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La città dell’oblio
René Frégni


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www.aostasera.it, 3.2.08

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L’autore, da molti considerato l’erede di Jean Claude Izzo, racconta le ossessioni dei due protagonisti intrecciandole alla perfezione e riuscendo a farci sorridere anche di fronte alla follia distruttiva e alla morte.
In Francia René Frégni è considerato l’erede di Jean Claude Izzo, scrittore ineguagliabile di noir ambientati per lo più nella torbida malavita di Marsiglia, sarà perché in qualche modo ricostruisce le stesse atmosfere e racconta le stesse realtà, ma anche perché i due, finché Izzo era in vita, erano molto amici e un certo rapporto tra maestro e allievo si era stabilito.
In Italia a pubblicare René Frégni è la casa editrice Meridiano zero. La lettura di Frègni, rispetto ai romanzi di Izzo, trasmette il tentativo di descrivere in modo originale realtà sociali e soprattutto mentali ben più complesse. Tentativo che gli riesce bene ne La città dell’oblio. Frégni racconta le ossessioni dei due protagonisti intrecciandole alla perfezione e riuscendo a farci sorridere anche di fronte alla follia distruttiva e alla morte. La storia si svolge all’interno di un carcere di Marsiglia, in piena estate. L’incontro tra i due protagonisti, un uomo che tiene un corso di scrittura creativa e un detenuto che vive con l’immagine, a lui sempre presente, della donna amata che lui stesso ha ucciso, è disarmante: ci coglie piuttosto impreparati, noi che siamo legati a schemi di comportamento quanto più possibile razionali e accettati dalla società in cui siamo immersi.
Eppure questo incontro, dagli esiti a dir poco imprevedibili, riesce a sconvolgerci, così come sconvolge la vita, già del resto buttata per aria fin dall’inizio della storia, dell’insegnante che sogna di scoprire in quel carcerato, consumato dalla sua ossessione, il talento letterario che non ha scoperto in se stesso.


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Marsiglia. Un carcere e un uomo rinchiuso, un uomo ossessionato dalla moglie che ha ucciso, che dipinge in una serie di ritratti. Un altro uomo, uno scrittore ’quasi’ fallito che tiene corsi di scrittura creativa nello stesso carcere. L’incontro tra i due, due ossessioni, due fallimenti, due metà dello stesso destino, due esiti diversi. Questo libro è un evento, nella letteratura, che ha valicato i confini francesi.

R.L. Carrino


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Ciao People,
oggi parliamo di un libro noir francese, veloce da leggere, La città dell’oblio. Il titolo originale? Où se perdent les hommes. Parla di Ralph, uno scrittore fallito, diviso dalla moglie, che tiene corsi di scrittura nel carcere di Marsiglia. Qui a contatto con i peggiori delinquenti conoscerà Gabriel, uxoricida, che ormai da anni vive in carcere e, per scelta, non ha contatti con nessuno, vive con il fantasma della sua coscienza ormai personificato nella donna che ha ucciso… ma proprio per questo motivo Ralph capisce che l’unico modo di salvare quell’uomo è organizzandogli un’evasione ma Gabriel non ha più interessi nella vita… unico svago in quelle quttro mura, anzi direi ossessione è dipingere il volto della compagna ormai morta… ma Ralph non cede: vuole salvarlo a tutti i costi.
"Fin da quando ero piccolo, non mi vergogno a confessarlo, la prigione è il luogo che più mi ossessiona, mi attrae e mi atterrisce; per quanto mi possa ricordare ho sempre associato questa parola al sotteraneo, alla bara al cimitero. Senza dubbio è questo il motivo per cui ho chiesto di lavorarci, pensavo che superare queste mura una volta la settimana, mi avrebbe consentito di ammansirle, di corromperle mi verrebbe da dire. Oggi so che sono chiacchiere, che non si addomestica la morte."

Rox.rg


Eumagazine, 13.7.07

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Ralph è uno scrittore fallito, privo di ispirazione, tormentato dal ricordo della madre e di Laura; passa le sue giornate ad osservare di nascosto l’unica ragazza che abbia mai amato, ad occuparsi di un padre invalido e a trasmettere ai detenuti del carcere di Marsiglia la sua passione per la scrittura. Gabriel Bove vive nella cella 318, isolato dal mondo ed incapace di dimenticare sua moglie, Mathilde, che ha ucciso anni prima: con lei trascorre le sue giornate, con il suo ricordo passeggia per i corridoi, divide il suo pranzo; con la sua immagine invade ossessivamente ogni foglio di carta, dipingendo incessantemente i suoi lunghi capelli rossi e i suoi occhi privi di dolcezza e di pupille. L’incontro tra i due uomini scatenerà una terza ossessione, meno viscerale, meno illogica delle precedenti: la fuga perfetta, sogno ed incubo di ogni detenuto e di ogni scrittore di noir. Per Bove la libertà ha il sapore, il profumo ed i colori della campagna francese, per Ralph l’autentica fuga è ritrovare la purezza della scrittura, avvicinarsi alla perfezione dell’arte, quella perfezione che ha intravisto nei dipinti di Gabriel e da cui è irrimediabilmente attratto. Quelle che ci racconta René Frégni sono storie di ossessioni che si intrecciano, che si rispecchiano l’una nell’altra, che trovano la forza di esistere solo in una prigione. La sua vita , intensa e ricca di colpi di scena come nel migliore dei suoi romanzi, è segnata dalla stessa ossessione che invade i due protagonisti. A 19 anni, durante la detenzione nella prigione militare, René si innamora per la prima volta della scrittura; finisce in cella d’isolamento, perde la voglia di parlare, di vivere ma non di leggere: divora Giono, Dostoevskij, Genet, scrive poesie. Ma il suo amore per l’arte lo porta ad evadere, ad attraversare da disertore la frontiera, a girare tutta l’Europa, ad affrontare mille mestieri, ad assumere mille identità. Ma è solo tornando in Francia, lavorando per sette anni in un ospedale psichiatrico, rinchiudendosi di nuovo in un non-luogo, in una nuova "città dell’oblio" che ricomincia a scrivere e a produrre capolavori come Nero Marsiglia, Estate e Lettera ai miei assassini.

Elisa Carrara


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Ralph "milita" in quella schiera di persone che, seppure non abbiano nessun conto da regolare con la giustizia, trascorrono parte del loro tempo in un carcere. Scrittore fallito e senza ispirazione, abbandonato dalla moglie dopo un rapporto lungo e intenso, insegna scrittura creativa in un penitenziario del Sud della Francia e fa visita, settimanalmente, ai detenuti che scontano la pena in quella struttura. Un giorno gli viene chiesto di occuparsi di un condannato molto particolare, Gabriel Bove, che passa le sue ore nella cella 318 in compagnia del fantasma della moglie che lui stesso ha ucciso.
L’uomo apparecchia per due persone sul tavolino della cella, divide il cibo in parti uguali, conversa con i ritratti della donna che dipinge con grande perizia e ricchezza di dettagli. E compie i suoi riti quotidiani in un piccolo universo parallelo che lentamente e inesorabilmente viene ricoperto dalla polvere. Solo una ristretta e ben delineata porzione della stanza pare sottrarsi a questo destino di soffocamento: è costituita da alcune mattonelle del pavimento completamente linde, lavate dai rivoli di lacrime che Bove versa pensando alla moglie.
Ralph riesce a penetrare nella mente di Bove e a creare, lentamente, un rapporto di fiducia con lui. Tuttavia, proprio come chi sta troppo a lungo a osservare l’abisso, viene sedotto da quella frequentazione finendo per trasformarsi nel complice di un uomo condannato dalla giustizia e da se stesso e che sembra non reagire più a nessuno stimolo proveniente dall’esterno.
Seppure alcuni dei temi de La città dell’oblio non presentino rilevanti elementi di innovazione (basti pensare alla scrittura come mezzo di evasione dal carcere e strumento di introspezione e crescita spirituale, che tuttavia deriva da un’esperienza autobiografica dell’autore, finito dietro alle sbarre all’età di diciannove anni), il libro scorre via velocemente, generando interesse sia in chi è maggiormente affascinato dai risvolti legati al noir, sia in chi apprezza gli sviluppi di carattere psicologico della narrazione. Anche in questo secondo aspetto è possibile individuare una conseguenza delle esperienze personali di René Frégni, che lavora da anni in un ospedale psichiatrico e che ha trovato nell’osservazione quotidiana della follia lo spunto per le sue storie.
Arrivati all’ultima pagina del libro, uno è l’interrogativo che più di altri resta nella mente del lettore: esiste una vita prima della morte? È con esso che ognuno di noi deve confrontarsi nella ricerca del senso della nostra presenza sulla Terra. E non è un interrogativo da poco.

Andrea Borla


www.lettera.com, 25.7.01

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Un’ossessione distrugge due uomini. Ralph è uno scrittore senza ispirazione, la cui vita è ormai rovinata dal frustrato desiderio di emergere. Abita da solo, rimpiange e insegue senza coraggio la donna che ha amato, per vivere tiene un corso di scrittura in un carcere di Marsiglia. Nel suo gruppo arriva Bove, uomo misteriosissimo. Non parla con nessuno da anni, ha assassinato con violenza sua moglie, cerca la morte e sembra vivere in compagnia dell’ombra della donna che ha ucciso. Ma Bove ha personalità e talento e dipinge quadri incredibili. Sa ritrarre solo il fantasma di lei, un volto dalla bellezza indescrivibile, inquietante ed oscura. Un viso che suscita desiderio e paura, i cui occhi vuoti e profondissimi catturano e possiedono sempre più Ralph, fino a portarlo alla rovina...

"I morti non sono assenti, sono solo invisibili."

Ralph è uno scrittore senza talento, la cui vita è ormai rovinata dal frustrato desiderio di emergere. E’ solo, rimpiange e insegue senza coraggio la donna che ha amato, tiene un corso di scrittura in un carcere di Marsiglia. Nel suo gruppo arriva Bove, un uomo che non parla con nessuno da anni, ha assassinato sua moglie, e sembra vivere in compagnia della sua ombra. Ma Bove ha genio e personalità e dipinge quadri incredibili. Ritrae il fantasma di lei, un volto ed un corpo dalla bellezza inquietante ed oscura. Un viso i cui occhi vuoti conquistano Ralph fino al punto da spingerlo ad architettare un piano di evasione per Bove. Una storia di desiderio, follia ed ossessione, ma anche il percorso di due uomini che si danno la mano mentre si avviano verso una reciproca distruzione. L’autore, René Frégni, sembra avere molto in comune con i due protagonisti. E’ stato lui stesso prigioniero di un carcere militare da cui è evaso; in prigione ha maturato la passione per la scrittura che lo ha reso celebre, soprattutto in Francia. Ha trascorso un lungo periodo lontano dal suo paese, e quando è tornato ha lavorato come infermiere in un ospedale psichiatrico. Tiene gruppi di scrittura creativa nei carceri di Aix en Provence e di Baumettes. Il romanzo è stato dedicato ad un detenuto francese, il cui numero di cella è C318. Nella città dell’oblio, nel luogo dove gli uomini si perdono, uno scrittore può essere prigioniero della mancanza di ispirazione ed un detenuto può sentirsi libero grazie ad una fervida immaginazione. Si prova paura, orrore ma anche complicità, umanità, fratellanza. Si apprezzano la luce ed il sole fuori, si cerca la morte al pari della salvezza. Il libro è stato acquistato dalla biblioteca del carcere di Baumettes. Mentre René teneva uno dei suoi corsi, in un momento in cui i detenuti erano tutti in cortile, ha ricevuto un applauso... per aver fatto evadere l’uomo della C318.

Concetta A. Colavecchio


Linus n.7, luglio 2000

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Un altro noir originale e imprevedibile pubblicato dalla piccola ma lodevole casa editrice Meridiano zero; Basterebbe la biografia dell’autore per capire che ci troviamo di fronte a un personaggio sui generis: Frégni è stato, fra le altre cose, disertore militare, prigioniero in cella d’isolamento, operatore di ospedale psichiatrico. Tipo interessante, non c’è che dire. La città dell’oblio non poteva dunque essere che un romanzo atipico. È la storia di molte ossessioni: di uno scrittore fallito attratto maniacalmente dall’ambiente del carcere, di un uxoricida tormentato dal ricordo della propria moglie, dell’idea ricorrente nel mondo del giallo della mitica fuga perfetta. Il fatto che l’organizzatore della fuga agisca a insaputa del fuggitivo rende ancora più curiosa la trama di questo romanzo, che mescola sapientemente elementi classici del noir con sviluppi e intrecci inediti. E (carramba che sorpresa!) la bella traduzione è opera del critico cinematografico di Linus Alberto Pezzotta (giuro che l’ho scoperto solo adesso mentre scrivevo questa recensione).

Matteo B. Bianchi


Magazine Littéraire, sett 1996

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Ne La città dell’oblio, il suo quinto romanzo, René Frégni rievoca un universo che conosce bene: il mondo carcerario. Infatti anche Frégni, come Ralph, il narratore, tiene un laboratorio di scrittura nella prigione di Marsiglia. Ma non crediate che quest’opera sia autobiografica. Nessun dubbio sul fatto che il romanziere si serva della realtà per allestire lo scenario di cui descrive ambienti e personaggi realmente esistenti, ma Frégni, come è solito fare, si districa con disinvoltura tra vissuto e pura finzione.
La storia è bella ed emozionante: un giorno Ralph vede arrivare al suo laboratorio di scrittura Bove, uno strano detenuto condannato a 18 anni di reclusione per l’omicidio di sua moglie Matilde. Bove non parla con nessuno, non esce mai dalla sua cella: lui vive in pochi metri quadrati con il ricordo della moglie di cui dipinge ossessivamente il ritratto sui muri del suo inferno quotidiano. Ralph si sente immediatamente affascinato da una personalità così singolare. E quando Bove tenta il suicidio, non desidera che una cosa: aiutarlo ad evadere. "Sono sempre più convinto che sia giusto tirarlo fuori di là: solo, con questo fantasma dal viso d’ombra, lui non potrà che morire" si dice il narratore. "Bisogna che veda altre cose oltre la sua colpa, altre cose oltre le sue sbarre. Bisogna che si distragga dalla sua coscienza."
Dopo aver analizzato tutte le vie convenzionali, Ralph non vede che una soluzione possibile e la prepara con cura, riuscendo a far uscire Bove dalla sua prigione fisica ma mai da quella personale. Tutto questo porterà a un tragico finale.
La città dell’oblio è un grande romanzo sul mondo terribile e terrificante delle carceri. Con una nitidezza di stile, di contorni e della psicologia dei personaggi, Renè Frégni racconta una storia dove sviluppa una riflessione profonda e completa sul delicato tema della privazione della libertà. L’autore si lancia sulla riflessione senza alcuna demagogia ma con un’infinita tenerezza, con una fraterna compassione: "I tentativi d’evasione, i suicidi, gli omicidi, loro sono questo. Alcuni diverranno celebri nell’universo del crimine, ed è il loro più grande desiderio. Quando non possono segare le sbarre, acutizzano la loro crudeltà. Ma in fondo alla loro cella, quando cala la notte, ognuno di loro piange in silenzio ripensando a sua madre."
Questo libro magnifico è anche un inno appassionato a Marsiglia e a una Provenza che Frégni non cessa di amare alla follia, anche sotto i suoi aspetti meno attesi, lontani da quelli rassicuranti delle cartoline: "niente è più tragico e più emozionante che un flebile sole d’inverno sulla facciata di una prigione di domenica." Senza mai forzarne i tratti, senza mai lasciar trapelare il minimo sforzo, René Frégni riconcilia le due voci troppo spesso in disaccordo che sono la letteratura popolare e la pura poesia. E che per questo sia ringraziato.

Philippe Lacoche


il manifesto, 13.8.2000

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La finestra sul cortile della vita, La città dell’oblio, un noir esistenzialista e crepuscolare firmato René Frégni.

La città dell’oblio (Meridiano zero, traduzione di Alberto Pezzotta) di René Frégni è un noir esistenzialista, crepuscolare, tersamente lirico laddove si apre alla felicità e "al peso meraviglioso" della luce provenzale che è tutt’uno con la memoria e la festa dell’infanzia. Uno scrittore fuggiasco e marginale (disertore, galeotto e, infine, per sette anni, dipendente in un ospedale psichiatrico), almeno per quella poetica del no-finito così carica di futuro, di ’900 insomma, se poi l’io narrante del romanzo può candidamente confessare di avere acquistato molte volte, nella sua vita di quarantenne, un solo libro, Viaggio al termine della notte.

Ralph è uno scrittore sfortunato. "Mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore... purtroppo non ha funzionato, i manoscritti che ho spedito mi sono ritornati indietro, rifiutati dagli editori". È solo, la madre è morta e lui non smette di piangerla, con Laura si sono lasciati anche se lui continua a osservarla nascosto dietro la finestra di casa, giù nella piazza dove la ragazza serve ai tavoli di un ristorante, soffermandosi con un binocolo sui "dettagli della sua felicità".

Il giovane Ralph tiene un corso di scrittura creativa all’interno di un carcere. I detenuti sono i suoi unici fratelli. Di notte pensa a quei "ragazzi pericolosi che hanno scelto il lusso, il rischio e la sofferenza", al buio rivede i loro occhi "accecati dalla violenza e dal sogno". Quegli uomini, come lui, sono nati "in un mondo senza bellezza". I lunghi corridoi che deve percorrere sotto l’occhio delle telecamere, i cancelli, i muri alti e spessi somigliano a una bara, a un mondo sotterraneo, a un camposanto. Se vuole distrarsi da quella compassione, va allo stadio. È tifoso dell’Olimpique Marseille, una squadra "romanzesca". Quando, nel catino infuocato, la battaglia comincia, lui trattiene il fiato fino alla fine e così dimentica tutto. O così gli pare.

Ma l’incontro cruciale con l’uxoricida Gabriel Bove mette fine a quella pratica dell’oblio che diventerà di colpo una parola vuota. Volto pallido, trasparente, occhi chiari e metallici, Bove non parla con i vivi, piuttosto abita con la donna che ha ucciso, le parla, con lei divide il pasto, l’accompagna a fare la doccia. La cella è coperta di polvere. "Mia moglie è polvere, voglio diventare polvere". C’è solo, per terra, un piccolo cerchio pulito e sono le lacrime versate. Bove e Ralph è come se si riconoscessero, come se si ritrovassero in un comune territorio sentimentale, in un destino d’ombra; Bove ritrae ossessivamente Mathilde: capelli rossi, volto privo di tenerezza, occhi senza sguardo e senza pupille. Le minutissime variazioni di quell’ossessione interminabile impressionano Ralph, quella bellezza lo turba e lo attrae. Sono entrambi due artisti falliti, ma Ralph capisce che c’è un segreto in Bove. È il segreto che lo realizza e lo nutre.

Ralph decide di far fuggire quell’uomo "che avanza con gli occhi spalancati nella terra dei morti". Di farlo fuggire a sua insaputa, forse contro la sua volontà. Per questo ha bisogno che Bove diventi la sua immagine riflessa. Entrambi è come se si fossero dati un appuntamento. E si rivedono, dopo la fuga, tra le rovine di una casa incendiata. Alla fine, lo scrittore fallito capisce la bellezza di quella pittura. Il segreto della creazione. Mentre scopre che la morte si lascia comunque addomesticare, sente che le parole giuste stanno finalmente per arrivare. In questo romanzo di Frégni - non meno che gli affreschi narrativi di Simenon e nei mortali proiettili di Malet - commuove il profondo, naturale disgusto per ogni sentimento borghese. Per Frégni, come per Manchette, Izzo e Vautrin - i maestri del noir figlio del ’68, eversivo e ingovernabile - la scrittura è un’opzione morale e lo stile è tutto. Ralph è appunto uno stile che cerca. Per trovarlo chiude la finestra sul cortile, manda al diavolo la devozione per i dettagli e, come un vampiro, si mette a succchiare il sangue della vita. Finalmente ha smesso i panni del guardone medio, è diventato uno scrittore, un assassino, un pubblico pericolo.

Enzo Di Mauro


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M- Rivista del Mistero 5

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Presentato con successo al Noir in Festival di Courmayeur, La città dell’oblio di René Frégni è soltanto uno dei tanti ottimi romanzi pubblicati in questi ultimi mesi dall’editore padovano Meridiano zero, www.meridianozero.it , che nella collana Meridianonero ci ha regalato perle come Le madri nere di Pascal Francaix, Il mio nome era Dora Suarez di Derek Raymond e L’uomo della sabbia di Miles Gibson.
A metà tra la letteratura e il noir, e in una certa parte autobiografico, La città dell’oblio è la storia di Ralph, scrittore fallito che tiene un corso di scrittura nel carcere di Marsiglia. Lasciato dalla ragazza di sempre, Laura, con un padre invalido che non fa altro che lamentarsi, Ralph conduce una vita squallida e senza senso, avendo perso la speranza di avere la meglio su quella tigre dai denti a sciabola che è l’editoria. L’incontro con Bove, uxoricida che segue le sue lezioni in assoluto silenzio e che da anni non parla con nessuno, non approfittando neanche dell’ora d’aria, risveglia in Ralph un insano interesse nei confronti di un mondo spaventoso ma intrigante, che diventa ben presto un’ossessione volta a scoprire il segreto di quell’uomo così ermetico. Bove scrive racconti bizzarri, dipinge la moglie assassinata in ritratti inquietanti, parla con lei, mangia con lei, le lava la schiena. Bove è fuori di testa, nessuno può stare lontano dal sole per tre anni, e quando tenta il suicidio - esiste una vita prima della morte? scriverà su uno dei muri della cella - Ralph capisce che l’unico modo per salvarlo è farlo evadere. Comincia così un’allucinante odissea nei meandri della mente umana, di Ralph e di Bove. Il primo disposto a tutto pur di dare un senso alla propria esistenza, il secondo sempre più indifferente al mondo che lo circonda e sempre meno disposto a condividere con qualcuno il suo dolore. Lo stile amichevole di Frégni, dettagliato ma non prolisso, che regala complicità a ogni parola, è quanto di meglio ci possa essere per affrontare la discesa nell’abisso di questo noir, portentoso climax della sete di infinito che ci tormenta da millenni. Un romanzo intimistico, ma di una portata devastante, nella lucidità con cui affronta il tema del vuoto pneumatico. Frégni non riempie questo vuoto, lo allarga, ma ci lascia con la sensazione di aver letto un grande romanzo.

Marco Vallarino


nientelietofine.splinder.com, 8.9.07

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In un carcere marsigliese, uno scrittore fallito conosce l’uomo della cella 318. E decide di salvarlo, mettendo in atto una delle evasioni più rocambolesche della storia.
Ma nulla gira per il verso giusto.
Infatti è lo stesso scrittore a trovarsi in cella.
Ma non è abbattuto, ha finalmente la possibilità di ritrovare se stesso.
E quando la donna che ha sempre amato torna da lui e va a trovarlo in carcere, si accorge che è "la sera più bella della mia vita."


www.nonluoghi.info, giugno 2007

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Penso non ci sia un tempo per tramutare in moda la condizione carceraria. E’ un fatto che molte persone per i più svariati motivi sono detenuti, sia quando i giornali ne parlano sia quando si decide che la cosa non aumenta il numero di copie vendute. Qualche volta i fatti di cronaca scuotono di più le coscienze, gridando alla vendetta, alla forca, oppure alla tolleranza perché non si accetta di permettere la vita in condizioni tanto disastrose. Tuttavia nella vita di ogni individuo accadono dei fatti che la giustificano, la smuovono, la cambiano permettendo crescite e aperture di vista altrimenti impossibili.
Anche quando sembra obbrobrioso il modo per riuscirvi. Anche quando passano dalla struttura penitenziaria.E con penna decisa e poetica René Frégni ci regala un libro da non perdere nel filone noir scelto da Meridiano zero, egregia casa editrice di Padova, ammirevole per il coraggio e per la serietà, capace di proporre libri di pregio. La città dell’oblio è un regno in cui Réné è passato: in isolamento durante il servizio militare, evade dal carcere, disertando, gira l’Europa con documenti falsi e lavora per 7 anni in un ospedale psichiatrico finché non decide di scrivere una storia di assoluto successo. La storia di Ralph che trascorre alcune ore alla settimana ad insegnare ai detenuti e conosce Gabriel Bove, detenuto 26966S della cella C318. Gabriel ha ucciso la sua amatissima Mathilde e non riesce più a liberarsi dal rimorso, dal perduto amore: dipinge, con affanno e rabbia, finché Ralph non decide di "...distrarlo dalla propria coscienza" perché "dietro ogni uomo c’è un bambino che piange". E in una peripezia di vita che si trascina e si spinge, precipita e collassa, Bove muore e Ralph alla fine arriva da detenuto nella città dell’oblio, quella in cui i sensi si affinano per capire se i visitatori sanno "i bosco, di donna e di macchina", coscienti che è "...come se la gente libera non sentisse più nulla".
Il lettore è rapito dalle pagine di Frégni e deve arrivare in fondo non tanto per sapere come va a finire, quanto per sentire un crescendo d’emozione in sé, partecipe della vita di un detenuto reo eppure persona, uomo, con dignità piena e da non cancellare. Un noir che fa riflettere impercettibilmente, promuovendo una coscienza che non sia solo cronaca quotidiana con cui l’indomani attizzare il camino.

Alessia Biasiolo


Pulp, maggio 2000

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Da diversi anni René Frégni è un autore conosciuto e apprezzato in Francia, con all’attivo testi poetici, pièces teatrali e sei romanzi. La sua biografia racconta di una giovinezza difficile e irrequieta, tra insofferenza delle regole e passione per la poesia, culminata nell’evasione dal carcere militare e proseguita, da disertore e sotto falsa identità, in fuga per l’Europa, fino al rientro in Francia dove, per sette anni, Frégni lavora in un ospedale psichiatrico. E ricomincia a scrivere. In quello scarto temporale, in quel pezzo di esistenza non ancora addomesticata dalla scrittura è, forse, da cercare la genesi del lavoro narrativo dello scrittore francese, la scelta di ancorarlo, direttamente, allo spazio fisico e simbolico che più gli appartiene. Dove gli uomini si perdono (recita il titolo originale de La città dell’oblio) e le storie prendono forma. Mondi chiusi - il carcere di Marsiglia, in cui si svolge il romanzo - che rimandano prepotentemente a un genere, il noir, ma solo per attraversarne i confini. L’incontro di Ralph, assistente sociale, e Gabriel Bove, uxoricida pentito, avviene in un luogo neutro, ovattato, dove la violenza resta invisibile e repressa, trasfigurata nei silenzi che avvolgono la colpa e nei gesti minimi che tradiscono l’inizio della vertigine che travolgerà i due uomini. Fino alla scelta di affrontare insieme il rischio di una folle evasione e di uno scambio d’identità, estremo viatico alla salvazione finale di entrambi. Per Bove, pittore delle ombre e dei propri incubi, la fuga si tingerà dei colori della Provenza, di una collina sotto il sole e di un corpo amato. Per Ralph, aspirante romanziere, ladro di vite altrui e di parole che sappiano raccontarle, la morte e il delitto avranno il sapore aspro della solitudine, il suono ritrovato della propria voce. La stessa che accompagna il lettore dentro questo noir atipico - dalla prosa sobria, parca di seduzioni eppure intensa - e che, nell’ultimo atto, rivela la sua segreta vocazione a farsi metafora della scrittura. Dell’attesa di quell’attimo che ricompone l’esistenza e le dà un senso, dopo aver conosciuto gli abissi della dannazione. La cella come la pagina bianca e la purezza assoluta di un gesto che per Frégni, come già per Jean Genet, assolve da ogni peccato e ha la bellezza disperata della grazia.

Ombretta Romei


il Quotidiano della Basilicata, 11.9.07

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Folle d’amore tra le sbarre

Un tradimento porta l’ossessione dell’assassinio nella mente d’un uomo innamorato. Che si è innamorato della sua donna, e che non smette d’amarla neppure dopo averla uccisa. Quest’uomo dunque vive in carcere, dove però ovviamente convive col fantasma di lei.
Ma arriva Ralph, uno scrittore giunto per liberarlo a costo davvero di giocarsi la faccia. Perché pensa che il folle d’amore Gabriel potrebbe ammazzarsi a sua volta.
E lo salva. Eppure lo salva temporaneamente. Infatti alla fine sarà lo stesso Ralph a decidere di condannare a morte il suo Gabriel. Sintetizzando così duramente si riesce a dire quanto è La città dell’oblio, primo romanzo di René Frégni, mette in castigo l’idea del sollevamento dalla poltroncina.
Frégni, che sa "controllare" la scrittura e inventare spazi altamente panici, ha cominciato a scrivere in prigione.
Le celle, poi, le sbarre, sembrerebbe riesca a leggerle come fossero voci chiare e struggenti, limpide e allo stesso tempo macchiate d’assurdità.
Frégni, in più, è stato disertore. È un autore che ha girato l’Europa prima di far ritorno sul suo duro letto francese.
Pazzi e carcerati sono stati sempre con lui. Inoltre, l’esperienza riversata nella vita davanti ai suoi piedi ha voluto che lui scrivesse ben sette romanzi e diverse altre cose.
Lo scrittore, per costruire questo castello necessariamente sbilenco e solido, entra con le mani e tutto il cervello nelle perversioni (che non sono nulla di diverso spesso da quanto indotto dagli ’esterni’) nelle discussioni nate e pasciute nella testa di tanti.
Dove il sorriso e la tristezza dei personaggi somiglia pericolosamente e/o tantissimo alla lingua facile - scattante dello stesso autore di Francia.
I luoghi posseduti dagli sguardi di Frégni sono lisciati dalle parole di donne e uomini fedeli e infedeli, capricciosi e riconoscibili solo davanti agli specchi.
L’obiettivo di questo scrittore, pare proprio di sentire, è quello di farsi carico di tribolazioni mischiate a destini piccoli piccoli, "grandi eventi" legati per le mani e per i pieduzzi alle volontà di storie segnate quasi naturalmente dalla sconfitta assoluta. Anche se non tragica.
L’unico sconforto è che Marsiglia si vede molto poco.
E nonostante questo lasci tanto spazio all’immaginazione e ovviamente alle Nozioni, non è piacevole sapere che un pezzo è offuscato. Infine, cosa che vuol essere giusta, la città dell’oblio appunto si vede nelle relazioni e nelle vicende.

Nunzio Festa


Ristretti Orizzonti,aprile 2000

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La città dell’oblio, una "storia di carcere" che è anche un viaggio inquietante nella mente umana

Del romanzo La città dell’oblio pubblichiamo due recensioni, perché si tratta di un romanzo "di carcere" che mette in moto in chi lo legge, e conosce "da dentro" la realtà della detenzione, emozioni, e anche riflessioni sulle quali vale la pena soffermarsi più a lungo del solito.
La città dell’oblio è un viaggio dentro quello che della mente umana sfugge ad ogni spiegazione.
Il libro di Réné Frégni è uno dei più ben scritti che ho avuto modo di leggere, tra quelli che hanno come soggetto il carcere. Frégni conosce il carcere perché ci lavora, è un insegnante che approda a questo lavoro dopo una vita molto travagliata. Ed è soprattutto uno che ha imparato a decifrare l’animo, i sentimenti, le emozioni inespresse dei suoi "scolari" detenuti.
La prima parte del libro è autobiografica, riprende molto dell’esperienza di vita dello scrittore, trasformandola piano piano in uno strano miscuglio tra realtà e fantasia, in cui la forza narrativa non cala mai. La trama della storia è ben congegnata, con colpi di scena che mantengono il lettore in un clima di alta tensione sino all’ultima pagina. La storia di un detenuto, Gabriel Bove, cattura in particolare l’attenzione del protagonista, insegnante di scrittura in carcere come lo è stato l’autore, che entra in punta di piedi nel mondo popolato di ricordi ossessivi e di rimpianti del suo allievo, conosce una dimensione in cui il pensiero e la realtà spesso sono molto distanti tra loro, costruisce lui stesso un piano di evasione per Bove che diventa un reticolo inestricabile in cui resta impigliato, e chissà se non fosse proprio quello che cercava.
"Come raccontare i giorni, le notti, le stagioni dietro i muri di una prigione, a chi sicuramente non li valicherà mai, come descrivere gli uomini che fumano, mangiano, ridono, si insultano, si incrociano mettendosi la mano sul cuore in segno d’amicizia, aspettano, seduti su panchine di pietra, l’era del rancio, o la fine del tempo?": Frégni ci riesce, i suoi personaggi, a volte inquietanti carnefici, a loro volta prigionieri e vittime del loro passato e del loro stesso delitto, lo fanno per lui, trasmettendo l’ansia del carcerato.
Ma chi sono gli abitanti della città dell’oblio?
"Molti sono dei veri delinquenti ma non sta a me giudicarli, sono dei ragazzi pericolosi che hanno scelto il lusso, il rischio e la sofferenza. Dico ragazzi, perché sono loro a spingere il loro destino in terre d’avventura. Falsari, rapinatori di banche, furgoni e treni postali, contrabbandieri, corrono su ponti d’oro verso il proiettile di grosso calibro o la cella."
Ho sentito il bisogno di scrivere immediatamente, non appena terminata la lettura della bozza del libro. A descrivere le sensazioni che mi ha dato non faccio nessuna fatica, è stato in alcuni passi come guardarmi allo specchio. Leggere quelle sensazioni, così fedelmente descritte, con le quali convivo da ventidue anni, mi ha dato un brivido alla schiena.
Tutti inseguiamo un sogno, e spesso sono sogni non realizzabili. Il nostro dibatterci, la nostra ostinazione a reiterare azioni delittuose, nella stragrande maggioranza dei casi conducono in una cella di un penitenziario.
A volte sono delle autentiche fughe da realtà che non ci piacciono e che troviamo ingiuste, diventando per contrastarle noi stessi ingiusti, nei confronti degli altri, di chi ci vuole bene, di noi stessi, impedendoci con i nostri atti di vivere una vita normale.
Dopo aver letto questo libro mi sono chiesto: "Cos’è normale? Dove inizia l’irrazionale?".
Una possibile risposta si può forse trovare tra le righe di questo romanzo: "Non c’è nulla di più tragico ed emozionante che un piccolo sole invernale sulla facciata di una prigione, la domenica". Oggi cinque marzo 2000, c’è un flebile sole che penetra tra le sbarre, è delizioso… ed è domenica.

Nicola Sansonna

Ci sono detenuti, per i quali il carcere è il minore del mali, la pena più lieve. Sono i condannati per omicidio, come il protagonista del romanzo di Réné Frégni
C’è, al centro della narrazione del romanzo di Frégni, il complesso rapporto tra il protagonista (l’insegnante, alter ego dell’autore) ed uno studente dal comportamento inquietante (la cui figura è ispirata ad un internato del manicomio criminale, conosciuto dall’autore), che segue gli incontri in disparte, chiuso in un silenzio assoluto, e poi scrive testi allucinati, che sgomentano chi li ascolta. L’insegnante è affascinato da quest’uomo e s’interessa a lui fino al punto da andarlo a trovare in cella, dove scopre il suo talento artistico di pittore ma anche tutta la gravità della sua follia: ossessionato dal ricordo della donna uccisa, crede che lei sia tornata, invisibile agli altri, per vivere con lui. Da questo momento, la storia in un certo senso si stacca dalla realtà per seguire la strada del romanzo: l’insegnante organizza l’evasione del suo amico ed il piano si realizza senza intoppi, ma i guai arrivano in seguito…
Non sono, certamente, un esperto di psicologia criminale, però il fatto di aver vissuto (e di vivere) in prima persona condizioni simili a quelle che descrivo, mi rendono in grado di capire sfumature difficili da cogliere dall’esterno. In questo romanzo, ho trovato un’intuizione davvero importante, che difficilmente è alla portata delle persone che non conoscono il carcere veramente da vicino: l’idea che per alcuni carcerati la detenzione sia il minore del mali, la pena più lieve.
Questi sono i condannati per omicidio, in particolare se hanno commesso il delitto in ambiti "privati": tra coniugi, amanti, familiari e amici. In generale, tutte le persone colpevoli di omicidio sono maggiormente consapevoli della propria colpa e, quindi, di dover subire una punizione, rispetto ai condannati per reati di minore gravità: il fatto è che persone che, come me, escono da una esperienza del genere, la detenzione non la vivono come un’ingiustizia e riescono a sopportarla meglio, anche se non certamente ad accettarla con rassegnazione.
Ovviamente, non per tutti questo corrisponde alla realtà, ma il fatto stesso che, proprio tra coloro che hanno le pene più elevate, si registri il minor numero di autolesionismi, suicidi e, perfino, evasioni dai permessi, dovrebbe suggerire che è "più" di un’ipotesi: vent’anni di pena, per un omicida, sono meno gravosi che cinque per un piccolo spacciatore.
Chi ha commesso reati di minore gravità, spesso, non riesce a vedere se stesso come un "criminale", meritevole di essere sottoposto ad una pena, quindi percepisce il carcere come una imposizione indebita e soffre la detenzione in maniera spropositata.
La differenza sta, appunto, nella consapevolezza di aver fatto del male a persone reali, vicine, di aver visto in volto la propria vittima (o le proprie vittime) e, comprensibilmente, il senso di colpa è maggiore se questa persona era conosciuta, o addirittura legata da una passione amorosa, come accade nel romanzo di Frégni. Un meccanismo che non scatta, invece, quando le vittime sono lontane, tanto da apparire entità astratte e non persone reali: il trafficante di droga, ad esempio, non vede il "tossico" che muore di overdose, non vede le madri picchiate dai figli, in cerca di soldi per la "dose", o le persone scippate e trascinate sull’asfalto.
Lui, in questo modo, può sentirsi un "commerciante", non un criminale: se le persone muoiono di overdose, è perché lo hanno voluto loro, nessuno le ha costrette a drogarsi…
Ancora più complessa è la condizione (ed il rapporto con la pena) delle persone che commettono reati connessi a situazioni di particolare disagio psicologico o sociale: dalla tossicodipendenza, alla povertà estrema, alla vita in contesti di "rifiuto culturale" delle regole stabilite dallo stato.
In questi casi, spesso, il condannato sprofonda nel vittimismo e, per certi aspetti, ha ragione, perché l’emarginazione è senz’altro favorita, se non sempre prodotta, dalle ingiustizie sociali.
Ma il punto è un altro: se il carcere è sopportato meglio da chi ha colpe più gravi (anche senza cercare i casi psichiatrici), vuol dire che la coscienza trova, proprio in questo luogo, la maniera di emergere, di farsi ascoltare.
Il rischio è, semmai, che il senso di colpa diventi un’ossessione e la persona condannata cominci ad essere perseguitata dai propri "fantasmi", come accade al personaggio del libro: situazioni che portano davvero alla pazzia, anche nella realtà, non solo nella finzione letteraria.

Francesco Morelli


Scuola Holden

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Genere: romanzo noir anomalo
Storia: Marsiglia – oggi o forse ieri o forse domani – un carcere, un’evasione?
Tipo di scrittura: nitido
Difficoltà di lettura: bassa
Descrizione: un libro che ti rimane dentro.
È un libro:
per ridere, per piangere, che ti tiene sveglio la notte, da regalare, da spiaggia, da viaggio, da tenere sul comodino, che ti fa pensare.

Bruno Voglino