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Volevo sposare Cary Grant
Mareike Krügel


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www.eumagazine.it, 2.2.09

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Funerali, cartomanti e vecchi film: viaggio nel favoloso mondo dolce amaro di Felizia.

Sarebbe potuta essere la nuova Amélie Poulain: romantica, ribelle, circondata da rassicuranti stranezze e da magici personaggi. Ma, al contrario dell’eroina di Jean-Pierre Jeunet, Felizia è un po’ più cupa della dolce Audrey Tautou: tutto nel magico mondo di Felizia è un po’ più nero e un po’ più macabro. A disegnarlo non è stata la mente visionaria di Tim Burton, ma la penna di Mareike Krügel, tedesca, classe 1977 e con in tasca la menzione d’onore al New York Book Festival.
Non è una sposa cadavere Felizia: niente marito, solo qualche amante che la viene a trovare con assiduità. E le sue carte, che legge alle persone disperate che la pagano per conoscere il loro futuro. Ma niente carta della Morte, per non spaventare i più sensibili. Una stranezza se si pensa che siamo in un mondo magico nel quale, se le cose fossero andate per il verso giusto, Felizia avrebbe dovuto proseguire l’attività di famiglia e sarebbe diventata una organizzatrice di funerali. Niente più morte, ma purtroppo neanche più amore. Se morire è inevitabile, innamorarsi è un’eventualità troppo rara per una cartomante dal nome gioioso e dalla vita nera.
Eppure in questa solitudine sentimentale c’è posto per un unico uomo, Cary Grant, vera e propria ossessione adolescenziale di Felizia. Guardare i vecchi film sul divano è la sua unica abitudine, la sua unica rassicurante certezza. Ma a scuotere la vita della gelida Felizia ci pensa il destino che le fa incontrare un uomo talmente bello da sembrare proprio Cary Grant. Amori e funerali, cartomanti e vecchi attori, lutti e grandi passioni: nel magico mondo di Felizia tutto si intreccia scandito dal ritmo della black comedy, tanto cara a Cary Grant. L’amore può tutto, anche sciogliere i nodi più dolorosi dell’esistenza. E poco importa se ci si innamora di un uomo vero o di un vecchio attore: l’importante è innamorarsi.

Elisa Carrara


www.lankelot.eu, 13.12.08

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L’amore e la morte sono le colonne portanti di Die Tochter meines Vaters, romanzo di Mareike Krügel, narratrice tedesca classe 1977: è narrativa satirica (dell’esistenza, dei sentimenti, dell’appartenenza, del sesso) ma nient’affatto così leggera e superficiale come il titolo italiano potrebbe illudere. È un bene, perché una nuova commedia sentimentale femminina e barocca non sarebbe servita a nulla e sarebbe stata irrichiesta (a meno d’una scrittura straordinaria ed evocativa, nessuna trama di genere può più spiazzare). Ecco invece la grande storia d’una cartomante avventuriera, Felizia, erede d’una macabra tradizione di famiglia (onoranze funebri), costretta sin da bambina a prendere atto della terribile normalità della fine della vita, e della semplicità di dire addio a tutto; non senza il sorriso di chi ha inteso che non c’è rimedio diverso dalla consapevolezza e dall’intensità dei sentimenti, non senza le esperienze belle, romantiche e stupide di chi incontra l’amore.
Volevo sposare Cary Grant è un romanzo di formazione toccante, divertente e profondo: nei primi capitoli sembra un giocattolo ludico e nero, una sorta di nuova incursione nel mondo delle donne occidentali contemporanee, sardonica e stravagante. Poco a poco, sale. E salendo insegna e ammonisce: ad amare, e a non dimenticare; ad ascoltare, e a osservare. A essere, non esistere, essere: e creare. Creare la propria vita come una piccola opera d’arte, pur consci della caducità e della precarietà di tutto.
Felizia ha fatto diverse scelte di vita. Vive come cartomante applicando tattiche di interazione analoghe a quelle paterne, studiando l’abito nei dettagli e mostrando d’essere sempre serena e tranquilla; non bada ad arricchirsi, ma a restare fedele alla sua vocazione. Hobby, la filmografia completa di Cary Grant. È la sua ossessione. Per caso, si ritrova sulle tracce d’un suo sosia, sulla base d’una foto: il misterioso Herr Malte Schmidt. Fantasie a occhi aperti, fallimentari esperimenti telepatici, spionaggio episodico e non sempre fortunato, scoperta d’una rivale che forse rivale non è, consigli strategici delle amiche: non manca niente dell’iter classico. Prima sorpresa: Schmidt non somiglia affatto alla foto. La Tattica di Cenerentola non sempre funziona, ma aiuta. Infine, niente è come appare. A ben guardare.
La vita sentimentale di Felizia è infelice: non mancano gli amanti, come il rude Kohlmorgen: vorrebbe sposarla, lei non sembra convinta. C’è anche l’Uomo del Piano di Sotto, che ogni tanto s’affaccia e sale a prenderla. Ama uomini che sembrano intervalli: diversivi. Succedono, e si succedono. Attende qualcosa – qualcuno – che assomigli al suo sogno di bambina e di giovane donna. Assomigli, almeno idealmente.
Intanto, memorie d’infanzia: scalate con il piccolo Gunnar ("i becchini non hanno paura, e se proprio capita devono imparare a superarla"), scorribande notturne a caccia degli spiriti, salvo ritrovarsi a scambiarsi il primo bacio ("L’amore è una questione piuttosto stupida") nell’ultima estate vissuta da compagni di scuola. Intanto, ecco l’addestramento paterno alla normalità delle morte e alla necessità delle pompe funebri.
L’infanzia e l’adolescenza sentimentale della ragazza che voleva sposare Cary Grant sono alternate alla narrazione del presente; al piccolo Gunnar si sostituisce Tobi, che significherà anni vissuti fianco a fianco scoprendo la femminilità e tutte le dinamiche di interazione col suo magnifico mistero. Felix sembra giocare a essere donna: il lavoro paterno diventa una simulazione di qualcosa di irreale (si muore per incidente, o per vecchiaia: la malattia è una scoperta), la vita sentimentale scintilla d’innocenza e di poesia minima. L’educazione all’amore di Gunnar e Tobi è così terribilmente distante dal sesso che vive da adulta. Dalle menzogne delle avventure occasionali, e degli incontri equivoci. Soltanto una fantasia cinematografica annoda il passato e il presente: adattarla a chi passa per caso nella propria vita diventa una tecnica di resistenza al niente (al dolore che è vivere quando si dissolve il senso: quando il significato è argilla, impotente).
La morte brucia. Come l’amore. Brucia, brucia la carta della vita, dei nostri giorni; e i ricordi lentamente s’anneriscono, si fanno confusi, e poi – senza sorriso – si spengono. Come se non fossero mai esistiti. La protagonista del bel romanzo della Krügel è una bambina che aveva capito la morte (aveva pietà degli animali, senza che nessuno sapesse) e aveva frainteso l’amore. L’eredità che infine si va a raccogliere ha un retrogusto metallico e freddo, e tuttavia necessario (non c’è notte che nella memoria la carta bruciata non torni, rischiarata, a insegnare).
Una delle letture più inattese di questa stagione invernale. Non so prevederne le fortune commerciali, perché credo che il titolo italiano possa spiazzare; mi piace pensare che sia il tamtam dei lettori a decretarne il successo, e a invitarci a meditare.
Die Tochter meines Vaters è il romanzo che non m’aspettavo di studiare. E di amare.
Menzione d’onore al New York Book Festival 2008: per una volta, apprezzo la giuria di un premio letterario. Saggia scelta.

Gianfranco Franchi