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L’incubo arabo
Robert Irwin


L’Unità
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L’Unità, 9.2.2003

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Irwin e Kononov, due avventure surreali
Meridiano zero inaugura una nuova collana,
Primo Parallelo, che ospietrà scrittori anticonformisti e poco conosciuti. Si parte con due testi strani e zeppi di citazioni: L’Incubo Arabo e Nuda. Mucha la piccola pioniera

A passi lenti ma sicuri tanti piccoli editori approdano a livelli di proposte sempre più coraggiose e significative: da Minimum Fax a Fandango – ottime le loro ricerche nel campo della nuova narrativa anglo-americana – a Pequod, Sironi, MobyDick, con i loro autori casalinghi talora assai piu convincenti di certe bufale ’industriali’; da Fanucci con Ie sue belle collane alternative a Casagrande, che tra Italia e Svizzera cerca – e trova – novità e ripescaggi d’autore. Senza dimenticare la benemerita Hobby & Work madre elettiva di Connelly della grande Ben Pastor, e i più collaudati – e non più troppo piccoli – e/o e Fazi, per arrivare alla neonata Giano, che sta riproponendo interessanti classici del Novecento.
Meridiano Zero di Marco Vicentini, dopo anni di solida militanza noir, tenta ora la carta della narrativa ’sociale’ – purtroppo esistono ancora certe barricate socio-culturali. La tenta con una collana bizzarra e graficamente allettante – Primo Parallelo – dove saranno di casa scrittori e romanzi magari sconosciuti all’orecchio dei più, ma comunque determinanti per delineare le geografie internazionali della letteratura d’oggi. Sono libri annunciati anticonformisti, non convenzionali, spesso decorati da buoni riconoscimenti esteri, ma in qualche modo esclusi dal salotto buono delle traduzioni in tempo reale e magari affidati ad agenti con scarsa voce in capitolo. Mentre si annunciano in dirittura d’arrivo una Primordial Soup di Christine de La Monica, un Per chi suona la campanella di Jack Allen e le Memorie di un nano gnostico dell’anonimo - e pseudonimo - Madsen, si parte con due testi decisamente strani, intelligenti, zeppi di citazioni, riferimenti, memorie letterarie e storiche, talvolta un po’ faticosi ma comunque ricchi di stratigrafie culturali universali.
L’Incubo Arabo dell’inglese Robert Irwin è una sorta di dichiarato omaggio alle mille e una notte, un’avventura pseudo-esotica in cui s’incontrano e si accavallano tutti i più favolosi luoghi comuni dell’orientalità narrativa, dei misteri legati al mondo sconfinato della fantasia. Le vicende senza sbarramenti logico-temporali del protagonista – il giovane pellegrino-spia inglese Balian – trovano una loro collocazione nella volontà umana di raccontarsi e di creare leggende necessarie al cammino dei popoli e delle loro tradizioni. L’lncubo Arabo è un incantesimo diabolico nel quale ogni notte la malcapitata vittima sogna mondi e personaggi legati alla realtà come se vivesse un’esistenza parallela: i risvegli sono dolorosi, con fiotti di sangue dal naso e dalla bocca e la sensazione di appartenere a universi simili ma sempre più irreali. La vittima di turno e ovviamente Balian, nella caotica geografia del Cairo nel 1486: arrivato in città, il giovane non riesce più a uscirne, e tra incontri magici – Zuleika, la signora dell’amore, il diabolico Padre dei Gatti, il putrido cantastorie Yoll – e fughe in universi senza limiti di sensazioni, la sua odissea attraversa un percorso labirintico, surreale, in cui ogni accadimento rappresenta la verità e il suo contrario, in una sfida al lettore che è la scommessa – talvolta un po’ ostica – della letteratura.
Con Mucha la piccolo pioniera siamo nella vecchia Russia di Stalin, con un autore eclettico e sarcastico – Kononov, classe 1948 – che riesce a dipingere un affresco – anche questo surreale, metaforico – delle imprese velleitarie – nella loro patriottica assurdità – dell’Armata Rossa durante il conflitto bellico contro i nazisti.
Mucha, la piccola pioniera – una sorta di boy-scout della gioventù comunista – vive la sua storia singolare in prima linea, materasso compiacente – ma non compiaciuto – per tutti gli sfoghi sessuali degli ufficiali. Mucha ha quindici anni, e nella ricostruzione satirica – dolorosa – di Kononov, rivive tutto il mondo di un’antica, ingenua adesione agli ideali staliniani, in cui il dovere verso la patria diventa follia, ossessione. I personaggi dell’esercito russo sono assurdi e grotteschi nella ricostruzione ironica di Kononov, che tenta un’analisi critica di un aniverso perso nelle allucinazioni di un potere crudele e impietoso. Mucha evade nel sogno, vola di notte sulle brutture del mondo e della guerra diventando la Gabbianella, cercando le voci smarrite del suo passato – l’infanzia, i genitori, il primo amore – per poi tornare ogni volta sulla pancaccia dura e sconnessa dove vengono a cercarla – per saziare Ie loro fobie devastate – i militari del grande esercito russo. Tra realtà e sogno, storia e fantasia, il romanzo ha una sua valenza epocale e, se chiede al lettore una partecipazione attenta e severa, lo ripaga comunque con una ricca pattuglia di sensazioni, tra commozione e ironia. Romanzi non facili, dunque, ma in grado di proporsi come scommessa positiva nel mare magnum della narrativa contemporanea.

Sergio Pent


www.lankelot.eu, 23.9.09

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The Arabian Night(s)mare
Fine aprile 2009: torna in libreria, a sette anni di distanza, una chicca per bibliofili e appassionati di editoria: il primo volume della storica collana "Primo Parallelo" di Meridiano Zero, quella – per intenderci – che negli anni ha ospitato Actarus di Morici, Il diavolo custode di Balocchi, Le madri nere di Fran¨aix, La casa del silenzio di Burnside, Il bacio della strega della Donoghue, Project X di Shepard e Cosmic Bandidos di Weisbecker.
Sentite come la presentava Sergio Pent sull’Unità, nel febbraio 2003: "Meridiano Zero di Marco Vicentini, dopo anni di solida militanza noir, tenta ora la carta della narrativa ’sociale’ – purtroppo esistono ancora certe barricate socio-culturali. La tenta con una collana bizzarra e graficamente allettante – "Primo Parallelo" – dove saranno di casa scrittori e romanzi magari sconosciuti all’orecchio dei più, ma comunque determinanti per delineare le geografie internazionali della letteratura d’oggi. Sono libri annunciati anticonformisti, non convenzionali, spesso decorati da buoni riconoscimenti esteri, ma in qualche modo esclusi dal salotto buono delle traduzioni in tempo reale e magari affidati ad agenti con scarsa voce in capitolo. Mentre si annunciano indirittura d’arrivo un Uomini da mangiare di Christine Leunens, un Il signore dei lombrichi di Jack Allen e le Memorie di un nano gnostico dell’anonimo – e pseudonimo – Madsen, si parte con due testi decisamente strani, intelligenti, zeppi di citazioni, riferimenti, memorie letterarie e storiche, talvolta un po’ faticosi ma comunque ricchi di stratigrafie culturali universali".
Il primo era proprio questo L’incubo arabo, opera prima di Robert Graham Irwin, classe 1946 (The Arabian Nightmare, 1983), già professore di Storia Medievale all’Università di St. Andrews, di Arabo e Storia del Medio Oriente alle Università di Cambridge e Oxford, infine combattente a tempo pieno per la causa delle patrie lettere (e del sonno, leggiamo in bandella. Un uomo illuminato). È un rocambolesco e fantastorico romanzo che poggia sulla tradizione delle Mille e una notte (The Arabian Nights per il pubblico inglese; il gioco di parole tra "Nights" e "Nightmare" è andato smarrito nella traduzione Italiana), a metà strada tra un divertissement esotico e un (rischioso) saluto ai maestri del genere (da Boccaccio a Borges). Le vicende si svolgono attorno al 1486, al Cairo. Protagonista è Balian, da Norwich, spia al soldo d’una corona europea. Obbiettivo, svelare i segreti della corte mamelucca. Grovigli politici, erotici, mistici (l’eresia del Quinto Messia) e magici sbaraglieranno la missione, intrattenendo e divertendo (e allarmando) il lettore. Leggiamo ancora quanto annotava, magistrale, Pent: "La vittima di turno e ovviamente Balian, nella caotica geografia del Cairo nel 1486: arrivato in città, il giovane non riesce più a uscirne, e tra incontri magici – Zuleika, la signora dell’amore, il diabolico Padre dei Gatti, il putrido cantastorie Yoll – e fughe in universi senza limiti di sensazioni, la sua odissea attraversa un percorso labirintico, surreale, in cui ogni accadimento rappresenta la verità e il suo contrario, in una sfida al lettore che è la scommessa della letteratura" (L’Unità).
Yoll, il cantastorie, è uno dei miei personaggi preferiti; e non solo perché, in questo libro, scopriamo stia scrivendo le Mille e una notte. Sentite come si presenta:
"Io sono Yoll, l’unico narratore di tutto il Cairo che campa raccontando storie vere. A volte la gente mi paga perché racconti la loro storia in luoghi pubblici, forse nella speranza che possa edificare le folle o che si possa rendere famoso il nome di famiglia. Altre volte scelgo un individuo e gli rendo onore oppure lo mando in rovina raccontando la sua vicenda. A volte sono pagato per non dire niente".
Et voilà, ecce storyteller. Poteva derivarne una buona quarta di discreto appeal. Quanto al significato autentico dell’incubo arabo… "sappiate che è osceno e terribile, monotono e tuttavia orrendo"; "visita le vittime ogni notte, e non viene ricordato la mattina. Pretende sperimentiate un dolore senza fine, senza esserne coscienti. È sofferenza fine a sé stessa. Chi ne soffre non se ne accorge, ma qualcuno, giù al mercato, può riconoscerlo per via di segni. Si dice si trasmetta a chi ti dorme vicino, la notte." "Perché esce fuori dalla bocca, la notte. Chi ne soffre è come un messia demente."
Fuggire non serve. Sempre si ritorna all’origine. Le storie e i personaggi non finiscono mai, quasi fossimo prigionieri della biblioteca sognata da Borges. Gran bella prigionia, sì.
Secondo il Times, "Irwin intreccia magistralmente il pensiero orientale con la teologia occidentale, allontanandosene con una risata": la Rendell, invece, giudica l’originalità del testo al di là di qualsiasi definizione: questo, secondo la scrittrice, è un libro "magico, bizzarro e sconvolgente", uno strange cross tra Le mille e una notte e Il nome della rosa (!). Secondo me l’ibrido è col Decameron, ma escludo la Rendell abbia tempo di leggermi per confutarmi.
Buon viaggio. Suggerisco, al vostro fianco, un bel narghilè (magari, dosando per bene gli elementi, vi appare la Rendell: incipit incubo d’albione).

Gianfranco Franchi


www.lettera.com, 11.3.03

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Nel 1486 un pellegrino inglese di nome Balian arriva al Cairo per adempiere al suo voto di visitare il sepolcro di Santa Caterina e, parallelamente, spiare per conto del Re di Francia le attività politico militari dei mamelucchi. Appena giunto, però, tutto si complica: viene improvvisamente arrestato il suo compagno di viaggio, un mercante veneziano in possesso di un misterioso libro e lui stesso inizia ad essere posseduto da uno strano morbo che gli provoca incubi tremendi ogni volta che si addormenta per poi risvegliarsi in preda di emorragie dalla bocca e dal naso. L’indebolimento fisico e il terrore di essere vittima dell’Incubo Arabo, leggendaria malattia del sonno per cui si sogna e si soffrono pene atroci di notte salvo poi non ricordarsene affatto da svegli, lo spingono a fuggire dal Cairo. Ma tutti i suoi sforzi saranno vani: la città lo imprigiona e lo costringe a confrontarsi con una serie di personaggi misteriosi all’interno di una intricata trama spionistica fatta di ragione politica e magia.

L’incubo arabo: perdersi al Cairo

Tutta la notte l’uomo che soffre dell’Incubo Arabo si muove tra le coperte. Vede quello che succede, lo sa, ma non può fare niente perché dimentica. Sogna che il suo pene viene tagliato a metà come una banana; che degli attizzatoi infuocati gli passano da orecchio a orecchio attraverso la testa e di avere conati di vomito a secco con lo stomaco vuoto. Sogna di svenire, sogna di essere incosciente e, incosciente, scopre che è incapace di mitigare il dolore con il pensiero. L’esperienza è purificata e raddoppiata. Sogna di sognare in questo corpo torturato. Sogna che il corpo si agita e si dimena su un lettino e che la sua mente è preda di terribili illusioni. Sospetta, no, anzi è orrendamente e assolutamente convinto, che la figura che si agita nel letto sogna di avere il pene tagliato in due come una banana. Se il dolore non fosse così orrendo, non dormirebbe, potrebbe porci rimedio. Se solo potesse risvegliare la figura nel letto. Se solo la figura nel letto potesse risvegliarlo.
Con L’incubo arabo di Robert Irwin e Nuda. Mucha la piccola pioniera viene inaugurata una nuova collana di Meridiano Zero: Primo Parallelo. Questa iniziativa viene presentata come un cammino con il quale ampliare la ricerca in campo letterario, un percorso alla scoperta di "libri non convenzionali, anticonformisti, che si segnalano per l’intensità emotiva e narrativa, per il ritmo, per la lingua" e di "autori fuori dal mainstream, non allineati, che spesso hanno alle spalle una storia personale fuori dalla norma, e sono in grado di scomporre e mescolare i generi. Autori dallo stile visionario e acrobatico, penne che osano dirvi le storie che nessuno vi ha ancora raccontato, o raccontarvi storie antiche in stili e linguaggio che ve le renderanno irriconoscibili."
In questo senso L’incubo arabo si iscrive alla perfezione in questa ricerca. Forte di uno stile visionario ed acrobatico, appunto, il romanzo catapulta il lettore in un caleidoscopio di immagini oniriche e brucianti, che annullano gradualmente la soluzione di continuità fra sonno e veglia, sogno e realtà.
L’effetto è quello dello stordimento e della perdita dell’orientamento, proprio come accade al protagonista mentre vaga per le vie del Cairo, strade tutte uguali che non portano mai fuori dalla città, e che fatalmente si rituffano in un caos di mercanti, saltimbanchi e illusionisti.
Anche dal punto di vista narrativo la forma prediletta è quella della spirale di cerchi concentrici: non c’è una sola storia, ma un insieme di tantissime vicende diverse una dentro l’altra, l’una innestata sull’altra e così all’infinito come nell’interminabile dipanarsi della tradizione orale. In una Mille e una notte malata e allucinante l’autore mescola la filosofia e la saggezza popolare dell’Islam attraverso una miriade di eruditi richiami alla tradizione culturale araba.
Tra tutto questo cerchiamo di cogliere l’anima del L’incubo arabo, difficile e straniante romanzo nel conflitto, non certo fra Islam e cristianità, bensì tra la cultura islamica del sogno, della pigra introspezione e la cultura occidentale della certezza del mondo reale. La parabola discendente del protagonista avviene all’interno di una guerra tra il mondo parallelo e immateriale delle immagini (l’Alam al-Mithal noto nella tradizione occidentale come Mundus Immaginalis) e la cultura del reale e dell’azione.
Fantasmagorico e lievemente pretenzioso, L’incubo arabo spalanca le porte della cultura musulmana ed islamica, avvicinandoci ad una tradizione che svela il modo di pensare di una fetta enorme del nostro mondo.

Simone Veritiero


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Siamo nel 1486. Un giovane pellegrino inglese attraversa il Cairo sulla strada del sepolcro di Santa Caterina: in realtà è una spia, al servizio della corona francese, che dovrà vedersela con complessi intrighi politici e disavventure di ogni tipo. Un romanzo a metà strada tra Le Mille e una notte e una novella di Borges, dove si alternano sogni, illusioni, riflessioni filosofiche e racconti fantastici.
Da portare sotto l’ombrellone, quest’estate.


www.nonsololink.com, 17.2.03

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Un incubo arabo

Ci sono argomenti che affascinano più di altri. Ci sono momenti in cui alcuni argomenti ci affascinano più di altri. In questo periodo di probabile guerra, di lotta al fanatismo religioso, soprattutto islamico, che si nasconde dietro vili attacchi terroristici per perpetuare un modo di essere statico rispetto alla dinamicità dell’esistere, sentire parlare de L’incubo arabo porta ai brividi di sudore freddo lungo la schiena.
Senz’altro titolo azzeccato per l’ultimo nato di Robert Irwin, un tempo professore di Storia medievale presso l’Università di St. Andrew oltre che di Arabo e Storia del Medio Oriente presso le Università di Cambridge e Oxford, ora impegnato dormiente.
Sostiene infatti che, da che ha lasciato l’insegnamento, dormire per lui sia l’occupazione più impegnativa e comunque la principale, mettendo in secondo piano la sua fama internazionale di romanziere e novelliere, oltre che di saggista.
E dal momento che dorme molto, il suo ultimo romanzo ha per tema i sogni, la vaga rimembranza de Le mille e una notte, fiabe narrate per chi vuole esistere senza tempo, in un lungo sonno o in un’interminabile fiaba, quella più bella.
Siamo nel 1486, al Cairo. Un giovane pellegrino inglese, Balian, vuole spiare le sospette attività della corte mamelucca, a servizio della corona francese.
Non che consideri semplice l’attività, ma di certo non si sarebbe mai immaginato di venirsi a trovare in un mondo al limite del surreale, in cui le scimmie parlano e gareggiano con gli umani nei tentativi di seduzione delle belle signore, enigmatiche come un cazzotto tra gli occhi, come la sensazione di vivere il già vissuto o il già sognato.
Balian non capisce più il limite tra realtà e immaginazione: non sa più se sta sognando continuamente o se sta vivendo una realtà nascosta, fatta di sotterranei, prostitute, maghi egiziani, dervisci e ordini di cavalieri lebbrosi.
Tutto è fantasmagorico, niente è come sembra e il lettore si trova a pensare, giocoforza, che forse anche la nostra realtà, pur senza la netta presa di posizione dell’autore, non è come la vediamo, non è come ce la fanno apparire o come a noi farebbe comodo pensarla.
Tutto è inversione dell’apparenza, tutto è nebuloso, come la scomparsa del compagno di viaggio veneziano, l’intrigo politico nel quale Balian si trova coinvolto, i sogni confusi che accalappiano la mente nel terrore di essere rimasto vittima di quell’Incubo Arabo che altro non è se non un oscuro incantesimo che provoca ogni notte un dolore infinito senza lasciarne consapevolezza.
Romanzo accattivante, tradotto da Luca Scarlini.

Alessia Biasiolo


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A parte le notizie di cronaca e di guerra che provengono dal Medio Oriente, non bisogna lasciarsi andare a commenti inappropriati su una regione piena di storia e di fascino culturale. A ribadire ciò c’è un romanzo per certi versi fuori da canoni, capace di addentrarsi nel pensiero orientale con una scrittura magistrale e coinvolgente, questo è L’incubo arabo di Robert Irwin. Professore di storia medievale in passato presso l’Università di St. Andrew oltre che di arabo e storia del Medio Oriente presso le Università di Cambridge e Oxford. Oltre la storia, il tessuto narrativo del romanzo è permeato dal sogno, colto tra i riferimenti de Le mille e una notte, come se fosse una fiaba senza tempo immerso nelle diverse reminescenze filosofiche per giungere ad uno stadio immaginifico coinvolgente. Nel 1486 al Cairo un giovane pellegrino inglese, Balian, ha un compito: spiare per conto della corona francese, le attività sospette della corte mamelucca. L’operazione si complica ulteriormente con l’improvviso rapimento di un mercante veneziano, suo compagno di viaggio, cadendo in un intrigo politico che lo allontana dai scopi della sua missione. Balin si trova confuso tra la realtà e l’immaginazione, e crede di essere vittima dell’oscuro incantesimo dell’incubo arabo, che procura ogni notte un dolore infinito senza lasciare alcun traccia e lo trasla in un’altra dimensione. Questi eventi surreali prenderanno il sopravvento con l’aggiunta di nuovi personaggi oscuri: l’inquietante padre dei gatti, che vuole controllare il sogno degli uomini, Yoll il cantastorie, la seducente Zuleika, iniziatrice ai misteri dell’eros e fatima della morte. Comincia così la sua discesa verso un mondo tenebroso, dove la sfida si farà ardua nella sua duplicità ingannevole. Un romanzo dal tratto fantasmagorico, che inghiotte il lettore nei paradossi della circolarità, come se un novello Borges ci portasse in un universo letterario erudito, ma allo stesso tempo libero nell’inventare diramazioni e inversioni, in un gioco di scrittura che colpisce per la sua scioltezza e magnetismo, trascinandoci in questa ebbrezza dell’inganno. Un piccolo gioiello da riscoprire e assaporare in una notte.

Matteo Merli