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Le Madri Nere
Pascal Françaix


Alias/il manifesto
Alto Adige Corriere delle Alpi
Amica, Niccolò Ammaniti
l’Arena
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Diario
digilander.libero.it
il Gazzettino
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Linus
Mucchio Selvaggio
Pulp
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Alias/il manifesto, 11.4.2000

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L’inferno del vivere raccontato da Maurice, un ragazzino di campagna nella Francia tra prima e seconda guerra mondiale. L’inferno della scrittura, anche, magistralmente trasfigurato nella lotta del piccolo protagonista contro il demone di Jacques - l’altro gemello, morto soffocato dal cordone ombelicale - che vorrebbe imporgli la propria identità. Scava a più livelli e lascia il segno questo romanzo dell’autore francese, scandito da una catena di supplizi che una madre pazza e un padre indifferente infliggono al bambino. Maurice li registrerà quotidianamente in un diario segreto, obbligando il lettore a immergersi nell’incubo e a correre sui carboni ardenti, a ogni sussulto d’orrore, un sorriso amaro.

Geraldina Colotti


Alto Adige Corriere delle Alpi, 30.4.2000

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Il noir, la letteratura poliziesca - non la banale investigazione - come grimaldello per raccontare la vita quotidiana. Un filone che trova continuamente nuovi autori e nuove storie, antidoto efficace e vero alla devastante debolezza di tanta parte della letteratura d’oggi. Menzione d’onore, in Italia, per una piccola casa editrice di Padova, Meridiano zero, che da un paio d’anni sforna pochi quanto significativi titoli. Provate un po’ con Le madri nere di Pascal Françaix per capire di che pasta siano fatti i veri romanzi noir. Questa è una storia ambientata nella campagna francese tra la prima e la seconda guerra mondiale, sostenuta da una scrittura diretta, tesa, senza sbavature. Storia che sembra una favola infernale: un gruppo di donne si ritrova la prima domenica di ogni mese per interrogarsi e lamentarsi dei loro figli morti proppo presto o mai nati. Solo una, Ginette, ha su chi sfogare l’odio di madre negata: sul figlio Maurice, colpevole di essere sopravvissuto al gemello Jacques, morto durante il parto. Ed è lui, Maurice, testimone spaventato della crudeltà materna, a raccontare a voce bassa dettagli e sfumature della follia che vede montare attorno. In Francia questo libro è diventato un caso editoriale. Lettura che ti si impiglia nella memoria a lungo.

Carlo Martinelli


Amica, 4.5.2000

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Anche i fantasmi stuprano

Esistono rari casi in cui il lettore perde la distanza da quello che sta leggendo e finisce col precipitare, come Alice, nel mondo narrato dal libro. Sembra che alcuni romanzi possiedano tentacoli, del tipo di quelli de L’invasione degli ultracorpi, che spuntino dalle pagine mentre tu leggi e che ti afferrino e ti contaminino la mente e l’immaginazione. Quando li chiudi, tutto intorno a te è virato e ti ritrovi a vedere il reale con una lente deformata. Un buon esempio può essere American Psycho di Brett Easton Ellis o Le particelle elementari di Michel Houellenbecq. Passano gli anni, ma quei libri continuano ad esercitare un’influenza, diventano pietre di paragone per le esperienze (non solo letterarie) che fai. Di questo genere è Le madri nere, un romanzo ambientato nella Francia degli anni Quaranta. Ci sono madri cattive che spezzano la vita ai figli, bambini che affidano segreti inconfessabili a un diario, fantasmi che stuprano, atmosfere cupe tra orrore e grottesco.

Niccolò Ammaniti


l’Arena, 10.5.2000

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Un po’ di grandeur, a volte, non guasta. In Francia, quando un caso letterario decide di esplodere, lo fa seriamente: altro che "i nostri cannibali", "il nostro Mozzi", "la nostra Vinci", "il nostro Brizzi", che continuano a scrivere ma si leggono tra loro...
In Francia può accadere che oggi, un 27enne di nome Pascal Françaix al suo quarto libro dopo una lunga gavetta teatrale, sconvolga non solo la critica - cosa normale -, ma anche il pubblico - cosa più insolita. E lo fa con uno stile cupo e vischioso e una trama grottesca e surreale, peraltro; che si muore tra ambientazioni céliniane (Francia, a cavallo fra le due guerre mondiali...) e spunti alla Gogol che incatenano il lettore in un gorgo psicologico "alla Easton Ellis", per capirci.
Le madri nere di Françaix non è un giallo, non è un feuilleton a toni screziati, né una riflessione intellettuale sui rapporti familiari. Eppure nel racconto che scorre, a mo’ di favola nera, sulle riunioni inquietanti di sei donne orfane dei loro figli che la prima domenica di ogni mese si ritrovano per intrecciare illusioni ed anatemi, si ritrovano tutti questi elementi. Al quale s’aggiunge il dramma personale del Maurice, figlio di Ginette Dumont (una delle pie donne) che a tredici anni sussurra in un diario nascosto la convinzione di "avere dentro di sé il fratello gemello Jacques morto soffocato dal cordone ombelicale durante il parto". Che sia dissociazione o puro delirio parossistico, il ragazzo sconta la sua "colpa di assassino inconsapevole" immaginando scenari apocalittici nutriti dalla mancanza d’amore. Stile secco, dialoghi che scardinano le coscienze: Le madri nere merita la sua fama; sarebbe già tanto se i nostri "autori giovani" avessero solo la metà del talento di questo francese.

Francesco Specchia


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Ginette Dumont è una donna che doveva avere due gemelli: uno dei due muore. L’altro, Maurice, diviene prima oggetto di continue torture da parte della madre che lo ritiene colpevole di aver ucciso suo fratello strangolandolo col cordone ombelicale, poi rifugio per lo spirito del gemello nato morto Jacques deciso a impossessarsi della vita del disgraziato protagonista.
Le Madri Nere è il diario di Maurice, giovane appassionato di scrittura, che appunta meticolosamente tutti gli avvenimenti in cui è tristemente coinvolto fino all’epilogo drammatico della sua vita.
Le Madri Nere sono la signora Corbeil, la signora Armand, la signora Piécuche, la signora Dauby e la signora Cousin, oltre alla mamma di Maurice: tutte donne che condividono il dolore per aver perduto prematuramente il loro figlio. Complici della Dumont, le cinque Madri vedono nella possibile incarnazione di Jacques quasi un riscatto dalla privazione ingiusta che hanno dovuto subire.
Il trentenne Pascal Françaix riesce abilmente a miscelare gli incubi di un Guy De Maupassant con i ritmi della narrativa noir più moderna, realizzando un racconto semplice, avvincente ma soprattutto impressionante nella sua "umoristica crudeltà" e nel suo spietato cinismo.

Maurizio Landini


Diario, 14.7.2000

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Un romanzo intenso e agghiacciante. Ambientato nelle campagne francesi tra la prima e la seconda guerra mondiale, Le madri nere descrive le tormentate vicende di un bambino di tredici anni, costretto a subire continue torture e vessazioni da parte della madre psicopatica. Ginette, donna ignorante e spietata, lo accusa di aver ucciso durante la gravidanza, strozzandolo nella placenta, il fratello gemello nato morto. Testimone impotente della violenza subita, il piccolo Maurice descrive nel suo diario ogni piccolo particolare della inutile crudeltà materna. Complici della madre un gruppo di donne, le Madri nere, unite in una sorta di società segreta, costituita per piangere i loro figli scomparsi prematuramente.
Sullo sfondo del romanzo la figura del padre, falegname alcolizzato, totalmente passivo di fronte alla moglie, che sfugge nel vino e nel totale isolamento le frustrazioni della vita coniugale. Proseguendo nell’odissea di sofferenze e umiliazioni si giunge al tragico epilogo, che, oltre a non lasciare praticamente superstiti, dà una spiegazione soprannaturale agli eventi.
Pascal Françaix ha soli ventisette anni ed è già al suo quarto romanzo. Vive e lavora nella stessa Francia "piatta" descritta nel libro, fornisce una prova forte e convincente, riuscendo a costruire un universo claustrofobico nel quale qualsiasi violenza succede impunemente: non c’è limite e non sembra possibile fissarlo. La ragione, il buonsenso, gli affetti vengono travolti in nome di un amore perverso e impossibile. Françaix narra con spietata chiarezza i drammi quotidiani consumati fra le anguste mura di casa. Ma senza enfasi, il suo stile è asciutto, consono alla staticità della situazione. Non c’è volontà di ribellione, la consapevolezza della propria sorte porta Maurice a una lucida rassegnazione. Neanche il dolore lo spaventa, vuole solo porre fine alla sua vita.
Grazie all’ottimo lavoro di traduzione di Jacopo De Michelis, i termini dialettali diventano facilmente comprensibili, dando più verosimiglianza alle agghiaccianti argomentazioni della madre. Il romanzo potrebbe essere ambientato nel Medioevo e nessuno si accorgerebbe della differenza, la dimensione temporale risulta infatti sfumata, propria dei sogni. A questa dimensione sospesa si contrappone la cieca violenza di Ginette e delle sue complici, irrazionali come la furia omicida, folli come la reiterata opposizione alle leggi di natura.

Alessandro Bertante


digilander.libero.it

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"Mi sono visto nello specchio del guardaroba, bianco come un sudario e con gli occhi infossati nelle orbite.
Va’ a prendere una boccata d’aria, mi son detto, non lasciare che Jacques ti faccia star male, non lasciarti contaminare. È la sua collera che ti gonfia la pancia, non la tua.
Così sono andato alla finestra e ho aperto i battenti.
Fuori la neve cadeva regolarmente, leggerissima e finissima, come se le nuvole si sbriciolassero sfiorando il tetto di casa. Il paesaggio era piatto e bianco come un foglio di carta da lettera, su cui Dio, forse, contava di scrivere un messaggio importante col suo dito gigantesco. L’aria era così fredda che pietrificava tutto quanto. Fin dove arrivava lo sguardo non si muoveva nulla, a parte i minuscoli punti bianchi che scendevano da nessuna parte e cadevano dappertutto.
Si sarebbe detto che quella polvere gelata fioccasse dentro di me, che galleggiasse dolcemente all’interno del mio corpo vuoto. Che lo riempisse come una clessidra."
Ho riportato questo breve passaggio del romanzo del giovane Françaix per sottolinearne la prosa, semplice ed immediata, quasi didascalica, ma forte come un pugno allo stomaco.
E lo stomaco del lettore viene sollecitato più volte durante la lettura da cui è difficilissimo staccarsi. Ma non tanto per la crudezza quasi splatter di molte (troppe) situazioni, quanto per l’angoscia e la sofferenza di essere catturati in un vortice di perversione e malvagità talmente reali da risultare a volte quasi paradossali (forse è solo una scusa per toglierci di dosso questa realtà scomoda e raccapricciante).
Scritto sotto forma di diario, il romanzo racconta la vita familiare di un giovane quattordicenne, ambientata in un borgo francese nella seconda metà degli anni ’30.
Una vita dura quella del giovane Maurice Dumont, venuto al mondo a scapito del fratello gemello Jacques (morto durante il parto strangolato dallo stesso cordone ombelicale) secondo la madre, mai più ripresasi da questa situazione che la rende ogni giorno che passa psicologicamente instabile (usando un eufemismo) e un incubo assurdo per lo stesso Maurice.
Tra un padre insensibile e ubriacone e una madre violenta e resa folle dall’odio per il figlio superstite a cui attribuisce paranoicamente l’omicidio del fratello e lo sottopone ad ogni genere di angherie (altro eufemismo), Maurice scarica su carta la sua depressione, il suo immenso dolore e lo stato inconcepibile in cui è costretto a vivere, guardandosi continuamente le spalle e nascondendo i suoi quaderni nei luoghi più impensabili per non subire ulteriori umiliazioni e punizioni.
Nel frattempo, la madre, assieme ad un gruppo di altre donne con dei recenti lutti filiali a carico, seppur in situazioni diverse, trama qualcosa di più della "solita routine" nei confronti del figlio, qualcosa di spaventoso che man mano porta Maurice ad uno stato schizoide, ad uno sdoppiamento di personalità, al confronto con la sua "metà oscura", con quel gemello mai nato che sente prendere sempre più il sopravvento dentro di lui.
E poi… e poi bisogna leggere il libro per immergersi in questo terribile, cattivo, nerissimo tunnel che porterà all’unica via d’uscita possibile. Le Madri Nere è un romanzo che si legge in un fiato e da cui se ne esce estremamente colpiti e spiazzati, non tanto per il finale scontato, quanto per la cupezza, la malvagità e la rassegnazione che ne traspaiono.
Françaix (ventinovenne francese con una lunga crisi di agorafobia alle spalle) ci va giù duro con questo "diario nero", ma talvolta la realtà può essere (ed è) molto più terribile e spietata di qualunque sorta di immaginazione.

Walter Giordani


il Gazzettino, 13.4.2000

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Le "madri nere" si riuniscono in silenzio come le streghe in Macbeth: brutte, sciupate, inacidite dalla vita e dal dolore, eternamente vestite a lutto. Si ritrovano la prima domenica di ogni mese, per lamentarsi e interrogarsi, orfane dei loro figli morti troppo presto o mai nati. In una nenia di rosari che risuona potente come un canto demoniaco, si aggirano tra Dio e le anime perdute incapaci di accettare la realtà e la separazione.

Ma soltanto una di loro, Ginette, ha scovato nell’odio l’ubica forma di resistenza alla vita. È l’odio feroce e crudele contro l’unico figlio che le è rimasto, Maurice, colpevole di aver osato sopravvivere al gemello Jacques, morto di parto.
Pascal Françaix non conosce le mezze misure: picchia duro, questo ventinovenne francese che due anni fa pubblicò il suo quarto romanzo, Le madri nere appunto, diventato in patria un caso letterario ed ora approdato in Italia grazie a Meridiano zero.
L’incipit ferisce come una stilettata e calamita gli occhi alle parole: "È dura scrivere con la mano sinistra. Eppure dovrò abituarmici, altrimenti la mamma sarebbe fin troppo contenta, e ho giurato di non darle mai più soddisfazione. È stato perché non potessi più scrivere le mie porcherie, come dice lei, che mi ha mozzato il pollice l’altra sera. Se sapesse che nonostante tutto io insisto, potrebbe benissimo ricominciare ad affettarmi. Non credo le seccherebbe. Anzi, forse ci troverebbe il suo piacere. Ho visto la luce che le si è accesa negli occhi quando il coltello da macellaio si è abbattuto sul mio pollice tranciandolo di netto. Una luce cattiva, fredda, simile al riflesso della lampada sulla lama così ben affilata".
Il piccolo Maurice Dumont non può sfuggire alla sua favola infernale dominata da questa madre "nera" disumana, da un padre ubriacone ed assente e da un fratello-fantasma. Un fratello che la madre si ostina a cercare dentro l’altro figlio, e che il "sopravvissuto" teme con tutte le forze: "Si metterebbe ad aprirmi la pancia" se solo potesse immaginare che Jacques il morto "vive" dentro Maurice il vivo.
Un romanzo che toglie il respiro, Le madri nere, e che esplode in una scrittura tesa, pulsante, essenziale, così terribilmente realistica da far rabbrividire.
Ambientando la storia nella campagna tra la prima e la seconda guerra mondiale, Françaix riesce a dar voce alle angosce e ai tormenti del suo piccolo Maurice, torturato senza possibilità di scampo dalla madre che lo rifiuta. L’unico sfogo, per il ragazzino, è affidare ai suoi preziosissimi diari, custoditi in una scatola di latta sotto la cenere della stufa a carbone, ogni terribile dettaglio della follia che lo circonda e che lentamente lo inghiotte. Françaix elabora la lezione del "Sosia" dostoevskijano, rende il tormento fisico, psicologico, morale, mentre la morte si insinua silenziosa in quella vecchia casa in mezzo ai campi come un ospite a lungo desiderato.
Il piccolo protagonista si difende, ma sa di non avere vie d’uscita. La sua resistenza, tutta mentale, si erge contro la madre folle, immaginandola torturata da capi indiani o da pirati di passaggio, e contro il fratello-fantasma che si rifiuta di morire. "Un bagno ribollente di sangue e inchiostro", scrive nella prefazione Yann Moix, difficile da dimenticare.

Chiara Pavan


www.glauco.it

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"È dura scrivere con la mano sinistra. Eppure dovrò abituarmici, altrimenti la mamma sarebbe fin troppo contenta, e ho giurato di non darle mai più soddisfazioni. È stato perché non potessi più scrivere le mie porcherie, come dice lei, che mi ha mozzato il pollice l’altra sera…."
Questo è l’incipit del romanzo Le Madri Nere di Pascal Françaix pubblicato da Meridianozero, una piccola casa editrice che ha all’attivo soprattutto autori "noir" tra i quali spicca Raymond Derek.
Ma tornando a Le Madri Nere la tragica storia del piccolo Maurice ricorda un po’ le favole con le streghe che terrorizzano i bambini. In questo caso la figura della strega è impersonata dalla madre resa folle dalla perdita del figlio che altri non è che il gemello di Maurice.
Pascal Françaix giovane autore francese è al suo primo romanzo ma, come si afferma nel risvolto della copertina di questo volume "…farà ancora parlare di sé", viste le premesse non ne abbiamo alcun dubbio.

Libreria Hobelix


Linus, maggio 2000

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Agghiacciante. E geniale. Leggendo questo potente romanzo del ventisettenne francese Pascal Françaix vengono in mente aggettivi così. Molto ben tradotto da Jacopo De Michelis e meritoriamente pubblicato dalla giovane casa editrice padovana Meridiano zero, è un libro particolarissimo, di quelli destinati a lasciare una traccia in chi legge. La trama fa spavento anche a riassumerla: il piccolo Maurice, colpevole agli occhi della madra pazza di essere sopravvissuto al suo gemello Jacques morto al momento del parto, è costretto a subire ogni sorta di torture, dall’amputazione delle dita per impedirgli di scrivere all’iniezione di liquidi velenosi. Un crescendo di orrori resi ancora più insostenibili dalla perfida scelta dell’autore di far raccontare la vicenda direttamente dal protagonista. Assistiamo così in prima persona allo sviluppo di una forma di schizofrenia che ha del sovrannaturale e che non è difficile identificare come una metafora della lotta tra la furia dell’ignoranza e il potere della parola, baluardo inespugnabile dell’individualità e della ragione. L’ambientazione claustrofobica, l’assenza di precise connotazioni temporali, la dimensione quasi mitologica dei personaggi creano un risultato di grandissimo impatto. Non so se il gotico psicologico sia un genere letterario esistente, ma se lo è questo romanzo ne è sicuramente un caposaldo.

Matteo B. Bianchi


Mucchio Selvaggio, 19.9.2000

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Si parte con una scena alla Lezioni di piano (il pollice della destra mozzato per punizione, per impedire alla mano di scrivere nonché di comunicare nell’unico modo ancora non censurato) e si prosegue con una favola nera che ricorda a tratti la Trilogia della città di K. dell’ungherese Agota Kristof: lì una vecchia strega senza cuore torturava mentalmente e fisicamente i due piccoli nipoti gemelli, fino a renderli insensibili al dolore e alla fame; qui una madre da incubo infligge al piccolo Maurice punizioni degne dei cani da rapina di Tarantino, per castigarlo dell’unica colpa di essere sopravvissuto al gemello morto durante il parto. In entrambi i casi, un grande quaderno a registrare le sevizie delle due cagne e gli esercizi di resistenza delle vittime innocenti. Qui finiscono le analogie tra il romanzo della Kristof e il brillante esordio letterario di Pascal Françaix, che forse a tale lettura deve qualcosa dell’atmosfera cupa e allucinata della sua storia e delle numerose scene da grand-guignol, peraltro descritte col sangue freddo e la mente lucida di un ragazzino tredicenne che ha già patito tutto quello che c’era da patire: i deliri isterici materni e la codardia del padre, i fantasmi dei bambini morti e i riti funebri, le infinite punizioni corporali e la costrizione al silenzio…
Il libro è bello, struggente, terribile, estremo nella violenza gratuita e implacabile che si abbatte sul piccolo Maurice, tanto da aver rammentato a qualche recensore bolge dantesche e inferni céliniani rigorosamente riprodotti in ambiente domestico. Ma va anche letto come il diario intimo di un folle che, contagiato dagli isterismi delle streghe (sei donne orfane di figli mai nati o morti troppo presto), finisce per lasciarsi vivere e possedere dallo stesso fantasma di cui si affanna a negare l’esistenza.
Un sapiente meccanismo narrativo regola la struttura del romanzo: all’inizio, Maurice appare come un narratore assolutamente attendibile, per quanto lo scarto tra violenza delle immagini e piattezza del tono del racconto conferisca al dettato un che di surreale; quando poi la sua voce, in un progressivo stupro psicologico ad opera del gemello morto, viene controllata da una forza esterna che lo induce a pensare, agire, scrivere e parlare come Jacques, la storia diventa imprevedibile e senza regole morali e/o narrative, fino alla conclusione paradossale che vede prevalere Maurice, o meglio la sua volontà, sul fantasma di Jacques a costo della propria stessa vita.
Con gli archetipi più antichi del mondo (la donna strega, il capro espiatorio, il mito del doppio, il padre assente, il sacrificio), con una certa propensione al macabro, e con una perizia narrativa che dissimula i suoi ventisette anni, Françaix mette in scena una visione cerebrale giustamente eletta a "punta di diamante" della casa editrice Meridiano zero (la stessa che pubblica Derek Raymond) e destinata a diventare Vangelo per molti aspiranti "scrittori creativi).

Maura Murizzi


Pulp n. 24, marzo 2000

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I giovani. I cosiddetti giovani autori dovrebbero correre in libreria e prendersene una copia, leggerla d’un fiato e meditare. Non solo loro, ma anche quelli che, incluso chi scrive, hanno creduto che i colori del grand guignol si addicano ormai solo al kitsch scanzonato, quelli che si rotolano nelle miserie dell’organico per illuminarne la presunta metamorfosi nell’indistinta democrazia dell’inorganico. Noi, il racket delll’estremo, eccoci sistemati, per una volta.
Intanto il ventisettenne (lui è giovane davvero) Pascal Françaix, brucia il terreno della consuetudine e alle contemporanee efferatezze dei non luoghi sostituisce coordinate temporali celiniane (Francia a cavallo tra le due guerrre, sarà un caso?), poi, le sue ’mamme’ non sono nevrotiche borghesi, piccole medie o grandi, ma fetidi zombie che allungano pretese dagli antri ottusi della cultura contadina.
In questa monade spazio temporale ha luogo il lento martirio del piccolo Maurice, colpevole, agli occhi della madre, di essere sopravvissuto al gemello morto durante il parto. Vittima dell’orribile Ginette, fiera oppositrice dell’amore per la vita, al tredicenne non resta che affidare a un diario la cronaca delle illimitate perfidie materne. E qui, sulle pagine sporche ora di latrina ora di cenere di stufa, il lettore familiarizza col grottesco candore dell’io narrante che, poste le premesse - l’ovvia naturalezza con cui vive la follia del suo universo - produce quello scarto di senso che si è soliti connotare con l’aggettivo ’surreale’. Ma attenzione, grottesco e surreale, elementi che fanno parte ormai della profilassi di difesa del lettore, convinto di potersela cavare senza alcun disagio, ci inoltrano in un mondo di ’serietà’ sconcertata. Boris Vian cede il passo a un Gogol angosciato o a un Céline disarmato. Finché infatti seguiamo i ’sabba’ delle madri nere, chiuse nell’abietto narcisismo del dolore, possiamo ancora sorridere, ma poi, quando il corpo di Maurice diviene terreno di ’stupro’ da parte del fantasma del fratello, ci si avvede che Le madri nere non è un divertissement al sangue, ma una palpitante (e, scusate l’aggettivo, struggente) riflessione sulla parola, la lingua e la scrittura. Riflessione che non ha nulla di intellettualistico ma che lievita naturalmente dal corpo oltraggiato del bambino. Ci troviamo così immersi in questo delirio parossistico a lottare con Maurice affinché Jacques non gli rubi la voce: sua identità residua e inalienabile; E partecipiamo, con stupore, alla guerra di chi non vuole più ’essere parlato’, di chi pagina dopo pagina col pudore di un tredicenne, ci ha raccontato come ’nascono’ le parole, di chi, una volta tanto, ci insegna a difenderle malgrado il corpo, malgrado tutto. Ma non è un gioco, è la guerra.

Silvia Arzola


Sette/Corriere della Sera, 8.6.2000

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Maurice ha solo nove dita. La sua terribile mamma, che pare uscita da un racconto di streghe, gli ha mozzato il pollice destro per impedirgli di tenere un diario. Pascal Françaix, 27 anni, viene dal profondo Nord della Francia. Lì ha ambientato Le madri nere; un romanzo gotico campagnolo e macabro, molto più spaventoso di tanti incubi metropolitani.

Mariarosa Mancuso


il Sole 24 ore, 14.5.2000

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A questo punto un occhio di riguardo anche per un giovane quanto promettente autore francese, Pascal Françaix, che Meridiano zero propone in Le madri nere, un lavoro fuori dagli schemi che vede alcune donne incontrarsi ogni mese per "raccontarsi" e confrontarsi. Ma soltanto una di loro ha un capro espiatorio, o presunto tale: un figlio, il cui unico torto è quello di essere sopravvissuto alla morte del fratello gemello, e che in prima persona si propone al lettore attraverso un diario i cui contenuti veleggiano sul sottile crinale che separa la realtà dalla fantasia.

Mauro Castelli


www.eumagazine.it, 11.7.08

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Non si scrive per passatempo, ma perché si ha qualcosa da dire che non può essere detto in nessun altro modo. Come accade al piccolo protagonista, voce narrante, de Le madri nere di Pascal Fran¨aix (1998) (che la Meridiano zero ripropone in questi giorni): quasi una parabola sul senso profondo del gesto narrativo, quel gesto che diviene tanto più indispensabile, laddove non esista altro.
Ambientato nella piatta campagna del Nord della Francia, questo libro ha il merito (non esclusivo nella letteratura francofona), di trasformare la piccola e claustrofobica provincia, in un luogo che è, prima di tutto, mentale: come in un film di Chabrol, la provincia nasconde sovente un segreto, che, il più delle volte, ha a che fare con la morte.
In questo caso c’è un bambino, a cui la madre ha tagliato il pollice destro della mano, e che si vede costretto a scrivere il suo diario, di nascosto, con la mano sinistra: se fosse scoperto, la madre probabilmente gli taglierebbe anche l’altro, e gli porterebbe via i fogli per sempre. Non c’è scelta, mettere nero su bianco ciò che si trova a subire diviene per Maurice l’unica possibile forma di sopravvivenza in quell’universo delirante che è la sua famiglia. Suo padre, un povero alcolizzato soggiogato dalla moglie, non è in grado di prendersi cura di lui; d’altro canto, sua madre la sola cura che conosce è quella che passa attraverso sevizie ed angherie d’ogni sorta; e poi c’è Jacques, il fratello gemello morto accidentalmente durante il parto, che ha preso il posto di Maurice nel cuore della madre, nonché a tavola, dove ogni giorno viene apparecchiato anche per lui, secondo un perverso rituale dagli esiti, talora, imprevedibili.
Non c’è amore in questo romanzo, solo il disperato attaccamento alla vita da parte di un bambino silenzioso e sconfitto, che, alla fine, sarà disposto, coraggiosamente, anche a scendere a patti con la morte, pur di conservare il privilegio sbiadito di un probabile riscatto. Come per Fran¨aix, l’autore del libro, che ha a lungo sofferto di agorafobia, anche per Maurice il luogo protetto della stanza, dove mettersi a scrivere, rappresenta l’unico angolo di mondo da cui poter osservare il resto, un punto di vista esclusivo e necessario, capace di suggerire soluzioni non previste prima. Allora il noir diviene realmente un modo di essere e di accostarsi alle cose, contaminato, sin dal suo primo manifestarsi, da quella rara capacità di cogliere il male ovunque, anche laddove generalmente si sarebbe portati a vedere solo il bene.
Lontano dalla visione stereotipale dettata dall’appartenenza ad un genere, il nero delle "madri nere", macabro coro di streghe, rappresenta il succo dell’intera storia: un gruppo di donne infelici, che ha abdicato al potere indiscusso della maternità, in favore di quello ben più tragico della morte. Non c’è nulla in loro che faccia presupporre l’esistenza di una qualche forma d’amore, se non la cieca devozione per un imprecisato aldilà, da cui i morti tornano a vivere. Ed il solo modo, per Maurice, di salvarsi è restare lucido, mentre tutto intorno appare crudelmente insensato.
Parabola allucinata e maledetta sul significato della scrittura e sulla forza della mente contro la naturale e caotica malvagità degli adulti: perché ciò che fa più male a Maurice non sono tanto le ferite del corpo, quanto la struggente consapevolezza della propria identità, intrappolata fatalmente nell’orrore di una famiglia sbagliata.

Michela Carrara


www.lankelot.eu, 8.7.08

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I went away to see an old friend of mine
His sister came over she was out of her mind
She said jesus had a twin who knew nothing about sin
She was laughing like crazy at the trouble I’m in
Her light eyes were dancing she is insane
Her brother says shes just a bitch with a golden chain
She keeps coming closer saying I can feel it in my bones
Schizophrenia is taking me home
My future is static
It’s already had it
I could tuck you in
And we can talk about it
I had a dream
And it split the scene
But I got a hunch
It’s coming back to me
(
Sonic Youth, Schizophrenia).

Il peccato originale non è essere nati. È essere sopravvissuti alla nascita.
L’esistenza è la cicatrice della morte del tuo gemello: la responsabilità d’essere tu e non l’altro a vivere le gioie dell’amore della madre, e della confortante presenza del padre. La colpa di Maurice è questa: è nato uccidendo.
Maurice vive una vita che doveva essere condivisa. Jacques è morto un istante dopo la nascita: sua madre è impazzita di dolore, e non ha mai accettato la verità. E forse qualcosa di Jacques è rimasto a vivere nel gemello. La personalità – o l’anima.
L’anima è l’irrisolto segreto divino: la personalità il nostro laboratorio, la nostra frontiera di ricerca – medium: il linguaggio.
Maurice scrive per capire quel che non si può pronunciare, perché forse non esiste; e se esiste non è accessibile (la fonte è esausta). Cambiare mano potrà non bastare – l’altro imparerà a muoversi dentro di te, tiranno della tua coscienza. Diventerai la sua marionetta (quanto burattinaia è la schizofrenia).
Maurice, giovane io narrante, si difende dalla madre – è un uomo colpevole d’essere – e intanto è diventato un esperto di case in lutto, di dissimulazione onesta (tavola imbandita per chi non più sederà al tuo fianco: serve negligere la pazzia materna, almeno quanto la tua propria) e tiene un diario. Segreto.
Adesso scrive con la sinistra, perché sua madre gli ha mozzato il pollice. Questo scrive, e forse sta mentendo. Montaigne e le sue cicatrici non le dimentichiamo affatto. La madre l’ha mutilato gridando, perché mentre la mannaia calava era andata a scalfire il mogano del tavolo. Il padre intanto fumava. Il padre è spesso assente. Beve e passa sopra a tutto. D’altra parte, nella sua lingua, bara è birra ("bière"). La birra del peccatore o la bara del piacere, come insegnava Landolfi.
Sei madri che hanno perduto un figlio si ritrovano e si radunano assieme: sono le nere madri del titolo, pestilenza della speranza, e della solarità. La madre dell’io narrante è convinta che Jacques, il gemello perduto, voglia comunicare servendosi del fratello come medium: "Dice che sono io, Maurice, suo fratello, il suo assassino! Io, io, io! Lui è dentro di me e io divento lui! Di notte, io sono lui mio malgrado, lui è me nonostante me, e lo faccio arrabbiare perché gli tolgo la parola da sotto i piedi, come si dice per la terra. Metto i bastoni tra le ruote della sua voce, la faccio girare al contrario con la mia lingua, la mia sporca lingua, la mia lingua putrida che stravolge tutto ciò che lui dice (…)" – e da una settimana, tutto a un tratto, Jacques ha deciso di abbandonarlo e di smettergli di parlare. La madre lo minaccia: vuole che il fratello torni. L’allucinazione di Maurice peggiora. Quid est veritas? Sta imbastendo il teatrino della madre o sta precipitando senza capire, scisso?
Sente Jacques vivo dentro di sé. Come un gatto che cerca un riparo per acciambellarsi. Impaziente, e fastidioso, perché disorienta e altera il suo equilibrio. Maurice sta combattendo per la sua identità. A cos’altro serve scrivere? Scrivere i suoi diari è una strategia di resistenza. La trama la scrive la follia di sua madre, e la malattia.
Il destino è un baratro edipico. Infine, una cravatta stretta bene attorno al collo: il narcisismo della fine, l’annuncio del suo avvento.
Scabro e crudo, Le madri nere è un romanzo d’una personalità dissociata e morbosa; non c’è un prometeo per liberare l’anima d’un narratore che avanza sprofondando, sino a dissolversi nelle tenebre: dell’identità, e del peccato originale mai rimosso. Una processione di nere madri t’accompagna sulla soglia: un passo, e non oltre. Un passo basta.

Gianfranco Franchi


nautilus.ashmm.com

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Figlio mio maledetto

Due gemelli: uno muore durante il parto, l’altro sopravvive. Ma solo per essere odiato dalla madre, ignorato dal padre alcolizzato e rifiutato dalla comunità. È la trama de Le Madri nere di Pascal Francaix. Un diario dove si scopre che la lucidità è quella del bambino e la follia è quella degli adulti.
Quanta violenza può celarsi dietro alle pareti domestiche? Quanto indifeso è ogni bambino di fronte alla follia di un genitore? Quanto crudeli può renderci il dolore? Quanto insensibile può essere l’egoismo? Domande difficili da porre, ma alle quali in qualche modo risponde questo libro: un viaggio nella tragica vita di un bambino che ha commesso il solo errore di nascere nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, ma soprattutto di venire alla luce mentre il suo gemello rimaneva soffocato dal cordone ombelicale. Al tempo stesso nel leggere quest’opera si assiste al dispiegarsi di tutte le forze estreme che gestiscono le società umane, di quegli intrecci più o meno volontari di diverse identità che si incontrano in percorsi comuni e per questo pian piano tendono ad uniformarsi. E in questo uniformarsi perdono il senso dell’assurdo, tanto da farlo diventare reale.
La prima pagina del libro introduce immediatamente il lettore nel mondo di odio di cui è involontario protagonista Maurice, il bambino che subisce la violenza di quel mondo di adulti. Un mondo in cui tutti sono crudeli, anche se in modo diverso.
Innanzitutto la madre, che ha trasformato il proprio senso di colpa per la morte di uno dei suoi gemelli in rancore contro l’unico sopravvissuto. Poi il padre, che affoga nell’alcool il suo senso di impotenza rispetto all’aggressività della moglie e lascia che tutto accada. Inoltre le madri nere, ovvero donne che condividono il dolore per la perdita di un figlio e si lasciano guidare dalla rabbia folle della madre di Maurice. Infine, il resto della piccola cittadina francese, che mai si interroga su cosa succeda tra le pareti di quella casa.
Così confida Maurice al suo diario: "La gente crede che io sia suonato, mentre in verità gli idioti sono loro! Abboccherebbero a qualsiasi amo! Quelli della mamma sono grossi, li vedrebbe da lontano anche un orbo. Be’, loro abboccano lo stesso! Abboccano ogni volta e non mollano più." Quello che il bambino non può sapere è che la gente non è idiota, finge di esserlo per il proprio quieto vivere. E questa consapevolezza nel lettore aumenta la sua inquietudine, perché conosce gli adulti e sa che per il bambino non c’è scampo.
Dalla cecità del mondo deriva il senso di isolamento del bambino: "E io avrò un bel protestare che se i miei vestiti cadono a brandelli è perché la mamma non vuole rammendarli, né lavarli, né niente. Che se i miei capelli sono unti è perché lei ci si pulisce sopra le mani ogni due per tre. Che se le mie unghie sono nere è perché mi priva del sapone. … Avrò un bel dire…".
Unico suo confidente resta, a questo punto, il diario. Questo diario che diventa per lui la cosa più importante, perché tutto il resto gli viene pian piano sottratto. Proprio tutto, persino il suo stesso corpo, oggetto delle angherie della madre. Il suo spirito trova rifugio solo nelle pagine che scrive e che è riuscito a tenere nascoste al mondo che gli è nemico. Fino alla fine difende i suoi scritti, quasi un modo di sentirsi vivo e libero: scrivere il proprio diario è l’unica attività totalmente autonoma e sensata, in una realtà di cui non può tirare le fila.
Un racconto inquietante, quindi, nel quale la violenza non colpisce di per sé, non è mero strumento per tenere viva l’attenzione. Anzi, è talmente mediatica da far andare il ragionamento del lettore subito al di là di se stessa. Questo è ottenuto anche grazie al fatto che il corpo del bambino è dall’inizio alla fine un semplice strumento, quasi insensibile. La madre lo punisce perché lo considera causa della morte dell’altro figlio. Maurice, al tempo stesso, soffre per le mutilazioni soprattutto quando queste gli impediscono di scrivere o di leggere, non tanto per il dolore fisico che gli procurano. Alla fine, questo corpo diventerà oggetto di contesa tra il bambino e sua madre perché ’servirà’ ad entrambi in modo esclusivo.
Questa opera prima di Pascal Fran¨aix si fa leggere tutta d’un fiato, grazie alla scrittura limpida e veloce che travolge il lettore col continuo contrapporsi tra l’oscurità della follia adulta e la chiarezza dei ragionamenti di un bambino.

Tatiana Tartuferi


www.nothingburnsinhell.com

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La mano sinistra di un bambino impugna una penna e comincia a scrivere maldestramente, la mano destra tiene fermo il foglio ed è stata appena privata del pollice. Questa è l’immagine con cui si apre Le madri nere, decisamente sconsigliato a chi non sopporta le violenze sui minori.
Il ragazzino con il pollice mutilato è Maurice, il protagonista, e il libro è il suo diario segreto. Lui è un ragazzino dolcissimo, vittima delle atrocità che gli infligge la madre pazza, che lo crede responsabile della morte del suo fratello gemello, in realtà morto soffocato dal cordone ombelicale.
Questo libro crea un vortice di torture e crudeltà al di là di ogni immaginazione, iniezioni di urina, panini imbottiti di vermi oltre a punizioni corporali e mutilazioni sono solo l’ inizio di un dramma che coinvolge profondamente il lettore.
Eppure quando sono stata alla presentazione del libro, l’autore, un bel ragazzo giovane dall’aspetto angelico, ha raccontato di aver scritto questo libro trovando queste torture talmente crudeli da risultare divertenti!

Elena


www.streganera.net/dark

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Questo universo in miniatura e quasi concentrazionario, in cui tutte le leggi della morale e della fisica sono sconvolte e abolite, riflette con i suoi eccessi e le sue isterie il mondo in guerra che è il nostro. Guerra contro la parola, guerra contro l’amore, guerra contro la vita: altrettanti crimini imperdonabili agli occhi del dispotismo, la cui implacabile logica, a metà strada tra Boris Vian e Kafka, Tod Browning e Walt Disney, resta il vero soggetto de Le Madri Nere.