostruzione storica, affonda le sue radici in una realtà di fatto nera e fascista in cui da clandestine girano alcune teste eccezionali come quelle del Novatore (poeta e ideologo anarchico), Sante Caserio da Motta Visconti, Passanante, Malatesta, Berneri, Ferrer.
La critica: La scrittura è originale e affonda le radici nel territorio, sposandosi perfettamente con le vicende narrate.
La lettura è appassionante ma esige attenzione perché il rischio è di perdersi negli arzigogoli lessicali del Balocchi che a tratti perdono di fuoco nei confronti della vicenda. Infine chi scrive non si trova daccordo con lautore sul ruolo assegnato alle donne, nella vicenda semplici comparse quando non addirittura suppellettili di scarsa utilità se non ai fini sessuali.
Daccordo che le donne ai tempi erano ancora lontane da qualsiasi idea di femminismo, ma sicuramente hanno giocato nella realtà un ruolo ben più forte di quello un po misogino affibbiato loro dallautore.
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Sante Pollastro, chi era costui? Sicuramente perché appartiene alle oscure schiere dellanarchia, Sante Pollastro non accenderà luci dintuizione nelle menti dei lettori di questa rubrica, non quante se ne accenderebbero se parlassi di un oscuro filosofo greco del II secolo avanti cristo, reso celebre dalle patrie lettere. Inoltre, ma altrettanto sicuramente, perché lanarchia pratica, quella dei regicidi, quella di chi si oppone praticamente al sistema, non ha più, se mai lha avuta, una buona stampa; e quindi la storia di questuomo, precocemente orfano, costretto da subito a lottare per avere qualcosa, non spingerà mai nessuno a raccontarla e tanti meno ad ascoltarla. Riconosciamo dunque il merito a Luigi Balocchi di essersi preso la briga di documentarsi sulla vita di Sante e di avercela presentata in forma di romanzo. Mi resta comunque qualche dubbio sulla scelta stilistica di narrare in una lingua simil dialettale; ma su questo, tornerò alla fine.
Sante Pollastro nasce a Novi Ligure nel 1899 e già nel 1912 è in galera, per avere rubato del carbone. Fino allarresto in terra francese, il Santein, così chiamato in dialetto dai compagni, non tornerà più dietro le sbarre. Eppure, da quel primo furto, è tutto un susseguirsi di colpi, un crescendo di audacia e di sfida nei confronti della proprietà, il nemico dei poveri. Ché il Santein non rubava solo per sé, nel senso che era assai prodigo nei confronti di chi gli aveva dimostrato di meritarsi il suo aiuto. E quindi da questa figura mitica nei circoli extra legali dellepoca, tutti si potevano aspettare un aiuto, in caso di necessità.
Ma non è un banale Robin Hood, lui buono contro i cattivi. Il merito di Balocchi sta nellaverci raccontato anche le storture del percorso del Santein. Dopo i primi furtarelli, si arriva infatti allomicidio e da quel momento la banda diventa un nemico pubblico. Lopposizione ai fascisti è ideologica ma soprattutto pratica; e quando si fa tanta pratica, si fanno anche molti errori. Del resto, la predilezione per la teoria, limite insormontabile degli anarchici postmoderni, porta allincapacità di influire direttamente sulle cose. Vissuto in un periodo in cui poteva ancora sopravvivere lillusione che vi fosse una qualche scappatoia dalle maglie del sistema, il Santein utilizza il solo metodo noto al popolo: riprendersi illegalmente ciò che con la legalità è stato sottratto. E se ci scappa il morto, sono cose che succedono. Nulla ferma il Santein ed i suoi. Con il sostegno implicito del popolino, ancora libero dal condizionamento ideologico indotto dai potenti per cui se ognuno fa il suo dovere tutto funziona meglio, riuscirà a fuggire alla polizia ed alle armate regie fino ai primi anni 30, quando, oltralpe, sarà catturato dalla polizia francese.
La vicenda, proprio perché marginale e fuori dalla corrente primaria della storia, è molto interessante e si fa leggere. Lautore ha scelto di utilizzare una lingua che mischia litaliano a forme dialettali pavesi e milanesi, ottenendo il risultato di una scrittura molto cantabile, epica direi. Mentre leggevo il libro ero quasi portato a fare delle pause per tenere il ritmo musicale della lettura. Se questo è sicuramente un merito del libro, va anche riconosciuto come il limite che esso porta con sé.
Il tentativo di riproporre la lingua parlata attraverso lo scritto comporta la riproposizione della struttura di potere che limprecisione voluta nelluso della lingua scritta simil dialettale non permette di vedere. In altre parole un linguaggio impreciso, dal significato sfumato comè di necessità il dialetto per noi, pare giustificare lesistente loppressione dei ricchi - che di fatto non ha altra giustificazione che se stesso. Forse per questo molte delle gesta del Santein mi sono sembrate gratuite, dovute solo allincapacità, pratica, di vedere un alternativa al potere. O forse, invece, è proprio così. Non cè unalternativa al potere, se non nella distruzione del potere. Langelo custode garantisce la giustizia nellal di là. Il Santein la vuole qua, subito.
Il nostro diavolo custode.
Antonio Donghi, Libreria Terzo Mondo
www.wumingfoundation.com , giugno 2008 |
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Lo stupore che ho provato sulle pagine del libro che ho bevuto attraversando la regione in cui si svolge, dentro un interregionale era uguale allo stupore che sespande nella testa quando trovi una conferma, una sferica conferma alla vaga sensazione che rimugini da tempo.
Detto meglio, almeno spero: non sorprende che in Italia, in Italia in questi anni, un autore pensi e scriva proprio un libro come questo, con sta lingua e sto respiro di collina e di foresta, e il suo epico passare dal paesino alluniverso.
Stop. Cambio ritmo.
Mi ha stupito non limpresa, ma il fatto che non sia isolata. Colpisce che diversi autori italiani la stiano tentando, ciascuno a modo suo, anche allinsaputa luno dellaltro. Ritorno del rimosso, epica della rivolta singolare e collettiva, vicende esemplari, la parte "sbagliata" della storia patria
Sintende: nessun altro autore scrive come Balocchi. Nisùn, e lo spiegherò. Ma sto libro cha dei fratelli e delle sorelle.
Il diavolo custode al cunta lepopea dal bel Santéin, al bandì libertari Sante Pollastro (1899-1978), nat e carsù a Novi Ligure, un paisìn ad quatar strad e "la quinta ti porta in gabbia".
E a marcmand, als ciama Sante Pollastro, brisa "Pollastro Sante", parché "i carabinièe, le guardie
quelli sì che dicono prima il cognome. Ma mi, mi no. Sono Sante Pollastro. Del fu Vincenzo".
Sante Pulàstar. Amìg dal ciclista Costante Girardengo (a ghè infin na canzon ad De Gregori) e incora più amìg dal poeta anarchic Renzo Novatore (1890-1922). Sante al jera al spauràz di fasista e di carabinier, eròe legendàri "cazzo in resta e colpo in canna". I la arestà a Parigi in tal 27 e i la cundanà a lergàstul, po i ga dà la grazia in tal 59. Le mort in tla so Novi quìndas dì prima che a Roma i sequestréss Aldo Moro. Jera ormai àltar temp, a ndava ad moda un àltar tip ad latitanza e lota clandestina, men rumàntica e più trista, par zunta gunfiada dai giurnai e dala television invenzi che tgnuda sota silenzi com cha suzdeva con la zensùra dal Ventennio zensùra che però lan puteva brisa farmar lepos, il stori da ustarié, il canzon
"Mica bisogno del giornale per conoscere lavventura del Santéin. Basta il vento, giuro. Per carpire lessenziale."
Soquant dì prima ad murir, Sante Pulàstar lè santà in tun bar. A savsina un ragazòl che al là sintì numinar e al la vol tgnòsar. I scambia poc paròl, po al ragazòl al saluta e via che al va. Trentan dop, cal ragazòl Luigi Balocchi lha scrit Il diavolo custode. "Sante Pollastro lhòo cognosùu quand oramai lera vecc, anzi poco prima che morisse.", al dis al scritor in nintervista. "Gli ho parlato per non più di dieci minuti. Mi ghavevi derset ann, lui quasi ottanta. Sai, io cho buona memoria [
] Per trentanni ho tenuto questa storia sotto le lenzuola. Poeu lè vegnùu foeura. E lho scritta."
E com cal la scrita! Il diavolo custode lè un rumanz scrit in vers apèna apèna mascarà da prosa. Lè una direzion ch ja ciapà anch di àltar, ma Balocch lè al più riguròs e al più cunvint, e lè lunic chal drova i vers pari (**), i otonàri tipo Corriere dei piccoli ("Qui comincia lavventura / del signor Buenaventura
"), po ogni tant al li "ruvina", al li interomp aposta par "scalar la marcia" (sinò lefèt al stomga). La lengua la squassa e la sarbalta ad zzà e ad là, e ala fin la torna sémpar ala cantilena, ala zzirudèla, ala filastroca popular, ma dop poc Balocchi al la ralenta o al linteromp e al rumanz als distend incora intla prosa:
"Serra il ghigno il bel Santéin. Tace il fiato. Si fa sera. Già che il treno è ormai passato. E ti restano i lampioni. Quegli stessi che han rubato [cambi] prepotenti il perdono delle stelle."
Dil volt, invenzi, Balocchi al scala la marcia eliminand na silaba e pasand dalotonàri al setenàri:
"Brutto effetto i calci in culo raccattati da bambino [cambi] donati a profusione dal padre alcolizzato."
Ot-ot-sèt-sèt.
Insoma, lè un rumanz "a alta vos", da rezitar in public. E infati: scultè.
Luigi Balocchi è un cultore dei dialetti lombardi, ha tradotto lEcclesiaste in abbiatese, organizza corsi e letture pubbliche. Qui adotta un italiano accordato su un dialetto di frontiera, tra Piemonte e Liguria, già un po Emilia e Lombardia.
Quello che avete letto sopra è il mio dialetto nativo, il ferrarese, adattato al discorso con qualche piccola forzatura. Mi piacerebbe parlarlo più spesso, tenermi in allenamento, ma vivo in unaltra città.
In generale, mi incuriosiscono e intrigano tutti i dialetti gallo-italici (piemontesi, liguri, lombardi, emiliani, romagnoli). Anzi, mi incuriosiscono e intrigano tutti i dialetti e le lingue minoritarie della Penisola. Mi affascinano i substrati, le placche tettoniche che scorrono là sotto e smuovono litaliano nazionale, ne agitano il lessico, ne riempiono di umori la sintassi. Allimprovviso, termini locali diventano lingua nazionale, altri invece si inabissano e un giorno torneranno in superficie. Litaliano parlato è una lingua recente, è ancora "sgangherato" da spinte centrifughe, per questo è una delle lingue europee con più sinonimi, nonché quella col turpiloquio più variegato. Nelle città le nuove generazioni vanno perdendo il dialetto, eppure linfluenza di questultimo la guerriglia, mi viene da dire prosegue, invisibile, a forzare litaliano, a scuoterlo, a impedirgli di rallentare, omologarsi, impoverirsi.
Da alcuni anni è in corso una nuova offensiva vernacolare. Si va dal fenomeno Camilleri in cima alle classifiche a romanzi come Il diavolo custode, dallhip-hop in vernacolo alle canzoni di Van De Sfroos, fino al riconoscimento del compianto Raffaello Baldini come uno dei più grandi poeti del Novecento. E ci metterei pure il Nobel a Dario Fo, fosse solo per far ri-incazzare qualcuno.
A volte, è vero, si rischiano operazioni "a freddo", che tinteggiano di finto-plebeo una lingua letteratesca e "artificiosamente spigliata". A volte, invece, si ricalca nellitaliano un dialetto impoverito al di là di ogni speranza, pallido riflesso di quel che era. Accade sovente col "romanaccio", usato e rappresentato fino alleccesso, al logorìo, nei film, nelle ficscion, nelle sitte-comme.
[Proprio a partire da questo logorìo, da questo eccesso di rappresentazione, sembra lavorare un autore come Walter Siti, di cui avremo modo di parlare.]
Spesso, però, si fanno esperimenti che mettono in gioco lantico, e cercano di sposare tradizione e innovazione.
Lo so, cè un "elefante in salotto". Il leghismo. La retorica della Lega prevede il ricorso ai dialetti per "buttarla in vacca" e soffiare di mantice sulle braci del "loro-contro-noi", ma appunto, è un ricorso banalizzante e sguaiato, rancoroso e ipoventilato, chiuso al divenire. Alla base cè unidea del territorio come "suolo e sangue". È un uso del dialetto centripeto, non centrifugo. Ci si rannicchia in provincia nel mito del villaggio chiuso su se stesso per non affrontare le trasformazioni del mondo, oppure si adotta in metropoli una "posa" fatta di smargiassate e due parole ogni tanto: "te capì?", "foeura di ball!", "mai mulà!" e poco altro.
È un errore schiacciare i dialetti gallo-italici (ma pure quelli veneti) sulluso pietoso che ne fa o finge di farne la Lega. Il dialetto, e in questo caso quel dialetto ("la parlata dogni campanile sparso tra lAlpi e il Po"), è anche la lingua delle storie ribelli, storie di rivoluzionari, anarchici, banditi, operai in sciopero, braccianti che occupavano le terre, gente che lottava per la dignità (e non per il "decoro", sono due cose diverse).
Di fronte a un italiano usato per "offrire al comando lindiscussa, sua perpetua autorità" (lingua che soltanto il maresciallo trovava necessario parlare), il dialetto era "sentimento in contraltare al rigido ceffo del potere sbrodolante divise medagliate". Di quellattitudine qualcosa rimane, là sotto, e a volte riemerge.
Riemerge, come accade in questo libro, felice caso di piena coincidenza tra il come e il cosa. In tempi di canea securitaria, di vandea, di vuota retorica anti-crimine agitata da una classe politica criminale che riproduce modelli criminogeni, limmaginario collettivo sogna i ribelli, sogna i pirati, sogna un ritorno dei banditi sociali, un "darsi alla macchia" per tirare il fiato, fuori dal recinto della società del controllo. Piena coincidenza tra il chi e il come: il bandito è la metafora perfetta, è il dialetto che non si arrende, va nel bosco e tende agguati ai convogli della lingua "maggiore".
Un italiano perturbato, messo in crisi tanto dalla guerriglia dei suoi substrati quanto dalle ibridazioni con le lingue dei migranti, sarà uno dei terreni di scontro fatidici negli anni a venire.
WuMing1
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