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Pozzoromolo
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blog.libero.it/VincenzoAiello, 19.10.09

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L’infanzia tesoro o forno crematorio
Il II° romanzo di L.R. Carrino

È la storia di un’indifferenza che genera violenza malata e solitudine, questo secondo romanzo del 41enne scrittore napoletano L.R. Carrino Pozzoromolo (Meridiano zero)" che ritorna dopo il convincente Acqua Storta del 2008. Gioia è internata in un OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) e solo di notte quando stralci di luce artificiale promanano dalle sbarre e dalle fessure delle porte riesce nella nuova realtà del suo buio a ricostruire la camera ardente della sua infanzia dove è iniziata la sua sofferenza di essere solo al mondo e dove si nasconde la sua ibrida identità sessuale. In queste notti di luce traforata riappaiono il padre saldatore provetto, ben presto abbandonato dalla madre che salta da uomo a uomo. Carrino nella sua lingua vivida e poetica trascina il bambino Gioia da Milano dove viveva con i suoi genitori al Sud irpino degli ascendenti, sballottato dal padre, alla madre, ai nonni in un paesino dell’entroterra vicino ad Ospedaletto. La narrazione è organizzata come un calendario gregoriano che ha in epigrafe ad ogni mese – il tutto scadenzato in un anno solare – una poesia, "perché quando inizio un mese ci metto dei versi che mi significa una cosa nella bocca, che mi toglie per un momento le vespe dallo stomaco, che mi dà l’infanzia di una cosa che so". Frenata dagli psicofarmaci in una sorta di anamnesi sconnessa Gioia ricostruisce mese dopo mese – ora ha 39 anni – le sue diverse permanenze all’OPG divise da vent’anni. Storia di un bambino solo che nessuno ha più reclamato che ad un certo punto incomincia a commettere atti di rabbia violenta ed omicida nei confronti dei suoi cari: un vetro sugli addominali di un padre che non ama, delle forbiciate omicide alla madre ed ad uno dei suoi tanti uomini, contro lo Zio Gigino travisatore di ingenuità sessuali e contro il lenone Mario che neanche lui ha voluto amarla. Mentre l’identità sessuale trova una fuga nella sofferenza della non accettazione da parte di una figura paterna ordinaria, Gioia, si ritrova a più riprese nell’OPG: lì c’è la sua nuova madre, la quercia del parco sotto cui culla le sue malinconie; lì il padre putativo il dottor Mancuso; lì l’infermiera Anna e gli altri paramedici che gli iniettano sostanze che sono virus che attentano alla memorizzazione dei files della sua memoria ritrovata. Perché Gioia attraverso la sua scrittura lunare ed elettronica ritrova le cause del suo stato e la sua dignità nella solitudine. Sa che il microcosmo OPG non è la strada per ritornare alla sua burocratica normalità, ma capisce anche che fuori dal nosocomio, lei (lui), non esiste più.

Vincenzo Aiello


Altri

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Pozzoromolo, secondo romanzo di Carrino: un personaggio che fa innamorare
Gioia, una trans oltre la cronaca

Benché non siano lontane dalla realtà quotidiana, fuoriuscite da un limbo di invisibilità e indicibilità che per antichi tabù culturali le ha relegate in una dimensione mostruosa e anormale, e nonostante l’attenzione mediatica guadagnata sia in seguito alla pressione esercitata dal movimento lgbtqi che all’urgenza dei recenti casi di cronaca, raramente diventano materia di narrazioni le vite di transessuali, travestiti e più in generale delle persone che vivono la loro identità di genere oltrepassando i limiti imposti da anatomia e costruzioni sociali. Faticano, in Italia, a essere metabolizzate nel grande ingranaggio dell’immaginario collettivo che tutto avvicina e addomestica.
Il primo elemento di rilievo di Pozzoromolo (Meridiano zero), il secondo romanzo dello scrittore napoletano Luigi Romolo Carrino, è proprio il frastagliato profilo della sua protagonista. Gioia è stata un bambino sperso in una Milano risuonata nel ritornello di una canzone pop. Affidata dai genitori separati ai nonni contadini in una fiabesca campagna campana, giovane vittima di uno stupro incestuoso, prostituta sfruttata in nome di un amore frainteso e svilito, assassina per caso o per sfinimento e inesausta esploratrice, in un non-tempo senza direzione, dell’abisso notturno della sua camera di detenuta, Gioia è eccessiva, struggente, melodrammatica testimone di un’esistenza che si dibatte fuori dal bordo di ciò che è lecito, ordinato, regolamentato.
A misurare il senso del limite e del suo supefamento, tra fughe e ritorni, le recinzioni del manicomio criminale in cui è rinchiusa e dal quale tiene un diario-confessione che si fa ragione stessa di un’esistenza senza bussola, affastellando i passi di una ricerca di motivazioni, e assoluzioni e facendo i conti con i coccolati fantasmi del passato che chiedono ascolto e ripetono se stessi come in un algoritmo rituale. Accucciata sul fondo di Pozzoromolo, Gioia è una creatura di desiderio che fa innamorare il lettore che la segue passo passo, tra smarrimenti e illuminazioni, in un tortuoso cammino di ambiguità sessuale, malattia e amore incancrenito, rorido di voci di dolcezza disperata.
La ricerca di una felicità, di un’autenticità, di una liberazione potrebbe essere considerata la nota di fondo della prosa di Carrino che, nella precedente prova Acqua Storta, pubblicata sempre per Meridiano zero, con quindicimila copie vendute e ben cinque ristampe, aveva già sedotto il lettore inanellando il noir di due camorristi gay, schiacciati dall’orografia di una Napoli barocca e dalle tragiche necessità del suo sottobosco di illegalità. "quot;ln entrambe le storie – racconta lo scrittore – ci sono due motivi fondamentali. L’impossibilità di pensare, la preclusione alla libertà del pensiero… E la ricerca di un sé che si avvicini quanto più è possibile a qualcosa di autentico, un valore soggettivo e non oggettivo." Non è un tipo da scorciatoie Carrino. Non sceglie vie facili per sé e per i suoi lettori, ma mulattiere che non danno agio ai passi, che spillano sudore e si ammantano, nel cammino, della contentezza delle scoperte più preziose. Il secondo motivo per cui Pozzoromolo merita la lettura è la qualità, da assaporare rigo dopo rigo, della scrittura con la quale il libro è forgiato: l’affascinante esercizio di una scrittura implacabile, che non ammette sospiri di sollievo o momenti di inerzia. Per intrecciare il vimini tagliente di un monologo dentro la memoria, Carrino lavora con l’azzardo di una prosa a memoria di forma, simile a quei particolari materiali che solleciti, schiacci, comprimi e hanno il pregio di recuperare inesorabilmente la forma iniziale, la stessa consistenza, lo stesso volume.
Nella prosa di Carrino la memoria della forma a tratti è incompleta, alterata, rigonfia, deformata. La manipolazione esercitata dall’autore (o, dentro di lui, nelle sue pagine, da Gioia, la voce narrante del romanzo) conserva e falsifica la memoria della poesia, dei giorni, dei travagli, delle canzoni, dei decenni, dei discorsi, degli ardimenti, delle inquietudini e delle omissioni. Dopo essere stato percosso da un martello, il libro cerca di ri-configurare tutta questa massa enorme e informe di sensi, ma la memoria della forma fallisce in un moto di meravigliosa irriducibilità, in un appassionato, approssimativo tentativo di masticazione senza digestione, nel quale i lettori sono chiamati a essere denti e saliva, per dare a Gioia un sollievo che sia redenzione ed eco.

Francesco Paolo Del Re


andyviolet.blogspot.com/VincenzoAiello, 31.10.09

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Qualche giorno dopo l’uscita del secondo romanzo di Luigi Romolo Carrino, qualcosa sembrava non essere andato per il verso giusto. L’editore scriveva allarmato allo scrittore, per il disinteresse che sembrava circondare l’opera, preoccupato che l’impatto con la materia inusuale del libro avesse suscitato perplessità nei critici, che avevano forse negli occhi ancora lo stupore per Acqua Storta. Per tutta risposta, Carrino ha pubblicato su Facebook il carteggio, rendendo espliciti i dubbi riguardo la sua opera, ma anche liberandola dallo scomodo confronto con la sua opera prima. Pozzoromolo è una sfida durata vent’anni, che non può contare sull’appeal di un argomento vergine, come quello dell’omosessualità nella camorra, che, senza inutili pudori, ha contribuito certamente a suscitare attenzione sul libro, a prescindere dall’indubbio spessore dell’autore. Sarebbe stato semplice, ora, battere ancora il ferro caldo di un filone narrativo orginale, ma Carrino non si accontenta certo di questo: decide allora di dare corpo ad un libro completamente diverso, in accordo col suo spirito da belva della guerriglia culturale, che non le manda certo a dire al piatto estetismo formale dei cosiddetti nuovi autori. La copertina del libro vi restituisce l’immagine ambigua di una ragazza: è uno dei volti possibili di Gioia, un suggerimento, un aiuto per dare una fisionomia ad un personaggio sovraccarico di immagini e di immaginazione, e per questo difficile da rinchiudere nel confine angusto di un corpo, di un volto. Eppure Gioia non è un fantasma. Il suo è come il racconto delle cose che si fa ad un cieco, per il quale la terra è la sua granulosità, il sole è il suo calore, l’amore è la pressione dei corpi l’uno sull’altro. Carrino, che riesce nell’impresa di essere Carrino e di non scimmiottare Carrino, adotta una strategia formale ibrida, come lo è il suo personaggio: prosa che ruba alla poesia l’incertezza della memoria e dell’essere, una densa concrezione emozionale che gioca in paziente lavoro di fratture. Per narrare Gioia, l’autore parla come lei, nella lirica perenne che è la lingua del disagio e dalla transizione. Non si può scrivere di tutto allo stesso modo: la lingua, i suoni, sono il corpo di un’idea, e pretendere di esprimere tutto con la stessa raffinata litania che tanto piace al lettore, che lo fa sentire colto e pieno di gusto, significa appiattire il pensiero. È un parere espresso dallo stesso Carrino, che tiene fede a se stesso in Pozzoromolo, in cui indaga lo spettro espressivo della parola umana, fatta di pause, interruzioni, esitazioni, lucide e improvvise esplosioni di senso: un libro che non vuole conquistarci, ma vuole essere conquistato, come una Pietà Rondanini, nella grammatica non accondiscendente dell’anima.

Andy Violet


angolonero.blogosfere.it, 28.12.09

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Dopo Acqua Storta, Luigi Carrino racconta un’altra storia di diversità. Lo fa attraverso la voce di Gioia, io narrante di Pozzoromolo. Rinchiusa in un OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) per qualcosa che non ricorda di aver commesso, Gioia scrive in continuazione, scrive e riscrive il suo passato, scompone e ricompone frammenti di memoria che si sovrappongono al presente.
In un tempo sconnesso e senza senso (41 febbraio, 51 marzo…), ricordi nitidissimi si alternano a memorie falsate da un pietoso oblìo chimico e dalla provvidenziale, seppur parziale, rimozione di eventi dolorosi.
Rinchiusa (non tanto fisicamente ma) nel loop del suo cervello malato, ulteriormente obnubilato dagli psicofarmaci che scandiscono le giornate, Gioia rivede i fantasmi della sua esistenza: la madre, il padre, il fratellino Luca, lo zio Giggetto, i nonni e Mario, l’uomo che lei ha amato e che l’ha portata sulla strada della prostituzione.
I fantasmi tornano e sono armati degli strumenti di tortura: Mario e la sua sigaretta accesa, la madre e gli spilli, Luca e la benda sugli occhi.
Gioia è nata sbagliata: donna in un corpo da uomo, sensibile in un mondo insensibile, è destinata al fallimento umano. Nella sua diversità ha smarrito la percezione di sé: vede solo il suo corpo di donna attraverso l’esteriorità femminile – gli abiti e i trucchi che usa, e che da bambino prendeva in prestito dalla madre. Tutta la sua vita è segnata da un unico interrogativo: "Ma tu, tu me vuo’ bbene a mme?".
In attesa di un riscatto che non avverrà, in balìa di Anna e Samuele, infermieri, del dottor Mancuso e del dottor Allocca, dalle cui decisioni dipende la possibilità di vivere o sopravvivere, Gioia vive in un eterno presente in cui si perpetua un dolore ottuso e costante.
Pozzoromolo dà un senso nuovo alle pubblicazioni di Meridiano zero, editore spesso liquidato in fretta come "noir".
La scrittura di Luigi Carrino deve molto alla poesia, per assonanze e musicalità. Il lettore può aprire a caso una delle pagine del diario di Gioia ed essere certo di trovare un rigo "importante". Carrino usa una lingua mista, italiano e dialetto, difficile e semplice al tempo stesso. Con parole misurate, mai buttate a caso, racconta l’Italia povera, provinciale e ignorante che ha partorito un fiore di rara sensibilità e fragilità come Gioia.
I ricordi di un tempo materiale molto vivido (la pubblicità, le canzoni, i libri), la rappresentazione della città e della campagna, la violenza di certe scene fanno di Pozzoromolo un romanzo indimenticabile. E di Luigi Carrino un autore a cui guardare con grande attenzione.

Alessandra Buccheri


www.arterotica.eu, 14.4.10

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Pozzoromolo non è un libro facile. È un libro da capire, è un libro che va letto più volte, è un libro che lascia pensare. Una storia questa: nascosta, oscurata dal perbenismo e allo stesso tempo mercificata dall’altra faccia del potere. È una ricerca continua di una felicità utopistica, una storia raccontata senza tempo, un non-tempo scandito dai ricordi e pensieri di Gioia, la protagonista/o. Il desiderio di farsi amare è lo specchio della nuova emarginazione contemporanea, il disagio sociale è rinchiuso in un diario/monologo di una innocenza violata.
Gioia è un ibrido, un archetipo, un capro espiatorio della società: lei donna/uomo, bambina/bambino, buona e cattiva, carnefice e vittima.
Chi è veramente Gioia?
Gioia è colei che porta amore e ricerca l’amore, Gioia è colui che viene abbandonato e violentato, un personaggio scomodo che risulta sacrificabile. Nasce in una realtà sbagliata dove la fragilità e sensibilità sono qualità negative e inutili per sopravvivere. Tutto e niente è il racconto, in un finale non finale del pensiero, dove il suo parlato, il suo dialetto, l’incertezza, gli odori, i fantasmi si trasformano in paura di ritrovarsi soli in un stanza di manicomio.
Si, no , forse non c’è verità assoluta è tutto buono e tutto cattivo, dietro il buono appare il cattivo e viceversa: è la vita! È ciò che viene occultato! La verità, l’accettazione fa troppa paura … si gioca con la irrealtà e la menzogna.
Alle domande non c’è mai una risposta, parole che si vorrebbero tenere con sé… senza lasciarle andare. Differenze? Quali differenze? Le differenze non esistono se non si creano.
La memoria delle origini, di ciò che è stato viene deformato come una continua metamorfosi. Invisibilità mostruosa di volti che appaiono dal buio che perseguitano la mente, allo stesso tempo fanno compagnia e confortano. Il libro è una poesia elegante dove riesci a perderti e ritrovarti, parole adatte non ci sono perché è difficile capire fino in fondo le confessioni struggenti nate da una mente malata che forse tanto malata non lo è!
Gioia non riesce ad uscire dal tunnel, in momenti di lucidità diviene consapevole del tutto mettendo insieme tasselli della sua vita: a volte allegri, a volte macchiati di sangue e tradimento, a volte pieni di sogni e desideri. Intrisi di quel lirismo, di quel gioco di metafore, dal senso fiabesco che trasporta la memoria a tanti rebus: Una mente cupa che in sordina cerca di trovare la strada per uscire dal pozzo nero della solitudine e pazzia.
E se il malato di mente non fosse Gioia ma la società che la circonda?

Marica Petti


artianoressiche.splinder.com, 10.11.09

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Dopo l’indiscusso successo di Acqua Storta, L.R. Carrino torna al romanzo con Pozzoromolo (Meridiano zero). Se in acqua storta nella vita dei due protagonisti deflagrava un ordigno che non solo sconvolgeva le loro vite ma sovvertiva anche l’ordine degli eventi narrati, nella vita di Gioia, la protagonista di Pozzoromolo, è il veleno che le distillano giorno per giorno che muta e trasforma la vita.
Un veleno quello a cui si abbevera Gioia, trasmesso sotto forma di medicinali, potenti tranquillanti che copiosamente, è costretta a prendere nel manicomio criminale in cui è rinchiusa da anni. È in quel mondo ristretto fatto da pareti vive, da cui spesso fuoriescono arti, Gioia scrive un diario, un diario che serve al suo medico ma anche a lei. In quelle parole scritte al PC scopriamo due universi, quello di una Gioia lucida che ricostruisce ogni attimo della sua vita e quello di una Gioia allucinata dai farmaci che non trova il senso della sua vita "A volte non riesco a capire il posto giusto delle parole, quale viene prima, quale parola viene dopo. Quando succede lascio che decidano loro dove stare."
Gioia ricostruisce la mappa dei suoi sentimenti, degli uomini che l’hanno circondata sotto l’ala nera di una madre che forse, più di lei, meriterebbe le mura di una clinica psichiatrica.
La scrittura di Carrino è semplicemente complicata, così come la vita di Gioia, è da leggere e da rileggere è del perdersi e del ritrovarsi, "Io sono semplice, tanto semplice da sembrare una tragedia da poco."
Le parole lottano, si accavallano, sgomitano per uscire dal cervello di chi racconta, si affannano sudate agli angoli delle stanze del manicomio, in attesa che chi legge le vada a salvare.
Lo sfondo di un’aspra campagna campana, di una terra dove ci si sporca le mani per coltivare tabacco, è l’infanzia di Gioia. Il suo presente è fatto dalle pareti bianche di un manicomio, dai letti di contenzione, pillole e siringhe, ma anche da un giardino con una quercia. Una quercia tanto grande da farle da vera madre.
Gioia lotta con se stessa, vuole riordinare quei pensieri che "sono come vespe nello stomaco, pungono, mordono". Il racconto non è mai consolatorio, non c’è speranza in quelle vite feroci che arrivano dal suo passato.
"Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito" E quanto sono orribili gli uomini della vita di Gioia, orribili con quel bambino che è stata e che in parte ancora vive in lei.
Quando le medicine non le annebbiano il cervello, quando un nuovo dottore le chiede come sta o un’infermiera le sorride, Gioia chiede solo "di sopravvivere a tutto quel buio sbalorditivo che viene anche di giorno. Io non so perché sono qui, io non ne sento la ragione".

Mario Gelardi


babborenna.blogspot.com, 20.2.10

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Imperdibile.
Personalmente, non ho mai letto nulla di simile. E da quando l’ho finito non ho ancora smesso di ragionarci sopra, Pozzoromolo ancora mi "disturba".
Ho avuto la fortuna di affrontare questo romanzo all’interno di un gruppo letterario promosso sul blog "Sul Romanzo". Devo dire infatti che nel corso di quattro appuntamenti (uno a settimana), i commenti degli altri lettori mi hanno molto aiutato e stimolato nella comprensione del testo.
L’autore, Luigi Romolo Carrino intraprende una serie di scelte ardue: il tema struggente di una storia che parla dell’assenza dell’amore in tutte le sue forme e il voler dar voce a un personaggio complesso creando un linguaggio che a tratti è delirio, con voci sovrapposte, memorie, frammenti di canzoni e poesie. Il linguaggio e la struttura del romanzo sono molto complessi, per riuscire a capire e quindi anche ad apprezzare tutto ciò che Pozzoromolo comunica, il lettore deve sforzarsi a leggere con concentrazione. È una conquista impegnativa, ma lo sforzo è ben ripagato.
L’io narrante di Pozzoromolo, si chiama Gioia, un soggetto dall’identità sessuale ambigua, detenuta in un ospedale psichiatrico giudiziario per un reato che non ricorda o che ricorda ma solo a livello subconscio. La sua è infatti una doppia reclusione, fisica e mentale durante la quale rivede i fantasmi del suo passato (la madre, il padre, il fratellino, lo zio, i nonni e l’uomo che lei ha amato e che l’ha portata sulla strada della prostituzione) e scrive un diario per sé che rappresenta una confessione intima e struggente. Forse per la confusione mentale, forse per la consapevolezza che tale diario lo legge anche il suo terapeuta (il dottor Mancuso), forse per l’effetto dei farmaci che le vengono somministrati, forse per tutte queste ragioni insieme, le pagine di tale diario sono ricche di contraddizioni ed enigmaticità. In questo diario, Gioia narra le vicende della propria infanzia, la storia di un bambino solo ("Non è ancora giorno, mi viene una paura che quasi mi voglio bene da solo") che arriverà a commettere azioni di efferata violenza nei confronti delle persone da cui avrebbe voluto ricevere amore. In un contesto sociale e famigliare a dir poco orribile ("il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito") la sua vita è segnata da un unico interrogativo: "Ma tu, tu me vuo’ bbene a mme?".
Gioia nell’ospedale vive in una di quotidiana sofferenza, ossessionata dai ricordi e tormentata dal desiderio di libertà. Ciò nonostante, sorge il dubbio che il posto dove Gioia è stata più felice e amata sia proprio l’ospedale psichiatrico.

Renato Milioni


www.beatbopalula.it, 16.12.09

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Ci vuole del tempo, ma non troppo per poter riprendersi e trovare le parole adatte per esprimere ciò che lascia e ciò che nutre la lettura di Pozzoromolo, ultimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, che abbiamo conosciuto con il fortunato Acqua Storta._
Meridiano zero pubblica un racconto complesso che sfida colui che dal primo rigo è intrappolato dalla scrittura di Carrino: spezzata, sanguinante, viscerale, visionaria, cruda, sporca, ma soprattutto unica e nuova. In scena – perchè noi vediamo quel che accade – c’è una persona che non conosce il mondo se non attraverso il graffio, la ferita, l’esclusione, la violenza, la rinuncia e la disperata ricerca di amore disinteressato, c’è una persona rinchiusa in un ospedale psichiatrico per i crimini che ha commesso e solo la scrittura permette a quest’individuo di riannodare i fili di quel che ha vissuto.
_La sua scrittura, i suoi ricordi smozzicati e invocati ci feriscono e ci partecipano. C’è la vita ospedaliera con i suoi ritmi che goccia a goccia rendono i giorni sempre uguali eppure diversi sia per il contenuto delle memorie di Gioia, sia per i farmaci che rendono un essere umano un vuoto involucro incapace di reagire alle visioni notturne con le quali dialoga e dalle quali non può difendersi perchè il suo corpo è legato ad un letto._
Le pareti bianche di giorno sono uno spazio osceno di notte dove la madre, il padre, il fratellino e la paura sono messi in questione con volontà immensa, una volontà di comprendere la colpa inflitta, che eccede lo spazio della narrazione e diviene un nucleo di identità che crolla sotto il peso della ragione._
Un’Italia, quella del terremoto degli anni ’80 e un contesto umano degradato incapace di osservare e comprendere un gesto che non sia della belva, quella che non conosce verbo, ma che sa dire io. Quest’Italia non c’è più eppure insiste, le canzonette e una comunità agricola rara sono una delle cornici, dell’infanzia di Gioia. L’altra è la carne, perchè è come carne che esiste l’uomo, come tessuto aderisce all’altro e stampa sulla propria pelle e nel proprio animo le parole che non abbiamo ancora conosciuto._
I capitoli sono scanditi come mesi che si aprono con dei versi, parole che si trasformano in poesia, non ci sono nomi noti, ma persone vive come le parole che usano. L’intento letterario di Carrino è forte, non per la storia che racconta, perchè un fatto non è potente e non ti riguarda finchè non lo senti, e con Pozzoromolo la forza è nelle visioni che lo scrittore evoca. Perchè questa storia, ora, mi riguarda, mi gioca, mi mette in crisi, è anche la mia. Questa è la poesia che reclamo.

Francesca Grispello


bolobazzalive.ning.com, 11.12.09

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Incontro con l’autore condotto da Vincenzo Branà
Una stanza buia, in cui la luce dall’esterno entra sminuzzata in piccoli fasci da fessure e grate, punteggiando i muri come se avessero all’improvviso mille occhi. Chi guarda sta lì, appiccicato ai muri, chi sente – e chi ascolta, chi vive e si lascia vivere – sta dentro, nella stanza, quella del nuovo romanzo di Luigi Carrino – il secondo, dopo l’apprezzato esordio con Acqua Storta. In quella cella spoglia di oggetti ma ingombra di fantasmi, dove non c’è niente da vedere ma mille occhi che guardano, Carrino ci obbliga a indossare jeans senza lampo, scarpe senza stringhe e camicie senza bottoni. In quei panni siamo Gioia, una lei che non si fa pensiero di quella barba ruvida che incontra quando si accarezza il viso, e che in quel giugno reso infinito dall’onda dei sedativi ricorda di come da bambina giocava, di nascosto nel capanno, ad acchiappafarfalla e ad acchiappacardillo, seguendo la guida di quelle mani grandi e familiari che da poco avevano riposto la saldatrice. Pozzoromolo è il diario drogato che nasce nella cella di un ospedale psichiatrico giudiziario, un racconto che inciampa nei farmaci e nella stringhe che legano al letto: una bella prova letteraria, accurata, intensa, affascinante. È il tratteggio progressivo, cadenzato da terapie e incubi, di una violenza subdola che si traveste da apprensione e che si insinua nell’esistenza come l’ago di una siringa che inietta piano sottopelle, entra dalla bocca come uno sciame di vespe, fa l’alveare nello stomaco e sfoga i pungiglioni sulle pareti: punture sulle budella e aghi nelle mani. Un logorìo costante, un’agonia senza urla perchè serve forza anche per urlare. Un’esperienza ambigua di amore e morte che è rimasta incastrata nella corteccia, in cui si intreccia coi ritornelli delle canzoni alla radio e da cui erutta in fogli e fogli di carta manoscritta. "Ci sono lettere che devono essere scritte anche se nessuno le leggerà mai". Anche se non serviranno a far sparire quel braccio che di notte spunta dal muro e cinge e che tiene in mano una sigaretta accesa, come una dele tante finite spente sulla faccia. Anche se il dottor Mancuso le spia, o magari le legge addirittura tutte, per curarle come ricordi malati, quasi fossero chiodi piantati a matà, da estirpare portando via la carne o da schiacciare fino in fondo – Diazepam, Remeron, Serenase – fino a sembrare banalissimi "nei". Carrino racconta la reclusione, il delirio, l’amore isterico rinchiuso nella gabbia dell’apatia. e parla della famiglia assassina, del maschile che diventa femminile, dell’amore distribuito senza senso. In un romanzo cotruito per onde e risacche di calmanti, che rincorre i picchi psicotici per trasformarli in un racconto aberrato, dove è inevitabile sentirsi occhi spiaccicati sui muri a cui è chiesto di ristabilire il discrimime tra l’ordinario e la follia.


www.ilbrigante.com, 13.10.09

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L.R. Carrino torna con Pozzoromolo
L’autore di Acqua Storta torna con un nuovo romanzo, edito da Meridiano zero

Gioia è l’amore dalle unghie laccate, i capelli biondi, l’ombretto verde, mentre la notte proietta luci bugiarde sulla parete. È rinchiusa in un manicomio criminale, ha la mente labile di una bambina, immobilizzata in un letto aspetta i farmaci che le sottraggono i ricordi. Ombre vengono a ghermirla: il braccio che esce dalla parete portando la brace di una sigaretta accesa, il volto immobile di un bambino dalla cui bocca esce un rivolo d’acqua. Tutto brucia, tutto annega in quegli sprazzi di vita. Lei non ricorda che crimine ha commesso, non sa perché è lì, i frammenti di memoria si contraddicono a vicenda.
La sua mente candida, dimenticata dal mondo in un cimitero di vivi, tenta invano di ricostruire la verità, fino a una notte di San Lorenzo in cui, come stelle terribili, cadono a una a una le presenze ossessive di coloro che ha amato. C’era una masseria piena di sole con foglie di tabacco stese a essiccare, c’era una madre bella e degli aghi piantati nella carne in un’atroce punizione, c’era un padre che non c’era, c’era la strada e i clienti che compravano il suo corpo, c’era un amore crudele.
La verità che strappa alla notte è la carne che la fa sentire donna quando invece è nata maschio, che la fa pazza e che le ha macchiato le mani di un sangue che non ricorda di chi sia. Gioia è l’agnello che lava i peccati degli altri. È la ferita e la colpa, vittima predestinata di carnefici imperdonabili. Gioia ha amato le mani che la picchiavano, la stupravano, la scartavano.
Carrino racconta la malattia mentale e l’ambiguità sessuale come se attingesse al ventre in cui riposa l’infanzia collettiva dell’umanità, dimenticando le regole della prosa e della poesia e scegliendo di fare arte. Il sangue che versa disperde gli incubi delle nostre notti.


www.ilbrigante.com, 8.3.10

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Il primo errore da evitare quando ci si accosta ad una "opera seconda" è fare raffronti con la prima, baciata dal successo di critica e di pubblico. Spesso, è vero, ci sono furberie per rinnovare la formula magica, semplicemente ripetendola. Ma Luigi Romolo Carrino non è il tipo. E Pozzoromolo (ancora per Meridiano zero) non ha debiti nei confronti di Acqua Storta (che qui citeremo per la prima e unica volta), pur naturalmente presentando intatta la cifra dell’autore campano, riconoscibile ad ogni passo.
Se vi incuriosisce il titolo, sappiate che Pozzoromolo è una località dell’agro nolano dove l’autore sarebbe stato concepito. Detto questo, siete fuori strada se pensate che trattasi di opera autobiografica. Eppure Carrino, che si firma anche questa volta con le iniziali dei suoi nomi, L.R., parla in prima persona, in forma di diario. E parla di Gioia, nome di donna in corpo di uomo, ricoverata in un ospedale psichiatrico. Ritmo, spostamenti temporali, depistaggi narrativi. Carrino si scatena facendo esplodere il suo mondo poetica con presumibile goduria intellettuale, con quella sua scrittura carnale che nel lettore scatena domande e allo stesso tempo spinge a chiedere tregua, per riprendere fiato.
Così è Pozzoromolo, che con quella parola tanto amata dai recensori d’antan potremmo definire "avvincente", nel senso letterale del termine. Pazienza se qualcuno si aspettava un bis, o se è meglio o peggio di.
Pozzoromolo è un’altra cosa. E vola più alto. Chi ha gli occhi per vedere se ne accorgerà.

Antonio Mocciola


Caserta News, 27.11.09

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Pozzoromolo non è un libro come gli altri, "è imbevuto di poesia, di tragedia, è una confessione intima e struggente", ma è anche un romanzo duro, un pugno nello stomaco. Unghie laccate, capelli biondi, ombretto verde, è Gioia, rinchiusa e immobilizzata in un letto in un manicomio criminale, perché la sua mente è troppo labile. Lei non ricorda che crimine ha commesso, tenta invano di ricostruire la verità, ma i frammenti della sua memoria si contraddicono, come il sentimento che avverte e la fa sentire donna quando invece è nata maschio.


il Cassero, nov-dic 2009

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Una stanza buia, in cui la luce dall’esterno entra sminuzzata in piccoli fasci da fessure e grate, punteggiando i muri come se avessero all’improvviso mille occhi. Chi guarda sta lì, appiccicato ai muri, chi sente – e chi ascolta, chi vive e si lascia vivere – sta dentro, nella stanza, quella del nuovo romanzo di Luigi Carrino – Pozzoromolo (Meridiano zero) – il secondo dopo l’apprezzato esordio con Acqua Storta. In quella cella spoglia di oggetti ma ingombra di fantasmi, dove non c’è niente da vedere ma mille occhi che guardano, Carrino ci obbliga a indossare jeans senza lampo, scarpe senza stringhe e camicie senza bottoni. In quei panni siamo Gioia, una lei che non si fa pensiero di quella barba ruvida che incontra quando si accarezza il viso, e che in quel giugno reso infinito dall’onda dei sedativi ricorda di come da bambina giocava, di nascosto nel capanno, ad acchiappafarfalla e ad acchiappacardillo, seguendo la guida di quelle mani grandi e familiari che da poco avevano riposto la saldatrice. Pozzoromolo è il diario drogato che nasce nella cella di un ospedale psichiatrico giudiziario, un racconto che inciampa nei farmaci e nelle stringhe che legano al letto, una bella prova letteraria, accurata, intensa, affascinante. È il tratteggio progressivo, cadenzato da terapie e incubi, di una violenza subdola che si traveste da apprensione e che si insinua nell’esistenza come l’ago di una siringa che inietta piano sottopelle. Entra dalla bocca come uno sciame di vespe, fa l’alveare nello stomaco e sfoga i pungiglioni sulle pareti: punture sulle budella e aghi nelle mani. Un logorio costante, un’agonia senza urla perchè serve forza anche per urlare. Un’esperienza ambigua di amore e morte che è rimasta incastrata nella corteccia, in cui si intreccia coi ritornelli delle canzoni alla radio e da cui erutta in fogli e fogli di carta manoscritta. "Ci sono lettere che devono essere scritte anche se nessuno le leggerà mai". Anche se non serviranno a far sparire quel braccio che di notte spunta dal muro e cinge e che tiene in mano una sigaretta accesa, come una delle tante finite spente sulla faccia. Anche se il dottor Mancuso le spia, o magari le legge addirittura tutte, per curarle come ricordi malati, quasi fossero chiodi piantati a metà, da estirpare portando via la carne o da schiacciare fino in fondo – Diazepam, Remeron, Serenase – fino a sembrare banalissimi "nei". Carrino racconta la reclusione, il delirio, l’amore isterico rinchiuso nella gabbia dell’apatia. E parla della famiglia assassina, del maschile che diventa femminile, dell’amore distribuito senza senso. In un romanzo costruito per onde e risacche di calmanti, che rincorre i picchi psicotici per trasformarli in un racconto aberrato, dove è inevitabile sentirsi occhi spiaccicati sui muri a cui è chiesto di ristabilire il discrimine tra l’ordinario e la follia.

Vincenzo Branà


cinemadadenuncia.splinder.com, 31.10.09

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Rinchiuso da quasi venticinque anni in un ospedale psichiatrico giudiziario, Gioia, travestito trentanovenne con un vissuto duro e violento, cerca di ricordare il motivo per cui si trova lì. Rielaborando le visioni notturne generate dalle ombre della sua camera, scrive un diario nel quale le figure della sua infanzia – e della fuga provvisoria dall’OPG – si manifestano con un’intensità variabile a seconda del trattamento farmacologico somministratogli e del periodo dell’anno, raggiungendo il picco di massima intensità nel mese di agosto. Il giorno 10.
Serenase, Diazepam, Remeron, Doxepina, Zyprexa, Rivotril, Anatensol, Haldol: questi alcuni degli psicofarmaci che narcotizzano la mente di Gioia, ingolfandone le facoltà, intorpidendone la memoria. Quando il trattamento farmacologico è meno anestetizzante, la sua sofferenza si acutizza, ma, insieme all’accresciuta persecutorietà dei fantasmi interiori, le immagini che Gioia trascrive sul pc si fanno più precise, nette, imperiose. Un diario che fatica a comporsi poiché sull’orlo di un doppio baratro: quello della sedazione e quello dell’impazzimento ("Ho imparato che sono malata ma non tutta malata, che questa malattia non dura, ma non dura a lungo nemmeno la mia tranquillità").
Paradossalmente, nei momenti di maggiore lucidità mnemonica, le date schizzano fuori dal calendario (41 febbraio, 56 maggio, 77 giugno) o si inceppano su un solo giorno (10 agosto), frammenti di significanti rimossi si incistano nel tessuto narrativo (frasi o interi capoversi sbarrati): la verità è incastonata nel delirio. Tutto parla, si anima: il sudore frigge, il tempo trascorre nelle vene, le ombre imbrogliano, il buio invecchia, la quercia ama, la notte sussurra e promette. Un mondo, quello di Gioia, attraversato dal desiderio di comprensione, dal bisogno inappagato di un affetto gratuito come quello che riceve momentaneamente da Saverio, l’ennesimo amante della madre ("Una cosa unica per me, l’unico che mi voleva bene senza un motivo").
Impossibile non sentirsi trafitti dagli aghi della madre di Gioia, impossibile restare indifferenti alla morte del piccolo Luca, impossibile rimanere insensibili leggendo le pagine che descrivono l’"infanzia screanzata, difficile, complicata" di Gioia, un’infanzia costellata di maltrattamenti, abusi e prevaricazioni. Pagine nere di un’esistenza costretta ad apprendere in fretta un lessico familiare in cui amare non significa affatto voler bene. Al contrario. E i ragionevoli dubbi di credibilità che possiamo nutrire sulle sue ruminazioni vengono messi a dura prova dalle registrazioni dei tre mesi in cui era nel letto di contenzione: incisioni di agghiacciante ferocia.
Luigi Romolo Carrino, al suo secondo romanzo, forgia un linguaggio singolarissimo e spaventosamente spiazzante, in bilico tra autoanalisi e confessione, raptus e resoconto, dialetto campano e italiano immaginifico. Un impasto stilistico che mescola infantilismi (lo stralcio del quaderno Tom) e tecnicismi (l’infilzatura delle foglie di tabacco), metonimie ("mettermi il sonno nelle vene") e metafore ("la camera ardente della mia infanzia"), trivialità ("aprimi il culo e sfondami il porto col tuo mercantile") e lirismo ("Sei luogo e circostanza, sei presenza. Mutilazione"), conati fiabeschi ("C’era c’era, ora mi ricordo che c’era…") e cunti tradizionali (la storia dei due fratelli, il racconto di Pozzoromolo). Un romanzo di una potenza siderale, graffiato dalle strie luminose delle stelle che solcano il cielo, mute e lontane: "Sento mille enigmi, non so risolverli".

Alessandro Baratti


Clubbing, dicembre 2009

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Dopo il grande successo di Acqua Storta, tragedia gay in salsa camorristica, torna in libreria uno dei nomi di spicco della new wave letteraria italiana, L.R. Carrino. Stavolta l’autore napoletano ci parla di Gioia, internata in un manicomio criminale, un uomo/donna dalle molte personalità e dai mille incubi. Linguaggio poetico e trama sanguigna: lo stile di Carrino è senza mezze misure, dunque inconfondibile.

Massimiliano Palmese


www.collacolla.com, 29.1.10

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Pozzoromolo di Luigi Romolo Carrino, uscito in ottobre dopo il fortunato successo di Acqua Storta, sempre per i tipi di Meridiano Zero, e a tre anni di distanza dalla raccolta di poesie TempoSanto, pur condividendo con il primo romanzo l’ambientazione socio-geografica e la storia di "diversità" dei rispettivi protagonisti, dimostra di avere molti punti di contatto con la silloge lirica. A quest’ultima l’accomunano il percorso di dannazione compiuto dalla lingua e la propensione del linguaggio a materiarsi in poesia.
L.R. Carrino è scrittore avvertito e, per consentire al lettore di sentirsi a suo agio, sembra offrirgli immediatamente il percorso narrativo della lucida follia da cui è assediata Gioia, la protagonista. Nel dipanarsi del racconto il significato si stratifica attraverso tragitti impervi sapientemente costruiti dall’autore, mediante l’uso estremamente consapevole del laboratorio retorico, il ricorso a felici espedienti grammaticali e narrativi volti a rendere ambiguo il discorso e la sua interpretazione, e grazie anche a un’accorta commistione di generi letterari.
Protagonista della narrazione è Gioia, personaggio dalla identità anfibia, una donna con un corpo maschile che, rinchiusa in un OPG a scontare una colpa di cui non possiede memoria, affida alle asettiche pagine di Word il racconto retrospettivo della sua vita, rifranta nello specchio ingannevole di uno scriversi negli intervalli tra un sedativo e l’altro. Il suo racconto si snoda piagato dai graffi della censura e dagli spilli della punizione antica, dagli strappi dello smemoramento e dalle schegge accecanti del ricordo. È la ferita aperta, privata e collettiva, che spurga "le infezioni del mondo" mediante un linguaggio ora fanciullo, ora adulto, ora trasparente, ora opaco e singhiozzato, che si fa escoriazione d’anima, ematoma antico.
La narrazione, tramata di ricatti e di tradimenti, di reati e desideri, di innocenze perse e riconquistate, di abbandoni marchiati a sangue e di presenze non sempre positive, procede inscenando un coro tragico di ombre. Tra esse spiccano le figure genitoriali: una madre il cui amore materno si manifesta paradossalmente solo attraverso punizioni e castighi, donna troppo interessata alla propria persona e ai vari uomini con cui nel corso del tempo tradisce il marito, e un padre la cui assenza ispira il lamento di amore filiale frustrato che impasta d’amaro ogni cosa, ogni momento dell’esistenza, fino a proiettarsi in episodi di violenza sessuale, di cui la protagonista si racconta vittima.
Tessera per tessera, attraverso luminose acrobazie stilistiche, in un linguaggio composito costituito da un periodare irregolare, da echi intertestuali letterari e popolari, Gioia compie la sua discesa nell’Averno e la racconta mediante la frammentazione della narrazione diaristica. Pozzoromolo non si può leggere tutto d’un fiato, in quanto non si tratta solo di seguire lo sviluppo di una storia, bensì di spingersi e sprofondare orficamente negli abissi di un’anima per poter partecipare a un rito iniziatico e purificatore.

Teresa Ferri


www.coolclub.it, 7.12.09

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Ci sono libri che sanno entrarti sotto la pelle, come un tatuaggio e da lì non li cancelli più. Ci sono libri, poi, fra quelli che ti entrano sotto pelle che si meritano un posto speciale. Pozzoromolo di Luigi Romolo Carrino, pubblicato da Meridiano Zero, io me lo sono tatuato vicino al cuore.
Ci sono libri che quando li leggi pensi che chi li ha scritti deve aver sofferto molto nel farlo, perché andare a toccare certi punti dell’anima non può che essere doloroso. Ci sono certi personaggi, come Gioia, il transessuale rinchiuso tra le mura di un ospedale psichiatrico giudiziario per un delitto che non ricorda di aver commesso, e di cui le pagine di Pozzoromolo sono le memorie, distorte, rubate agli stati di incoscienza e sonnolenza dati dagli psicofarmaci, ci sono certi personaggi indimenticabili, per spessore e grandezza.
Lo dico senza retorica: Pozzoromolo è senza dubbio la cosa migliore che ho letto negli ultimi anni. Non leggo moltissimo, forse, ma di bei libri ne ho letti, e questo certamente è il migliore. Leggetelo, piangete, innamoratevene e fatelo leggere a tutte le persone che reputate intelligenti. Ve ne saranno grate.

La cosa più straordinaria di Pozzoromolo, il tuo capolavoro in questo libro, è senza dubbio la lingua. Il tuo personaggio, Gioia, usa un lingua che non è italiano e non è dialetto, non è linguaggio comune e non è linguaggio poetico ma tutto questo insieme. Che tipo di lavoro hai fatto sulla lingua?
Il mio personaggio utilizza diversi registri a seconda dei momenti del libro. C’è il registro dettato dalla terapia farmacologica, che è questo italiano misto al dialetto, poi c’è il Remerol che la riporta ad uno stato quasi infantile con il giochino del c’era c’era, poi a metà romanzo diventa tutto più lucido per Gioia e quindi anche il suo linguaggio si adegua. E infine, nella parte finale quando lei viene completamente fuori c’è questo linguaggio altissimo, poetico, quasi shakespeariano, senza voler fare paragoni. Però quando Gioia dice la padre "Torna a saldare al buio tutte le braccia che non mi hai aperto" è il suo momento più alto, più poetico e forse più autentico.
Io credo che ogni storia, ogni personaggio, abbia bisogno della sua lingua. Nel mio prossimo libro utilizzerò un altro registro linguistico. Così come è stato in Acqua storta. Non mi interessa rifarmi, ripetermi. Non è questa la mia idea di letteratura. Gioia è un misto di infanzia contadina, vive a Roma per due anni dopo essere scappata da un manicomio e poi vive per 23 anni in una cella a studiare, a leggere. Ho cercato di seguire io stesso il percorso di Gioia, di immedesimarmi con lei. Il libro è stato scritto in vent’anni e si vede, o almeno spero.

Già con Acqua Storta ci hai abituati a personaggi non convenzionali, molto originali e qui con Pozzoromolo, tiri fuori Gioia, un personaggio unico e meraviglioso. Ma chi è Gioia?
Intendi dire se Gioia sono io? Se c’è dell’autobiografismo? Gioia è sicuramente una parte di me che mi è sempre appartenuta, per il suo processo identitario, quello che i redattori di Meridiano zero hanno definito ambiguità sessuale. E poi anch’io come Gioia in un lungo periodo della mia vita utilizzavo la scrittura come catarsi, come cura. Ero praticamente muto, non parlavo. Insomma, molte delle cose di Gioia sono mie come la paura di non riconoscersi, di non sapersi rappresentare per come ci viene detto di rappresentarci, l’incapacità di pensarsi.
Ovviamente nel libro confluiscono tantissime esperienze e tantissime passioni come la psicologia o gli studi sul ricordo di Stern. Ancora, ci sono vari esorcismi, i rapporti con miei genitori, il nodo parentale. Detto come va detto sono contento che ’sto libro sia finalmente uscito, che mi abbia liberato da alcuni fantasmi.
Mi rendo conto che questo libro mi ha aiutato davvero a "guarire" da certi mali, me ne rendo conto adesso che sto quasi finendo il mio terzo romanzo col quale vado a toccare i calciatori gay. Mi ammazzeranno. Non mi ha ammazzato la Camorra, mi ammazzerà tutta l’Italia.

Ci sono dei maestri ai quali in qualche modo ti rifai?
Certo e sono tantissimi. Sicuramente Pasolini. Non voglio fare paragoni, però credo che tra Acqua Storta e Una vita violenta le affinità siano tante. E poi Elsa Morante. Lei è straordinaria, certo è molto descrittiva, ma ha scritto delle pagine bellissime dalle quali non si può prescindere.
E poi la trilogia di Agota Krsitof, un vero pugno nello stomaco, Il profumo di Suskind, e poi autori immensi come Proust, Emily Dickinson, o le poesie di Mariangela Gualtieri, una parte, verso la fine di Pozzoromolo è ispirata al suo Monologo del non so. Ma ci sono anche scrittori giovani, contemporanei come Giorgio Vasta o Alessio Arena. Nel finale del libro cito i loro lavori. Alessio è un mio caro amico, Giorgio Vasta invece non lo conosco e spero che non se la prenda a male, ma il suo libro è stata una delle cose più interessanti che ho letto nel 2009.
Quello che invece mi annoia nei contemporanei è la ripetitività: il sessantesimo commissario simpatico che ha un vezzo particolare che lo distingue dagli altri. Dove l’unica cosa che conta è la storia, a volte nemmeno così originale. Per carità ci vuole talento anche per serializzare un personaggio ma non è quella la parte che mi interessa, non è quella per me la letteratura.

Ti capita mai, mentre scrivi di pensare come avrebbe scritto questa frase Pasolini, o la Dickinson (per citare due autori che hai nominati)?
Il mio motto è leggi e dimentica. Certo mi capita di riconoscere in quello che scrivo echi di quello che ho letto, ma questo è normale perché poi quello leggiamo entra a fare parte del nostro bagaglio di esperienze. Quindi se mi capita di richiamare con la mia scrittura altri autori è fatto sempre senza intenzionalità. Poi c’è un altro livello che è quello della citazione voluta e cercata. In Pozzoromolo faccio una serie di citazioni che vanno dalle canzoni sceme ai poeti che amo di più. Il disocrso qui sarebbe lunghissimo, perché ovviamente se saccheggi un autore poco noto è disonesto, se citi un grande autore è un omaggio che tu fai. Qualcuno per esempio dopo aver letto Pozzoromolo mi ha detto "ma questa è Alda Merini!" E certo che è Alda Merini, è citata. Ecco, secondo me il discrimine tra il lecito e l’illecito sta nel citare la fonte.
Acqua Storta ha avuto un bel successo di pubblico. Te l’aspettavi e che cosa ti aspetti con Pozzoromolo?
Il mio primo libro ha venduto veramente tanto per essere un esordio e con una casa editrice medio piccola come Meridiano zero. Quando abbiamo avuto i dati delle vendite ho detto: "Devo dire a mia madre di smetterla di comprare copie del mio libro!". Battute a parte è stata davvero un abella sorpresa, ma non penso di bissare il successo con questo secondo romanzo. Con questo libro non penso di superare le duemila copie. I motivi sono tanti: l’utenza di Acqua Storta è stata molto di genere, quasi il 70/80 per cento erano lettori omosessuali o donne. E poi Pozzoromolo è un libro molto più difficile, più duro, più pesante forse. Quello che vorrei è che chi ha apprezzato Acqua storta leggendo questo dica "Wow ma Carrino è uno scrittore!".

Dario Goffredo


Corriere del Mezzogiorno, 2.11.09

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Dopo Acquastorta arriva Pozzoromolo, Carrino torna in libreria. Con Pappi Corsicato
Giovedì alla Feltrinelli insieme al regista, l’incontro con l’autore giunto al secondo romanzo per Meridiano zero

NAPOLI – Dopo Acqua Storta e il successo del romanzo d’esordio, tra ristampe e 15 mila copie vendute, torna lo scrittore – informatico napoletano – Luigi Romolo Carrino, con l’opera seconda edita da Meridiano zero. Classe ’68 Carrino, la casa editrice padovana di Marco Vicentini ha deciso di puntare grosso sull’autore partenopeo di poesie, video-arte e recital. Esempio splendido la trasposizione dell’opera prima nella La versione dell’acqua.
E Pozzoromolo (15 euro, 287 pagine) è il titolo dello scoglio più difficile. Del pozzo nero e indemoniato che imbeve le anime di una maledizione di sfortuna e persecuzione, rinchiusa a torto o ragione dalla società in quello che prima si sarebbe chiamato manicomio e oggi è semplicemente "l’oppiggì", ospedale psichiatrico giudiziario. Dove da vent’anni sta rinchiusa Gioia, novella Elettra inconsapevole. Tutto ciò che ha toccato nella vita è finito. Per lo più in malora. La famiglia, disgregata e fatta letteralmente a pezzi come gli amori e i tesori.
Nelle sue mani e nei suoi ricordi frammentati e ricuciti lentamente, all’ombra di una quercia benevola, filastrocche antiche e consapevolezze nuove. Nastri magnetici e computer. Gioia in realtà non è una donna, ma un ragazzo inghiottito da quegli eventi-catastrofi che l’hanno visto crescere all’ombra di quell’imprimatur indelebile, nella maledizione antica del pozzo da cui nessuno ritorna dopo aver trovato il proprio tesoro. L’identità di cui salvo rare eccezioni tutti approfittano, pur ritenendola storicamente sbagliata.
A presentare l’ultimo lavoro Carrino, che da tempo vive a Roma con le sue passioni – il formaggio, le sigarette, la matematica, la filosofia e Battiato – arriva a Napoli giovedì. Nella città dei suoi legami. Per la presentazione alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, insieme a Pappi Corsicato. Il regista napoletano, allievo di Almodovar, che nei ritratti e visioni dell’universo femminile e omosessuale ha trovato la cifra espressiva del proprio cinema.

Sandro Di Domenico


Corriere del Mezzogiorno, 15.11.09

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Gioia la trans, diario dal profondo del pozzo della follia
…Gioia è una trans: è nata maschio, e tutta la sua vita di detenzione metaforica e/o reale è stata vissuta all’insegna di un’ambiguità radicale in cui anche i ruoli di vittima e carnefice possono sovrapporsi e confondersi.
Dopo il breve, intenso esordio di Acqua Storta (2008), il napoletano L. R. (Luigi Romolo) Carrino propone ora il suo primo, vero romanzo: Pozzoromolo. Ho scritto vero romanzo, e già sento il bisogno di specificare che si tratta, tuttavia, di una narrazione davvero molto originale e "strana", organizzata com’è per lo più nella forma di una scrittura diaristica che, immaginandosi proveniente da un non meglio precisato Ospedale Psichiatrico Giudiziario, e condizionata dagli psicofarmaci, ha la caratteristica di essere franta, ellittica, di andare avanti e tornare indietro, di alternare momenti lirici e improvvisi pentimenti (non mancano, per esempio, frasi "cancellate"), di mescolare passato e presente di nove mesi (tanti sono i capitoli, da gennaio a settembre) di anni non precisati, e di giorni che a volte appartengono a siderali distanze mentali (il "41 febbraio", il "56 maggio", e simili). Una struttura complessa che prevede inoltre, a esergo d’ogni singolo capitolo, prelievi da versi di giovani poeti scelti con un gusto così coerente da parere ciò che non sono, cioè opera e finzione d’un unico autore. E che, in coda ai capitoli, allinea una serie di materiali, o per meglio dire "registrazioni", che servono a illuminare alcuni snodi della storia, sempre ammesso che di luce si possa parlare nel caso di questa vicenda cupa e sordida d’innocenza violata, sacrificata, privata di tutto, sprofondata in questa specie di mitico pozzo (quello del titolo) che sta sotto la casa in cui sei stato concepito e in cui s’annida un diavolo… Pozzoromolo è il racconto reso da Gioia, che è rinchiusa nell’Ospedale e non sa neanche perché ("Io non so perché sono qui, io non ne sento la ragione"), o almeno non se lo ricorda. Nel suo passato c’è un vissuto familiare da incubo, e a poco a poco emerge per ripetuti affanni a sbozzare situazioni ed eventi terribili – di violenza, di menzogna, di tragica incomprensione – in una geografia dilatata di ricordi e visioni, e dove comunque troviamo Milano e Napoli e altri luoghi. La "verità" nascosta in fondo al pozzo viene così a galla (frammentariamente, ambiguamente, per lacerti apparentemente irrelati), e leggendo capiamo che Gioia è una trans: è nata maschio, e tutta la sua vita di detenzione metaforica e/o reale è stata vissuta all’insegna di un’ambiguità radicale in cui anche i ruoli di vittima e carnefice possono sovrapporsi e confondersi. (Sarà peraltro il caso di avvertire che Carrino ha scritto il suo romanzo molto prima che le cronache recenti proiettassero in primo piano le questioni della transessualità; e che dunque non avrebbe alcun senso l’eventuale sospetto di un’operazione furbesca e corriva.) Da tutto ciò che ho detto finora si potrebbe forse ricavare l’impressione che Pozzoromolo sia lettura "difficile". Oddio, proprio "facile" non è, però, una volta entrati nel meccanismo, lo si può dominare con un certo agio. Si potrà così apprezzare il gran lavoro che Carrino ha fatto sulla lingua, per regalare alla sua Gioia accenti unici, fortemente individuati, e strutture le quali, prima ancora che linguistiche, sono precisamente mentali. Su questo si appoggia la credibilità di un personaggio che deve raccontare senza essere un narratore, e che usa allo scopo tutti i mezzi a sua disposizione, dai jingle di Carosello al dialetto basso, alla povera sintassi originaria che, nell’iperbolico accumulo, s’arricchisce con naturalezza di folgoranti accensioni. Un bel corpo-a-corpo con la scrittura, dunque. E il caso, assai originale, di un noir che fa di tutto per non essere tale.

Francesco Durante


Corriere Nazionale, dicembre 2009

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Senza esitazioni lo definisco un piccolo capolavoro. È la storia di un trans che vive i suoi giorni in manicomio.
Ambientato a Napoli, è di grande ricchezza letteraria e intriso di realtà.

Stefania Nardini


Corriere Nazionale, dicembre 2009

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La verità della follia
Pozzoromolo di L.G. Carrino potrebbe approdare allo "Strega". Ce la farà? Chi lo ha letto spera di sì

Gioia è il dolore. Maschio, femmina… L’interesse che provoca la sua identità sessuale è un minuzioso dettaglio. È un essere umano. Uno dei tanti che seda le antiche ferite con i farmaci. In un luogo dagli spazi definiti. Il manicomio criminale.
Il passato è l’ossessione. Che si ripresenta puntualmente nella notte in un gioco di ombre. Il passato è una litania. Quella litania che diventa parola in un melange di dialetto napoletano, vecchie canzoni, lo slogan di una pubblicità.
Gioia è il dolore. E il dolore ha tante vite. Come la sua. Il bambino nella masseria, gli aghi che gli trafiggevano la carne, un padre assente, l’essere femmina in un corpo maschile. La strada, la violenza, il perdersi tra gli asfalti luridi di città senza più un nome. Gioia va "rimossa". Incapsulata nella fossa dove dei vivi si odono urla e respiri. Eppure Gioia è viva. Lo è nel suo lucido delirio che nella narrazione di Luigi Romolo Carrino raggiunge l’apice di una consapevolezza letteraria che supera le regole per lasciare spazio alla scena.
Un libro che abbiamo già definito tra i migliori pubblicati nel 2009. Un grido disperato che viene da un corpo che si contorce inseguendo pensieri ossessivi, disordinati. Pozzoromolo è un testo che Marco Vicentini, direttore editoriale di Meridiano zero ha "sentito" per quel che è: un capolavoro. Ebene ha fatto Luigi Romolo Carrino a pubblicarlo con questa casa editrice che faticosamente tenta di proporre opere mai banali. In un dibattito sul blog "Letteratitudine" coordinato da Massimo Maugeri , era fin troppo chiaro che Carrino dopo il suo esordio con Acqua Storta (anche questo pubblicato da Meridiano zero), aveva scelto di restare nella casa editrice che lo aveva tenuto a battesimo. Nonostante altre allettanti proposte. Una scelta che oggi ottiene un primo riconoscimento: Pozzoromolo è tra i testi in lizza per la prima selezione del "Premio Strega". Ci interessa poco entrare nel merito dei criteri usati per la partecipazione a certi premi di prestigio. Sta di fatto che una casa editrice che non è un colosso e un giovane scrittore di grande talento come Carrino sono stati presi in considerazione dai "salotti buoni" della letteratura. Come dire: quando l’opera c’è non si può ignorare. Il resto si vedrà. "È una probabilità – dice l’autore – ne è stata annunciata la partecipazione".
Pozzoromolo è un libro da leggere. Non solo perché nel panorama delle proposte editoriali (che sono tante) si presenta con una sua pecularietà, con una "personalità" narrativa al di fuori degli schemi , ma perché è un’opera che entra nelle viscere di un’umanità che non fa comodo a nessuno rendere visibile. La follia che ci narra Carrino ci riporta a Michel Foucault: "Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità, perché è la follia che detiene la verità della psicologia". Ecco perché le ossessioni di Gioia, maschio – femmina, bravo ragazzo e puttana, sono una verità. La storia di una persona mai rispettata, cresciuta in una violenza in cui sarà anche il destino a fare la sua parte. E Gioia uccide. Non ricorda quel suo gesto. Perché non può ricordare. La sua mente è sepolta da altre immagini che hanno ferito la sua purezza, la sua ingenuità, il suo pudore.
"Questo romanzo è un’esperienza, e non parlo sono del viaggio di Gioia, la protagonista, o della mia nell’averlo scritto. Da quello che dicono i lettori, Pozzoromolo è una possibilità di conoscenza, un modo per avvicinarsi un po’ di più alla nostra autenticità, scendendo nel fondo delle nostre paure dei nostri amori, degli affetti negati e voluti. Non saprei come altro definirlo". Qualcuno l’ha definito un "neo-noir": "In realtà – ha scritto il critico Gianpaolo Serino – sfugge ad ogni etichetta e attraverso la storia di Gioia, raccontando l’Italia degli ultimi 40 anni, ci racconta la nostra vita".
Femmina – maschio. Una persona, il suo pudore, la sua sensibilità. Femmina – maschio. L’identità non è un gioco perverso ma la ricerca di uno spazio di felicità. Femmina – maschio: che uccide. E grida Gioia. Grida scrivendo dei suoi fantasmi. Delle sue tenere riflessioni. L’amore per la quercia nel giardino del manicomio a cui consegna i suoi pensieri.
Insomma Vicentini ha fatto centro e il giovane napoletano Luigi Romolo Carrino merita il giusto riconoscimento. Speriamo che dalle ipotesi si passi ai fatti.

Stefania Nardini


Corriere della Sera, 27.12.09

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Luigi Romolo Carrino: memorie chimiche e violente da un manicomio criminale
Ci son tratti di continuità nella narrativa di Luigi Romolo Carrino, al suo primo vero romanzo con Pozzoromolo, avendo Acqua Storta (2008) movenze più da racconto lungo. Torna, centrale, e più cupo, il tema della "sofferenza" di chi vive una sessualità diversa: che in Acqua Storta colpiva a morte il figlio d’un boss della camorra improvvisamente scombussolato da un’attrazione omosessuale; e in Pozzoromolo narra del calvario per un protagonista dall’antifrastico nome di Gioia, la cui ibrida identità sessuale ne fa carne da macello, portandolo ad azioni che fatica a ricordare, oggi, a 39 anni, da quasi 25 in un ospedale psichiatrico giudiziario. Quanto alle opzioni strutturali, sostituite ad epigrafe le brevi riflessioni di Acqua Storta con poesie ("quando inizio un mese ci metto dei versi che mi significa una cosa nella bocca, che mi toglie per un momento le vespe dallo stomaco, che mi dà l’infanzia di una cosa che so"), resta in Pozzoromolo il gusto per la scansione cronologica, con date qui però dalle allucinate dilatazioni (51 marzo, 77 giugno). Ove però alla manierata struttura recessiva del primo libro (l’io narrante risale dal lunedì conclusivo al venerdì precedente, per chiudere di nuovo sul presente), Carrino sostituisce la successione diaristica da gennaio ad agosto (quando Gioia si taglia i polsi); ripresa e conclusa al gennaio successivo, per cedere spazio a registrazioni ad uso medico. Pagine che hanno le discontinuità interne proprie di chi si confessa, in un manicomio criminale, spesso sedata, nelle cui parole si affacciano le situazioni più diverse: d’un presente che la vede vivere e scrivere di notte sul pc tra filtranti luminosità della luna; passare dal letto di contenzione al respiro di un giardino con una quercia che pare farle da madre; muoversi tra squarci visivi del presente e del passato, detenuti o personale medico dai tratti anche materni (Anna) o conflittualmente paterni (dottor Mancuso). E d’un passato che riporta per squarci la sua fanciullezza: il padre sempre assente, la madre affamata d’uomini ma che Gioia non può smettere di amare; separazione e trasferimento da Milano al Sud, dai nonni paterni, in una Irpinia devastata dal terremoto. Una vita di scarsa felicità e tanta sofferenza, propria di chi vive la duplicità sessuale che nella pagina si esprime indifferentemente col maschile e il femminile, e la porta nell’orrore quotidiano di violenze subite (sessuali dallo zio; d’ogni tipo dal lenone Mario, che ama) e date, di cui non ha sempre percezione chiara, e che dicono di morti, come il fratellino Luca durante un gioco; di Mario; dell’amante della madre squarciato con le forbici. Una storia dura, claustrofobica. Anche disomogenea, pur al di là d’uno stile che, nel ricorso ossessivamente paratattico, proprio sulla lingua punta per dare espressività a una discesa nel demone di quel Pozzoromolo il cui tesoro è in realtà la ridda delle dolorose, inconfessate, inconfessabili verità che portano alla pazzia. Una lingua sapientemente distribuita su vari registri dettati da farmaci, immaginazioni, consapevolezze. E che trascorre da infantilismi a ricercatezze retoriche, realismo, lirismo, dialetto e pure cadenze fiabesche.

Ermanno Paccagnini


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"…un coniglio, uno di quelli che era un maschio in più, uno di troppo."
Carrino plasma significati e significanti in acrobazie pericolose, rischiose: alcune volte riescono alla perfezione, osa l’impossibile; altre volte rimangono piuttosto pesanti, dure da masticare. Ma certo è coraggioso, Carrino, coraggioso come ci si può permettere d’essere in un romanzo costruito in codesta maniera: da lampi, squarci esistenziali e ontologici, legati dall’intima esigenza dell’urlo, della pazzia.
Il romanzo è uno stratificarsi geologico di voci, gesti, sensazioni, progetti, esperienze e tant’altro: costruiscono un’architettura complessa, in qualche caso troppo asfissiante, fa girare la testa, fa perdere i riferimenti. Altre volte, invece, cade un po’ nel banale, in una successione di "fatti" già visti, già sentiti, che ormai son diventati degli inconsapevoli topoi, delle inevitabilità quasi ossessive (e imbarazzanti). Ma è comunque difficile, anche per chi scrive, gestire un monologo, un’eruzione di interiorità, come quella che Carrino costruisce in queste pagine.
Potente potente, a parte, la storia del gatto e del suo parto.
Inaspettata.
Carrino stesso ci consegna, al termine del romanzo, la chiave di lettura, l’unica possibilità che abbiamo di districarci in questo groviglio di (in)comprensioni visive, linguistiche, empiriche. Certo, forse arriva un po’ tardi: siamo quasi costretti a rileggere tutto illuminandolo con una luce nuova, oppure accontentarsi di codesto chiarimento retrospettivo e farci bastare quel che la memoria ricorda, che il sentimento ha deposto in noi.
Comunque coraggioso, Carrino, ardito. Purtroppo, non me la sento di dare quattro stelle, forse tre e mezzo. Ho preferito Acqua Storta, ancora di più la magnifica figura di Lorelai, forse perché codesto stile riesce più mordente, più pregnante in narrazioni brevi, alla lunga rischia di stancare, d’appesantire i concetti, le emozioni.
La strada è giusta, comunque, e son proprio curioso di vedere Carrino adoperarsi in un romano un po’ più tradizionale, con una vicenda narrativa più "raccontata" che "sentita", più "vissuta" che "rivissuta". Credo che ne uscirà un lavoro interessante; e divertente.
Mi piace la tessitura di canzoni, poesie, riferimeni vari con la quale Carrino ha tessuto il romanzo: c’ho ritrovato tante mie preferite emozioni, tante note che son contento qualchedun’altro apprezzi: in particolare una, ma l’interessato lo sa già.
P. S. Nota personale: è struggente la descrizione del nonno che ammazza il coniglio, ma forse soltanto pochi oltre me potranno apprezzarla: da piccolo, io e la mia cugina passavamo tutto il pomeriggio a guardare mio nonno che uccideva il coniglio per la domenica, che lo lasciava gocciolare sange, che lo sventrava, che lo spellava d’un colpo: altro che playstation e cazzate varie, quelli sì ch’eran passatempi utili e costruttivi!

Giulio


fasti5.iobloggo.com, 21.10.09

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Gioia. Idee su Pozzoromolo
questo commento contiene spoiler del libro Pozzoromolo di L.R.Carrino
Chi è Gioia? Gioia è un travestito, che ha ucciso l’amante della madre con delle forbici e che per questo è ricoverato nell’OPG. Punto, fine della storia. Questo potrebbe essere il riassunto perfetto di un articolo di giornale, quelli di cronaca nera, che possiamo leggere ogni giorno. Ma così è troppo facile, e soprattutto non sarebbe vero. Gioia è un ragazzino, un ragazzino fragile e sensibile, che non chiede nient’altro che di amare ed essere amato. Punto, fine della storia. Questo sembrerebbe molto più complicato e per la cronaca nera poco interessante. Ma Gioia ama, ama la sua famiglia felice che vive a Milano. Gioia ama il suo fratellino, ma ha troppo pudore di sé, del suo corpo. Gioia, in un innocente gioco a moscacieca, sbatte il fratello con la testa sulla vasca e per pulirlo dal sangue lo affoga. Tragedia, direbbe un titolone di un giornale. Ma qual’è la colpa di un ragazzino che rimane solo in casa mentre la madre è in giro? Un ragazzino che avrebbe voluto solo farsi un bagno, e ha troppo pudore del suo corpo. Chi è la madre, ma soprattutto cos’è la madre, una madre? Che ruolo ha in una famiglia? È solo la genitrice, o è l’amore per i figli? L’amore per un altro uomo, questo è il vero dramma. L’amore, sempre l’amore in mezzo. L’amore che ti fa sentire un ostacolo per la vita fedrigrafa di tua madre, che ti fa separare da tuo padre, che ti porta da suoi genitori, ad Ospedaletto. Dalla grande metropoli lì è tornare alle origini, all’umiltà, ad un bagno che è sostituito da un buco, a foglie di tabacco da essiccare. Ma poi c’è lui, lo zio Giggino, l’orco, direbbe un titolo di giornale. Quello che il suo corpo non lo conosce, non lo comprende a fondo, non capisce quale siano le sue sensazioni allora approfitta di quelli che, per età, non possono comprenderlo bene. Con le scuse più banali, la macchina da guidare, abusa di un ragazzino. Non glielo avreste messo anche voi del veleno nel coniglio da mangiare, quello bruciato proprio a causa delle sue insistenze in cucina mentre un ragazzino si sente libero di sperimentare la propria passione tra i fornelli? Non lo avresti fatto anche tu? E tornare di nuovo a Milano, dal padre tradito con la nuova compagna, con la vicina che comanda a bacchetta e ti rende schiavo. Una madre che non è madre ma neanche genitrice. È il nulla, un fantasma. Un padre pronto a darti le botte, che tu ami. Ma devi difenderti, non puoi lasciare che l’amore permetta di fare qualsiasi cosa, contro di te. Il vetro del portoncino, rotto, non lo avresti usato anche tu per sfregiarli il ventre? E com’è sentirsi ritornare dalla madre, dai suoi mille amanti, che vanno e vengono, da uno buono, che finalmente ti ama, ti porta al mare ma poi ritorna a casa e la trova a letto con un altro? Perché volere bene tanto ad una madre da diventare complice e contemporaneamente "tradirla" se il bene è forte verso un padre che non è genitore, ma è padre, che ti vuole bene. Ma l’ennesimo amante sposato non è che il capovolgimento dei ruoli: adesso non è lei a sbagliare, sei tu, tutto sbagliato, sei ancora tu il peso, che impedisce di farla vivere in pace. Il bagno della madre-attrice diventa il luogo del travestimento, eccolo entrare, l’amante arrapato, che pensa che "sei sempre stato un ricchione" ma quando gli ficchi le forbici nella pancia non può dirlo. E se lo hai fatto è solo perché vuoi bene a tua madre, della sua vita infelice, sofferente, per ogni amante sbagliato che la faceva piangere. Nonostante ti pungesse le mani con l’ago ogni volta che sbagliavi, che credevi che le marachelle di un ragazzino erano sintomo di un più grande disegno, il disegno del "mariuolo napoletano", tu l’amavi. Come si può stare nell’OPG, quando la scienza crede che i medicinali servano a qualcosa, quando legarsi ad un letto e abusare di farmaci pesanti serva a qualcosa? Tutto diventa un ricorda, all’indietro, e in avanti, senza un filo, a volte sbagliato, senza senso, sbiadito. Tutto è la voglia di scappare, e trovarsi per caso in strada e innamorarsi, innamorarsi della prima persona gentile, che da gentile diventa pappone e ti obbliga ad andare in strada a prostiturti. Ma tu lo ami, ed ogni volta che vai con un altro pensi alla luna e al fatto che anche lui possa vederla in quell’istante. Ma lui non vede la luna, lui vede i soldi, lui vede l’inganno di un’orgia con un figlio di un ministro, con una bella videocamera e il ricatto. Ed anche stavolta, tradire, perché non puoi lasciare che l’amore per un pappone permetta di fare qualsiasi cosa, contro di te. È più forte la gentilezza di un figlio di un ministro ricattato, allora anche tu hai la pistola tra le mutande e durante l’incontro PAM e uccidi, uccidi ma ti stanno anche per uccidere, perchè tutti gli uomini, dopo i loro comodi, di qualsiasi natura, diventano nuovamente egoisti. Gioia non sa essere un uomo in questo, Gioia vuole solo ricordare, scrivere al suo PC e smettere di soffrire, vorrebbe amare. Andarsene via da quell’inferno di medicinali, e di fantasmi che le fanno visita nella sua cella, suo padre, sua madre, suo fratello, lo Zio, Mario il pappone. Tutti via, per tornare ad amare, semplicemente, nel suo modo sano, che sempre sano è stato. Perché i comportamenti non sono malati, ed il movente non è cosa da sottovalutare. Non c’è morale che tenga al dolore, al dolore inflitto per inganno, per l’inganno dell’amore. L’amore l’ha ingannata, l’amore per sè l’ha ingannata e gli ha fatto uccidere il fratello, l’amore per la madre l’ha costretto a mentire e tradire, l’amore per il padre l’ha costretto a graffiare il suo ventre, l’amore per le esperienza di vita lo hanno portato alle molestie dello zio, l’amore per il suo pappone l’ha costretta ad ammazzarlo, perchè lui la usava. Tu al suo posto cosa avresti fatto? Sentiresti di dover stare nell’OPG ad interrogarti perchè, perchè hai amato?
Gioia non è solo un travestito, Gioia sono io, Gioia sei tu e il tuo amico che ti vive affianco. Perchè "il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito".


ferroetabacco.blogspot.com, 16.12.09

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Ci vuole del tempo, ma non troppo per poter riprendersi e trovare le parole adatte per esprimere ciò che lascia e ciò che nutre la lettura di Pozzoromolo, ultimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, che abbiamo conosciuto con il fortunato Acqua Storta.
Meridiano zero pubblica un racconto complesso che sfida colui che dal primo rigo è intrappolato dalla scrittura di Carrino: spezzata, sanguinante, viscerale, visionaria, cruda, sporca, ma soprattutto unica e nuova. In scena – perchè noi vediamo quel che accade – c’è una persona che non conosce il mondo se non attraverso il graffio, la ferita, l’esclusione, la violenza, la rinuncia e la disperata ricerca di amore disinteressato, c’è una persona rinchiusa in un ospedale psichiatrico per i crimini che ha commesso e solo la scrittura permette a quest’individuo di riannodare i fili di quel che ha vissuto.
La sua scrittura, i suoi ricordi smozzicati e invocati ci feriscono e ci partecipano. C’è la vita ospedaliera con i suoi ritmi che goccia a goccia rendono i giorni sempre uguali eppure diversi sia per il contenuto delle memorie di Gioia, sia per i farmaci che rendono un essere umano un vuoto involucro incapace di reagire alle visioni notturne con le quali dialoga e dalle quali non può difendersi perchè il suo corpo è legato ad un letto.
Le pareti bianche di giorno sono uno spazio osceno di notte dove la madre, il padre, il fratellino e la paura sono messi in questione con volontà immensa, una volontà di comprendere la colpa inflitta, che eccede lo spazio della narrazione e diviene un nucleo di identità che crolla sotto il peso della ragione.
Un’Italia, quella del terremoto degli anni ’80 e un contesto umano degradato incapace di osservare e comprendere un gesto che non sia della belva, quella che non conosce verbo, ma che sa dire io. Quest’Italia non c’è più eppure insiste, le canzonette e una comunità agricola rara sono una delle cornici, dell’infanzia di Gioia. L’altra è la carne, perchè è come carne che esiste l’uomo, come tessuto aderisce all’altro e stampa sulla propria pelle e nel proprio animo le parole che non abbiamo ancora conosciuto.
I capitoli sono scanditi come mesi che si aprono con dei versi, parole che si trasformano in poesia, non ci sono nomi noti, ma persone vive come le parole che usano. L’intento letterario di Carrino è forte, non per la storia che racconta, perchè un fatto non è potente e non ti riguarda finchè non lo senti, e con Pozzoromolo la forza è nelle visioni che lo scrittore evoca. Perchè questa storia, ora, mi riguarda, mi gioca, mi mette in crisi, è anche la mia. Questa è la poesia che reclamo.

Francesca Grispello


La Gazzetta del Sud, 4.3.10

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Un pugno nello stomaco. Dritto, lo si vede arrivare e non si può far nulla per evitarlo, non si vuole fare nulla. Leggere Pozzoromolo, secondo romanzo di L. R. Carrino pubblicato da Meridiano zero, significa essere pronti a fare un respiro profondo, tuffarsi e restare in apnea fino a quando non si riemerge dall’ultima pagina per poi stendersi a rifiatare sul bagnasciuga dei ringraziamenti. Carrino in persona lo presenterà domani alle 17,30 alla libreria Ubik di Cosenza in via Galliano dietro piazza 11 settembre. Il consiglio è di passare da quelle parti per farsi una chiacchierata con l’autore, e non solo perché Pozzoromolo è tra i titoli che circolano per il premio Strega. Vale la pena anche perché Carrino è un narratore puro e lo dimostra soprattutto in due modi, costruendo un racconto che regge senza cadere dall’inizio alla fine; giocando con la scrittura per costruire, spezzare, allacciare, cambiare direzione e poi tornare, toccando picchi nostalgici per poi precipitare dritto in un’oscurità di ombre. L’oscurità di un pozzo, il pozzo di un crimine.
Tutto, naturalmente, senza dare il minimo segnale di avviso al lettore, il che di questi tempi è un bene vista la facilità (banalità-ovvietà) narrativa di una letteratura da "generazione reality". C’è Gioia, chiusa in un manicomio criminale da cui scappa ogni giorno scardinandone le porte col grimaldello della scrittura. Pagine d’inchiostro e frasi, pezzi scritti al PC che corrono senza fabula, seguendo l’intreccio narrativo di pensieri che Gioia raccoglie e prova ad incollare, usando quella lucidità consentita da psicofarmaci e calmanti. Il tempo non conta, contano le persone che hanno attraversato la vita di Gioia, e così ecco i notturni metropolitani noir di una vita spesa per strada, ecco il caldo del sud che cuoce la terra e le rughe con soffi verghiani. Ovunque, sempre, c’è la nostalgia ad addolcire anche i ricordi tetri. Ricordi che Gioia non vuole rimuovere, o che ha già rimosso e che prova a recuperare. C’è Gioia e c’è la quercia di Gioia "è una pianta monoica, ’monoica’ è una bella parola, significa che porta sia i fiori maschili che quelli femminili". C’è Gioia, c’è la quercia e c’è il pozzo, c’è una filastrocca antica che fa paura e che suona come una maledizione. C’è il Sud, quello delle famiglie che emigrano e si sfracellano di fronte a un sogno inseguito che non si fa acchiappare, il Sud della campagna e delle regole famigliari arcaiche (ma mica tanto). Già, c’è anche la famiglia, comunque sia.
Ultime parole da spendere sui debiti e ringraziamenti di Carrino che vanno, si cita in ordine sparso, da Marcel Proust a Dino Campana, da Alda Merini ad Alfred Hitchcock, da Giovanni Pascoli a Raffaella Carrà e Patty Pravo. Ci sarebbe stato bene (e non c’è) anche Patrick McGrath, ma sono dettagli di un meccanismo che affascina con la parola.

Luigi Carbone


il Giornale, 11.1.10

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Una transessuale è rinchiusa in un manicomio criminale: ignora il perché si trovi lì e ha completamente dimenticato il crimine che ha commesso. L’unico mezzo che ha per esprimersi, nel grigiore della vita circondariale, è un vecchio computer regalatole da un’infermiera. Su questo pc annota le sensazioni di giornate scandite dal ritmo di un tempo che sembra l’unico a riuscire ad evadere. Scrivere diventa la sua salvezza: perché oltre alla disperazione e alla solitudine feroce che affronta quotidianamente c’e il tentativo di non rimanere ostaggio di se stessa. Così annota il presente immobile: vive sospesa tra i ricordi di un ragazzo cresciuto nell’anima cementificata della periferia milanese più estrema e un presente di fantasmi e di paure da condanna a vita. Solo scrivendo sembra riuscire a liberarsi da un’esistenza ammanettata ai rituali di una monotonia forzatamente reiterata: "La notte è aggrappata alle sbarre. Se mi fosse rimasta la bocca riuscirei a vedere la mia voce andare oltre la finestra. Invece gli occhi. Come grate. Occhi sbarrati".
La voce di Gioia, protagonista di un lungo monologo che corre attraverso il filo spinato d’inchiostro di tutto il libro, è quella di Luigi Romolo Carrino che in questo suo secondo romanzo Pozzoromolo (Meridiano zero) conferma tutte le doti del suo esordio Acqua Storta: un noir all’ombra della camorra, in una Napoli, costretta dai vicoli scuri che neanche la cronaca nera riesce ad illuminare. Un noir, da cui è stato tratto il recital teatrale La versione dell’acqua, che l’anno scorso ha incantato critica e pubblico: impossibile rimanere indifferenti alla storia (le non poche difficoltà di due boss napoletani nel vivere gli impulsi della propria omosessualità) ma soprattutto alla scrittura di Carrino. Se nel primo romanzo stupiva per un linguaggio serrato, quasi cinematografico, molto crudo, diretto, quasi a scavare l’anima del lettore per addolcirsi in passaggi di autentica poesia, in questa seconda prova narrativa lo stile è ancora più potente. Una scrittura ipnotica, scarnificante, quasi da telegrafista del dolore ma che non manca di farci emozionare.
Attraverso la forma diario, basta già l’espediente della datazione "41 marzo" o "38 ottobre" a dare il senso di una follia raggelante, Carrino ci consegna uno dei romanzi più riusciti di questa stagione letteraria. Qualcuno l’ha definito un "neo-noir": in realtà sfugge ad ogni etichetta e attraverso la storia di Gioia, raccontando l’Italia degli ultimi 40 anni, ci racconta la nostra vita. E ce la racconta, quasi fosse la metafora dei nostri tempi, attraverso l’inchiostro di chi non ha voce, di chi vive ai margini, di chi sembra aver smarrito la propria identità in un mondo che condanna, prima di comprendere, che giudica, cieco, senza cercare il cuore ma solo l’essenza dell’apparenza.
E così Gioia, dalla prospettiva di un ospedale giudiziario che sembra "un cimitero di vivi", attraverso frammenti di memoria che spesso diventano una sorta di diario intimo della riscoperta di se stessa, guarda e cerca di ricordare le schegge impazzite del mondo esterno, della sua vita (tra)passata. Appesa ai fili dei ricordi, come un funambolo sul precipizio del mondo, ricorda la violenza, spesso silenziosa e per questo ancor più letale, di una società atrocemente pronta a ghettizzare la diversità di chi non accetta regole e imposizioni e proprio per questo diventa "l’agnello che lava i peccati degli altri".
Perché Carrino, come cita ad epigrafe, dietro le maschere della finzione racconta la storia di chi comprende che "Alla fine ci siamo estinti con il quasi e con il tutto, nello stesso viaggio che avevamo intrapreso per raggiungerci, come la luce vecchia che arriva da una stella morta da migliaia di anni. Ed è stato allora che abbiamo compreso di non essere stati".

Gian Paolo Serino


www.labileabile-traccia.com, 5.12.09

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"Non sono pazza, non sono mai stata pazza. Sola. Questo sono: sola […] devastata dalla mia solitudine".
Ho pensato a lungo a come iniziare questa recensione, ma solo di recente uno scambio di opinioni con un’amica mi ha dato l’input necessario, che si concretizza in una domanda: fino a che punto spingersi per poter coinvolgere il lettore quando si trattano temi sfruttati quali la violenza sui minori, la malattia mentale e i disturbi dell’identità sessuale? È buono e giusto, oltre che corretto, puntare sull’originalità a tutti i costi quando in ballo ci sono questioni di siffatta importanza per l’essere umano?
Queste domande sono pertinenti a Pozzoromolo, in quanto l’ennesima prova letteraria di Carrino affronta proprio i temi sopraccitati. Dunque, siamo in presenza di un testo scontato? Limitandomi ad analizzare i temi, posso additare in Pozzoromolo una prova di grande rilevanza sociologica (gli esperti vorranno perdonarmi l’intrusione in una materia che non è la mia).
Altro punto forte del libro, ma questa non è una novità per chi già conosce Carrino, è il tipo di scrittura: l’autore ha una tale padronanza della lingua italiana da sembrare un esperto giocoliere alle prese con il lancio di parole, segni d’interpunzione e tempi verbali. Un linguaggio, che a tratti si fa poesia, del tutto funzionale al protagonista della storia, alla protagonista, o meglio a entrambi. Perché in una stessa persona convivono due identità sessuali ben distinte, che si alternano tra passato e presente sin quasi a far perdere al lettore il senno, il filo della ragione. È un senso di smarrimento quello che ho provato immergendomi nella storia, una sorta di paura ancestrale del vuoto, quando si perdono tutti i punti di riferimento e si gira inutilmente senza meta. Un po’ come Gioia, la/il protagonista, rinchiusa in un manicomio criminale del quale racconta e scrive il trascorrere delle notti e delle giornate, dal quale evade grazie ai ricordi che si accavallano l’uno sull’altro, confondendosi, confondendoci.
È un vero e proprio diario quello che Gioia compone, raccontandosi per comprendere le ragioni della sua esistenza al mondo, i meccanismi perversi che continuano a legarla a un padre assente e a una madre eccessivamente severa e distratta, i motivi che giustificano le proprie mani macchiate di sangue altrui. Ed è proprio dietro i muri del manicomio che, tra lucidità e follia, farmaci e cinghie di contenzione e colloqui psichiatrici, i pezzi di un mosaico danno forma a una vita intera. Anche se nel suo peregrinare dentro se stesso/a, Gioia a un certo punto scrive che "la verità, tutta la verità è che non c’è niente che mi restituisca al mondo, nemmeno queste lettere, questi file". Ma la sua è un’esigenza imprescindibile, senza la quale non sarebbe possibile una vita decente, minimamente umana, tra le pareti del manicomio. Lo scrivere è per lui/lei un dovere, un obbligo morale verso se stesso/a. "Ma devo farlo, devo provarci, mi sento scritta dalle mie stesse mani. […] Queste lettere. Una stampata, l’altra detta, un’altra scritta a mano, consegnata alla croce nella stanza, ai rami della quercia, buttate via, lanciate oltre il muro di cinta". E scrivendo, Gioia ricorderà di avere ucciso…
Le ambientazioni tutte - gli interni (il manicomio) e gli esterni (la masseria dei nonni, le case provvisorie, la strada) - sono claustrofobiche.
I personaggi tutti - la madre torturatrice, il padre violento, il fratellino compagno di giochi, lo zio pedofilo, le colleghe puttane, l’amante pappone, i medici e gli infermieri - sono esseri inquietanti.
Figura centrale nella formazione di Gioia, la madre, che adotta tecniche educative improntate più allo scarico di svariate nevrosi che al bene della figlia, oltre a trascorrere la maggior parte del tempo con i suoi amanti. Di lei Gioia scrive: "Mi afferri con tutte le coperte e mi butti per terra, casca la terra. Mi dici che sono una puttana una troia una zoccola. […] Tu fai la sarta e io il puntaspilli, tu fai l’acqua e io la vasca, tu fai l’ago e io la mano".
Altra figura fondamentale è quella del padre, troppo assente per diventare un punto di riferimento, troppo padre-padrone nei rari momenti di tempo condiviso. La parola "padre" è qui sinonimo di indifferenza e di violenza, di un uomo che uccide il proprio figlio lentamente, giorno dopo giorno con il silenzio e con le botte. E Gioia identifica il motivo di tale comportamento con estrema e paradossale lucidità: "Io sono quello che non hai mai voluto perché sai che ti sono, da qualche parte, sai che sono dentro di te".
Ma sono tanti e altri i personaggi che animano i racconti di Gioia, nel bene e nel male. Sono i pazienti della struttura psichiatrica, gli infermieri, i medici. La loro presenza, le loro storie, sono talmente importanti da far dire a Gioia che "se dovessi pensare a una madre, una madre amorevole e severa […] io penserei a Anna [NdR: l’infermiera che si prende cura di lei]".
Il libro è anche un’aperta denuncia nei confronti di certe pratiche psichiatriche o pseudo tali, messe in atto tra le mura dei cosiddetti "cimiteri dei vivi". "Ho paura che i farmaci mi facciano storpia, tutte queste medicine sono la vera follia che mi annienta poco a poco ma non tutta quanta, non definitivamente". Ma la paura del manicomio lascia il posto a un’altra paura, quella di non riuscire a vivere senza, là fuori dove nessuno si prende cura di lei, dove lei non conta niente per nessuno.
"È buffo, il posto da dove voglio andare via è l’unico posto al mondo dove sono vivo, dove sono qualcosa. Fuori da qui, non sono niente".

Lorella De Bon


www.lankelot.eu -1, 30.10.09

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"Sotto le fondamenta della vecchia casa, la casa dove sei stato concepito, c’è un pozzo che chiamano Pozzoromolo. Nel pozzo c’è un diavolo. Il diavolo custodisce un tesoro immenso. Molti uomini tentano di prendere il tesoro, scendono giù, sul fondo, si perdono nei mille cunicoli, non risalgono più. Nessuno è riuscito mai, nessuno ha mai preso il tesoro. Uno solo. Uno solo è tornato. Il prezzo che ha pagato, il prezzo del ritorno, è stata la follia."

Una scrittura lirica e cruda, disperata, emersa dagli abissi della psiche; una struttura plastica, adatta all’irrazionalità e agli squilibri comportamentali del narratore, un ragazzo che adesso è diventato una ragazza, Gioia; un convulso citazionismo pop (da Mina a Patty Pravo, dai Nomadi in avanti) leggero italiano, e una denuncia – nuova e forte – delle condizioni dei nostri concittadini internati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari; una gran fame di giustizia d’una generazione cresciuta spesso senza padre o senza madre, e nel caso del narratore cresciuta con due spettri in vita, amati e detestati, implorati d’amore e poi abiurati, invocati e maledetti: questi gli assi portanti del nuovo libro di narrativa di Luigi Romolo Carrino, artista partenopeo classe ’68, lanciato nel mainstream dopo anni di dura militanza nell’underground nel 2008, sempre da Meridiano zero, col fortunato Acqua Storta.
È un romanzo che nasce, a questo punto forse non inspiegabilmente, con una dedica agli amati genitori: Carrino scrive che questo è "il primo gemito". La narratrice – da qui in avanti, per evitare confusioni, narratrice rimane – Gioia, ci accompagna subito nell’ex manicomio: "Di notte" – racconta – "non scrivo perché c’è il buio. Di notte non c’è la luce accesa e io ho paura. Di notte la luce sul comodino non si accende. Non c’è una luce sul comodino di notte. Non cantano i galli la notte e non ci sono civette per tutto l’anno. Certi anni, le civette, non tornano più". Di notte, va e "si imbroglia" per la stanza con la sedia a rotelle. E cerca di ricordare: cerca di capire. Dorme là dove riposano i "prosciolti che hanno commesso un reato e non sapevano di commetterlo quando lo hanno commesso": i pazzi non più pazzi post legge Basaglia. È circondato da pazienti analfabeti; è uno dei pochi a non esserlo. Sulle prime non parla quasi con nessuno. Scrive a tutto spiano, e da qualche tempo ha a disposizione un pc. Non ha bottoni, e non ha stringhe nelle scarpe. Il suo dottore, Mancuso, legge i suoi file; e così ha letto i vecchi fogli che non ha distrutto. "Questo non è giusto, sono cose mie, cose private. Se io mi ricordo una cosa, qualsiasi cosa, io la scrivo proprio per questo, per non dimenticarla. Il dottor Mancuso legge quel che scrivo e fa cancellare dei file (…). Dice che lo fa per me, per verificare se nel tempo scrivo le stesse cose".
Più avanti, Gioia commenterà:

"Ho trentanove anni e sono una donna. Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito. Mi piace farti leggere sciocchezze, mi piace scrivere cose che non comprendi: rende perpetua e misteriosa la mia solitudine colma del rumore della tua vita inutile, facile, quella vita che credi felice solo perché ti diverti a punirmi, a legarmi, a darmi la terapia forte, e ti senti un padreterno" – un padreterno, non un padre.

Il padre è un’ombra; forse l’ombra da cui sono derivati scompensi, irrequietezza, aggressività, accessi di violenza, carenze affettive: tutto, tutto o quasi, stando a quasi scrive Gioia, ricordando l’infanzia proletaria a Milano, tutte le traversie della loro vita, i disordini e le incomprensioni. Al padre dice che lui era il crisma: "Piccolo mietitore d’anima, hai trebbiato la mia infanzia senza nemmeno ungere la falce, hai ignorato che il tabacco non si falcia ma si coglie foglia dopo foglia, e ogni foglia ha la sua ragione di verde. Sono rimasto in piedi, da quel giorno al mercato, davanti a te, nella camera ardente della nostra infanzia a veglia dei nostri abbracci mutilati". Abbracci mutilati.
S’è sentito abbandonato, come quando è stato lasciato a casa dei nonni: tenuto come "il vino rosso nella damigiana", "sbaglio sopravvissuto al tuo piccolo stupore di uomo proletario e giovane, qualcosa che fa male e non ti accorgi". Questo romanzo è un sepolcro di dolore e di sofferenza, inconsolabile, terribile. Tutto ciò che Gioia racconta – interazioni e amicizie e inimicizie in Ospedale, morti suicidi in Ospedale, rapporto con i coetanei, rapporti sessuali, violenze subite, violenze attuate – è l’espressione d’una sofferenza psichica straordinaria. La scrittura la tinge di bellezza, ma bellezza qui non può esistere; è solo la vita che rifiuta la morte e il male, e anche quando si tinge di morte e male pretende d’essere giusta – d’essere "motivata".
Il rapporto con la scrittura è carnale, assoluto:

"Sono io il rito, sono tutta la premura che ci ho messo per definire la liturgia della mia memoria. Sono io l’omicidio delle dita, la cinematica del mio delitto, la marionetta dei miei fili, sono io la cerimonia di qualsiasi intento, tutta quanta la bellezza di questo lamento sottovoce e stampato, detto, scritto a mano. Sono io tutta luglio, la penultima di agosto, lo scarabocchio sul pezzo di carta che avvolge il mio pane e pomodoro, quel pezzo di carta, col disegno fatto per Zia Adele, rimasto in mezzo ai filari di fave e di piselli, sono io la lettera che ho scritto oggi. Sono io questa lettera che ti scrive. Io sono tutta la lettera che mi legge."

Ho preferito scriverne così, campionando ampi frammenti dell’opera di Carrino, per presentare un libro duro, difficile, insanguinato, tetro, e infine, e forse paradossalmente, e per via del suo spirito catartico, un libro solare: di speranza solare. Sono andato per questi capitoli, i primi divisi per mese, con date come 34 gennaio, cercando di capire se dovevo trattare il romanzo come una sorta di noir o come un romanzo esistenziale sperimentale; ho scelto tranquillamente la seconda strada, perché per me questo rimane Pozzoromolo: narrativa esistenziale sperimentale destinata – idealmente – a performance dal vivo, a letture acrobatiche e appassionate, come da abitudine di Carrino. A inframezzare l’opera, versi – non sempre felici o adeguati – di autori amici. I più affascinanti sono quelli di Alessandro Ansuini. Sono interludi lirici d’una scrittura lirica.
Per chi vuole sprofondare nell’abisso d’una psiche, e accompagnarla nel male, sino alle radici del male: non per estirparle, ma per nominarle, e quindi risolversi.
E infine domandare: pace.

"Sotto le fondamenta della vecchia casa, la casa dove sei stato concepito, c’è un pozzo che purifica ogni malore. Nel pozzo c’è un diavolo con le ali dell’angelo custode. Il diavolo custodisce un ricordo immenso che non vuoi ricordare. Nessuno è riuscito mai, nessuno mai ha preso quel tesoro da custodire. Uno solo, uno soltanto è tornato. Uno soltanto si è calato senza una luce, ad occhi chiusi ha trovato il suo desiderio avverato ma, il prezzo che ha pagato, il prezzo che hai pagato per tornare, è stato averlo dimenticato."

Gianfranco Franchi


www.lankelot.eu -2, 30.10.09

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Qualsiasi cosa io faccia intorno o dentro questo libro suona sempre come una preghiera d’amore. Non mi riesce di essere professionale.
Anzitutto mi presento. Mi chiamo Valentina Petracchi, sono redattore per la Meridiano zero dal gennaio 2008. Ho lavorato a Pozzoromolo da quando è arrivato, insieme all’editore, a Luigi e a tutta la redazione. L’unica cosa che distingue me dal resto della redazione è che io non ho avuto distacco. Io nel pozzo di Luigi ci sono caduta dentro. E il mio senno è rimasto in lui. Luigi ha dato le parole, la cadenza, il tempo e la forma a ogni mio ricordo peggiore. Ora mi è impossibile prescindere dal suo passaggio nella mia mente, ha scavato un pozzo tutto suo, dove posso contenere i resti della follia. Ha aperto un passaggio sicuro per il peggiore dei mondi possibili, quello in cui è stato chi almeno una volta è impazzito.
Non so come spiegarvi quanto tengo a questo libro, quanto voglio che sia letto. Forse ho bisogno che sia letto perché non ne posso parlare da sola. Anche un libro bellissimo scompare se non viene comprato e prima ancora recensito. Ma dato che non sono nessuno, come faccio a comunicarvi la mia passione? Perché mi dovreste ascoltare? Magari ve lo leggo. Ci provo. È l’unica soluzione che mi viene in mente. Mi metto qui, voi vi distendete un attimo e mi ascoltate mentre io un po’ vi racconto e un po’ vi leggo Pozzoromolo, come si farebbe con una fiaba, sperando che per pura magia quello che ho da dirvi vi faccia venire voglia di calarvi nel pozzo. Le fiabe si leggono meglio di notte, se potete fate buio dentro di voi, sbarrate le finestre degli occhi. Il libro di Carrino comincia di notte…
Gioia è la bionda creatura chiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario, non ha memoria del perché sia lì, eppure quella stanza in cui il mondo l’ha dimenticata, in cui spesso è legata a un letto, imbottita di farmaci, apaticamente chiusa in una follia amorfa, è l’unica che lei possa chiamare casa. Tutto sommato è al sicuro là dentro, tra le grida degli altri matti, in mezzo all’isolamento di persone che hanno fallito ogni tentativo d’inserimento nella società dei sani. È nata maschio, ma ora è l’essenza stessa della fragilità femminile. Con i suoi capelli biondi, i suoi capricci da bambina, l’insicurezza e il broncio da femmina. All’Opg c’è chi è recluso per sciocchezze di poco conto, senza che abbia fatto nulla di grave, e c’è anche chi come Davide ha le mani macchiate del sangue più caro:

"A pranzo non ci sono coltelli. Piatti di carta. Cucchiai di legno per alcuni, per altri niente, vengono imboccati, oppure posate di plastica. Fausto oggi non c’è. Davide ha ucciso sua madre, mi ha raccontato che sua madre era paralitica, esigente, gli chiedeva tutto con autorità, lo comandava, lo esasperava. Davide si stende sotto il tavolo e con le ginocchia sollevate fino al mento finge di dormire, si culla con la voce, una canzone che gli cantava sua madre. Me l’ha cantata una notte di tantissimi anni fa, ci avevano legati nella stessa stanza. Davide piangeva, voleva la sua mamma, voleva che la sua mamma fosse lì a cantargli la canzone, la stessa che adesso sta cantando sotto il tavolo. Anna corre a sollevarlo, gli chiede se vuole mangiare nella sua stanza, lui dice di sì. Anna lo accompagna, coraggio, andiamo, dice Anna, e poi chiede a Pina di darle una mano, di portarle il vassoio con il pranzo di Davide alla 4 nel reparto VIII."

Gioia non sa se fa parte degli innocenti o degli assassini, sta buona buona, zitta, e piccola più che può nella sua stanza. Tanto per l’Opg non cambia nulla. Lei e gli altri sono persone inadatte alla società. Pericolosi per se stessi e il prossimo. Non scontano una pena, sono semplicemente tenuti lontani dal mondo dei sani, di quelli per cui non è così difficile parlare la lingua degli uomini e adattarsi. I sani il loro mare di disperazione e confusione se lo tengono dentro. Sotto sotto. Perché, come diceva il Patrick Bateman di American Psycho, "Sotto sotto non ha importanza". Se non devii dal tracciato, se fai solo le stupidaggini che sei in grado di spiegare razionalmente, la società al massimo ti punirà per i tuoi crimini. Ma se qualcosa ti sfugge di mano, se qualcosa mentre crescevi è andato storto, storto per davvero, sei solo. Nessuno ti verrà a trovare nella prigione della tua testa, a meno che tu non abbia un dono. Il dono di scrivere o di fare arte e di comunicare in questo modo dove sei andato a finire, dove ti sei perso.
Gioia questo l’ha capito, perciò scrive, scrive centinaia di fogli e di pagine sul suo pc, perché deve, perché è troppo ’piena’ per poter parlare. Ma provate voi a scrivere mentre i farmaci vi spezzettano i pensieri e vi rubano la memoria. La poesia chiede che la pazzia non venga soffocata come se una coperta buttata sopra ne attutisse il rumore. Non si può scrivere in una follia sedata, chi ci ha provato lo sa. Per questo ci vuole qualche pagina per entrare in Pozzoromolo, le prime sono smangiucchiate dal Remeron.
Sono le parole di una donna improvvisata, rinata come donna bambina dopo che qualcosa di troppo le è successo. L’ultima goccia, l’ultima tragedia, il peccato che le ha portato via la ragione.
Mentre Gioia cerca di ricordarsi come donna, di ripartire da capo con un candore di bambina dalla tabula rasa della coscienza, subisce gli eterni ritorni delle visioni che i farmaci le concedono nelle sue notti. Ogni notte le ombre di coloro che le hanno fatto del male tornano. Lei le accoglie, le ricontiene, parla con loro mentre per il resto del mondo è quasi muta. Ogni notte da capo, in un circolo di autopunizione che non si è mai interrotto. Rivive tutto come una maledizione. Quel poco di felicità, di serenità o di lucidità, la labile traccia di verità e di senso che riesce a recuperare di giorno, di notte si disfa nelle ossessioni di pensieri e ricordi ingannevoli, si annulla in tutto quel male che viene perché c’è già stato e che non può più trasformarsi in bene.
Di notte torna il piccolo Luca, il fratellino che ha ucciso da piccola in un terribile incidente. La madre li lasciava soli per andare dai suoi amanti e può succedere, può capitare che anche un bambino uccida:

"Piangono tutti quanti, mi prendono, Luca mi vieni a trovare io non posso volare, io non sono un angelo, vuoi essere il mio angioletto custode? La mamma è svenuta, ti devo lasciare, mi levano dai piedi del letto tuo, mi staccano la tua mano che ti tengo, gridano, certi pare che stanno ridendo e io mica capisco che ci sta da ridere, però non me ne voglio andare e anch’io butto i calci e mi metto a gridare, graffio a tutti, mi picchiano Luca, la notte succede, succede anche qui, Luca non sei più il mio fratello ti odio, non ti ricorderò mai più, non l’ho fatto apposta che mica tenevi la piuma dell’uccello grifone tu, non ti ricorderò mai più, giuro mai mai, fino a quando non me lo dici che non fa niente, che non è successo niente, che no, non fa niente, è capitato. Me lo dici, vero?"

Torna suo zio a farla sentire un bambino indifeso, torna Mario, l’uomo che ha amato con la sua crudeltà e il suo egoistico odio, torna suo padre, distante, indifferente, occupato a tenere in mano la sua saldatrice, muscoloso, maschio, così lontano da quel figlio che gli è nato dalla prima moglie e così simile a sua madre. Biondo come lei, con lo stesso viso, la stessa tendenza alla seduzione.

"Perché sorridi così? Sembra un ghigno, uno sberleffo, sarcasmo. Ti dispiace se finisco di raccontare la storia del mercato? Ma forse te l’ho già raccontata, mi pare. Mi viene in mente che eravamo sotto il pergolato, dopo cena, eri arrivato da Roma e mi avevi portato delle caramelle gommose tutte colorate. Mi ascoltavi un po’ infastidito. Forse volevi andartene ancora, non avevi voglia di sentire le storie di un bambino. Forse no, era solo l’oscurità imminente che ci divideva.
Lo sai, non riesco a ragionare nel buio straordinario che ci unisce, e poi, alla fine della notte, il buio si porta via tutte le mani e tutti gli occhi. Questa dannata vespa! E di notte, poi. Cosa ti stavo dicendo? Singapore, vado a Singapore e vi lascio al vostro dolore, io non ce la faccio a guardarvi, mi si spezza il cuore.
Ecco, nel mercato, vado dove Singapore arriva più forte, mi allontano da te mentre tu stai comprando una maglia. Mi fermo davanti al tavolo con il pentolone dello zucchero filato. Voglio sentire la mia canzone e voglio lo zucchero filato. Mi volto e non ti vedo più, mi sono perso.
La cosa più naturale del mondo per un figlio che non trova suo padre al mercato, è chiamare o urlare, piangere semmai. Ho pensato che c’era troppo rumore, troppo chiasso, troppi bambini. Ho pensato che se avessi chiamato a squarciagola, se avessi pianto, mi sarei confuso con gli altri bambini, non avresti potuto ritrovarmi. Sai cosa ho fatto? Ho cantato Singapore. Sarò l’unico bambino a cantare la canzone, ho pensato. Se sente Singapore mi riconoscerà, e mi ritroverà. Una donna che vendeva mele cotte candite mi ha preso in braccio, ha pregato la venditrice di castagne di badarle il posto, mi ha portato da un tizio. Dall’altoparlante è uscita una voce gracchiante, ha parlato di me, dei miei pantaloni, delle mie scarpe, dei miei capelli, della mia età, del colore dei miei occhi.
Dopo pochi secondi arrivi tu. Mi dai uno schiaffo, mi afferri, ringrazi Dio e la signora che mi ha ritrovato. Mi dici andiamo a casa, fetente. Mi prendi in braccio, mi tieni stretto, mi fai male ma è un dolore dolce. Sento nel tuo abbraccio tutto lo spavento che hai provato, mi appoggi la testa sulla tua spalla tenendoci sopra la tua mano, cammini veloce verso la macchina. Arrivati alla macchina mi metti a terra, ti sento arrabbiato. All’improvviso ti metti a piangere. Alzo la testa e hai gli occhi come Bobby quando il nonno lo rimprovera perché si è fatto scappare il mallardo. Ti vedo e ho la certezza che saresti morto all’istante se non mi avessi ritrovato. Non ti chiedo di comprarmi lo zucchero filato, perché mi sento un bambino cattivo e ho fatto piangere il mio papà. Voglio dirti, stanotte, che è stato quello sguardo che mi ha dato, in tutti questi anni, la forza di avere fede in te nonostante tutto.
"

Torna su tutte l’ombra senza faccia di sua madre, una donna crudele anche nell’amore. Impegnata con i suoi amanti, piena di rabbia per il figlio che le ha rubato la libertà, che la constringe a restare la moglie di un operaio con le mani sporche di grasso. Il ricordo della violenza quotidiana di sua madre mi ricorda un quadro di Frida Kahlo. Frida aveva preso da un fatto di cronaca l’idea per il suo quadro Qualche piccola punzecchiatura. Un marito aveva dissanguato e ucciso la moglie con piccoli colpi di coltello. Centinaia di piccoli colpi. Quando l’avevano interrogato si era dichiarato innocente e aveva risposto ai poliziotti: "Le ho fatto solo qualche piccola punzecchiatura".

- Quante volte ti ho detto di non toccare il telefono?
- Ma non ho detto niente.
- Il telefono, quante volte ti ho detto di non toccarlo?
- Ho chiuso subito però.
- Te l’ho detto almeno dieci volte.
- No mamma solo due volte, solo due.
- Non dire bugie!
- Tre. Mamma solo tre volte te lo giuro.
- No. Te l’ho detto almeno dieci volte.
- Mamma…
- Dammi la mano.
- Ho ancora la mano gonfia.
- E tu dammi l’altra così si apparano. Le facciamo uguali.
- Mamma non strillo se solo tre volte, sì? Solo tre volte mamma.
- Non fare così: è per te. Lo faccio per te, così te lo ricorderai per sempre. Quando vai per prendere il telefono ti farà male la mano. E allora non lo prendi più. Tre volte è poco, non ti fai niente. Dieci volte te lo ricordi, invece. È così… Uh mi è caduto, come lo ritrovo qua a terra ora?
- Te lo trovo io mamma, aspetta… Eccolo, eccolo qua.
- Questo non ti eviterà la punizione. Dammi la mano…
- …
- Uno. Due. Tre…
- Ahhh! Mamma, per favore, no no, no no no no no no!
- L’ago deve scendere a fondo. Tu te lo devi ricordare. Ti fai male, così ti ricordi e impari… Quattro. Cinque. Sei. Sette…
- Basta! Non lo faccio più non lo faccio più non lo faccio!
- Vedi? Stai già imparando.
- …
- Otto. Nove… E questo è l’ultimo, un poco più forte così fissiamo tutto a mente. Dieci!

E ti viene da chiederti cosa può aver fatto Gioia per meritare l’eterno ritorno di tanto male. Che crimine questa bambina grottesca abbia mai commesso. La mia risposta è che ha commesso il crimine tipico delle donne, assorbire come spugne malsane tutto lo sporco degli altri. Ogni cosa che succede te l’affondi dentro come un feto cattivo e l’alimenti, la nutri. Si è lasciata picchiare, molestare, bruciare, si è lasciata prostituire, per amore. Cosa non faremmo per un po’ di protezione? So che queste cose non le dovrei nemmeno pensare, so che siamo emancipate e autonome ma, sotto sotto? Lo siamo? Se lo siamo da dove arrivano tutte queste donne violentate, maltrattate, sfruttate, umiliate e rassegnate… Come mai è così difficile per noi amarci?
Quando Gioia è scappata la prima volta dall’Opg ha incontrato Mario mentre era persa come la più femmina delle femmine. Aveva esaurito le bugie e le difese, era seduta a terra alla stazione, aspettava di scomparire. Lui è comparso, l’ha chiamata "bella", le ha detto: "Aspettavo te", e lei è caduta come una mela matura. Innamorata, stupidamente persa, per qualche parolina gentile in croce, per un po’ di sesso, che sembra sempre un po’ l’amore.

"[…] tu invece mi fai male, tu invece non mi ami, tu invece mi tieni prigioniera, tu invece mi fai il sesso dei clienti e non mi hai voluta per te, non mi vuoi, non te lo sei voluto capire che mi fai piangere di crepacuore, tu invece mi fai paura, non tengo niente da dire ora che mi fai paura con l’ospedale, vuoi farmi ritornare in ospedale se non faccio quello che vuoi tu. Non voglio vedere questa cosa, non mi posso fare niente per fermarti, sto con gli occhi chiusi tu vieni e me li apri, con tutto che sto sul letto legato, manco questo ti ferma, mi apri gli occhi me li fai tenere aperti e, insomma dai, non fare l’occhio mio che mi apri per la scena, la conosco, ma un bacio? Un bacio, a occhi chiusi, me lo dai?"
Immaginate una donna in cui nessuna armatura ha avuto il tempo o il modo di formarsi. Con tutte le nostre debolezze del tutto allo scoperto come carne viva. Questa è Gioia.
"Io sono Gioia. Perché io porto felicità. Io sono l’amore. Io sono l’amore che prende un autobus, cioè io prendo l’autobus davanti alla scuola e sono l’amore, l’autobus che mi porta alla stazione di Napoli."

È troppo? Io mi sono chiesta spesso, mentre lavoravo al libro, se non fosse troppo la somma di tutto questo. Eppure è così che succede. Le persone malsane sono sempre nei pressi di altre persone malsane. Spesso tutti insieme non stanno in un ospedale psichiatrico giudiziario. Stanno in una famiglia. Quante famiglie sono l’ultimo posto che un bambino dovrebbe frequentare? Quanti di noi non hanno avuto granché fortuna mentre venivano allevati? Metti che qualcuno non regga, metti che qualcuno abbia bisogno di più amore di altri. Tutto va storto, e l’esistenza devia, la mente, la ragione, sbagliano strada e non si può più tornare indietro. In qualche modo devi ristabilire violentemente la giustizia. Vi ricordate Dogville di Lars Von Trier? Lei si chiamava Grace (Grazia), era la figlia di Dio o se volete di un boss della mafia. Gioia me la ricorda moltissimo. Grace finisce in un villaggio dove sembra non esserci limite alla capacità delle persone di ferirla e annientarla. Nell’atto finale Grace può decidere. Come Cristo è stata messa in croce e suo padre le lascia la libera scelta, le consente di perdonare o di punire. E Grace decide: bruciate tutto.
Carrino, come in Acqua Storta, fa salire il pathos e la tensione del racconto fino a che tutto si dispiega nell’ultimo atto della sua tragedia. La sua storia è una storia bellissima, la storia di una mente fragile che recupera il controllo della propria volontà, è bellissima. La vita di Gioia, i suoi ricordi della campagna assolata della masseria dei nonni, dei giorni felici al mare con il compagno di sua madre, degli attimi di tregua, sono bellissimi. Ma per me, il valore vero di questo libro sta nell’incredibile capacità di contenere l’infanzia collettiva. Carrino, non so come, riesce a trasformare la lettura in un atto curativo. Più Gioia è immolata nei suoi dolori, più qualche ferita, nel lettore che è andato avanti, si chiude.
Tra i lavori che svolgo in casa editrice c’è – anche se io ormai lo faccio di rado – la lettura dei numerosissimi manoscritti che arrivano da ogni parte d’Italia. Vi dico cosa ho notato in chi si butta e scrive per le prime volte? I manoscritti che arrivano spesso sono tentativi di autoguarigione. Ripercorrono la vita dell’autore. La trama sembra che ci rivolga una preghiera: "Vi prego fatemi dire che mi è successo. Fatemene liberare". Ma di solito non c’è, in quei manoscritti, la magia. Non irradia nulla da quelle pagine. L’arte non c’è. E allora c’è pochissimo da fare, il libro non si può pubblicare. Un libro deve arrivare lontano, raccontare una storia e insieme andare oltre i limiti di quella storia. Qui la magia c’è. E io non so come dire in giro che questo gioiello esiste, che deve girare, che noi non siamo Einaudi ma non per questo non ci può capitare un grande, vero scrittore, tra le mani.
Sono quei colpi di fortuna che quasi ti fanno credere che il mondo dei libri sia magico. Un ragazzo che scrive da dio un giorno legge Le madri nere di Pascal Franaix, edito da Meridiano zero, invia un manoscritto ed ecco qua Acqua Storta, il primo romanzo di Carrino e un grande successo per la Meridiano zero. Una ragazzina fresca di università diventa redattore e le capita tra le mani un libro che le cambia la vita. Nella favola di Carrino, di Acqua Storta, di Pozzoromolo, della Meridiano zero si sono riassorbite tante ferite.
E allora, se gli aspiranti scrittori che ancora non sono in grado di trasformare in magia il dolore, leggessero chi davvero lo sa fare, sarebbe la prima pietra, un modo di passare per l’arte, non per le medicine. Avete bisogno di leggere, avete bisogno di scrivere. In caso contrario io non so come andate avanti.

Valentina Petracchi


letteratitudine.blog.kataweb.it, 2.11.09

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Pozzoromolo e Meridiano zero. Incontro con Marco Vicentini e L.R. Carrino
È da tempo che seguo con interesse Meridiano Zero, la casa editrice condotta da Marco Vicentini. Ed è da tempo che mi riprometto di dedicare un post a uno dei suoi libri.
Così, quando qualche giorno fa ho ricevuto una mail dallo stesso Vicentini… ho colto, come si suol dire, la palla al balzo.
Nella mail, tra le altre cose, si parla di un libro in particolare. Un romanzo che, così mi scrive Marco, "tratta temi gravi e importanti, quello dell’identità sessuale e della malattia mentale, tramite la storia di un giovane travestito che è rinchiuso in un ospedale psichiatrico giudiziario ante-legge Basaglia, e li tratta con la sapienza e delicatezza del poeta che sa quando affondare la lama oppure accarezzare con il suo respiro".
Poi Vicentini continua così: "Non sono un illuso, però. So benissimo che se nessuno ne parla, il libro può essere bello quanto si vuole, ma lo sapranno in pochi. Spero tanto che si riesca a innescare un passaparola che ritengo sarebbe uno dei più giustificati e ragionevoli della storia della letteratura degli ultimi anni".
Ho promesso a Marco che avrei organizzato una discussione su Letteratitudine
Vorrei discutere con lui, e con voi, del progetto editoriale di Meridiano zero. E dello stato di salute della piccola editoria.
E poi vorrei approfondire la conoscenza di questo libro grazie alla conpresenza dell’editore e dell’autore. Il titolo del romanzo è Pozzoromolo. L’autore si chiama Luigi Romolo Carrino (e si era già messo in evidenza con il precedente romanzo Acqua Storta). Ho già avuto modo di leggere le prime cento pagine e sono rimasto colpito dalla scrittura nervosa, lirica e visionaria della voce narrante (organizzata seguendo una struttura diaristica). Una storia dura e poetica, al tempo stesso. Un incrocio tra amore e violenza, sogno e incubo.
Mi piacerebbe, inoltre, discutere sulle tematiche del libro… in particolare quella legata alla malattia mentale.
Questa è la scheda del romanzo: "Gioia è l’amore dalle unghie laccate, i capelli biondi, l’ombretto verde, mentre la notte proietta luci bugiarde sulla parete. È rinchiusa in un manicomio criminale, ha la mente labile di una bambina, immobilizzata in un letto aspetta i farmaci che le sottraggono i ricordi. Ombre vengono a ghermirla: il braccio che esce dalla parete portando la brace di una sigaretta accesa, il volto immobile di un bambino dalla cui bocca esce un rivolo d’acqua. Tutto brucia, tutto annega in quegli sprazzi di vita. Lei non ricorda che crimine ha commesso, non sa perché è lì, i frammenti di memoria si contraddicono a vicenda.
La sua mente candida, dimenticata dal mondo in un cimitero di vivi, tenta invano di ricostruire la verità, fino a una notte di san Lorenzo in cui, come terribili stelle, cadono a una a una le presenze ossessive di coloro che ha amato. C’era una masseria piena di sole con foglie di tabacco stese a essiccare, c’era una madre bella e degli aghi piantati nella carne in un’atroce punizione, c’era un padre che non c’era, c’era la strada e i clienti che compravano il suo corpo, c’era un amore crudele.
La verità che strappa alla notte è la carne che la fa sentire donna quando invece è nata maschio, che la fa pazza e che le ha macchiato le mani di un sangue che non ricorda di chi sia. Gioia è l’agnello che lava i peccati degli altri. È la ferita e la colpa, vittima predestinata di carnefici imperdonabili. Gioia ha amato le mani che la picchiavano, la stupravano, la scartavano.
Carrino racconta la malattia mentale e l’ambiguità sessuale come se attingesse al ventre in cui riposa l’infanzia collettiva dell’umanità, dimenticando le regole della prosa e della poesia e scegliendo di fare arte. Il sangue che versa disperde gli incubi delle nostre notti
".
Come anticipato, nell’ambito della discussione mi piacerebbe approfondire soprattutto la questione legata alla malattia mentale.
Mi domando (e vi domando): come sono percepiti, oggi, la malattia mentale e i disturbi psichici nella nostra società? In tal senso, che differenze ci sono (se ce ne sono) rispetto al passato?
La struttura sanitaria nazionale è sufficientemente organizzata per gestire le problematiche derivanti da malattie mentali e disturbi psichici? E anche in questo caso… oggi va meglio o peggio rispetto al passato?
Quali sono le vostre percezioni?
Non è escluso che, nel corso del dibattito, possa invitare addetti ai lavori specializzati in materia.

Massimo Maugeri


il Leviatano, febbraio 2010

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Pozzoromolo, il romanzo di Luigi Romolo Carrino pubblicato di recente da Meridiano Zero, potrebbe essere definito il canto del disordine, un disordine che si fa bellezza tragica impastata aristotelicamente di orrore e pietà, un disordine che la scrittura sublima in letteratura.
Dal fondo del pozzo orfico, che dà il suo nome al romanzo ed è abitato da un demone (il daimon creatore e distruttore), si leva una folla di ombre che balla la sua danza di colpe e di follia, di verità e di menzogne, di omissioni e pentimenti, intorno alla protagonista, a Gioia, internata nell’ospedale psichiatrico giudiziario per un crimine di cui non ha memoria, mentre vivide invece si conservano e si scrivono le tracce mnesiche delle violenze subite.
Gioia ci consegna la sua anima divisa e stuprata, la sua ambiguità identitaria, attraverso una sorta di puzzle della memoria, una memoria anch’essa disordinata, come la stessa vita di questa giovane dal corpo maschile. Alla ricerca della sua verità, che a sprazzi balugina dal pozzo orfico, per risprofondarvi subito dopo, la protagonista affida alla scrittura sul pc il racconto retrospettivo del suo passato, impastato di abbandoni e di fughe, di tradimenti ed espropri affettivi, di solitudine e di amori negati e rubati.
La struttura diaristica del racconto collide ossimoricamente con la gestione del tempo, che sembra imbizzarrirsi in datazioni inesistenti, come a esprimere il conflitto drammatico di cui vive il ricordo. Un ricordo che si attorciglia veneficamente intorno alle due figure genitoriali, a quel padre saldatore inadeguato e censorio la cui assenza marchia a sangue il destino di Gioia, a quella madre minimamente preoccupata di ricoprire il suo ruolo, se non attraverso punizioni cruente, che rimangono inchiodate nell’anima straziata della protagonista.
Lo specchio deformato della memoria, obnubilata anche dagli psicofarmaci, rimanda sulle pagine di Word le fattezze di un’identità piagata fin da quel nome proprio che la veste in maniera così poco consona. La lastra riflette il profilo di un io narrante sdoppiato anche nelle acrobazie della scrittura, il cui stile riproduce mimeticamente i bagliori infernali sapientemente disseminati lungo il racconto da Carrino.
Notevole l’abilità dell’autore anche nella gestione dei registri linguistici, che si alternano in maniera appropriata e funzionale, per dar voce idonea alla protagonista nei suoi diversi momenti e processi: ora è l’infanzia spossessata e tradita a parlare attraverso diminutivi e motivetti pubblicitari, ora è l’eroe tragico a scrivere in lettere più durevoli del bronzo il suo anatema alla vita e la sua colpa, a deporre la sua professione d’innocenza e le sue bestemmie sull’altare di un amore negato e perciò richiesto e urlato a squarciagola dalle viscere del pozzo. In un linguaggio che in certi casi sceglie di dipanarsi in maniera crudamente prosastica e in altri di tradursi in luminosa poesia, grazie anche ai dispositivi retorici attivati lungo la narrazione, Gioia traccia il racconto retrospettivo della sua travagliata esistenza, una discesa negli Inferi che non conosce riscatto.
È un narrarsi che, srotolandosi per affermazioni e denegazioni, Carrino consegna a una sintassi avvertitamente disordinata anch’essa, in alcuni passi fluida in altri strattonata a sangue, un procedere alterno che asseconda il ritmo psicotico del ricordo, incidendolo in un presente immobile, pietrificato, che alona di dannazione tante pagine di Pozzoromolo e ogni atto, realmente compiuto o soltanto desiderato e paventato dalla protagonista.

Teresa Ferri


liberidiscrivere.splinder.com, 17.10.09

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Presentiamo ai lettori di Liberidiscrivere il nuovo secondo romanzo di Luigi Romolo Carrino Pozzoromolo (Meridiano zero, 2009) l’ultimo nato di una casa editrice di Padova diretta dal simpatico Marco Vicentini che ci ha spesso regalato gradite sorprese. Ambientato in un manicomio criminale, all’ombra di una gigantesca quercia dall’aria materna e protettiva descrive con un linguaggio decostruito e nello stesso tempo poetico una discesa nell’inferno della follia. Il protagonista non solo racconta in prima persona una storia di abusi, di sofferenza, di delitto, ma tenta di ricostruire la sua memoria frammentata e interrotta. Carrino utilizza versi di poesie, frasi spezzate di canzoni, alternandoli a nitide descrizioni di squarci di vita vissuta confusa e dolente. Un percorso che porta verso una possibile guarigione, agognata, desiderata e nello stesso tempo irraggiungibile. La solitudine della malattia, la gentilezza dell’infermiera Anna, i pazienti del manicomio troppo disturbati per scontare le loro pene in carceri normali, tutto viene raccontato senza reticenze o ipocrisie. C’è chi ha ucciso la moglie perché il sugo non era abbastanza salato, chi ha ucciso il figlio, la sorella, la madre, persone pericolose per sé e per gli altri accomunate da un destino di detenzione e di separazione dalla gente così detta normale. In questo ambiente disperato il protagonista tenta con angoscia di riappropriarsi della sua identità anche sessuale, della sua memoria, di capire il mistero della sua detenzione, di ricordarsi i motivi che l’hanno portato al delitto. È anche una storia d’amore tragico e malsano un amore che non porta felicità ma costringe a vendere il proprio corpo sulla tangenziale tra travestiti e viados. Carrino non giudica, non condanna, trascrive con umana compassione gli sbalzi di una mente malata, corrosa, devastata e ci conduce per mano a provare sentimenti di simpatia, di commozione e infine di perdono.


liberidiscrivere.splinder.com, 15.1.10

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Grazie Luigi di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Chi è Luigi Romolo Carrino?
È informatico e scrittore. Ha quasi 42 anni spesi al massimo delle sue possibilità. Vive a Roma, è nato a Napoli, ma spesso lavora a Milano.

Scrittore per caso o per passione?
Passione. Una passione assolutamente urgente. La scrittura è un fondamentale della mia vita, sempre stata. Sono tuttavia stato sedotto anche dall’informatica, la parte di ingegneria del software (da non confondermi con gli smanettoni della tastiera o con gli architetti di prodotto), una passione anche per gli algoritmi volti a soluzioni di automazione. E poi, scrittura e informatica non sono così distanti…

Parlaci del tuo esordio. È stato difficile e sofferto o ti ha dato più soddisfazioni che amarezze?
Ho più di un esordio. L’esordio come autore di programmi radiofonici, avvenuto nel 1995 in una radio regionale campana. L’esordio in poesia, con Il settimo senso, nel 1998 per Il Laboratorio Le Edizioni. L’esordio teatrale, avvenuto nel 2002 con Ricordo di famiglia, al Teatro Stabile del Giallo di Roma. L’esordio come curatore, per Magnum Edizioni, nel 2004. L’esordio nella narrativa, con i racconti per Mondadori, nel 2006. E poi Acqua Storta, il primo romanzo (o racconto lungo, che lo si chiami come si vuole), nel 2008. Esordio difficile? Direi di no, anzi. Ho solo e sempre aspettato il momento giusto, quando mi sentivo pronto.

Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo rapporto con il tuo editore. Marco Vicentini com’è visto da vicino? Raccontaci un aneddoto divertente o bizzarro che lo riguarda.
Mi ha cercato Daniele Scalise, per Men on Men 5, partendo da un paio di racconti che "IQuindici" avevano pubblicato sul loro portale. Qualche mese dopo, a Meridiano zero ho inviato Esercizi sulla madre (un mio romanzo legato semanticamente a Pozzoromolo, e che verrà pubblicato presumibilmente nel 2011), perché mi piaceva la collana Gli Intemperanti. Mi chiamò lui in persona, era agosto, per dirmi che il romanzo gli era piaciuto e che intendeva pubblicarlo. A un paio di mesi dall’uscita Marco mi consigliò di rivedere la scaletta di pubblicazione, e ho esordito con Acqua Storta. Marco Vicentini è prima una persona fantastica e poi l’editore che tutti vorrebbero avere. Rispetta il tuo lavoro, ti consiglia, ti massacra se necessario, ti evidenzia tutte le falle del testo, ne discute con te ma non si impone mai (ma se le cose per lui non funzionano non si va in stampa, questo è certo). Ho un rapporto meraviglioso con lui, anche con gli altri membri della redazione. Beh, Marco è poco fisionomista. Ci siamo dovuti vedere almeno 4 volte prima che lui, incontrandomi, mi riconoscesse a botta sicura.

Acqua Storta, il tuo primo romanzo pubblicato, è un libro breve quasi un lungo racconto in cui tratti temi difficili con naturalezza. Ti sei ispirato alla cronaca, ad avvenimenti reali?
Giovanni Acqua Storta doveva essere raccontato. Sì, certo, ho preso spunti da voci di paese su due ragazzi appartenenti a famiglie di camorra della mia zona. E poi da una storia realmente accaduta, un boss mafioso che condannò a morte la sua stessa figlia per adulterio. Ma gli spunti finiscono qua. Acqua Storta rappresenta l’impossibilità del pensiero, di pensare il pensiero. Ho utilizzato questo contesto perché l’ossimoro camorra-omosessualità – con le sue evidenti leggi di machismo e virilità, di potere e prevaricazione, di discriminazione e plagio emotivo, leggi di violenza spesso intersecate con deliri esoterico-religiosi –, suggerisse senza possibilità di fraintendimento alcuno l’estrema similitudine del modo in cui l’omosessualità, l’omosessuale, viene considerato nella società, anche nella ’civile’ Italia. L’unica differenza, tra i due contesti, sta nel fatto che non ti ammazzano fisicamente (oddio… visti i recenti casi di omofobia, non è manco detto). Detto questo, Acqua Storta è una bella storia d’amore. Un amore totalizzante ma non onnipotente. E sebbene i protagonisti di questa storia – Giovanni, Salvatore, ma anche Mariasole – non facciano una bella fine, sono contento che abbiano intensamente vissuto le loro passioni.

Pozzoromolo, il tuo ultimo libro, parla di follia, di amore, di morte con un linguaggio poetico e destrutturato molto difficile da creare, che libri hai letto durante la sua stesura, a che scrittore ti sei ispirato?
Pozzoromolo è sangue crudo. La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della nostra mente, come mezzo di purificazione, e risalirne quindi ’modificati’. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Sono anni che studio Lurija… Ho una fissazione sul discorso ’memoria’. Ho letto molti testi dell’editore Sensibili alle foglie, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto… Ma anche da Francis Scott Fitzgerald (di Tenera è la notte ne sto facendo un remake), da Elsa Morante, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare…. Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove proviene.

Parlaci di Esercizi sulla madre. È vero che avrebbe dovuto essere il tuo libro di esordio? Di che temi trattava? Verrà pubblicato?
In parte ho risposto sopra. Pozzoromolo è raccontato nell’arco di un anno, attraverso questa forma a metà tra il diario e la confessione. Gli Esercizi, si svolgono nel tempo letterario di una sola notte, la notte in cui Gioia venne abbandonata dalla madre. Come dicevo è un romanzo, ma anche qui ho voluto sperimentare forme diverse, e ho intrecciato tecniche del racconto con quelle del monologo teatrale. Sono dieci monologhi che hanno per protagonista una madre, e rappresentano in sostanza sono le inferenze di Gioia sul motivo dell’abbandono materno. Dieci madri diverse, dieci motivi diversi, quasi comandamenti della ragione. C’entra anche il Test di Rorschach (le 10 tavole usate per il test sulla personalità) somministrato a Gioia, e poi il suo stesso lungo monologo (qui, teatralmente parlando) che lega i dieci racconti della madre. La lingua è più ricca, ma i temi sono più ’scuri’ ancora, quasi horror in certi ’esercizi’.

Ami la poesia? Quale poeta ti ha particolarmente influenzato dandoti preziosi insegnamenti sulla vita, l’amore, la libertà?
Emily Dickinson, una poetessa terribile, reclusa, pazza, invasata, eccezionale. Emily mi ha guidato negli anni dell’adolescenza, mi ha strattonato, mi ha fatto capire che per capirti, dirti, comprenderti, non c’è bisogno sempre di andare al limite del mondo. E poi, che si può dare tanto in termini di poesia, di messaggio, anche restando chiusi trent’anni dentro casa tua. Per questo il suo approccio alla conoscenza, le sue lettere, sono stati la mia iniziazione ’seria’ alla scrittura e, quindi, alla vita.

L’identità sessuale è un tema che tratti con profonda sensibilità, con rispetto, con pudore, i tuoi personaggi spesso sono caratterizzati da scelte sofferte. In che modo questo tema incide sulla tua narrativa?
L’identità sessuale è solo uno degli elementi delle cose che scrivo. Un pretesto, se vuoi. Il processo identitario mi è necessario per manifestare la base della mia poetica, ovvero la ricerca/accettazione di un sé quanto più autentico possibile, privo di tutte le stravaganze da ’terapia comportamentale’ adottate in funzione della rappresentazione di sé.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri, non tanto nei fatti, più che altro nella caratterizzazione dei personaggi?
Il 100%. Tuttavia non troverai mai un personaggio che vive un avvenimento in modo ’uguale’ a come lo abbia potuto vivere io. A volte non c’entra niente con la realtà dei fatti. Sottopongo le mie esperienze a un processo di trasformazione e di trasfigurazione. Posso transocodificare la sensazione di paura provata facendo un bagno in piscina a 5 anni con il terrore delle cose fluide sulla pelle.

Carrino e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente colpito, facendoti esclamare finalmente mi hanno capito?
Sai, critica e recensione non sempre vanno a braccetto. Sono molto attento al parere dei lettori, di tutti i lettori che vogliono interagire con me (in questo senso, sono molto attivo sul web). Di solito – ma credo sia fisiologico – mi concentro maggiormente sulle critiche negative. Perché ce ne sono, anche se nessuno perde tempo a fare una recensione negativa (a meno che non hai venduto più centomila copie) e spesso te lo dicono a voce (magari è anche una carineria, una cortesia). Detto questo, le parole di Francesco Gnerre su Acqua Storta mi hanno quasi commosso, e anche le parole spese per il mio lavoro da Francesco Durante sono state un bel toccasana, uno sprono. E poi sì, la mail di apprezzamento che mi mandò Roberto Saviano. Ma sono cose affettive, non c’entrano molto con la frase "finalmente mi hanno capito". Ultimamente anche le parole di Paccagnini e quelle di Serino mi hanno molto inorgoglito.

Carrino e Pasolini. A mio avviso c’è una poetica del dolore che vi accomuna. Questo parallelismo lo condividi?
Pasolini è un patrimonio italiano (e non solo). Amo Pasolini, ovvio che lo amo. Ma da qui a paragonarmi a lui, seppure nell’accezione della poetica che dici, direi che è quasi blasfemo. Ti ringrazio però, mi hai fatto contento con questo accostamento, solletichi la mia vanità. Tuttavia aspettiamo una ventina d’anni, vediamo cosa sono capace di fare, se ce la faccio. Anche se non credo riuscirò mai a scrivere qualcosa come Le ceneri di Gramsci, o a fare un film come Accattone.

Napoli e Roma sono le tue città cosa le accomuna e cosa le differenzia? Dove ti senti veramente a casa?
La cosa in comune è la carnalità della gente. Io lavoro spesso a Milano, ti garantisco che la differenza con le città del nord c’è e la senti sulla pelle. Non sto dicendo che una è meglio dell’altra. Mi piacerebbe trasferire a Napoli un po’ dell’efficienza dei servizi milanesi… Ma in fondo sono luoghi comuni, anche se posso affermare tranquillamente che se dovessi essere costretto a vivere in Milano mi butterei dal Duomo dopo la prima settimana. È buffo ma io spesso mi riferisco a Roma come alla mia matrigna buona. Tuttavia, è difficile che passi un mese senza che io metta piede a Napoli. Anzi: è impossibile.

C’è qualche autore esordiente che ti ha particolarmente colpito per freschezza, talento, inventiva?
Il tempo materiale di Giorgio Vasta e L’infanzia delle cose di Alessio Arena. Li ho amati talmente tanto che ho inserito nel finale di Pozzo riferimenti ai loro rispettivi lavori. Sono due autori molto diversi, per formazione, stile, temi. Nella scrittura di Arena convivono inferni molto diversi (linguistici, territoriali) e in quella di Vasta, invece, c’è spesso genio e coraggio di tradire l’aspettativa di verosimiglianza. Arena lo conosco personalmente. Mi piacerebbe conoscere anche Vasta, spero capiti presto.

Ti piacerebbe pubblicare una tua raccolta di poesie? Ci sono progetti in merito?
Ho pubblicato finora due raccolte di poesia. La seconda (la prima l’ho citata poco sopra) è Tempo Santo – Liturgia della memoria, nel 2006, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni. Ne ho appena approntato una terza, Certi ragazzi, ma non sono ancora convinto, voglio farla ancora sedimentare. Io ho scritto e scrivo molte poesie, ma alla fine ci vuole distanza temporale per capire se effettivamente valgono qualcosa.

A che libro stai lavorando attualmente, puoi anticiparci qualcosa?
Principalmente due. Uno ha per titolo provvisorio Il procuratore; si parla di omosessualità nel calcio. L’altro riguarda un gruppo di colleghi che sta per perdere il lavoro. Una cosa divertente, almeno credo, con incursioni nel mondo politico e economico. E poi il rewriting del capolavoro di Fitzgerald (spero i puristi non mi lincino…).


www.libriconsigliati.it, 8.6.10

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"Nella calma del Rivotril mi sorprende la storia calma della tua assenza. Mi sorprende e mi rassicura, mi fa sentire di essere stato qualcosa per te, qualcosa di buono fino a un certo punto, fino al limite di un’altra vita, di un’altra donna da te amata. E qualcosa di cattivo, un abuso di spazio ma non tutto sprecato, un figlio che non sapevi dove mettere perché ti ricordava un passato doloroso, un figlio di troppo quando ne hai avuti altri nuovi, più belli, più bravi, più puliti, più giusti. Vorrei sapere cos’è che mi tiene la mano quando nella stanza brillano le scintille della tua saldatrice, cos’è che ci ha spaventato così tanto della vita."
Luigi Romolo Carrino dovrebbe essere letto da quanti in libreria, soffermandosi incuriositi da una bella copertina, si ritrovano a sfogliare pigramente le prime pagine di romanzi d’autori contemporanei senza volto e senza voce, vuoti d’anima e di bellezza.
Nel suo Pozzoromolo, Carrino si è misurato con il ritmo e il respiro ampio della letteratura. Ha tessuto e sfilacciato fino a svuotarle di significato per poi riempirle ancora di molteplici realtà elementari e assolute, duplici e ambigue le sue parole fatte di prosa e di poesia, lucida compostezza e irragionevole ricerca di spiegazione alla mancanza di senso primigenia.
Nella lotta quotidiana di Gioia che prova a rivivere se stessa leggendosi nelle parole su carta, trascritte nei file, leggiamo tutta la capacità di raccontare il disagio mentale, l’afflizione per le proprie manchevolezze, per le colpe delle quali non si ha colpa, in una vita che è imposizione e deve essere vissuta, pena la follia. Gioia è nata nel corpo sbagliato, da genitori sbagliati eppure è al suo corpo che torna con ostinazione, a suo padre e a sua madre che l’hanno partorita male.
Le lunghe notti (che durano il tempo di tutte le notti) trascorse a rincorrere le luci che filtrano all’interno della stanza nell’istituto psichiatrico e portano con sé le ombre del passato, e il padre e la madre, e Luca il fratello piccolo morto a causa sua ma senza che sia sua la colpa, e il nonno e la nonna nella masseria fra le colline di Ospedaletto, e Mario l’amore della sua vita che l’amore non ha mai conosciuto, e Anna e Samuele, e lo zio Giggino che è lo schifo e fa schifo, tutto trascorre in quelle notti insonni popolate da mani che cercano e violentano, occhi che non riescono a vederla, sguardi che non le accarezzano la testa. Le notti nella stanza da sola nelle quali Gioia resiste al sonno degli psicofarmaci che le fanno paura e sono l’ultima speranza di farsi una ragione e di ricordare, ricostruendo la sua storia attraverso frammenti di parole che non seguono mai l’ordine che si vorrebbe avessero, mai, fino a che il 10 di agosto uno sprazzo di chiarore ricompone i volti nascosti nell’ombra e traccia il quadro di una vita sconquassata e ferita ai polsi, lacerata a morsi dalla rabbia di un amore mai ricambiato.
Carrino ci accompagna nelle interminabili liturgie di una mente che s’interroga senza tregua sulle ragioni della sua follia e lo fa attingendo a piene mani a un’innegabile capacità d’entrare in simbiosi con l’oggetto narrato, strappando le parole alla sua creatura e facendole sue. Ne segue con fare paterno le elucubrazioni senza fine, l’ossessività dei pensieri, vividi come immagini dipinte sui muri della stanza con le grate che ne trattiene la corporeità, a tratti si strugge con lei cercando invano di darle una coscienza che sia solo sua e una voce che possa ascoltare e la rinfranchi, la liberi una volta e per sempre.
Incuriositi e perplessi poiché nelle belle pagine di ringraziamento figurino nomi celebri di poeti immensi e non si faccia menzione d’uno scrittore distante nelle tematiche ma vicino nel lirismo della prosa qual è William Faulkner, non possiamo esimerci dal rivolgere parole di sentito ringraziamento e un sorriso complice d’ammirazione nei confronti dello scrittore Romolo Carrino.

Roberto Giungato


www.libriconsigliati.it, 6.7.10

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Luigi Romolo Carrino è già un habitué, qui dalle nostre parti. Un suo romanzo e una raccolta di racconti (rispettivamente Pozzoromolo e Istruzioni per un addio) sono entrati di diritto, e a buon merito, fra le pubblicazioni recensite sulle nostre pagine. Abbiamo intrattenuto una piacevole conversazione con l’autore napoletano.

Diamo il benvenuto a Luigi Romolo Carrino sulle pagine di Libri Consigliati. Abbiamo recensito di recente (perdonate l’allitterazione) il tuo Pozzoromolo, edito da Meridiano Zero. Qualche parola sulla genesi del romanzo.
Pozzoromolo è stato un’urgenza. Dopo una serie di esperienze personali ’dovevo’ trovare una catarsi, più razionale che emotiva. L’incontro con Gioia, la protagonista (che non si chiama Gioia, ovvio), è stato illuminante. Mi interessava raccontare il coraggio di ’vedersi’ da dentro, riuscire in qualche modo a mettere in discussione tutto, senza più una facile terra dopo poggiare i piedi, una terra predeterminata, predestinata, preparata da altri e non da te stesso.

Quanto tempo ha richiesto la stesura del romanzo? Quali le tue abitudini, i rituali (se ci sono) mentre lavori a una nuova opera?
Pozzoromolo ha una gestazione ventennale, l’ho scritto e l’ho lasciato lì. Anche se mi rendevo conto dei suoi limiti non riuscivo a lavorarlo, a modificarlo. Poi è arrivato il tempo giusto, la serenità per lavorarci, magari anche la maturità per farlo. In meno di un anno sono riuscito a rimasticarlo e risputarlo così come lo hai letto. Ma non ci metto sempre vent’anni per scrivere un romanzo. Acqua Storta, per esempio, l’ho scritto in due settimane, anche se l’idea ce l’avevo in testa da almeno 4, 5 anni. Abitudini nessuna, sinceramente, né riti. Come tutti quelli che scrivono mi documento molto, questo sì. Magari poi non uso specificamente niente di quello che ho appreso ma riesco a riprodurre l’atmosfera, l’ambiente, le nuances che si ereditano da questo modo di lavorare. Questo rende il testo verosimile.

Quali le influenze letterarie che ritieni abbiano dato vita nella tua scrittura alla riuscita commistione fra prosa e lirismo, elemento fondante in Pozzoromolo?
Io arrivo dalla poesia, dal teatro, da una scrittura ellittica e, allo stesso tempo, molto ’dialogata’. Mi sono chiesto – mi chiedo ancora – qual è la lingua, che è comunque una transcodifica, per restituire quel silenzio assordante, rumoroso che abbiamo nella testa e che dice chi siamo, cosa desideriamo autenticamente? Una lingua vicina al silenzio, difficile da trovare. Un aiuto enorme mi è arrivato dalla poesia di Mariangela Gualtieri, dal suo modo di usare la sintassi, e da Shakespeare, le tragedie soprattutto. Altri grandi contributi arrivano da Sueskind, da Albee, dalla Kristof, da Fitzgerald, da Pinter, dalla Achmatova, dalla Merini… Vabbè, so’ tantissimi. E poi ho pensato che il ’silenzio’ di cui parlavo sopra non ha necessità di regole grammaticali, quelle servono a ’noi’ per cercare di rappresentare la nostra rerum natura. Per questo ho maltrattato la sintassi, soprattutto quando Gioia è legata sul letto di contenzione.

Pensi di aver raggiunto un punto d’equilibrio ottimale tra forma e contenuto nei tuoi scritti?
Questo non accadrà mai. È un lavoro continuo, è incessante, per certi versi è un lavoro inesorabile. Leggendo cose che ho già pubblicato, rileggendole, mi viene l’impulso di modificarle, di riscriverle. Eppure nel momento in cui le ho pubblicate pensavo di aver trovato l’equilibrio ottimale… Eh, la scrittura è un inferno caro mio, e ha sempre fiamme nuove per lambirti. Devi lasciarti bruciare da questi fuochi, scoprire saggiamente che i fuochi del tuo inferno sono molto simili ad altri fuochi, e cercare di trovare la lingua (di fiamma) che ti appartiene (leggi alla voce contaminazione, intertestualità, ipermedialità…).

La cifra stilistica modella e segna in modo indelebile la valenza della parola, ne domina il significato a volte. La storia di Gioia, del disagio psichico che la tormenta affonda le radici in un dissesto che è tutto fisico, corporale. I suoi tentativi di riscoprirsi, di riscrivere le pagine di una vita sono la rappresentazione di una necessità universale?
Sì. Assolutamente sì. Bisogna ritrovare l’autenticità, non aver paura di sporcarsi le mani in questa ricerca. Mettersi in discussione, capirsi. Qui ormai è tutta una ’rappresentazione’, tutti intenti a mostrare, ad apparire più che a divenire. E questo riguarda tutti gli ambiti, tutte le sfere di appartenenza, tutti gli universi della vita. Mi prende lo sconforto quando ci penso…

Parlaci del rapporto con i tuoi editori. Di recente hai pubblicato una raccolta di racconti dal titolo Istruzioni per un addio (N.d.R. a breve verrà recensito su queste pagine) per Azimut, Pozzoromolo e Acqua Storta per Meridiano Zero.
Vicentini di Meridiano Zero è fantastico, c’è un folle amore tra di noi. Merola e Farneti di Azimut mi fanno sentire uno scrittore desiderato. E poi, posso decidere di pubblicare qualsiasi cosa mi passa per la testa, nel senso di qualsiasi tema o storia, ben inteso. Non credo che altri editori mi permetterebbero di pubblicare un romanzo come Pozzoromolo; spesso gli editori prediligono meccaniche molto distanti da quella che dovrebbe essere – assomigliarle, almeno – letteratura (per carità!, è comprensibile, ma…). Una cosa però la devo dire: generalmente i signorotti della cultura determinano la qualità di un testo in modo proporzionale alla dimensione della casa editrice che lo pubblica. Questo è squallido, schifoso, ma è specchio del nostro tempo. Nel mio caso, devo dire, sono abbastanza fortunato. "Abbastanza", il minimo sindacale per preservare un po’ di onestà intellettuale…

Per concludere, pensieri in ordine sparso sulla quotidianità di Luigi Romolo Carrino.
Da qualche giorno mi sono trasferito a Sassari, dopo aver sospeso il mio lavoro di informatico. Ultimamente Roma mi stava un po’ troppo larga. Farò la spola tra l’isola e il continente, e nel frattempo spero di terminare i due romanzi che ho in canna. La mattina (tarda mattina) devo bere almeno mezzo litro di caffè per riuscire ad articolare un paio di parole sensate. Passo mediamente un 3, 4 ore al giorno sul Web. Nel pomeriggio leggo qualche pagina da testi usciti recentemente, magari di qualche scrittore mio amico. Scrivo principalmente nelle ore serali, notturne quasi.

Roberto Giungato


lideablog.wordpress.com, 18.10.09

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Carrino ha esordito l’anno scorso, sempre per la Meridiano zero, con il romanzo Acqua Storta in grado di vendere ben 15.000 copie e far segnare 5 ristampe. Sono numeri, per un esordiente, semplicemente enormi. Torna ora in libreria con questo Pozzoromolo, opera probabilmente più matura della prima e in cui Marco Vicentini crede talmente che vorrebbe venire direttamente a casa vostra a leggervelo. Sul sito della Meridiano zero trovate quindi tutti i recapiti a cui inviare il vostro indirizzo e inserire così la vostra abitazione nel tour del buon Marco.

Andrea Pelfini


www.linsolito.net, 21.12.09

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Carrino è una lingua scritta a sè stante. Sono letteralmente pazzo del modo in cui scrive. Unico. È uno di quei romanzi che ti incantano e ti prendono solo per il modo in cui le pagine ti parlano e ti entrano nella testa e nello stomaco. Se c’è qualcuno da indicare per il prossimo premio Strega (qualora tornasse ad essere un premio realmente meritocratico), è lui.

Christian Mascheroni


www.mangialibri.com, 14.3.10

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Ha un nome che cova dentro la sofferenza. Quella, grande, di un nido infranto in cui non poter fare ritorno; l’altra, ancora più grande, di una casa chiamata prigione dove l’unico reato è essere se stessi. Gioia sbriciola il suo tempo in un OPG, l’ospedale per matti così tanto matti da aver fatto qualcosa di (molto) sbagliato: il tempo ufficiale, scandito dal rigido calendario giornaliero, mattina, pomeriggio e sera fino a ripiombare nell’oblio di un sonno medicamentoso; e un tempo interiore, scandito dal ricordo e dalla scrittura.
Gioia, natura polimorfa di una lei cresciuta in un corpo maschile, raccoglie su fogli naufraghi e un vecchio pc i frutti marci di una storia seminata a sofferenza, dalle radici divise tra Milano e Ospedaletto, tra una famiglia fatta di cocci rotti e la masseria dei nonni in cui iniziare a lavorare e a subire mani e voglie di uomini crudeli. Lui/lei, persa la vocazione ad essere felice, in un diario i cui mesi hanno giorni bislacchi, 77, 56, 41, racconta ad un invisibile lettore le tappe di una via crucis casalinga, di un fratello minore morto bambino, una madre smemorata persa dietro ad effimeri amanti, un padre schiavo dell’odio, una passione violenta che la condurrà sulla via della prostituzione: pagine che piangono sangue e sesso, purezza e banale, semplice desiderio di accoglienza, dal fragile universo di Gioia imploso per i colpi che lei stessa, e chi le sta accanto, gli hanno inflitto.
In un’atmosfera satura di sedativi, nella nebbia di sensazioni rotta dalle urla degli altri pazienti, Gioia scrive e si mette a nudo per mostrare il livido più grande ed il più piccolo neo, quasi a voler fare chiarezza, e pulizia, nella memoria prima che nel mondo: perché "penso che la prima cosa che si impara, all’OPG, è ad avere paura della propria mente…".
Pozzoromolo, seconda prova dopo Acqua Storta di Carrino, napoletano d’origine classe 1968, colpisce dritto al cuore. Senza giri di parole, senza ostentazione, questa storia di dolore, estremo e totalizzante, crudo e quasi eccessivo per esserci tutto, e tutto insieme, nella vita di una sola persona, si lascia scoprire e sfogliare come un macabro fiore dai petali neri. Per ogni petalo, una spina nel lungo gambo: nulla viene risparmiato al personaggio Gioia, costretta a subire e vivere tutte le possibili declinazioni del male, omicidio, violenza, umiliazioni, abbandoni.
E più in basso si scende in questo personale inferno, sepolto agli occhi della società, più la lingua di Carrino si fa densa ed intensa, capace di sgranare le perle dell’orrore con la grazia del poeta. C’è pietà, in Pozzoromolo, non morbosità, per Gioia e per ogni biografia simile scaraventata ai margini delle città, dove alla follia si accompagna l’inflessibilità della legge. C’è compassione per una figura che "forse" dovrebbe suscitare orrore per i crimini commessi (o solo immaginati) e che invece finisce per sprigionare miasmi di solitudine, perché a farle compagnia, dietro le sbarre della camera-cella, ci sono solo i neri fantasmi del passato, delle persone a cui per tutta la vita ha chiesto amore ricevendo, in cambio, la pesante moneta del disprezzo.
Carrino, in un libro-confessione emozionante, dolcemente aspro, ha creato un personaggio che scivola nel cuore per non abbandonarlo più: sola, senza appigli, Gioia si racconta con schiettezza disarmante, con parole ricamate dalla luce dei lampioni sulle pareti buie di una stanza. Di Gioia ci si innamora, uomo o donna che si sia: e magari, grazie a lei/lui, i polsi incatenati al letto e un registratore ad afferrare ogni cupo segreto, le nostre piccole pene troveranno la giusta, oscura catarsi.

Caterina Morgantini


www.mangialibri.com, 14.3.10

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Il suo blog, scritte grigie su sfondo bianco, evoca mondi sottopelle, secchi e bruciati: dalle "Acquemagre" alle "Arti anoressiche", nel mezzo si immaginano mondi popolati di parole contorte e suoni metallici, dove la consolazione è cosa ormai fuori moda. E a leggere i suoi libri (un plauso andrebbe alla scelta dei titoli, mai banali), permane la sensazione di aver visitato un universo oscuro, fatto di frasi lucenti e taglienti come lame. Per fortuna, a guidarci e non lasciarci soli in un lungo viaggio nella giungla della follia, c’è la penna salda del suo creatore, Luigi Romolo Carrino.

Pozzoromolo è il diario, scritto in prima persona, di chi in un ospedale psichiatrico giudiziario sta trascorrendo l’esistenza dopo anni bruciati dalla sofferenza: come e perché è nata Gioia, un personaggio costruito su un passato doloroso, dall’identità sessuale incerta, che nella vita sembra non aver mai incontrato nemmeno una pallida felicità?
Pozzoromolo è sangue crudo. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale Gioia è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della sua mente e risalirne quindi modificati, purificati. C’è stato un periodo della mia vita che ho utilizzato la scrittura come catarsi, come cura. Ero praticamente muto, non parlavo. Gioia nasce da qui. E poi molte delle cose di Gioia sono mie, come la paura di non riconoscersi, la paura di pensare, il discorso sul nodo genitoriale. Ma è tutto trasformato, allocato nella toponomastica del ricordo.

Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari per narrare una storia intrisa di follia? Cosa hai letto prima e durante la scrittura di un libro ambientato in un OPG?
La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Ma anche gli studi di Lurija… Ho una fissazione sul discorso ’memoria’. Ho letto anche molti testi dell’editore "Sensibili alle foglie", testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto ma anche dal Fitzgerald di Tenera è la notte, dalla Morante de La Storia, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare, l’immensa Kristof della Trilogia della città di K., da Süskind, Buzzati, Carnevali, dalla Sechehaye del Diario di una schizofrenica… Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove esattamente proviene.

Avere a che fare con il male pagina dopo pagina ha comportato, da parte tua, un coinvolgimento emotivo particolare? Sei diventato almeno un po’ Gioia, o sei rimasto il neutrale deus ex machina della narrazione?
Ma per tutti i libri che uno scrive, e secondo me vale per tutti gli scrittori, c’è un coinvolgimento emotivo. È la manifestazione di questa emotività a cambiare da autore ad autore. Se non ’diventi’ quello che scrivi, se non vivi davanti alla tastiere le cose che scrivi, è difficile che venga fuori un bel lavoro. Ma questo non vuol dire stanislavskijare la scrittura, ovvero non penso che, ad esempio, Tolkien si sia incontrato con gli elfi nel bosco, prima di scrivere. Per dire che io sono stato Gioia, mentre scrivevo. Ma assolutamente non lo sono, adesso.

Hai mai avuto paura che una storia tanto forte, in cui si intrecciano morte, sesso e pazzia, fosse fatta oggetto di attenzione solo per il contenuto e non per la scrittura, per lo stile?
No, anzi. Lo stile della narrazione, assolutamente non ammiccante al lettore (sia in Pozzoromolo che in Acqua Storta, e differente tra i due stessi romanzi) è la manifestazione implicita di un mio invito a non lasciarsi sedurre solo dagli elementi della storia. Ogni storia va raccontata in modo diverso, è la storia stessa che lo chiede. Io seguo questa regola.

Dopo l’uscita del primo libro, Acqua Storta, sempre per Meridiano zero, accolto con interesse e grande attenzione da stampa e lettori, hai avvertito l’ansia e la tensione crescere attorno ad un’altra tua prova letteraria?
Sì, anche se la tensione non è stata tutta a carico mio. Ho la fortuna avere un grande editore come Marco Vicentini. La sua guida, riguardo il mio lavoro, è decisamente importante per me. Ci abbiamo pensato più di un anno, prima di decidere se pubblicare Pozzoromolo come secondo libro. Alla fine, so che abbiamo fatto la scelta giusta.

Entrambi, Acqua Storta e Pozzoromolo, raccontano storie ai margini della società: sono loro che, in qualche modo, vengono a cercarti, o è la tua scrittura ad aver bisogno di un certo tipo di avvenimenti, di vissuto, per poter dare il meglio?
Non saprei. Di certo però non parlerei di sfondo sociale. Io non ho parlato di camorra (nel primo romanzo), né dei meccanismi di cura/detenzione negli OPG (nel secondo). A me interessa raccontare la reclusione, la frammentazione, la disintegrazione, l’impedimento al divenire e il modo di appartenere al mondo. Giovanni in Acqua Storta è parte di un sistema rigido, fatto di leggi non scritte che vanno rispettate: questo gli impedisce di essere se stesso, deve soffocare la sua natura di omosessuale. Gioia è un essere puro, devastato dall’infanzia, la più bella età dell’uomo. La ricerca di se stessa è infinita, durerà per tutta la vita. Non so se riuscirà nel suo intento. Queste storie prendono in prestito un contesto, assolutamente verosimigliante, ma è un’ambientazione, nulla di più.

a cura di Caterina Morgantini


mariodesantis.blog.deejay.it, 9.11.09

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Ragazzi attenzione questo è un libro molto intenso ma veramente bello. Un libro che racconta da dentro, molto dentro, una storia di anima ferita fino a perdere la mente. Non è facile scrivere attorno e dentro la sofferenza psichica. Spesso si creano equivoci. La follia o la devianza psichica vanno presi come metro di una diversa visione, senza per questo ingenuamente credere sia "facile" dar voce trascivendo il disordine. Forse neppure "bello" è una parola giusta quando si trova un’opera che la sa raccontare.
A me sembra che L.R. Carrino sappia raccontare la sofferenza di un’anima (si chiama Luigi Romolo ed è singolare, ma non senza senso – anche leggendo la storia – che non sia esplicitato il nome [ e il sesso di chi scrive] in copertina). Quarantenne, napoletano, si era già fatto notare per il primo libro Acqua Storta ed ora sempre all’acqua si torno con Pozzoromolo (e dunque il pozzo porta il suo nome) e con la casa editrice Meridiano zero che sta facendo un buon lavoro..
Non è facile parlare di questo libro che – vorrei dirlo subito – è gran bel libro.
In un’annata di tanti ottimi prodotti letterari e buoni esordi, mi sembra che questo di Carrino spicchi per le scelte difficili: fuggire la struttura narrativa semplice, affrontare un tema spigoloso, scegliere un impasto linguistico denso, tenere la rotta della penetrazione psicologica e della sofferenza ma creare, a partire da questo, un fluxus di arte verbale veramente originale, che interpreta in modo intelligente sia la sperimentazione letteraria, sia la necesità di dar voce ad un personaggio borderline.
Non si pensi ad un rinnovamento dello stream of consciousness di matrice intellettualistica e joyciana: in Pozzoromolo c’è dolore preso di petto, calato nudo e crudo sul piatto e capace di trascinare il lettore anche in squarci commoventi.
Il "pozzoromolo" innanzitutto: è un frammento della storia, nome di un pozzo immaginario, cuore nero di una fiaba che la nonna del protagonista era solita raccontare. Un luogo putrido in cui stava nascosto, secondo la leggenda popolare, un tesoro e in cui tanti cercavano di scendere per recuperarlo, inutilemente: nessuno ne usciva vivo.
Anima, palude, manicomio, il pozzo è allegoria di molte cose. Dietro la fredda sigla di OPG, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, sta una gola d’urla, una verità urlante che non si riesce a dire, perché chi racconta fatica e perché il pozzo è chiuso.
Pozzoromolo è il romanzo di Gioia che non è Gioia. Parla di sé, scrive di sé, al femminile, chiusa in una stanza dell’OPG. Scrive "parole mangiate", la sua storia il suo "perché" nero. Gioia è internata per qualcosa che ha fatto, forse, uin fatto di sangue un atto violento. Tutto resta oscuro e fino alla fine non mostrerà la sua ragione a lei e al lettore, ma non è questo che conta. Forse c’è stato un atto violento, forse solo una psicosi di identità. Sua è la mente che si avvolge a spirale sulla propria follia e al tempo stesso di volge allo specchio in infiniti file, registrazioni, riscritture. Come se l’anima fosse un palinsesto fragile e plasmabile. Interiorità non internata, attraverso la scrittura gioca la sua coarta e lotta contro i farmaci che le impediscono i ricordi – e dunque la ragione oscura della sua reclusione.
Ed è qui che arrivano le ombre e con le ombre tutta la sua storia, come da un inferno. È lì che la stanza della tortura inscena il teatro di maschere orribili che la confondono: chi è Gioia? che vogliono dire quei ricordi raccontati nei suoi molti file in prima persona maschile?
Lo sdoppiamento è giocato da Carrino anche attraverso un esplosione del tempo. Tutto il romanzo è costruito secondo un alternarsi di pagine di diario: alcune nei canoni del gregoriano e sono quelle in cui Gioia sembra più vicina a sé stessa e le altre quelle del 56 maggio o 77 giugno e simili in cui riemergono ricordi come carne strappata e una vita che sembra nascere in una camera ardente senza pietà: ecco allora l’infanzia a Milano nei primi anni ’70, riappaiono il padre saldatore, semplice ma troppo inadatto, ruvido, violento anche perché sfoga su lui la crisi del suo rapporto con la madre, provinciale con voglia di evadere, così volitiva da abbandonare spesso il bambino che – solo in casa – crescerà giocando a traverstirsi, con abiti femminili e con la sua assenza. Il padre lo scopre e da lì inizia il tormento. La vicenda è ricostruita da Gioia stessa in un crescendo emozionante pur nel delirio, sovrapponendo voci, memorie, frammenti di canzoni epoesie, un ammasso di parole che precipitano verso un maledetto 10 agosto, che si ripeterà ossessivo nella parte finale del diario, che contiene tutte le ragioni oscure della sofferenz di Gioia, col tempo che si ferma e con il sole nero nell’anima…
Carrino costruisce con Pozzoromolo un impasto di lingua e sofferenza, di alta letteratura e sensibilità umana davvero rare. Ridà linfa ad una lingua letteraria portando un cuore pulsante di un italiano vivido e poetico. Il bambino-Gioia racconta con malinconia del tempo in cui fu trascinato da Milano al Sud irpino dei suoi nonni, sballottato e lontano dal padre, abbandonato dalla madre, malmenato dai parenti, insidiato, molestato.Sono tante le origini della sofferenza, tanti i fuochi che danno vità a questo incendio di parole. Tutto il romanzo è una rincorsa di tutta la verità benché "non c’è niente che mi restituisca al mondo" (..) ma devo farlo, devo provarci, mi sento scritta con le mie mani". E con le parole, perché le parole sono ascolto laddove nessuno ti ascolta, proteggono dall’ombra del male laddove non c’è luce.
Ecco la qualità specifica di Carrino è che sa lasciar scrivere Gioia, Carrino abbandona ma anche costruisce segretamente un colloquio con Gioia, diventa Gioia egli stesso con un processo di trasmutazione e pietas che è parallelo a quello drammatico che Gioia vive col suo ego originario nato maschio. La scrittura è un arma e una chiave e Carrino è bravissimo nel prestare la scrittura al suo personaggio, anzi di accoglierlo e donare a lui tutto l’ascolto possibile, lasciare al magma spazio e poi riprenderselo attraverso una capacità di domare il flusso pazzo della scrittura. È tuttavia in chi legge la sensazione che sia il personaggio stesso a farlo, Gioia, che nutre i suoi giorni di vita concentrazionaria di letture: prima tra tutte quelle dei poeti e tra quelle un’altra reclusa, Emily Dickinson. Come Emily stretta in un trobar clous volontario, la stanza di Gioia è come quella poetica, fatta di limiti e infinite risonanze. Stanza "col suo creato di ombre è il luogo più bello dove sono stata tutta la mia vita" scrive Gioia nel suo PC-diario.
Da lì Gioia o colui che ne porta l’identità in corpo maschile, lancia i suoi appelli da piccolo principe abbandonato. Padre dove sei, che mi hai abbandonato? E ora è tuo questo braccio artiglio "che mi tiene la mano quando nella stanza brillano le scintille della tua saldatrice"? e "cos’è che ci ha spaventato tanto"? Il dolore fatto non ha origine e sta prima di ogni violenza: è lo spavento misterioso con cui da sempre il Pozzoromolo della morte piega e domina i suoi uomini burattini.
Romanzo di de-formazione e malombra della storia italiana degli anni ’60. Una storia di un’anima ferita originale nella struttura, nella costruzione e ricostruzione di un disordine, come lungo flusso di memorie assassinate, lungo pasto di sangue sull’altare di famiglie impreparate alla vita – come forse tutte le famiglie buttate a forza in una modernità complessa che le ha rese folli di fronte alla metamorfosi dei valori. Folli sono stati considerati quei pochi che a quella follia si ribellavano. Un’anima divisa quella di Gioia che non trova pace ma che ci regala pagine e un intero romanzo bello e per questo merita ascolto come l’autore che l’ha generata dal suo pozzo magico, L.R. Carrino, merita tutta l’attenzione possibile da parte dei lettori che cercano un romanzo che sia finalmente oltre che bello anche vera letteratura.

Mario De Santis


il Mattino di Napoli, 5.11.09

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Sesso e follia nei labirinti di Carrino
Di Luigi Romolo Carrino presentai la prima raccolta di poesia oltre dieci anni or sono e per un semplice motivo: mi era piaciuta, ed ero certo che prima o poi questo ragazzo poco più giovane di me, continuando a scrivere avrebbe tirato fuori dal cappello cose notevoli.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, in particolare Acqua Storta il suo primo romanzo, un libro ben riuscito, forte, estremo, scritto con grande potenza narrativa.
La fortuna commerciale di Acqua Storta, ben meritata in questi tempi editorialmente cupi ma eccezionalmente ricchi di autori validi, mi porta oggi a parlare della seconda prova narrativa di Carrino: Pozzoromolo edito dal bravo Marco Vicentini patron di Meridiano zero.
I temi sono quelli amati dall’autore e la scelta di narrare la follia in prima persona non sorprenderà i tanti lettori del primo libro.
Le complessità del sesso ambiguo ed estremo sono, infatti, argomenti ricorrenti anche in Pozzoromolo, ma in quest’ultimo lavoro sono meno estremizzati, ed il ritmo narrativo è decisamente più originale anche se meno tambureggiante. Trattandosi in gran parte del monologo interiore di un personaggio rinchiuso in un ospedale psichiatrico, una vera linearità cronologica non esiste, e il lettore è trasportato sulla stessa linea di esistenziale sconcerto che Gioia, il ragazzo che si coniuga al femminile protagonista del libro, elabora continuamente. Certo il lettore abituato oggi a scritti tutto sommato più facili trovandosi di fronte a romanzi che necessitano di attenzione può a volte sentirsi smarrito, ma il secondo libro di Carrino vale lo sforzo di concentrazione necessario nelle prime pagine, per lasciarsi poi prendere docilmente dalla complessità della vicenda che si dipana pagina dopo pagina con la incalzante progressione di una rivelazione.
Gioia l’uomo donna, donna-uomo, compie un percorso di ritorno agli inferi sorprendendoci e collegando il destino compiuto delle pagine iniziali ad un destino di partenza scritto non da se stessa ma da una serie di personaggi centrali che qui ovviamente non svelerò.
Tutto il libro è quindi imperniato sull’attesa che il ricordo di Gioia si compia, che la verità ritorni dagli abissi in cui è precipitata, e anche questo particolare è segno dei tempi. Tempi dove la verità è accessorio non fondamentale della nostra vita. Gioia invece cerca una verità e un destino, il suo, ma per farlo deve in qualche modo ricordarsi di se stessa e questo sarà un viaggio doloroso ed estremo compiuto sulle ali dell’impatto devastante che gli psicofarmaci hanno sulle macerie di una personalità deturpata.
La capacità di calarsi nei panni di Gioia mostrata dall’autore, la pertinenza dei riferimenti psichiatrici e farmacologici testimoniano inoltre di un bel lavoro di indagine oltre che di grande sensibilità artistica.
Questo libro, infatti, come si ricorda anche nel breve commento iniziale è una prova artistica almeno quanto letteraria, il che è comunque nello spirito dell’autore versato ed attento in diverse discipline atte coniugare la letteratura e la parola in modi e prodotti originali
In definitiva una seconda prova attesa ma convincente, il che come gli autori contemporanei sanno bene non è mai facile.

Marco Salvia


il Mattino di Napoli, 8.11.09

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I segreti di Pozzoromolo nel romanzo di Carrino
L’antica leggenda di una borgata di Palma Campania ispira un romanzo di successo che, dopo pochi giorni, è già alla quarta ristampa nazionale. S’intitola Pozzoromolo – proprio come il nome della frazione – la nuova fatica letteraria di Luigi Romolo Carrino, lo scrittore 41enne di origini palmesi, che ritorna in libreria dopo il successo di Acqua Storta (15mila copie vendute e un recital). Un vecchio racconto popolare narra dell’esistenza, nelle campagne di Pozzoromolo (toponimo che deriverebbe da "pozzo" e dal greco "rumma", mezzo per purificare) di un pozzo in cui, a guardia di un tesoro, viveva un demone. Nessuno mai è riuscito a calarsi all’interno: i miasmi soffocanti hanno da sempre allontanato tutti gli avventurieri. Nella toccante storia di Carrino il pozzo diviene discesa nelle radici profonde dell’essere umano, da cui riaffiorano esperienze che permettono di comprendere debolezze, sogni, malinconie e aspirazioni dell’animo. Una cavità in cui sono custodite anche tutte le verità dolorose e, quando si scivola in questo dedalo sorvegliato da un demone, il prezzo da pagare in risalita è la pazzia. Pozzoromolo muove i primi passi da una voce, quella della protagonista Gioia, che dalle stanze di un manicomio criminale, immobilizzata in un letto ad aspettare i farmaci che le sottraggono i ricordi, ricostruisce le tappe che fin lì l’hanno condotta. Un percorso a gambero, fatto di pagine indirizzate ai genitori, all’amore, alla propria vita. Un’infanzia contadina nella masseria dei nonni a raccogliere tabacco. Poi la separazione dei genitori, le vessazioni subite dalla nuova compagna del padre, la fuga. Poi l’amore: un sentimento crudele che la trasforma, scaraventandola di notte tra prostitute e travestiti. Ma è il rapporto sofferto con la madre, amata e odiata, a restare centrale. Fino a condurre quella voce al delitto, alla rimozione, alla follia. "Pozzoromolo è una storia di reclusione, di nodi parentali, di colpe e innocenze, di rancori e perdoni, di presenze e mancanze, di delitti e pene – sottolinea lo scrittore Luigi Romolo Carrino – Ho voluto romanzare la ricerca di un sé che si avvicini a qualcosa di autentico. In questo romanzo ho usato anche versi di poeti che si occupano di scrittura, cinema, musica e di teatro – aggiunge – e che tentano, attraverso la restituzione orale, un riavvicinamento tra il testo scritto e chi legge."

Pasquale Iorio


ilmioelfo, 18.10.09

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Pozzoromolo è il titolo del libro, il cognome dell’autore è Carrino. Luigi Romolo Carrino.
E Pozzoromolo è diventato il mio libro, quello del cuore, dei pensieri, delle ombre e dell’anima.
Pozzoromolo parla di un viaggio, di un andar sù e giù nel buio profondo, del continuo cercar di risalire dalle pareti scivolose di un pozzo dove vive il demone che ognuno ha dentro.
È un libro che ti fa affondare nella melma e poi ti spinge sù, verso la luce.
Un libro strappato, dove i ricordi si mescolano al presente. Un libro che non ti levi di dosso, che leggi d’un fiato, o piano piano per non perderti le ombre, il dolore, la musica di ogni parola.
Un libro che è poesia.
Un libro che non esagero e un libro che non millanto. Un libro che ti fa venire voglia di tenerlo lì, sul comodino, anche dopo che l’hai finito, e contattare l’autore, e non perderlo più.
Luigi, che ora mi è caro. Luigi dal cuore grande, e sensibile.
Luigi e la pazzia che sa di ricordi, Luigi e gli spilli, la paura, la bocca chiusa. Luigi e l’infanzia, di noi che siamo venuti grandi nello stesso periodo, e di conigli appesi a testa in giù ne abbiamo visti tanti, nelle giornate di campagna torrida d’estate.
Luigi ed il suo libro. Un libro che io non conoscevo ma ne sono rimasta folgorata. Come altre amiche prima di me. Ed è stato un meraviglioso tam tam, una bellissima prova di affetto che ormai ci lega, come una catena che si allunga, amore in amore, fiducia in fiducia.
Fatevi un regalo di Natale e di vita: correte a comprarlo.

Cesonia00


www.milanonera.com, 12.3.10

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I mesi scandiscono i capitoli di Pozzoromolo, ognuno preceduto da una breve poesia. Ne mancano tre, quelli che Gioia, creatura ibrida ricoverata in un manicomio criminale, trascorre legata con le cinghie a un letto di contenzione dove cerca di dar corpo ai ricordi della sua vita. Molta confusione nella sua mente, non ricorda cosa l’ha portata lì.
Parlando di sé si esprime al maschile per i ricordi più lontani e al femminile per i periodi più recenti. Bambino non voluto, sballottato tra genitori e nonni, abusato e seviziato con punture di spilli nelle mani ha un disperato bisogno di affetto e un unico ricordo felice delle mattinate di un agosto trascorse al mare con Saverio, temporaneo amante della madre, l’unico che lo abbia amato incondizionatamente senza un perché.
Troppo impegnati a coltivare il tabacco i nonni, troppo assente il padre e troppo presa dagli uomini che si succedono nella sua vita la madre. La cronologia dei ricordi si dipana attraverso date improbabili, nomi che affiorano da tempi e luoghi diversi.
Colpisce la mancanza totale di amore nei rapporti tra i personaggi contrapposto a quello totale e morboso di Gioia per la madre che lo porta a cercare di assomigliarle, indossandone gli abiti, le scarpe e i trucchi.
Non si ribella alle attenzioni morbose dello zio Giggino, riesce persino ad amare Mario, l’uomo che la fa prostituire e le spegne le sigarette addosso. Una scrittura raffinata e cesellata quella di Carrino, che incalza man mano che i ricordi riaffiorano e si fanno più densi.
Una scrittura che avvince e incuriosisce, con la ripetizione delle parole per rafforzarne il significato con alcuni tratti di poesia pura. Una storia di degrado e di follia, un noir involontario da leggere lentamente e da gustare.

Ambretta Sampietro


www.napoligaypress.it, 4.11.09

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Dopo l’enorme successo di Acqua Storta (15mila copie vendute, varie ristampe ed un recital), Luigi Romolo Carrino ritorna in libreria con Pozzoromolo, il suo nuovo romanzo che sarà presentato alla Libreria Feltrinelli di Napoli giovedì 5 novembre dall’autore insieme a Mario Gelardi e Pappi Corsicato.
Alla sua opera seconda lo scrittore di origini napoletane cambia genere e registro vincendo la sfida che può consacrare o abbattere definitivamente un talento letterario.
Dopo continui ripensamenti e revisioni Carrino ci consegna un’opera d’arte in cui la parola (al di fuori di ogni regola della prosa) è ripetutamente cesellata e costantemente limata. Attingendo all’infanzia collettiva dell’umanità, malattia mentale ed ambiguità sessuale sono raccontate sfiorando la poesia.
Gioia, rinchiusa dalla notte dei tempi in un manicomio, tenta di strappare agli psicofarmaci i ricordi di una vita cercando di ricostruire la sua verità. Oltrepassato lo squarcio di una scrittura irrazionale leggiamo il suo diario: di notte le pareti della stanza annullano il tempo rilasciando continuamente dettagli su un passato oscuro: la violenza dell’infanzia, la rabbia dell’adolescenza e poi la follia e l’omicidio che l’hanno portata tra le mura di un "oppiggì".
In realtà Gioia è nata maschio ed è cresciuta nel mito di un amore, mai ricambiato e da cui spesso è stata abusata, che l’ha resa vittima sacrificale.


www.nazioneindiana.com, 11.11.09

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Luigi Romolo Carrino ha esordito nella narrativa con Acqua Storta (Meridiano zero 2008), un breve romanzo sulla travolgente passione di due camorristi gay, progettato e scritto come un ordigno ad orologeria, preciso al millisecondo: una tragedia che stilisticamente attingeva alla sceneggiata napoletana, monologanti flussi di coscienza al posto del cantato, una lingua essenziale screziata dal dialetto partenopeo, personaggi dilaniati da eros e thanatos in un dramma euripideo della provincia napoletana. Non a caso parliamo di teatro: il successo del libro (giunse in poco tempo alla quarta ristampa) permise a Carrino di trarne l’adattamento per un radiodramma, quest’ultimo ristampato in formato CD allegato alla nuova edizione che ebbe per titolo La versione dell’acqua.
Nonostante Carrino si muova nella direzione di una prosa narrativa tendenzialmente noir, la sua scrittura liquida e potente mantiene tutto il pathos di un’espressione lirica fortemente innovativa, fra rimandi pop e ampio uso di metafore sviluppate nella corporalità e nella quotidianità: i suoi personaggi si raccontano attraverso ciò che di tangibile li circonda, creano una sorta di paesaggio emotivo materico teso ad una soggettiva ininterrotta; le storie di Carrino vivono in un presente continuo, sono raccontate con una presa diretta che passa dai ricordi, da sentimenti profondi e spesso inconfessabili di chi agisce, una tecnica che costringe il lettore ad identificarsi nel personaggio, a vedere il mondo con i suoi occhi. Leggendo Carrino si rimane intrappolati nella psiche dei protagonisti, costretti ad assistere, nostro malgrado, alle estreme conseguenze di un intreccio inevitabile.
Sempre per Meridiano zero esce adesso Pozzoromolo, altra prova narrativa in cui Carrino si avvale della sua già rodata tecnica espressiva lirica e narrativa per dar vita al personaggio di Gioia, una transessuale rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario che annota su un vecchio PC messole a disposizione da un’infermiera le frequenti visite dei fantasmi di un passato frantumato in vetri taglienti e insanguinati. Gioia non sa (non ricorda, non vuole, non può ricordare?) i crimini che ha commesso, non riesce a visualizzare interamente la sua storia se non attraverso la scrittura, la digitazione sistematica delle apparizioni disturbate (e disturbanti) che tornano dal passato ad ossessionarla. Schizofrenica e contraddittoria, spastica eppure sincera fino alla brutalità, la scrittura di Gioia annota il presente immobile e tragicamente disperato della sua degenza ospedaliera. In una sorta di stato crepuscolare farmacologicamente indotto emergono, deformati come in fotografie sfocate o netti e precisi come in raffigurazioni iperrealiste, i ricordi della sua adolescenza di ragazzino fra Milano e Ospedaletto: un nucleo familiare bestiale, un contesto sociale dominato dalla violenza e dallo squallore, un’identità spezzata da fratture psichiche multiple. Morte, suicidio, incesto, prostituzione e stupro appaiono, se visti attraverso gli occhi di questo personaggio, le logiche conseguenze di una richiesta eccessiva, impossibile da esaudire e per giunta punibile con una condanna a vita: la richiesta di un affetto genuino e disinteressato, lo stesso affetto che nonostante tutto Gioia è ancora disponibile a distribuire ai suoi carnefici attraverso, se non proprio un perdono, almeno una pietas che si sviluppa, memoria dopo memoria, attraverso la lenta discesa in quel pozzo infernale che è stato il suo passato.
Potrebbe forse apparire limitante imparentare questo lavoro di Carrino al fenomeno del neo-noir italiano, tuttavia in Pozzoromolo non si può trascurare quest’aspetto: la storia è cupa, claustrofobica e senza via di scampo, si sviluppa – tramite il diario di Gioia – grazie ad un’attenta analisi delle condizioni sociali dell’Italia degli ultimi quarant’anni (non mancano riferimenti pop d’epoca: il cantilenante e sofferto delirio memoriale della protagonista e voce narrante è infarcito di citazioni canore che spaziano da Mina a Carosello).
Pozzoromolo risulta plausibile e supera pienamente il rischio del trash grazie a tecniche e soluzioni narrative altamente significanti: la forma-diario in cui le date mensili vengono dilatate per suggerire l’agghiacciante monotonia della clausura (41 febraio, 51 marzo); ampio uso di ripetizioni e dialetto; un’intemperanza sintattica nei discorsi indiretti volta a scorporare i personaggi che affollano la mente di Gioia rendendoli simili a voci percepite in stati di allucinazione. Carrino non è estraneo alla poesia e all’interno del testo, in forma di citazioni extra-testuali oppure amalgamati al dettato diaristico, compaiono versi di poeti scelti sulla base di consonanze fanopeiche. Una tale frequentazione concede forse a Carrino di delineare, tramite l’uso ossessivamente paratattico della lingua della protagonista, immagini potenti, perturbanti e tuttavia quasi archetipiche: una gatta che mangia il proprio cucciolo, mani trafitte, un braccio che spunta dal muro, l’uccisione di un coniglio sono come punti nevralgici di un poema iperrealista che urge e brucia come una necessaria e disperata confessione.
A fine lettura la storia di Gioia ci appartiene, ci disturba e allo stesso tempo ci riguarda, con tutto il peso di un tema come l’abuso dell’innocenza declinato dalla vittima. Gioia è un personaggio che pare uscito dal teatro di una Sarah Kane tutta italiana, una creatura perseguitata e colpita negli affetti, nella sessualità e nella carne viva, una di quelle figure disadattate, emarginate eppure dolcemente umane nella loro violenta innocenza.

Marco Simonelli


nonsolonoir.blogspot.com, 10.3.10

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"Ho trentanove anni e sono una donna. Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito."
Gioia ha quasi quarant’anni, solo una quindicina dei quali passati a solcare le vie del mondo. E di quei quindici anni di "libertà", ricorda, o vuole ricordare, ben poco: una madre sempre più assente, l’inutile solerzia di alcuni parenti, un tentativo di trasferimento andato in fumo, la violenta repressione dei primi "dubbi" identitari, la vecchia casa sotto la quale – secondo i racconti della nonna –, il diavolo avrebbe atteso, in fondo a un pozzo, la visita degli uomini, per renderli folli; un "fidanzamento" finito male, la breve, dolorosa parentesi di un tentativo di fuga.
Per il resto, è rimasta rinchiusa in un "Ospedale Psichiatrico Giudiziario", cercando di recuperare il ricordo di una misteriosa colpa rimossa.
Ma non c’è niente di giusto nella sua detenzione: non solo perché da alcuni "mali" non si guarisce, ma anche perché ci sono modi migliori per espiare le proprie colpe…
E, poi, Gioia, a sentirsi in colpa per il crimine che deve aver commesso, e che non ricorda, non ci riesce proprio, e in cuor suo sa che, se anche arrivasse a ricostruirne i contorni, le cose non cambierebbero.
E intanto le giornate, i mesi, gli anni, passano monotoni tra brevi dialoghi con infermieri scontrosi, violenti, o (raramente) concilianti, sogni, ricordi, piccole rivelazioni, confronti con i medici e nuove, inutili, terapie…
Con un unico, lungo, discorso indiretto libero – non un monologo, ma un dialogo tra la protagonista e la sua memoria torturata (e torturante) – che procede, come tutte le narrazioni orali, per iterazione e accumulazione, un brandello dopo l’altro, verso l’autocomprensione, e nel suo accumulare tira in ballo tutta una serie di immagini, canzoni, slogan, elementi presi direttamente dal linguaggio e dall’immaginario pubblicitario (1), Luigi Romolo Carrino ricostruisce l’inquietante storia di Gioia.
Ma non è tanto (o non solo) la biografia di Gioia a fare da fulcro al racconto, quanto i vari – più o meno vani – tentativi di recupero e ricostruzione di un’autonarrazione interrotta: Pozzoromolo è la cronaca di un’anabasi, una discesa negli "inferi" di un subconscio pieno di cicatrici, che sembra – alla protagonista – passo inevitabile per un recupero del se’, ma che si risolve con la definitiva "caduta in un pozzo", perché, proprio come nelle storie della vecchia nonna, chiunque arrivi a incontrare il demone è irrimediabilmente destinato a rimanere folle…
Seconda prova narrativa di Luigi Romolo Carrino, e romanzo tra i più importanti usciti in Italia nel 2009, Pozzoromolo è segnato da due forze uguali ed opposte: una centripeta, che spinge il lettore nel bel mezzo del racconto, grazie alla coincidenza del suo punto di vista con quello del narratore(2), e una centrifuga, che lo riporta al di fuori in virtù dello sforzo interpretativo. Così, grazie alla scelta dell’autore di mantenere il narratore sempre al limite tra il "dire tutto come viene", e il "perdere il filo" (e/o il senso) del discorso, il lettore-interprete riguadagna uno spazio di fruizione anche razionale, altrimenti potenzialmente negato dal forte coinvolgimento emotivo.

(1) Questi elementi funzionano come indicatori cronologici (es. gli Anni ’80 della "Girella" e di "L’estate sta finendo") e "geografici", collocando la storia nel mondo "vero" del lettore, e nel contempo svelano l’inconfessabile (e inconfessato), intervenendo dove le parole finiscono.
(2) Il racconto, all’interno del quale l’atto dello scrivere inteso come ricerca linguistica unisce e divide i due narratori – quello extradiegetico, poeta ancor prima che scrittore, e quello intradiegetico, "raccontatore orale" e autodidatta da poco approdato alla scrittura –, scorre sulla pagina come nella mente del protagonista, ma con un piccolo scarto temporale: espressioni ripetute, tipiche dell’affabulare orale, come "c’era, c’era, ora mi ricordo che c’era, c’era una volta…", oltre a evocare la distanza degli eventi narrati dal tempo della narrazione indicano uno spostamento tra il momento del ricordo e quello della sua stesura. Questa distanza, anche minima, smentisce l’apparente "immediatezza", che sembrava garantita dalla forma espositiva "spontanea" e "non programmata"…

Fabrizio Fulio-Bragoni


www.nuovevoci.it, 2.12.09

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Dopo il fortunato romanzo di esordio Acqua Storta, Luigi Romolo Carrino ci conduce nella mente perversa di chi ha subito, ma non è riuscito a ribellarsi e per questo vive accartocciato sotto il peso di pensieri che non riesce a chiarire.
Non c’è consapevolezza oppure ce n’è troppa, in ogni caso è difficile capirlo quando la vittima di se stessa è una ragazza che ha l’anima sporca degli oltraggi altrui.
Gioia è una bambina che è stata rinchiusa in un manicomio criminale, dove viene divorata dalle ombre che escono dalla parete della sua stanza, mentre aspetta che le vengano date le medicine, quelle che le cancellano la memoria. Ma forse lei vorrebbe ricordare e non glielo permettono, per capire cosa le è successo, cosa deve ancora affrontare, perché è lì e nessuno riesce a perdonare la sua pazzia._Scene surreali si presentano davanti ai suoi occhi, vuoti colmati da immagini che sono proiezioni di una mente confusa. Tra incertezze e verità, tra se stessa e quello che vorrebbe essere, fra quello che dimostra e ciò che realmente è, proseguono le giornate rinchiuse in quel posto oppressivo.
In realtà Gioia è un ragazzo che non ricorda quale crimine abbia commesso e che cerca di capire e scoprire quale sia la verità. Ed ecco allora la masseria, la luce calda del sole, e poi un padre che non c’è, le punizioni subite, il corpo che viene maltrattato e usato, comprato dai clienti.
Gioia si sente donna è forse questo il suo peccato? Perché è nata uomo e si è sporcata le mani di sangue, dissetandosi dell’ambiguità di certi eventi che l’hanno spinta persino ad amare il suo carnefice?
Pozzoromolo dello scrittore napoletano Luigi Romolo Carrino, è un romanzo in cui aleggiano i fantasmi di un passato che inconsciamente cerca di sputare fuori la verità, ma poi si reprime fino a rendere folle ogni gesto che si compie, così come tutto quello che si cela in un silenzio.


oggileggo.splinder.com, 1.1.10

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Leggiamo, fantastichiamo trasportati in un mondo parallelo, perché la finzione è diversa dalla realtà, è più organizzata, poetica, controllata, depurata dei momenti morti, è tutta emozione, è cosa viva e cosciente di sé in ogni momento.
Pozzoromolo invece è troppo vicino alla realtà, doloroso come solo la realtà sa essere. Ci fa sentire come se veramente stessimo spiando le confidenze più segrete di un essere tormentato, morbosi o addolorati, a chiederci che cosa verrà che ci possa intrattenere ancora…
Più che un romanzo, una scrittura in versi acrobatici, altamente suggestivi. La poesia di una confessione, la ricerca della verità e della memoria nel suono delle parole, nel loro mutare di significato, nel loro adattarsi, camaleontiche, al capriccio di una mente confusa.
Si avverte tutto il dolore costato al suo Autore, che non si è concesso spazio alcuno per il divertimento, come se questo fosse lo specchio distorto del suo diario personale dove vengono riflessi tutti i mostri, per essere esorcizzati.
Ci vuole molto coraggio, perché lungi dall’essere un libro che intrattiene, Pozzoromolo è un libro che ti fa venire voglia di scappare via.

Davide Tolu


olmo.splinder.com, 24.10.09

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"Sotto le fondamenta della vecchia casa. La casa dove sei stato concepito, c’è un pozzo che chiamano Pozzoromolo. Nel pozzo c’è un diavolo. Il diavolo custodisce un tesoro immenso. Molti uomini tentano di prendere il tesoro, scendono giù, sul fondo, si perdono nei mille cunicoli, non risalgono più. Nessuno è riuscito mai, nessuno ha mai preso quel tesoro. Uno solo, uno soltanto è tornato. Il prezzo che ha pagato, il prezzo del ritorno, è stata la follia.
Sotto le fondamenta della vecchia casa, la casa dove sei stato concepito, c’è un pozzo che purifica ogni malore. Nel pozzo c’è un diavolo con le ali dell’angelo custode. Il diavolo custodisce un ricordo immenso che non vuoi ricordare. Nessuno è riuscito mai, nessuno mai ha preso quel tesoro da custodire. Uno solo, uno soltanto è tornato. Uno soltanto si è calato senza una luce, ad occhi chiusi ha trovato il suo desiderio avverato ma, il prezzo che ha pagato, il prezzo che hai pagato per tornare, è stato averlo dimenticato."
Gioia è rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario (OPG) da diversi anni e non ricorda più perché è finita lì.
L’OPG è popolato da diverse persone, e ci sono dottori, infermieri, e poi c’è una grande quercia nel parco, sotto la quale Gioia spesso scrive di tutte le ombre che dal passato la rincorrono, di tutti i ricordi confusi che non si lasciano ricordare e flash della sua infanzia, dei suoi genitori, di suo fratello Luca, di Milano, di Mario e della gatta Rusinella…
Di queste pagine è fatto il libro di L. R. Carrino, un diario confuso, un calendario senza tempo di analisi e ricordi spesso devastati dal Remeron, dalla Doxepina, dalla Quetiapina, che accompagna il lettore nel cuore di Gioia e nella sua storia, nel suo sconfinato bisogno di essere amata, di essere voluta.
Pozzoromolo è un romanzo straordinario, è prosa che si fa poesia pura, poesia che nasce dalla carne, impastata di sangue e desiderio, di emozioni che nascono dal profondo e che ti costringono a sentire quel nido di vespe nello stomaco.
Bentornato Carrino, ma quanto ci sei mancato!


orsopolare.splinder.com, 17.3.10

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Pozzoromolo è un luogo ostile e familiare.
Pozzoromolo tira giù nel buio, ma fa nascere l’acqua.
Pozzoromolo è l’acqua che rende pazzi se bevuta – è la sete infinita che sta dietro ogni maschera – i nomi, i legami, la salute e più sotto lo spavento, le leggi assenti dell’amore, la stortura.
Pozzoromolo è una fiaba sghemba e senza eroe – come le fiabe ogni volta che viene ripetuta ha qualcosa di nuovo, fuoriuscito dal nero, dalle pietre, dai trucioli di terra – ma l’eroe gira su se stesso, non supera la porta.
Pozzoromolo è il vento vuoto, fischiante che viene dall’interno.
Pozzoromolo si prende le parole della prosa, le risucchia e le balbetta nel gorgoglio della poesia, nel cerchio che sale per la mente.
Pozzoromolo se lo leggi da sola puoi aver voglia di chiuderlo per respirare, e ti chiedi quanto tenue sia la linea tra i rinchiusi e i liberi, dove si traccia – Pozzoromolo parla di gatti, anche e dell’animale più indifeso del cortile, il coniglio timido, spaurito, che non hai mai accettato di mangiare, nemmeno quando mangiavi la carne.
Io per leggere Pozzoromolo dovevo tenermi stretto il gatto – una presenza animale del tutto disinteressata alla follia e alla convenzione.
Pozzoromolo è un eterno presente – il futuro sarà come il passato.
L’acqua di Pozzoromolo ti scrosta via la colpa, ma non ti dà ragione dell’innocenza.
Pozzoromolo ha la necessità della prosa, il suo bisogno di ordine, ed il rigore, la crudeltà della poesia.
A volte non si riescono a leggere le sue parole.
Pozzoromolo ha una lingua d’uguaglianza, senza assoluzione.


Il Paese Nuovo, 11.2.10

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Il pozzo del diavolo
Scrive Gioia sotto la grande quercia dell’ospedale, scrive di notte su fogli rubati, scrive al vecchio PC concessole, scrive mentre sullo sfondo si sfaldano altri occhi, quelli delle altre anime perse, convgliate in uno spazio che le addita, le blocca, le lega al letto, le imbottisce di psicofarmaci consezienti
"Sotto le fondamenta della vecchia casa, la casa dove sei stato concepito, c’è un pozzo che chiamano Pozzoromolo. Nel pozzo c’è un diavolo. Il diavolo custodisce un tesoro immenso. Molti uomini tentano di prendere il tesoro, scendono giù, sul fondo, si perdono. Uno soltanto è tornato. Il prezzo del ritorno, è stata la follia".
Pozzoromolo, romanzo dei tipi di Meridiano Zero, firmato da L.R. Carrino è la quintessenza dell’ombra. Sa di certi contrasti per sottrazione, è una stonatura arpeggiata, una mano che lava le stelle dal cielo e rabbuia la notte. E poi solo allora accende la luce, una di quelle luci vecchio stile, quelle lampade sguaiate appese al soffitto attraverso un filo elettrico esposto. Una luce parziale che lascia vedere il buio del quale L.R. Carrino è dipintore eccellente, e concreto. Quanto scavi a fondo nella psicologia umana, nella mente e nella follia non è misurabile, ma è lampante, come la calda penna dell’autore, il cui sangue fluisce nell’inchiostro che pare essere sopraelevato ed avvertibile al tatto, alla vista, alla lettura. Una scrittura che non sente il bisogno di regole e scortica pienamente certi parametri consoni e stantii e si fa flusso della storia, annodandosi contro tempo, contro il mondo, tornando indietro per poi avanzare tre passi e ricominciare il gioco su ogni flashback, così, senza fiato.
C’è una profonda e disarmante visione della realtà, così insostenibile a tratti, specie quando la pelle di Gioia, anima protagonista, diviene quella del lettore, che ne respira i traumi, le ferite fin dentro lo stomaco, le carni.
È inevitabile restame scossi, è inevitabile non restarne catturati in questa che è una storia tra le storie, una storia annodata alla vita e alle vite degli altri in maniera ritrnata, ritrnata dal dolore in tutte le sue similitudini. L’autore stesso pare darci un’indicazione quando scrive: "Essere felici è la capacità di riuscire a soffrire un po’ di più", un’indicazione fedele al leitrnotiv dei pensieri di Gioia, sempre pronta a soffrire un po’ di più per amore, per amare sempre un po’ più il suo prossimo e meno se stessa. Gioia e gli spifferi di luce sotto la porta, la porta del manicomio criminale dove è rinchiusa per aver commesso qualcosa che ha voluto dimenticare, nascondere, debellare ma che riaffiora prepotente nel suo subconscio con violenza, fisica, visionaria. Si susseguono nei suoi occhi le immagini della sua infanzia. Gioia diventa ciò che vede o immagina di vedere, diventa suo fratello Luca prima vittima assorta, diventa sua Madre, una madre voluta amata ed odiata, suo padre cardine di una mancanza che ha ferito a caldo il cuore di Gioia, diventa la casa dei nonni, gli abusi di zio Giggino, diventa Mario uomo amato, uomo violento, uomo che la da in pasto alla strada... E scrive Gioia sotto la grande quercia dell’ospedale, scrive di notte su fogli rubati, scrive al vecchio PC concessole, scrive mentre sullo sfondo si sfaldano altri occhi, quelli delle altre anime perse, convogliate in uno spazio che le addita, le blocca, le lega al letto, le imbottisce di psicofarmaci consezienti. Uno spazio che la vorrebbe svuotare, annullare. Ma Gioia no, Gioia orfana della felicità non rinuncia a se stessa e pare cercarsi, correndo lontano, pare cercarsi sul crinale della sua ambiguità, che però non la sminuisce e la rende sottile, fin troppo, fino alla radice del pulpito da cui cantano gli altri.
"Ho trentanove anni e sono una donna. Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito." (pag. 189).

Irene E. Leo


Libreria Pagina272, 10.11.09

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Pozzoromolo è dove Gioia è nata per una vita senza Gioia, dove c’è mamma i suoi amici gli spilli le parole che tagliano, papà le sue assenze e i suoi ceffoni, zio Giggetto le sue mani ovunque e l’uccello sotto i teloni, Luca e l’acqua dalla bocca, Mario e la cicca spenta in faccia.
Gioia è una donna nata maschio, Gioia è rinchiusa in un manicomio criminale, Gioia è vittima del Remeron, Gioia è salvata dal Remeron, Gioia è "l’agnello che lava i peccati degli altri", Gioia è sangue sulle mani e tutto intorno, Gioia scrive il suo diario, Gioia riscrive il suo diario, Gioia vuole la verità, Gioia mistifica i ricordi, Gioia non sa.
Carrino, dopo Acqua Storta, alza ancora il tiro ed è incredibile come la sua prosa-poesia riesca a rendere gli esatti meccanismi di una mente malata, i suoi inceppamenti attorno ad una frase, ad un ricordo.
Chapeau!

Luca


www.ilparadisodegliorchi.it, 27.11.09

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Lettera all’autore di Pozzoromolo. Siamo due estranei: lo dicono le tazze da tè.
Caro L.R. Carrino ho letto il tuo ultimo libro, Pozzoromolo, edito da Meridiano zero, e voglio dirti che non mi è proprio piaciuto. Giudizio tranchant che in realtà nasconde un intento provocatorio, perché invece sarebbero necessari dei distinguo. Primo fra tutti: che il tuo romanzo è un bel romanzo (e che bella copertina!).
Mi si dirà, ma è paradossale, è contraddittorio. Per nulla: nella storia di Gioia, la donna che è nata maschio e come spesso accade, per inadeguatezza e necessità impellenti, cambia sesso vi ho ritrovato la sensibilità ed il tocco narrativo giusti che mi avevano fatto apprezzare il tuo precedente libro Acqua Storta.
Ma gli apprezzamenti – ma non voglio apparire presuntuoso – finiscono davvero qui. Quel che non mi convince in Pozzoromolo non è il suo divenire, ma l’idea stessa che intuisco alla base. Che ritengo un’urgenza di ridefinire sociologicamente una realtà.
Questo, perdonami, è un modello della letteratura che può andar bene a chi si nutre di proclami (il proclama ’letterario’ di Saviano, lanciato in tv, l’ho trovato repellente, ma perfettamente inserito nel contesto attuale), non a chi voglia defilarsi da una sua deriva che purtroppo sta davanti agli occhi di tutti (almeno agli occhi di quelli che vogliono vedere).
Mi rendo conto che forse il discorso non è ancora chiaro.
Recentemente mi sono imbattuto in un grande romanzo, un capolavoro che andrebbe consigliato nelle scuole e nei corsi di scrittura creativa per far capire davvero cosa significhi produrre un’opera d’arte: Musica leggera di Daniele Garbuglia (ediz. Casagrande). E di quel libro dicevo: "Vita che per fortuna non è spiccia sociologia o ancor peggio, giornalismo fatto passare per indagine dell’anima: purtroppo il romanzo contemporaneo si divide tra chi insegue il sogno di un’invasività pynchiana che vorrebbe inglobare tutto in un marasma contemporaneo incomprensibile, e chi invece prosegue il discorso di un’indagine conoscitiva – sociologica appunto – del mondo come se, anche quando non si scrive di noir (che è il flagello dei nostri tempi), si percepisse la necessità di un bisogno conchiuso delle cose (per quieto vivere ignoro la terza via alla letteratura, quella post-tondelliana che ha ridotto la realtà ad un triste e sconsolante feticismo consumistico)".
Ricapitoliamo. Non sopporto la letteratura invasiva, che ingloba lo scibile umano, che sminuzza ossessivamente la realtà nel tentativo di costruire un enorme puzzle contemporaneo. Ma non sopporto nemmeno (e in questo contesto, caro L.R. Carrino, colloco il tuo romanzo) la sociologia che si sostituisce alla letteratura. Perché allora preferisco i programmi di Santoro, che saranno pure un po’ faziosi, ma mostrano un contatto diretto col dolore quotidiano che difficilmente però diventa luogo comune o piagnisteo consolatorio.
Il tuo Pozzoromolo ha la ’fattura’ del piagnisteo consolatorio, della sofferenza fisica e psicologica che vuole però essere sbattuta in prima pagina perché altrimenti non sarebbe visibile. Appunto della sociologia massmediologica invasiva. Che francamente ha rotto i coglioni.
Intendiamoci: chi rompe i coglioni son quelli che credono nella necessità impellente di un’azione conoscitiva del mondo e dei suoi meccanismi. Io credo che il ruolo della letteratura sia un pochino più defilato, perché defilato è il ruolo del letterato e dello scrittore (di contro: se proprio non ci sta, facesse il politico, o lo strombazzatore di emergenze, come fa Saviano, che infatti non è uno scrittore!).
Tanti anni fa, esattamente trentaquattro, Pasolini, nell’esigenza di chiarire il suo personale ’sentire’, immaginando di rivolgersi ad un Gennariello, nelle sue Lettere luterane, scriveva (e riporto integralmente il brano): "Io sto girando un film ambientato precisamente nel ’44. Sono quindi costretto ogni giorno – con quello sguardo impietoso e elencatorio che il cinema richiede – a osservare gli "oggetti" che filmo. In questi giorni sto girando una scena in cui delle signorine borghesi prendono il tè. Ho osservato dunque, tra gli altri oggetti, delle tazzine da tè.
Il mio scenografo Dante Ferretti aveva fatto le cose in grande: aveva procurato per la scena un servizio molto prezioso. Erano tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche. Legate all’universo delle Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose. Non potevo guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misteriosa qualità non dava però dolore, non causava un violento regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche anteriori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell’artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi Sessanta è stato così. Le cose erano ancora fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu. Non c’è soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, tra quelle tazzine e un vasetto.
Il salto tra il mondo consumistico e il mondo paleoindustriale è ancora più profondo e totale che il salto tra il mondo paleoindustriale e il mondo preindustriale. Quest’ultimo, infatti, è stato superato definitivamente – abolito, distrutto – soltanto oggi. Fino a oggi è stato esso a fornire i modelli umani e i valori alla borghesia paleoindustriale: anche se essa li mistificava, li falsificava e li rendeva talvolta orrendi (com’è successo col fascismo e in genere con tutti i poteri clerico-fascisti). Mistificati, falsificati, resi orrendi al livello del potere, essi restavano reali al livello del mondo dominato dal potere: mondo che si era mantenuto in pratica, nell’enorme maggioranza, contadino e artigianale.
Da quando tu sei nato, quei modelli umani e quei valori antichi non sono serviti più al potere: e perché? Perché è cambiato quantitativamente il modo di produzione delle cose.
La verità che dobbiamo dirci è questa: la nuova produzione delle cose, cioè il cambiamento delle cose, dà a te un insegnamento originario e profondo che io non posso comprendere (anche perché non lo voglio). E ciò implica una estraneità tra noi due che non è solo quella che per secoli e millenni ha diviso i padri dai figli.
"
Ecco, caro L.R. Carrino, probabilmente il tuo romanzo non mi è piaciuto perché, nonostante tra me e te ci siano solo dieci anni di differenza, (e mettendo da parte la discussione tra mondo protoindustriale e pre-industriale) vi è, come avrebbe detto Pasolini, un abisso nell’ambito del linguaggio delle cose, che però non dipende da un profondo salto generazionale.
La mia idea della letteratura (lontana dai deliri di Antonio Scurati che, in un saggio pubblicato da Bompiani nel 2008, la ritiene poco valida perché priva della tenaglia della drammaturgia e delle esperienze di guerra… ma pensa te, povero cristiano!) è diversa dalla tua: dove tu ti impantani – permettimi la metafora – nelle sabbie mobili di una pressante socioanalisi, io come un povero Cristo, preferisco camminarci sopra. Disconoscendo il pericolo. Perché se è vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire è pur vero che quando il cieco porta la bandiera, guai a chi vien dietro!

Alfredo Ronci


Pride, dicembre 2009

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Luigi Romolo Carrino, autore di Acqua Storta, libro rivelazione del 2008, pubblica il suo secondo romanzo, Pozzoromolo: storia di un travestito tenero e violento che vive l’angoscia di essere nel mondo "come un errore". Abbiamo intervistato l’autore.

L’identità nel pozzo
Il suo primo libro, Acqua Storta, raccontava la tragica violenza di un amore gay nella mente di un camorrista in lotta contro il proprio desiderio profondo. Il nuovo romanzo, Pozzoromolo, appare almeno a prima vista molto diverso. AI posto dei camorristi troviamo l’universo alieno di un manicomio giudiziario, da cui ci parla un personaggio impegnato in una difficile ricerca di sé. "In realtà", ci spiega Luigi Romolo Carrino, "un elemento di continuità tra i due libri c’è. Anche in questo caso si trana di un’indagine un po’ noir che parte dal sottobosco dei sentimenti, sottobosco che nel caso di Acqua Storta nasceva da un mondo dove l’omosessualità non è nemmeno concepita, qui dall’impossibilità delle persone di dare un po’ d’amore al protagonista, un travestito che vive l’esperienza dell’internamento in un ospedale psichiatrico giudiziario. In entrambi i romanzi parto da un discorso di reclusione che per me è sempre importante, è un fatto che rimanda ad una matrice autobiografica, anche se non autoreferenziale. Nel caso di Pozzoromolo si tratta di un processo identitario che non mi appartiene per quanto riguarda l’aspetto esterno della situazione, ma mi appartiene da un punto di vista della mia formazione. Il protagonista vive un processo identitario infinito che forse non si risolverà mai. È un po’ l’impossibilità di vivere la loro storia dei camorristi gay. Poi c’è da aggiungere che io sono affascinato dalla psicoanalisi, dalla psicologia, sono attratto dal processo di recupero della memoria".

Perché hai scelto proprio un ospedale psichiatrico giudiziario?
L’esperienza di un ospedale psichiatrico giudiziario non l’ho vissuta, ma quella di un ospedale psichiatrico sì e la scrittura mi ha aiutato ad uscire da una forma di mutismo che per un certo periodo ha caratterizzato la mia vita. lo ho avuto momenti in cui non parlavo, quasi comunicavo a gesti. Questa forma di reclusione, insieme ai ricordi dell’infanzia nella masseria dei nonni in un paese della provincia di Avellino, poi l’ho trasfigurata e si è trasformata nella storia di Pozzoromolo.

Vuoi dirmi qualcosa di più su questo forte coinvolgimento autoblografico?
Si tratta di esperienze personali che magari non interessano, ma se vuoi te le racconto. Negli anni Ottanta sono andato a vivere in Germania dove viveva mio padre, nel tentativo di recuperare un rapporto con lui dopo che i miei genitori si erano separati. Da anni con mio padre non avevo rapporti. Lì ho fatto lavori diversi, anche l’operaio e, sarà stato lo stress, una forma di esaurimento nervoso, ad un certo punto nell’officina dove lavoravo mi sono accasciato, senza più forze, sulla macchina che stavo utilizzando per la fresatura. Hanno chiamato un’ambulanza e mi hanno portato in un ospedale dove sono rimasto qualche mese. Dell’ultimo periodo in cui sono stato lì non ricordo molto. Ricordo solo degli spostamenti quando mi riprendevo e mi sospendevano i tranquillanti. È stato un periodo brutto, sentivo repulsione per tutto quello che mi circondava, ero aggressivo e violento. Poi ho cominciato ad accettare il ruolo di figlio, al di fuori del contesto della seconda famiglia di mio padre. Successivamente ho cercato di interessarmi a queste situazioni, ho parlato con medici, con malati di mente, con reclusi, e si sono fuse cose che ho cercato di capire, cose che ho intuito, esperienze che ho visto e che ho vissuto.

In questa ostilità verso il mondo, che nel libro ha momenti di grande intensità, ha avuto un qualche ruolo la tua sessualità?
Sì, penso di sì. La mia aggressività nasceva certo anche dalla sensazione di non avere la terra su cui poggiare i piedi e questa è poi anche la base di tanta aggressività omofobica. Questa insicurezza, questa paura di poter essere omosessuali. Credo sia questo il motivo per cui questo libro piace poco agli uomini, perché hanno più insicurezze, certo anche le donne ne hanno su questi temi, ma le affrontano meglio. Gli uomini nel romanzo sono tutti pavidi e insicuri. Paradossalmente l’uomo più virile che cerca una sua autenticità nel romanzo è proprio Gioia, il/la protagonista, che non rinuncia mai a conoscersi. senza ipocrisie. La sua è una forma di educazione sentimentale tutta particolare. lo poi a livello personale certi problemi li ho risolti, ma si è trattato di un processo lungo e difficile. Quanto alla mia sessualità è un discorso complesso. Mia madre, per esempio, ancora oggi, non vuole sentirne parlare.

I genitori spesso non se ne rendono conto, ma non volerne parlare è un rifiuto terribile, o no?
Sì, certo, hai ragione. Mia madre, ancora oggi, mi chiede quando mi sposo e quando provo a parlare di queste cose, cambia argomento. Ti racconto una cosa che non ho mai raccontato. Mia madre ha letto il libro solo una settimana fa. Nel libro, come hai visto, si racconta, tra l’altro, di un’esperienza sessuale del protagonista bambino con un adulto, un episodio che possiamo definire di pedofilia. Dopo aver letto il libro, mia madre non mi ha detto "mi sono riconosciuta e ne esco con le ossa rotte", che poteva essere un bel momento di riflessione sulla nostra esperienza, sulla sua situazione di giovane donna in un ambiente difficile, anche sul suo coraggio di certe scelte.... No, la prima cosa che lei ha voluto sapere è stata se quell’episodio "con zio Giggino" che viene narrato nel romanzo, era vero. Se è vero, mi ha detto, io mi metto in macchina, vado da lui e gli sparo. Le ho chiarito che si tratta di letteratura, ma ho avuto la sensazione che lei per un momento abbia sperato che quel racconto fosse vero, perché così poteva trovare una giustificazione alla sessualità del figlio, poteva individuare un "responsabile". Con mio padre è diverso, ma anche con mia madre, nonostante tutto, adesso ho un buon rapporto. Questo libro in fondo è anche un inno ai miei genitori, è dedicato a loro.

Mi parli della tua formazione di scrittore, dei tuoi modelli letterari?
lo ho sempre scritto, da quando ero piccolo, scrivevo in mezzo ai filari di tabacco della masseria dei miei nonni, che rievoco nel romanzo, leggevo molto, ma non ho fatto studi di letteratura. Prima ho studiato ragioneria e poi, quando sono tornato dalla Germania, mi sono laureato in Informatica. La mia formazione letteraria è tutta personale. Poi ho incontrato Nino Velotti, mio carissimo amico, poeta e scrittore, ora soprattutto musicista. A lui ho fatto leggere delle mie poesie ed è stato lui a spingermi sulla strada della scrittura. Quanto ai miei modelli, a parte la Recherche di Proust da cui ovviamente non si può prescindere, potrei fare i nomi di alcuni poeti, in particolare Emily Dickinson e Dino Campana, della Elsa Morante di Menzogna e sortilegio e del Mondo salvato dai ragazzini, del Viaggio al termine della notte di Céline, di Profumo di Patrick SŸskind, della Trilogia della città di K. di Agota Kristof, ma l’elenco potrebbe continuare e poi, può sembrarti strano, ma fondamentale per me è anche il Manuale di fisica I, in particolare la parte relativa alle leggi delle forze.

Oltre che di romanzi e racconti tu sei anche autore di poesie e di testi teatrali. Quale di questi linguaggi senti più tuo?
È difficile rispondere. Ci sono cose che si possono dire con la narrativa, altre non puoi dirle se non con la poesia. Se proprio debbo rispondere ti dico che il linguaggio che sento più mio è quello della poesia, ma parlo della poesia-performance della compagnia Valdoca, della poesia di Maria Angela Gualtieri, secondo me il poeta più corposo che abbiamo oggi in Italia.

In questo romanzo tu utilizzi registri diversi, dal flusso di coscienza al fiabesco dei racconti della nonna (alcuni dei quali bellissimi), dal realismo delle scene all’interno dell’ospedale ai momenti lirici (soprattutto nelle pagine in cui il/la protagonista parla dei genitori) con figure tipiche della poesia. Anche nello stile si tratta di un libro molto più complesso del precedente. È così?
Sì, Questo libro ha avuto una gestazione di 20 anni, è stato un processo catartico, attraverso il quale ho cercato di tirar fuori delle cose che avevo urgenza di sviscerare più che di raccontare. Acqua Storta è stata un po’ una sfida. lo provavo a pubblicare questo libro, ma mi dicevano che era bello, ma difficile, troppo sperimentale, troppo complesso. Così ho voluto dimostrare che potevo scrivere anche altro e quando ho mandato Acqua Storta alla casa editrice Meridiano zero è stato accettato subito.

Quando ti ho contattato per questa intervista ad un certo punto mi hai detto che in questo libro forse ti sei "scoperto" troppo. Perché hai questa sensazione?
Perché rispetto ad Acqua Storta questo libro è più autobiografico, è più sofferto, ci sono più dentro, ci sono, sia pur trasfigurate, esperienze familiari terribili, abbandoni traumatici... Certe pagine del libro non riesco a rileggerle, sono per me carne viva.

Francesco Gnerre


principeandrej.splinder.com, 27.12.09

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C’è un po’ di "cognizione del dolore"; Céline, Bosch, ovviamente e tutti coloro che stanno da quelle parti.
Il libro non lascia concessioni.
Da leggere leggere leggere.
Forse il più bello del 2009.


www.recensionelibro.it

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Luigi Romolo Carrino: un autore da tenere d’occhio
Attraverso il passaparola è riuscito a farsi spazio tra i grandi autori con il libro Acqua Storta , adesso prova il bis con Pozzoromolo un romanzo sul lato oscuro della mente.
Dopo il fortunato romanzo di esordio Acqua Storta , Luigi Romolo Carrino ci conduce nella mente perversa di chi ha subito, ma non è riuscito a ribellarsi e per questo vive accartocciato sotto il peso di pensieri che non riesce a chiarire.
Non c’è consapevolezza oppure ce n’è troppa, in ogni caso è difficile capirlo quando la vittima di se stessa è una ragazza che ha l’anima sporca degli oltraggi altrui.
Gioia è una bambina che è stata rinchiusa in un manicomio criminale, dove viene divorata dalle ombre che escono dalla parete della sua stanza, mentre aspetta che le vengano date le medicine, quelle che le cancellano la memoria. Ma forse lei vorrebbe ricordare e non glielo permettono, per capire cosa le è successo, cosa deve ancora affrontare, perché è lì e nessuno riesce a perdonare la sua pazzia.
Scene surreali si presentano davanti ai suoi occhi, vuoti colmati da immagini che sono proiezioni di una mente confusa. Tra incertezze e verità, tra se stessa e quello che vorrebbe essere, fra quello che dimostra e ciò che realmente è, proseguono le giornate rinchiuse in quel posto oppressivo.
In realtà Gioia è un ragazzo che non ricorda quale crimine abbia commesso e che cerca di capire e scoprire quale sia la verità. Ed ecco allora la masseria, la luce calda del sole, e poi un padre che non c’è, le punizioni subite, il corpo che viene maltrattato e usato, comprato dai clienti.
Gioia si sente donna è forse questo il suo peccato? Perché è nata uomo e si è sporcata le mani di sangue, dissetandosi dell’ambiguità di certi eventi che l’hanno spinta persino ad amare il suo carnefice?
Pozzoromolo dello scrittore napoletano Luigi Romolo Carrino, è un romanzo in cui aleggiano i fantasmi di un passato che inconsciamente cerca di sputare fuori la verità, ma poi si reprime fino a rendere folle ogni gesto che si compie, così come tutto quello che si cela in un silenzio.


www.revolutionine.com, 20.11.09

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Il motivo che più di ogni altro dovrebbe spingervi a leggere Pozzoromolo (Meridiano zero), secondo me, è lo stile di scrittura di L.R. Carrino.
Questo, infatti è un libro originale e, a tratti, coraggioso.
Tutto l’intreccio narrativo principale (di cui non dirò niente. vi basti sapere che trattasi di personaggio in clinica psichiatrica che racconta in prima persona) si sviluppa attraverso l’espediente del diario (ma non solo: abbiamo anche trascrizioni di registrazioni radiofoniche, pensieri "sfusi" e altro ancora…).
La trama, insomma non è lì (nel libro), ma "fuori", e deve essere ricostruita, cercata, intuita, immaginata dal lettore in una serie di piccoli (a volte piccolissimi) colpi di scena, allusioni e sottolineature.
Il "materiale narrativo" che Carrino ci mette sotto gli occhi è quindi eterogeneo e anti-lineare, ricco di citazioni (meravigliose citazioni diegetiche sottili-sottili come i testi delle canzoni appena accennati dal personaggio principale), poetico non solo nel senso di utilizzo-di-topoi-narrativi-poetici (alcuni capitoli sembrano vere e proprie poesie e non è un caso visto che Carrino è anche un poeta) ma proprio nel senso etimologico del termine "poiesis", che è riferito a una costruzione di senso artigianale e "pratica" (da "poieo").

Diego Altobelli


il Roma, 5.11.09

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Pappi Corsicato presenta Pozzoromolo di L.R. Carrino
Un diario per una storia di ordinaria follia

Se tu fai una cosa, qualsiasi cosa che va contro la legge vai in carcere, sconti la tua pena, sai quanto tempo è la pena, la sconti, poi esci. Quando entri in un posto come questo tu non lo sai quanto tempo ci resti". È questa l’ambientazione di Pozzoromolo (Meridiano Zero) di Luigi Romolo Carrino, quella appunto dell’Opg di Napoli, dell’ospedale psichiatrico giudiziario dove vengono internati i criminali malati di mente, dove viene relegata l’umanità dimenticata da tutti, dove i metodi adottati sono brutali: "Se nell’Opg tu fai qualcosa di troppo, un grido di troppo, un pensiero di troppo, un movimento di troppo, un bacio di troppo, un respiro di troppo, allora ti mettono a dormire, ti mettono sulla panchina piena di grazia e di immobilità, con la bava che ti cola dalla bocca". Su questo sfondo squallido e deprimente si muove la protagonista del romanzo, Gioia, la cui esperienza di vita è a dir poco straziante. Campana, si trasferisce a Milano con i genitori e il fratellino Luca: il padre vende popo corn in un cinema, la madre sbarca il lunario come può. Ma è la rovina di Gioia: è una pessima madre, che giunge anche a pungere le mani della figlia per punirla, la tratta con brutalità, a volte chiudendola pomeriggi interi nel bagno all’oscurità, tradisce suo marito e scappa lontano da lei, lasciandola alle cure dei nonni, gli unici che la amano veramente.
Gioia assiste alla morte di suo fratello, annegato nella vasca da bagno mentre stanno giocando. Suo zio Giggino abusa di lei quando è una ragazzina, finché Gioia gli tira addosso l’olio bollente di una padella. L’infanzia della ragazza è quindi terribile e rappresenta di certo la causa scatenante delle sue turbe psichiche. Perché è rinchiusa nell’Opg? "Vorrei sapere anch’io perché sono qui, vorrei saperlo da dentro. Vorrei saperlo tutto quanto il motivo, e farmi uccidere da questo motivo… Io non so perché sono qui, io non ne sento la ragione". In genere si viene rinchiusi "per un atto di disperazione, per un piatto di troppo rotto sulla testa della moglie, una bestemmia detta tutte le domeniche nella chiesa del paese, per omicidio o tentato omicidio. Un fratello, una sorella. Uno che ha ucciso la nonna di novant’anni, il padre, la madre, il figlio, la moglie". Gioia non è come tutti gli altri malati. Ha, infatti, una sensibilità superiore, passa il suo tempo a scrivere la sua storia sotto la "sua" quercia nel giardino dell’istituto o sul computer che l’infermiera Anna ha chiesto per lei. "Non sono pazza, non sono mai stata pazza. Sola. Questo sono: sola. Sola sola sola". Forse da questa frase capiamo il motivo per cui uomini e donne finiscono nei manicomi o, come in questo caso, negli Opg: la solitudine, il non essere stati amati da nessuno, a volte l’assenza di una famiglia solida, l’incomprensione di una società che tende sempre di più a "scartarli".
"È buffo, il posto da dove voglio andare via è l’unico posto al mondo dove sono vivo, dove sono qualcosa. Fuori da qui, non sono niente": così la ragazza riassume la sua triste condizione, di chi ha subito violenze non solo in famiglia ma anche dal ragazzo che amava, Mario. Egli l’ha costretta a prostituirsi e l’orrore si è aggiunto ad altro orrore, le sofferenze si sono aggiunte ad altre sofferenze: "Di quelle notti ho nella testa custodite le voci di tutti i clienti, i colori delle loro macchine, i sedili delle loro macchine. Eravamo dieci, dieci ragazze per te, bastavamo a soddisfare i vizi della tua vita, eravamo tutte tue, eravamo lì tutte quante per te". Pozzoromolo è, quindi, per i contenuti e per il linguaggio forte, un romanzo adatto a coloro che sono disposti a dimenticare per un attimo la luce della ragione, le corde che tengono insieme la mente umana, per entrare nella psiche di chi ha perso le redini della sua vita e ne cerca il filo disperatamente. Il lettore apprezzerà, inoltre, le considerazioni sulla felicità, sull’amore, sulla vita, sulla malattia che impreziosiscono il libro di Carrino. Lo scrittore napoletano, al suo secondo romanzo, dopo Acqua Storta incontrerà oggi i lettori alla libreria Feltrinelli di via San Tommaso d’Aquino 70, alle ore 18. A presentarlo sarà il regista Pappi Corsicato.

Dario Reginelli


il Roma, 3.12.09

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Dagli scippi alla prostituzione, dal traffico di droga alla vendita di merci contraffatte, dalle tangenti sugli appalti al racket dei negozi, a Napoli tutto si muove secondo la legge del Sistema, il meccanismo perverso della criminalità organizzata. Ne parliamo con Luigi Romolo Carrino, quarantenne scrittore partenopeo che nel romanzo Acqua Storta ha descritto la subcultura della camorra basata sul mito della virilità, il suo rigido codice di comportamento. E la spietata logica del potere di un "sistema" dove solo i più forti e feroci sopravvivono, dove ogni sbaglio è "na pallottola da evitare, prima o poi succede".

Il camorrista deve essere visibile: il popolo del quartiere deve sentire la sua presenza?
La sua visibilità è funzionale al ruolo, deve trasmettere il potere e l’opulenza del clan a cui appartiene, il suo controllo del territorio. Macchina appariscente, modello di pistola, cura del look: tutto fa parte del ruolo. Deve incutere paura e rispetto non solo alle persone che abitano in quel quartiere, ma anche agli altri clan: il gioco delle spartizioni del territorio è sempre aperto.

Un modello vincente contro una società che, nella legalità, ti offre disoccupazione o, il più delle volte, un lavoro in nero?
Nei quartieri popolari di Napoli dove lo Stato è presente prevalentemente attraverso la scuola, l’altissimo livello di disoccupazione è senza dubbio la causa che consente alla camorra di trovare sempre nuova manovalanza. Ma è anche vero che la promessa di soldi facili, il rispetto, il riconoscimento sociale esercitano una grande capacità di attrattiva sui giovani. Tra la camorra che paga 500 euro a settimana il lavoro di semplice "vedetta" sulle piazze di spaccio e lavorare otto ore al giorno da Macdonald per 750 euro al mese, non c’è partita. I ragazzi sanno benissimo come funziona la gerarchia camorristica, che dopo una precisa gavetta nello spaccio di droga diventerenno "soldati" e, se sopravvivono, possono arrivare a controllare addirittura un’intera zona.

La camorra è cultura, modo di pensare, regola di azione sociale?
C’è una grande responsabilità delle istituzioni, che non fanno abbastanza per educare alla legalità i minori nelle zone cosiddette "a rischio". Ma, più in generale, il vivere in una mentalità camorristica diffusa ti toglie la capacità di pensare liberamente, inibisce tutti i meccanismi del pensiero, porta ad agire di conseguenza per non soccombere.

Gli stessi camorristi sono, in fondo, prigionieri delle logiche del Sistema?
La sfida del mio libro era proprio questa: raccontare l’impossibilità di pensare e di pensarsi altro da quello che si è diventati per coercizione, per eredità familiare, per necessità di integrazione con il territorio. Don Antonio Farnesini, il capostipite della famiglia, è costretto a vivere per il resto della vita in un bunker che ricorda un po’ quello di Schiavone, fino a quando non verrà arrestato o fino a quando il potere di un’altra famiglia prenderà il sopravvento e lo ucciderà: senza scampo. Eppure proprio questa sua condizione di recluso sancisce il suo potere di grande boss: è il prezzo da pagare alla logica del sistema ma appaga anche il suo narcisismo.

In questo mondo chi non si attiene alle regole firma la sua condanna a morte?
Quando il figlio del boss esibisce la sua omosessualità intrecciando una relazione con il caporale del clan rischia di perdere il rispetto dell’intero loro sistema, mette in pericolo il potere della sua famiglia. E per un camorrista qualsiasi cosa rischi di minare il suo predominio sul territorio va eliminata: non ci sono altre possibilità. Senza scampo è anche Mariasole, che ha sposato l’uomo scelto per lei dal padre per sedare la faida tra le due famiglie rivali.

Se Giovanni rappresenta il controllo violento del territorio l’altro volto della camorra, Mariasole è l’altro volto della camorra, quello imprenditore?
Oggi le donne di camorra non sono più come Rosetta Cutolo o Pupetta Maresca: sono colte, imprenditrici e incredibilmente efficienti. E sono anche quelle che hanno capito che alla violenza sanguinaria, alla faida, bisogna sostituire altri meccanismi coercitivi meno visibili, che rendono la camorra molto più pericolosa e pervasiva dell’intera società civile.

Arianna Ziccardi


il Salvagente, 26.10.09

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Milano, Roma, Baiano, Ospedaletto d’Alpinolo e un ospedale psichiatrico giudiziario. Gennaio 2008-gennaio 2009. Gioia è lì e scrive di sé. Non giurerei su niente. Lui è nato il 28 aprile 1968, padre povero proletario artigiano, madre bella casalinga bionda con amanti (che talora variamente lo amano). Ha traversie scolastiche e soprattutto familiari: la madre Marta lo picchia e lo punisce con agate sulle mani, il padre è assente anaffettivo e ignaro dei tradimenti. Lui a otto anni, durante un’assenza sessuale di Marta, resta con il fratellino Luca (quattro) e di fatto lo uccide senza che ne sia considerato colpevole, i genitori si separano, va a vivere con i nonni paterni in campagna vicino Avellino, uno zio lo insidia e violenta, si vendica, il padre si trasferisce con la nuova donna e fa un altro figlio. Lui lentamente capisce di voler essere donna, gioia! È biondo, grandi orecchie, bella voce. Dopo altre violenze finisce in manicomio criminale (il primo italiano, più di cento anni fa) e ci resta venticinque anni. Fino ad ora. Fra infermieri più (Anna) o meno (Samuele) buoni, dottori più o meno, altri malati (segnalo Romeo di Macerata), mesi in letto di costrizione e tentativi di suicidio, droghe e psicofarmaci, impazzimenti e registrazioni, cure e torture. Leggetelo se ne siete capaci. È duro, terribile, poetico, ghiacciante. Lascia poche illusioni e poche speranze. Ci sono criminali ma non è un noir, c’è una investigazione ma non è gialla, c’è letteratura ma non è di genere. È il secondo romanzo di Luigi Romolo Carrino (Pozzoromolo, Meridiano zero 2009), in prima, più che a ritroso nel tempo (come il precedente), altalenante ciclica diacronica contraddittoria in ogni riferimento temporale (segnalo il 34/1, 41/2, 51/3, ecc.), doppia (almeno doppia) in ogni sentimento e in ogni riferimento personale (due sessi in fieri, due fratelli in fiaba, due identità su carta). Scriverlo è stata una sfida riuscita, pubblicarlo un’impresa stra-ordinaria, leggerlo una sfida da tentare, sia per noi che per altri. Una sfida meritoria soprattutto della piccola periferica coraggiosa casa editrice che aiuta a uscire grandi esordienti italiani (poi accolti in imponenti lidi) e grandi nomi stranieri (niente o poco tradotti). Il titolo non è un secondo nome, fa riferimento al pozzo dei desideri sotto la casa in cui fu concepito, dove c’è il diavolo che custodisce un tesoro, nessuno vi è risalito, eccetto uno che è tornato folle. Segnalo che a volta la gente ama senza voler bene e che nella vita potrebbe essere un onore venir divorati da chi ti ama, a pag. 56, 186. Sottofondo con Mina, Nomadi, Daniele. Coniglio alla cacciatora.

Valerio Calzolaio


www.scanner.it, 9.11.09

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Un pozzo nero di ricordi
La Meridiano zero ha fiuto nell’individuare gli scrittori italiani di domani. Ma oltre a questo ha anche il coraggio di sostenere delle sfide editoriali di spessore, fuori dalle mode imperanti dei grandi colossi, solo interessati ad accaparrarsi più lettori possibili. La volontà di scommettere sul nuovo romanzo di Carrino è sicuramente la dimostrazione di non perseguire facili schemi nel contesto noir, aprendosi così a nuovi suggestioni letterarie ibride, ma percosse sempre da un febbrile tocco di nero profondo. Gioia è rinchiusa nelle pareti di un manicomio criminale, ed ha la mente labile di una bambina, immobilizzata in un letto, sottoposta ad una cura di farmaci che la spingono lontana dai ricordi. In queste visioni da incubo, viene raggiunta a tratti da alcuni frammenti del suo passato, ma non riesce a focalizzare il crimine che ha commesso, non comprendendo perché lei si trova in quel posto, in una manifestazione contradditoria del suo essere spinto in un verticale abbandono, tra carne e sangue, dove la violenza è un segno indelebile inflitto sul suo cuore fragile. In queste traversie familiare racchiuse in schegge impazzite che affliggono Gioia, si passa in un cumulo di emozioni che stordisce e diventa uno specchio infranto in cui ognuno di noi può riconoscersi in questa vicenda priva di illusioni e piena di vane speranze. Luigi Romolo Carrino costruisce un rebus dell’animo umano, spiazzando chi legge in rimandi ciclici altalenanti con riferimenti temporali falsi. Ma proprio l’impresa nell’accostarsi pagina dopo pagina a questo mondo distorto, c’è l’impegno di una scrittura mai artificiosa, libera nel delineare percorsi oscuri, dove perdersi è elemento chiave per riscoprire noi stessi.

Matteo Merli


scritture.blog.kataweb.it, 16.11.09

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Intessuto di materiale organico. Viscere, umori, saliva, sangue, sperma. È questo, il nuovo, generosissimo libro di L.R. Carrino. Una storia dove l’autore intesse, intreccia, sputa, vomita, dipinge, danza un’epica dell’uomo. C’è tutto l’uomo, e c’è l’uomo come deve essere, non limitato, ristretto, avvilito in confini di qualsiasi tipo. (La storia si svolte una struttura manicomiale, ma questo non vuol dire nulla.) L’uomo di Carrino è narrato, ripreso, fotografato in istantanee veloci nella sua umanità dolente, sofferta, fatta di stratificazioni di ricordi, di poche cose solide e reali, di ricordi che emergono in un’anarchia ritmata da una colonna sonora di musica pop, di immagini che stringono il collo, che strozzano adagio col sadismo disperato di un contesto di squallore avvilente, sensazioni rimaste sepolte nelle viscere che, d’un tratto, sono vomito schizzato, rivendicazione, ricordo sporco o sporcato, fottuta nostalgia.
"La prima volta, la prima volta che mi hai bucato le mani è stato perché avevo detto a papà della tua gonna corta, la gonna che ti lasciava le gambe scoperte, nude. La seconda volta, perché gli avevo detto che eri uscita di mattina lasciandomi da sola a casa con Luca. Poi ce n’era stata una terza, una quarta. E poi ogni volta, ogni volta tu mi facevi, con un ago, i buchi sulle mani. Ogni volta che non dicevo a papà una bugia per fargli credere che eri stata in casa tutto il giorno. Ogni volta che commettevo un reato, il reato di essere piccola, così piccola e fragile a Milano. Milano, Corso Buenos Aires, interno 14 del numero 158. È incredibile. Ricordo l’indirizzo, ricordo l’odore delle strade e mio fratello Luca, in bagno."
C’è l’uomo rinchiuso e sedato da psicofarmaci con nomi precisi, Remeron, Serenase, che vanno, vengono, tolgono lucidità, la ridanno in piena notte, aiutano a far arrivare i fantasmi, a farli posare adagio in quella che si immagina come una piccola cella ed è invece una stanza-mondo, un globo.
Quest’uomo rinchiuso è nato maschio ma è, invece, assolutamente e totalmente donna, donna vorace donna carnale, dai ricordi sovrapposti, sensuali, traditi, traditori, voluttosi e composti di materia. Le cose, la terra, il cibo, il coniglio alla cacciatora, i capelli, i vestiti, cose, elementi, tutto che parla in una voce corale, che si fa ora elegia, ora cacofonia e spesso sinfonia senza pari.
"Voglio il tuo profumo, dammi tutto il tuo sapore e dammi la luce che ti fa i rami lucenti. Vorrei poterti chiedere come hai fatto a sopravvivere in tutti questi anni, vorrei che mi rispondessi. Le tue radici sono nella terra, ogni momento dell’anno, e restano sole da ottobre in poi. A febbraio ti amo di più, quando mi fai la prima carezza della vita nuova che stai per generare…"
Gioia, la protagonista, io narrante e scrivente, scrive e racconta, scrivendo ritrova e ricorda, si ritrova, si prende per mano, si ricostruisce, compone e ricompone. È una vicenda di dolori, piaceri, precoci iniziazioni, tardive consapevolezze, un romanzo dove il linguaggio rompe tutti gli argini possibili e si fa tsunami, devastante irrigazione di ogni territorio del lettore che lo sfoglia.
"77 giugno
C’era c’era, ora mi ricordo che c’era, c’era una volta, ora mi ricordo che c’era tanto tanto tempo fa, ma tanto tanto tanto tempo fa che non mi ricordo più quanto tempo fa è, una masseria fra le colline d’Ospedaletto d’Alpinolo nella provincia di Avellino. Una masseria con le mucche pezzate e campanare tutte sonanti su per la collina, con i maiali e le galline. C’era un nonno e anche una nonna e un tacchino enorme e dispettoso. C’era c’era, due oche intelligenti che starnazzano tutto il giorno e beccano la nonna, tanti mici con la coda dritta, tanti gattini troppi, dice il nonno, troppi, dice la nonna, Mio Miao Mina e Miù, Mela e Meo azzoppato dalla mucca Tita, Marameo e Miele e Mottina e poi c’era Mao: Mao vieni in braccio a me che voglio miagolarti una cosa nell’orecchio…
"
Non resti indenne, non puoi.
È un libro generosissimo, perché per i rimandi e le citazioni sparse nel testo costituiscono un omaggio alla storia del nostro paese, alla sua cultura pop e anche un omaggio al sud, pur dipinto con fosca durezza, un sud che in realtà, nella percezione quotidiana che si ha attraverso i media, attraverso le opinioni della gente e le statistiche, è sempre più un luogo "altro", scollato, diverso, parte (s)componibile di un paese diviso, avvilito, svuotato di polpa e di vitalità.
La vitalità di Carrino è tanta, forse in qualche pagina troppa. Ti devi fermare, la sovrabbondanza toglie il fiato. Non ce la fai.
La durezza della storia marchia a fuoco, devi per forza trovare degli spazi vuoti di respiro.
Lo appoggi, sospendi. Li trovi. Poi riprendi. Ci sono romanzi per i quali hai voglia di correre verso la fine, altri sui quali ti soffermi su una singola pagina, anche a lungo, anche leggendola a voce alta. A questa categoria appartiene Pozzoromolo, una categoria difficile, una categoria che richiede attenzione, tempo. Lontana dai gusti frettolosi dei lettori frettolosi, risolvo, leggo e me la cavo. No, tempo, il tempo giusto per metabolizzare.
Non è un libro uniforme e non credo abbia mai ambito ad esserlo, è un libro disomogeneo, a tratti slabbrato, in alcuni capitoli perfettamente ritmato con pagine commoventi di prosa poetica perfetta, oppure zeppo di scrittura automatica che strazia il foglio e strazia chi legge rigurgitando dolori di natura complessa, facendo in modo che chiunque l’abbia in mano possa trovare – e così accade – qualche ragione per identificarsi.

Francesca Mazzucato


scriviapenelope.wordpress.com, 20.1.10

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"Chi sei tu per entrare nella mia vita?" chiese ma non ebbe risposta.

"Perché sei venuto a trovarmi dopo tanti anni…"
"Per salutarti Francesca. Ti ricordi quando avevamo una bici in due, tornavamo da scuola…"
"Sono passati dieci anni Vittorio. Eravamo bambini. Perché ora?"
"Per salutarti. Vieni a casa mia? Vieni a casa mia, ti lascio un mio dipinto. Tu la tua fanzine."

Il tempo non ha misura quando sei giovane, poi telefona Mariarosa, infermiera a Ferrara. Il dipinto ha un anno. Io non lo so ancora, che rimarrà per sempre nella mia vita. Il dipinto e anche Vittorio.
"Te lo ricordi Vittorio, che era a scuola con noi? È morto… era un ricoverato segreto. È morto con la vergogna dell’AIDS."
È il 1985. Ho ventun anni. Anche Vittorio. Lui per sempre.

"Sono gay! Sono GAY! Capisci cosa vuol dire?"
Le lacrime rigano il suo volto.
"Andrea, sei ubriaco. Andiamo a casa. Sono le 6 del mattino."
"Ti dico che sono gay, porca puttana merda!"
"Va bene va bene… ma ti accompagno a casa, dài, Sali in macchina…"

"Al tuo matrimonio c’era Silvio che stringeva la mano a quel ragazzo… Ti ci sei seduta in braccio…. Non sta bene Francesca, non sta bene. Ora sei sposata per Dio! Non fare certe cose, salva le apparenze."
"Io voglio bene a Silvio. E tu non sai. Tu non sai. Non sai cosa vuol dire voler bene. Non sai che c’è bisogno d’amore. Non lo sai. Quel ragazzo bello, biondo, che tutte se lo filano, è il suo compagno. Silvio è gay e io gli voglio bene. E sono contenta cazzo, di volergli bene!"

"Chi sei tu per entrare nella mia vita?" chiesi a Gioia, ma non ebbi risposta.
Gioia è la protagonista di un libro. Si dichiara e si concede fra le pagine inzuppate di poesia, fra i ricordi del passato. Gioia ti svela gli aspetti di un mondo sconosciuto: sei lui, poi diventi lei. Fra un’infanzia difficile, un’adolescenza rubata, una giovinezza sfruttata, navighi con amore e con dolore fra le pagine.
E … vuoi sapere: E?!
Gli scrittori entrano nell’anima con le loro storie. E a te, curioso di una recensione, curioso di sapere, sembra facile chiedere "e"?
Com’è Pozzoromolo, questo libro scritto da L.R. Carrino, uscito da poco per Meridianozero? Com’è Gioia, la sua creatura, cosa vuole raccontarti, cosa vuole insegnarti…
Gli scrittori scavano, rodono, ti cambiano, ti sfregiano, ti regalano amore. E tu non sai il perché uno sconosciuto entra. Lascialo nelle pagine. Se ci riesci. Io no. Io no, non ci riesco… si impasta molto. Le pagine si sono impastate molto. Con il mio passato, i ricordi. Ecco… sono dentro. State dentro la mia vita, pagine di un libro. Dentro, e poi voglia di uscire…
"Sto leggendo Pozzoromolo. Leggilo anche tu, va bene te lo presto…"
Sulla seconda parte mi sono arrabbiata. Dopo il 10 agosto. È un’esca, ti promette. Dove sta questo medico, il dottor Allocca, professionista di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario in cui è rinchiusa Gioia? Ci devo parlare. Devo capire… E Mancuso, il suo sostituto, non può farmi questo. Nemmeno Carrino può farmi questo. Deve spiegarmi cosa è successo…
Carrino scrive da Dio. Cosa può dire Francesca… una Francesca che non si conosce… che si permette, da lettrice, di scrivere su Pozzoromolo? Non puoi dare misura, peso, a quel che dice Francesca.
Potrei dire razionalmente. Di Pozzoromolo. Certo. Scrivere una recensione comprensibile. Ma stamane fra le nebbie del nord, qui, dove si svolge la mia vita attuale, droga sono i paesaggi dove tutto ti pare irreale, dove le storie si confondono, dove Gioia se n’è andata, pensavo che … pensavo che un lettore onesto vorrebbe sapere. Vorrebbe sapere dove si conficcano le parole di uno scrittore, vorrebbe sapere l’effetto che producono. I lettori sono importanti, fanno vivere le storie raccontate.
Scrive da Dio, Carrino.
Mi sono messa dubbi. È vero. Dubbi sulla comprensione. Capisco per la mia età? Perché Carrino è un quasi coetaneo, perché Gioia è senza tempo, ma ha vissuto indubbiamente la mia epoca? Capisco perché capisco le canzoni di un tempo, le citazioni, la lingua frammista al napoletano? (sa di parole che affascinano, che ti rubano via, Pozzoromolo). Capisco perché ho anch’io le REC, le registrazioni riportate nella seconda parte del libro, le REC, che ognuno ha, personali della propria vita? (perché fai ricordare anche a me? Se ne sono andati via gli incubi, gli incubi su Vittorio, non farmeli rivivere). Capisco perché amo?
Capisco perché Carrino scrive così… dote indubbia di uno scrittore. Magia della parola.
E poi hai sete. Sete di sapere. Tiene in tensione Pozzoromolo: fa amare fa odiare fa distaccare. Leggo non leggo. Leggo, apro, chiudo, avanti indietro non puoi sottolineare è tutto bello è tutto male (sto a Napoli, ci sono i botti, speriamo che non ammazzano nessuno, mio cognato spara i botti dal balcone, dammene uno anche a me, Gioia lasciala aspettare, lo sai, è solo un libro).
Gioia contagia. Mi sorprendo, mi metto a parlare anch’io così. Un po’ fra i ricordi ricostruiti, i miei, quelli di Gioia, che arrivano sul punto di definire e poi… Carrino è colpevole. Come lo sono tutti gli scrittori che entrano.
Ho adorato le sue pagine, anche quelle finali di ringraziamenti. Quel riporto consola. Ripara in razionalità. Ti mette al sicuro. Non so perché. Ma ti salva. Perché una lettrice, un lettore, a volte ha paura. Ha paura del mondo. Mi salva. Perché ho paura. Ci vuole coraggio quando si legge. Non solo quando si scrive… Da lettrice sai, sai che saprai… il non sapere-sapere di Pozzoromolo, REC tutto, va a finire REC, rimane REC nella vita di chi legge… ho adorato le sue pagine. Tutte. Ma sono finite. Dovrei domandare: e?
Adesso ho fame. Mi tocca cercare Acqua Storta. Il libro precedente dello stesso autore, Carrino, che narra la storia di un camorrista gay. Dico a Mimmo, lo sai, in un’intervista Carrino alla domanda se fosse gay, ha risposto: no, sono camorrista. A uno così lo devo leggere…

Francesca Cenciarelli


www.sienafree.it, 16.5.10

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La seconda prova narrativa di Luigi Romolo Carrino, Pozzoromolo ci conduce nella mente perversa di chi ha subito, ma non è riuscito a ribellarsi e per questo vive accartocciato sotto il peso di pensieri che non riesce a chiarire. Una storia di un’anima ferita originale nella struttura, nella costruzione e ricostruzione di un disordine. Carrino racconta la malattia mentale e l’ambiguità sessuale come se attingesse al ventre in cui riposa l’infanzia collettiva dell’umanità, dimenticando le regole della prosa e della poesia e scegliendo di fare arte.


www.stradanove.it, 7.12.09

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L’abisso di una mente impazzita di dolore
I mesi si susseguono, i giorni si accavallano nel diario malato di Gioia. Il 41 febbraio, l’82 luglio: giorni che non esistono; fa quasi sorridere leggerli tra le pagine di un diario. Ma ogni giorno inventato è un giorno reale, di dolore che rimane dentro e scava.
Inizia da bambino. Inizia da bambina. Inizia nei primi anni di vita la sofferenza di questa creatura, che dal mondo riceverà solo schiaffi e botte, al punto da cercare nelle violenze inferte le tracce di un qualsiasi tipo di amore: la madre, il padre, il fratellino, i nonni… la strada.
Infine, inevitabile un ospedale psichiatrico, però bello, con un bel parco, con la madre quercia: un’altra fonte di amore, forse, per la prima volta, amore vero.
Da questa quercia e dalla camera dell’ospedale, Gioia racconta la storia della sua vita, la scrive sui fogli nuovi che le regalano o col PC che ha imparato a usare.
Pagine di ricordi che scivolano negli anni, in un contrasto netto tra l’eleganza sobria della scrittura e la volgarità spaventosa della vita subita.
Fa male leggere questo diario, è un tuffo in un mondo troppo crudele, inadatto alle visioni patinate di cui ormai siamo circondati. Anche la violenza che vediamo distrattamente in televisione o leggiamo al volo sui giornali non è più reale ormai, è troppa per pensare che esista davvero.
Invece Carrino ce la fa toccare con mano, grazie anche all’espediente narrativo scelto, un diario scritto in prima persona. Così accompagna il lettore, che diventa quasi un ladro di vite altrui, perché non si leggono i diari degli altri, a conoscere la sofferenza di una persona ancora troppo diversa per poter vivere in pace, troppo fragile per non finire schiacciata negli ingranaggi di un mondo che corre, grida e finge di ridere, isterico, sempre e comunque.
Ma non ride Gioia. Non piange nemmeno. Restituisce un po’ di violenza al mondo e impazzisce: è inevitabile, è la strada più semplice per sopravvivere e, incredibilmente, per ritrovarsi. Sotto l’ombra accogliente dell’unica vera madre mai avuta, la madre quercia, la sola che la protegge e non la giudica, la consola e non la violenta, la guarda dall’alto dei suoi rami e non vede altro che gioia.

Gioia Salvioli


sulromanzo.blogspot.com, 26.2.10

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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
Ero in mezzo a un campo di tabacco, lo stavo raccogliendo. A un certo punto, durante la pausa per la colazione, avevo intorno ai 9 anni, ho pensato a mia zia Annamaria. Ho tirato fuori una penna dalla tasca, tutta rosicchiata, e ho scritto un pensiero per lei sulla carta che avvolgeva il mio pezzo di pane e pomodoro. Portarsi una penna da casa? In mezzo a un campo di tabacco? E per cosa? Nel momento in cui mi sono fatto queste domande, ho capito che scrivere era una delle mie priorità.
Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?
Esattamente al centro. Io scrivo molto, tantissimo. Quando metto le mani sulla tastiera ho in mente solo l’inizio e la fine. Il resto è estemporaneo. Questo è il primo ’ciclo’, in questa fase produco il 70% della versione definitiva del testo. Io adotto un metodo a spirale, qualcosa che ha a che fare con il ciclo di produzione di un software. Questo metodo, in poche parole, parte da una sorta di prototipo del testo. Per me ci sono 4 fasi. Nella prima fase penso alla storia, ai personaggi, all’intreccio, alla struttura, alla lingua, all’ambientazione, alla location… La seconda è la prova su carta, scrivo quello che mi viene, partendo dall’output della prima fase. La terza fase consiste nel produrre una serie di osservazioni su quello che ho scritto, individuando modifiche e tuning da effettuare. La quarta è una fase di test, ossia leggo ad alta voce quello che ho scritto, sovente insieme al mio editor. Questo è per me un ciclo. Il primo di questi cicli è quello più lungo, più complicato, e sicuramente quello più creativo. Poi procedo per raffinamenti successivi, ossia ripercorro le fasi dell’intero ciclo più e più volte, fino ad arrivare al prodotto finale, razionalizzato.
Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.
Macché. Diceva Pasolini: "per essere poeti ci vuole molto tempo", e io non ne ho. Evidentemente Moravia faceva un solo mestiere. Io, come molti altri autori, ne faccio più di uno per sbarcare il lunario. In sostanza, credo molto all’urgenza. Le cose che ho scritto per me erano urgenti, non potevo permettermi di non scriverle. A volte penso di lasciare il mio lavoro di informatico, dedicandomi esclusivamente alla scrittura. Avrei più tempo, mi gestirei meglio il sonno, berrei di meno e avrei una vita sociale decente (con il lavoro che faccio, e la scrittura, davvero non me ne resta molto). Poi ci ripenso. Sento gli altri colleghi che fanno solo questo di mestiere, che sono completamente stritolati dal meccanismo editoriale. E poi mi accorgo di come il ’mestiere’ ha devastato la loro scrittura (se devi ’mangiare’, a volte sei costretto a scrivere cose – e di cose – che non ti interessano, che non ti piacciono).
Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
Delle sigarette. Ne fumo una cinquantina al giorno. Del caffè. Puntuale sulle bozze verso almeno un paio di litri di caffè (sono maldestro alla scrivania). Come dice la mia editor, che vive tra l’altro nella mia stessa casa, la macchia a pagina 1 è il mio marchio di fabbrica, il mio Java-imprimatur. Senza sigarette e senza caffè divento ansioso, non ragiono, mi innervosisco.
Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava "sputare" sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?
Nel corso di un anno, in relazione a quello che leggo, non mi faccio mai mancare un ’classico’. Prima leggevo solo cose di autori morti. Da una decina d’anni, invece, leggo tutto quello che mi capita a tiro (oddio, non proprio tutto). La relazione? Non penso sia cambiata molto. Uno scrittore, uno scrittore che fa sul serio, non prescinde dalla Letteratura, non se lo può permettere e, soprattutto, se la va a cercare. Poi ci sono gli autorucoli, quelli che hanno letto tre libri nella loro vita e pensano di poter scrivere. Anzi: credono di essere la quintessenza della scrittura, che il mondo non aspettava altro che le loro parole. Leggere, leggere, leggere. Ma non solo lettura. Oggi l’arte è interdisciplinare, e la scrittura – più che nel passato – è intertestuale.
L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?
La piazza virtuale è il luogo ideale d’incontro. Sì, esistono luoghi geografici, reali, dove scrittori si incontrano, parlano, anche se interagiscono poco (quando incontri uno scrittore, ti dice: "Ciao, come sto? Hai letto il mio libro? Che ne pensi?", in successione così). Questo succede a Napoli, a Roma, a Milano, a Bologna… Ma quest’assetto, un po’ nostalgico, un po’ bohemien, fortunatamente sta scomparendo. La velocità del nostro tempo impone un confronto più immediato, filtrato da uno schermo (e non è un male, a volte). Il mio primo contatto, con quasi tutti gli scrittori che conosco, è avvenuto sul web. E il primo contatto è stato sempre ed esclusivamente un mutuo interesse per la scrittura, null’altro, né narcisismi, né scambi egocentrati.
Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?
’Scrivere’ ha fatto molto di più che migliorarmi. La Letteratura e la Matematica mi hanno salvato, salvato anche i miei sogni, i miei desideri.

a cura di Morgan Palmas


tuttolibri, 21.11.09

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Le colpe di Gioia
Ci sono libri che sono come passeggiate nel parco ed altri che sono roccaforti. Ma spesso è solo nei secondi che, superate le difficoltà di accesso, si trovano luoghi che vale davvero la pena di visitare.
In Pozzoromolo di Luigi Romolo Carrino (Meridiano Zero, 15 Euro) si entra intimiditi di fronte alla profondità e allo spessore della storia, ma quando si comincia a girare per gli ambienti si scopre qualcosa che "tocca dentro". Gioia, che si sente donna ma è nata maschio, è rinchiusa nell’OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) e cerca di ricordare quali colpe ha commesso.
Il suo racconto ha il passo del monologo interiore e una struttura a metà fra un epistolario mancato e un candido diario di bordo sulla nave della follia. Così, in un salto continuo tra presente e passato che travolge nei suoi vari registri, affiorano tutte le tessere di un puzzle semplice come un giallo e terribile come un horror. Tocca al lettore ricomporre la vita di Gioia, con i suoi luoghi – la Campania dei noccioleti e delle piantagioni di tabacco, delle masserie e delle discariche abusive – e le sue ossessioni – le punizioni atroci dell’infanzia, le violenze, la strada, la crudeltà dell’amore. Ricordi che emergono in forma di frammenti incontrollati, con un linguaggio denso e avvolgente, in cui prosa e poesia si mischiano nell’esplorare i due temi dominanti: la malattia mentale e l’ambiguità sessuale. Dopo il fortunato esordio di Acqua Storta, Carrino poteva scegliere la strada più facile, magari rimiscelando gli ingredienti vincenti di quel libro, ovvero Napoli e camorra. Invece l’autore ha deciso di rischiare. E bene ha fatto. Pozzoromolo è come un condotto sotterraneo che raccoglie acque infettate: è uno di quei libri che possono disturbare nel profondo per come sanno sviscerare il dolore.

Enrico Remmert


www.vascorossi.net, 20.5.10

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Una transessuale è rinchiusa in un manicomio criminale: ignora il perché si trovi lì e ha completamente dimenticato il crimine che ha commesso. L’unico mezzo che ha per esprimersi, nel grigiore della vita circondariale, è un vecchio computer regalatole da un’infermiera. Su questo pc annota le sensazioni di giornate scandite dal ritmo di un tempo che sembra l’unico a riuscire ad evadere. Scrivere diventa la sua salvezza: perché oltre alla disperazione e alla solitudine feroce che affronta quotidianamente c’e il tentativo di non rimanere ostaggio di se stessa. Così annota il presente immobile: vive sospesa tra i ricordi di un ragazzo cresciuto nell’anima cementificata della periferia milanese più estrema e un presente di fantasmi e di paure da condanna a vita. Solo scrivendo sembra riuscire a liberarsi da un’esistenza ammanettata ai rituali di una monotonia forzatamente reiterata: "La notte è aggrappata alle sbarre. Se mi fosse rimasta la bocca riuscirei a vedere la mia voce andare oltre la finestra. Invece gli occhi. Come grate. Occhi sbarrati".
La voce di Gioia, protagonista di un lungo monologo che corre attraverso il filo spinato d’inchiostro di tutto il libro, è quella di Luigi Romolo Carrino che in questo suo secondo romanzo Pozzoromolo conferma tutte le doti del suo esordio Acqua storta: un noir all’ombra della camorra, in una Napoli, costretta dai vicoli scuri che neanche la cronaca nera riesce ad illuminare. Un noir, da cui è stato tratto il recital teatrale La versione dell’acqua, che l’anno scorso ha incantato critica e pubblico: impossibile rimanere indifferenti alla storia (le non poche difficoltà di due boss napoletani nel vivere gli impulsi della propria omosessualità) ma soprattutto alla scrittura di Carrino. Se nel primo romanzo stupiva per un linguaggio serrato, quasi cinematografico, molto crudo, diretto, quasi a scavare l’anima del lettore per addolcirsi in passaggi di autentica poesia, in questa seconda prova narrativa lo stile è ancora più potente. Una scrittura ipnotica, scarnificante, quasi da telegrafista del dolore e che non manca di farci emozionare.
Attraverso la forma diario, basta già l’espediente della datazione "41 marzo" o "38 ottobre" a dare il senso di una follia raggelante, Carrino ci consegna uno dei romanzi più riusciti di questa stagione letteraria. Qualcuno l’ha definito un "neo-noir": in realtà sfugge a ogni etichetta e attraverso la storia di Gioia, raccontando l’Italia degli ultimi 40 anni, ci racconta la nostra vita. E ce la racconta, quasi fosse la metafora dei nostri tempi, attraverso l’inchiostro di chi non ha voce, di chi vive ai margini, di chi sembra aver smarrito la propria identità in un mondo che condanna, prima di comprendere, che giudica, cieco, senza cercare il cuore ma solo l’essenza dell’apparenza.
E così Gioia, dalla prospettiva di un ospedale giudiziario che sembra "un cimitero di vivi", attraverso frammenti di memoria che spesso diventano una sorta di diario intimo della riscoperta di se stessa, guarda e cerca di ricordare le schegge impazzite del mondo esterno, della sua vita (tra)passata. Appesa ai fili dei ricordi, come un funambolo sul precipizio del mondo, ricorda la violenza, spesso silenziosa e per questo ancor più letale, di una società atrocemente pronta a ghettizzare la diversità di chi non accetta regole e imposizioni e proprio per questo diventa "l’agnello che lava i peccati degli altri".
Perché Carrino, come cita ad epigrafe, dietro le maschere della finzione racconta la storia di chi comprende che "Alla fine ci siamo estinti con il quasi e con il tutto, nello stesso viaggio che avevamo intrapreso per raggiungerci, come la luce vecchia che arriva da una stella morta da migliaia di anni. Ed è stato a llora che abbiamo compreso di non essere stati".

Gian Paolo Serino


Facebook Nino Velotti, 25.10.09

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Ha la struttura di un epistolario mancato, di un monologo interiore rivolto, gridato a tutte quelle persone che hanno partecipato alla messa-in-scena del proprio destino, segnandolo. Diario di bordo su un battello ebbro di follia, flusso di coscienza e di inconscia ragionata narrativa che travolge e straripa in vari registri di stile e di senso. Un po’ La coscienza di Zeno e un po’ Tropico del Cancro, vicino al teatro dell’assurdo ma anche ad Annibale Ruccello, sceneggiatura da film horror, thriller pulp o giallo rosa-romantico, Pozzoromolo è il pantano sotterraneo che raccoglie le acque contaminate che piovono dal cielo del mondo contemporaneo. Acque filtrate da un Terra ancora fertile di Poesia. Dintorno noccioleti, e piantagioni di tabacco che cedono il posto ad altre case, discariche abusive e centri commerciali…
Credo che sia la prima volta che si parli di napoletanità dietro il Vesuvio, oltre il monte Somma, in direzione di Avellino. C’è l’odore tipico delle foglie dei noccioli che si bruciano a settembre, c’è tutta la cultura contadina che soccombe o che mostruosamente copula col mondo incivilito.

Nino Velotti


Venerdì, 20.11.09

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Gioia, innocente o colpevole?
Dopo l’esordio con Acqua Storta, noir di sostanza e di successo, un secondo romanzo, se possibile ancor più riuscito del primo: tra colpa e innocenza, tra malattia mentale e ambiguità sessuale, protagonista è Gioia, rinchiusa in un manicomio criminale.
A colpire è anche. soprattutto, una scrittura tesa ed asciutta, come in Italia raramente capita.

Gian Paolo Serino


viadellebelledonne.wordpress.com, 20.10.09

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"Se nell’OPG tu fai qualcosa di troppo, un grido di troppo, un pensiero di troppo, un movimento di troppo, un bacio di troppo, un respiro di troppo, allora ti mettono a dormire, ti mettono sulla panchina piena di grazia e di immobilità, con la bava che ti cola dalla bocca". E Gioia, che nella sua vita si è sempre sentita "troppo", in quel corpo nato uomo e non riconosciuto neanche a se stessa, e si è sentita "di troppo" – mai la persona giusta, mai la persona desiderata e amata –, si chiude in un silenzio che trova parole solo nella scrittura. E con la sua scrittura, raccolta in forma di diario, tra i pensieri della sua vita, in un salto continuo tra presente e passato, scopriamo la sua terribile storia.
L’uscita del secondo romanzo può generare ansia nello scrittore e aspettative deluse nei lettori, soprattutto se il primo è stato un successo (Acqua Storta, Meridiano zero, 2008), ma L.R. Carrino con questo libro, Pozzoromolo, uscito in ottobre 2009, non delude e si conferma scrittore di classe. Il suo linguaggio è denso e avvolgente, vera poesia travestita da prosa: "questo pomeriggio mi ha fatto le ore come asole dell’attesa", "nel buio incandescente che ci mangia la vita a scintille, a piccoli sorsi di fuoco, un fondo del mio corpo si mette nel letto e cova l’ombra del tuo profilo", "certe volte, nel pomeriggio, la malinconia sotto la quercia, tutta quanta nel palmo della mano, me la metto in tasca e mi alzo". Ed è con questo linguaggio che Carrino ci racconta la storia di Gioia, "l’amore dalle unghie laccate, i capelli biondi, l’ombretto verde, mentre la notte proietta luci bugiarde sulla parete" e ci accompagna in un viaggio della mente, nei ricordi e nelle ossessioni che popolano l’anima della protagonista. Lei non sa perché è rinchiusa nel’OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario), non rammenta quali colpe ha commesso.
Raccontare il disagio non è facile. Il disagio mentale abita stanze diverse e indossa abiti mai uguali. Lo scrittore dovrebbe sempre parlare di ciò che sa. Ma non è forse vero che in ogni storia, in ogni storia "vera" che racconti la vita, esistono i sentimenti? Ed è con i sentimenti che Carrino ci affascina e ci tieni legati alle sue parole.
Gioia ha sempre cercato l’amore, iniziando dal suo difficile rapporto con quella madre che usciva e non le diceva quando tornava, da quella madre che parlava di lei come di un peso, ma era sempre presente nei suoi pensieri e sbucava nelle foto con le sue unghie viola. E poi il padre, e dopo di lui, ogni uomo che ha conosciuto.
Gioia si sente "un’anima chiusa a chiave nella mia cella", e da lì, da quella cella, inizia il suo cercarsi, il suo volere capire perché si trova lì e cosa ha fatto.
Ma cosa ha fatto veramente Gioia, se non cercare di farsi amare? E gli altri cosa le hanno fatto?
Dai ricordi, che emergono in forma di frammenti incontrollati e spesso contraddittori, esce la storia di una vita che è stata ostile e malvagia nei suoi confronti, e che, nonostante questo, non riesce a demolire la sua estrema purezza, fino a farle dire: "Io non so perché sono qui, io non ne sento la ragione".
È in un luogo che sente estraneo, tra gente con cui non vuole parlare. Riesce a sentirsi bene solo quando si trova nel parco che è all’interno dell’OPG: "Il parco è un luogo che mi appartiene, al quale sento di appartenere". Ed è nel parco che Gioia trova la grande "mamma quercia" dove si reca per trovare sollievo dai troppi pensieri che la divorano, quelle "vespe" che le pungono lo stomaco e che "finiranno per fare un nido nella mia pancia".
Un personaggio molto complesso, questo di Gioia, anche se di sé afferma: "Non sono così complicata. Io sono semplice, tanto semplice da sembrare una tragedia del poco.", ma anche un personaggio struggente che scrive, mostrando il conflitto che le cambia e le tormenta il corpo rendendolo "doppio" e diviso dalla sua stessa carne: "Non è ancora giorno, mi viene una paura che quasi mi voglio bene da solo".
Un personaggio che Carrino ha raccontato in modo così coinvolgente e che consegna ai suoi lettori come un regalo prezioso. Se Gioia non è stata amata finora, da questo momento sarà amata da ogni lettore che si addentrerà nella sua anima.

Morena Fanti


www.zonafrancanews.it, 3.1.10

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Dopo le movenze de racconto lungo di Acqua Storta, Luigi Romolo Carrino dà vita a quello che possiamo considerare il suo primo vero romanzo, pur presentando taluni tratti di continuità con l’opera precedente.
Un libro imbevuto di poesia, di tragedia, di confessioni intime e struggenti, Pozzoromolo ripropone centrale e più cupo, il tema della sofferenza di chi vive una sessualità "diversa", narrando il calvario di un protagonista dall’antifrastico nome di Gioia, la cui sessualità ibrida lo trasforma in carne da macello, conducendolo a compiere un crimine di cui non ricorda nulla e aprendogli le porta di un ospedale psichiatrico dove lo ritroviamo, dopo venticinque anni, senza sapere perché si trovi lì.
"Gioia è l’agnello che lava i peccati degli altri. È la ferita e la colpa, vittima predestinata di carnefici imperdonabili. Gioia ha amato le mani che la picchiavano, la stupravano, la scartavano", così recita con straordinaria vividezza evocativa la quarta di copertina.
Pozzoromolo è un romanzo che si conquista come una vetta aspra e scoscesa, pagina dopo pagina. È una lettura dura, fatta di un susseguirsi di momenti che scavano l’anima del lettore e la scombussolano come un nido di vespe lasciato cadere e calpestato. Pozzoromolo è un grido disperato che squarcia la carta da cui le parole emergono come gemme luminose incrostate di sangue coagulato. Sicuramente una lettura difficile, ma che difficilmente lascia andare chi la intraprende una volta che si è impossessata di lui.
Quanto alle opzioni strutturali, Carrino lima ogni parola fino ad adattarla perfettamente agli angoli lasciati dalle altre parole.
La lingua è distribuita con ricercata abilità su registri tra i più vari. Essa oscilla fra gli infantilismi e le cadenze fiabesche dettati da farmaci e immaginazioni oniriche, e le ricercatezze retoriche, il realismo, il lirismo della consapevolezza di una vita fatta di ombre che ghermiscono Gioia e amplificano la sua sofferenza, trasformandola attraverso la penna dell’autore un in momento di pura arte scrittoria.

Angela Pansini