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L’accordatore di destini
Salvio Formisano


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Bresciaoggi, 22.2.2007

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L’accordatore di destini opera prima tra la favola e il mito

Notevole l’opera prima di Salvio Formisano, L’accordatore di destini, che ha la delicatezza della favola e l’icasticità del mito tragico. Qui la cornice è Napoli, mentre il protagonista è un uomo ferito e al bivio che lavora temporaneamente in una agenzia investigativa. Il suo compito è quello di pedinare coppiette furtive e raccogliere le prove delle "corna". Davanti ai suoi occhi prende corpo un paesaggio umano spesso gretto, devastato da ripicche e vendette, impudico nel mostrare le scorie tossiche di una quotidianità degradata dalla noia e dalla stanchezza, in cui gli amanti fedifraghi sono spesso più innocenti dei coniugi traditi. E allora lui decide di schierarsi, di riparare queste vite fuori squadra, falsificando rapporti e dossier a fin di bene.
Una sorta di Prometeo, dispensatore di impunità per tutti coloro che cercano una via di fuga. Solo che è pericoloso modificare il fato, oggi come ieri, e il delirio di potenza apre la scorciatoia verso la follia. Canzoni di Paolo Conte usate come lessico di seduzione, poesia come bisogno ancora primario, senso del dolore stordente, estraneità esistenzialista di fronte all’inanità del mondo: un libro leggero e grave, bellissimo.

Nino Dolfo


Conquiste del Lavoro, 7.4.2007

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Snodare la narrazione, specie se virata in giallo, tra disincanto e amarezza, ironia e disperazione, è una prerogativa inalienabile di Raymond Chandler, nato a Chicago, educato in Inghilterra, ma radicato nella maturità a Los Angeles e, come tale, scrittore rivierasco. Cercarne l’influenza sulle sponde italiane comporta inevitabilmente recarsi a Napoli. E qui, infatti, si è voluto ravvedere Chandler nei romanzi di Attilio Veraldi, tutti intrisi di violenza criminale e vezzosità partenopee. Oggi, però, dopo una cronaca che non lascia spazio ai virtuosismi d’autore e non a caso diviene reportage con Roberto Saviano, esiste un’unica possibilità di recuperare il tratto chandleriano che aleggia sul Golfo. Relegare la città e il suo carico di temi insolubili sullo sfondo, stringendo sui personaggi.
Lo fa con una padronanza magistrale del testo Silvio Formisano in L’accordatore di destini (Meridianozero, pag. 160, Euro 9,00). Il suo è un esordio da professionista, perché supportato da esperienze di sceneggiatura cinematografica. La scrittura su commissione tempra per poi affrontare il romanzo d’esordio. Salvio Formisano, dunque, racconta in prima persona come Chandler, e il suo protagonista lascia un redditizio impiego presso una società di Berlino per tornare a Napoli, dov’è nato e cresciuto. Sul Golfo, farà l’investigatore privato. Sì, diventerà un collega di Philip Marlowe. Del quale condividerà la grande empatia con la clientela. Al contrario del protagonista di Chandler, però, quello di Formisano spingerà la sua vocazione di esploratore delle altrui esistenze fino ad assumerle su di sé. Da ciò la definizione di "accordatore di destini". Il narratore di Formisano non sopporta di dover raccogliere dati e informazioni su mariti e mogli traditi per ricavarne asettici rapporti da rifilare agli avvocati e fomentare cause di divorzio. Lui si sente così partecipe da decidere, a un tratto, di mentire al titolare dell’agenzia di investigazioni che l’ha assunto. Nel caso di una donna, Loredana, troppo angariata da un marito bolso e volgare, quindi meritevole di proseguire indisturbata nel suo adulterio con Walter, giovane e gentile.
Altre volte, invece, l’accordatore di destini rimane in disparte, a catalogare il disfacimento di vite e matrimoni. Napoli, a questo punto, ha perduto ogni connotazione d’obbligo. Certo, c’è il dialetto, ci sono i luoghi, qualche aneddoto, la percezione del degrado. Per il resto, tuttavia, potrebbe essere una qualsiasi metropoli rivierasca, solare e vitale, ai confini tra l’Europa e il Mediterraneo, che, sia chiaro sono due aree geografiche, culturali ed etniche con poco o nulla in comune.
Il narratore di Formisano riferisce fatti e circostanze con una fluidità quasi impossibile da trovare ormai in un romanzo non tradotto dall’inglese. Il suo italiano è limpido, corretto, anche quando scivola nel napoletano per imprimere credibilità ad alcune comparse folgoranti. Tipo un cameriere che, disgustato dall’americano che vuole in ketchup negli spaghetti alle vongole, propone sciroppo di menta e orzata sulla frittura di calamari e gamberi.
Il tuffo nelle investigazioni dovrebbe obliterare, per il protagonista, il fallimento del suo rapporto con Gloria e la solitudine congenita che si trascina dentro. Formisano ricorre perfino al verbo elaborare, ormai debordato dalla psicologia clinica al rotocalco. Eppure, inserito in L’accordatore di destini, acquista la sua vera efficacia. Sì, il protagonista elabora la rottura del suo rapporto con Gloria in una nuova configurazione, che è il romanzo derivatone. Un succedersi di capitoli che sembrano episodici, mentre volgono implacabilmente verso l’esito inevitabile delle cose.
Accordare i destini della gente significa intervenirvi. E il protagonista lo cerca a ripetizione nei casi sui quali investiga. Finché trova la possibilità concreta di agire da nemesi per la caduta agli inferi di Giovanni Russo, restauratore di opere d’arte, tradito e avvilito dalla moglie Rosaria con il dipendente Ernesto. Un triangolo che sarebbe ripetitivo, se non giungesse alle più tragiche conseguenze per la vittima. Giovanni, non tollerando il misfatto di Rosaria, abbandona la casa e il lavoro per vivere in strada, da alcolista. Nel frattempo, il narratore perde Gina, una fioraia con la quale aveva intrecciato la relazione che avrebbe potuto riscattarlo dalla solitudine congenita. La ragazza muore dopo uno scippo e un’entrata in coma a seguito della caduta. Due eventi legati, nella mente del narratore. Non può riportare tra i vivi Gina, alla stregua di Orfeo con Euridice, ma almeno tentare un riscatto, un atto riparatore. Nei confronti di Giovanni Russo, artigiano restauratore, quasi artista.
Nemmeno nelle ultime pagine, quando L’accordatore di destini s’impenna sul registro dell’andante con moto, Formisano attenua la pulizia, la scorrevolezza del racconto. Riesce a rendere lineare perfino il flusso di coscienza, che compare a tratti, per convogliare al lettore la verità sul passato di un uomo affetto da tanta solitudine.

Enzo Verrengia


Diario, 16.3.2007

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È arrivato "il creatore di destini"
Tanti microromanzi si incrociano in un esordio felice

Il titolo, L’accordatore di destini, e poi il romanzo stesso, mi hanno fatto pensare a un film di Matteo garrone, uno dei pochi giovani registi italiani di sicuro talento e immaginazione: L’imbalsamatore (2002). Sarà perché il mestiere d’accordatore (di strumenti), come quello dell’imbalsamatore e altrettanto desueto, mi riconduce a un’attività di strenuo e nobilissimo artigianato, in vista di uno scopo, però, non socialmente necessario, quale può essere la manutenzione d’un antico violino o la mummificazione d’un fagiano ucciso in una battuta di caccia. ma c’è forse un motivo più profondo: il fatto che il romanzo di Formisano, unendo sorprendentemente al sostantivo quel complemento di specificazione – di "destini", appunto – fa rimbombare già dal titolo ciò che il film di Matteo garrone implica e magistralmente svolge. Questo: la traduzione metafisica di un’idea della vita e d’un modo dell’uomo di stare al mondo – nei nostri giorni e dentro le nostre città – nonché di rapportarsi ai suoi simili.
Ecco: nel romanzo di Formisano chi dice "io" è reduce da una qualche catastrofe personale che lo induce a ricominciare da capo in un’altra città, trasferendosi da Berlino a Napoli. Ho parlato di metafisica: nel suo caso, in effetti, l’atto che lo avvia al suo nuovo lavoro vale esattamente come una riflessione trascendentale del suo rapporto col mondo, delle possibilità di modificarlo, a misura di un personalissimo progetto. Che mestiere fa il nostro io narrante? L’investigatore privato. Tutto qua? Assolutamente no, perché a farsi subito largo, dentro di lui, è una singolare ossessione: diventare un "creatore di destini". O perlomeno, uno che i destini tralignati degli altri, di quelli più sfortunati, si prova a correggerli, a rettificarli: col coraggio impassibile di trasformarsi in un giustiziere, predestinato dalla propria feroce utopia. Ecco: "Quante persone sono fuori posto o fanno scelte sbagliate perché non si conoscono e non sanno cosa va bene per loro". Il mestiere, insomma, non sarà per lui, e da quasi subito, una semplice professione, ma una missione, all’origine della quale c’è un disturbo e un’ingiuria, un’impossibilità di resa e una radicale riluttanza all’acquiescenza, l’insostenibile (e metafisica) constatazione – la stessa di certi investigatori di Dürrenmatt – che tutto quanto ci accade è mero frutto del Caso: "Incontri. Questo, alla fine, più di tutto decide la nostra vita: chi si incontra".
Il tarlo del sospetto, la noia, il tradimento come fuga da se stessi, la gelosia furiosa o gelida che sia, la prova provata delle corna: questa è l’ordinaria materia su cui s’esercita l’accordatore, per misurare l’ambizione delle sue straordinarie intenzioni. Tante piccole storie, come velocissimi microromanzi quotidiani: con l’accordatore che prova a riscriverli, quei romanzi, cambiando le carte in tavola, falsificando i documenti, per poi riscrivere magari il finale. E poi, come in un epilogo metaromanzesco (non lo si dice solo per metafora), arrivare a mettersi in gioco, tentati dalla propria, incompiuta, storia. Con un esito fatale. Formisano procede con lingua tersa, prosciugando ogni opacità: non sono i suoi, appunto, interessi psicologici, ma metafisici. Per un esordio a tutti gli effetti felice: una bella novità.

Massimo Onofri


fahrenheit451quarrata, 6.8.09

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"Comincia sempre così, con una donna o un uomo che vengono a confessarsi. Si mettono a nudo, si liberano. È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita. Non c’è bisogno di fare troppe domande."
Vagando senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli, un uomo spia le vite degli altri. I casi di cui deve occuparsi per conto di un’agenzia investigativa privata gli mettono quotidianamente davanti la materia bruta della miseria umana. Ore passate a camuffarsi, ad appostarsi, a pedinare, solo per scoprire esistenze grette, rovinate dal caso, dalla noia, uomini che maltrattano donne, donne che umiliano uomini, fino all’insopportabile, e il tradimento che si configura spesso come l’unica via di fuga dal presente. È così che il protagonista di questo romanzo d’esordio comincia a pensare di intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare, di redimere quanto in realtà sarebbe pagato per mandare a fondo. Foto truccate, rapporti leggermente "ritoccati" le tracce dei tradimenti che scompaiono: uscendo pian piano dal suo ruolo di investigatore, entra nei panni di un insolito accordatore di destini, chiamato a porre rimedio all’insipienza e alla casualità dell’esistenza altrui. Ma questa volontà di modificare il fato degli altri, per saIvarli, lo porterà fino a un punto da cui non è più possibile tornare indietro. Una prosa asciutta, attenta alle sfumature, pervasa da un indefinibile senso di straniamento, per una riflessione delicata e a tratti struggente sull’instabilità del destino umano.
Un buon noir che si fa leggere tutto in un fiato con una trama incalzante e scorrevole e una prosa asciutta priva di inutili e noiose descrizioni.


Giudizio Universale, giugno 2007

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Farsi i casi propri La storia è lineare e il protagonista uno, il che è un buon inizio per confezionare un’opera prima dignitosa. Anche se la lingua di Salvio Formisano oscilla sul pericoloso confine che separa il tono personale da quello ombelicale, e qualche volta scivola di qua qualche volta di là, in un’alternanza di straniamento e sorpresa che continua a lasciare il lettore indeciso se L’accordatore di destini gli piaccia o no.
"Mi piace scrivere perché si sta seduti e perché ho il computer in camera e quando sono stanco mi butto sul letto e mi addormento. Poi perché non si paga niente e anche perché quando mi metto là, davanti al computer, mi vengono le cose da scrivere". Questo è personale, funziona.
"Basta! La mente è tornata ad andarsene per conto suo, come da ragazzo, quando non riuscivo nemmeno a studiare, a tenere la mente ferma, concentrata. Associazioni di idee e assonanze tra le parole si portavano i pensieri a spasso, mentre fissavo la pagina e leggevo sempre le stesse tre righe". Questo non è personale, è universale ma al tempo stesso ombelicale, riportato come un vissuto speciale del personaggio e invece noto a tutto il mondo, persa l’occasione di dirlo con parole personali e invece perfettamente retorico.
Così tra un passaggio forte e uno stonato, un’introspezione troppo lunga e una digressione gratuita, si impara anche ad affezionarsi al personaggio e alle sue frasi migliori; lui è un tipo depresso, dalla personalità riflessiva, contorta, deviata da un’insana solitudine amplificata da un lavoro solitario. Del resto lo dice lui stesso:
"L’isolamento espone un uomo a seri pericoli. Non vivere per gli altri, o almeno con gli altri, allontana dalla ragione e dalla vita stessa". E così lui, che per una delusione d’amore si isola dal mondo, comincia a perdere il contatto con la realtà, e quando il destino gli concede uno spiraglio, un nuovo incontro ("Questo, alla fine, più di tutto decide la nostra vita: chi si incontra"), il destino stesso glielo sottrae con un atto di crudeltà e di ingiustizia, e da lì l’uomo e la sua mente sono perduti (e altrimenti non sarebbe possibile quel finale).
Il romanzo parla di destino e molto di tradimento, ma non attraverso la storia di una coppia, bensì attraverso quella di un investigatore privato che si trova suo malgrado a pedinare mariti e mogli infedeli, e a parteggiare per gli uni o le altre a seconda delle loro ragioni. Una trovata semplice e potente, un modo per parlare di una cosa grande spiandola con discrezione. Insomma il tradimento è relativo, così come il destino: si è destinati, ma il destino assomiglia al caso, e si ha un margine di intervento. "È la vita che ci raccoglie. Tu t’incammini e vai, poi è lei che decide. Devi essere bravo ad approfittare del momento o a scansarti, e non è facile nemmeno questo". Però si può fare, e chi non ci riesce può essere aiutato. Se esistessero "uomini di grande esperienza, col talento per immedesimarsi e intuire le potenzialità della gente e le loro attitudini", uomini capaci di indicare la strada giusta e la persona giusta, creatori di destini, insomma, "quante vite rovinate si eviterebbero". Ma ci si può accontentare di intervenire a metà strada, quando si è imboccata quella sbagliata: non più creare il destino, ma accordarlo. Ed è quando non si è più in grado di accordare il proprio, che ci si illude di avere il diritto e il dovere di intervenire sui destini degli altri. Ma questo a sua volta influisce inevitabilmente sul proprio. Così fu che l’investigatore andò per accordare, e rimase suonato.

L’autore: napoletano, 52 anni. Ex rappresentante di commercio, ex tecnico areonautico, ha deciso di dedicarsi alla scrittura. È al suo primo romanzo ma ha già pronto il secondo.
Passo campione: "Credevo di essere più cinico, o forse non mi aspettavo tanto squallore. Non sono le normali, fisiologiche infedeltà a disturbarmi, è il mare di veleno in cui nuotiamo, così grande, così torbido".
Paolo Conte: il protagonista parla alla donna appena conosciuta solo con parole del cantautore. Il che suona come una nota stonata. Che per un accordatore….
Se fosse una canzone: non sarebbe una di quelle di Paolo Conte.
Se fosse una filosofia: quella dello scrittore Dürrenmatt, il caso governa i destini umani.

Viola Rispoli


il Mattino di Napoli, 2.2.2007

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Accade raramente che dai tanti libri che impolverano la tua libreria scritti da persone che vogliano fare carriera nel campo della scrittura ne spunti uno con un profumo di «vita che scaccia parole di morte». é il caso di L’accordatore di destini (Meridiano zero, pagg. 160, euro 9), esordio narrativo – chissà perché i testi più autentici sono quelli d’esordio – del napoletano Salvio Formisano che dopo un passato di rappresentante di commercio e tecnico aereonautico ora fa lo sceneggiatore cinematografico e con questo testo si cimenta sul terreno scivoloso della narrativa.
Il romanzo è la storia di un io narrante non meglio identificato originario di Napoli, che aveva lasciato per lavorare in Germania e poi nell’Italia del Nord, che ritorna nella città partenopea per una vacanza. Proprio lì apprende – sembra una scena del film L’amore non basta con Bocci e la Pivetti – che, Gloria, la sua donna non lo ama più. Conquistato dall’atipicità di Napoli che aveva dimenticato decide di ristabilirsi nella Città. Trova un lavoro d’investigatore privato e comincia a cercare di vivere di nuovo: ossia si cerca una donna. La ragazza si chiama Gina, fa la fioraia, è dolce, semplice e ha gli occhi azzurri. L’io narrante invece ha già la nausea del suo lavoro di raccoglitore di prove di tradimenti, l’unico metro che ritma il nostro tempo fatto di coscienze imputridite. In tutto questo bailamme trova il tempo di riflettere sul vivere a Napoli, su quell’atipicità che l’aveva fatto tornare ed è la stessa che ora lo soffoca. E anche su un suo vecchio desiderio infantile: quello di fare l’accordatore di destini. Difficile certo da collegare al suo nuovo mestiere di segugio a 250 euro più le spese. Comuque, continua a vagare senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli. Impara a mettersi delle maschere perché il suo obiettivo e vedere nelle vite degli altri, spiarle e farne materia di ricorso legale. Non è importante capire se una relazione è in crisi ma bisogna raccogliere prove per suffragare la tesi di un cliente. Spesso le persone che ricorrono a un investigatore privato sono logorati dal dubbio del tradimento e desiderano che un’altra persona faccia per loro il lavoro sporco: quello di sbattergli in faccia una realtà che si ostinano a non vedere perché hanno il velo dell’amore che gli copre i sensi.
Questo lavoro gli rende molti soldi, ma pian piano non riesce a non farsi influenzare dall’umanità dei protagonisti e sempre più prende posizione per uno dei due, venendo meno a quella regola della professionalità che ti vuole impersonale e indifferente. La narrazione, così come la vita, va avanti ed il lettore apprezza una cosa che sempre più abbiamo dimenticato: la lezione di una lingua leggera che scalda il cuore e fa riflettere. Frasi secche, giusto ritmo: non da noir, ma da romanzo tradizionale. Anche se con una lingua quasi quotidiana, ricercata nei pensieri. Gli occhi azzuri di Gina si chiudono per sempre ma oramai l’io narrante (da alcune pagine di metaletteratura ora si capisce che si tratta di Carlo) ha deciso cosa fare: scrivere.
Ed è questa la parte più bella del libro: dove Formisano mentre fa narrazione, nel contempo riflette sullo strumento che ha tecnicamente tra le mani. Perché, «anche se la scrittura richiede applicazione e uno sforzo continuo, non comune, sopratutto è ingannevole, voglio dire, l’approccio alla scrittura. Mille volte uno stato d’animo malinconico o triste viene scambiato per ispirazione, poi si scopre che non si ha niente da dire». Ma mentre l’autore ribadisce che «scrivere è diverso, e ne ho di cose da dire e mi piace scriverle, leggerle e rileggerle», nella finzione il personaggio Carlo ha deciso di fare qualcosa d’altro per Giovanni, un marito tradito ridotto ad una larva umana: ha deciso di uccidere «per Gina e per tutti quelli che ho visto crollare e per me stesso». Che la scrittura porti ad un divaricamento tra la realtà e la sua percezione?

Vincenzo Aiello


Pulp, 1.3.2007

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"Quella mattina cominciai a camminare e non mi fermavo più."
Ouverture in esterno giorno, un interminabile piano sequenza che dalla collina di Posillipo accompagna un uomo fino al punto da cui sembra essere partito: una stanza d’albergo del centro città. La voce fuori campo racconta una storia, il tono è dimesso, quasi anonimo, lucido e al contempo smarrito.
Dunque, cinema. E poi Napoli. Attorno a queste due coordinate fisse si avvia il romanzo d’esordio di Salvio Formisano, la cui biografia ci informa di un’attrazione tutt’altro che occasionale per la settima arte: è stato, infatti, produttore cinematografico nonché autore di soggetti e sceneggiature.
Si chiarisce così la scelta evidente di uno stile e di uno sfondo, ai quali Formisano sin da subito fa aderire con naturalezza il suo protagonista e il destino che ne guida gli atti. Abbandonato bruscamente da una donna, riafferrato da una città che non ha ancora smesso di percorrere, taglia con il passato e abbraccia senza remore una ignota metamorfosi: private eye, ovvero ladro (e delatore) di immondezzai privati, di intimità colpevoli.
Finché, nella monotonia di pedinamenti e rapporti confidenziali, il disgusto non aprirà squarci di pietà per donne e uomini ai quali la vita ha saputo riservare solo umiliazioni, e all’investigatore di colpe altrui non rimarrà altro da fare che "accordare" a proprio arbitrio corpi ed esistenze, con la vana certezza di ricomporre senza strepito il disordine e l’ingiustizia del mondo.
In una Napoli che vuol essere specchio scuro di un paese alla deriva, nelle vene delle sue strade e dei suoi inferni piccolo borghesi, lo scrittore partenopeo muove un uomo dallo sguardo solo in apparenza neutro, talvolta vicino, per indolenza di spirito e tentazione di riscatto, a certi personaggi di Simenon. Anche per lui – come impone un decalogo del genere a cui l’autore scopertamente si accosta – la fine può essere la scelta di un inizio: quel "non c’era altro da fare" che suona come un epitaffio, l’unica frase possibile con la quale Formisano si congeda dalla sua creatura e dalla sua livida amarezza.

Ombretta Romei


Repubblica, 3.1.2007

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Un investigatore privato che odia i tradimenti decide di aggiustare anziché spiare, i destini altrui. E il proprio.

Federica Maccotta


Repubblica Napoli, 3.1.2007

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Una città carica di fascino e di pericolo. Una città allegra e ipocrita. Dove vite e destini possono cambiare in un attimo. In un assordante silenzio. È la Napoli vera, autentica, che fa da sfondo al noir di Salvio Formisano. Una storia dove cronaca e immaginazione si uniscono in un racconto intenso e scorrevole. L«accordatore di destini narra la vicenda di un uomo che a un certo punto della sua disordinata esistenza, quasi casualmente, crede davvero di aver trovato la missione della sua vita: aggiustare quella degli altri. Nel rimettere a posto i tasselli di un mosaico impazzito. Nel sanzionare il colpevole e salvare l’innocente. Nel non peggiorare situazioni critiche. Nel migliorarle, quando gli è possibile.
Il protagonista fa tutto questo da investigatore delle vite altrui, investigatore privato, costretto, per mestiere, a spiare i drammi passionali delle coppie, le menzogne che celano, le bassezze a cui possono giungere quando si rompe un rapporto. Ma il detective degli amori traditi non ci sta e comincia la sua missione: dare una mano alle vittime, aiutarle a non sprofondare, a trovare una strada per uscire dal baratro. Vittime di mariti indecenti, vittime di mogli odiose e profondamente cattive, di familiari avidi, a caccia solo di soldi, ad ogni costo. Al protagonista basta scrivere il contrario di ciò che avviene nel fascicolo da consegnare al cliente; basta togliere una foto compromettente e scattarne un’altra. O far giungere un biglietto anonimo in cui avverte di stare attento, perché l’altro coniuge sospetta e potrebbe farlo sorvegliare. Ma in agguato c’è una storia d’amore che non finirà come dovrebbe, la sua. Finale non previsto, beninteso. E, subito dopo, un’altra missione del detective per caso, una missione estrema, che lo perderà. Nella sua ossessione di sistemare le cose degli altri, dimenticando di aggiustare la sua vita disordinata, carica di occasioni sfumate, di un sentimento costante di infelicità.
L’accordatore di destini ha il merito di esplorare l’animo umano di questi tempi, così confuso e irrazionale, così contraddittorio e alterno. Il libro racconta gli uomini, una città unica come Napoli e, assieme, ti avvince in un thriller dal finale niente affatto scontato. Salvio Formisano, cinquantadue anni, napoletano di San Giorgio a Cremano, è alla sua opera prima. Viene da altre esperienze, è stato rappresentante di commercio, tecnico aeronautico, produttore cinematografico. Ha vissuto negli ultimi vent’anni a Roma per ragioni di lavoro. Nel suo noir, profondo e incalzante, è descritta la Napoli distratta che nasconde misteri neri, la città dove dietro rapporti apparentemente normali si cela l’inferno dei sentimenti. Il luogo che in un attimo può cambiarti. E un tipo come il protagonista descritto da Formisano non può non suscitare comprensione e sostegno nel suo affaticarsi a tessere nuovi destini, positivi. Ma poi arriva l’ultimo capitolo, il colpo di scena da non svelare.
Chi non ha mai avuto il giusto impulso di aggiustare una situazione che vede un amico, un familiare o un semplice conoscente soccombere senza averne colpa? Chi non ha mai sperato di sovvertire la sorte di una vicenda dove il buono perde e il cattivo vince? Il detective privato ci prova, ma viene sconfitto a un passo dal successo. Perché il destino non si può accordare. Segue la sua trama. Fino in fondo. E quando il racconto finisce ti resta l’amaro in bocca e capisci che, forse, quella Napoli che fa da sfondo al noir, in realtà, è la vera protagonista, quella che muove ogni personaggio, ne condiziona le azioni, ne avvolge i destini. Sino a stritolarli.

Giovanni Marino


Rinascita, 5.6.08

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C’è un po’ de Lo straniero di Camus in questo romanzo d’esordio di Salvio Formisano L’accordatore di destini, edito da Meridiano zero. Scritto in prima persona da un uomo appena uscito malinconicamente da una storia d’amore in cui è stata lei a lasciarlo, resta nella città del loro ultimo appuntamento: Napoli. Il protagonista non sembra avere altro passato, così come non sembra cercare un altro futuro. Si lascia vivere. Per campare trova lavoro in un’agenzia investigativa. È privo d’esperienza a riguardo, ma il suo compito altro non è che quello di pedinare alcune persone e riferire in un rapporto di incontri, luoghi e persone.
Per lo più, si tratta di affari di corna. Infedeltà coniugali, come si dice. E il neo detective impara molto sulla natura umana. In genere, tra i clienti, gli uomini sono i più fetenti: se hanno il sospetto che la moglie li tradisce vogliono sapere tutto per poi fargliela pagare, chiedere il divorzio, evitare di pagare gli alimenti; la donna invece, se a tradire è il marito, lo fa con la speranza che si tratti di una scappatella e nulla più, c’è, insomma, voglia di riconciliazione.
Gli capita anche di scoprire una donna che è maltrattata dal marito, magari fedifrago, una donna a cui è stata strappata l’anima e che, a un certo momento, trova un nuovo amore e, con quello, nel segreto, in quelle poche ore di libertà, di autentica gioia, dimentichi l’amarezza di una vita accanto a un autentico bruto. A quest’ultimo preoccupa la serenità improvvisa della moglie e, non tollerandola, sospettando di lei, si rivolge all’agenzia investigativa. E il nostro detective invece di riferire, nei suoi rapporti elude: la signora svolge una vita irreprensibile, assicura. Denunciare il tradimento significherebbe riprecipitarla nel baratro di una vita amara, piena solo di vessazioni. E allora perché rovinare un’esistenza? Egrave;, questo, il primo passo, fatto con il candore dell’innocente e la leggerezza di un animo sgombro di sensi di colpa, verso la scelta di diventare, come comincia a definirsi, un "accordatore di destini", quelli degli altri, contro le logiche di una vita sottomessa.
Così sarà per un certo Giovanni Russo. Tradito dalla moglie che ama e che sfacciatamente porta a casa il giovane amante per umiliarlo davanti a lui e ai figli, al punto da vedere in breve tempo stravolta la sua esistenza (sarà cacciato prima dal proprio letto e poi dal proprio tetto, lascerà il lavoro, finirà in strada, unico rifugio la bottiglia, per essere presto accusato di essere un cattivo padre e marito) solleciterà, inconsapevole, l’intervento dell’accordatore di destini, che provvederà a far fuori con due colpi di pistola i fedifraghi. L’atteggiamento: quello di un novello Meursault. Nessun sussulto, come il personaggio di Camus. Neppure quando giorni dopo, tradito dal proprio datore di lavoro, insospettito dagli strani rapporti del suo collaboratore, la polizia verrà ad arrestarlo nella pensione in cui vive. Si lascerà tranquillamente prendere, pago della sua personale giustizia. Ma anche di un nuovo amore, quello per una fioraia napoletana, Gina, alla quale parlava con i versi delle canzoni di Paolo Conte, finché un crudele destino, uno scippo rovinoso, non le avrebbe strappato la vita per sempre.
Solo il suo destino non era riuscito ad accordare. Ma quello degli altri, sì. E alla domanda del maresciallo: "Perchè l’hai fatto?" non trova che una risposta da dare: "Perchè non c’era altro da fare".

Diego Zandel


il Salvagente, 3.1.2008

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Lui aggiusta i destini

Napoli. Fatto di poco fa. Lui ha lasciato da ragazzo (simpatico e piacente) la città partenopea dove era nato e cresciuto, lavora a Berlino, ma ora abbandona tutto e vi torna. Cammina 14 ore al giorno per una settimana e beve di tutto. A circa quarant’anni ricerca lavoro, si trova una camera, diventa apprendista investigatore privato, duecentocinquanta Euro al giorno più le spese. Compra una vecchia Punto blu e mangia insalata di polipo quando può, tanto non ingrassa (76 chili fissi).
Si è stufato: ama jazz, cinema, libri, non ha attitudine militare, dialoga attraverso Paolo Conte. Ora comincia a preferire scrivere invece che leggere.
Si appassiona alla predestinata fioraia Gina. E prova ad aggiustare i destini che incontra: una prima volta, dopo tre mesi, nasconde un tradimento, una seconda volta aiuta un marito ingannato e distrutto. Il capo ex colonnello Abbamonti si pente di averlo assunto. Non è il solo. Bravo il poliedrico Salvio Formisano, un bel primo romanzo (L’accordatore di destini, Meridiano zero), in prima con il presente che diventa sempre passato, amaro e leggero come vita comanda.
Meritava un posto nella finale dello Scerbanenco 2007, anche se spesso si ferma sull’uscio della scrittura, allude con troppa delicatezza. Mangiare e udire sono troppo ripetitivi. Segnalo che Mergellina-Castel dell’Ovo è un altro lungomare più bello del mondo, a pagina 133. Consigliato ai mesti, affnché si felicitino.

Valerio Calzolaio


Stilos, 17.4.2007

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È forse curioso che sia un editore del Triveneto, come Meridiano Zero, a pubblicare alcuni fra i più brillanti noiristi del ricco Meridione d’Italia; curioso e, al contempo, non poi così rilevante. In ogni caso, l’anno scorso toccò al giovanissimo Angelo Petrella, quest’anno è la volta dell’appena meno giovane Salvio Formisano che, nell’Accordatore di destini (pag. 154, 9 euro) presenta una figura del tutto nuova nel panorama letterario italiano recente. Qui si narra infatti di un uomo all’apparenza dinsincantato fino al cinismo più bieco, che accetta di lavorare per un agenzia d’investigazioni private nella quale subito eccelle per la precisione e l’efficienza dei suoi risultati. Il fatto è che l’uomo non è cinico per nulla e s’accorge presto del potere che ha, annullando magari una prova fra tante di un tradimento (ma quella decisiva!) di cambiare le vite di persone cui, in corso d’indagine, s’è a vario titolo affezionato. L’accordatore di destini di Formisano è in realtà uomo di grandi e profondi sentimenti, amante delle donne e dell’amore per esse. Coprotagonista di quest’esordio, scritto con lingua vivace e mai corriva, piena di raffinate citazioni musicali, è la città di Napoli. Formisano ama la sua città e la descrive fuori da ogni convenzione o campanilismo. Costruito con sapienza narrativa non comune, il romanzo ha un epilogo sommesso e a un tempo fragoroso. Sospeso fra arroganza e tenerezza, questo accordatore di destini ha il fascino di una musica in parte nota, comunque sempre nuova. Fosse una canzone, non sarebbe una delle molte di Paolo Conte (ma non solo lui) citate nel testo, sì piuttosto uno standard americano: cioè All the things you are; e se fosse uno sportivo, l’uomo di Formisano – e in reltà Formisano stesso – sarebbe un Diego Armando Maradona dei sentimenti, dotato di quel tocco in più che contraddistingue i fuoriclasse. Del suo libro e di sé Salvio Formisano ha chiacchierato con Stilos:

Per accordare gli altrui destini, soprattutto sentimentali, ci vuole più cinismo, disincanto, bontà d’animo o sentimentalismo d’antan? Di che si nutre il tuo accordatore?
Gli altrui destini non si possono accordare. Il protagonista del mio libro si dà quest’incarico, perché perde un po’ per volta il senno, il contatto con la realtà. Una condizione in cui molti, sempre più spesso, vengono a trovarsi. La cronaca ce ne dà continui esempi: vicini di casa impazziti, senatori ottusi al punto da farci rischiare altri cinque o dieci anni di purghe a base di estratti di biscione e via dicendo.
In tutti noi c’è un gap tra la realtà e la percezione che abbiamo di essa. In qualche caso il gap diventa talmente grande che porta alla follia. E’ il caso dell’investigatore che, senza rendersi conto dell’assurdità del suo intento, decide di diventare un accordatore di destini.
Da sempre grande camminatore, osservatore, addirittura studioso dei comportamenti altrui, continua a farlo in una veste nuova, quella di investigatore privato, e viene sopraffatto dallo squallore, dal disfacimento di vite, da donne e uomini disgustosi. Rispondendo al primo punto della domanda, dico che per mettersi in testa di fare l’accordatore di destini bisogna essere folli e buoni d’animo.
Di cosa si nutre il mio accordatore? Soprattutto di una incrollabile convinzione di essere nel giusto e di dover quindi smettere di riflettere, di assistere passivamente, ma di agire, con coraggio e coerenza. Le conclusioni cui è giunto dopo anni di riflessioni, lui non lo può capire, come non lo capiscono i folli, sono però viziate da una evidente, ma ben dissimulata, perdita di contatto con la realtà, che lo fa sentire vicino a Dio e quindi in diritto di togliere la vita ad un uomo e una donna "marciti", per salvarne un altro, buono e quasi artista.

Come mai un personaggio del genere parla tanto con parole, nemmeno troppo note, della canzone d’autore italiana? Cosa c’entra, per esempio, Paolo Conte con Napoli?
Perché l’accordatore è un uomo colto, che ama quindi Paolo Conte, il quale, per me, non è più solo un grande cantautore, un artista immenso, è il depositario della verità.
C’entra con Napoli, intanto perché c’entra con me, che sono napoletano e ho passato in sua compagnia, anche se lui non lo sa, tantissimo tempo negli ultimi trent’anni. Poi ci sono almeno un paio di canzoni in cui parla, anche se di sfuggita, di Napoli, e ancora due o tre canzoni in cui si diverte e ci diverte a cantare con un accento napoletano, quasi buono.
L’idea comunque di far rispondere l’accordatore alla fioraia con parole di Paolo Conte mi è venuta pensando ad un vecchio amico che anni fa ad una festa, a Londra, rispose a tutti, per l’intera serata, solo con parole e frasi di canzoni di Frank Sinatra.
Le conosceva tutte.

Cosa pensa l’accordatore delle donne? E che ne pensi tu?
Evito risposte banali e ti rispondo ancora con Paolo Conte:
Le donne odiano il Jazz, non si capisce il motivo.
Le donne si sa, a volte sono scontrose o forse han voglia di fare la pipì.
Ne abbiam viste tante di regine, passar sull’altro marciapiede, al sole e noi all’ombra. Ombra e sole, è sempre così.

E poi ti rispondo con parole mie: le amo.
Mi piace guardarle, tutto mi attrae della femminilità. Non solo, ma anche, quello che piace a tutti gli uomini. Mi piace anche, quando è bello, il loro modo di camminare, di muoversi, la voce. Quando sono intelligenti, simpatiche e anche belle mi innamoro.
Non voglio, naturalmente, sproloquiare sul nuovo ruolo delle donne nella società, dell’ex sesso debole che ora è diventato forte e gli uomini, che, poverini, sono smarriti di fronte a queste nuove compagne così cresciute, forti, indipendenti. Si è già scritto e detto di tutto su questo. Mi limito a dire, che se è vero che ci sono tanti uomini, che, poverini, fanno fatica a confrontarsi con queste splendide creature sempre più in crescita, tanto meglio per quelli come me che non hanno di questi problemi; c’è meno concorrenza. No, veramente, è un problema serio per le donne quello della mancanza di uomini interessanti. Ho molte amiche in gamba, di tutte le età, che passano periodi lunghissimi da sole, perché il mercato offre loro poco o niente di interessante.

Fai il soggettista per il cinema. Questo libro è stato pensato anche in quella direzione o no? In ambedue i casi, perché?
In realtà io non ho firmato diversi soggetti e sceneggiature, ma un solo soggetto e una sceneggiatura: Vesuvio, che rileggendo adesso, dopo un paio d’anni mi pare abbia bisogno di molto lavoro per renderla compiuta.
Il libro non è stato pensato per il cinema, anche se riconosco c’è una bella idea per un film. Anzi più di un idea, c’è già quasi un impianto, una struttura su cui lavorare per una buona sceneggiatura.
Perché? Perché ho visto più film che letto libri, e ancora adesso amo più il cinema che la letteratura. Nell’accordatore ho cercato di raccontare per immagini, avvantaggiandomi della possibilità di aggiungere molte notazioni psicologiche che in sceneggiatura invece non si scrivono.

A chi dei molti personaggi che metti in scena ti senti più vicino? E di quale delle molte donne citate t’innamoreresti?
All’accordatore naturalmente. Non sono folle e soprattutto non ho mai ucciso nessuno, né pensato di farlo. Ma un po’ della mia megalomania, che con la maturità sono quasi riuscito a cancellare, è venuta fuori in questo breve romanzo.
Di Gina, la fioraia, potrei innamorarmi, o avere con lei almeno una storia. C’è tanto bisogno di donne semplici, amorevoli, premurose. Queste qualità non escludono necessariamente quelle di donna intelligente, colta, di buon gusto, a me più affine.

Di che parlerà il tuo secondo romanzo?
L’ho già scritto. Sto aspettando la fine del lancio de L’accordatore di destini, per farlo leggere al mio editore, Marco Vicentini e a quella che tu definisci la divina editor Giulia Belloni.
Parla di uno che suona la tromba ed è ancora più autobiografico, anche se purtroppo, pur amando molto la musica, non so suonare nemmeno uno strumento.

Ci sono autori italiani – ma anche stranieri van bene – che ti siano piaciuti negli ultimi, diciamo, 5 anni?
Qualche buon libro, ma nessuno moltissimo negli ultimi cinque anni, forse René Frégni ne La città dell’oblio, anch’esso pubblicato da Meridiano Zero. Mi nutro ancora, soprattutto di Simenon.

Che cosa non sopporta un amante feroce della vita come l’accordatore di destini? E che cosa non tolleri tu?
Lui non sopporta l’infamia, la meschinità, la mancanza di coraggio e di lealtà e nemmeno io le tollero. Ma per dire quello che mi fa veramente paura, citerò un napoletano immenso, Eduardo: a mme me’ fa paura sulamente o’ fesso.

Giovanni Choukhadarian


www.arcilettore.it

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Il protagonista di questo romanzo inizia la propria storia in un letto abbandonato dalla donna con la quale aveva percorso un pezzo del cammino della vita. Siamo a Napoli e la sua reazione è quella di camminare incessantemente per tutto il tempo della vacanza che era stata progettata. Al termine, egli prenderà la decisione irrevocabile di stabilirsi in quella città. Risolti i problemi che lo legano ad un lavoro in Germania, affitta una camera e inizia la ricerca di un lavoro. Farà il segugio di un investigatore privato ingaggiato per lo più da mogli e mariti che sospettano il tradimento del pater. Professionalmente non dovrebbe mai farsi coinvolgere emotivamente, non di meno, in due occasioni, questo avviene, con conseguenze per certi versi drammatiche e, per altre, quasi liberatorie. Un libro scritto bene e davvero piacevole da leggere.


www.associazione-joseph.it

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Il noir o romanzo nero (noir fiction in inglese, Roman noir o polar in francese) è, in letteratura, un sottogenere del giallo, apparso negli Stati Uniti intorno alla seconda guerra mondiale. Si pu ò affermare che, a differenza del genere giallo, dove la trama è tutta incentrata sulla scoperta della verit à, il pi ù delle volte intesa come la scoperta di un assassino, il noir muove la sua trama e sviluppa le sue vicende partendo da un altro punto di vista: il profilo psicologico dei vari personaggi. Diversi sono gli scrittori che hanno fatto e che fanno la storia del noir. Tra i molti, cito: Chandler, Hammett, James Ellroy, Carlo Lucarelli, Niccol ò Ammaniti, Massimo Carlotto e Piergiorgio Di Cara. Salvio Formisano, con questa sua opera prima, pu ò a buon diritto sentirsi parte integrante di questo elenco.
Il libro, asciutto, leggero ma nello stesso tempo dal contenuto non banale, è veramente ben scritto.
"Comincia sempre cos ì, con una donna o un uomo che vengono a confessarsi. Si mettono a nudo, si liberano. È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita. Non c’ è bisogno di fare troppe domande."
Il romanzo inizia con il protagonista che ritorna nella sua citt à, Napoli. Lo si vede vagare per le strade senza soste in cerca non si sa di cosa … forse di se stesso. Inizia a spiare le vite degli altri, dato che lavora per un’agenzia investigativa privata. Si occupa sempre pi ù spesso di casi di miseria umana. A poco a poco quest’uomo si sente sempre pi ù coinvolto da queste vicende, fino a quando, tolti i baffi finti da investigatore, inizia a intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare. E’ in questo momento che da semplice investigatore, il protagonista assume i panni dell’ accordatore di destini e si sente cioè chiamato a porre rimedio alle vicende altrui. Accordare i destini della gente significa, in sostanza, intervenirvi. E il protagonista lo cerca a ripetizione nei casi sui quali investiga. Questo mestiere non è per lui una semplice professione, ma una missione, all’origine della quale c’è la constatazione che tutto quanto ci accade è mero frutto del Caso. L’accanimento nel voler accordare i destini altrui lo porterà a fare delle scelte che comprometteranno, in modo irrimediabile, la sua vita. E’ un libro bello, piccolo e comodo da portare sul treno, giusto per un viaggio breve, o da leggere in una serata in solitudine per una riflessione sull’instabilità e la leggerezza del destino umano.

Federico Bortolan


buenagirl.wordpress.com

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Libretto nero, con foto di copertina che ci vuole un pochino a capirla.
Comunque, bel libro, anzi bel noir.
Solo che mi lascia con un dubbio di fondo, un non so che di incompiuto.
Ecco la storia: da Berlino, dove lavora per un’importante società, il protagonista si ritrova a Napoli, città dove è nato e cresciuto, con Gloria, la sua fidanzata, una decade più giovane, lui con l’anello per la proposta, lei con la decisione di lasciarlo.
Davanti a un piatto di "spaghetti a vongole" decide di restarsene in città, caotica città, di trovarsi un lavoro e vivere lì.
Dopo parecchi colloqui trova lavoro come investigatore privato.
Il mestiere gli fa un po’ schifo, infatti dopo i primi casi inizia a chiedersi cosa può fare, come può salvare quei destini.
C’è l’uomo infelice, la donna che, trattata malissimo dal marito, si è rifatta una vita serena, e la felicità di queste persone pedinate si insinua nel protagonista che allora si elegge ad accordatore di destini.
Lui aggiusta le situazioni che possono essere aggiustate, prevede, tesse ragnatele quando può.
Fino a quando non si scontra col dolore di un uomo che perde tutto, dignità, moglie e figlia, fino a quando lui stesso non perde la fioraia che con la sua semplicità gli aveva portato aria nuova, quella che cercava disperatamente.
E lì, follia e lucidità diventano tutt’uno: fa sparire la fonte di dolore del suo nuovo cliente, si erge a dio, uccide e non si sente in colpa.
Neanche quando davanti al maresciallo confessa che sì, è stato lui, lui, l’accordatore, lui che doveva fare ciò che andava fatto.
Parla con le frasi delle canzoni di Paolo Conte, è sempre in bilico e non si sbilancia, forse è questo il suo limite.
Rimane nell’incerto, come se dalle paginette vorresti sapere di più, avere di più, capire di più, ma le vicende a volte si concludono troppo rapidamente.
È il primo romanzo di Formisano, e tanto c’è di autobiografico, un noir leggero, che non è noir almeno fino a pagina 110: libretto bello da poter portare sul treno, giusto per un viaggio breve.
voto: 7 e mezzo


kataweb.it

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È un piccolo libro. Piccolo in questo caso è un aggettivo che va contestualizzato. Piccolo non vuole "diminuire" il romanzo di Formisano. Non si riferisce neanche alle dimensioni, totalmente irrilevanti. Però si deve dire, è un piccolo libro.
Le parole hanno sfaccettature e possono essere prismi. Possono essere anche – spesso lo sono ma lo scordiamo con facilità – diamanti su cui specchiare sensi e possibili sinonimi, oblique metafore. Piccolo, in questo caso vuole avere un senso particolare, vuole onorare questa figura di Accordatore di Destini che ci regala sorprese , colpi di scena, si fa leggere con una grazia straniante e mai retorica.
Piccolo in quanto leggero come organza, come seta orientale, piccolo in quanto capace di plasmare manie e liturgie che tutti conosciamo, viviamo, osserviamo negli altri, piccolo perché lontano dal grandioso, dal chiassoso, dal pompato, dal fasullo, un libro che tocca, che si avvicina, che nutre piccole parti della nostra esperienza di lettore, che non urla le parole, che non usa il megafono per la storia. La semina, pagina dopo pagina, la storia che racconta, la coltiva, la fa crescere, la instilla, passando dall’orrendo al nobile con una magnifica musicale insidiosa maestria linguistica. In questo senso, un piccolo libro. Non ha bisogno dello "speciale", dell’aggettivo ridondante a definirlo, a pomparlo, a gonfiarlo. Intanto ha – e non è una novità per questo editore – un titolo meraviglioso.
"Accordatore" è una parola che suona, che solletica i sogni, che ricalca fantasie e richiama gli strumenti musicali, naturalmente. Il destino o il senso – se c’è un senso, se si sa creare un senso – delle nostre vite, l’impasto che ne facciamo potrebbe essere un violino, una chitarra, una tromba, un pianoforte, un’arpa o altro. Qualche strumento di paesi lontani di cui ignoriamo forma e nome. Più spesso è un grumo. Un grumo di dolore e di ingiustizia, dove vince chi frega, dove vince chi fa a pezzettini l’integrità e la bellezza. Il protagonista viene profondamente toccato da questo reiterato accadere di eventi sbagliati, malati, con irrimediabili conseguenze, con terrificanti sbocchi, con possibili tragiche evoluzioni.
Ma non è la tragedia a spaventarlo, come dimostrerà lo svolgersi della storia, che non vi racconterò, ( non si ri-narrano le storie, non si sciupano i libri anticipandoli), è il deturpare. L’impossibilità che i tasselli del puzzle-vita assumano una forma accettabile. Non perfetta, non ideale, anche sgorbia, ma accettabile. Anche crepata, anche rigata di smagliature dovute al tempo e alla povertà, tutto questo ci può stare ma non possono, non devono esserci necessariamente enormi spaccature. Gigantesce trincee dovre rotolano, – quasi sempre – le anime più gentili, o quelle meno pronte, meno forti, meno corazzate. Quelle ai margini, avvolte di vino, povertà e disperazione.
Questa cosa, che accade sempre, il protagonista, fatica ad accettarla: "È sempre così, soprattutto noi uomini non capiamo mai niente di quello che succede e quando ci accorgiamo che c’è qualche buco nel rapporto lo sottovalutiamo, lasciamo andare aspettando che le cose si aggiustino da sole, al massima facciamo una breve, sommaria analisi della situazione. Ci pare sempre di non avere niente da rimproverarci e da correggere e intanto il terreno ci frana sotto i piedi e il buco diventa un baratro."
È ruvido, diverso, solitario per scelta. Si occupa di investigazioni private quest’uomo che cammina, cammina tanto, cammina sempre, vive presso un’affittacamere discinta e impicciona, quest’uomo che macina chilometri, cerca la solitudine e scrive, scrive quando può e appena può in una Napoli che brilla lontana da stereotipi e da immagini bollite. Investigare per lui, spiare e fotografare per stendere rapporti utilizzabili dai clienti è un’attività che gli serve come spioncino, come finestra d’osservazione su spaccati di vite, inquadrature di esistenze strascicate come le ciabatte della donna che ogni mattina, quando fa colazione, si sente in diritto di fargli il terzo grado, essendo casa sua, in fondo, dove abita, dove si nasconde, dove si riposa, dove pensa e scrive.
Investigare è un mezzo per guardare meglio, per una. attenta, peculiare osservazione. Di vite dolenti, di amori stanchi, rancori esplosivi: "Posso già fare una statistica. Le persone che si rivolgono all’agenzia sono più o meno nello stesso numero uomini e donne, quasi sempre mariti e mogli. I primi, spesso, mi fanno inorridire, le seconde mi inteneriscono. Queste non provano alcuna vergogna a raccontare la loro storia, i loro sospetti. Sono tormentate, afflitte, piangono, sperano di sbagliarsi. Qualcuna, in preda alla disperazione e alla confusione, ci supplica di salvare il suo matrimonio. Mentre il nostro lavoro, generalmente, è quello di sfasciarli, i matrimoni."
Ci sono echi e rimandi a canzoni, a film soprattutto francesi, nonostante una Napoli presente e a tratti persino ingombrante ho ritrovato una bella atmosfera che richiama, fa riecheggiare film che ho amato, melodie agrodolci, annotazioni sulla gente schierandosi senza indugio dalla parte dei fragili, di quelli perdenti e friabili. Ritocca e adatta questo accordatore che si innamora di una fioraia come Charlot. Ritocca e lascia che il tocco della sua scrittura ci porti per mano, fra pensieri, associazioni, piccole congiure, accordi, ricordi, sperimentazioni, piccole disperazioni, momenti di sosta, in cui il tasto STOP viene idealmente premuto. Ritocca Formisano, ci parla di lui esponendoci con sapiente narrazione-nascondimento ossa già spolpate, nervi coperti e scoperti, attimi ludici e momenti d’amore, piccoli, come il libro, momenti d’amore nei quali si può anche sbagliare il congiuntivo, non importa, non cambia nulla, lo fa esaltando il dettaglio e l’imperfezione, lo fa con dolcezza, commovendoci spesso.

Francesca Mazzucato


www.labileabile-traccia.com

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Non è facile parlare di un romanzo di cui esistono numerose recensioni. Da un lato si corre il rischio di ripetere concetti e opinioni già espressi, magari da critici "di professione". Dall’altro si è tentati di lasciarsi andare a osservazioni assurde, nella speranza che si tratti di cose non ancora dette. In tal senso, il romanzo d’esordio di Salvio Formisano è una brutta gatta da pelare.
Siccome i punti forti de L’accordatore di destini sono molti, inizio togliendomi due sassolini dalle scarpe. Innanzitutto, dalla quarta di copertina non si ricava molto sull’identità dell’autore. Il fatto è che sono una persona curiosa a cui piace tanto sapere, ad esempio, dove e quando è nato uno scrittore. Forse per confrontarmi e continuare a sperare che alla mia età si possa ancora sognare di pubblicare qualcosa di valido. O forse per una sorta di voyeurismo, in linea col tema portante del romanzo.
Dopo il primo sassolino, il secondo. Il romanzo merita la vetta delle classifiche "di vendita", anche se non sempre esse rispecchiano la qualità dei libri. Ma questo è il triste destino di tanti bei volumi, purtroppo ignorati dal grande pubblico a favore di altri, scritti da nomi di grido o gridati ai quattro venti per via di contenuti alquanto discutibili, ma di sicuro effetto.
Passando ai pregi del romanzo di Formisano, mi piace partire dalla copertina. Un biglietto da visita elegante e gradevole, curato e accattivante sia nella forma che nella sostanza. Un cartoncino morbido al tatto. Titolo, autore e casa editrice in bella mostra, bianco su nero. Un pezzo di cielo racchiuso tra alcuni edifici anonimi, il tutto visto da sotto in su, e il cui senso viene svelato verso la fine della storia. A voi scoprirlo, esattamente a pagina 120.
Le prime pagine sono come la copertina: incuriosiscono e catturano l’attenzione. Quante cose possono succedere in sette giorni ce lo spiega Formisano, con un dire tra prosa e poesia. "A me, strade di Napoli. Chilometri, libere associazioni, migliaia di passi, rimpianti, riflessioni, caffè, dolore, piazze, piante, pianti, sudore, limonate. […] Fu allora che gettai le basi per quella che sarebbe stata la mia nuova vita, il mio nuovo modo di essere". Dunque, Napoli sinonimo di catarsi, di un punto zero dal quale ricominciare a vivere una vita migliore della precedente. Dapprima distratti, gli sguardi e i pensieri si fanno via via più attenti e curiosi. Napoli e la sua gente tornano ad abbracciare un figliol prodigo pronto a tradirli ancora, forse per ingratitudine o semplicemente per noia.
Fin da subito il racconto si fa introspezione spietata e riflessione acuta sui rapporti interpersonali odierni. L’umanità tutta pare rivolgersi all’agenzia di investigazioni per la quale lavora il protagonista del romanzo, che immediatamente ne coglie l’essenza e le frustrazioni. "È sempre una questione di corna. […] Nella maggior parte dei casi le donne tradiscono per noia, perché il marito le trascura, beve o è violento. […] Il marito si è insospettito perché ha incominciato a vedere la moglie serena, contenta, più curata, e poi perché non voleva più fare sesso". L’analisi prosegue senza riserve, scandita da nuovi incarichi e nuovi clienti, dentro una città che piace sempre meno e un lavoro che fa sempre più schifo. Perché di voyeurismo si tratta. E quando si spiano le persone nella loro intimità, se ne scoprono immancabilmente i lati oscuri e peggiori.
È proprio l’esigenza di sistemare i rapporti "malati" che il protagonista è incaricato di spiare a stare tutta dentro il titolo del romanzo. "Il creatore di destini scongiurerebbe i disastri causati dagli incontri sbagliati, perché poi la verità è questa: con tanti discorsi che si fanno sull’amore, alla fine ci si sposa con chi s’incontra". Sacrosante parole, caro Formisano, ma nella vita bisogna anche sapersi accontentare. Altrimenti si rischia il delirio di onnipotenza come il tuo creatore-accordatore, che pare volersi sostituire a Dio. E questo è forse un altro sassolino nelle scarpe. Il problema è che il protagonista del romanzo (continuo a chiamarlo così perché non ha un nome), fa parte di quella società della quale disprezza tanto i rapporti umani. Trascorre una notte di sesso in una camera d’albergo con la donna che sta per sposare, per poi dire al portiere di gettare via la valigia che questa ha dimenticato. "Nella semioscurità della stanza mi guardavo allo specchio e bevevo […] Ore malvagie, spietate. A ripensarci, provo ancora oggi il disgusto e la vergogna". Sono proprio gli altri a far prendere coscienza della pochezza che si annida tra le pieghe di un’anima inquieta. Gli altri, osservati dal buco della serratura, quale specchio che riflette un corpo in via di disfacimento.
"Mesi di pedinamenti, centinaia di foto scattate, relazioni dettagliate e decine di casi portati a termine, brillantemente secondo il mio capo, con sempre maggior disgusto, invece, da parte mia".
L’investigatore lavora bene e produce dossier completi, cercando di soffocare quella spontanea simpatia che prova solitamente per la cornuta (o il cornuto). Viceversa, l’accordatore di destini non può essere altrettanto diligente. Non è semplice coprire un tradimento palese, consegnando dei dossier puliti e immacolati, corredati di fotografie che dimostrano una religiosa fedeltà al coniuge.
"Incontri. Questo, alla fine, più di tutto decide la nostra vita [...]". Una città: Napoli. In seguito, Gina e Giovanni. La prima, corteggiata a suon di fiori e versi di canzoni di Paolo Conte. Il secondo, un uomo mite e buono, caduto nella trappola tesagli da una moglie infedele e ridotto in fin di vita. Sono questi gli incontri che segnano il destino dell’accordatore di destini.
L’epilogo della storia non si può e non si deve raccontare, per non privare il lettore del classico colpo di scena che caratterizza i romanzi "noir". Un epilogo imprevisto, violento e disgustoso come certi personaggi osservati dall’investigatore Formisano. Un autore decisamente onesto, di quelli che usano la scrittura per mostrare e non per nascondere. In tal senso, mi preme segnalare un passaggio, insolito per essere stato scritto da un uomo: "Noi uomini non capiamo mai niente di quello che succede e quando ci accorgiamo che c’è qualche buco nel rapporto lo sottovalutiamo, lasciamo andare aspettando che le cose si aggiustino da sole […] e intanto il terreno ci frana sotto i piedi e il buco diventa un baratro". Io donna, dico che Formisano è da adorare anche soltanto per queste sagge parole. Sagge e inconfutabili come prove.

Lorella De Bon


lapoesiaelospirito.wordpress.com

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Salvio Formisano ha inventato un mestiere nuovo: l’accordatore di destini. Esso consiste nel lavoro per un’agenzia d’investigazioni che comprenda però l’àgape per i soggetti indicati (meglio ovviamente se donne). Un lavoro così può nascere e svilupparsi solo a Napoli, e raccontarlo in romanzo esige passione per il mondo, le persone e le cose. Salvio ha tutto questo, in più il senso della storia e della sintassi e infine il tocco in più. Il Formisano è un numero 10 di classe, è il Diego Armando Maradona dei sentimenti. Accattetevìll’!

Giovanni Choukhadarian


www.napoli.it, 11.3.08

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L’accordatore di destini del titolo è un semplice investigatore privato che, immerso nelle brutture della vita che gli piovono addosso ad ogni passo del lavoro, sente in qualche caso una imperiosa forza interiore obbligarlo a mutare quanto gli passa sotto gli occhi, per opporsi ai soprusi imposti dal fato a persone che non li meritano affatto.
Salvio Formisano, sceneggiatore cinematografico napoletano, esordisce nella narrativa con questo lavoro – Meridiano zero – denotando doti non comuni di indagine psicologica. Il protagonista, narratore in prima persona, è alla deriva, abbandonato dalla compagna dopo due intensi anni. Per andare avanti, sostituisce l’amore per Gloria con quello per Napoli, la città da cui mancava da tempo, i cui cittadini vengono indagati con l’occhio benevolo di chi non è solito fermarsi alle apparenze. In essa riesce persino a trovare un nuovo lavoro: "Che cosa faccio? Rubo l’intimità delle persone, rovisto nelle miserie delle loro vite e le rovino". Tradimenti, vergogne, umiliazioni, i sentimenti peggiori scorrono sotto gli occhi dell’inquisitore: uomini che si perdono per il troppo amore, donne che cedono per la trascuratezza di chi gli sta affianco, parassiti che vivono alle spalle di altri. A quegli occhi si richiede di restare impassibili ma ecco che, nell’illusione di ergersi sulle situazioni, l’uomo cede a una sorta di volontà di potenza che vuol assegnare una nuova possibilità a chi boccheggia sotto quella toccatagli in sorte.

"Un lavoro vale l’altro, ma a me che cosa sarebbe piaciuto fare? Fin da ragazzo, quando ci pensavo, non mi veniva in mente niente di particolare. Farneticavo qualche volta di qualcuno che mettesse la gente sulla strada giusta. Pensavo a uomini di grande esperienza, capaci di immedesimarsi e intuire, di più,individuare le potenzialità e attitudini della gente. Creatori di destini.
Quante persone sono fuori posto o fanno scelte sbagliate perché non si conoscono e non sanno cosa va bene per loro. Quanti lavorano alle poste, fanno i ragionieri o i farmacisti perché non gli hanno mai regalato una chitarra, magari sarebbero stati degli ottimi musicisti, e soprattutto felici.
"

La correttezza sul lavoro comincia ad incrinarsi quando si imbatte in Loredana, bella moglie e madre trentacinquenne. Il marito è un avvocato arido ed egoista, le dedica tre minuti settimanali in un rapporto frettoloso in cui lei non si preoccupa nemmeno più di simulare l’orgasmo. Walter è il padre di uno dei ragazzini cui dà lezione, le cambia la vita e le schiude nuovi orizzonti. È la felicità di cui non ricorda più – se mai l’ha conosciuto – il sapore. L’armonizzatore di fati, fautore di una surrettizia giustizia umana, non denuncia al marito il tradimento, certificando il falso, e avvisa gli amanti che sono stati scoperti. La coscienza si placa.

"Addio e buona fortuna. Non sarò certo un creatore, ma almeno un accordatore di destini, questo sì, e Walter e Loredana potevano continuare ad amarsi."

L’incontro con una fioraia, Gina, sembra modificare il percorso. L’innamorato, saccheggiando i versi di Paolo Conte, fa breccia nella ragazza, che ci sta pur senza capire i voli di chi le sta di fronte. Ma l’illusione del nuovo amore è breve. Lei precipita in coma per la caduta dovuta ad uno scippo contrastato, che le ha fatto battere la testa sul marciapiede. La sua vita è appesa ad un filo. Frastornato, lui va a farle ripetute ma gelide visite ospedaliere, inceppato da un dolore lancinante. Gina non ce la farà, ma già nell’uomo le cose non giravano più come prima. È il nuotare continuo in quel mare di veleno che intorbida l’esistenza di tanti ad inquinare in lui la fonte della vita.

"Gina, non lo so che cosa succede quando si muore, né dove sei adesso. Sei partita stamattina presto, chissà se sei già arrivata nella tua nuova casa, forse sì, erano già molti giorni che te n’eri andata e avevi lasciato solo un cuore a battere debolmente e il respiro a far finta che eri ancora lì. Sono sicuro che dovunque tu sia sarà un bel posto pieno di fiori e di gente simpatica, che ti sorriderà e ti amerà. Non può essere diversamente, se c’è giustizia almeno lassù. Chissà se ci rivedremo, chissà come funziona dopo che uno è morto. Non penso che mi manderanno lì dove sei tu, non me lo merito. Ti avranno messo con altri angeli; il cielo sarà sempre azzurro e il sole splenderà tutto il tempo. Ci sarà molto verde e potrai piantare tanti bei fiori. Di sicuro incontrerai un uomo che ti amerà e ti manderà dei bigliettini con scritto ’ti amo’ e il suo nome."

Il lavoro procede, sulle solite note, ma i drammi continuati si dilatano nella mente dell’accordatore, iniziando a distorcere ogni cosa. Il secondo aiuto arriva per Giovanni, in origine un ottimo restauratore, poi marito distrutto da una moglie infame che si sceglie come amante un dipendente di lui, e non si limita a questo. Passo dopo passo, lo emargina dal nucleo familiare, dai rapporti con la figlia; lo sostituisce in ogni cosa col nuovo amore. Giovanni si riduce ad una larva, schiavo del bere, scendendo le varie tappe del degrado fisico e mentale. Per estrometterlo definitivamente, gli amanti commissionano l’indagine: lo scopo è dimostrare che Giovanni è un alcolizzato inaffidabile, ed ottenere il divorzio. L’aiuto sarà prima nel parlargli e tentare di scuoterlo dall’abulia, ma l’uomo è troppo andato per reagire. Ed allora l’intervento diverrà molto più pesante. Non si limita più ad un accordo ma è l’intera sinfonia ad essere stravolta.

"In pochi mesi sono diventato un altro. L’identità non è qualcosa che si possiede; cambia, si forma e si trasforma passando attraverso le cose. Siamo quello che facciamo, la vita che viviamo, quello che ci capita. O quello che ci facciamo capitare. È vero anche questo, ma solo in parte."

Sui tentativi di sovvertimento dei destini non sappiamo come va a finire. La vita continua a correre, indipendente. Già cercare di deviarla dal proprio alveo è impresa temeraria per un uomo: non è forse troppo pretenderne il successo?

"Incontri. Questo, alla fine, più di tutto decide le nostre vite: chi si incontra."

Luigi Alviggi


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Salvio Formisano presenta il suo primo romanzo, edito da Meridiano Zero

Un uomo cui vengono improvvisamente tagliati i fili che lo legano alla sua rete di relazioni, alla sua donna, al suo precedente lavoro, agli amici, alla città dove ha vissuto per molti anni, viene a trovarsi in una situazione che assomiglia molto a un inferno. E cosa può succedere se si precipita in questa specie d’inferno? Molti diventano delle carogne e maledicono gli altri, a cui invece la vita continua a sorridere. Si incattiviscono, si isolano e "l’isolamento, peggio ancora l’autoisolamento, espone un uomo a seri pericoli psicologici. Non vivere per gli altri, o almeno con gli altri, allontana dalla ragione e dalla vita stessa."
L’accordatore di destini nasce da questa riflessione, da questa possibile terribile eventualità. Solo che il "nostro" reagisce in modo diverso, direi opposto a quello paventato in premessa. Diventa altruista e invece di curarsi del proprio, pericolante, destino, si preoccupa di quello degli altri. Dalle riflessioni, dai pensieri che lo accompagnano nelle sue interminabili passeggiate per Napoli, scaturisce un nuovo modo di essere, che poi altro non è che il tentativo di coronare un suo sogno antico. Quello di interferire nel destino degli altri, di decidere addirittura il destino degli altri. Chi si prefige un obbiettivo del genere è necessariamente un uomo non completamente in sé, un megalomane. Per fortuna il nostro è un megalomane buono, che agisce a fin di bene. Uno che è convinto, sicuro di essere nel giusto e non si fema davanti a niente pur di essere coerente con l’idea che ha di sé e del suo modo di stare al mondo.
È venuto dalla Germania e si ritrova senza lavoro in un’altra città, Napoli, che aveva lasciato da ragazzo e dove non conosce più nessuno. Cerca e trova un altro lavoro, quello di investigatore privato, che nella maggior parte dei casi, non è proprio esaltante. Si tratta, generalmente, di corna, di indagare nelle vite di mariti o mogli fedrifaghe, per raccogliere le prove dei loro tradimenti da consegnare all’avvocato di chi ha commissionato le indagini.
"Che cosa faccio?" si domanda, dopo un paio di casi brillantemente risolti, l’investigatore. "Rovisto nelle miserie delle vite altrui e le rovino." Ed è a questo punto che scatta in lui la reazione che lo porterà a ribaltare la sua situazione e a cambiare, addirittura ad invertire lo scopo, per molti versi ignobile, del suo mestiere di segugio. Riesce a trasformare, o meglio, prova a trasformare il suo incarico e invece di incastrare le persone su cui indaga cerca di proteggerle, di salvarle. Dà, o meglio, prova a dare finalmente sfogo alla sua sete di giustizia. Ha una missione da compiere, lui, e il mestiere di investigatore gliene fornisce l’occasione e la possibilità.
Con L’accordatore di destini ho cercato di raccontare la condizione in cui si può trovare un uomo, normale, equilibrato, forse apparentemente equilibrato, che per una serie di ragioni oltrepassa il confine, qualche volta sottile, tra stabilità, equilibrio, diciamo ragionevolezza e la confusione, smarrimento, incoscienza, qualche volta follia. Il confine tra sano e insano. Un confine che diventa ogni giorno più facile da oltrepassare. La cronaca ci dà continui esempi di gente che perde la testa e commette delitti efferati, incredibili.
La vita è sempre più difficile, stressante, faticosa, veloce e ci rende sempre più deboli e fragili. Il protagonista del mio breve romanzo è un uomo a cui si rompe, si spezza qualcosa dentro. E’ una cosa che capita a molti. Si pensa, sbagliando, che accada improvvisamente, ma non è così. Quando il nostro equilibrio è compromesso, il processo era iniziato molto tempo prima e non ce n’eravamo accorti. Tanti dolori, delusioni, ingiustizie che crediamo di aver assorbito e superato, continuano invece a scavare dentro di noi. Arriva poi un momento in cui accade un fatto nuovo, a volte di poca importanza e ci fa perdere il lume della ragione, ma non è stato, ovviamente, quel singolo avvenimento a farci deragliare; avevamo raggiunto il limite, la misura della nostra capacità di resistere e incassare era colma. Tutto quello che succede da quel momento è veramente misterioso e varia da persona a persona. L’intensità e la durata del nostro vacillare e la capacità o meno di riprenderci, di rimetterci in carreggiata, dipendono da tanti fattori.
Il mio personaggio viene lasciato dalla donna che voleva sposare e entra in una crisi. Probabilmente non è l’essere stato lasciato a fargli perdere l’equilibrio; la sua donna che lo lascia in un albergo di Napoli e se ne va dà solo la stura ad un magma che ribolliva dentro di lui già da tempo. Ecco, è questo momento che mi interessava raccontare. Tutto quello che può succedere dallo scoppio della scintilla in poi. Il protagonista della storia, man mano perde contatto con la realtà fino a pensare di diventare un accordatore di destini, di interferire cioè in modo decisivo nella vita delle persone, ponendo rimedio a quello che gli sembra sbagliato, ingiusto.
In ognuno di noi c’è in qualche misura una differenza, un gap tra la percezione che abbiamo della realtà, e la realtà stessa. Quanto maggiore è questo gap, maggiore è il grado di instabilità, la mancanza di equilibrio. In qualche caso avviene proprio come una specie di scollamento, una separazione dalla realtà e in quel caso si è dei visionari, malati, folli.
Se uno non viene aiutato, se è solo, sprofonda sempre di più. Finisce in un mondo tutto suo, in cui, non confrontandosi più con altri, ma parlando sempre e solo a se stesso, sviluppa teorie sballate, basate su personali convinzioni assurde e alimentate, spesso, dal risentimento, dalle manie di persecuzione, dall’odio.
Il mio romanzo racconta questo perdersi, il viaggio, qualche volta senza ritorno, che affronta un uomo quando viene sopraffatto dalla vita. Un uomo però buono e come dice Balzac, solo i buoni nella sofferenza diventano ancora più buoni. Un uomo solitario ed errante che nelle sue lunghe camminate, rimuginando, deluso, sul passato, quando la sua antica inclinazione ad osservare gli altri diventa parte fondamentale del suo nuovo lavoro, disgustato dal comportamento di molti di quelli che deve "spiare", decide di non limitarsi ad accumulare prove che li condannino, ma di intervenire. E lo fa a modo suo, senza fermarsi davanti a niente, arrivando fino alle estreme conseguenze.
Il mio libro è stato pubblicato da Meridiano Zero ed è stato per questo classificato come noir. Non ho niente contro questo genere, che anzi apprezzo e frequento regolarmente, ma non so se lo sia effettivamente. Più di un critico lo ha considerato un romanzo tradizionale. Io stesso, scrivendolo, non pensavo di scrivere un noir.
Mancano le famose trame intricate, che il lettore può divertirsi a cercare di scoprire e il linguaggio non è quello solito, tipico dei gialli, dei thriller o polizieschi. Il mio è soprattutto un investigatore di anime. Anzi più che un investigatore sembra un filosofo, un pensatore, infatti alla fine è stufo del suo mestiere e si dedica alla scrittura. Se la vuole scrivere da solo la vita.
"È un gran mestiere lo scrittore", dice. "Te ne stai per fatti tuoi e scrivi; non devi avere a che fare con nessuno, non devi dar conto, parlare, ascoltare, avere di fronte brutte facce, sguardi e aliti cattivi".
L’accordatore di destini è fatto di tanti microromanzi, volutamente non sviluppati. Ho rinunciato alla possibilità di scrivere un romanzo lungo e corposo, perché quello che mi interessava più di tutto era seguire i pensieri e il percorso del protagonista con un passo, un ritmo veloce, incalzante.
Il ritmo è importante, non bisogna allentare la tensione, ammesso che si sia riusciti a crearla. Dilungarsi in estenuanti, chilometriche descrizioni non mi piace. E mi dà fastidio anche quando leggo libri scritti in questo modo.
Se un personaggio arriva al cancello di una villa e deve parlare con chi abita in quella villa, e lo scrittore gli fa spingere piano il cancello che, cigolando, emette un suono stridente, sinistro come il verso raccapricciante di un uccello notturno in una notte di pioggia e lampi e fulmini, e magari ci dice pure che uccello è, ti descrive l’uccello, e poi dopo aver varcato il cancello, l’uomo cammina a passi lenti, impolverandosi le scarpe con il terreno di ghiaia non molto compatta ma mista a polvere, di mattina presto, che fa molto freddo, che quello era l’inverno più freddo degli ultimi cinquant’anni e il cielo è azzurro, terso, senza una nuvola e la rugiada sulle foglie del giardino molto curato con i fiori e gli alberi, e ci dice pure che alberi e fiori sono, e gli alberi di frutta che in quella stagione sono questi e quest’altri, e il personaggio arriva dopo due pagine di estenuanti descrizioni finalmente a suonare alla porta, e viene ad aprirti il più piccolo dei tre figli, vestito come un marinaretto, eccetera eccetera, mi viene il latte alle ginocchia. Il libro magari diventerà pure di 500 pagine, ma chi se ne frega. Io, come lettore, voglio che questo spinge il cancello, sapere brevemente cosa vede e che pensa, ed è subito lì, a bussare alla porta.
Ripeto, il ritmo è importante, non bisogna allentare la tensione, ammesso che si sia riusciti a crearla. E poi non mi piace quel modo di scrivere ridondante, pieno di belle parole, graziose, anzi deliziose, per usare una delle più odiose e usate parole, spesso inutili, degli ultimi anni. Io sono per la sobrietà, come ho già detto, l’asciuttezza.
E poi è una questione di proporzioni. Anche un brano che ti piace molto e senti in modo particolare, se ha preso troppo spazio nell’economia generale della narrazione facendola risultare sbilanciata, devi avere il coraggio di sfoltirlo, o, in qualche caso, addirittura di tagliarlo.
Non bisogna mai innamorarsi troppo di quello che si è scritto, a certe parti, a certe frasi. E’ difficile, ma bisogna riuscire a mantenere un certo distacco rispetto al proprio lavoro.
Chi scrive mette sempre un po’ o molto di se stesso in quello che racconta. Le proprie fobie, la propria storia, magari trasformata, che si collega a pensieri nuovi, a pezzi di film, a frasi o parole tue o di altri che ti vengono in mente. Il tutto rielaborato diventa una storia, un romanzo.
Un immagine che ha sicuramente contribuito a mettere a fuoco il mio accordatore di destini è stata quella dello splendido Gene Hackman ne La Conversazione, che Francis Ford Coppola girò tra il primo e il secondo Padrino. Con questo film, che personalmente preferisco a quelli, grandiosi, della saga sui Corleone, il regista americano vinse la Palma d’oro a Cannes.
In particolare mi è tornata spesso alla mente la bellissima scena iniziale del film. Una panoramica dall’alto che si stringe lentamente su di un piazzetta in cui una coppia seduta su una panchina parla a bassa voce. Hackman con un microfono nascosto addosso e un altro in un giornale arrotolato che spesso dirige verso i due, riprende le loro voci. Un furgoncino bianco parcheggiato nei paraggi, attrezzato come uno studio di registrazione, registra la conversazione. Hackman non è un investigatore privato, ma un esperto di sistemi di sicurezza che viene incaricato di spiare la moglie di Robert Duvall e il suo presunto amante. È tormentato, inquieto e andando avanti nel suo lavoro si rende conto che sta costruendo le prove che condanneranno i due amanti alla morte.
Una storia e un epilogo completamente diversi da quelli del mio libro, ma l’immagine inquieta e tormentata del grande attore americano è stata sicuramente una di quelle che maggiormente hanno contribuito a dar corpo al mio personaggio, che inizia la sua galoppata partendo dalla collina di Posillipo e non si ferma più. Va avanti a testa bassa e pensa. Poi, improvvisamente, si scuote, rialza la testa e capisce cosa vuol fare: L’accordatore di destini.

Salvio Formisano


passatempimoderni.blog

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13.2.07:
L'accordatore di destini

Ultimamente sto leggendo molto poco: troppi impegni ed eccessiva stanchezza mi fanno tralasciare la lettura quotidiana del romanzo che ormai stanzia sul mio comdino da oltre un mese. Rimasto folgorato dalle recensioni di Piero Dorfles in "Un pugno di libri" provo a rendere un servizio a chi non ha avuto la possibilità di vedere la trasmissione. Trascrivo qui una delle sue recensioni.
«In alcuni libri i protagonisti vengono coinvolti in un destino che non hanno scelto. Il protagonista de L’accordatore di destini di Salvio Formisano, pubblicato da Meridiano zero, cade in una di queste trappole. Va a Napoli con la fidanzata, litigano, pensava di restarci un giorno e invece ci rimane per tutta la vita. Inizia così a fare l’investigatore privato, va a frugare nei tradimenti altrui ma non riesce a starne distaccato, viene come catturato, così ’accorda’ i destini, finisce per cambiare le prove dei tradimenti che dovrebbe documentare e questo gli costerà carissimo.»
A me è venuta voglia di leggerlo.

28.02.07:
Un buon racconto
Alla fine l’ho letto. Avevo postato la recensione fatta da Piero Dorfles de L’accordatore di destini di Salvio Formisano. E l’ho letto in 3 giorni. Sicuramente sono stato favorito dalla brevità del romanzo, che classificherei più nella categoria racconti, ma anche dal fatto che la storia attrae, fino alla fine. L’idea è abbastanza originale e si finisce per parteggiare per il protagonista e per le sue gesta.


perso.orange.fr

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Ma quale sarà il segreto legame tra il ’gelido’ nordico Marco Vicentini, patron della casa editrice Meridiano Zero di Padova (cui dobbiamo tra l’altro l’arrivo in Italia di Robin Cook/Derek Raymond, e scusate se è poco) e la calda, vitale e spesso tragica Napoli? Quale che sia, dopo Cane rabbioso, fortunato esordio ultra-pulp di Angelo Petrella (ne abbiamo parlato su Europolar) ecco arrivare dalla città partenopea un nuovo esordio, cui auguriamo la stessa fortuna, perché la merita. Si tratta di L’accordatore di destini, opera prima (dal bellissimo titolo) di Salvio Formisano, uomo di molti mestieri ora dedito (giustamente) alla scrittura.
Il protagonista io-narrante della vicenda è tornato a Napoli dalla Germania, dove lavorava, per chiedere a una donna di sposarlo; lei, invece , gli ha detto addio. Lui è rimasto, vittima del fascino strano e perverso esercitato da questa città splendida e maledetta. Per giorni ha vagato per le strade, immergendosi nelle vie, nei suoni, negli odori. E quando ha dovuto trovarsi un lavoro, il caso lo ha portato a fare l’investigatore privato. Un segugio da 250 euro al giorno più le spese, specializzato in squallide storie di tradimenti extraconiugali. Presto i giorni si fanno tutti uguali, gli incarichi ripetitivi: pedinare, spiare, fotografare, fornire al coniuge tradito le prove per mettere in moto la macchina legale della separazione, del divorzio. A volte è facile, a volte meno, le regole impongono di non simpatizzare né con i committenti, né con i ’soggetti’ da spiare, ma il nostro detective ogni tanto prova ad ’accordare’ destini che hanno perso ogni armonia, ogni sintonia; dapprima camuffando un po’ la realtà, poi, sempre più coinvolto dalle storie personali, ricorrendo a gesti più drammatici…
Tanto Cane rabbioso era pulp, esagerato, provocatorio e ’sporco’, tanto L’accordatore di destini è levigato, misurato, nitido. Eppure da questo piccolo noir (ma l’appartenenza al genere è quasi casuale, non programmatica) filosofico, un po’ metafisico, trasudano una serie di accurate e profonde riflessioni sul male di vivere e sulla nostra capacità (o incapacità) di reggere le fila dei nostri destini, che da sole giustificano la lettura di un romanzo che non ha bisogno di sbrodolarsi addosso per pagine e pagine per colpire la nostra attenzione. E quando il racconto del protagonista si sofferma sull’amore per l’atto di scrivere, ci sembra di scorgere, nella penombra, lo scrittore al lavoro. E ci congediamo da lui, con rammarico, in attesa di rileggerlo, prima o poi. Perché, proprio, come il suo protagonista, "non poteva fare altro".

Giovanni Zucca


www.thrillermagazine.it

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Rari sono i casi in il titolo è come un punto, in cui si condensa un romanzo intero. Questo è uno di quelli. Per il protagonista de L’accordatore di destini di Salvio Formisano il ritornello comincia sempre così: "con una donna o un uomo che vengono a confessarsi. Si mettono a nudo, si liberano. È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita, gli aspetti più intimi. Non c’è bisogno di fare troppe domande, vanno avanti da soli, a ruota libera." E perché dal bisogno di parlare, far sapere a qualcuno le proprie sofferenze, attendono una chiave che risolva i propri problemi e li salvi.
L’accordatore di destini, se operasse in tempo, scongiurerebbe i disastri degli incontri sbagliati. Perché alla fine, quello che decide nella nostra vita, sono gli incontri. Ed invece, egli agisce, pedina, fa la posta, per conto di mogli tradite per noia, trascurate da mariti violenti o distratti, o rose dal tarlo del dubbio del tradimento. Oppure perché ingaggiato da mariti gelosi, ossessionati da comportamenti anomali della consorte. In una Napoli assolata, gremita di vita e brusio, egli si muove e si camuffa il protagonista, assoldato da una agenzia investigativa privata; e dopo uno, due, tre casi comincia a credere di poter intervenire sulla vite di cui raccoglie indizi e prove compromettenti. Un chiaro ribaltamento di ruoli: intervenire per "sbloccare" situazioni compromesse e coprire con indizi semi-veritieri situazioni destinate al fallimento. Come un Deus ex-machina, modifica la volontà del presente per salvare la vittima e affondare il carnefice. Un gioco eccitante, pericoloso, spinto fino alle condizioni estreme, secondo un processo irreversibile, può però rivelarsi fatale anche per chi lo attua.
Con una prosa scarna ed efficace, Salvio Formisano confeziona un’opera prima accattivante, densa di sfumature e intesse una storia tenera e amara nel contempo, permeata da una sensazione di vaghezza, sospensione. Lucidissima è l’analisi della identità umana che "non è qualcosa che si possiede: cambia, si forma e si trasforma passando attraverso le cose. Siamo quello che facciamo, la vita che viviamo, quello che ci capita. O quello che ci facciamo capitare."

Marinella Lombardi