...


Il rosso e il bianco
Jean-Marie Laclavetine


D, Repubblica delle donne
Famiglia Cristiana
il Foglio
il Giornale di Sicilia


D, Repubblica delle donne, 23 ottobre 2004

<< < VAI > >>

Piccoli racconti di vini
Ebbrezze bacchiche in dieci storie di vite sull’orlo del baratro

"Cosa sarebbe l’uomo senza il vino?", si chiede il protagonista del racconto Morte per trasparenza, un abate malinconico che, degustando un bicchiere di rosso, trova la forza di confidare un tragico episodio del suo passato di partigiano nella Resistenza francese. E che ricorda subito dopo che il primo gesto di Noè, appena sceso dall’Arca dopo il diluvio, è stato quello di piantare una vigna. Il titolo di questa raccolta di racconti di Jean-Marie Laclavetine (traduttore, consulente e autore Gallimard) si rifà stendhalianamente ai colori della bevanda alcolica più diffusa al mondo. Ma chi si aspettasse un’allegra atmosfera da ebbrezza bacchica rimarrebbe deluso. I dieci racconti - tranne quello finale, un dialogo di una coppia di ubriaconi che si ritrova in paradiso - sono invece felicemente inquietanti perché riescono a collocare tutti i personaggi sull’orlo di un baratro troppo a lungo dimenticato. Sarà proprio il vino a insinuarsi nelle esistenze dei vari protagonisti, obbligandoli a prendere coscienza della realtà che hanno di fronte e della propria vera natura. Così la vita di un pescatore con propositi suicidi verrà travolta da due adolescenti delinquenti a causa della sua passione per il bianco, l’uomo che ha costretto l’erede di un vigneto a sposarlo ne diverrà la vittima, un proprietario di un’enoteca subirà la vendetta di un figlio abbandonato, una moglie capirà dì odiare il marito vedendolo sostituire le etichette dei prezzi dei vini al supermercato, due sconosciuti decideranno di cambiare le proprie vite sorseggiando del rosso nel foyer di un teatro.

Benedetta Marietti


Famiglia Cristiana, 6.2.2005

<< < VAI > >>

Buono questo vino
Lo stappa il francese Jean-Marie Laclavetine.

Se la spirale della smania viziosa, della dipendenza morbosa, della vita angosciosa prende la forma attorcigliata di un cavatappi, si può voltarla nel verso giusto e cavarsene fuori in maniera brillante, scintillante, spumeggiante. Non brinda però a champagne, come ci si aspetterebbe, il francese Jean-Marie Laclavetine. Di gusti meno scontati e più raffinati, non stappa Il rosso e il bianco per salutare una festa. Il suo vino - filo rosso (o bianco) che rilega questa raccolta di racconti - ha invece il colore torbido di un liquore spesso dove invecchiano i ricordi e decantano i rimpianti di un prete che fu ragazzo, e soldato, e innamorato.
Ha il bouquet di un novello inebriante per una figlia sposa renitente e devota piuttosto alla terra di papà e alla vigna di famiglia. O ha il sapore amarognolo di una coppa al veleno, tenuta in serbo da un malinconico pescatore per il sorso del congedo dalla vita, ma offerta poi - con una giravolta nel finale - al malintenzionato furfante che la vita minacciava di togliergliela. Il colpo di scena non manca mai nella chiusa delle storie di questo autore cinquantenne che, per lavoro, seleziona gli autori da pubblicare nelle collane di Gallimard e, per diletto, traduce dall’italiano Savinio, Sciascia, Moravia. E, evidentemente, beve vino. La sorpresa conclusiva, però, non è mai clamorosa, come il botto di un tappo. Semmai sottile: come le bollicine che pizzicano il naso affacciato sul bicchiere. Ce ne restituisce tutto il solletico (e gli stimoli frizzanti) la traduttrice: Livia Cattaneo, che vive in Olanda, traduce narrativa francese e insegna cucina italiana. Come dire che, a volte, l’affinità del gusto passa dal palato.

Alessandra Iadicicco


il Foglio, 29.1.2005

<< < VAI > >>

Ai due ragazzacci che, senza sputare il chewing-gum, ingoiano prosciutto innaffiato di milk-shake ascoltando musica "probabilmente composta da un artigliere sordo", si può offrire una coppa di vino al veleno senza temere che il retrogusto amarognolo li insospettisca. E senza provare troppi sensi di colpa. Vanno puniti più per la mancanza di buon gusto e di bon ton che per il crimine commesso i due furfanti sorpresi a frugare a casaccio nella dispensa e nel salvadanaio del vecchio appena fatto fuori. Giustiziere, è il pescatore bevitore che, precipitato nella spirale della malinconoia, si era riservato quel Jurançon delicato e (mortalmente) amaro per brindare, alla grande, "alla grande dipartita". Ma in riva al fiume aveva perso il cavatappi: bisognava chiederne uno al pensionato solitario, unico soccorritore nel raggio di chilometri. Tra l’eremita, già vittima, e i suoi carnefici l’aspirante suicida trova in effetti soccorso: nell’arnese ritorto, insostituibile per togliere tappi, incastrare teppisti, cavarsi dalle spire dello spleen. E per ribaltare il finale di un racconto avviato nel segno del cafard.
La giravolta nella chiusa non manca mai nelle storie di Jean-Marie Laclavetine. Tutte aperte come una bottiglia da degustare (e scolare poi fino in fondo). Tutte instillate di un umor nero sottile (da lasciar decantare nel bicchiere, però, per berci sopra). Tutte risolte da una sorpresa spumeggiante e frizzantina.
Che il gusto della lingua e quello del palato godano stimoli dalle stesse papille percettive non è un’astrusa escogitazione dei filosofi e dei lessicografi settecenteschi. Lo sa chiunque abbia una conoscenza maccheronica (ma à la Camillo Langone) della storia dell’estetica. E suona fin troppo noiosamente filosofico, troppo aridamente lessicografico ribadirlo a proposito dello scrittore francese che, per mestiere, caporedattore di Gallimard, saggia e assaggia scritture da selezionare nella sontuosa collana editoriale. E, per loisir, riversa, dall’italiano nel francese, la prosa di Alberto Savinio e di Leonardo Sciascia. Beve bene anche, e scrive meglio di suo. Questi racconti intrecciati insieme col filo rosso (e bianco) del vino fanno indovinare l’ésprit (alcolico?) dei suoi romanzi. Un cinismo sorridente, ghignante, temperato dal gusto per le parole e per i sapori. Così commuove più l’etichetta di un vitigno locale - "il Len de l’elh, quel lontano dagli occhi di cui basta il nome per emozionare il cultore" - che la sorte dell’uomo diabetico e astemio (cultore dei marchi delle acque minerali: evian vichy, terrier...) ucciso con sapiente travaso di medicine dalla consorte ereditiera di una gran vigna decaduta. E l’estasi sempiterna del paradiso raggiunto anzitempo da una coppia di cirrotici impenitenti, non vale un attimo dell’ebbrezza sorbita da un calice: lassù, solo astinenza, tristezza e rimpianti. Più ancora dei cru, le barrique e i Sauternes, nell’alto dei cieli "quello che manca è la sete".

Alessandra Iadicicco


il Giornale di Sicilia, 8.2.2005

<< < VAI > >>

Il rosso e il bianco sono i colori del vino, la bevanda che unisce nel bene e nel male i personaggi di questo libro premiato dall’Acadèmie Française per la sezione riservata al racconto. Un pescatore alla ricerca di un cavatappi che si trasforma in killer, una donna che scopre il fallimento del proprio matrimonio grazie a uno scambio truffaldino di prezzi in un supermercato e altri esemplari di varia umanità lasciano la loro impronta alcolica in dieci storie. L’ultimo, per chi avesse ancora dubbi sulla passione di Laclavetine per i vini, mostra in paradiso una coppia che in vita trovò nel bicchiere la felicità coniugale.

Giampiero Cinque