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Sangue innocente
Christopher Dickey


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Buscadero n.227, settembre 2001

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Dopo i non pochi figli d’arte del rock’n’roll, eccone uno che arriva dalla letteratura. Christopher Dickey è infatti figlio di James, già autore di Dove porta il fiume (un titolo Mondadori, e sarebbe ora di ristamparlo), romanzo da cui è stato poi tratto un film fondamentale per capire la wilderness americana (della natura, ma non solo), ovvero Un tranquillo week-end di paura di John Boorman. Del padre (scomparso nel 1997) è stato pubblicato Oceano Bianco (Garzanti, lo scorso anno), mentre del figlio arriva adesso questo ottimo Sangue Innocente. Già corrispondente di guerra (ha vissuto oltre un anno con un gruppo di contras, esperienza che non è augurabile nemmeno al proprio peggior nemico), attualmente responsabile dell’ufficio parigino di Newseek (bella vita) Christopher Dickey con Sangue Innocente coltiva un personaggio, Kurt Kurtovic, votato a fare esplodere le contraddizioni della cultura americana, che lo stesso protagonista sintetizza così: "Le dinamiche dell’immigrazione non sono così importanti, in America, una volta che ci sei arrivato". Gli intrecci storici, politici, in gran parte anche militari che scorrono insieme al Sangue Innocente portano a svelare situazioni paradossali vissute dall’America nel suo ruolo di guardiano mondiale, con tutti i contorni di paranoie, paure, ossessioni varie. Però non c’è soltanto questo in Sangue Innocente, titolo che ha due o tre strati di significato da svelare. Una grossa mano ce la può dare lo stesso Christopher Dickey che in un’intervista ha così spiegato la natura di Sangue Innocente: "È un romanzo sul terrorismo. Volevo scrivere di un terrorista musulmano, ma volevo togliere completamente gli elementi razzisti dell’analisi. Non volevo che i lettori vedessero subito un arabo dalla pelle scura, un tipico cliché. Così ho immaginato un ragazzo cresciuto nel Kansas, i cui genitori erano immigrati Jugoslavi dei tardi anni Quaranta. Una famiglia sfasciata: la madre alcolizzata, un padre morto giovane, lui che entra nell’esercito e diventa un ranger e parte per la guerra del Golfo, senza aver coscienza del fatto che il padre era musulmano. Poi quando muore la madre, scopre le sue radici in Bosnia e decide di riportare la guerra in America. Il fatto strano è che sono partito con l’idea di scrivere un libro sul terrorismo e sono finito per costruire una storia che parla di famiglie a pezzi, di alienazione e legami negati, di ricerca delle proprie radici, in tondo". Kurt Kurtovic, il suo alter ego in Sangue Innocente ha sintetizzato la questione così: "Non sei il tuo indirizzo", e nel suo vagare per quattro continenti alla ricerca del proprio passato scopre una trama esplosiva di paradossi e congiunzioni. Finale che si articola in due segmenti: il primo che sembra già scritto per una versione cinematografica e l’happy end che tutti si aspettano; il secondo, più inquietante, è quello che tutti temono. Come si dice in questi casi, buon sangue non mente.

Marco Denti


Carmilla, 29.6.2004

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"Guerra batteriologica? Il virus migliore è quello del vaiolo, come mi hanno confermato all’istituto Pasteur di Parigi. Ormai non si vaccina più nessuno e in tanti possiedono il virus attivo, ufficialmente solo per la ricerca. Ma chi ci assicura che non lo abbia anche Saddam Hussein?". Chi parla è Christopher Dickey, inviato di Newsweek e prima del Washington Post, che ha pubblicato nel ’97 Innocent blood, tradotto in Italia da Meridiano zero come Sangue innocente, un romanzo che racconta l’evoluzione di un americano di origini musulmane in terrorista.

Negli Usa, il ministero della Sanità ha ordinato 40 milioni di vaccini contro il vaiolo. Si teme un attacco come nel libro...
"Certo, è il virus più facile da usare in un attacco terroristico. Molto meglio di quello di altre malattie. E poi basta un frigorifero per conservarlo".

Il sogno americano ha ancora senso?
"Certo. Sono americano e orgoglioso di esserlo. Ma penso che l’America deve capire che il sistema mondo così non funziona. Altrove la gente pensa che è la fede, la famiglia, la cultura, la storia che ti rende quello che sei; mentre da noi è il futuro. Usiamo la storia o il nostro passato solo per costruire il futuro. Il resto del mondo ci considera materialisti perché finisce che tutto si misura sul successo, sulle cose che possiedi, sui soldi che hai. Certo è una generalizzazione, ma la nostra società funziona così. E ha funzionato meravigliosamente per creare la prosperità e il benessere, ma questo ci impedisce di capire il resto del mondo dove quel che hai non è quel che sei".

Quando ha realizzato questo?
"Gradualmente. Intanto vivo fuori dall’America da 21 anni e ho avuto l’occasione di capire altri modi di vivere. Poi ci sono stati episodi come il terremoto in Iran del ’90 dove morirono 40 mila persone e furono distrutti interi villaggi. Quando chiedevo: quanti sono morti nella tua famiglia? Mi dicevano 123, 68, 94. Pensavo che non avessero capito. Invece ero io che non capivo. L’America per famiglia intende i figli che ha o la casa che possiede, i titoli di studio. La famiglia è un’espressione di te stesso. Invece nel resto del mondo tu sei un’espressione della famiglia, una famiglia estesa. Noi parliamo di clan, tribù o mafia, sempre in un’accezione negativa".

In Sangue innocente Kurtovic, il protagonista, vive Panama, la guerra del Golfo, la Bosnia: era là come reporter?
"Sono stato un po’ in Bosnia e nel Golfo. A Panama ho visitato anche il bunker di Noriega molto tempo prima della sua cattura, la descrizione è fedele".

Qual è ora il ruolo del reporter? La guerra non diventa sempre più invisibile?
"La guerra del Golfo è stata la più invisibile. Ormai il governo americano fa di tutto per non avere i giornalisti tra i piedi, neppure quelli americani. Penso che la guerra afghana sarà ancora più virtuale".

In Sangue innocente, una ricercatrice del Council, Chantal, cerca di mettere in guardia i suoi colleghi sulla pericolosità del terrorismo e di Saddam Hussein. Esiste Chantal?
"C’è in America una ricercatrice che segnala da più di dieci anni la deriva terroristica dell’Iraq. Si chiama Laurie Mylroie e lo scorso anno ha pubblicato un libro. Chantal non è basata su Mylroie, ma non è stata ascoltata come lei".

All’inizio degli anni ’90, il terrorismo sembrava ’una cosa degli anni ottanta’, come scrive?
"Esatto, nel ’92, prima dell’attentato al Wto. E dopo l’attentato in cui siamo solo stati molto fortunati, ci siamo dimenticato tutto, forse per un’autodifesa".

Il terrorismo nasce dentro l’America?
"Nasce nella gente che sente un vuoto, che si sente inutile. Non hanno famiglia, non hanno carriera, non hanno soldi per colmare quel vuoto. L’americanizzazione del mondo ha replicato il senso di solitudine e inadeguatezza in altre civiltà del pianeta. Chi ha fatto l’attentato alle Torri gemelle era gente americanizzata, occidentalizzata che sentiva quel vuoto, quella solitudine, quella rabbia".

La soluzione è cambiare la politica estera americana?
"No, assolutamente. Non dipende da quello. Gli americani devono pensare che non sono l’ombelico del mondo, che è il cielo non è sempre blu, ma che ci possono essere anche tempeste e difficoltà".

Lei era a New York durante gli attentati dell’11 settembre. Che cosa si porta dentro?
"È uscito il meglio dell’America, è uscito un senso incredibile di appartenenza alla comunità. Ma dobbiamo capire che facciamo parte di un mondo più grande che spesso non ha niente a che fare con quello che viviamo a casa e che dobbiamo capire. Nella prima e seconda guerra l’America ha giocato un ruolo importante e costruttivo. Durante la guerra fredda poi non c’era niente da capire. Ora invece dobbiamo capire".

Alessandra Fava


D la Repubblica delle Donne, 2.10.2001

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Il libro più tragicamente attuale della settimana è uscito lo scorso giugno ed è stato scritto nel ’97. Ma è tutt’altro che una coincidenza, perché Christopher Dickey, l’autore di Sangue innocente, è tra i migliori specialisti di terrorismo internazionale, oggi capo della redazione parigina di Newsweek e già reporter di Medioriente.
Nelle sue pagine c’è un terribile attentato al cuore degli Usa, ma soprattutto una rete interna di terroristi il cui fulcro è un reduce americano della guerra del Golfo di origini bosniache. Nel deserto esistenziale in cui l’hanno precipitato troppe guerre personali perse e battaglie sul campo malamente vinte, Kurtovic trova un’oasi nella fede islamica del padre. E ragioni incontenibili d’odio nella interpretazione violenta dei precetti della Jihad.

Maurizio Bono


il Foglio, 28.7.05

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"Sangue innocente" di Christopher Dickey, scritto nel 1997, è un’impressionante sequela di premonizioni sul jihad

Il libro che ha parlato dell’11 settembre prima che accadesse

Milano. Ora si indaga sul rafting. Per scoprire se la gita in gommone dei kamikaze Mohammad Silique Kahn e Shahzad Tanweer fu un ultimo gesto da ragazzi normali che si tengono in forma pagaiando sulle rapide oppure fu un’astuta manovra per incontrarsi senza allarmare l’intelligence britannica.
La seconda ipotesi è probabilmente quella vera. Non lo diciamo perché siamo pessimisti. Lo diciamo perché abbiamo letto "Sangue innocente": il romanzo di Christopher Dickey che racconta un terrorista biondo e dagli occhi azzurri, dotato di passaporto americano e originario del Kansas.
Luogo dove "era già difficile essere cattolici". Figuriamoci musulmani. Eppure accade. L’ex marine Kurt Kurtovic, dopo aver dato la caccia a Noriega e combattuto la prima guerra del Golfo, eredita dal padre bosniaco una copia del Corano. Di lì a pochi mesi si converte. Va in Bosnia per ritrovare le sue radici e viene arruolato tra i guerrieri del jihad. Alla fine del libro sappiamo che conserva nel freezer l’arma batteriologica per sferrare l’ultimo attacco al cuore dell’occidente. Non antrace ma vaiolo. Nel mezzo, l’attentato al World Trade Center del 1993, giusto due anni dopo la resa di Saddam Hussein. Avrebbe dovuto far più morti, ma qualcosa andò storto. Gli errori e gli intoppi verranno risoltial secondo tentativo, con il risultato che sappiamo. Detto così, sembra un esercizio di fantaterrorismo. Architettato senza troppo buon gusto da un romanziere che sa come sono andate le cose e ci ricama sopra per guadagnarsi un posticino in classifica. (Forse anche per chiudere un conticino con papà James Dickey, che scrisse "Un tranquillo week end di paura"). Ma "Sangue innocente" è stato scritto nel 1997, ed è stato pubblicato in italiano da meridianozero nel maggio 2001, come si legge sul "finito di stampare". Detto in quest’altro modo, sembra anche peggio. E infatti Christopher Dickey, dopo il crollo delle torri, una lunga chiacchierata con le forze antiterrorismo se l’è dovuta fare. L’idea del romanzo, ha spiegato a loro (e poi ai giornalisti) nasce da qualche decennio di frequentazione dei paesi arabi, come giornalista di Newsweek.
"Sangue innocente" faceva venire la pelle d’oca quando lo abbiamo letto la prima volta, all’indomani dell’11 settembre. Rileggerlo dopo gli attentati di Londra è ancora peggio: perché i giovanotti del rafting sono tali e quali a Kurt Kurtovic. Non provengono dai ghetti, sono stati allevati da padri e madri in pace con l’occidente e la modernità. Le pagine più tremende riguardano il Corano, che viene portato in Kuwait e nascosto sotto il materasso "come una rivista porno". Ma quando l’amico e commilitone Jenkins muore, quando Kurt si ritrova allo sbando, non legato a niente e a nessuno, ha un effetto dirompente. La sura fatale recita "Ogni anima conoscerà il sapore della morte". Segue spiegazione. "Sentii quello che avevo bisogno di sentire. In quella frase del Corano trovai un’anima che assaporava la vita. E se assaporava anche la morte, era solo un’esperienza fondamentale nella vita di quell’anima. La mia anima". Brividi? C’è dell’altro: "La rivelazione ti fa vibrare ogni nervo. Ti porta la vita e ti toglie la paura della morte. Ti dà pace. Dentro di me sentivo una gioia che non ricordavo da molto tempo. Chiusi il libro. Avevo trovato qualcosa da tenermi stretto. E che mi sarebbe servito a lungo". Conclusione: "L’islam ti dà orgoglio. Ti dà un posto nell’universo". Tornato in America Kurt rimorchia una ragazza, fa l’amore con lei, e il giorno dopo si sente "profondamente e disperatamente sporco". "E’ ora che tu sappia cos’è il jihad" spiega a Kurt il nuovo amico Rashid, incontrato al campo di addestramento in Bosnia. Primo punto: "Non è solo predicando che si diffonde la parola di Allah e si convertono gli infedeli". Secondo: "Gli americani sono un popolo arrogante, che vive nel peccato. Un giorno conosceranno una forza più grande della loro." Terzo: "Se andare alla moschea dà troppo nell’occhio, basta pregare in rete, dove esistono moschee virtuali, i siti della Cyber Jihad". Il rafting non era previsto, ma si inserisce a meraviglia nel devastante disegno, che ora minaccia tutti gli occidentali.


il Foglio, 27.10.2001

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Versetti della Bibbia e del Corano scandiscono Sangue innocente. Scritto nel 1997 da Christopher Dickey, è il più tragicamente profetico tra tutti i romanzi che hanno immaginato l’attacco al cuore dell’America. Paul Auster, in Leviatano aveva raccontato la storia di Benjamin Sachs, terrorista che fa saltare in aria una dopo l’altra le copie della Statua della Libertà sparse negli Stati Uniti. Tom Clancy aveva mandato un aereo a schiantarsi contro il Campidoglio, Thomas Harris (molto prima di scrivere Il silenzio degli innocenti) aveva riunito 80.000 persone in uno stadio di baseball a New Orleans, sotto la minaccia di un pericoloso bombarolo. Dickey invece punta il mirino sulle Twin Towers (di questo libro uscito a maggio aveva già parlato, ma prima dell’11 settembre). Rievoca l’attentato del 1993 al World Trade Center, e fa dire al terrorista che in realtà si era trattato di un colossale fallimento: "L’obiettivo era uccidere migliaia di persone, non soltanto sei".
Non è l’unica pagina che fa venire i brividi. Sangue innocente (il titolo viene da un passo di Giona. "Non imputarci sangue innocente, perchè tu, o Signore, hai fatto come ti è piaciuto") sceglie il punto di vista del kamikaze. Si chiama Kurt Kurtovic, nato nel Kansas da padre jugoslavo, anticomunista emigrato. Kurt, che non sa ancora di essere musulmano si arruola nei marines. Siamo a metà degli anni 90. La prima missione è Panama, la seconda il Kuwait. Lì i soldati americani, per sfuggire al nemico, trovano rifugio in un parco di divertimenti, ovvero la risposta degli sceicchi a Disneyland. La satira in puro stile Mash può apparire di questi tempi oltraggiosa. Ma non è un buon motivo per piantare a metà il romanzo di Christopher Dickey (figlio di quel James Dickey che scrisse Un tranquillo week end di paura). Il peggio deve venire. Quando papà muore, lascia in eredità una sola cosa: una copia del Corano, che Kurt porta con sé nel deserto. Muore (male) anche il commilitone Jenkins, e il giovanotto, che ora inizia a essere curioso delle sue origini, comincia a leggere il sacro testo. Quando si imbatte nella frase: "Ogni anima conoscerà il sapore della morte", arriva la folgorazione. Perché "L’anima musulmana provava cose concrete. Non era lontana quanto quella di cui avevo sentito parlare in chiesa, o dei predicatori televisivi". E ancora: "Erano regole dettate da Dio, ma fatte per noi. Per gente che provava sul serio amore e rabbia, lussuria e fame, felicità e paura".
"L’Islam ti dà il tuo posto nell’universo" conclude l’ex sbandato Kurt. E se ne va in Bosnia. Ufficialmente, per vedere il paesello del genitore. In realtà, prende contatto con i mujahiddin, i ’Rambo di Dio’. Quando ritorna negli Usa, è un terrorista fatto e finito. Abile, spietato, per di più con la fortuna di avere i capelli biondi e la pelle chiara. Mai nessuno si sognerebbe di fermare un tipo così in un aeroporto. "Il bianco li acceca" spiega Kurt. "Abbiamo portato il fuoco, ora tocca all’inondazione e alla pestilenza". Con queste parole il terrorista e il suo gruppo (che oltre a bombardare le torri progettavano di allagare lo Holland Tunnel tra l’isola di Manhattan e il New Jersey) annunciano l’escalation. Sangue innocente si chiude sulla minaccia della guerra batteriologica. Per cominciare, si fanno ipotesi sui laboratori clandestini che ancora potrebbero conservare il virus del vaiolo, dopo che l’Oms, nel 1980, ha dichiarato debellata la malattia. Poi veniamo a sapere che "la spada dell’angelo sterminatore" (un barattolino capace di impestare con il virus migliaia di persone) sta nel freezer di Kurt, che si tiene in contatto con i fratelli attraverso il sito Cyber Jihad, e ogni venerdì prega in una moschea virtuale su Internet. La sola cosa che non ha ancora deciso è il momento dell’attacco: se le Olimpiadi, o magari l’inizio del nuovo millennio.


la Gazzetta del Mezzogiorno, 14.9.2001

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E un americano islamico seminò il terrore
Nel romanzo
Sangue innocente un ranger, figlio di uno jugoslavo musulmano, torna negli Usa per scatenare la ’guerra totale’

Vent’anni fa Christopher Dickey, allora giovane inviato, s’infiltrò tra i contras del Nicaragua. Visse un anno insieme a loro, e alla fine raccontò la sua esperienza in un reportage che, oltre a diventare un best-seller, creò non pochi grattacapi alla CIA e al governo americano, tradizionali foraggiatori della guerra anticomunista. Nel ’97 Dickey, nel frattempo diventato firma di primo piano della Washington Post, scrisse il suo primo romanzo. S’intitola Sangue innocente ed è stato appena tradotto in Italia per i tipi di Meridiano zero.
Questa la trama: Kurt Kurtovic, ex-ranger nauseato da quell’esercito nel quale si era illuso di trovare una famiglia e in nome del quale ha compiuto missioni speciali con licnza di uccidere, torna in Bosnia alla ricerca delle sue radici. Kurt è, infatti, figlio di un emigrato jugoslavo di fede musulmana. I massacri ai quali assiste, compiuti nell’indifferenza generale del ricco ed evoluto Occidente, e la conoscenza con un sofisticato e affascinante guerrigliero, lo spagnolo tra le braccia dei gruppi islamici radicali che hanno dichiarato guerra totale contro gli Stati Uniti, il Grande Satana.
E quando ritorrna nel suo Kansas, Kurt è pronto a insanguinare l’America, una terra che non riconosce più come la sua patria. Sangue innocente è uno di quei libri che lasciano il segno. Una narrazione tesa e coinvolgente, in cui la riflessione sui drammi del presente si mescola sapientemene con gli ingredienti classici del grande romanzo d’avventura. Abbiamo incontrato Dickey, attualmente a capo della redazione parigina di Newsweek, durante uno dei suoi frequenti soggiorni italiani (sua moglie è di origini abruzzesi).

Mr Dickey, l’idea di un terrorista antiamericano made in USA, oltre che sconvolgente per i suoi ettori, si è rivelata profetica...
"Già Timothy McVeigh (giustiziato di recente per un clamoroso attentato, ndr) è venuto dopo... in realtà, ciò che mi interessava era scuotere gli americani. Vede, è difficilissimo, se non impossibile, convincere un cittadino americano che tutto ciò che accade al di fuori del suo paese può non soltanto essere importante, ma anche tragico, e ingiusto. Gli americani non hanno il minimo interesse per il resto del mondo. Il senso dell’unicità, del privilegio di essere americano è qualcosa che succhi insieme al latte materno. Soprattutto, gli americani non riescono a capire le ragioni di tanto odio antiamericano. Ma se il terrorista, invece di essere palestinese, o curdo, è un ragazzo biondo e americano come te... se invece di venire dallo spazio profondo ha fatto le tue stesse scuole, ha giocato a baseball, parla la tua lingua... beh, allora le cose cambiano. E sei costretto a riflettere, a farti delle domande".

Chiarissimo. Questo spiega anche perché Kurt Kurtovic, prima di essere un terrorista, quindi una macchina per uccidere, è soprattutto un essere umano che lei svela con notevole acume psicologico...
"Personalmente, non ho nessuna simpatia per i terroristi, ci mancherebbe! Ma passo la maggior parte del mio tempo con gente fieramente indignata contro gli americani, e riesco a capire la loro rabbia."

Che cosa non va, nel profondo, in America?
"Molte cose. Nella dichiarazione d’Indipendenza c’è scritto che tutti gli uomini sono uguali. E questa è una delle frasi-chiave per capire l’America, le grandi opportunità che offre a chiunque. Ma poi c’è un’altra frase che va detta, il rovescio della medaglia: ’ciascuno per sé’. L’America è un paese di solitudini, dove tutti cercano disperatamente un’appartenenza. In Europa, in Italia, in particolare, è molto diverso. Qui si è una famiglia, si appartiene a una famiglia. In America si dice: io ho una famiglia. Ce l’ho perché me la sono fatta io, con le mie sole forze. Nessuno me l’ha data. E poi la povertà! Nel paese più ricco del mondo non dovrebbero esserci così tanti poveri. È ingiustizia radicale, che non dovremmo permettere."

Colpa dei ricchi?
"I ricchi! Alcuni di loro sono autentici mostri, altri sanno spendere bene, nell’interesse della collettività. Penso piuttosto che sia compito del governo intervenire per rimuovere le cause della povertà. Penso a quanta necessità abbiamo di una forte istruzione. Il guaio è che servono bravi maestri, e i bravi maestri costano."

A sentirla parlare, Mr Dickey, si direbbe che in America circoli una gran voglia di stato sociale. Proprio mentre in Europa ci si interroga su come liberarsene per poter meglio fronteggiare la globalizzazione.
"La globalizzazione è come il colonialismo britannico. Il segreto sta nel far credere alla gente che ha bisogno di qualcosa che in realtà non gli serve affatto. Solo che oggi, a differenza di ieri, si globalizza non con la violenza, ma con le griffe."

Non c’è da stare allegri, insomma!
"La situazione non autorizza l’ottimismo. La prosperità si diffonde lentamente, ma è economica, non aiuta certo la pace interiore. Essere più ricchi non significa necessariamente essere più felici. Le mie uniche speranze sono riposte nel dinamismo della società americana, nella sua costante tensione verso il futuro. Noi non ci fermiamo mai. Questo comporterà, deve comportare dei cambiamenti. Anche se, attualmente, siamo dominati da un’oligarchia - giornalisti inclusi - che guarda con sospetto alla gente."

Un’ultima domanda: che cosa ne pensano gli americani dell’Italia?
"Da noi si ha una pessima opinione dell’instabilità politica e dell’emotività italiana. Ma nel contempo c’è una tremenda simpatia per il romanticismo degli italiani, per il vostro culto della famiglia. Sa qual è il programma televisivo di maggior successo in questo momento? I Soprano! "

Giancarlo De Cataldo


il Gazzettino, 19.7.01

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Il soldato si ribella e diventa terrorista
Appena terminate le scuole, Kurt Kurtovic lascia il paesino del Kansas per arruolarsi nell’esercito: figlio di immigrati originari dell’ex Jugoslavia, Kurt fa dello spirito di corpo dell’esercito il suo credo, che non vacilla mai neppure dopo le missioni più dure. Ma sulle autostrade del Kuwait, dove deve ripulire dai cadaveri i convogli iracheni colpiti dalle armi chimiche, la coscienza di Kurt rimane scossa.
Combattere e uccidere per chi?
Lasciato l’esercito per recarsi in Bosnia alla riscoperta delle proprie radici, viene avvicinato da un personaggio che lo coinvolge in un’altra guerra, quella contro l’America.
Inviato nelle zone più calde del pianeta per Newsweek e il Washington Post, Christopher Dickey crea un romanzo teso e realista, viaggio nella spaventosa logica della violenza e del fanatismo e cruda esplorazione delle zone più oscure della psiche americana.

Chiara Pavan


Liberazione, 18.11.01

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Quando l’odio è una professione
Il corto circuito della storia che si specchia nell’odio, nella guerra, nella fine di ogni speranza. Sangue Innocente il romanzo appena pubblicato da Christopher Dickey si inscrive in quel filone ultramoderno della letteratura noir o post-poliziesca che utilizza i canoni narrativi del ’giallo’ per raccontare la realtà sociale, i ritmi urbani e descrivere il mondo che si profila in questa alba di un nuovo millennio. Nella forma di quel nuovo romanzo d’avventura globale, che è secondo Paco Ignacio Taibo II la miglior definizione del noir contemporaneo, prende corpo una vicenda che non potrebbe risultare più attuale e, proprio per questo, inquietante. Una andata e ritomo da quell’inferno di guerra totale e odio fondamentalista che ha invaso, con ancora maggiore impetoto, anche rispetto a un recente passato di orrori, la nostra cronaca quotidiana nell’ultima settimana. La storia di Kurt Kurtovic, ragazzo nato nel Kansas da una famiglia di origine bosniaca, trasformato in una macchina da guerra senza esitazioni del corpo marines e passato per l’inferno di Panama City e della Guerra del Golfo, ha infatti un epilogo che sembra tratto dai reportage sulle macerie fumanti delle Twin Towers. Secondo un itinerario che il sociologo francese Denis Duclos ha definito come il "complesso del lupo mannaro" della società americana, nel protagonista di Sangue Innocente implode il carico di violenza reale e simbolica che lo aveva trasformato in un eroe della patria a stelle e strisce. Sulle tracce delle sue radici balcaniche finisce per incontrare in una Bosnia sventrata da dieci anni di guerra civile i gruppi armati del fondamentalismo islamico e unirsi a loro. Le battaglie nel deserto del Kuwait avevano posto Kurtovic di fronte a molti quesiti e la prima risposta troverà la forma di una crisi di identità, fino alla completa negazione del proprio passato di giovane americano.
L’ epilogo della vicenda è nuovamente, e in maniera sinistra, più che attuale: trasformatosi in un "folle di Dio" l’ex sottufficiale dei corpi scelti dell’esercito americano sarà ordinato di tornare negli Usa, ma questa volta per cercare di distruggere il paese in cui era nato e cresciuto. La guerra e la distruzione imparata nella divisa mimetica dei marines sui campi di battaglia di mezzo mondo torna a casa nella pelle di questo tragico Rambo. Ma non si deve pensare che il senso della vicenda narrata descriva identità e mondi come realtà inseparabili e contrapposte, quanto piuttosto segnalare come quel "sangue innocente" versato in ogni guerra appartiene anche a tutti i soldati perduti cresciuti in un mondo che ha fatto della violenza e dell’odio una professione e una cultura.

Guido Caldiron


il manifesto, 13.10.01

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Sulle orme della guerra santa

"Il cammino che porta ai campi di addestramento afghani inizia, per molti, a casa, davanti alla televisione, quando ciò che vedono li convince che i musulmani vengono aggrediti, umiliati, annientati ovunque nel mondo, che sia dai serbi in Bosnia, dai russi in Cecenia, dagli Indù in Kashmir o dagli israeliani in Palestina". Così Christopher Dickey ha descritto su Newsweek, subito dopo l’attentato alle Torri gemelle, la possibile genesi di un ’Terrorista islamico’.
L’aveva già fatto nel 1997 quando con Innocent blood previde l’attacco al cuore degli Usa: non "una soap-opera, come Oklahoma city", qualcosa di più, come uccidere migliaia di persone al World Trade Center , "perché gli americani capiscano cos’è la sofferenza".
Dickey, per anni inviato in Medio Oriente e in Centro America, giornalista prima del Washington Post e ora del Newsweek, conosce bene la vita nei campi di addestramento paramilitare o per terroristi: negli anni ’80 infiltrò i contras in Nicaragua, vise con loro per un anno e ne ricavò un best-seller non certo tra i più amati dalla Cia.
In Sangue innocente - la traduzione è stata appena pubblicata per i tipi di Meridiano zero - il giornalista statunitense descrive il percorso di un terrorista antiamericano che non viene da Gaza né da Kabul, ma dalle pianure del Kansas, "il regno dei pick-up, il cuore dell’America". Biondo, occhi azzurri, Kurt Kurtovic è il perfetto vicino di casa, tanto patriota da arruolarsi nei Rangers per combattere a Panama prima e in Kuwait poi. Con sé l’unico ricordo di suo padre, bosniaco, islamico non praticante, un piccolo Corano che lo cullerà nei momenti dell’orrore. Forse è per questo che, finita la guerra, parte per la Bosnia alla ricerca della sua famiglia d’origine. Incontrerà invece Rashid, mistico e affascinante personaggio che lo indrodurrà alla ’solidarietà islamica’, lo persuaderà all’ipocrisia americana (guerra del Golfo raccontata con "immagini da videogioco... nulla di quanto vedemmo sui monti Mutlaa. Mani senza corpo fuse con il volante, un ranger che urlava nella sabbia, mentre il fosforo gli bruciava i polmoni"), e infine, lo arruolerà nella jihad contro gli Usa.
Con Sangue innocente, fiction travolgente, a ritmi serrati, tesa e riflessiva allo stesso tempo, Dickey traccia il profilo del terrorista del futuro, quello che più fa paura all’America, quello che non puoi riconoscere dal colore della pelle. "I prossimi che combatteranno per la stessa causa saranno ancora più invisibili. Perché alcuni veterani che si sono addestrati in Afghanistan con bin Laden hanno testimoniato che nei campi ci sono svedesi, francesi, tedeschi", ha dichiarato l’autore in una intervista alla Stampa. Dickey suggerisce l’idea che siano figli di quelle solitudini che spesso proliferano nell’opulento Occidente: "Qui in America siamo tutti ’uno di famiglia’ - riflette il protagonista - perché la ’famiglia’ non significa molto. Non abbiamo famiglie, non abbiamo storia né legami con la nostra terra come succede alla gente del resto del mondo". E spesso il loro retroterra culturale è simile a quello del cognato del protagonista, con le sue "idee sulla purezza razziale, l’identità cristiana, il governo di occupazione sionista". Kurt non le condivide però, come non condivide con gli altri mujahiddin incontrati in Bosnia la medesima idea di jihad: "Erano ossessionati dalla morte. Si mettevano delle bandane verdi come se fossero il Rambo di Dio", anche se riconosce che "l’enorme, ignorante America era parte del male. Forse non il centro, come pensava Rashid, ma comunque una parte. Era indiscutibile".
Così si trasforma in un combattente di Dio, pronto ad armare la mano con la ’Spada dell’Angelo’. Non torna nel Kansas, però, ma si trasferisce a Jersey City, sulla riva dell’Hudson opposta a Manhattan, un buon punto per l’osservazione per la missione di morte che si appresta a compiere.
Il romanzo di Dickey, uscito quattro anni prima dell’attacco dell’11 settembre, suona come un tragico annuncio di quanto è poi accaduto nella realtà. Ma è negli Usa che il protagonista vede l’America di "coloro che da tempo avevano perso la partita e di coloro che la iniziavano adesso, brutali e violenti, alla ricerca di qualcosa che questo paese non gli avrebbe mai dato". Che non si questo il posto giusto per aspettare la chiamata di Dio?

Eleonora Martini


Pulp, luglio 2001

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Tra Medio Oriente e Centro America, la prosa giornalistica di Christopher Dickey – corrispondente estero di Newsweek e Washington Post – da anni si insinua nelle mappe più accidentate dei conflitti contemporanei. In nome del diritto di cronaca, certo, ma anche di una curiosità caparbia, tale da trasformare il reportage in biografia o in genere letterario. Così insegna la tradizione USA e così è stato per Dickey, primo reporter a documentare l’azione di un gruppo di contras durante la crisi panamense (With the contras, del 1987) e scrittore di fiction, dieci anni dopo, con Sangue innocente, dove nella materia densa ed esplosiva della storia confluiscono, tra l’altro, la conoscenza del mondo arabo e delle sue contraddizioni. Tanto che le sure del Corano, sin dalle prime pagine, duettano con la marcia cadenzata dei Rangers aviotrasportati statunitensi, il verbo di Allah si accorda al credo dei soldati, metaforizzando con forza l’intimo conflitto del protagonista e gli esiti eclatanti della sua privata jihad. Anche se nulla, nella vita di Kurt Kurtovic, sembra smentire all’inizio il cliché di un’ordinaria vocazione militare. La vita di provincia in Kansas, ’cuore dell’America’ wasp, l’aruolamento nel corpo dei Rangers, per trovare nell’esercito la solidità di una famiglia e nelle sue regole una disciplina morale. Nato per combattere e per uccidere, Kurt conosce il ’sapore della morte’ prima a Panama, poi in Kuwait, ma il richiamo del sangue e delle radici è più forte della fedeltà alla bandiera. Nella Bosnia musulmana, violata dagli orrori della pulizia etnica, le-ranger abbraccia la fede del padre, l’islamismo e le leggi impazzite del suo equivoco profeta, il palestinese Raschid. E, affiliato di una cellula terroristica islamica, prepara quel ’giorno del giudizio’ che metterà in ginocchio l’arroganza dell’America. Romanzo di ’formazione’, dunque, dalla scrittura tesa e magistrale (bastino i capitoli dedicati alla guerra del Golfo) che scansa con vigore gli stereotipi più abusati; ’un’autobiografia’ criminale in cui il terrorismo islamico ed estrema destra affondano nelle stesse ossessioni, in un’apologia della violenza che non vuole eroi ma martiri, e alla quale Kurt, ’Signore dei Mondi’ e ambiguo combattente, regirà, alla fine, in modo del tutto personale.

Ombretta Romei


la Repubblica, 10.12.01

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Usa, in un libro la vicenda di un ranger convertito alla Jihad
Ma Johnny il Taliban era una storia già scritta

La mattina in cui l’immagine stravolta di John Walker, interrogato dagli agenti della Cia nella fortezza prigione di Mazar-i-Sharif, mostrava all’America che il medioevo taliban aveva conquistato almeno uno dei suoi figli, il telefono di Christopher Dickey, corrispondente da Parigi del settimanale Newsweek, cominciò a suonare. "Chris, dì la verità: come facevi a saperlo?"; "Chris, abbiamo capito a cosa alludevi... Scrivevi che era possibile perché conoscevi la storia di Walker". Ora, Christopher Dickey sorride di quelle telefonate. Ma non troppo. Si rigira tra le mani una copia del suo Sangue innocente una profezia di 275 pagine scritte nel 1996, ma soltanto ora tradotte in Italia dalla piccola casa editrice Meridiano zero e presentate in uno degli spazi del ’Festival noir’. In quelle pagine, la storia immaginifica di un mujahiddin biondo e dagli occhi azzurri, Kurt Kurtovic. Nato in Kansas da immigrati bosniaci, arruolato come ranger nell’esercito degli Stati Uniti, macchina addestrata a uccidere a Panama e nel Golfo. Quindi, scheggia solitaria, impazzita, che nella scoperta del Corano (misteriosa eredità paterna) trova le ragioni per smettere la divisa dell’esercito americano, indossare quella del mujahiddin nel conflitto bosniaco e tornare negli Usa per dare la morte a migliaia di americani come lui al Worl Trade Center in un’apocalisse batteriologica.
Kurt non è mai esistito. Eppure di Kurt in carne e ossa l’incubo americano dell’attacco terroristico sembra improvvisamente affollarsi. Un ex sergente dei berretti verdi di origini egiziane, nome in codice ’Jeff’, è stato condannato per il primo attacco alle torri gemelle nel febbraio del ’93. La storia di Walker è notizia di neanche una settimana fa. "L’America per molto tempo non ha voluto vedere quel che aveva di fronte ai suoi occhi - spiega Dickey - il mio Kurt è un personaggio immaginario, ma le radici del suo odio, il percorso che lo trasforma in un mujahiddin era già scritto, è scritto nel grande vuoto nell’America di oggi. E lo choc dell’11 settembre rischia di essere dimenticato presto se il mio paese non farà i conti con il nulla americano in cui i tanti Kurt crescono".
Ma nelle parole di Dickey, come nelle pagine del suo libro, la scoperta del mujahiddin dagli occhi azzurri trova una spiegazione che nulla ha a che vedere con lo ’scontro tra civiltà’, con l’evocazione della Crociata. Dice Dickey: "La cultura americana è una cultura dell’avere. La cultura mediorientale è una cultura dell’appartenere. E quando non hai o non riesci a trovare qualcosa che valga la pena possedere, quando lo solitudine diventa il segno dominante della tua esistenza, l’appartenenza a una religione, a una fede, a un’idea diventano una sirena irresistibile. Il mio Kurt immaginario la scopre nella lettura del Corano, in Bosnia. Ma John Walker la scopre a Kandahar. Guardate la sua biografia. Ragionate sulla sua solitudine. E non dimenticatevi che il mio paese ha avuto il McVeigh di Okalhoma city. Non era un musulmano, ma era un altro disperato che aveva combattuto con la divisa dell’esercito americano nella guerra del Golfo...". Con molti mujahiddin dagli occhi azzurri - scommette oggi l’autore di Sangue innocente - l’America potrebbe presto dover cominciare a fare i conti.

Carlo Bonini


il Secolo XIX, 4.10.01

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"Attenti al virus del vaiolo"
"È un’arma della bioguerra e nessuno si vaccina più"

"Guerra batteriologica? Il virus migliore è quello del vaiolo, come mi hanno confermato all’istituto Pasteur di Parigi. Ormai non si vaccina più nessuno e in tanti possiedono il virus attivo, ufficialmente solo per la ricerca. Ma chi ci assicura che non lo abbia anche Saddam Hussein?".
Chi parla è Christopher Dickey, inviato di Newsweek e prima del Washington Post, che ha pubblicato nel ’97 Innocent blood, ora tradotto in Italia da Meridiano zero, un romanzo che racconta l’evoluzione di un americano di origini musulmane in terrorista.
Negli Usa, il ministero della Sanità ha ordinato 40 milioni di vaccini contro il vaiolo. Si teme un attacco come nel libro
"Certo, è il virus più facile da usare in un attacco terroristico. Molto meglio di quello di altre malattie. E poi basta un frigorifero per conservarlo".

Il sogno americano ha ancora senso?
"Certo. Sono americano e orgoglioso di esserlo. Ma penso che l’America deve capire che il sistema mondo così non funziona. Altrove la gente pensa che è la fede, la famiglia, la cultura, la storia che ti rende quello che sei; mentre da noi è il futuro. Usiamo la storia o il nostro passato solo per costruire il futuro. Il resto del mondo ci considera materialisti perché finisce che tutto si misura sul successo, sulle cose che possiedi, sui soldi che hai. Certo è una generalizzazione, ma la nostra società funziona così. E ha funzionato meravigliosamente per creare la prosperità e il benessere, ma questo ci impedisce di capire il resto del mondo dove quel che hai non è quel che sei".

Quando ha realizzato questo?
"Gradualmente. Intanto vivo fuori dall’America da 21 anni e ho avuto l’occasione di capire altri modi di vivere. Poi ci sono stati episodi come il terremoto in Iran del ’90 dove morirono 40 mila persone e furono distrutti interi villaggi. Quando chiedevo: quanti sono morti nella tua famiglia? Mi dicevano 123, 68, 94. Pensavo che non avessero capito. Invece ero io che non capivo. L’America per famiglia intende i figli che ha o la casa che possiede, i titoli di studio. La famiglia è un’espressione di te stesso. Invece nel resto del mondo tu sei un’espressione della famiglia, una famiglia estesa. Noi parliamo di clan, tribù o mafia, sempre in un’accezione negativa".

In Sangue innocente Kurtovic, il protagonista, vive Panama, la guerra del Golfo, la Bosnia: era là come reporter?
"Sono stato un po’ in Bosnia e nel Golfo. A Panama ho visitato anche il bunker di Noriega molto tempo prima della sua cattura, la descrizione è fedele".

Qual è ora il ruolo del reporter nel 2001? La guerra non diventa sempre più invisibile?
"La guerra del Golfo è stata la più invisibile. Ormai il governo americano fa di tutto per non avere i giornalisti tra i piedi, neppure quelli americani. Penso che la guerra afghana sarà ancora più virtuale".

In Sangue innocente, una ricercatrice del Council, Chantal, cerca di mettere in guardia i suoi colleghi sulla pericolosità del terrorismo e di Saddam Hussein. Esiste Chantal?
"C’è in America una ricercatrice che segnala da più di dieci anni la deriva terroristica dell’Iraq. Si chiama Laurie Mylroie e lo scorso anno ha pubblicato un libro. Chantal non è basata su Mylroie, ma non è stata ascoltata come lei".

All’inizio degli anni ’90, il terrorismo sembrava ’una cosa degli anni ottanta’, come scrive?
"Esatto, nel ’92, prima dell’attentato al Wto. E dopo l’attentato in cui siamo solo stati molto fortunati, ci siamo dimenticato tutto, forse per un’autodifesa".

Il terrorismo nasce dentro l’America?
"Nasce nella gente che sente un vuoto, che si sente inutile. Non hanno famiglia, non hanno carriera, non hanno soldi per colmare quel vuoto. L’americanizzazione del mondo ha replicato il senso di solitudine e inadeguatezza in altre civiltà del pianeta. Chi ha fatto l’attentato alle Torri gemelle era gente americanizzata, occidentalizzata che sentiva quel vuoto, quella solitudine, quella rabbia".

La soluzione è cambiare la politica estera americana?
"No, assolutamente. Non dipende da quello. Gli americani devono pensare che non sono l’ombelico del mondo, che è il cielo non è sempre blu, ma che ci possono essere anche tempeste e difficoltà".

Lei era a New York durante gli attentati dell’11 settembre. Che cosa si porta dentro?
"È uscito il meglio dell’America, è uscito un senso incredibile di appartenenza alla comunità. Ma dobbiamo capire che facciamo parte di un mondo più grande che spesso non ha niente a che fare con quello che viviamo a casa e che dobbiamo capire. Nella prima e seconda guerra l’America ha giocato un ruolo importante e costruttivo. Durante la guerra fredda poi non c’era niente da capire. Ora invece dobbiamo capire".

Alessandra Fava


la Stampa, 22.9.01

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I prossimi terroristi? Biondi e con gli occhi azzurri

L’aveva previsto in un romanzo del ’97. Che il terrorismo islamico avrebbe distrutto il World Trade Center per uccidere migliaia di persone. Perché occorreva qualcosa che scuotesse la coscienza americana. E non fosse come l’esplosione di Okalhoma city, metabolizzata come una soap opera in più nella tv verità. No, i terroristi che pensano di essere il braccio di Dio avevano in mente proprio quell’obiettivo simbolico. O un allagamento nell’Holland Tunnel o un’epidemia. Christopher Dickey, figlio del poeta James Dickey, giornalista di Newsweek, aveva intuito la strategia del terrore e raccontato nella fiction di Sangue innocente (uscito ora in Italia da Meridiano zero) una tragedia che è diventata realtà.
La storia del romanzo è nera e terribile. Ma nello stesso tempo anche candida e mistica. Il protagonista, Kurt Kurtovic, è uno dei tanti figli dell’America multietnica, cresciuto nel Kansas, in mezzo a pick up e ragazzone che giocano al sesso per noia nei cassoni dei camion. Si è arruolato nei marines. Ha partecipato alle guerre sporche dell’America. Ha combattuto e ucciso, Finché si è domandato il senso di tanto orrore. Per chi? Per quale patria? Per quale Dio? L’unica risposta l’ha trovata nel Corano che suo padre, bosniaco in fuga dal comunismo, gli ha lasciato prima di morire. Da lì, dalle scritture sacre, la seguente deriva verso l’integralismo più fanatico. Un’organizzazione terroristica lo ingaggia perché vede in lui il più pericoloso dei mujahiddin, un ragazzo americanissimo, dal curriculum integerrimo. Un perfetto combattente della ’nuova guerra’ che sta per colpire gli Stati Uniti, mimetizzato nella società civile. Anche in questo caso, una analisi confermata dall’agghiacciante complotto dell’11 settembre.
"Abbiamo capito che i terroristi islamici sono capaci di vivere come perfetti vicini di casa senza suscitare i minimi sospetti - dice Dickey -. I prossimi, che combatteranno per la stessa causa, saranno ancora più ’invisibili’. Saranno biondi e con gli occhi azzurri. Peché alcuni veterani che si sono addestrati in Afghanistan con Bin Ladn hanno testimoniato che nei campi ci sono svedesi, francesi, tedeschi".

In Sangue innocente, Dickey varca la linea d’ombra di un terrorista, entra nei suoi pensieri, nelle sue motivazioni più profonde. Là dove l’infinita fede in Dio si mescola con il risentimento verso l’arroganza secolarizzata dell’America. Lo fa parlare in prima persona, lo segue nella sua maturazione, quando prega, contatta i fratelli islamici attraverso internet, mentre cerca di capire il momento giusto per agire e come intendere il verbo di Dio. "In quindici anni di corrispondenza dai paesi arabi ho parlato con molte persone convinte di essere agenti della Provvidenza - dice -. Musulmani, cristiani, indù, ebrei, membri di oscure sette giapponesi... non fa grande differenza: quasi tutte le fedi hanno soldati di Dio pronti a suicidarsi nel nome del loro Signore. Anche le religioni secolari della democrazia, il fascismo, il comunismo, hanno mandato soldati in missioni che comportavano la morte sicura. Coloro che sono pronti a morire devono convincere se stessi e la propria gente di essere minacciati, di essere assediati dall’ingiustizia e dall’empietà. E convincere che attaccando renderanno il mondo migliore, più bello e più pacifico".
Pietà e rabbia. Sono le uniche due emozioni che gli americani provano nei confronti del mondo. E quando vengono colpiti direttamente perdono la testa. Non sanno più che fare, paralizzati dallo sdegno. Così pensa il terrorista immaginato e psicoanalizzato da Dickey. Così s’imagina nella finzione del romanzo. Ma nella realtà? Come reagirà il più grande e potente paese della Terra alla carneficina? "Ero a New York nel giorno dell’attacco e ho potuto percepire direttamente lo stato d’animo della gente - dice Dickey -. E sono sicuro che non si proverà più quella sensazione privilegiata di sicurezza conosciuta finora. Ma credo anche che gli Stati Uniti, dopo questa tragedia, diventeranno migliori. Quando gli americani sono attaccati scatenano un tremendo patriottismo. Può essere una cosa brutta. Può condurre alla xenofobia ignorante e brutale. Ma molto più spesso può essere qualcosa di tremendamente bello. Crea un enorme senso di comunione tra le persone che sono giunte negli Stati Uniti da tutte le parti del mondo perché volevano costruire un futuro basato sulla speranza e non sull’odio. Quando questa comunità è mobilitata intelligentemente, come successe alla fine della prima guerra mondiale e poi, di nuovo, nella seconda, è stata una potentissima forza del bene".

Bruno Ventavoli


www.stradanove.net, 20.9.01

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La Jihad colpisce l’ America

KURT KURTOVIC È COME DIRE ’KURT FIGLIO DI KURT’, e questo non ci dice proprio nulla sull’identità di un padre, anzi, sembra asserire l’identificazione di padre e figlio.
E Kurt, il protagonista di Sangue innocente, sa ben poco di suo padre: che è giunto nel 1947 negli Stati Uniti dalla Jugoslavia, che ha fatto arrivare la moglie da Zagabria, come per posta.
E’ solo quando sua madre muore che gli dà il Corano che era appartenuto a suo padre e Kurt, biondo e con gli occhi azzurri, scopre di essere figlio di un musulmano. Si arruola nei Rangers: un corpo scelto dell’ esercito il cui mestiere è la guerra.
Non bisogna pensare, bisogna uccidere, qualunque sia il nemico dichiarato dal governo. E bisogna imparare a separare la vita privata dal ’lavoro’.
Dalla guerra nella giungla, a Panama, alla guerra nel deserto, contro Saddam Hussein. E’ il 1990 e Kurt non dimenticherà più quello che ha visto: l’amico che muore per una bomba al fosforo; la Squadra di Pulizia che rende ’presentabile’ la scena della guerra: la massa vuole vedere uno spettacolo, la vittoria deve essere depurata e non disgustosa, avanti con la prossima guerra e il prossimo nemico.
E nel Kuwait Kurt apre il Corano e legge la frase ’ogni anima conoscerà il sapore della morte’ e riconosce la sua, di anima, in quelle parole. Inizia così la terza fase della sua vita: il ritorno nella terra di suo padre, l’ avvicinamento all’Islam.
Ancora un paese in guerra, la Bosnia. Musulmani eliminati dai serbi, pulizia etnica. Kurt è maturo per unirsi alla jihad, la guerra santa, convinto dall’ amico Rashid.
Nella jihad non si combatte il nemico, si combatte il male e parte del male è l’enorme, ignorante America.
Quarta fase: Kurt è la persona ideale ’per diffondere la parola di Dio in America’, perché è invisibile, il suo aspetto fisico lo pone al di sopra di ogni sospetto. Rashid ha in mano ’la Spada dell’Angelo del Signore’, un’arma segreta, in grado di uccidere centinaia di migliaia di persone.
Il ritmo del romanzo si fa sempre più accelerato, nell’ avvicinarsi del Giorno del Giudizio, e poi rallenta, aumentando la tensione allo spasimo in attesa dell’epilogo.
Lasciamo al lettore il gusto dei dettagli sulla Spada, sulla sua efficacia e sul quesito del futuro di Kurt, quando scopre di essere stato di nuovo usato come uno strumento di guerra.
Un ottimo Bildungsroman del XX secolo, scritto da Christopher Dickey, giornalista di Newsweek e di Washington Post. Un’anticipazione tragicamente profetica dell’ attentato terrorista di questo settembre.

Marilia Piccone


L’UNità, 21.7.01

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Nascita di un Genere: i gialli di guerra
Alla ricerca del colpevole nella Bosnia di fine Novecento

Un romanzo molto bello, intenso, davvero originale, pubblicato da un editore coraggioso e attento, che ogni tanto esula dal giallo tout court per proporre sentieri alternativi, in cui le tinte fosche della narrazione vanno cercate a fondo, nelle problematiche sociali e anche etiche, in una zona dove il mistero gioca al rilancio con il lato in ombra della vita. La guerra è l’elemento dominante di questo libro: le lotte politiche e religiose dell’ultimo scorcio di Novecento in Sangue Innocente, tra le bombe chimiche da Saddam Hussein e la "pulizia etnica" della Bosnia, quando la guerra era davvero a due passi dal nastro distratto benessere. La guerra, quindi, i massacri messi in atto con lucida determinazione, la follia dell’uomo quando indossa una divisa, l’incapacità – per i protagonisti – di accettare, seppure in modi diversi, queste ecatombi senza pietà, senza più un briciolo di umanità. Massacri e odio, paura e incapacità di astenersi dal gioco anche nel romanzo del giornalista americano Dickey, che parte da una situazione privata per giungere alla simbolica massificazione ddl’indifferenza generalizzata – quella si davvero globale – di fronte ai dolori delle guerre più recenti. Kurt Kurtovic è americano, alto e biondo, ma i genitori provengono dalla remota ex Jugoslavia. Cresce in un ambiente familiare disadorno e, morto il padre, reagisce alla solitudine e al nuovo matrimonio della madre arruolandosi nei Ranges.
Affronta i conflitti bellici più atroci in prima linea, tra i demolitori, dalla crisi di Panama alle stragi di Kuwait City, e sono pagine intrise di crudele intensità, di sangue, di morte. Ma la vera identità – il suo passato musulmano – Kurt la scopre durante il ritorno in Bosnia, alla ricerca delle radici. La devastazione davvero inspiegabile di quella guerra civile lo trasforma in una macchina di vendetta: torna in America deciso a cancellare i sorrisi dell’indifferenza dal benessere a stelle e strisce, pronto a mettere in atto massacri devastanti per ridare voce e significato a troppe morti inutili. I suoi piani rimangono ipotesi fino all’ultimo, ma è della feroce solitudine della sua follia che potremmo attenderci le notizie più catastrofiche. Lucido, intenso, colmo di orrori reali ma anche di umana partecipazione alle sorti disgraziate del protagonista, il romanzo è un atto d’accusa contro l’inettitudine delle grandi potenze di fronte ai genocidi autorizzati.
Sangue Innocente: la storia ci ha raggiunti e gli orrori, lungi dall’essere ridimensionati dall’esperienza, continuano a mostrarsi a piena pagina. E in questa indifferenza totale programmiamo il nostro futuro. La Storia non insegna, ma questo romanzo ci aiuta a ricordare, e si fa anche leggere con estrema partecipazione.

Sergio Pent


il Venerdì, 13.7.01

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Il percorso di un marine Usa d’origine bosniaca che ritrova la sua fede nella vita tra i terroristi slavi. Emozionante, vicino alla realtà.

Corrado Augias