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Cera e oro
Mauro Curradi


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intervista a Curradi


Corriere della Sera, 12.12.2002

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Tramonto d’Etiopia con Negus
Nel romanzo di Curradi il declino di Hailé Selassié

Sappia il potenziale lettore di Cera e oro di Curradi che non si tratta d’un libro facile. Da assorbire piuttosto a piccole dosi, pur se in tempi non dilatati: non tanto per non perderne i fili - improbabile in un’opera mancante della tradizionale trama -, quanto per non smarrirsi tra i personaggi. Che sono tanti: come s’addice a un romanzo che racconta l’Etiopia del tramonto dell’impero di Hailé Selassié (1969-74) tra moti studenteschi, vani tentativi occidentali di capire, incroci etnici da vecchio impero italiano, ricevimenti in ambasciate, lezioni universitarie, sino al Terrore Rosso di Menghistu. Un romanzo che fa perno su Michele Serpegna, membro degli Istituti di Cultura (e protagonista pure di Persona non grata del 1997, ambientato in Yemen), giunto dalla Svezia ad Addis Abeba come docente universitario di italiano: proprio come l’autore, di cui è controfigura nello sforzo di decifrare la nuova realtà, ma pure se stesso; anche attraverso una letteraria specularità col viaggiatore e mercante d’armi Rimbaud. Il romanzo (del 1993, ma qui riscritto) viaggia così su un doppio binario. Il racconto degli avvenimenti etiopici nella prospettiva di Michele, tra amori, amicizie, rapporti con studenti, gente comune e persone di rango ancora segnate dalla storia, come la dominazione italiana (e Curradi ci dà figure fascinose). E un andamento da romanzo-conversazione, che affida il filtro interpretativo dei tragici accadimenti a ritrovi, cene, discussioni, riunioni della comunità estera, membri di opposti schieramenti. Al cui fianco si alzano poi sipari di pensieri monologanti di taluni personaggi: e offrendo in quelli malinconici del vecchio imperatore pagine tra le più felici. Un romanzo ambizioso, d’un autore che ha esordito nel 1962 grazie a Sereni e che ribadisce sia la propria maestria di scrittura che una anomala collocazione nel panorama delle lettere italiane. Una narrazione che procede lenta e inesausta per intrecci di storie personali e pubbliche, raccontate quasi nel tempo reale del loro accadere: con un’analiticità che però talora vorresti emendata. Un romanzo che si dà per folate: ora emozionanti, ora segnate da pause per eccessi di fredda riflessività e compiacenza dialogica. A creare quella "gran nebbia in testa" al lettore di cui già scriveva Sereni nel 1962.

Ermanno Paccagnini


Diario, 24.10.2002

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La mia Africa. Nell’Etiopia tra 1969 e 1971

Proust sosteneva che un libro è pensato partendo dalla copertina, questo romanzo di Mauro Curradi ha inizio nel disegno di Giorgio Bertelli che illustra la copertina. Le palme pastello, poste sullo sfondo dietro una trascolorante scrittura, sono un perfetto invito alla lettura. Il libro stampato, e poi mai distribuito, nel 1993 per Sestante, è stato completamente riscritto per quest’edizione. Le vicende narrate, avvengono in Etiopia tra il 1969 e il 1971, Cera e oro deriva dal nome di un movimento poetico etiope nato alla fine del Settecento. Il protagonista è Michele Serpegna, intellettuale cosmopolita che, arrivato a Addis Abeba per insegnare all’Università, si ritroverà immerso in una realtà disordinata e contraddittoria. Vivrà tra la miseria violenta di una terra sull’orlo dell’apocalisse e una società, quella bianca occidentale, che ancora si mantiene viva, residuo ultimo d’una bassa marea coloniale. Il libro, d’assoluta singolarità nella storia letteraria italiana, raccoglie la memoria del breve colonialismo italiano e in modo più allargato, attraversa le colpe europee che dopo aver succhiato il midollo del continente nero, abbandonano alla deriva i giovani stati indipendenti. Curradi è uno scrittore africano, d’europeo ha solo la pelle bianca; parla di un’Africa senza esotismo, la descrive nella sua pulsione, la vive senza distanza. Ben si vede ciò nella rabbia di Michele che invita un bimbo mendicante a non implorare cibo ma a rubare, sparare, a chiudere intorno a un sasso la sua mano aperta al soldo, unici atti per uscire dalla miseria. Il lettore viene rapito dalle descrizioni minute degli studenti rivoltosi di Serpegna, dalla bellezza segreta d’Eloise, dalle luci ammaliatrici d’Addis Abeba, dai diversi registri di scrittura che si compongono con l’estendersi delle vicende. Serpegna parla la lingua dei passati invasori, gli pesa, ma l’italiano che insegna è anche una grammatica della speranza per chi vuole emigrare. Cosa credi trovare da noi? Un paese meno straniero. La risposta di Atzebeha è l’universale speranza dell’emigrante. Un’indefinibile ricerca di senso dell’esistere travolge l’insieme di personaggi raccolti nell’élite accademica, mai questo senso emergerà, forse qualcosa è rintracciabile nella caparbietà dell’autore nel seguire il destino tragico di una civiltà che ama, quella africana, che chiaramente si trasfigura in quella umana.
Una scheggia di senso sembra apparire nella presenza assente di Rimbaud, attraverso la quale Michele rivela il significato della sua presenza in Africa: "Forse questo è il mistero di Rimbaud: dimenticare, dimenticarsi". I riferimenti di questo libro sono Rimbaud nel suo esilio d’Etiopia, ma soprattutto Nizan di Aden Arabia. Il viaggio di Nizan in Oriente ha, come in Cera e Oro, non il tratto della fuga, ma il miraggio d’Odisseo, la voglia di trovare nella dannazione, la certezza di salvezza.

Roberto Saviano


L’Espresso, 1.8.2002

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Esotismo di classe

I libri di Mauro Curradi appartengono a una linea della narrativa italiana che è stata messa in ombra, se non addirittura cancellata, dal trionfo dei narratori realisti degli anni Cinquanta e Sessanta, e dal successivo affermarsi dei narratori fantastici degli anni Settanta, che poi, in molti casi, sono i medesimi. Un nome per tutti: Italo Calvino. L’autore di riferimento di Curradi è Alberto Moravia. il narratore freddo, e a tratti esotico, degli anni Sessanta, scrittore di viaggio e romanziere che, con il suo notevole e indubbio profilo intellettuale, ha oscurato i possibili competitori. Curradi, dopo aver esordito nel 1964 presso Mondadori con Schiacciare il serpente, ha continuato a scrivere libri che, nonostante l’apparente marginalità, sono stati accolti da piccoli editori, come L’Obliquo di Brescia, e che hanno avuto una circolazione tra i lettori più attenti. Cera e oro, pubblicato negli anni Novanta, e ora riscritto, è ambientato in Etiopia, tra il 1969 e il 1977. È il periodo in cui l’ex colonia italiana esce in modo sanguinoso dall’incontrastato dominio di Haile Selassie e transita attraverso il Terrore Rosso della rivoluzione. Il protagonista, alter ego dell’autore, si chiama Michele, ed è un professore dell’Istituto italiano di cultura che si trasferisce da Stoccolma ad Addis Abeba. Entrato a far parte della comunità straniera della capitale, Michele mette progressivamente a fuoco i suoi colleghi all’università, i vicini di casa, gli studenti che seguono le lezioni; s’impratichisce sulle genealogie e le gerarchie del potere, conosce il paese, la sua immensa povertà, i suoi paesaggi, segue i ritmi dell’indolente vita coloniale, ricostruisce la figura dell’Imperatore e il suo rapporto con Rimbaud.
Giustamente nella nota di presentazione Giacomo Trinci parla del genio freddo di Curradi, della sua prosa tutta mentale. L’esotismo inevitabile del racconto africano è tenuto a bada da una prosa molto sorvegliata che cattura il lettore per la sua tensione interna, e si distende in pagine secche, ritmate, composte da brevi frasi che danno il senso di una nascosta ricchezza: un barocco senza sfarzi, volute e ori. È un peccato che un narratore così bravo e naturale sia ancora poco conosciuto. Sarebbe ora che la sua leggenda di viaggiatore e sismografo della borghesia italiana uscisse dai cerchi ristretti dei devoti estimatori e trovasse il posto che merita nella narrativa italiana contemporanea.

Marco Belpoliti


Il Foglio, 14.8.2002

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Michele Serpegna, professore dell’Istituto di cultura italiana a Stoccolma trasferito all’Università di Addis Abeba, giunge in Etiopia alla fine degli anni Sessanta. Sede disagiata, gli hanno detto, sconsigliandogli il cambio. In realtà, l’ex colonia del Duce è un bubbone prerivoluzionario pronto a esplodere. Povertà estrema, analfabetismo record, carestie e pestilenze. Residui di legami e inimicizie secolari, feudali ed etniche. La piaga aperta dell’Eritrea ribelle, la difficile convivenza tra galla e tigrini, tra cristiani copti e mussulmani. Soprattutto, un cocktail malriuscito di medioevo e modernità. Il nuovo è rimasto sulla carta e ha tutt’al più scosso istituzioni plurisecolari senza riuscire a sostituirle. Emblema del cambiamento fallito, l’Università. Avrebbe dovuto scodellare élite in grado di sostituire i vecchi ras, ma sforna sedizione. Studenti (e docenti) in preda al terzomondismo, con debite sfumature marxiste. L’odio per il privilegio che solo può provare chi del privilegio è figlio, coccolato nei campus e negli stage all’estero. Su tutto domina (ma per quanto?) il venerando Haile Selassie, rimesso sul trono dagli inglesi dopo che gli italiani lo avevano spedito in esilio. ’Sua Antichità’ è l’icona del suo macilento regno. In disfacimento, privo di alternative. E spieiato nella repressione. Studenti che vogliono sapere chi ha ucciso il loro leader o bimbi che lanciano sassi contro il simbolo del regime, il ’leone di Giuda’ pittato sulle fiancate degli autobus, sono bersagli per le baionette dell’esercito.
La permanenza di Serpegna ad Addis copre lo scampolo d’anni che prelude alla fine del trono plurimillenario. Il finis suona il 12 settembre 1974, quando un quadrumvirato militare depone Selassie. Epilogo al romanzo, quattro paginette in corsivo. Asciutte come un cablogramma, riepilogano la sanguinosa marcia verso il potere di Haile Mariam Menghistu, il più spietato tra i leader golpisti.
Mauro Curradi, nome appartato nella letteratura italiana dopo gli esordi mondadoriani negli anni Sessanta e Settanta, sigla un’opera strana, originale. Cerebrale, magari, sin dal titolo suggerito a Curradi "dal nome di un movimento poetico sorto in Etiopia alla fine del XVIII secolo, denominato appunto ’Cera e oro’, che usa come artificio retorico giochi di parole consentiti dai suoni omofoni di cui è particolarmente ricca la lingua amarica" in grado "nella declamazione di poemi e inni di trasmettere messaggi in chiave". Nonostante le apparenze, Cera e oro non è (solo) un romanzo storico. Neppure (solo) un romanzo di formazione, anche se la maturazione di Serpegna occupa una parte importante del testo. Forse, è il primo "romanzo coloniale italiano", come richiama Siro Lombardini nella ’Postfazione’, citando Edward Morgan Forster e Jean Genet. Unico punto focale, l’Etiopia. Storica (con salti indietro nel passato, dai Vangeli apocrifi a Rodolfo Graziani). E privata. Personaggi (molti) macerati, come il paese nel quale vivono. La comunità occidentale raccolta intorno all’università, alle ambasciate, alle istituzioni internazionali, divisa tra la noia turbata di Eloise Dangeau, impasto di ’carnale malizia’ e ’attraenti paure’, e gli sterili ’manifesti’ dei cattedratici. Gli italiani, superficiali colonizzatori che, forse, non lo sono stati abbastanza. La crema locale, educata al sospetto e alla cautela come il rettore Amsalu Abte Yesus o lo storico Raphael Seyoum (ghost writer di Selassie). I membri della corte, sul filo del rasoio impugnato dal senescente monarca. Gli studenti assetati di cambiamento. L’sercito enigmatico, violento e pronto a occupare ogni vuoto.
Cera e oro non è libro per tutti. Poco fiction e molto Ingmar Bergman, ma di gran classe. Tradotto in un calibratissimo dipanarsi delle pagine lungo paesaggi mentali e fisici tormentati anzichenò.


il mattino di Padova,
la tribuna di Treviso,
la nuova Venezia, 17.7.2002

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Il ritorno di uno scrittore

L’Etiopia di Curradi. E’un importante recupero, quello operato dalla padovana Meridiano zero con la pubblicazione di Cera e oro. Perché Mauro Curradi, l’autore, è uno scrittore importante e dimenticato. I suoi primi libri, trail ’60 e il ’70 furono pubblicati da Mondadori, poi un lungo silenzio interrotto negli anni Novanta, ed ora questo libro nuovo, intenso, che racconta con lucida sintonia un paese oggi devastato come l’Etiopia.
Mauro Curradi ha lavorato a lungo negli Istituti di Cultura italiani all’estero, da Stoccolma ad Addis Abeba, da Tel Aviv a New Delhi e di questo ha scritto, senza mai cedere all’esotismo. E non lo fa certo in questo Cera e oro, che prende nome da un movimento poetico etiope del XVIII secolo e racconta dell’Etiopia degli anni Settanta, un paese povero e postcoloniale, in cui le tracce della italianità erano ancora ben vive. Come realmente accadde a Mauro Curradi, il protagonista, Michele Serpegna, arriva ad Addis Abeba dopo aver lasciato Stoccolma, operando un salto climatico e culturale enorme.
E il nuovo paese viene pian piano scoperto, per quel che si può, per quel che si deve. Perché Curradi non pretende di capire tutto, anzi, e non si scandalizza di fronte allo scontro tra civiltà, alla diffidenza, alla compresenza di due mondi, quello bianco e quello nero, che continuamente si intrecciano e si evitano.
La prosa di Curradi è densa, precisa, arriva al nocciolo e poi subito lo abbandona. Ed il risultato è un affresco che non ricerca l’istantanea di colori e sapori, ma le linee precise di una realtà vista di sbieco, da qualcuno che non può aderirvi totalmente.

Niccolò Menniti-Ippolito


Pulp, gennaio 2003

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Una complessa stratificazione di percezioni ed immagini: vicoli magrebini, cristalli d’ambasciate, aule d’università africane, liti politiche in interni borghesi, compongono il profilo di Mauro Curradi. "Fuggo dalle contraddizioni di un presente che amo, fuggo da una generazione che vive lontano, troppo lontano da me. Fuggo da un Europa dissacrata dall’idiozia, dalla criminalità della morte." Questa confessione m’appare più d’ogni altra capace di mostrare la forma letteraria e biografica di Curradi, autore rarissimo che ha passeggiato per vie letterarie inesplorate dagli scrittori italiani. Pisano, classe 1925, ha innestato, quasi come ultimo dandy, la sua esistenza sul tronco letterario, lasciando che si maturasse questa singolare pianta non già vita, non già scrittura. Tutta la sua opera è tinteggiata dalla fuga. Fuga dalla civiltà europea, dalla pacificazione della dialettica che vede nella sintesi il momento risolutore delle negazioni. La scrittura di Curradi si sottrae da questa morsa, esce dal gioco, rompe il cerchio della logica, persiste nella negazione e vuole rinnovarla. Nei suoi romanzi, soprattutto in quei capolavori che sono Via da me (L’Obliquo 2000), Cera e Oro (Meridiano zero 2002), Persona non grata (L’Obliquo 1997), che vanno sotto la categoria di trilogia africana, v’è la traccia d’un esilio ma anche di un’iniziazione. Curradi fuoriesce dal continente europeo ormai sterile d’idee e di vita e si getta nella civiltà araba, africana, pronto a non trovare di meglio, a non trovare di peggio, ma a trovare altro. Come nuovo Paul Nizan, si getta in una vita che possa dargli il senso della totalità, sospingendolo lungo i perimetri ultimi del destino umano. Vuole bruciare sino in fondo quelle contraddizioni che nella crassa Europa avrebbe saggiato solo in punta di lingua. La scrittura gli diventa un ponte d’inchiostro per rendere vicenda ciò che in modo isolato sarebbe soltanto esperienza. Curradi, ha uno sguardo spesso antropologico facendo proprio, chissà se di proposito, il principio dell’etnocentrismo critico di Ernesto de Martino, ovvero pur consapevole dell’impossibilità di dismettere la propria cultura e le proprie determinazioni, tenta in ogni modo, in coerenza con le proprie contraddizioni, di descrivere la cultura altra, le molteplici differenze, le sterminate affinità. E’ questa una delle caratteristiche di Michele Serpegna protagonista di Cera e Oro ma presente anche in Persona non grata, orientato a nutrirsi delle più complesse situazioni, aperto ad una esperienza di vita che appare avventurosa ed inaspettata, ma che spesso diviene ovvia, necessaria, costretta. "Michele dubitò che Karim fosse davvero il suo nome. Sempre meno col passare del tempo si fidava delle parole, facendo fede soltanto alle cose cui, per non cedere al sonno, poteva aggrapparsi con gli occhi." La prosa di Mauro Curradi possiede tutta la compostezza del suo cosmopolitismo, da ogni civiltà sembra aver raccolto una caratteristica peculiare che riesce come tassello d’un mosaico trasversale ad ogni arte, ad inserirlo nella sua esperienza. Il tratto della sua fuga è maturato attraverso un nomadismo per gli istituti di cultura italiana, ha insegnato infatti a Tel Aviv, Stoccolma, Addis Abeba, Nuova Dehli e Tunisi. Curradi è un profondo conoscitore della cultura araba, l’ha amata, vissuta, ha intuito l’occasione mancata dell’occidente, che emerge sempre nei suoi scritti ’africani’ come morale mai espressa; ovvero se non fossero stati colonizzati, violentati, irreggimentati i paesi arabi ma anche quelli africani (ed io aggiungerei l’estremo oriente ed il sudamerica) avrebbero continuato a dare contributi inestimabili alla civiltà umana. Ora invece sono costretti alle dipendenze di succedanee elemosine degli ex colonizzatori per tentare un’ipotesi di vita, per esprimere una stilla di capacità. E’ assai importante la lettura che fa del continente europeo, sterile e vecchio, in contrapposizione al continente africano, giovane, fertile, vitale. Quasi come se vedesse nella relazione con l’Africa, l’unica possibilità di salvezza per l’Europa. M’andrebbe di poter leggere i suoi romanzi anche in funzione di una nuova educazione sentimentale per una civiltà plurale, come una sorta di viatico d’apprendimento per vanificare le arabofobie degli ultimi tempi, generate dall’aberrazione del fondamentalismo religioso e dalle speculazioni economiche guerrafondaie. Ma questa è un’altra storia.

Il farla finita con i retaggi borghesi, i moralismi cattolici, avviene in Curradi anche grazie ad una catarsi presente nella prima parte della sua produzione - Città dentro le mura (Carucci 1957), Gli ermellini (Carucci 1954) Schiaccia il serpente (Mondadori 1964) - incentrata sul mondo borghese, che poi è il mondo biografico dell’autore. I drammi della guerra, le generazioni di giovani borghesi afflitte dal fascismo e dal dubbio della resistenza, una presenza dei primi romanzi di Curradi, nelle stanze private, nei salotti, nelle menti d’individui che, all’oggi possiamo dichiararlo, credevano errando d’esser gli esponenti dell’ultima decadente civiltà borghese. Ora Mauro Curradi è impegnato in un nuovo romanzo dal titolo Junior, dove ritornerà come aveva già fatto con Passato prossimo (L’Obliquo 1999), a focalizzare l’attenzione sulle scelte tra rivolta e velleità, delle generazioni degli anni ’40. Un sapore apparentemente neorealistico sembrano avere le pagine di Curradi, ma ciò forse è dato dall’affinità di alcuni suoi momenti letterari con il cinema. La scrittura cinematografica, appresa nei suoi brevi anni d’apprendistato come sceneggiatore (scrisse la presceneggiatura del film La donna del fiume), rende il piano di descrizione delle narrazioni simile allo sguardo d’una cinecamera: allargamenti, descrizioni di sfondo, restringimenti, primi piani. Ma oltre alla tecnica v’è una caratteristica tutta generata dalla devozione di Curradi al cinema di Roberto Rossellini. I personaggi non hanno mai una lettura interiore attraverso caleidoscopici interventi dell’autore, tutt’altro. Ogni personaggio è solo esterno, carne, testa, azione, ciò che è pensato e riflettuto, batte sui solchi del viso, rimbalza sui particolari, risalta nei discorsi. Insomma come in Rossellini, le figure curradiane al contrario della cultura ortodossamente neorealista, esistono nella misura in cui sono guardate, nel momento in cui esprimono. In breve un certo neorealismo faceva d’un emozione una figura:. il dolore esprimeva un contadino piagato dal lavoro, la felicità esprimeva una donna effervescente. Rossellini e Curradi interrompono questa relazione lasciando alla realtà del personaggio, e solo ad essa, l’espressione di quanto sia possibile tematizzare. In questo modo non si ha una morale data, non si dispone di una realtà a cui restare fedeli, non si possiede una caratteristica guida. Si è. Contraddizione, senso, dolore, felicità, vita. Le donne nei romanzi di Curradi esprimono meglio questa vorticosa celebrazione dell’esistenza; la sanguigna Giulia protagonista di Passato Prossimo e la fragile Eloise di Cera e oro, sono incendiate dalle loro passioni vitali ma non sembrano mai darsi completamente a ciò che scelgono. V’è sempre uno scarto, un insuperabile limite che permette loro di mutare, indietreggiare, trovare nuovi percorsi. Come Andrè Gide, Curradi appare figlio di un’ultima razionalità europea, certa della propria fine e fortemente motivata ad andare a raccogliere il proprio termine, o la propria nuova energia, altrove. Spirito delle leggi, lotta di classe, etiche categoriche, poggiano le loro fondamenta su bastioni d’argilla che meritano d’esser scavati, almeno prima dell’implosione. Ecco quindi che la fuga in mondi altri è una ricerca di sentieri per l’eventuale traccia di verità che nella superficie castrante dei pensieri non potrebbe essere raccolta. La scrittura curradiana è stata protetta in questi anni, come un tesoro dall’oblio fagocitante in cui l’editoria italiana lo stava spingendo. Il pittore e raffinato editore Giorgio Bertelli ha custodito gli scritti pubblicandoli per la sua casa editrice L’Obliquo, ora il loro peso specifico è tra le mani di MeridianoZero.
Un uomo ed uno scrittore, Mauro Curradi, una vita ed una letteratura che hanno succhiato l’esistenza, che non assapora di biblioteca, che non appesta l’aria d’infetta attività ipercognitiva. Tutte le donne descritte, tutti i visi amati, tutti i corpi maschili pennellati, gli orizzonti, le sabbie, il sangue, la fame eterna, tutto sembra essere teso in un meraviglioso connubio carnale con lo scrittore, e la prosa è il loro talamo. Curradi autore solitario, è riuscito per un attimo, un attimo lungo una biografia umana, a salvare la propria parola letteraria dall’universo concentrazionario fatto d’intelletto ed iridi di lettura, concedendo nuove reti di sensazione, aprendo golfi di senso ed immagini che allontanano dai piani quotidiani o banalmente esotici. La scrittura curradiana allontana il lettore dal noto, spingendolo lontano, via da sé, la dove la vita è vita.

Roberto Saviano


Repubblica Musica, 18.7.2002

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Lo sapevate che Haile Selassie bambino, a dispetto dell’anagrafe ufficiale, venne influenzato da Rimbaud, poeta e mercante d’armi? Questo ci racconta tra l’altro il primo romanzo ’postcoloniale’ italiano, scritto da un coltissimo diplomatico che ha vissuto a lungo in Etiopia. Un libro pieno di storie, notizie, micronarrazioni, leggende metropolitane, resoconti. Colpisce il racconto nudo dei fatti elementari della vita, come la nebbia che si dissolve sui tappeti d’erba, mentre splende la luce radente del sole...

Filippo La Porta


il Sole 24 ore, 25.8.2002

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L’Etiopia amara del professore in fuga.
Un buon romanzo di Mauro Curradi ambientato in Africa, all’epoca della falsa modernizzazione di Selassie.

Si dovrà ricordare che la moda del romanzo storico, che ha contagiato, oggi, la nostra narrativa, porta con sé di tutto: opere interessanti e, per contro, vera spazzatura. Convertitasi repentinamente alla Storia una legione di furbastri in cerca di successo, e affollandosi sul mercato feuilletonsche di storico hanno ben poco. E però, capita di incontrare, nel mucchio, anche qualche gioiello.
È il caso del recente romanzo Cera e oro, del settantasettenne Mauro Curradi. Poco noto al grande pubblico e - temiamo - a buona parte della critica (non compare, ad esempio, nel documentatissimo saggio di Pampaloni, Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, nell’autorevole Novecento Garzanti), Curradi ha alle spalle una lunga carriera come professore negli Istituti di cultura italiana all’estero, e ha girato mezzo mondo. Ha alle spalle, anche, una lunga, poco riconosciuta attività letteraria. All’interno della quale vanno menzionati almeno due titoli. Gli ermellini(1954) e Schiaccia il serpente(1964): entrambi analisi di costume e, insieme, verifiche di stati di coscienza di personaggi aristocratici e borghesi. Ma, del resto, l’originalità di Cera e oro, ambientato in Etiopia nel periodo 1969-74, sta proprio nel voler restituire al lettore gli eventi storici visti attraverso gli stati di coscienza dei diversi personaggi. Mentre il filo storico, altamente drammatico (gli ultimi anni di regno di Halle Selassie; le contestazioni e le proteste degli studenti contro la finta ’modernizzazione’, di pura facciata, sbandierata dall’imperatore; la miseria di un popolo fra i più derelitti della terra; le oscure trame dei militari, fino alla deposizione del Negus, e le brutali epurazioni e i massacri conseguenti) si intreccia allo spaccato di vita borghese della comunità internazionale e multietnica che gravita attorno ali’Università di Addis Abeba e alle ambasciate, con il coinvolgimento di professori e intellettuali nelle lotte studentesche, e con il contorno di momenti di vita privata, amori, relazioni, drammi famigliari... Cera e oro, spiega l’autore in una nota finale, è un movimento poetico sorto in Etiopia alla fine del XVIII secolo; che si serve dei "suoni omofoni", di cui è ricca la lingua amarica, "come artificio retorico". Cera e oro, dunque, come duplice senso, ambiguità di sentimento, verità e maschera. Così è, insieme, verità e maschera la vita di Michele, il protagonista. Professore di cultura italiana all’estero, non ancora quarantenne, arrivato d’improvviso ad Addis Abeba dalla Svezia. Ha accettato senza batter ciglio la sede più disagiata, un Paese di miseria e di morte: come se dovesse sfuggire a un suo oscuro destino che ha per centro l’Europa. È il romanzo, anche (ma non solo) la vicenda di Michele e del suo approccio a un nuovo, poco decifrabile mondo. Intessuto, ai suoi occhi di studioso, di esotismo e di ricordi letterali (attraversa la trama, l’ombra di Rimbaud, mercante d’armi in Africa e disperato viaggiatore in cerca di sé: forse, maggior omologo di Michele); ma segnato nel presente dall’esplosivo desiderio di cambiare alimentato dalle lotte degli studenti. Fallirà tutto nel giro di poche stagioni, sopraggiunto il peggio (il feroce colonnello Menghistu).
Fallirà anche la vita di Michele, portato a osservare e capire, ma incapace di coinvolgersi. In politica come in amore (si,scopriremo, nel corso della trama, il suo segreto). Destinato a vedersi sfilare accanto la Storia, e così anche la sua storia privata, senza potervi incidere. Che è peraltro il dramma dell’uomo moderno. C’è ricchezza, in Cera e oro e documentazione di eventi: tante storie, pubbliche e private, che si intrecciano; raccontate con analitica, calcolata lentezza. C’è ricchezza di personaggi; con il gusto dei ritratti: specialmente inquietanti figure di donna, come la bella Eloise, che ama invano Michele. Ma c’è anche la prosa asciutta e l’occhio impassibile di un grande scrittore che sa rendere senza menzogne l’inutile strazio di un mondo disperato nel cuore del1’Africa: affogato negli anni e annullato dagli anni e dalla debole memoria dei posteri.

Giovanni Pacchiano


tuttolibri/la Stampa, 13.7.2002

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Nell’Etiopia di Hailé Selassié un italiano attraversa il fallimento dell’Occidente

Mauro Curradi è uno scrittore di cui non si parla. Nato nel 1925 a Pisa, fu allievo di Sapegno. Ha svolto la sua attività professionale presso gli Istituti di Cultura Italiana all’estero. È un eccellente scrittore. Possiamo affermarlo dopo la lettura corposa, trascinante di questo romanzo così atipico, Cera e oro, ma anche sulla base di vecchi riscontri che lo videro pubblicare due romanzi con Mondadori, negli anni Sessanta, sponsorizzati nientemeno che da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo. Risulta che le edizioni L’Obliquo abbiano ripreso di recente alcuni lavori di Curradi. Perché, allora, Mauro Curradi è uno scrittore di cui non si parla e di cui conoscevamo a malapena il nome? Non diremo che Cera e oro è un capolavoro, perché sarebbe fuorviante, in tempi di romanzetti sfiatati spacciati per opere maiuscole a ritmo di cottimo. Diremo solo che questo romanzo appartiene alla letteratura italiana con l’incomparabile eleganza di un commensale di lusso che nessuno ricorda d’avere invitato. C’è l’Italia col suo oscuro passato, in queste pagine dense di sangue, amore e politica ambientate in una precaria Etiopia tra il 1969 e il ’71. C’è lo spaesamento culturale e sociale di un uomo - il protagonista Michele Serpegna - che affronta col disincanto dell’intellettuale cosmopolita il rapporto con la situazione pietosa di un paese in cui solo il cinque per cento dei sudditi sa leggere e due terzi dei bambini muoiono nei primi tré mesi di vita. Tutto il resto va bene, usano dire gli etiopici. In una simile dimensione aperta e poco consona alla nostra narrativa, seguiamo il percorso di quest’uomo senza qualità che arriva da Stoccolma e si smarrisce nell’aria densa e rancorosa di una terra in cui il decrepito Haile Selassie tiene in piedi il suo mito con la forza dei moribondi disperati. La tensione etica si accresce in un discorso corale dove il professor Serpegna si muove tra lezioni all’università, feste mondane, confronti con la gente del luogo, maturando la graduale consapevolezza di un fallimento a cui il privilegiato Occidente non può - non vuole - porre rimedio. I numerosi personaggi si affollano e s’incrociano in un percorso nel quale stentano ad emergere le loro vere nature: ciò che affrontano, questi intellettuali di ogni parte del mondo riuniti dal caso in un’università gestita dagli etiopi, è una messinscena in cui tutti sono amici e amanti di tutti - Michele e Eloise Dangeau - e cercano una via di salvezza nel confronto con gli studenti locali, le autorità, i parenti - numerosi - del vecchio Imperatore, nella speranza di transitare indenni in un non-luogo di morte e violenza. Ma la violenza esplode, coi primi accenni di protesta studentesca, soffocati nel sangue, e prende corpo la consapevolezza di essere - tutti quanti - fragili figli della fuga. In questa nuova comice di disarmo, Michele vive con distacco il suo rapporto con un territorio in cui vengono sempre a galla antiche e passate glorie fasciste. Mentre la situazione precipita e gli smarriti stranieri si eclissano, Michele percorre le strade sudicie del paese, va a seguire la troupe italiana che sta girando il film Una stagione all’inferno, dove Nelo Risi racconta gli ultimi giorni africani di Rimbaud. Si muove con distacco, consapevole che nessuno, in quei luoghi, può tenere a bada sentimenti superflui come pietà, ribellione, violenza. L’Europa abbandona l’Africa sapendo che l’Africa non può farcela. La dimensione estremamente letteraria dell’opera fa accostare il romanzo di Curradi a certe storie intense e senza patria di Graham Greene, nelle quali lo straniero occidentale si trova nel mezzo di dilemmi etnici in cui la parola civiltà assume connotazioni esclusivamente geografiche. Qualche eco di Flaiano e del suo Tempo di uccidere, anche, ma soprattutto il romanzo di un’esperienza in cui si riassume l’evoluzione morale di un uomo, accanto alla rovinosa - sanguinosa - fine di un’epoca, dove la morte di Selassie lascia il posto a nuove rivolte, ma coi soliti, vecchi e tragici problemi. Nel distacco finale di Michele, in partenza per un’altra destinazione, vediamo il distacco effettivo, concreto, dell’Europa da problemi che può solo constatare, ma non risolvere. Un romanzo ricco e profondo, fuori tempo, in grado di conciliare impegno e analisi letteraria, con una percentuale insolita di cosmopolitismo e la sensazione che la Storia, in fondo, sia solo una lunga serie di errori di calcolo. Curradi; quindi, è uno scrittore di cui si dovrà parlare, se certi valori effettivi hanno ancora diritto di esistere.

Sergio Pent


www.lettera.com, 24.7.2002

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Nell’Etiopia di Hailé Selassié un italiano attraversa il fallimento dell’Occidente

Siamo negli anni tra il 60 ed il 70. Il professore di cultura e lingua italiana Michele Serpegna si trasferisce dalla noiosa Svezia presso l’università di Addis Abeba. Si inserisce nell’ovattato ambiente accademico e diplomatico che però sembra essere scosso dal delicato momento politico che l’Etiopia sta vivendo: una protesta studentesca che, sulla scia del sessantotto europeo, potrebbe aprire la strada ad una rivoluzione contro il sistema feudale, su cui si reggeva il paese, e la figura, ormai anacronistica, dell’Imperatore Ras Tafari, Haile Selassie.
Michele, durante la sua permanenza, entrerà in contatto con una cultura completamente diversa dalla propria e vivrà da vicino una pagina di storia, scoprendo anche qualcosa di se stesso.

Cera e oro: dimenticare l’Etiopia

Se un giorno l’Europa abbandonerà l’Africa, sarà per le stesse ragioni per cui gli inglesi abbandonarono l’India: speravano che non ce la facesse. L’Africa non ce l’avrebbe fatta.

Ecco un’esperienza "nuova e diversa" della narrativa italiana, o meglio alternativa, nel senso più appropriato del termine. Cera e oro è certamente un romanzo che mancava nel nostro panorama letterario. Un intellettuale italiano nell’Etiopia degli anni settanta arriva senza sapere niente di cosa lo spinge fin là, senza un vero perché. Con sé ha solo i ricordi di un passato vissuto nei suoi sogni di ragazzo, costruiti ed alimentati da una bieca propaganda politica che aveva creato null’altro che fascinazione, poi smentita brutalmente dalla realtà. Michele, annoiato dalla Svezia, è in fuga: proprio come gli altri ferengi (termine che definisce gli stranieri di razza bianca) che compongono l’entourage accademico dell’Università di Addis Abeba, fugge da qualcosa di certo verso una realtà che non ha alcuna fretta di scoprire.
La prosa di Curradi, raffinata e costellata di lampi violentemente evocativi, trasmette immediatamente un senso di abbandono e di deriva. Introduce un viaggio interiore che sarà svolto non con la coerenza di chi ne vuole fare l’asse portante del racconto; il percorso alla scoperta di sé sembra quasi la conseguenza di un modo di narrare: per pensieri, per sensazioni; quasi che le emozioni, i ricordi, le associazioni mentali dei personaggi sono la lente attraverso cui il lettore osserva l’azione.
Proprio ai ferengi sono dedicate le prime pagine, nelle quali vengono tracciate le linee di un romanzo di ambiente decadente, fatto di "stranieri", borghesi sradicati e alieni al dramma di una terra alla quale rimarranno estranei. Colpevoli per il loro presente di inadeguatezza e per il loro passato di colonizzatori, per la loro indifferenza alla fame.
Michele si accorge subito di non essere un ferengi, termine che dopo tutto era usato per definire gente amica e diversa, ma un vero e proprio straniero: tutto quello che trova è "nello spettacolo che una strada africana offriva dal finestrino di una macchina. Capiva allora che della miseria non si capisce niente, che viverci in mezzo non insegna niente, che chi vuole può salvarsi l’anima al prezzo di una guerra tra poveri, che i poveri non capiscono e non vogliono perché la storia è troppo al di sopra di loro e delle loro povere storie.". E’ l’Etiopia, un insieme di centinaia di migliaia di povere, poverissime storie, il vero protagonista del libro.
Curradi mostra questa realtà attraverso una serie di immagini veloci, brucianti: flash d’Africa come istantanee. E poi con improvvisi quadri di desolazione, di buio, di nero che sembrano rimandare ad un particolare stato dell’anima, come paesaggi metafisici. L’Etiopia è un paese avvinghiato ad un permanente stato di minorità: non riesce ad essere libera, è incapace di sopravvivere a se stessa, aspetta solo un altro dominatore, un altro padrone cui obbedire e da cui dipendere. Le forze dell’emancipazione, represse e sconfitte dalle forze reazionarie, sono quelle della cultura, dell’affrancamento dalla schiavitù dell’ignoranza e della superstizione.
Michele vive una pagina cruciale della storia etiope: la contestazione studentesca (sulla scia del sessantotto europeo), una rivoluzione che assomiglia più ad un golpe, la destituzione di un sovrano assoluto che, da solo, poteva rappresentare un popolo e con cui, da solo, il popolo si identificava. "Abituata a vedere il potere politico incarnato in una sola persona, la gente dei villaggi credeva che Derg (la coalizione di militari che il 12 settembre 1974 depone il Negus e prende il potere N.d.R.) fosse il nome di un uomo. Derg, dissero, ha ammazzato il suo padre. Da allora il mondo dimenticò l’Etiopia.". L’isolamento internazionale di una nazione cristiana in Africa sarebbe stato allora completo.
Ed è proprio l’oblio la chiave del romanzo e della storia di questo paese: un popolo, una terra dimenticati. E’ questo il valore dell’opera di Curradi: riportare alla dovuta attenzione una pagina di storia negletta, dimenticata soprattutto da un’Italia, esattamente come i protagonisti del libro, sopraffatta dai sensi di colpa di fronte all’impossibilità o all’inutilità di un atteggiamento politicamente corretto. Dimenticare l’Etiopia è l’unica soluzione.
Se proprio si volesse andare fino in fondo, si potrebbe dire che il romanzo, certamente di grande pregio, soffre di un limite di impatto emotivo: la sua algida eleganza rappresenta un freno alla sua capacità di suscitare emozioni. Anche le vicende dei personaggi sono troppo interiori, interiorizzate: l’emozione stessa del viaggio di Michele, che lo porterà a scoprire tanto di sé, è troppo mentale, sfumata.
Cera e oro rappresenta probabilmente il momento di passaggio fra quelli che Curradi stesso definisce i suoi due periodi: il primo di analisi del mondo borghese (con Gli ermellini, Città dentro le mura, e Schiaccia il serpente), il secondo di ricerca delle culture diverse (con Via da me e lo stesso Cera e oro).
Un’operazione editoriale davvero meritoria, questa di Meridiano zero, che ci ha restituito un piccolo patrimonio della narrativa italiana: un tassello che non poteva e non doveva mancare. Per non dimenticare.

Simone Veritiero


nonsololink.com, 16.9.02

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"Mio marito è rimasto fascista" disse Irma Rasponi. "Bisogna pure capirlo. È un italiano di Libia."
È una frase sintomatica per entrare nella storia narrata da Mauro Curradi in Cera e oro, romanzo ambientato negli anni ’70 in Etiopia.
Michele, docente di cultura italiana all’estero, chiede di poter lasciare la Svezia pronto a qualsiasi destinazione.
Finisce così ad Addis Abeba quasi per punizione, incontrando Cristoforo Rocca, arabista, contrario al parere del primo segretario capomissione secondo il quale non c’è che il nulla per chi va lì. Così iniziamo ad inoltrarci alla scoperta di una città e di una cultura. L’ambiente è italiano, il sentire è italiano in una città sull’orlo della crisi che si respira, si percepisce e alla quale si può solo contribuire con le crisi proprie.
Il romanzo di Curradi è un tassello in più per comprendere o per rendere ancor più misterioso il mal d’Africa in uno scenario che è quanto mai variegato, ricco di vitalità e vita che contraddistingue persone tanto vicine e tanto lontane da noi. L’interessante titolo del libro è derivato da un movimento poetico nato in Etiopia, tenuta a bada, come dice Giacomo Trinci, da una pietà distaccata che impegna per tutto il romanzo il personaggio-protagonista.
Il quadro narrato diventa folgorante e terribilmente vero, lasciando che Cera e oro diventi il capolavoro della maturità di un autore del 1925 da sempre isolato nella sua leggenda.
Allievo di Natalino Spegno ma insofferente dell’accademismo della cultura italiana, Curradi ha viaggiato moltissimo, lavorando per l’Istituto Italiano di Cultura, in Asia, Svezia e, infine, all’università di Addis Abeba appunto.
La sua instancabile ricerca letteraria e la sua intransigenza espressiva che lo rendono un fine esponente della nostra letteratura, permettono di sottolineare come Curradi abbia mantenuto un sentimento esatto della propria lingua, riflesso in una prosa lucida e fortemente emotiva.
Ecco quindi che abbiamo tra le mani "un sismografo della borghesia italiana, il detentore dei suoi segreti e rimorsi, tra il culmine e l’autunno del Novecento".

Alessia Biasiolo


Pulp, maggio 2004

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Intervista a Mauro Curradi

La riscoperta di Mauro Curradi (Pisa, 1925) è stata una piacevole nota dell’editoria italiana. Scrittore di grande qualità, Curradi è uno dei rarissimi narratori italiani ad aver analizzato e conosciuto il continente africano. In questa intervista avvenuta nella sua confortevole casa romana, Curradi passa in rassegna la sua esperienza africana ma non soltanto. Parla del mondo borghese in cui è nato, del suo rapporto con Aldo Palazzeschi, delle leggi razziali degli anni Trenta. Un affresco completo della sua vita di uomo e soprattutto un’immersione nella sua opera letteraria. La voce di Curradi è calma, precisa, a volte commossa da avvenimenti cruciali che la sua vita ha incontrato. Non rinuncia però mai all’ironia, e tutto il suo peregrinare in diverse parti del mondo, tutto il suo viaggiare non assume una caratteristica di epica moderna, piuttosto è una continua ed assidua sedimentazione d’esperienze non incanalate in un progetto. I romanzi di Curradi sono parti di vita, emblemi di una prassi empirica che riconosce nel viaggio e nell’incontro con l’Altro la possibilità di rivelare a se stesso, ed al lettore, la parte più nascosta, cablata, del proprio essere, cullato altrimenti nelle sue certezze e nei suoi faticosi privilegi.

Mauro Curradi, la tua trilogia africana Via da me (L’obliquo, 2000), Cera e oro (Meridiano zero, 2002 ) e Persona non grata (Meridiano zero, 2003 ) sta generando attenzione sia nel pubblico che nella critica. Potresti descriverci il tuo incontro con l’Africa?
Il primo contatto col mondo africano lo ebbi in Marocco, trascorsi cinque estati ospite di un amico marocchino ad Al Hoceima, sublime città mediterranea. Qui mi venne voglia di scrivere un libro e così nacque Via da me [1970]. Questo testo dedicato al Marocco l’ho scritto in parte ad Al Hoceima, in parte in Italia ma la stesura definitiva è avvenuta in Svezia dove ero andato a lavorare come vicedirettore dell’Istituto di Cultura Italiana. Il libro all’epoca fu pubblicato da Mondatori, l’editing me lo fece il mio amico d’infanzia Cesare Garboli, ed ebbe un discreto successo. Certo, il successo esiguo che possono avere i miei libri, non avendo scritto Via col vento, purtroppo...
Accadde poi che mi stufai della Svezia. Stoccolma è una città stupenda ma gli abitanti sono insopportabilmente...

Freddi?
...scemi, piuttosto. Ci vuole un’ora per estrarli dal loro silenzio, cinque minuti per rimpiangerlo. Tornai così ad insegnare nella mia scuoletta di Roma. Mi telefonarono poi dal Ministero degli Esteri e mi offrirono il lettorato di Addis Abeba, accettai subito nonostante mi dissero che in Etiopia sarei stato soltanto lettore, mentre a Stoccolma ero vicedirettore dell’Istituto. A me non fregò nulla. Non ho mai voluto fare il burocrate culturale. Qui, in Etiopia nacque Cera e oro, e per vent’anni non scrissi più una riga. Volevo esser sicuro di quello che avrei scritto e poi non ne avevo voglia. Volevo soprattutto vivere, vivere nei paesi dove mi sarebbe capitato di vivere. Vivere e basta. In Etiopia sono stato tre anni. Persona non grata è una sorta di continuazione di Cera e oro avendo gli stessipersonaggi, ed è il frutto di un mio appassionato viaggio nello Yemen. La mia esperienza africana quindi è basata su due sedi, Marocco ed Etiopia, anche se poi alla fine della mia carriera ho lavorato all’istituto di cultura di Tunisi, ma io snobisticamente vivevo a Cartagine...

Sei uno dei pochissimi scrittori italiani ad aver capito qualcosa della cultura araba...
Della cultura araba si sono occupati in molti. Io non sono un arabista. Io ho conosciuto, amato, detestato gli arabi. Ho vissuto tra gli arabi e ho scritto di questa esperienza. Proprio la sedimentazione del mio rapporto con il mondo arabo ed africano mi ha portato a scrivere i miei libri.

Nell’attuale situazione politica una certa parte di mondo occidentale considera il mondo arabo e la cultura islamica come un pericoloso monolite fondamentalista. Sembra essersi concluso il dialogo tra civiltà mediterranee?
Non c’è più nei paesi arabi quel clima d’amicizia che ho trovato trent’anni fa in Marocco. All’epoca vi ho trovato degli amici veri, tra arabi e berberi, amici di grande umanità. Persone che son state necessarie alla mia formazione di uomo. Io la parola fondamentalismo negli anni in cui frequentavo il Maghreb, alla fine degli anni ’60, non l’ho mai neanche sentita. L’Islam è come la religione cattolica. Il cristianesimo è una cosa e la Chiesa ne è un’altra. Se Cristo tornasse sulla terra e vedesse i flabelli, gli ori, gli altari ne rimarrebbe inorridito, lui che ha predicato la povertà, l’umiltà, la via degli ultimi. Allo stesso modo l’Islam. Certe cose che sono attribuite all’animo arabo non sono vere, sono invenzioni dei loro preti, del loro clero. Molti dei miei amici arabi non hanno mai imposto il velo alle loro mogli, figlie, sorelle. Mai. Oggi in Italia, e forse più allargatamene in Occidente, un pregiudizio anti-arabo esiste. Per respirare realmente la loro cultura bisognerebbe avere degli amici arabi e amarli.

Per Huntington lo scontro tra civiltà occidentale e islamica è impossibile da evitare. Cosa ne pensi?
Non credo che riuscirò a vedere le due culture vivere in pace così come un tempo è stato. Almeno non nel tempo della mia vita. Mi rimangono ancora pochi anni da vivere e non riuscirò neanche a vedere i segnali e le volontà di convivenza e comprensione tra le due civiltà. Il laghetto del Mediterraneo temo per lungo tempo continuerà a tingersi del sangue degli immigrati affogati e dei conflitti generati dal fondamentalismo economico della borghesia occidentale contro il fondamentalismo del clero e di certa alta borghesia islamica. Eppure io ho vissuto anni in cui sembrava materializzarsi la soluzione alla crisi.

Quando? Dove?
Negli anni ’70, proprio in uno dei posti più roventi della storia contemporanea: Israele.

Racconta.
Parto da lontano. Quando il consigliere d’ambasciata italiano fu trasferito da Addis Abeba in India, siccome era contento del mio lavoro, propose al Ministero degli Esteri di mandarmi come direttore dell’ufficio di cultura dell’Istituto di Nuova Delhi. Io accettai. Lì, in India, sono stato cinque anni. Da Nuova Delhi mi trasferirono a Tel Aviv in Israele. Lì sono stato quattro anni. Ho vissuto in un Israele dove arabi ed ebrei ancora frequentavano le stesse scuole, le città erano un mescolio di culture e di tradizioni, gli arabi lavoravano a Tel Aviv liberamente. A Gerusalemme c’era un night club dove si incontravano studenti ebrei e studenti arabi. Soprattutto le ragazze ebree frequentavano il night e per vincere la proverbiale timidezza araba erano loro ad invitare i ragazzi a ballare. Da lì nascevano conversazioni infinite e molteplici amori. Di lì a poco infatti avvenne il miracolo.

Il miracolo?
Sì, il miracolo, che io ho vissuto in prima persona ed è stato uno dei più bei giorni della mia vita. Sadat, il Presidente dell’Egitto, dichiarò ad Israele la sua disponibilità ad andare alla Knesset, il parlamento israeliano, per discutere del problema palestinese. Il giorno dell’arrivo di Sadat io mi trovavo all’aeroporto di Gerusalemme come rappresentante del corpo universitario assieme a diplomatici, politici, militari. Fino all’ultimo momento non sapevamo se lo sportello dell’aereo si fosse aperto e Muhammad Anwar al-Sadat sarebbe uscito. Lo sportello si aprì e uscì Sadat in persona. Lo ricevettero Golda Meyer, Ytzhak Rabin e tutto l’establishment glorioso della politica israeliana. Con un corteo di auto Sadat si diresse verso la città ma lungo il tratto di strada che porta dall’aeroporto a Gerusalemme, per circa trenta chilometri ai lati della strada, centinaia di giovani padri e giovani madri israeliani si erano radunati spontaneamente. Quando passava Sadat alzavano i loro bambini e dicevano "salvaceli", "non farli diventare soldati di un’altra guerra". Tutti noi piangevamo di commozione. È stato un giorno che mai ho dimenticato nella mia vita e mai dimenticherò. Iniziarono così le trattative tra Sadat, il presidente americano Carter ed il primo ministro d’Israele Begin. Nel 1978 a Camp David fu firmata la pace tra Israele ed i suoi vicini. Purtroppo però di lì a poco Israele iniziò a commerciare come in un suk arabo, i territori, i confini... Lì purtroppo cominciò la rovina. Ricordo che all’epoca il sindaco di Nazareth era un arabo d’Israele che era anche deputato alla Knesset, si batteva perché anche agli arabi della città fosse concesso di utilizzare un po’ dell’acqua con cui gli ebrei innaffiavano splendidamente i giardini. Non riuscì a ottenere nulla. Come sempre però la ragione non è da una parte sola, gli errori non furono ovviamente solo di Israele. Oggi i kamikaze palestinesi si fanno saltare in aria nei ristoranti, sui bus, vicino le scuole. I miei amici israeliani sono disperati. L’opinione pubblica d’Israele ha dato carta bianca a Sharon, un militare duro e poco intelligente, nella speranza che possa far cessare la paura. Arafat dall’altro lato ha portato avanti una politica ambigua ed è pur sempre colui che condivise e rivendicò l’uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del ’72. Un referente politico inaffidabile. Confidavo molto in Rabin ma l’hanno ucciso. Non c’è un israeliano, a quanto mi giunge voce, che sia d’accordo con Sharon, votano per lui perché c’hanno paura.

Sei molto affezionato ad Israele ed alla cultura ebraica?
Gli ebrei mi hanno molto affascinato. Ho parenti ebrei. Avevo uno zio Bemporad che da ragazzino non sapevo neanche fosse ebreo. Mi accorsi che esistevano gli ebrei a Torino quando vennero le leggi razziali del ’38 ed il mio compagno di banco Lauria non me lo trovai accanto quell’anno scolastico. Pur non potendo più partecipare alle lezioni veniva a prendermi a scuola per amicizia ed affetto, avevamo 14 anni, ma ogni volta che passava riceveva sassate dagli altri ragazzi. Mi son vergognato d’essere italiano. A casa di mio zio vedevo dei candelabri strani, il pane azzimo che lui, infrangendo le regole, mangiava con il prosciutto ed una volta gli chiesi: "Zio, ma è vero che sei ebreo?" Per me la risposta da allora definì l’ebraismo: "che altro ti hanno detto?"

Della cultura africana ed araba cosa ti è rimasto?
Cultura è una parola complicata. Ogni cosa è cultura. Non c’è elemento della vita degli individui che ho incontrato che non possa essere definito culturale e che quindi non mi abbia influenzato. Ricordo che ad Addis Abeba chiesi ai miei studenti con molta cortesia di evitare durante la lezione di mettersi le dita nel naso. Un ragazzo alzò la mano e mi rispose: "professore non è contro la nostra cultura". Capì quindi che anche mettersi le dita nel naso è elemento culturale...

A proposito di Addis Abeba. L’Italia, paese che colonizzò l’Etiopia, non ha mai dedicato particolare attenzione a questa nazione, come mai?
L’Italia non ha capito nulla dell’Etiopia, soltanto Flaiano ha scritto un libro, Tempo di uccidere, ambientato in Etiopia, ma non è un libro sull’Etiopia, non riesce a comprendere l’animo etiope, il mondo umiliato ed affamato dei contadini etiopi, la nobiltà di tratto e d’animo della millenaria civiltà africana. L’Italia non ha voluto capire, non si è nemmeno proposta di capire. Non si è mai posta il problema di comprendere la cultura etiope. L’Italia si è comportata come un paese coloniale della peggior specie. Ha depredato, sottratto, conquistato e nulla più.

Altro elemento fondante della tua letteratura è il ruolo dei bambini. In Persona non grata, vi è nella parte finale del testo un bambino che con una piccola erezione tenta l’americano Brad. Questa scena è scandalosa ma tu affermi che: "Lo scandalo esiste solo se serve a qualcuno". Cosa intendi dire?
Persona non grata tratta di pedofilia prima che la pedofilia divenisse un problema diffuso e diffusamente affrontato. Il protagonista Michele sente Brad una persona non grata ma Brad insegna a Michele che anche lui contiene una persona non grata. Quel bambino che Brad forse violenterà rappresenta una colpa, una sofferenza, anche per Michele. L’abuso sessuale è soltanto uno dei diversi scandali che è possibile incontrare. Il vero e principale scandalo del libro si trova nelle ultime righe, quando Brad registra il dialogo di due viandanti arabi che per un’intera giornata parlano di una macchina rossa che è passata dinanzi ai loro occhi. Un’umanità che parla così, soltanto di ciò che accade, incapace di dire e pensare altro, spinta soltanto a riempire in modo idiota il proprio cervello: questo è lo scandalo più atroce. L’abuso sessuale è certamente un’aberrazione, ma è l’unico scandalo che viene decodificato dall’Occidente con più facilità e viene stigmatizzato con ardore proprio perché non mette in discussione il proprio essere. Non lascia emergere la parte non grata di se stesso.

Nei tuoi libri tratti di occidentali che vanno in Africa, mai di africani ed arabi che vanno in Occidente, seppur quest’ultima è cosa più diffusa. Come mai?
Ho raccontato la mia esperienza. Mi interessava poi raccontare di un intellettuale europeo che si scontrava con un mondo altro, della cui miseria in quanto occidentale ne era in qualche modo artefice seppur non colpevole. Gli arabi immigrati restano ciò che sono, è molto resistente l’animo arabo. Mantengono la loro identità. Non tentano neanche di mutarsi. L’occidentale invece è più permeabile, siamo più affascinati e tentati a modificare la nostra cultura. Sono molti i casi di conversione di italiani all’Islam, mentre sono rarissimi gli islamici che si convertono al cristianesimo...

Perché c’è questa resistenza?
Gli occidentali come base culturale hanno... gli elettrodomestici: basta una réclame ben fatta e tutti cambiano marca di elettrodomestici, gli arabi... che amano molto gli elettrodomestici, sono meno invogliati ad abbracciare un’altra cultura. Hanno tempi diversi, più lenti. Gestazioni infinite, prima di mutare strada. Non mi ricordo di nessuno scrittore africano o arabo che appaia singolarmente attratto, almeno in un’opera, verso la cultura occidentale.

In questo continuo movimento, Marocco, Svezia, Etiopia, India, Israele, Tunisia, c’è stato forse in te un desiderio di fuga?
Andai in Etiopia in cerca di verità e di un libro da scrivere che, dopo Via da me, approfondisse la mia esperienza africana. Trovai la paura di quello che aveva affascinato la mia infanzia e di quanto stava accadendo allora nel 1970, mentre la contestazione giovanile entusiasmava le capitali europee. Con l’idea di scrivere un instant book presi centinaia di appunti, ma sentivo che per qualche ragione dovevo scrivere quel libro in Italia al cospetto di una società che voleva dimenticare. Sono semplicemente andato ovunque, e ovunque mi sono sempre sentito libero. In ogni luogo e in ogni viaggio non sono scappato ma ho affermato la mia libertà.

Gli autori che più ti hanno influenzato nella tua fase "africana" quali sono stati?
Sicuramente non André Gide, non lo sopporto, risulta essere un visitatore osceno. Degli arabi vede i culetti quando si arrampicano sulle palme. Jean Genet sicuramente sì. Genet ha compreso sino in fondo il mondo arabo e l’ha amato e detestato con la ragione ed il cuore, senza esotismi o romanticismi del testosterone. Di Paul Nizan ho seguito la sua ideologia. Mi riconosco in Aden Arabia, nel viaggio come scoperta dell’altro per svelare lo scandalo di se stessi. Ed infine Albert Camus. Lo straniero lo rileggo almeno una volta all’anno. Tutto è già detto lì!

Non rimane che parlare dell’altra tua produzione narrativa, quella attenta al mondo borghese.
Mi accorgo ora che son giunto ad un’ età anziana, che il mio lavoro si svolge in due tempi. Il tempo dei romanzi sulla borghesia italiana ed i romanzi africani di cui sino ad ora abbiamo parlato. Nel mio "ciclo" borghese i libri Gli ermellini [1954] Città dentro le mura [1957], Schiaccia il serpente [1964] e Interni borghesi [1966] analizzano il mondo borghese cui io stesso appartengo. Mentre la narrativa italiana osservava il mondo operaio e contadino in romanzi qualche volta bellissimi, io racconto della borghesia anni Cinquanta-Sessanta. In Passato prossimo (Meridiano Zero, 2003) scritto dopo il mio ritorno in Italia, narro la vicenda di un’alta borghesia, vissuta negli anni che vanno dal ’45 ai primi anni ’50. Lo scrittore Franois Mauriac mi ha molto influenzato in questa produzione, sopratutto come modo di narrare e come attenzione alla borghesia cattolica. Nei miei romanzi descrivo la naturale disumanità della borghesia. Odiavo la crudeltà della competizione borghese per raggiungere un certo livello di vita, disprezzavo la loro ideologia religiosa che confortava il loro agire. Sarà forse che io son sempre stato un pigro ....

L’ultimo romanzo che hai scritto, Junior, riprende il "ciclo borghese" della tua scrittura?
Junior racconta l’ascesa di una giovane borghesia provinciale avida e sensuale, nemica delle memorie paterne, ambientata dal 1947 fino agli anni ’90. Il libro uscirà per Meridiano Zero, come anche gli altri romanzi del ciclo borghese.

Parlami di Rossellini...
Rossellini è il regista che più amo. Molta mia letteratura deve al suo modo di girare i film. Non bisogna dimenticare che una delle scene più belle di Roma città aperta, dove la Magnani si divincola e corre verso il camion di prigionieri tra cui c’è il suo uomo, io la vidi svolgere sotto i miei occhi. Rossellini riprese una vicenda che io vissi in prima persona. Mia madre era tra le donne che presenti al rastrellamento tedesco tentavano di divincolarsi per correre verso il camion. Mia madre e decine di altre donne furono malmenate dai tedeschi. Una scena che Rossellini ha eternato nel suo capolavoro.

La tua produzione borghese è stata amata molto da Aldo Palazzeschi, vero?
Aldo Palazzeschi è l’unico che mi ha amato. Gli altri scrittori del tempo mi hanno del tutto ignorato. Conoscevo per ragioni mondane, anche se è un orrida parola, Leda Mastrocinque che era frequentata da tutti, Pasolini. Moravia, Morante. Io ero troppo bello per essere preso sul serio da loro. Gli scrittori non hanno diritto d’esser belli, io ero bello e ciò mi bastava... Ovviamente queste sono sciocchezze.

Hai conosciuto Palazzeschi?
Certo. Palazzeschi mi diede il Premio Roma per inediti. Premiò il libro Gli ermellini. Stavo sotto la doccia, mia madre bussò al bagno dicendomi "Mauro, c’è Palazzeschi che ti vuole al telefono". Se mi avesse telefonato Greta Garbo sarei stato meno stupito. Palazzeschi mi annunciò che avevo avuto il Premio Roma e aggiunse "io non vado in genere alle cerimonie ma per conoscerla sarei disposto a venire". Ci demmo appuntamento sotto le scale del Campidoglio. Arrivai carico d’ansia e vidi questo pappagallino ormai vecchio che mi si appoggiò al braccio.

Prima hai elencato Gide, Genet, Nizan, Camus. Gli scrittori italiani ti sono indifferenti?
Tozzi e Palazzeschi sono gli unici grandi scrittori che ho amato. Nessuno è al loro altissimo livello.

Di tutti i tuoi viaggi, del tuo nomadismo reale e culturale, cosa ti rimane ora, sommando tutto?
Beh, innanzitutto un figlio. Ho adottato un ragazzo indiano, e ora ho due splendidi nipoti. Poi mi rimane una qualche spiritualità. Io non mi sento ateo ma partecipe di ogni cultura. So di avere una religione, non so quale. Io mi lascio molto influenzare. Per esempio in India sentivo i motivi della religiosità indiana, in Maghreb la sensuale cultura islamica mi ha conquistato e la cultura ebraica mi ha toccato moltissimo. Il cattolicesimo l’ho detestato.

Il posto in cui ti saresti fermato a vivere?
La costiera amalfitana! Ci sono andato una prima volta e lo considerai il posto più bello del mondo. Credevo però che tale giudizio fosse dato dal fatto che ero giovane e non conoscevo nulla. Ci ritornai con Irene Brin dopo aver viaggiato per mezzo mondo e frequentato isole e coste stupende. Confermai a me stesso che la costiera amalfitana è il posto più bello in assoluto.

Roberto Saviano