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Tanatoparty
Laura Liberale


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www.alphabetcity.it, 12.11.09

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Un crescendo rock di perversioni e linguaggio ricercato. Un viaggio all’interno di un’ossessione, quella per la morte, che tutti noi desideriamo esorcizzare
Anche se non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla sua copertina (e anche se contraddicendo questo assunto potremmo scrivere un intero altro articolo), lo ammettiamo: ciò che ci ha più attirati verso Tanatoparty, romanzo di Laura Liberale edito da Meridiano zero, è stata proprio l’immagine di cover. La foto di una scultura di Niba, artista che chi scrive apprezza moltissimo per la sua capacità di lavorare la porcellana con altri materiali.
Greta campeggia sul rosa shocking della copertina, rimandando a un immaginario fetish erotico che viene poi sottolineato anche nel risvolto che riassume al trama. Capirete quindi il disappunto quando abbiamo scoperto che Tanatoparty non è un romanzo fetish sulla morte, non si parla di necrofilia o voluttà sensuale delle spire della Nera Signora. In Tanatoparty l’espressione artistica della performance fisica viene portata alle sue estreme conseguenze.
Ed ecco dunque che, dopo il suddetto iniziale disappunto, è subentrata la curiosità, l’attrazione per l’argomento effettivo della trama. Lucilla Pezzi, da sempre controversa performer che ha fatto del suo corpo il proprio mezzo espressivo, ha deciso di morire diventando definitivamente un’opera d’arte. Conosciamo lei e il suo passato attraverso quattro inviti a una misteriosa esposizione presso la Tanatexpo, la fiera dell’arte funeraria. Lì sì che ci sono conigliette pseudo-fetish che vogliono spacciare per erotico persino il trapasso. Mina, la sorella di Lucilla, il suo innamorato non corrisposto Sergio, la dottoressa Clotilde e il cerimoniere necrofilo Leo: ecco gli invitati principali che la conoscevano, più o meno bene. Poi con altri due capitoli e l’epilogo, l’imprevisto.
Innanzitutto, indugiando sull’argomento, anche se Tanatoparty è ambientato in un prossimo, men che amorale futuro, non ci eravamo mai fermati a pensare a quanto in effetti possa inquinare l’industria funeraria, tra legno abbattuto per le casse, norme di inumazione che richiedono metallo e calce e prodotti chimici utilizzati sui corpi. Il giro d’affari sì, lo abbiamo toccato con mano, chiunque abbia avuto almeno una volta un lutto in famiglia lo ha fatto, ma i dati d’inquinamento sono qualcosa di cui nessuno parla. Poi, procedendo con lo stile di racconto, dobbiamo ammettere di averlo trovato ampolloso e a volte persino ridondante, compiaciuto nella scelta dei vocaboli e troppo indugiante su determinati particolari perversi.
In quale prossimo futuro, ci siamo chiesti, l’immortalità sarà solo del corpo? E Laura Liberale ci è parsa eccessivamente perversa, forse un po’ morbosa. Ma abbiamo dovuto ricrederci una volta giunti alla nota dell’autrice, dove si rivela che l’ispirazione di Tanatoparty è arrivata da Gunther von Hagens, detto anche il Dottor Morte, l’anatomopatologo tedesco inventore della plastinazione, un procedimento che serve a conservare i corpi umani intatti dopo la morte. Spinti dalla curiosità, abbiamo fatto una rapida ricerca sul web. "Tra arte e medicina", titolano alcune sue mostre, di quello show itinerante che sono i corpi umani in pose plastiche, sezioni e ricostruzioni fantasiose che è il suo Kšrperwelten. Dai ginnasti sugli attrezzi a persone che tengono in mano la pelle del proprio corpo come fosse una vestaglia. Non staremo qui a pontificare sulla validità dell’opera di von Hagens, ma tutto d’un tratto il breve romanzo di Laura Liberale non ci è parso più morboso. Anzi, a una seconda lettura – a questo punto necessaria – la prosa illuminata dai fatti è stata notevolmente meno pomposa e più aderente a una necessità di racconto senza velleità di giudizio.
Il Tanatoparty è già realtà e la Liberale lascia a noi la riflessione.

Federica Aliano


www.arterotica.eu, 23.9.09

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È in libreria Tanatoparty della scrittrice Laura Liberale.
Un testo che può apparire macabro ma allo stesso tempo è una provocazione nella presentazione della rappresentazione dell’ultimo atto artistico di Lucilla Pezzi la protagonista.
Si crea un rapporto stretto con Il libro tibetano dei morti - Bardo Tödöl, che fa da cornice a tutte le pagine del libro, questo rapporto crea la sensazione di profonda trasformazione che porta i corpi al divenire: modificandosi, trasformandosi.
Tanatoparty rappresenta la realtà del mondo moderno dove si parla di morte solo attraverso la tv, i reality show, la fiction. Mentre per la morte reale c’è solo il silenzio da qui nasce la paura. Il libro invece, presentando la morte accetta e valorizza la memoria, le origine di una creazione artistica e la VITA stessa. Nello stesso tempo è provocatorio perché obbliga lo spettatore a guardare l’oltre l’apparenza, in questo caso la maschera corporea, questo perché si nega una condizione principale del corpo: il processo di invecchiamento in un epoca in cui il corpo diventa l’ossessione dell’eterna giovinezza.
Il corpo diviene uno scenario politico di lotte e rivoluzioni, di sensazioni che traspirano da ogni organo vivo e del loro piacere nel godere dello specifico rito orgiastico: il completamento della vita. Non a caso molti artisti hanno visto nel suicidio o nella morte, il punto d’arrivo del proprio lavoro.
Si nota questo dualismo del corpo come scempio, rovinato, tagliato, morto ad un corpo vivo che si muove e pulsa. Questo corpo che esiste, che trasmette energia e vita da ogni singola cellula che molte volte viene ignorata, al contrario rimane eterna quell’immagine immortalata nel tempo di un corpo imbalsamato, l’eternità e l’immortalità nel tempo che si ferma sul corpo plasmato come una statua. Un corpo che nella vita reale perde ogni giorno una parte del sè o per rimane in tema muore senza un processo di trasformazione.
Ogni passaggio è scritto come in un diario, l’immobilità della morte attraverso gli occhi è i movimenti minuziosi dei vivi. Tutto si rallenta quando muore qualcuno, si ascoltano per la prima volta, il respiro, il battito cardiaco di chi lo guarda… e poi all’improvviso il vuoto, il silenzio.
Morte / gelo/ cera / liberazione / atto di ribellione / presentazione / spettacolo / dolore / lacrime / musica / silenzio.
Dalla rappresentazione finale ti rendi conto del processo della vita, mentre dalle tante larve di Sarcophaga carnaria (la mosca che depone le uova nella carne in putrefazione) che la morte è da per tutto: esiste.
Muoversi con gesti barocchi tra vivi e cadaveri, rimanendo fedeli a stessi fino al dopo la morte in un funerale della rappresentazione del sé.
Il testo può essere visto come una denuncia al mondo decadente dei giorni d’oggi, dove si innescano sinergie sbagliate, dove la scarsa cultura porta all’ignoranza. Dove si vive solo di apparenza e di maschere scelte o imposte, allo stesso tempo come attesa ed ordine del caos.
La morte vista dalla serratura o da uno specchio, la morte come ricerca e spiegazione del caos, come senso della perdita e pazzia.
Cosa è la morte? In molti casi una metafora di cambiamento, dell’andare oltre e di scoprire una realtà diversa. In altri casi una rinuncia e accettazione. È la perdita ma nello stesso tempo è quella cosa che rivaluta il senso della vita. Perché senza la morte non ci sarebbe vita e senza vita non ci sarebbe la morte.

Marica Petti


www.artianoressiche.splinder.com, 8.11.09

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Qui si celebra un funerale. Un funerale?

La struttura
- Dedica iniziale
Una serie di date riconducibili al 19 aprile (è il giorno della nascita di mio padre), anni diversi. Mae West condannata al carcere per oscenità. Francis Drake affonda la flotta spagnola nel porto di Càdiz. Una serie di data, riconducibili al 23 novembre (è il giorno in cui è morto mio padre), anni diversi. Terremoto in Irpinia. Nascita di Celan.
- Invito Mina
La sorella di Lucilla Pezzi, aritista. Mina che ascoltava Lucilla dissacrare tutto, celebrare mestruo e sfruttamento proletario, orgasmo e rivoluzione culturale, mentre le sedie del pubblico scricchiolavano di disagio.
- Invito Sergio
Un amante del passato. Lucilla gli chiede un favore. Glielo farà. Sergio ha pensato di nuovo al fiume. Da quando un anno prima aveva rivisto Lucilla, passati trenta dal loro ultimo incontro, quella del fiume era un’immagine che amava riproporsi.
- Invito Clotilde
"La morte ti fa bella". Colei che parte dall’imbalsamazione degli egizi. Anatomia di base e tanatomorfosi. La sua tecnica: "plastificazione". La genesi della sua vocazione, sotto il letto della zia morta, al contrario. La mediatrice della rappresentazione, la mediatrice, nella nostra immagine finale, tra i vivi e i morti. Il tanotoprattore.
- Invito Leo
Un becchino, necrofilo per giunta. Il suo sangue che arabesca l’osso. E poi quel bonsai di cranio trovato assieme a quello grande: madre morta di parto e creatura, e il becchino lega con il laccio delle scarpe femore grosso e femore piccolo, prima di farglieli buttare nell’ossario, "così resteranno uniti".
- Necrococktail
Lucilla Pezzi è morta. Negli anni ha fatto del suo corpo uno strumento della sua arte, della sua parola. Lucilla è morta, e ha preparato la sua ultima perfomance.
- Let’s celebrate
C’è un funerale da celebrare. Partecipate, siete inviati anche voi.
- Epilogo
Io sono la lezione che insegnano ai nuovi nati, il dilemma che consegnano loro, sempre irrisolto.
- Dedica finale
Se casa è anche il posto dell’ordine contro il caos.

Una dichiarazione di intenti
Il libro tibetano dei morti, Bardo Tödöl.

La nota
La Liberale è una compagna di scuderia. Questa non è una marchetta. La Liberale mi ha impressionato. Mi ha messo paura. Mi ha sedotto. Affascinato. Erotizzato. Definitivamente, sono suo. In un’epoca letteraria in cui facilmente uno scrittore può somigliare a un altro, leggere la Liberale mi ha fatto morire (è il caso di dire) di bellezza, e vitalizzato con un respiro di originalità.
Piccolo gioiellino ipertestuale questo romanzo della Liberale (per esempio, ogni pagina linka delle frasi tratte da ’il libro dei morti’; ma non solo). Mette in croce il bon ton della scrittura, una prosa metallica che satura lo spazio del silenzio per antonomasia, quello di una morte (in questo caso la morte di un’artista), scrivendo un’ottava sopra rispetto alle corde sacrali che richiederebbe l’argomento, però l’andamento è alla Cliff Burton (questa era facile: la Liberale suona il basso in un gruppo rock).
Burton, infatti (Tim, stavolta). Candida ironia in poesia feroce, la figura del tanatoprattore Clotilde: mi ha ricordato atmosfere de "la sposa cadavere", che non c’entra niente con la storia della Liberale. Clotilde, di mestiere, interviene sul corpo del defunto per renderlo ’bello’, per farlo ’mantenere’, fino al giorno del funerale. È davvero singolare, di questi tempi, una figura come il tanatoprattore. Non so quanto sia voluto (uhm, secondo me sì), mi ha fatto però venire in mente la ’situazione italiana’, a quanto siamo protesi a ’rappresentare’, ad ’aggiustare l’aggiustabile allo sguardo’. Però anche la serie "six feet under", per il mirabile intreccio esistenziale in e tra i personaggi ’invitati’ a questo bel party scoppiettante.
Penso. "Ma se uno da vivo non è riuscito a comunicare quello che voleva, perché dovrebbe farlo da morto?", questa mi viene come domanda. Faccio un’inferenza, cerco di arrampicarmi nelle pieghe della storia, e mi ritrovo afferrato alla dedica iniziale, a quel 23 novembre. Ma qui è un mio percorso di lettura, anche questo non c’entra niente con la storia (forse). Penso al cuore di Lucilla disciolto nell’acido e mi sento un morso nel petto. Penso che Lucilla ci chieda di guardare dentro lo scafandro, visto che da fuori non si fa altro che rappresentarlo, il dentro, e che si muova ’vuota’ di significato e piena di significanti nel movimento ultimo della sua poetica. Penso che Liberale mi stia dicendo che c’è un significato preciso dell’esistenza, nella morte, e bisognerebbe evitare di farla diventare una puntata del grande fratello, anche questo, come drammatizzazione dell’emozione e nulla più. Penso che Liberale mi dica che ogni cosa trascorre ma non necessariamente passa, e non c’è bisogno di trucco parrucco e belletti per ’restare’. Penso che Liberale mi stia mostrando la decadenza della decadenza per eccellenza. Penso che questo libro lo dobbiate leggere, subito.
Qui si celebra un funerale. E che funerale!

Luigi Romolo Carrino


biogiannozzi.splinder.com, 16.9.09

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Laura Liberale e Tanatoparty – intervista all’autrice sull’eutanasia e la morte in un romanzo

1. In primis, chi è Laura Liberale?
Laura nasce il 15 maggio del 1969 a Torino.
Ho iniziato a scrivere alle elementari (come tutti, d’accordo, però sto parlando di poesie… orride composizioni sullo spauracchio della terza guerra mondiale e sulla commovente abnegazione delle mamme).
A diciannove anni ho cominciato a suonare il basso. Poi mi sono iscritta a Filosofia (studente-lavoratore, mi si conceda orgogliosamente di precisare). Mi sono laureata in Religioni e Filosofie dell’India. Ho fatto un dottorato di ricerca in Studi Indologici. Ho continuato a scrivere poesie (un po’ più belle delle prime), a cui si sono aggiunti saggi sull’India e racconti di vario genere. Ho insegnato, tradotto, mi sono trasferita a Padova per amore, ho fatto una figlia a cui ho dedicato una raccolta poetica. Ho conosciuto Marco Vicentini di Meridiano Zero.
Marco mi ha detto: "Perché non scrivi un romanzo?". Io ero già lì lì per farlo. E quindi…

2. Tanatoparty si apre con una citazione tratta da un famoso romanzo di Philip K. Dick, autore che oggi viene indicato come il guru della fantascienza, di quegli universi che cadono a pezzi. Tanatoparty quanto deve agli universi che cadono a pezzi, ai simulacri dickiani?
In realtà non molto. Il famoso "moratorium" dickiano in cui i vivi possono dialogare con i morti "riattivati cerebralmente", mi ha certamente suggestionata ["Lei era ancora con me. L’alternativa è il nulla", Ubik]. Ma il vero universo in rovina da cui è scaturito Tanatoparty è il mio, alla morte di mio padre nel 2004.

3. Nel tuo ultimo romanzo si parla della morte "nera e secca" che viene spettacolarizzata, che viene portata addirittura sul palco al pari d’un’opera d’arte. Gunther von Hagens porta in giro per il mondo una mostra fatta di morti: arte, spettacolarizzazione, o perversione?
Meglio precisare che Tanatoparty è il mio romanzo d’esordio.
A detta di von Hagens, innanzitutto "divulgazione scientifica".
E questo bisogna concederglielo. "Non ho mai disumanizzato una plastinazione. Non ho mai usato una vescica come vaso", dice il signore in questione. Finché e se i cadaveri esposti provengono da donazioni volontarie, e sottolineo volontarie, non vedo perché discutere del "magazzino umano" di von Hagens e non del florilegio di reperti anatomici presente negli scantinati di tanti vetusti Istituti di Medicina.
Ciò su cui dovremmo piuttosto ragionare è il perché la sua mostra itinerante non sia ancora stata ospitata in Italia…

4. In un capitolo del tuo romanzo, c’è un piccolo accenno alla necrofilia. Non sono rari i casi di furti di cadaveri nei cimiteri, né il fare sesso con dei morti. In una civiltà come la nostra, dove la Morte è spettacolarizzata e passata a tutte le ore in tivù al pari di uno show, riusciremo ancora a essere vivi, od è ipotizzabile che un domani si diventi tutti degli inconsapevoli simulacri?
La morte oggi è un evento quotidiano, seppur mediatico, virtuale.
Ma la morte reale? È il grande tabù. Non siamo più in grado di occuparcene. Deleghiamo la cura dei morenti e dei corpi morti a degli "esperti"; i nostri rituali di morte, quelli superstiti, hanno perso di significatività; mastichiamo morte tutti i giorni, ma è la morte anonima, incolore e inodore della fiction…
Tutto ciò fa parte di quella che si chiama decadenza.
Però no, "macchine senza memoria e senza desiderio", come auspicato provocatoriamente da Stelarc, no, mai.
Certo che riusciremo ancora a essere vivi. È mio dovere e responsabilità di madre crederlo.
Quanto alla necrofilia, è cosa vecchia, letterariamente e umanamente parlando.

5. C’è gente che si eccita solamente di fronte a un corpo bell’e morto. Nella storia non sono mancati personaggi, anche famosi, che hanno condiviso la loro genialità con la necrofilia, ad esempio Beethoven. In tempi più recenti, Ted Bundy uccideva per avere dei cadaveri a sua completa disposizione. Che ne pensi? La genialità e la perversione sono forse facce d’una stessa medaglia?
Beethoven e Ted Bundy?
L’accoppiata non mi piace molto (e Ted Bundy non è il vicino di casa feticista del piede, tanto per distinguere fra "perversione" e "perversione").
La perversione appartiene a una singola biografia umana.
Il genio è ciò che trascende l’individuale per consegnarsi all’universale.
O forse volevi parlare, meno impegnativamente, di "genio maledetto"?

6. In Tanatoparty c’è una provocazione, una delle tante, ma che io ho trovato piuttosto inquietante, più delle altre: la fantomatica cellula del P.G.F. il cui compito è quello di dare addosso alle lobbies funerarie. Davvero una inumazione può contribuire al depauperamento e alla distruzione delle risorse naturali di Gea?
Il mio Fronte per la Difesa di Madre Gea si ispira a reali fenomeni di ecoterrorismo (anche se relativi a contesti differenti).
Rappresenta l’altro polo (altro rispetto a Lucilla Pezzi) di una "strategia per l’immortalità", ovvero la sacrificabilità della mortalità del singolo individuo all’immortalità del gruppo, della Causa.
Mentre Lucilla, invece, incarna l’immortalità attinta dall’individuo singolo attraverso la creazione artistica, nella memoria collettiva.
I dati che riporto circa il depauperamento delle risorse naturali e le fonti d’inquinamento provengono da internet e non dovrebbero essere campati in aria ma, sottolineo, non posso certo assicurarne l’attendibilità.
Quanto ai funerali ecosostenibili, ricordo che da più di un decennio, in Gran Bretagna e altrove, sono nate associazioni pro esequie naturali, nel rispetto totale dell’ambiente.
Ecco, questo è qualcosa per cui tutti possiamo impegnarci, ahimè, nessuno escluso.

7. Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo che parla della spettacolarizzazione mediatica della morte?
Prendendo atto della realtà.
La morte in diretta (film) – e siamo solo nel 1980 – l’eutanasia (trasmessa su Sky) di Craig Ewert, Jade Goody del Grande Fratello inglese…

8. Non te l’ho chiesto in prima battuta ma per una precisa ragione: chi sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata? Per quali motivi? E: quanto c’è di loro nel tuo Tanatoparty?
Partiamo dalle letture per me più significative: J. Mitford, Il sistema di morte americano; E. KŸbler-Ross, La morte e il morire; F. Giovannini, Necrocultura; T. Macrì, Il corpo postorganico; E. Morin, L’uomo e la morte; Z. Bauman, Il disagio della postmodernità; U. Galimberti, Il corpo; Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič; A. E. Waugh, Il caro estinto; E. A. Poe…
La poesia, soprattutto, in primis per la fondazione di uno stile. Appartengo alla schiatta di autori che scrivono "per riduzione", acrobati sull’abisso dell’indicibile (questa è un’irruzione della poetessa che è in me, chiedo scusa), irresistibilmente attratti, però, dall’esatto contrario, dai "saturatori" come Foster Wallace (e, se vogliamo parlare di Italia, Umberto Casadei).
Sono stata influenzata dall’arte: Nitsch, Stelarc, Marcel.lí Antunez Roca, Hirst, la Body Art…
Dalla figura della poetessa Anne Sexton.
Dal cinema (chi si ricorda dell’abominevole dr. Phibes, con Vincent Price?).
Dalle sacre reliquie.
Dall’attuale scena politica italiana.
Dalla musica (ho amato e amo il dark, il gothic, il punk).
Ho una sitografia di riferimento di tutto rispetto: centri di studi tanatologici, siti dell’imprenditoria funebre, di tanatoprassi, cimiteriali…
C’è tutto questo, più l’infinità d’altro che mi ha portata a scrivere come e ciò che scrivo.

9. Se dovessi dare al tuo romanzo una categoria letteraria, in quale lo seppelliresti? Tanatoparty sarebbe idealmente insieme ai noir, od insieme ai romanzi horror dark e gotici, o con i neoromantici di Isabella Santacroce?
Possiamo, se proprio si deve, definirlo un necrococktail "impegnato". E se invece, come vorrei, non ci sentiamo costretti a definirlo, diremo che è uno squarcio sofferto, pensato, sincero del mondo interiore e delle idee di Laura Liberale.

10. Il tuo libro, per certi versi, è molto forte. Non è che tutti i giorni si parli di necrofilia… Nel maggio di un lontano 1961 Piero Manzoni portava sul mercato novanta barattoli di merda d’artista. Qualcuno disse che Manzoni cedeva una parte del suo Io corporale al pubblico.
La tua Lucilla Pezzi dona sé stessa, o meglio il suo cadavere, all’arte e al pubblico. È la stessa cosa? In una chiave freudiana le feci rappresentano l’attaccamento alla morte ma anche la primissima esperienza sessuale.

No. Non è la stessa cosa, se non sul piano della provocazione.
Lucilla Pezzi chiede che la gente si fermi a guardare sotto la superficie, nel sottopelle.
In tempi in cui, per citare Bauman, "l’identità diviene una collezione di maschere indossate una dopo l’altra", Lucilla Pezzi ribadisce la sua identità, "fissa" se stessa una volta per tutte, riafferma la vocazione come destino (sempre, per dirla con Bauman, contro "le identità adottate come vesti e non come pelli").
Lucilla Pezzi si "pietrifica" provocatoriamente in un eterno presente. Ma non è quello che già facciamo oggi quando neghiamo il tempo come costruzione graduale di noi stessi, come biografia, per congelarci invece in un simulacro di giovinezza ottenuto grazie alla tecnica?
Lucilla Pezzi, da morta, è più viva di tanti malati tenuti artificialmente in vita contro la loro stessa volontà.
Lucilla Pezzi si propone, con macabra teatralità, come "oggetto", quindi non più oggettivizzabile dagli altri (soprattutto dalla congrega medica).
Lucilla Pezzi ci ricorda che la morte non è quell’evento accidentale che la tecnica vorrebbe arrivare a controllare, ma la condizione di significatività della vita stessa.
Naturalmente Lucilla Pezzi agisce e parla da laica ma, almeno nelle mie intenzioni, ci apre al mistero del corpo (e della vita, certo), alla sua polisemia, al simbolico.
Chiaro, nel mio libro c’è "un’ossessione corporale". Io vorrei però chiamarla desiderio di riabilitazione del corpo, della sua enorme potenzialità quale messaggero contro l’attuale appiattimento culturale, contro la terrificante sfilza di corpi-artefatto, adulterati, inautentici che ci circondano.
Una sorta di resistenza estrema contro l’avanzata degli zombie, insomma.
A me piace citare gli altri, quando dicono cose intelligenti.
"Che gran parte di una nazione si identifichi nel corpo ormai poco atletico, chirurgicamente modificato, imbellettato di un signore 73enne, non può che fornire un segno sinistro sullo smarrimento di tale nazione", Marco Mancassola.
Se non è "necro" tutto questo, allora cosa?

11. C’è un messaggio sociopolitico nel tuo Tanatoparty?
Ho già risposto, no?

12. Impresari di pompe funebri a parte, a chi altri consiglieresti di leggere il tuo romanzo? Per quali motivi?
Dunque: lo vorrei romanzo di nicchia letto da tutti. Si può fare?
Per quali motivi? Per le ragioni per cui, da che mondo è mondo, si legge.

13. In ultimo: credi nella resurrezione del corpo o dello spirito, nella trasmigrazione delle anime? O piuttosto sei dell’opinione che per chi muore c’è, se si è molto fortunati, un bel buco di due metri per due e basta?
Credo nella speranza e nella responsabilità.
Una poetessa che amo molto ha scritto: "Non c’è vita che almeno per un attimo non sia immortale. La morte è sempre in ritardo di quell’attimo."
Questo. E non il buco di due metri.

Grazie Laura, sei stata molto gentile. Spero di non averti lasciata sulle spine troppo a lungo, di non averti fatta soffrire più del dovuto con le mie domande, cattive!
Grazie a te, Giuseppe. Di cuore (vivo e pulsante).
Ma erano cattive le domande?

a cura di Giuseppe Iannozzi


Bresciaoggi, 21.11.09

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L'apparire si oppone non solo all'essere ma anche al non essere
L’ultimo spettacolo? Quello dell’esposizione dei corpi. Corpi a bassissima temperatura vitale, plastificati, omologati all’omissione di soccorso da parte di ideali, passioni e pensieri originali, ovvero di tutto ciò che ha a che fare con un cuore che pompa sotto lo sterno. Basta sfogliare i rotocalchi o guardare la televisione (anche la politica è look, è reality) per rendersi conto come il corpo sia il mezzo di qualsiasi performance visibile. Rimane solo il corpo, forse perché non c’è niente altro.
Prestazioni sessuali eroiche dei vip, trans-formazioni, deliri della chirurgia estetica. Ogni giorno qualche apparizione dei nuovi mutanti al silicone somministrata a dosi omeopatiche fino a farci raggiungere l’anestesia dello sguardo, l’assuefazione. E fin qui è il regno dell’effimero, della "società montante". Anche la crudezza del dolore però vuole la sua parte, ha la sua via crucis da esibire per fare da contrappasso alla vertigine del vuoto: fuori palinsesto vanno in scena le tumefazioni livide sul cadavere di un ragazzo. Una morte vera, un corpo senza vita. Le abbiamo viste tutti quella immagini agghiaccianti che ci riportano alle miserie della nostra mortalità, alla consapevolezza del nostro destino. Che è certo triste, ma ineludibile. Trattasi di un’eccezione comunque, solo di una piccola onda anomala rispetto al flusso maestro, quello dei suiveurs del mito dell’eterna giovinezza.
Ecco, questo è il punto: il desiderio delirante di bellezza e longevità a poco a poco ottunde il diritto alla mortalità, ci condanna al presente continuo. Tanatoparty (Meridiano zero) di Laura Liberale è un romanzo straordinario, breve ma folgorante, che con lucidità macabra e spietata irride la presunzione di eternità di questa epoca che è stata capace di organizzare un marketing anche sul caro estinto e che non riesce a darsi pace perché il tempo prima o poi scade, perché la clessidra biologica non si può rivoltare di nuovo. La storia è quella di una poetessa scandalosa che, presa dallo spasimo conservativo, trasforma il proprio funerale in un allestimento di arte paradossalmente autentica in un mondo falso. Una metafora di questa contemporaneità in cui l’apparire si oppone non solo all’essere, ma anche al non essere.

Nino Dolfo


cinemadadenuncia.splinder.com, 23.9.09

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A poco meno di 65 anni, Lucilla Pezzi, ex esponente della neoavanguardia e artista dissacrante, sta morendo di cancro. Ma, estrema opera d’Arte Totale, ha deciso di fare della propria fine una performance. Luogo prescelto per l’evento: Tanatexpo, la fiera della morte.
Ossessioni. Tanatoparty è un libro di ossessioni. A partire da quella dichiarata dall’autrice Laura Liberale nella duplice dedica (iniziale e finale): la febbrile ricerca di un filo che colleghi le date di nascita e di morte del padre e le suggerisca un’immagine che ne condensi l’esistenza. E, sottesa a questa turbolenta esplorazione segnica, si indovina l’ossessione originaria di ogni sforzo espressivo: mettere ordine al caos.
Articolato in sette pannelli e incorniciato dalle già menzionate dediche, Tanatoparty racconta con un’esposizione a punto di vista variabile l’estremo atto artistico della performer Lucilla Pezzi. Ma lo fa dotandosi di lunga rincorsa prospettica, seguendo nella prima parte gli invitati più direttamente interessati dalla "necroperformance" e descrivendo nella seconda il contesto dell’esposizione e l’evento clou allestito dall’artista con la collaborazione tecnica della dottoressa Clotilde Rousselot. Se i capitoli riservati agli invitati gettano uno sguardo storico sulle loro vicende individuali e sui loro rapporti con Lucilla, quelli consacrati alla Tanatexpo inquadrano la fiera della morte nei suoi aspetti commerciali e spettacolari, celebrandone lo sfarzo grottesco.
Narrazione in terza persona ma angolo di visuale rigorosamente assicurato all’ottica dei vari personaggi (la sorella minore, l’amico di sempre, il cerimoniere funebre, la tanatoprattrice), Tanatoparty fa scaturire ogni situazione da un dato sensoriale collocato in un ambiente ben preciso (il bagno di un treno, sotto un letto, in un loculo vuoto), dando l’impressione che la scrittura sia una sorta di pelle tramutatasi in inchiostro. Avvolge lo stile "dermografico" di Laura Liberale, oggettiva su carta l’orrore della morte provato da chi la contrappone assolutamente alla vita. Il suo gesto non è troppo dissimile da quello di Lucilla Pezzi: obbligare allo sguardo, imporre il simbolo là dove non si vede che l’oggetto, contemplare la morte nel petto dell’esistenza.
Ma i motivi d’interesse di questo piccolo romanzo acuminato non si limitano alla sola affermazione della complementarità di vita e morte. Schivando gli eccessi del patetismo consolatorio e del cinismo cimiteriale, Tanatoparty brulica di spunti suggestivi: il passato come trauma da rimuovere o come rappresentazione da reiterare all’infinito, lo scorrere del tempo quale dimensione da abolire cosmeticamente o quale concreta possibilità di bellezza, il corpo come materia da aggiustare freddamente o come grido contro l’ideologia. E su tutto una cristallina limpidezza di immagini che, nel gioco di sponda con le citazioni da Il libro tibetano dei morti che uncinano ininterrottamente il testo, trova una cassa di risonanza atroce e celestiale al tempo stesso. Viatico musicale per la lettura: Dark Entries dei Bauhaus.

Alessandro Baratti


www.coolclub.it, 28.9.09

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Non leggo molte scrittrici. Non nego che il mio possa apparire come uno spiacevole pregiudizio, ma sono convinto che nell’arte (tutta), la donna fallisca ogni volta che insegue l’uomo. Le prove ci sono, e puntualmente ci privano della possibilità di accedere all’incredibile universo del femminile. Oltre alle prove, esistono per fortuna anche le eccezioni: tra queste, ho il piacere di segnalare l’esordio nel romanzo di Laura Liberale, torinese, poetessa, traduttrice e bassista in una band di scrittori. Il suo Tanatoparty, opera breve dai toni dark, è una sorpresa che si traduce in un gioco in cui il lettore viene spinto a interrogarsi sulle regole sociali e morali che lasciano saldamente nascosto alla vista (e anche alle parole) l’indicibile della morte. Interamente occupato da uno dei grandi tabù della nostra società, ovvero il rapporto che abbiamo con le spoglie mortali, il romanzo ruota intorno alla figura di Lucilla Pezzi, performer estrema alla maniera di Orlan, Stelarc e di Marcel-Lí Antunez Roca che, in occasione della sua dipartita, organizza un evento spettacolare incentrato sull’arcano del corpo, sul suo essere portatore di molteplici significati anche oltre l’atto di esistere, aldilà dello smorzarsi del soffio vitale. Coniugando elementi naturali e artificiali, Lucilla pensa al nostro relazionarci con la tragedia: ecco la morte che si fa spettacolo. Libro di geometria del dolore, potrei definirlo. Esorcismo delle estreme conseguenze, crudo e liricamente sconveniente come gran parte della produzione letteraria di Ballard o di Dennis Cooper. La prosa della Liberale scaglia il lettore ad anni luce di distanza dal romanticismo patinato dei non-morti di Stephenie Meyer, proponendosi di scardinare le convenzioni, le ipocrisie "dell’inenarrabile" in letteratura. Un party virato al nero. Un appuntamento con le nostre paure ancestrali. Da leggere ascoltando qualsiasi cosa dei Coil.

Nino G. D’Attis


Corriere Veneto, 24.9.09

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Arte, marketing e morte: il Tanatoparty della Liberale
Nel romanzo Tanatoparty (Meridiano Zero) di Laura Liberale i corpi dei morti diventano oggetto e simbolo di aspra contesa: all’arte e al marketing, che non sempre sono avversari, e che dall’uso dei cadaveri vogliono ottenere una sorta di estrema legittimazione, si oppongono le ragioni degli ambientalisti.
Racconto a orologeria che scoppia all’ultima pagina come un ordigno ben confezionato, Tanatoparty ruota intorno alla performance postuma che l’artista e poetessa Lucilla Pezzi ha preventivamente organizzato: una funebre messa in scena che si fonda sull’esibizione del proprio cadavere. Laura Liberale, indologa, padovana d’adozione, costruisce intorno all’ossessione della morte (che la civiltà del mercato vorrebbe fagocitare) un racconto a sequenze dal ritmo rapidissimo.

Matteo Giancotti


Corriere Veneto, 17.10.09

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Poetessa, traduttrice, indologa e musicista, Laura Liberale ha scelto per il suo romanzo d’esordio di dar vita a pagine crudeli ma fiabesche, liriche ma intrise di preziose osservazioni sulla realtà contemporanea, dalle quali il lettore viene ammaliato, grazie a una prosa grottesca e seducente. Nel suo Tanatoparty, rutilante "Festa della morte", l’autrice si muove con eleganza tra obitori, necrofili e cadaveri, analizzando l’appiattimento culturale che genera corpi artefatti, adulterati e inautentici.


www.dmzine.it, 8.2.10

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"Allora di quella luce bianca di splendore abbagliante, paurosa, non aver spavento", Bardo Tödöl, il Libro tibetano dei morti.
Tanatoparty si nutre di musica, la sua lettura mi assorbe come un concept album: ha una scaletta con dei brani-personaggi, vira e spiazza con sonorità differenti partendo da una base musicale comune a tutte le pagine: il Bardo Tödöl. E dal libro tibetano dei morti, vero contrappunto grafico e letterario dell’opera, Laura Liberale parte aggiungendovi la poesia, il racconto e l’immagine di uno degli oggetti letterari più strani in cui sia inciampato in questi tempi.
Tanatoparty mi schiaccia il volto nel rimosso, contro il corpo morto (putrescente o plastificato) di un cadavere , fin nel profondo della mia appartenenza ad una società materialista, che non accetta la materiale decomposizione della morte. Mi scardina, obbligandomi a riflettere sul mio bisogno di corpi eterni, immagini immarcescibili a cui dedicare la mia devozione post-adolescenziale, a cui offrire lumini culturali, in mancanza di una vera cerimonia.
Tanatoparty mi costringe a pensare all’osceno, e alla sua rappresentazione, mi ricorda i brani di Andrè Bazin sull’irrapresentabilità della morte, mi fa pensare alle cerimonie funebri del folklore cattolico, al culto delle reliquie, all’arte formaldeidica di Damien Hirst, ai Popol Vuh, ai Bauhaus e agli Swans.
Tanatoparty evoca, sbilancia e spaventa in sole 126 pagine, più di quanto possa chiedere ad un libro, ahimè passato quasi inosservato, che mi fa ancora sperare nella possibilità di leggere parole nuove in Italia.

Andrea


Facebook-Giovanni Choukhadarian, 5.10.09

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Affinità e divergenze fra la nuova raccolta di racconti del Tabucchi e il libro dei morti di Laura Liberale: nessuna.
Allora, qui si fa cenno ad Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Milano, Feltrinelli, 2009 (pagg. 122, 15 Euro) e Laura Liberale, Tanatoparty, Padova, Meridiano Zero (pagg. 126, 10 Euro). Chi sia Antonio Tabucchi è superfluo precisare, forse: ha scritto, fra l’altro, Notturno indiano (notevolissimo il film che ne trasse Alain Corneau, con l’allora non così noto Jean Hugues Anglade e l’ottima Clémentine Célarié: da riscoprire), ha fatto conoscere in Italia lo scrittore portoghese Fernando Pessoa e ha tradotto Carlos Drummond de Andrade, poeta che tutti dovrebbero leggere e invece nessuno. Laura Liberale si è dottorata in studi indologici, suona il basso ed è madre della bimba Sari.
Adesso, facciamo un gioco cruento e scemino. "Il taxi si fermò davanti a una cancellata di ferro battuto dipinta di verde" e "Il vialetto continuava in discesa fino a una clinica che si trovava in mezzo al parco" – chi le ha scritte, ’ste cose? Balzac dopo la tisana delle 10 della sera o Antonio Tabucchi?
E adesso un altro giuochino cretino. "Le due bambine si assomigliano, ma ce n’è una che emana. È anche meno bella della sorella minore, ma emana. È aureolata di qualcosa di definitivo". Chi è? Un James Ballard di metà 70s o Laura Liberale?
Dice il maestro: la seconda che hai detto. Prima conclusione provvisoria: di Balzac ce n’è uno ed è inimitabile, Ballard parla una lingua per forza di cose più vicina allo scriba, lo si può prendere a modello e lo si può re-inventare a piacimento.
Un’altra, e conclusiva impressione. Il sottotitolo del libro di Tabucchi è del tutto onesto: nove storie. Comporta una domanda: interessano a qualcuno le storie di Tabucchi? Perché sembrano messe lì in fila un po’ a casaccio, e con quella lingua di cui s’è dato un par di esempi. Boh, allo scriba che scrive ’sta nota no, non interessa. Per carità, un racconto carino c’è: si chiama Nuvole. Un lungo dialogo fra un uomo e una ragazzina. Peccato ce ne siano altri 8, no?
Il romanzo breve di Liberale parla dello spettacolo della morte e della morte come spettacolo. È un romanzo di sensi, scritto da una donna colta e capace insieme di raccontare con parole piane, senza provarci né con il gusto dell’horror né con il sentimentalismo che piace tanto agli italiani vèri.
Concludendo: perché tutti, anche qui nel laghetto, nello stagno di FB Italia tutti sanno che è uscito il libro di Tabucchi e non c’è stato ancora nessun assalto alle librerie che hanno quello di Liberale? Che pure è tanto più divertente, fa pensare q.b., non annoia e si porta bene per tutta la stagione autunno/inverno.
p.s.: chicca assoluta. Ai margini delle pagine ci sono frasi dal Libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), testo fondamentale di noialtri Merry Pranksters, nell’irripetibile Haight Ashbury del 1967. Di questo, davvero, so many thanx, Laura

Giovanni Choukhadarian


www.federicasgaggio.it

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Questo breve romanzo è una riflessione sulla morte e sulla vita, ma innanzitutto sulla rappresentazione della morte stessa nella società in cui viviamo, incastonata nei versi del Libro tibetano dei morti. Scritto da un’indologa, poetessa, musicista e saggista, è l’opera di esordio in narrativa, un testo da leggere e meditare con tutto il tempo che richiede, soprattutto per la potente scrittura evocativa.

Federica Sgaggio


il Gazzettino, 24.9.09

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Tanatoparty, la morte va rispettata, oggi tutto è business
Oggi alla libreria Feltrinelli, alle 18, Giulio Mozzi presenta Tanatoparty (Meridiano zero), primo romanzo (ma quarto libro, dopo due saggi di indologia e una raccolta di poesie dedicate alla figlia) di Laura Liberale, classe 1969, torinese di nascita, ma padovana di adozione, anche traduttrice, insegnante ("Qualche supplenza di filosofia ai licei, ma soprattutto il corso serale di scrittura creativa che tengo al Terzo Istituto Comprensivo Briosco da tre anni") e musicista (suona il basso nei Garage Roma). La vicenda narrata è paradossale e grottesca: Lucilla Pezzi, artista di body art che negli anni ’60 scandalizzava la borghesia, è morta. La sorella minore ne organizza il party funebre, in cui l’artista, da morta, ha deciso che terrà la sua ultima e suprema performance. Se non fosse per l’intervento di un gruppo di ecoterroristi…
"In realtà quello che mi interessa non è scandalizzare la gente – precisa la Liberale – Ma far riflettere sul processo di rimozione della morte che permea la nostra società. La morte ’accettata’ ormai è solo virtuale e il contatto con quella reale è un vero tabù. Il mio è un libro anche contro l’oggettivizzazione dei corpi voluto da certi medici, con il trattamento di fine vita; riflette sulla ricerca dell’immortalità attraverso l’arte o la dedizione a una causa fanatica; sull’inquinamento dell’ambiente che certe pratiche funerarie comportano. E contro la trasformazione del cadavere in un cliente: infatti, la fiera in cui è ambientato il funerale non è altro che una estremizzazione di ’Tanexpo’, fiera funeraria e cimiteriale che si svolge dal 1992, prima a Modena, poi a Bologna, su una superficie di 20 mila metri quadrati. Come il Motorshow. E non tutti sanno che dal 2003 è stata legalizzata in Italia la ’tanatoprassi’, un trattamento estetico della salma che sostituisce il sangue con delle sostanze che la preservano dalla decomposizione per un paio di settimane. È stato usato per i papi o per Lenin. In Usa si arriva perfino ad eccessi come mettere il defunto seduto, in una situazione apparentemente normale".
Il romanzo non è frutto di una fredda speculazione: "Nasce come elaborazione del lutto per la morte di mio padre, che mi ha fatto entrare in contatto con questa realtà". E non è certo stata una scrittura facile o frettolosa: "Ci sono voluti tre anni e due riscritture". E dei modelli: "Il Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie, rivisitato noir, Poe, e soprattutto La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj". Quello della morte è un tema che negli ultimi anni è sempre più presente nel cinema, nella letteratura, perfino nelle serie tv: "È proprio per la sua continua rimozione. La morte riemerge sottobanco, purtroppo spesso in forma spettacolarizzata e distorta". E per la Liberale riappropriarsene vuol dire paradossalmente riappropriarsi di un pezzo di vita.

Renzo Stefanel


www.hot-news.it, 28.7.10

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Ai confini della realtà era il titolo di una serie televisiva fantascientifica trasmessa in Italia negli anni Settanta. Tanatoparty di Laura Liberale potrebbe essere la sceneggiatura di uno degli episodi di tale serie. E dovendo classificare letterariamente il romanzo, potrebbe essere collocato nel genere "borderline", genere letterario mai identificato con questo termine ma che sarebbe ora di cominciare a riconoscere in questo modo (Charles Bukowski e Philip Dick potrebbero esserne i primi esempi).
Ecco la definizione di borderline data da Ipisco, Istituto di psicologia e psicoterapia comportamentale e cognitiva di Firenze: "È fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività, dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora."
E questa definizione potrebbe bastare, da sola, come recensione del romanzo.
Con la morte in senso stretto il romanzo ha infatti a che vedere soltanto superficialmente: Lucilla Pezzi, nella vita un’artista o presunta tale, decide di compiere il proprio atto artistico supremo dopo la sua morte, facendo "plastinare" il proprio corpo e ponendolo al centro di una tragica installazione che si concluderà con la morte di tutti i presenti. Facile (e banale) la lettura come denuncia di una società sempre più affascinata dalle apparenze fino alle sue estreme conseguenze.
Andiamo ora un po’ in profondità.
Lucilla Pezzi ha una sorella, Mina. Ed è Mina, si voglia o no, il personaggio centrale del romanzo. Mina è vittima di Lucilla, o meglio del continuo confronto che fa la madre fra lei e la sorella, e dal quale ne esce sempre distrutta. Distrutta perché non riesce, neppure in età matura, a decifrare la personalità della sorella, a "collocarla" in qualche modo nella sua mente. Non riesce a capire, e non ci riuscirà per tutto il libro, che Lucilla è preda di una sindrome borderline. Esattamente quella descritta nella definizione sopra riportata, definizione che inconsapevolmente tratteggia e tutto il personaggio. In una parola Mina è disorientata.
Con questo punto di riferimento Lucilla la si demolisce facilmente. Non è un’artista, ma una persona malata che si serve dell’arte come alibi per giustificare (e guardarsi bene dal curare) la propria malattia. E come tutti i borderline "sperimenta emozioni devastanti" (per esempio frustando e facendosi frustare a sangue in pubblico), produce "rapporti emotivamente distruttivi per gli altri" (è il caso del rapporto con Mina), "trascina altri, parenti e partner in un vortice di emotività, dal quale spesso è difficile uscire" (ed infatti li porta alla morte).
E adesso veniamo all’aspetto letterario, ancora più profondo, in quanto scopo di Tanatoparty non è quello di raccontare una psicopatologia, ma di rappresentare tale psicopatologia come metafora di un livello altro.
E per cogliere tale metafora, che consegna questo romanzo ai più ambìti scaffali della letteratura, ci soccorre ancora una volta Mina. Mina infatti, nel suo non riuscire ad identificare la patologia della sorella, rappresenta tutta l’incapacità della società occidentale ad identificare tutti i borderline sociali che portano ai tanatoparty.
E sono proprio questi fenomeni di borderline sociale che il romanzo prende di mira.
Per chi è ancora sano di mente è sconcertante apprendere che la "plastinazione" non è un’invenzione letteraria della Liberale, tanto quanto "L’uomo a cassetti" non è un riferimento a Salvador Dalì, come pure "Il corpo esploso" non è una citazione futurista. Si tratta invece dei cadaveri di persone che dichiarano sul proprio testamento di voler essere sottoposte a "plastinazione", tecnica ideata da un anatomopatologo tedesco per conservare i cadaveri sostituendo grassi e liquidi con un polimero siliconico, attraverso un procedimento chimico, e renderli quindi imputrescibili. Il tutto per essere eternati ed esposti nelle più incredibili sembianze in mostre cosiddette artistiche.
Ma la cosa più sconcertante non è l’evidente patologia necrofiliaca dell’anatomopatologo, e neppure le evidenti patologie voyeuristiche che conducono migliaia di visitatori all’interno della mostra. Ciò che lascia più perplessi è il fatto che non risulta che in nessuno dei Paesi in cui i cadaveri sono stati esibiti nessuno abbia mai pensato di denunciare il cosiddetto artista (per interdizione di sepoltura, offesa al pudore, turbamento dell’ordine pubblico…)
E questo la dice lunga circa l’attuale capacità del mondo occidentale di fissare una propria morale, e di distinguere non tanto il bene dal male ma almeno il sano dal malato.
Detto questo, Tanatoparty ha tutti i connotati del capolavoro.

Per la caratterizzazione dei personaggi.
Lucilla. La Liberale riesce a fare di un cadavere il protagonista di un romanzo. Un personaggio vivo, con le sue emozioni, pensieri e progetti. Senza scivolare nella rappresentazione del personaggio come una proiezione dell’io narrante o della scrittrice.
Sergio Masi. Sergio Masi non esiste. È ancora meno di un cadavere. È il braccio operativo di Lucilla. Quando Lucilla muore Sergio manda a Mina un sms che sembra partito da un computer di prima generazione: "Le comunico il decesso di Lucilla Pezzi".
Clotilde. È la rappresentazione di uno dei tanti possibili esiti dell’elaborazione di un trauma infantile. L’autrice non lo dice, ma dalla descrizione del personaggio Clotilde diventa tanatoprattrice per rimuovere la paura della zia deforme.
La prosa, dal ritmo lento e sontuoso, sovrapposta (non scandita) alle citazioni dal Libro tibetano dei morti che contornano la pagina del libro.
Splendido l’epilogo. È il cadavere di Lucilla che parla (non Lucilla…), che non potendo più disorientare gli uomini, si perde a disorientare gli uccelli che non riescono a distinguere se si tratti di un corpo morto o di un ammasso di silicone. "Quanto disorientamento ho letto e continuo a leggere nei due chicchi saettanti sopra la fessura cornea…" Forse si tratta di un riferimento agli àuguri. Certamente il riferimento è anche al disorientamento di Mina. Ancor più certamente si tratta dell’ennesima metafora che ci rappresenta: quegli uccelli "disorientati" siamo noi.

Pietro Casetta


inlungoeinlargo.wordpress.com, 1.10.09

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"Resta il tuo corpo, che al disfarsi contrapporrà il rifarsi come verbo, costringendo gli spettatori della morte fiction a ricontattare la morte vera, anche se spettacolarizzata in un’azione artistica. Restano le sue membra esposte, simbolo del fare poesia secondo Lucia Pezzi: uno strapparsi a morsi che, a carne viva, ti fa arrivare al cuore inesorabile delle cose."
Come in una danza macabra, una ballata cadenzata da storie sotterranee e dalle frasi del Libro Tibetano dei morti che incorniciano le pagine, il lettore si trova in un mondo popolato da diversi personaggi: da Mina e Sergio, da Leo e Clotilde, ciascuno con un proprio mondo e ciascuno collegato con Lucilla Pezzi, protagonista del romanzo, eccentrica e misteriosa che come una sorta di Alice li condurrà in un paese di visioni e liricità.
Artista spregiudicata e seducente, dopo aver scoperto di avere un cancro, Lucilla decide di porre fine alla propria vita producendo la sua più importante opera d’arte: il proprio corpo senza vita verrà esposto per l’ultima performance della sua carriera a Tanatoexpo.
Con questo gesto amici, parenti e conoscenti saranno obbligati a contemplare la Morte tappando le orecchie per proteggersi da un urlo muto contro le lusinghe ultraterrene o le paure faustiane del limite da sorpassare, in una mostra itinerante che ha l’obiettivo di arrivare dritta al cuore.
E in quella fiera dove anche la dipartita è un affare da piazzare, la morte si fa lirica magnetica, un po’ grottesca e un po’ crudele, e gli spettatori sono i personaggi ma anche il lettore mosso a perdersi tra le parole dell’autrice, tra quei protagonisti intrisi di ricordi e malinconie, e quelle date da cui l’autrice cerca di trarre un filo che le colleghi, quasi a voler mantenere un contatto tangibile con chi non c’è più e a voler rimettere a posto ciò che l’ha fatta soffrire.
Il romanzo, scritto da Laura Liberale e pubblicato da Meridiano zero, è un piccolo gioiello, una favola nera in grado di ammaliare il lettore e di invitarlo a prendere il vizio di vivere, cosi che la morte quando arriva possa trasformarsi in impenitente poesia: "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", recitava un famoso poeta!

Sono rimasta talmente colpita da questa opera che ho chiesto ed ottenuto di fare un’intervista a Laura che desidero ringraziare per la disponibilità e la gentilezza.
Ciao Laura, nella tua breve biografia leggo che suoni il basso in un gruppo rock composto da scrittori.
La dedica del libro cita i Bauhaus, gruppo dai testi lirici e dalle atmosfere gotiche:
Quanto la musica influenza la tua scrittura? E come la definiresti?
La influenza moltissimo. Ho una soundtrack per ogni cosa scritta, anche se non sempre scrivo ascoltando musica. Per Tanatoparty sono stati Bauhaus, Killing Joke, Joy Division, soprattutto.
Come definirei la musica in generale o l’influenza della musica sulla mia scrittura? Se è buona la prima, mi stai chiedendo veramente troppo. Se lo è la seconda, allora ti rispondo che è un’influenza che vorrei condividere col mio lettore ideale, nel senso che mi piacerebbe che la mia soundtrack fosse anche il suo sottofondo musicale durante la lettura del testo.

La citazione iniziale di Dick, tratta da un suo famoso romanzo, vuole forse essere un monito per il lettore che si troverà di fronte ad una realtà erosa?
In realtà voleva essere molto più leggera, quasi una battuta. Quasi.

Questo è il tuo primo romanzo? Avevi provato a scrivere qualcosa prima d’ora?
Ho scritto e scrivo racconti e poesie (ho pubblicato a luglio di quest’anno una raccolta poetica con la d’If di Napoli). Al momento sto lavorando al secondo romanzo e ad alcuni racconti sulla scia di Tanatoparty (ho raccolto molto materiale in corso d’opera, e intendo utilizzarlo tutto).

Ho letto che sei indologa e traduttrice. Non pensi che la spettacolarizzazione della morte sia un allontanarsi dall’ordine universale delle cose a causa di un eccessivo attaccamento alle cose "terrene"? In due parole, Dharma e Karma che rapporto hanno nel tuo romanzo?
Non tutti credono all’esistenza di un ordine universale delle cose (non importa cosa penso io al riguardo). La spettacolarizzazione della morte è una realtà mediatica di tutti i giorni e, allo stesso tempo, non si sa più come approcciare la morte reale. Tu parli di "attaccamento alle cose terrene" (e capisco cosa intendi, al di là di ogni possibile interpretazione metafisica), un altro potrebbe tirare in ballo la categoria dei valori (tanto spendibile quanto vaga), e un altro ancora gli esiti inevitabili della società dei consumi… La faccenda è ben più complessa.
Dharma e Karma? Sono due parole che l’Occidente ha "adottato" e fatto sue, ma per una grande fetta d’umanità hanno un significato e un valore ben specifico. La mia buonafede di indologa mi impedisce di usarle alla leggera. Ti offendi se passiamo alla prossima?

I personaggi del tuo libro nascono dalla tua fantasia o da esperienze personali?
Naturalmente da entrambe.

Trasgressione, creatività, impegno e decadenza: con queste quattro parole mi sento di riassumere il personaggio di Lucilla. Ti sei ispirata a qualcuno nel tratteggiarla? E come la definiresti tu?
Ho pensato a una versione più "estrema" della poetessa americana Anne Sexton, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1967. Anche lei, come Lucilla, aveva un suo gruppo rock per le performance.
Lucilla usa il suo corpo come superficie di scrittura. Provoca il pubblico della postmodernità, dicendogli, da morta: "Guardami. Sono qui a farmi beffe della tua paura, della tua ossessione per il tempo. La tecnica che mi ha prodotta è la stessa con cui aspiri a farti congelare in un’apparenza di eterna giovinezza."
In un mondo d’improvvisatori in ogni campo, Lucilla incarna anche coraggio, impegno, coerenza e responsabilità delle proprie scelte. Di questi tempi non è poco.

Un capitolo è interamente e minuziosamente dedicato alla descrizione dell’inumazione e del conseguente aumento dell’inquinamento e impoverimento delle risorse naturali. Da dove provengono questi dati? Come mai ti sei interessata a questo argomento?
Sono dati che provengono da Internet, a quanto sembra attendibili, ma non posso averne la certezza.
E comunque, anche se fossero gonfiati, inesatti, il problema si pone comunque, e ciascuno di noi può decidere come agire in proposito. Da più parti si sono già levate voci a favore di funerali ecosostenibili, con ridotto impatto ambientale. È sufficiente documentarsi un po’.

Il tema della necrofilia e quello della spettacolarizzazione si intersecano: il messaggio che Lucilla vuole inviare è quello della purificazione, dell’immortalità dell’anima o della liberazione del proprio spirito attraverso la supremazia sul proprio corpo?
C’è un passo del libro che dice: "Per Günther e Lucilla il corpo doveva essere un grido ininterrotto contro l’ideologia, e il grido andava prodotto col sangue. Il corpo doveva sanguinare, come in un’iniziazione, e attraverso il dolore riaffondare la cosiddetta anima nel molle, nell’umido, nel buio e nell’impermanente della materia da cui il pensiero l’aveva estratta a forza".
Lucilla non afferma l’immortalità dell’anima, e la sua non è neanche una sorta di ascesi sui generis volta a ottenere il dominio sul corpo. Lucilla vorrebbe superare la dicotomia anima/corpo che, da lunga tradizione filosofica e religiosa, fa dell’anima il "bene" e del corpo il "male".
C’è un’altro passo, o meglio, dei versi (sono settenari ed endecasillabi) in cui Lucilla dice:"Dov’è finito il mondo? / L’ha spento un tradimento. / Dov’è il suo richiamo? / Non so che l’alfabeto dei miei sintomi, / e oltre la curva del mio male il tempo / no, non tracima più."
Morire è questo, per lei. Lo spegnersi del mondo, e non l’involarsi dell’anima. La perdita della soggettività (quale corpo agente e senziente nel mondo) e la riduzione a cosa fra le cose.
Un giorno, in ospedale, vidi mio padre, malato terminale, fissarsi una mano con uno sguardo che non dimenticherò più. Non c’era solo sgomento nei suoi occhi. C’era come un’attenzione assorta, quasi curiosa, uno stupore indagante. La sua mano era già diventata un oggetto, osservabile da una prospettiva nuova, inedita. In quello sguardo c’era la comprensione che mai più essa avrebbe fatto presa sul mondo.
Questo ho tentato di fare esprimere a Lucilla.
E poi c’è tutto il discorso dell’autodeterminazione. Lucilla sfida il suo medico a guardare il corpo non solo come entità biologica ma come volontà e progettualità. Per bocca sua, ho espresso la mia posizione in tema di testamento biologico e trattamento medico a fine vita: pur nel riconoscimento dell’assoluto mistero della vita, sono fermamente convinta che le scelte individuali vadano rispettate, senza condizioni.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il tuo romanzo? Che tipo di scrittura pensi di avere: di getto o programmata?
La versione edita di Tanatoparty è, in realtà, la terza. Ce ne sono altre due: una del 2006 e una del 2007. Ho iniziato a documentarmi per il romanzo subito dopo la morte di mio padre, nel 2004. Una gestazione piuttosto lunga, come vedi. In tutto questo tempo sono stata seguita da Marco Vicentini, l’editore, il quale mi ha fatta scrivere e riscrivere, spremendomi fino all’osso.
Potresti definirmi un cesellatore. Non scrivo assolutamente di getto. Posso lavorare anche un’ora su una singola frase (ho un Super-Io letterario molto pretenzioso).

La domanda può sembrarti scema, ma più sono stupide e più mi piacciono: cosa volevi trasmettere scrivendo questo romanzo? Qual è lo scopo o il messaggio intrinseco (se ce n’è uno)?
Volevo anzitutto elaborare un lutto. Volevo capire delle cose, e capirle, per me, significa scriverne, finché non me le sono chiarite a me stessa. Volevo, potendo, aiutare anche gli altri a pensare queste cose, a interrogarsi sulla concezione della morte nella società contemporanea e sul loro rapporto personale con la morte. Volevo provocare. Volevo non solo piangere mio padre, ma capire cos’era successo quando – lui appena morto – ero stata lì con un tizio estraneo (uno delle pompe funebri, uno pagato per farlo) a vestirlo frettolosamente, di colpo mio padre trasformato in qualcos’altro, qualcosa che – mi si voleva far credere – non avrei più potuto gestire da sola, vestire da sola, toccare da sola…
Quanto ai messaggi… ne abbiamo già parlato, no?

Una cosa che mi è molto piaciuta è la trascrizione delle frasi tratte dal libro dei morti dei morti tibetano come cornice sul bordo delle pagine: c’è una correlazione tra le frasi scelte e i capitoli? E come mai questa "preziosità"?
Hai detto bene. Si tratta di una "preziosità". In origine avevo titolato solo alcuni capitoli iniziali con delle citazioni dal Libro. Poi, Marco Vicentini ha genialmente avuto questa pensata. Per me (in veste d’indologa) è stato, inoltre, un omaggio al grande maestro Giuseppe Tucci, il curatore dell’edizione italiana.
La correlazione (quando c’è) è tra frasi e pagine. Può essere un gioco per il lettore, nonché una sorta di interspazio "meditativo".

Nella tua scrittura ti sei ispirata a qualcuno in particolare?
Non consciamente. Fermo restando che non passa giorno senza che io legga qualcosa, e quindi le sollecitazioni e gli input possono essere stati molteplici.

Un’ultima domanda: se ti dico 23 Settembre che cosa pensi?
Leggo che il 23 settembre del 1943 è nato Julio Iglesias.
Forse sarebbe stato meglio cambiare la data d’uscita del mio libro, che ne dici?

a cura di Rachele Baglieri


www.labileabile-traccia.com, 17.12.09

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La morte in Tanatoparty, romanzo d’esordio di Laura Liberale, è color rosa shocking. Intendiamoci: non mancano, in quest’opera breve e graffiante, dense pennellate nere, anzi nerissime. Ma, al di là dei particolari descritti con tanta spietata precisione, quello che emerge è la ricerca di un’estetica del non essere, la ricostruzione posticcia di ciò che è per sempre destrutturato e dissolto.
La storia prende le mosse da un viaggio in treno: Mina, reduce da un recente intervento di isterectomia, sta percorrendo i quattrocento chilometri che la separano dal feretro della sorella Lucilla, in attesa di sepoltura. Il loro non è stato un rapporto facile, e anzi Mina cova una sorda rabbia nei confronti della defunta sorella più bella, interessante e spregiudicata. Lucilla Pezzi era l’icona della postmodernità, della spettacolarizzazione dell’intimo e dell’esibizione estrema. Nelle sue performance impastava sangue e poesia, attaccando quella stessa società borghese che l’aveva nutrita e cresciuta. Anche nella morte, si rende conto Mina, Lucilla ha trovato il modo di manifestare la sua indole di artista poliedrica e trasgressiva. Il suo corpo, reso alla scienza della tanatoprassi, è divenuto esso stesso simbolo e monito, pronto a essere esibito e a stupire durante l’oscena fiera della morte: il Tanatexpo.
Intorno a questo nucleo narrativo fondamentale si sviluppano le storie dei coprotagonisti della vicenda: Sergio nella sua pervicace venerazione dell’artista Lucilla, Leo, il necrofilo represso, e infine lei, la taumaturga della tanatoprassi, Clotilde.
Laura Liberale, nella sua interessante prova di esordio, snoda la narrazione tra cadaveri, macabre manifestazioni di tanatomorfosi, e le inquietanti attitudini dei protagonisti. La prosa è veloce, elegante, e ha un ritmo sostenuto. A volte il periodo si frammenta, come forse il pensiero dell’autrice, in frasi brevi, quasi dei singulti. L’anima di indologa della Liberale si svela attraverso alcune citazioni tratte da Il libro tibetano dei morti, disposte sul margine del foglio, come una cornice. Il racconto è preceduto e seguito da una dedica in cui l’autrice svela le ragioni che l’hanno portata a scrivere, come per trovare e stabilire intime connessioni tra date per lei significative.
Molti argomenti e spunti, dunque, per un testo così breve. Il rischio era che non tutti i nodi venissero sciolti e che la narrazione rimanesse tronca e sospesa. L’autrice riesce invece a portare il racconto alla sua inevitabile, sorprendente deflagrazione conclusiva. Come una fenice che risorge dalle ceneri, alla fine resterà solo lei, Lucilla, ormai immarcescibile icona della postmodernità e della morte.

Luca Filippi


www.lankelot.eu, 6.10.09

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Primo romanzo di Laura Liberale, indologa, scrittrice e traduttrice piemontese classe 1969, alle spalle una raccolta di poesie apparse per le eleganti Edizioni d’If di Napoli e due saggi, Tanatoparty nasconde, sulla cornice di ogni pagina, un omaggio al Libro Tibetano dei Morti. È un romanzo che possiamo leggere in tre strade; la prima, meditando semplicemente sulle antiche parole di saggezza nascoste nel libro della transizione tra la morte e la nuova reincarnazione; la seconda, affiancando con silenziosa e commossa empatia la ricerca autoriale dell’elaborazione d’un lutto, la morte paterna, rivelato sin nelle prime battute; la terza, sbuffando o sospirando per quel che nel romanzo si racconta – ossia, per le stravaganti, lugubri e grottesche tendenze al rifiuto della morte, alla sua spettacolarizzazione, alla negazione della sua normalità.
La Liberale ridicolizza quella funebre fiera che ogni anno macchia l’Emilia Romagna, richiamando becchini, cassamortari e necromani da tutto lo stivale, ambientando in quei pressi l’ultima performance di un’artista provocatoria, Lucilla Pezzi, che ha deciso di servirsi della sua morte per stupire il pubblico per l’ultima volta; "un’azione artistica che comporterà l’esibizione della salma" è la "atrocity exhibition" prevista e destinata a ferire la sensibilità degli spettatori. Una ex "dissacratrice performer in sessuogeno velluto carminio", due anni più vecchia della narratrice e dieci centimetri più alta di lei, più carismatica e più seducente, chiude così la sua strategia di ricerca dell’immortalità – emulando l’antica sorte di Orfeo, mostrando le sue membra esposte, simbolo della sua concezione di poesia: "uno strapparsi a morsi che, a carne viva, ti fa arrivare al cuore inesorabile delle cose".
Nel frattempo, la Liberale ha tempo per prendersi giustamente gioco delle scuole di "tanatoprassi", dove si educa alla "estetica dell’aggiustabile", per "riconsegnare al defunto una dignità corporale", "riconsegnare ai dolenti un’identità del defunto riconoscibile e confortante"; attacca – con intelligenza, e quanto condivisibile umiltà – la speculazione delle onoranze funebri, responsabile del disboscamento delle foreste, del depauperamento delle risorse di zinco, di un abnorme impiego di metano per le cremazioni, di tutta una serie di immissioni nell’ambiente di sostanze nocive nei trattamenti di tanatoprassi e necroestetica suggerendo – diciamo indirettamente – una saggia, francescana semplicità nella morte: che i cittadini vengano seppelliti in lenzuoli di lino, racchiusi in cofani di cartone biodegrabili, ai piedi di un nuovo albero, con una targa identificativa. Quanta civiltà. Magari fosse possibile. Purtroppo tutti sappiamo che gli sciacalli milionari si presentano, con allegra puntualità, col loro fantastico catalogo di bare di ogni ordine e grado, interni e cuscino da scegliere, tutto ben zincato e via dicendo, domandandoti addirittura se preferisci una Mercedes a un’altra, per il trasporto. Qualche buon migliaio di euro e poi si può piangere in pace. Naturalmente tutto questo spreco di denaro, di materie prime e di intelligenza spezza ancor di più il cuore a quanti avrebbero diritto di meditare sulla morte di chi hanno perduto (non per sempre) in santa pace, e in selezionata compagnia, e nel pieno rispetto dell’ambiente e della semplicità di chi se ne è andato. E poi, più grave ancora, proprio come nella catena alimentare, ogni morte ingrassa qualche avvoltoio dall’aria antropoide, ben incravattato (ci mancherebbe). E il clan osserva con l’atteggiamento di chi non poteva fare altrimenti, apprezzando quel povero mogano che imprigiona un corpo amato.
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Questo è un esordio promettente, espressione di una buona personalità autoriale, di una sensibilità poliedrica, di una intelligenza capace di passare dal grande respiro dei testi sacri del passato alla triste asma dei tempi cupi e tutta plastica che viviamo. La Liberale ci ricorda che dovremmo restituire la morte alla sua essenza: quella di un fenomeno naturale, porta per un mondo diverso; non certo evento mostruoso, definitivo, intollerabile e ingiusto. La morte può sembrarci ingiusta, ma la fede – le religioni – ci insegnano ad apprezzarla e ad accettarla. Una bara da 2mila euro vale quanto imbellettare chi non può più respirare: niente, è una cosa da niente, e non serve che a ingrassare. Mercanti, vostri estranei. Questo però nel Libro Tibetano dei Morti non c’era scritto. Andrebbe aggiunto.

Gianfranco Franchi


laperladilabuan.blogspot.com
www.ilrecensore.com
, 17.11.09

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Che la festa cominci! Tanatoparty di Laura Liberale
Laura Liberale è alla sua prima opera come narratrice di prosa. Il titolo è Tanatoparty (Meridiano zero, 2009), ed è un modo linguisticamente moderno per riferirsi alla Toden Tanz, la Danse Macabre che spesso ritroviamo negli affreschi delle chiese medioevali. Ne ricordo una particolarmente spettacolare nell’Oratorio dei Disciplini, a Clusone, un borgo della bergamasca, dove ad una Danza Macabra si contrappone un Trionfo della Morte. Forse però – più prosaicamente – molti lettori ricorderanno il rifacimento di una danza medioevale compiuto da un italico menestrello.
Ma tant’è, per tornare al romanzo ed a Laura Liberale, ciò che accade – a voler ben vedere – è affine all’antico esorcismo medioevale del ’ballo con la morte’, della partita con la morte così ben immaginata da Bergman, ma traslitterato nelle attuali opere di trasformazione dell’evento morte.
Di fronte allo sviluppo dell’industria mortuaria e del marketing sul post-mortem, non possiamo forse ancora parlare di reificazione del cadavere, ma certamente si può parlare di mercificazione, che è comunque una forma di alienazione della morte dal vissuto. Ogni forma di approccio al cadavere che non lo colga in quanto tale, altro non è che un modo per allontanare da noi questo calice, per trasformare il corpo amato in un oggetto come tanti, anzi, nell’oggetto per definizione.
La prima osservazione, espressamente grafica e visiva, che si compie aprendo il libro, riguarda delle frasi che – letteralmente – incorniciano ogni pagina del volume. Questa cornice definisce un limite (ancora una volta), un margine apparentemente insuperabile, una linea che contiene il testo. Queste frasi sono tutti estratti dal Bardo Tödöl, il Libro Tibetano dei Morti. Perché Laura Liberale fa questo? Cosa significa incorniciare (delimitare) il testo, ovvero la parola, con una serie di mantra estratti da un testo ancora per molti versi misterioso, ma che certamente ha la sua ragion d’essere nella mortalità stessa degli uomini? Io amo interpretare questa operazione come il disegno di una sorta di pentacolo, che dovrebbe delimitare un’area sacra, protetta, dove si deve svolgere un rito. E rito è proprio la narrazione, in specifico la narrazione della morte, il testo che evoca i morti.
Nella tradizione tibetano – nepalese è consuetudine anteporre all’ingresso delle case, o dei tempi, maschere di mostri orrendi, al fine di terrorizzare gli eventuali demoni che cercassero di invadere l’edificio. In fondo la stessa funzione di un amuleto portato al collo. Si tratta quindi di delimitare uno spazio che isoli il demone dal mondo, oppure di isolare uno spazio di sicurezza: la casa, il corpo, dove si abita. La stessa funzione, nella cultura tradizionale dei nativi americani di stampo sciamanico, è incarnata in quegli oggetti noti come dream catcher. Questi devono catturare i sogni ’positivi’ ed allontanare gli incubi. Infatti l’amuleto viene posizionato sulla culla dei bambini o all’ingresso delle stanze. Si tratta sempre quindi di circoscrivere degli spazi di sicurezza per il bambino, o per la comunità. Infine ricordiamo quello che è l’icona per eccellenza nella storia della magia in occidente, il già citato pentacolo, spesso circoscritto da un cerchio, che ancora una volta delimita uno spazio di sicurezza, in cui il negromante può operare incolume alle forze da lui stesso generate.
L’operazione con i mantra del testo tibetano è analoga: bisogna costruire un reticolo magico che delimiti il racconto, ed impedisca ai morti di invadere il nostro mondo. Questo perché tutto il testo di Laura Liberale altro non è che un opera di negromanzia, al fine di ritrovare quel senso della morte e di ciò che le segue oggi perduto. Da un punto di vista alchemico siamo certamente nella nigredo, la putrefazione e la decomposizione sono gli elementi cruciali del sulfureo sortilegio. Albedo e Rubedo verranno, forse in prossimi libri, ma già certamente annunciano qui la loro epifania.
La delimitazione del testo tramite recitazione di formule magiche serve quindi ad impedire ai morti di sorgere dalla materia inerte, per riprendersi un ruolo perduto.
In cosa consiste questa loro tensione? I morti vogliono essere vissuti per quello che sono: ovvero come passato, memoria, dolore. La grande stregoneria del nostro tempo, il capitale, ovvero l’esorcismo più potente che si sia mai osato pronunciare, li ha inesorabilmente allontanati da ciò, per renderli pura merce, oggetti dello scambio materiale, vilmente ridotti a transazioni finanziarie, dalle pratiche di successione ai futures sui loculi.
I corpi dei morti sono sempre meno morti, ma non potranno comunque mai più appartenere a vivi, e così rimangono limbici, colpiti da dolorose, strazianti torture, frutti di esperimenti impossibili di tanatometamorfosi.
Tanatoparty concentra perciò il suo sguardo sulle pratiche cosidette ’post – mortem’, ovvero su quell’arte chiamata Tanatoprassi. A partire dalla pratica egiziana della mummificazione fino agli odierni deliri hollywoodiani, quali l’invio delle ceneri sulla luna, la compressione delle stesse fino ad ottenere zirconi artificiali, la cementificazione per partecipare alla ricostruzione delle barriere coralline, il corpo è stato espropriato della sua mortalità, e negromanticamente obbligato a ripresentarsi come se fosse vivo. Zombie dotati di maquillage e silicone, attraverso tutte le tecniche della ricostruzione, questi sono i morti che Laura Liberale ci descrive nei dettagli e con profonda conoscenza delle tecniche sopraddette, soprattutto nel caso del post traumatico.
Truccati e ricomposti, scuoiati ed esposti al pubblico adorante dei parenti addolorati, i corpi dei defunti sono avvicinabili ai corpi trattati con la tecnica detta ’plastinazione’, ideata da Ghunter von Hagens, dove sono sottoposti alle più sofisticate tecniche di conservazione.
Poveri morti che non hanno il diritto di restare tali, poiché noi non siamo in grado di comprendere il loro (non) essere. Marina Abramovic, Stelarc ed i molti artisti corporei presenti sulla scena oggi, ci mostrano da tempo la sofferenza di questo corpo, privato del suo stesso destino, della sua morte.
Laura Liberale, negromante e fattucchiera, ha una scrittura estremamente evocativa, contenuta – come si è detto – dalla magia del mantra tibetano, che oggettivizza la necessaria distanza. I morti hanno un loro mondo, in cui hanno il diritto ed il dovere di permanere, un Ade in cui noi viventi non siamo ammessi, salvo rarissimi casi che perciò sono ricordati nella vera storia del mondo.
Oggi il mondo dissacrato richiama i poveri corpi, per renderli testimoni del potere della tecnica.
Laura Liberale cinge di formule magiche tibetane il suo libro, facendo così in modo che le cose ritornino nel loro alveo, e che i morti siano raccontati così, solamente per ciò che in realtà sono: dei morti, un passato che non è più. È doloroso, ma glielo dobbiamo: vanno salutati, e lasciati andare, per sempre.

Luca Giudici


lideablog.blogspot.com, 18.11.09

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Se, come me, ritenete che sia da inguaribili coglioni spendere un bel mazzo di migliaia di euro per una bara e un bel funerale, be’, leggetevi questo libro, è fatto apposta per voi. Se poi, come me, siete attratti dalle belle ragazze e se queste, a maggior ragione, sono anche delle brave scrittrici, be’, andate a cercarvi la presentazione di Tanatoparty più vicina a casa vostra. Questa scrittrice è fatta apposta per voi.

Andrea Pelfini


www.linsolito.net, 2.1.10

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Il dolore della dipartita come arte estrema
Il potere seduttivo della morte

Una performer muore. Il suo corpo sarà esposto, estrema unzione, come atto finale di un processo artistico che la donna, da viva, aveva nel suo imprimatur spirituale. Gli invitati, variegati, raccontano il loro legame con la defunta, le passioni che si attorcigliano, i misteri di amicizie appena accennate, i rituali carnali e intellettuali di un modo di percepire le cose concettualmente forte, sensuale, potenzialmente privo di limiti o pregiudizi.
Tanatoparty è il corrispettivo New Wave di un romanzo, banale ma vero, fatto di eros e thanatos. Trasgressivo nel contenuto, nella forma, nella sostanza, il primogenito di Laura Liberale, già autrice di racconti, traduttrice, al lavoro su un nuovo progetto non dissimile da questo, è una riflessione cinica sulla sacralità. Del corpo, del sangue, dei sentimenti, violati a più riprese ma non per il gusto di trasformarsi in schlockmeister kitsch, piuttosto per valutare la portata socio-psicanalitica di un furore che non si placa neanche dopo la fine di tutto.
Laura Liberale è, come l’oggetto della sua ossessione cartacea, musicista rock; suona il basso in un gruppo composto solo da scrittori. Ama Joy Division, Killing Joke e Bauhaus. conosce bene l’India e le sue filosofie. Ama le fucilate brevi, quelle che lasciano senza fiato, i colpi rapidi il cui segno sia indelebile. Perché tutto si può dire di Tanatoparty, che sia troppo corto, che punti a scimmiottare la prosa osé di Isabella Santacroce, che faccia a priori del valicare i limiti la propria ragion d’essere; ma di sicuro è un’opera sincera e mai gratuita, che non passa inosservata.
A chi potrà piacere un romanzo che entra nel dettaglio di tecniche come la conservazione dei cadaveri o la body art quasi esoterica? Domanda retorica, se si pensa agli affezionati fan di Nip/Tuck o Six Feet Under, ai cultori di surrealismo e dadaismo, ai fruitori del softcore intelligente, ai lettori che in una storia cerchino, principalmente, anima e sangue. Un romanzo difficile, complesso nonostante la mole ridotta, con ogni pagina contornata, letteralmente, da citazioni dal Libro tibetano dei morti. Un libro che potrebbe repellere o affascinare, o entrambi contemporaneamente, in un ballo infernale scatenato e languido.
Che il party abbia inizio.

Matteo Di Giulio


www.mangialibri.com, 4.11.09

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Lucilla Pizzi, artista e performer amata da tutti e considerata una personalità da ammirare e venerare anche per le sue capacità poetiche, è morta. Non ci è dato sapere come, ma questo non ha importanza: quanto conta è che Lucilla ha deciso di invitare tutte le persone che hanno significato qualcosa nella sua vita – nel bene e nel male – a una grande manifestazione fieristica in cui è inserito l’evento Tanatoparty, installazione insolita che prevede l’esposizione del suo corpo "plastificato" come opera d’arte che supera i confini imposti dalla morte, vincendo lo sgretolamento della carne e la corrosione della materia. Interverranno Mina, sorella da sempre in un cono d’ombra rispetto alla stella/bella ed eccelsa; Sergio, colui che si è preso cura di Lucilla prima e dopo la morte e nel pieno di un periodo depressivo a causa di un amore folle andato a monte; Clotilde, specializzata in tanatoprassi la cui mano non trema mai e gli occhi luccicano di inquietante piacere e Leo, drammaturgo/poeta mortifero/becchino malato di necrofilia voglioso di labbra esangui da baciare…
Laura Liberale è alla sua prima prova narrativa ma chiunque si imbatta in questa sua originalissima opera non potrà fare altro se non chiedersi da dove sia nata l’idea. Dal Libro dei morti tibetano (le cui citazioni tappezzano e incorniciano il testo regalando un secondo spunto e canale di lettura) o da un’esperienza autobiografica, l’avvicinamento di suo padre al decesso, un lento e inesorabile scivolare verso la fine di cui si può solo essere testimoni impotenti. Non c’è niente di macabro – se è questo che state pensando – nell’affrontare il tema della spettacolarizzazione della morte dal momento che è sotto i nostri occhi in ogni momento, né deve stupire la celebrazione di quella tensione umana sempre alla ricerca di un nuovo espediente per prolungare la vita oltre il decesso, così che il defunto possa parlare a chi lo osserva ed esistere nonostante sia stato svuotato di parte dei suoi organi interni e sia stato siringato con formaldeide e glicerina. Lucilla fa parlare di sé anche dopo la sua dipartita inscenando una manifestazione che assume i contorni del grande show, del varietà di successo tutto soubrette scosciate, bare scoperchiate, fiori che profumano e marciscono sotto il calore delle luci. E lei come una dea immortale li osserva dall’alto, in una posizione di superiorità completa, quasi a farsi beffa di chi la sveste con gli occhi, domandandosi come sia possibile restare eternamente giovani. Il linguaggio estremamente musicale/poetico e incisivo/spietato della Liberale rende tutto ancora più accattivante, morbosamente intrigante. Se aggiungiamo che Laura è una traduttrice/indologa, suona il basso in un gruppo rock e ha pensato a Bauhaus, Joy Division e Killing Joke mentre scriveva avremo un quadro più complesso di un’esordiente che ha già la stoffa della scrittrice navigata.

Carlotta Vissani


www.mangialibri.com, 4.11.09

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Ho contattato Laura su Facebook complimentandomi con lei per l’idea originale alla base del suo primo romanzo – per me quasi un miracolo che se ne parli in un libro – della tanatoprassi come uno dei motori fondanti della storia (la lettura può avvenire infatti su diversi piani). Siamo finite a parlare di Buio Omega di Joe D’Amato, di quanto sarebbe bello scrivere un romanzo a quattro mani sul tema (intendeva io, lei e i rispettivi compagni!) e ho intuito un tale entusiasmo in lei da volerle porre qualche domanda di approfondimento. Di donne/mamme indologhe, scrittrici, musiciste (suona pure in un gruppo rock!), malate di cinema con un animo sensibile e acuto ce ne sono davvero poche. Laura ne è una perfetta rappresentante ed è già alle prese con una nuova storia.

Un titolo insolito, originale per il tuo libro. non tutti sanno che cosa sia la tanatoprassi. Come nasce l’idea?
Sei l’unica, finora, ad aver collegato esplicitamente il titolo Tanatoparty alla parola "tanatoprassi", com’era nelle mie intenzioni originali (e sì, meglio specificarlo che per tanatoprassi s’intende un trattamento conservativo cadaverico temporaneo). Com’è nata l’idea? All’inizio (subito dopo la morte di mio padre) c’era soltanto una certezza: avrei parlato di questo, della catastrofe della perdita. Ho cominciato a pormi delle domande. Mi sono buttata a capofitto in letture e frequentazioni disparate. Ho riempito tabelloni di appunti (sembrava dovesse venir fuori un saggio di Foster Wallace), e poi, dopo tre riscritture, eccoti il libercolino di 128 pagine. Piccolo, sì, ma almeno un minimo denso lo spero (denso, non vischioso).

Spettacolarizzazione grottesca della morte, desiderio di perpetuare la vita per sempre. Per non essere dimenticati, per lasciare un segno indelebile o perché non siamo capaci di accettare che la vita sia un’esperienza a termine?
Ma tutto questo, certo. Accettare il nostro inevitabile, ininterrotto trascorrere, fare pace con questa realtà, è attingere la saggezza. E l’Oriente ha tanto da insegnarci in merito. Poi ci sono quelli come me, che almeno ci provano. Quelli che scrivono, in preda all’ansia e al pathos, cose come questa:

Imparolirsi Sparolizzarsi
Accumulare e accumularsi
Disperdere e destratificarsi
Sedimentarsi Squagliarsi
Immanentizzarsi Assolutizzarsi
Se fossero questo vita e morte…
Quanta similattività, che simulacro d’azione
nei verbi di un morire siffatto.
Il guaio è che a sinistra trovi pure:
annusare il profumo della testa dei figli
bere il latte la mattina
infilare le mani nel grasso della terra
pedalare in saliscendi
guardare dall’alto a valle
scegliere di ascoltare la musica o il silenzio
fare l’amore e intrecciare le lingue quando non parlano
ridere o piangere, o ridere e piangere insieme
come quando il figlio si tuffa fuori dal ventre
leggere e scrivere poesie sulla vita e sulla morte.
Di questi verbi nessun opposto attivo è dato.
Soltanto il non. La negazione.
Così si trema.
Tremare
verbo di sospensione
tra la mia vita e la mia morte.

Ogni personaggio svela se stesso attraverso la morte di una persona vicina. Lati di un carattere che sarebbero altrimenti rimasti sopiti? Sono dunque gli avvenimenti più sconvolgenti a far emergere la verità su chi siamo?
La raccolta della semina ci tocca sempre, prima o poi, tutti quanti. Certamente sì. Gli avvenimenti traumatici e sconvolgenti ci mettono sempre di fronte a noi stessi, nel bene e nel male. Ricordo che molti pensavano che sarei rimasta emotivamente distrutta dalla morte di mio padre. Avevo un po’ quest’aura da pseudo artista fragile, da proteggere sotto una campana di vetro. Animella in costante pericolo di perdersi, preda di se stessa e degli eventi. E invece… Ho scoperto di avere delle riserve di forza e serenità sconosciute, e con esse ho fronteggiato la malattia e la morte.

Si dovrebbe parlare di morte per esorcizzarla, invece la temiamo. Fortemente. È una sorta di sindrome da immortalità?
Non è una sindrome, ma una condizione naturale. Nel pensiero, nelle architetture mentali viviamo una condizione d’immortalità e la morte è sempre qualcosa che riguarda gli altri. Si tratta di un meccanismo certamente utile alla preservazione della specie. Solo il pensiero imbrigliato, soggiogato, disciplinato può attingere una realtà più profonda, forse la vera realtà, chissà. Per questo religioni e filosofie hanno da sempre insistito sull’ascesi o comunque sul dominio di sé attraverso una pratica strenua e continuativa. Forse per noi, uomini comuni, sarebbe sufficiente, al fine di una discreta salute interiore, "condurre a galla i nostri cadaveri, non fare del buio una fucina di mostri", come ha scritto Dome Bulfaro, poeta.

Le pagine sono incorniciate da citazioni tratte dal Libro dei morti tibetano. Perchè?
Ideona del mio editore, Marco Vicentini. Ha esteso a ogni pagina i rimandi al Bardo Tödöl che io avevo inizialmente usato solo per titolare alcuni capitoli. C’è quindi questa bella possibilità di commistione testuale, un vero e proprio impreziosimento del libro che per me è anche un omaggio a uno dei maestri dell’Indologia italiana: Giuseppe Tucci.

Affronti un tema tabù, quello della necrofilia. Un tema su cui si è detto poco, la cui cinematografia di riferimento è molto scarsa. Un ’disturbo’ che è però, nella morbosità, una delle forme di amore più grandi, una venerazione completa, attaccamento disperato a un simulacro corporeo…
Mi sa che stai pensando a Buio Omega quando parli di attaccamento disperato a un simulacro corporeo! Non è però il caso del mio necrofilo, Leo, il cerimoniere funebre. In lui non c’è ossessione nei confronti di uno specifico simulacro. Citandomi: "(…) pur sapendo che alla prossima occasione, in presenza di un qualsiasi corpo che avrà raggiunto poco meno di venticinque gradi e un’apparenza di stasi perfetta e immutabilità permanente, finirà comunque per ricaderci". Leo ha il terrore della vita, perché la vita è instabilità, mutamento, imprevedibilità, caducità. È dunque costretto (per coazione patologica) a scegliere l’inanimato, l’illusione/ossessione che un cadavere (che pure è apoteosi di trasformazione) possa porsi come compiutezza definitiva. L’universo necrofilo ha poi naturalmente la sua scala d’intensità. Si va dal semplice allestimento di scenari macabri e cimiteriali per fare sesso, alla necrofilia romantica (l’amata salma conservata in casa o visitata ripetutamente nella tomba), fino al necrosadismo con atti di mutilazione del cadavere.

Quali sono gli interessi di Laura Liberale? Le passioni, le ossessioni, le curiosità?
Per interessi e passioni si salti avanti di due domande, alla voce "progetti" (e quindi letteratura, musica, India, la mia famiglia. Più: il lago di Levico, la mia roulotte, girare in bici e un’infinità di cose e cosette comuni a chissà quante altre persone). Quanto alle ossessioni, m’impegno costantemente per non averne, o per liberarmi di quelle che ho. Curiosità? Soffro il mal d’auto e sulle giostre-sconquasso rischio di vomitare, per cui non ci salgo più. Ho spesso bisogno di silenzio e raccoglimento. I centri commerciali mi fanno venire gli attacchi di panico. Fermiamoci qui, per carità.

Progetti futuri?
Finire la registrazione del cd col mio gruppo. Riuscire finalmente a godermi un po’ di arretrati cinematografici. Il secondo romanzo. Le mie nuove poesie. Un altro saggio sugli inni dei nomi divini hindu. Tornare in India.

a cura di Carlotta Vissani


www.mescalina.it, 20.1.10

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Tutti clienti dell’unico mercato che non "muore" mai.
Non spaventatevi se terminato questo libro desidererete scrivere il vostro testamento. Sarebbe un’azione naturale, un gesto di consapevolezza compiuta, perché questo esordio di Laura Liberale è davvero bello e potente.
Un testo originale, per la struttura narrativa, per la ricerca stilistica, nato dall’elaborazione del lutto del padre e sviluppato sull’interrogazione di come la società – occidentale, è il caso di dire – affronti la morte, rifiutandola.
La storia è lineare e ancorata alla realtà.
Durante la più importante fiera dedicata al business della Signora Innominata (che esiste davvero, cioè il Tanexpo di Bologna, l’Esposizione Internazionale di Articoli Funerari e Cimiteriali) l’evento più atteso è l’ultima performance della poetessa Lucilla Pezzi. Un’esibizione annunciata da una serie di inviti spediti ad amici, conoscenti e parenti. L’artista ha fatto del proprio corpo un oggetto di arte estrema, e il suo destino sarà concedersi alla morte, per consacrare la sua carriera.
Seguita da un pubblico di ammiratori e detrattori, l’ultimo spettacolo di questa donna vedrà convergere sulla scena personaggi di ogni genere, in particolare la sorella minore – anch’essa con il suo passato di ricerca estrema –, e alcuni membri della Pro Gea, il Fronte per la Difesa della Terra, un gruppo di fanatici ambientalisti che esalteranno le loro pur incontrovertibili ragioni in una guerra santa alla Morte, o meglio al giro di affari che la alimenta.
Attenzione, però: non è un romanzo pulp e nemmeno un’originale epigrafe al postmoderno. Piuttosto è la conferma di ciò che sosteneva Pessoa: "La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta". Ci sono due modi per leggere questo Tanatoparty. Il primo è quello di restare a galla, in superficie, cogliendo nel progetto della poetessa un gesto di redenzione che ha il sapore amaro di una vita che vuole riprendere il senso di essere viva, che affronta la morte come "passaggio" sempre meno significato dal dolore ed esclusivamente piegato alla spettacolarizzazione.
Oppure c’è una seconda lettura, ma qui bisogna avere il coraggio di andare in profondità, di scendere nelle viscere di ciò che chiamiamo Vita.
Ed è forse nella scena di un personaggio che dialoga con un cadavere e pregusta un atto di necrofilia che si apre quella porta che tutti noi preferiamo chiusa: "Sa qual è il grande problema di oggi? Siamo lasciati soli di fronte alla morte. Non crede? Così soli."
C’è, e si avverte tra le righe, una pulsazione onirica, che sarebbe elementare definire horror o gotica. C’è la costante attesa di un qualcosa di più terribile di quello che l’autrice ci descrive e ci fa immaginare, ed è un battito sottocutaneo che solo gli amanti di Lovecraft e Poe potranno cogliere. Motivo per cui se il prossimo libro della Liberale puntasse ad una soprannaturalità più marcata e vivida, i suoi lettori non potrebbero che goderne.
Sembra impossibile, ma questa opera è eticamente vicina a testi come Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani e a Una morte dolcissima di Simone de Beauvoir. Due testi in cui il vero tema non è la morte, ma la sua percezione. La cronaca dell’agonia della madre dell’autrice francese resta socchiusa: "Non si muore di essere nati, né di avere vissuto, né di vecchiaia. Si muore di qualche cosa. […] Non esiste una morte naturale: di ciò che avviene all’uomo nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo."
Una questione che il mitico Gassmann definiva "un fatto deprecabile e di pessimo gusto", ecco perché la Morte non ha che un unico compito: ricordarci l’infinito valore di ogni istante. Un infinito possibilmente ottimista, non come Leopardi che in una lettera all’amico Perticari del 1821 scriveva "domando misericordia ai pochissimi amici miei, perché m’aiutino a sopportare non più la vita, ma gli anni". Più della misericordia aveva bisogno di fortuna: quando morì nel 1837 a Napoli, colpita dal colera, i suoi resti furono prima salvati dalla fosse comune, poi riesumati (senza una definitiva attribuzione) e infine trasferiti un secolo più tardi accanto alle spoglie di Virgilio. A quanto pare due tombe vuote, ma pur sempre un gradito omaggio al business del pellegrinaggio… finché, è il caso di dirlo, immortalità non li separi.

Alen Loreti


il Mattino di Padova, la Nuova di Venezia e Mestre, la Tribuna di Treviso, 24.9.09

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Tanatoparty il tema della morte affrontato di petto
Ci sono molte cose nel libro di esordio di Laura Liberale, eppure è un libro di poche pagine. Anche lei, nella vita, fa tante cose insieme. Suona il basso in un gruppo rock composto tutto da scrittori, pubblica saggi sulla letteratura e la cultura indiana, ha tradotto per editori come Guanda e Rizzoli, è autrice di poesie. È nata a Torino ma vive e lavora a Padova e padovano, Meridiano zero, è anche l’editore con cui pubblica Tanatoparty.
Ci sono tante cose in questo libro, alcune molto personali, altre frutto di studio, altre ancora nate dalla scoperta di cose abbastanza inquietanti. "Una delle cose che mi ha spinto a scrivere – dice Laura Liberale – è stata la morte di mio padre. Ho cercato con la scrittura di superare il mio dolore". E l’ha fatto affrontando di petto il tema della morte, come suggerisce il titolo del libro. "In India – dice la scrittrice – i ragazzini giocano tra le tombe senza imbarazzo, la morte è un evento presente. Da noi la morte è tenuta nascosta, c’è un rifiuto che porta alla negazione. Anche su questo ho voluto scrivere un libro".
Ma non solo. Il libro è in gran parte ambientato in una Tanatoexpo, una fiera dedicata ai prodotti funebri. "Una fiera del genere – dice Laura Liberale – esiste sul serio anche in Italia. E ne esistono molte in giro per il mondo. Si sta imponendo il modello americano, una vera e propria industria del caro estinto su cui mi sono largamente documentata. Ho aggiunto qualcosa in più, come le ragazze che ballano, ma il punto di partenza è reale". Come reale è, sempre in partenza, l’esistenza di gruppi che protestano perché vogliono sepolture ecosostenibili. "Il materiale che cito – dice Laura Liberale – è reale, anche se io poi ho voluto immaginare una evoluzione più drammatica". L’abilità di Laura Liberale è quella di collegare tra loro tutta una serie di fili, fino a costruire una storia che, pur paradossale, è un riflesso riconoscibile del modo in cui il declino del corpo e il fine vita viene affrontato nel mondo occidentale. Sulla scena si susseguono personaggi molto diversi. C’è Clotilde, che sin da bambina pratica con la morte e diventa tanatoprattore, intervenendo sui corpi dei morti per conservarli nei migliori dei modi. C’è Mina che viaggia in treno per rivedere la sorella sempre invidiata e che ora è morta; c’è la poetessa Lucilla, che trasforma anche la sua morte in un’estrema performance. "In un mondo in cui tutti improvvisano, indossando con facilità una maschera o l’altra – dice Laura Liberale – Lucilla rivendica anche dopo la morte la dimensione del suo corpo, testimonia col suo corpo, col suo cuore la sua autenticità". Come in un puzzle, i tanti libri contenuti in questo libro alla fine si compongono, tenuti insieme da una scrittura essenziale. "Il libro è breve – dice la scrittrice – ma a scriverlo ci ho messo molto, perché non sono un’affabulatrice, vengo dalla poesia e quel che conta per me è la singola parola, il suo significato ma anche il suo suono".

Niccolò Menniti Ippolito


Mucchio Selvaggio, ottobre 2009

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Nel suo primo romanzo Tanatoparty (Meridiano zero), Laura Liberale immagina che un’artista passata a miglior vita diventi protagonista di un’installazione che la vede sulla scena. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come le è venuta l’idea di un libro come Tanatoparty?
Certe tematiche fanno parte del mio immaginario da sempre. Le ho affrontate anche in altri scritti (oltre alla poesie anche in ambito indologico). Ho cercato di trovare delle risposte a interrogativi per me pressanti. Mi sono "curata" con la parola dopo la morte di mio padre e ho voluto offrire anche agli altri degli spunti di riflessione. In fondo Tanatoparty non è che un compianto.

Ecco, volevo proprio chiederle la sua idea sull’importanza del padre nella concezione della morte.
Del "padre" non so. In India c’è questa bellissima immagine di un divino femminile che è, allo stesso tempo, fonte di vita e tremendo abisso di morte. Posso però dirti dell’importanza di mio padre. Con la sua lucida consapevolezza e il suo coraggio mi ha dato una grande lezione. Mi ha mostrato con che dignità e radianza un uomo possa morire.

La protagonista del romanzo, Lucilla Pezzi, è morta. Un cadavere "congelato in un eterno presente per incarnare l’angoscia della post-modernità". Allarghiamo questa idea che mi pare interessante?
Allarghiamo pure. Allora: c’è una signora (di cinquant’anni suonati?). La conosce anche lei. È quella che ogni giorno trasale se il tempo le ha consegnato qualche nuovo segno sul corpo. È anche quella che si veste come sua figlia. Ma non puoi definirla vuota edonista, anche se non si fa mancare nulla. Se la tecnica può, la tecnica deve. Per cui la signora si fa congelare come un quarto di bue in un’apparenza stabile di giovanil turgore. Vede il tempo come il gran nemico.
La signora pensa che il barbone davanti al centro commerciale sia un’offesa insostenibile all’estetica. Che un morto sia brutto a vedersi, e guai a mostrare il papà malato al bambino. La signora si compiace intimamente della prestanza sessuale dei suoi ormai stagionati politici. Segno che il tempo si può fregare, no? Ah. Ho detto "signora", ma avrei anche potuto dire "signore", con qualche piccola variante.

Non c’è limite al concetto di performance: c’è chi ha fatto della propria vita un’installazione; ma è allo stesso modo fattibile farlo con la morte? Qual è il limite? L’interesse, la decenza, la bellezza, la capacità di suscitare interrogativi?
Infatti. Non c’è limite al concetto di per sé. Partiamo da queste premesse generali: 1) vita e morte non sono due polarità opposte ma una totalità; 2) esiste una visione laica delle cose; 3) un cadavere umano usato in una performance (in accordo alle volontà espresse da vivi) non susciterebbequantomeno le ire degli animalisti (a differenza di svariati artisti viventi). La decenza non interessa all’arte. E poi: è meno decente Lucilla Pezzi di tanto onnipresente, sfiancante trash quotidiano?Almeno, nel suo caso, c’è una coerenza dietro, un pensiero, seppur provocatorio. Ciò non significa che a me personalmente piacerebbe andare a vedere una performance del genere.

Al centro del romanzo c’è appunto un’installazione che prevede l’esposizione di un cadavere. Vorrei che lei scegliesse e commentasse l’istanza principale tra: a) tutto fa spettacolo; b) non accettiamo più il passaggio del tempo.
Della seconda posso solo dire che il punto non è tanto "accettare" il passaggio del tempo (e di conseguenza anche il nostro passare), bensì dare significato a questo trascorrere. La prima la trasformerei così: tutto è spettacolo (e dunque illusione, sul palcoscenico del mondo). Un po’ troppo da indologa? Concordo con lei.

Altrove si legge che la tanatoprassi si prefigge di "riconsegnare al defunto una dignità corporale, riconsegnare ai dolenti un’identità del defunto riconoscibile e riconfortante". Davvero?
Sono gli intenti dichiarati. Nuovi disegni di legge prevedono queste figure professionali, sulla scia di America e Francia, soprattutto.Esistono già delle scuole italiane. L’idea di fondo è che un’immagine serena e rassicurante, l’ultima, del defunto possa agevolare il processo di elaborazione del lutto da parte dei vivi. Per molte persone tutto ciò ha una sua validità (soprattutto nel caso di corpi deturpati, e soprattutto oggi, in tempi in cui pare sia diventato più difficile sostenere un vis-à-viscon la morte reale). Personalmente ritengo che i segni visibili di malattia e morte, per quanto terribili, rientrinonel naturale processo di "scrittura" della vita. Fanno parte della nostra biografia. Non m’interesserebbe "vestire" un morto da dormiente. La morte non è sonno. È quel che è. Ma, ripeto, si tratta del mio personale e discutibilissimo punto di vista.

Lei è poetessa, indologa, traduttrice e anche musicista. Ci aggiorna anche sulle tue attività musicali?
Attualmente, con Umberto Casadei, Heman Zed e Roberto Barani Vannucchi, stiamo lavorando alla registrazione di un cd che uscirà in allegato al terzo romanzo di Heman Zed, Dreams’n’Drums (io suono il basso). Si tratta di cover di vecchi pezzi garage anni Sessanta (Creation, Stooges, etc). Poi si vedrà.

Gianluca Veltri


omardimonopoli.blogspot.com, 2.11.09

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In un panorama letterario asfittico e non di rado terribilmente provinciale come quello nostrano, non si può che plaudire il coraggioso lavoro di scouting svolto dalle piccole – e talvolta piccolissime – case editrici italiane, sulle cui pencolanti spalle strette dalla morsa dei grandi gruppi editoriali si poggiano gli ultimi vitali e abbacinanti residui di uno sperimentalismo che altrimenti non troverebbe posto alcuno negli scaffali delle librerie italiche, intasate come sono dai tomi dei vari Vespa e Camilerri. Meridiano Zero ha saputo in pochi anni ritagliarsi una fetta di mercato importante, focalizzando – in tempi non sospetti – l’attenzione sulla narrativa giallo/noir: si deve ad esempio ad essa la diffusione di fior d’autori come Derek Raymond e Huges Pagan o il rilancio di James Lee Burke, nonché l’importazione di veri e propri maestri southern come Harry Crews). Dopo la breve e interessante esperienza de Gli intemperanti, Meridiano Zero è tornata ad affacciarsi sul ribollente calderone della narrativa italiana grazie a romanzi intensi e molto discussi come Acqua Storta di Carrino, ma anche con questo originalissimo Tanatoparty, opera d’esordio di Laura Liberale, indologa e traduttrice piemontese classe 1969. Il libro (edizione economica e molto curata, altra peculiarità che non dispiace della casa editrice padovana) frulla senza troppi problemi Marilyn Manson e Chas Addams, offrendo al lettore una ballata macabra e ritmata in cui un nugolo di personaggi stravaganti si muove tracciando la propria storia: da Mina e Sergio, da Leo e Clotilde, ciascuno latore di un proprio scombiccherato mondo al cui vertice svetta Lucilla Pezzi, protagonista del romanzo, eccentrica e misteriosa performer che come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie (ma in chiave decisamente gotica) ci accompagnerà in un viaggio attraverso la negazione della morte.
La tanatoprassi, pratica che funge da fulcro del breve romanzo, è un trattamento "post-mortem" che consiste nella cura igienica di conservazione del cadavere; la Liberale se ne serve per ridicolizzare le scuole di "estetica dell’aggiustabile", ovvero quel business legato alle onoranze funebri che è diventato una sorta di grottesco rovescio della medaglia della contemporanea società dell’immagine, una dimensione in cui anche il naturalissimo "atto del trapasso" è assurto a florido generatore di’introiti milionari, con grande sollucchero per le nuove generazioni di cassamortari. Ma l’autrice – poetessa e bassista di un gruppo rock – lavora al cesello la sua lingua, riuscendo a far coincidere forma e sostanza in un compiuto tributo a quella cultura che negli anni ’80 si era semplicemente soliti definire "dark" ed il cui lascito pop (dalla musica dei Cure sino ai fumetti di James O’Barr) è ancora oggi fonte d’ispirazione proteiforme, in una prova che nella nostra narrativa ancora non avevamo mai sondato. Ora si tratterà di aspettare, scoprire quale evoluzione stilistica riserva a questa interessante autrice il futuro…

Omar Di Monopoli


Playboy, ottobre 2009

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Cosa succede se anche la morte diventa un business da spolpare fino in fondo? Laura Liberale si spinge in là nell’immaginare una macabra fiera, mostra orrorifica di tutto ciò che ruota intorno alla decomposizione del corpo umano. Anche quello che ha fatto la poetessa Lucilla Pezzi, che ne ha fatto strumento estremo della sua arte. Intorno a lei una favola nera di deliri grotteschi.


www.scanner.it, 20.11.09

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La morte è anche business
Il tocco magico della Meridiano zero colpisce ancora e scova nel magma incalzante di scrittori emergenti, un nome nuovo: Laura Liberale. Poetessa e scrittrice di racconti, la Liberale colpisce per il suo stile inusitato, rifinito al millimetro per dissacrare un mondo fintamente pulito, nel suo abbeverarsi tra cadevari e denaro facile.
Il business ha raggiunto anche l’industria della morte. Anche in questo settore, aperto al moderno che avanza, hanno a disposizione una fiera d’avanguardia per i materiali in uso. L’evento clou è sicuramente la presenza della poetessa Lucilla Pezzi nella sua ultima esibizione, che ha fatto del proprio corpo un oggetto di arte estrema, e il suo destino sarà concedersi alla morte, per consacrare la sua carriera. Sotto i riflettori si affolla un pubblico che la idolatra in queste sue performance tra poesia ed esibizione della sua carne, quando gli appare davanti gli occhi attoniti della sorella minore. In questo narrare fiabesco, intriso di un senso gotico perturbante, la Liberale sottrae il lettore da facili sensazionalismi per indurlo lungo un percorso di tetro stupore, pieno di magnetismo nel dipengere le situazioni in maniera grottesca nel far apparire scarno il volto umano nella sua oramai prassi di indurre il tutto in un puro spettacolo di superficie e vacuo al suo interno. In questa redenzione c’è il sapore amaro di una vita che vuole riprendere il senso di essere vivo, fuori dagli eccessi superflui di un presente annichilente.

Matteo Merli


scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato, 28.10.09

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Laura Liberale ha scritto un grande romanzo contemporaneo sui corpi. È breve, si legge in un paio d’ore e poi non si dimentica. Non solo, se si ha voglia di approfondire, diventa un compagno di viaggio per esplorare territori difficili ma necessari.
È un romanzo molto coraggioso, dove la parola "morte" esce dall’angolino nel quale l’ha relegata la nostra società del "sempre giovani, sempre belli, lisci e levigati", con la morte e il morire occultati all’interno degli hospice o in qualche corsia di ospedale; la parola, le parole della fine e della cessazione escono da quel ghetto fatto di non detti e allusioni, di rimozioni e di abissi che non si vogliono guardare, ghetto che – e non ce ne rendiamo conto per assenza di consapevolezza, è un danno terribile e innaturale che ci infliggiamo come comunità umana.
La morte diventa elemento essenziale di una narrazione perfettamente impastata, priva di slabbrature, che attraversa i corpi puntando proprio lì l’obiettivo, quando si muore. Dove si muore, cosa si fa con il corpo, come si espone, come si decide che fine fare, come si avvertono i parenti, come si può persino "spettacolarizzare".
E nessuno di noi ha fatto proprio il profondo messaggio di Elisabeth Kubler Ross, sul fatto della morte intesa come compimento. Nessuno, nel contemporaneo la vede così.
Viviamo il tempo innaturale in cui la morte è un affronto. Indagare in questi meandri è una scelta specifica. Importante. Desidero sottolinearlo di nuovo.
Procedendo. Il linguaggio della scrittrice è un linguaggio sincopato, colto, con un suo precisissimo tempo e ritmo, che mi ha portato, a tratti, a leggere dei brani ad alta voce. Non una sbavatura. Qualcosa di musicale fra le righe, negli spazi, nei periodi. Una musica forte, non indolore.

Mentre si abbassa la guaina elastica davanti alla tazza, Mina riconosce subito la vecchia sensazione, l’antico malessere che risale dalle grotte degli anni. Proprio ora, maledice, nel cesso di un treno. Ma c’è davvero da stupirsi? Ha percorso più di 400 chilometri per tornare da Lucilla. Ci sta per arrivare, pochi minuti ancora, in piedi, a gambe larghe sopra il water, ginocchia leggermente flesse, una mano attaccata al lavandino per non perdere l’equilibrio, l’altra che tiene scostate le mutande per evitare di schizzarle. Sguardo al pavimento. Naso al tanfo del pavimento. Mina l’insulsa. Occhi a terra. Mina la torba che rotola verso Lucilla- stella. E il malessere le si attacca in gola, gonfiandogliela. Gliela gonfia nevroticamente. Fra poco le parrà di non poter più ingoiare, così cercherà di salivare, strizzerà dalla bocca tutto il liquido che può, per avere qualcosa da mandare giù e provare a se stessa che può farcela, che ci riesce malgrado il bolo isterico. Solo dovrà sopportare quei due o tre tentativi a vuoto in cui la deglutizione si incepperà a mezza via e dal petto al paura si irradierà fino alla testa.
Così Mina piscia in fretta, strappa la carta e si sfrega mentre ancora esce l’ultimo rivolo…

Questo pezzo lo troviamo proprio all’esordio, un pezzo quasi disturbante e nello stesso tempo lirico: per un attimo provate a sentire le parole, la loro ritmica perfezione.
Se si parlerà di morte, occorre esordire osservando e narrando il corpo nei momenti in cui nessuno vorrebbe mostrarsi o mostrarlo. Andare al bagno in un treno, la difficoltà a deglutire, qualche ricordo umiliante che emerge come un rigurgito acido, stimolato dall’angusta e disgustosa toilette.
Ci siamo tutti, in queste righe. Nessuno riuscirà ad ammetterlo facilmente, ma ci siamo tutti.
Il romanzo della Liberale, parlando di corpi e di morte riesce ad essere universale.
È questa è la sua incredibile potenza. Incredibile perché, a vederlo, a vedere la copertina che colpisce, quasi lisergica, si potrebbe anche pensare che si tratti di un romanzo d’intrattenimento, leggera chick-lit da avvicinare alla Kinsella negli scaffali appositi.
Perché a sfogliarlo, si potrebbe pensare a un romanzo-esperimento, viste le frasi riportate che fanno quasi da mezza cornice alle pagine. Non è niente di tutto questo.
Sulle frasi occorre dire qualcosa. Cosa sono?
Citazioni( scelte con cura estrema, io conosco il testo, le sue molte versioni, la sua incredibile difficoltà) tratte da Il libro tibetano dei morti.
Leggerle – insieme o da sole, dopo, durante o prima – non può fare che bene.
Insieme a stralci di una società a brandelli dove solo ciò che si esibisce, che si fa notare, che fa scandalo colpisce, ci sono riportate tracce di uno dei testi fondamentali in assoluto della storia dell’uomo.
"Tutte le cose sono irreali, false e mendaci, non sono eterne e non durano. Che vale avere attaccamento per esse, che vale temerle."
Citazioni, quasi glosse inserite, come dicevo, ad angolo, non fate l’errore di tralasciarle, serbatele, sottolineatele, fanno molto bene, aiutano a relativizzare, aiutano a capire, sono una bussola preziosa per affrontare questo grande rimosso che è la cessazione.
Senza questo fondamentale punto di vista che arriva dalle filosofie orientali, sarebbe davvero molto difficile, non resterebbe che una disperazione amorfa, distaccata, molle e inerte di fronte a quella colossale messa in scena, quelle burle costituite dalla vita dai suoi vari affanni. Ma il Libro tibetano dei morti è una bussola e una chance, forse la sola che abbiamo.
Il romanzo prosegue proponendoci personaggi a tratti grotteschi, a tratti tremendi, e quella che si attende, quella che aspettiamo pagina dopo pagina, sarà l’esibizione finale di Lucilla Pezzi, artista d’avanguardia, una Madame Orlane di oggi, del suo corpo già morto ma modificato, che non rinuncerà a una sorta di colossale trionfo finale.
Due precisazioni importanti. Nella quarta di copertina leggete:
"I più moderni ritrovati del settore funerario fanno bella mostra di sé all’inaugurazione di un’avanguardistica fiera, ostentati da provocanti hostess in bianco e nero".
Per gran parte della lettura ho pensato che questa fiera fosse un’invenzione letteraria della Liberale, assurda, folle, interessante, una parodia del Motorshow, dei vari Saloni Nautici, per capirci. Invece, incredibile ma vero, esiste. Non ne sapevo niente, si chiama Tanexpo: esposizione internazionale d’arte funeraria e cimiteriale, avviene a Bologna, ha un sito www.tanexpo.it e il prossimo appuntamento è previsto per il 26 marzo 2010.
Inoltre, al termine del libro, la scrittrice spiega che la "plastificazione" (non vi dico di che cosa si tratta, vi svelerei gran parte della trama) si richiama esplicitamente alla "plastinazione" del dottor Von Hagens. I cadaveri del dottore di Heidelberg sono esposti in una mostra itinerante che si chiama Korperwelten che sta girando il mondo. Casualmente, al momento, la mostra è a Zurigo, e, frequentando io assai spesso la città svizzera, mi ero documentata e avevo già deciso di andare a vederla, affascinata e spaventata da quello che avevo letto sulla suddetta tecnica.
Laura nella sua nota scrive: "…gli anonimi cadaveri esposti provengono esclusivamente da donazioni volontarie.. Inodori e rigidi, sono esibiti nel sottopelle (ossa, muscoli, nervi, legamenti, sistema cardiovascolare, organi interni..) per illustrare con dichiarati fini scientifici e didattico-divulgativi, la complessa architettura del corpo nella totalità e nell’iterazione delle parti…"
Quindi, se uno crede, può scegliere anche questa strada per approfondire, capire, conoscere di più. Un romanzo che apre, apre percorsi inquietudini, spiragli, riflessioni, un romanzo che diverte, che srotola via i luoghi comuni e le paure comuni facendone coriandoli fluorescenti, una storia che si infila nelle pieghe purulente dei corpi, nelle contraddizioni del presente, che le fotografa con obiettivo macro, che non ha paura di affondare le mani nel fango e nel dolore, per poi trasfigurarlo con un personalissimo caleidoscopio.
Il romanzo di una scrittrice vera.

Francesca Mazzucato


il Secolo d’Italia, 26.11.09

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Tanatoparty di Laura Liberale: tutti quanti a rimuovere il destino
Si chiamava Mariano Bacioterracino. Il nome non dice granché e l’imperfetto si limita a suggerire che non è più su questa terra. Un aiutino: è l’uomo – non proprio uno stinco di santo – che viene assassinato nel video recentemente diffuso dalla procura della Repubblica di Napoli. L’esecuzione, a opera di un killer della camorra, risale allo scorso 11 maggio. Location: davanti a un bar in cui non mancano avventori del quartiere Sanità. Pochi attimi e, colpito da proiettili sparati a bruciapelo, cade riverso sul marciapiede. Stupisce la reazione del "pubblico". La donna che ha acquistato il biglietto del gratta e vinci si sposta appena per far passare l’omicida e continua a grattare. Poi si allontana senza voltarsi. Un uomo con una bambina in braccio attraversa "la scena del crimine" come se nulla fosse accaduto. "Tranquilla indifferenza", la definisce lo scrittore Roberto Saviano. Rassegnazione? Certo, in luoghi dove la convivenza con la violenza è quotidiana – direte voi – è quanto meno giustificabile reagire così. Il problema, però, è che la rimozione della morte permea tutta la nostra società. La morte disturba. Tanto siamo assuefatti ai decessi "per fiction", quanto evitiamo con scrupolosa determinazione quella reale. Paradossalmente, ne decretiamo più o meno consapevolmente il trionfo nei palinsesti del piccolo e grande schermo, ma coltiviamo la velleità di cambiare canale quando ce la troviamo di fronte. Rifiutiamo la dimensione privata del dolore rifugiandoci nella ben più rassicurante indignazione di massa. Come davanti alle foto del giovane Stefano Cucchi col viso trasfigurato dal pestaggio.
Anche per questo arriva come una boccata d’aria pura – sia pure gelata – un’opera provocatoria come Tanatoparty (Meridiano Zero, 10 Euro), romanzo d’esordio di Laura Liberale, indologa piemontese, classe ’69. Un libro che, non a caso, nasce proprio dall’elaborazione di un lutto – il padre dell’autrice, scomparso nel 2004 – e ci mostra l’assurdità di una società che rifiuta l’idea della morte naturale e sviluppa tecniche conservative sempre più aggressive, inseguendo un’irreale aspirazione collettiva: farsi congelare in un’apparenza di eterna giovinezza.
"Scrivere della morte – ci spiega invece la Liberale – significa riappropriarsi di un pezzo di vita". E lei lo fa con questa favola nera impreziosita da un linguaggio crudo quanto colto, misurato fino all’essenziale, poetico e musicale. Del resto, prima ancora di farsi narratrice, la Liberale è poetessa – ha pubblicato una raccolta poetica con le eleganti edizioni d’If di Napoli – e musicista: suona il basso in una band (garage rock, per lo più) di scrittori a Padova, sua città d’adozione. "Ho una soundtrack per ogni cosa scritta – racconta – e per Tanatoparty sono stati Bauhaus, Killing Joke e Joy Division". E infatti sono molte le suggestioni post-punk e darkeggianti presenti tra le righe del romanzo. Dal pop ai classici. Dal gothic rock dei Cure di Robert Smith agli "adorati" Howard Phillips Lovecraft e Edgar Allan Poe per arrivare al Libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), le cui frasi, tratte dall’edizione Utet ’72 curata dall’orientalista Giuseppe Tucci, incorniciano – letteralmente – ogni pagina di Tanatoparty.
Titolo che è già un programma. Più esattamente: un j’accuse. Nei confronti di chi vorrebbe fare del caro estinto tout court un cliente da spennare, del tentacolare business legato alle onoranze funebri alimentato vieppiù dalla società dell’immagine, che non si arrende neanche di fronte all’inevitabile. Spieghiamoci: la tanatoprassi, fulcro del romanzo, consiste nel trattamento post-mortem del cadavere a fini igienico-conservativi. Con buoni risultati, almeno nel breve periodo. Niente più corpi deturpati da incidenti o segnati da malattie, per intenderci. Niente cattivi odori che possano rendere la veglia funebre sgradevole. Mai più obitori freddi e inospitali, ma strutture confortevoli e personale specializzato. I familiari potranno vedere il morto – sostengono i rappresentanti di questa professione emergente anche nel nostro paese – esattamente com’era da vivo. Magari seduto, in posizioni all’apparenza normali, come sempre più spesso capita ai defunti in particolar modo americani.
"Estetica dell’aggiustabile", la definisce ironicamente la Liberale nel romanzo. Che in un futuro neanche tanto lontano potrebbe risolvere tanti problemi. Tanto da non rendere più necessario rinviare una vacanza se un parente improvvisamente venisse meno. Grazie alla possibilità di rinviarne sine die il processo di decomposizione, potrà tranquillamente diventare acquiescente compagno di viaggio in qualsiasi tipo di ambiente. Un po’ come in Week end con il morto (’89), pellicola statunitense diretta da Ted Kotcheff seguita dal sequel del ’93. O, meglio ancora, come ne La morte ti fa bella. In quest’ultima esilarante commedia nera di Robert Zemeckis girata nel ’92, Meryl Streep e Goldie Hawn, dopo aver bevuto un elisir, diventeranno immortali e sarà compito di Bruce Willis, nel ruolo del chirurgo/compagno conteso dalle due agguerrite rivali, farsi "tanatoprattore ante litteram" e cercare di combattere la decomposizione delle salme… viventi.
Ed è proprio questa la "denuncia" della Liberale: la morte come tabù, il rifiuto ostinato dell’invecchiamento, l’emulazione sempre più diffusa di personaggi dello spettacolo che fanno ricorso alla chirurgia estetica pur di coltivare l’illusione di una giovinezza irrimediabilmente sfiorita che nessuna modifica artificiale potrà mai restituire. Con risultati spesso caricaturali e tutt’altro che dignitosi. È contro "questa terrificante sfilza di corpi-artefatto, adulterati e inautentici", identità, che – per citare le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman – "diviene una collezione di maschere indossate una dopo l’altra", la Liberale, attraverso Lucilla Pezzi, la protagonista del romanzo, riafferma "un’identità fatta di pelle e non adottata come veste".
Scrive l’autrice: "Per Lucilla – scrive l’autrice – il corpo doveva essere un grido ininterrotto contro l’ideologia". 65 anni, artista dissacrante e anticonformista, Lucilla, quando apprende di essere malata di cancro, decide di fare della propria morte una performance, l’ultima. Diventerà essa stessa un’opera d’arte proponendosi come oggetto. Le sue membra inanimate verranno esposte quale "simbolo del suo fare poesia: uno strapparsi a morsi che, a carne viva, ti fa arrivare al cuore inesorabile della cose". È lei e non altri a dettare tempi, modi e luoghi della sua uscita di scena, rivelando così la posizione dell’autrice in tema di testamento biologico: "Pur nel riconoscimento dell’assoluto mistero della vita – dice la scrittrice – sono fermamente convinta che le scelte individuali vadano rispettate senza condizioni". E Lucilla stabilisce di essere plastificata. Riferimento esplicito della Liberale alle opere di Gunther von Hagens, anatomopatologo tedesco che a partire dagli anni ’70 ha inventato e perfezionato un’innovativa tecnica di conservazione e da allora porta in giro "non per perversione o spettacolarizzazione ma a meri fini didattico-divulgativi" la sua mostra itinerante di cadaveri provenienti da donazioni volontarie. La sua salma, così trattata, sarà esposta al pubblico.
Il luogo prescelto per l’atrocity exhibition è Tanexpo, l’esposizione internazionale d’arte funeraria e cimiteriale. Fiera "della morte" che esiste davvero (nata nel ’92 a Bologna, 20mila metri quadrati per 16mila espositori provenienti da cinquanta paesi del mondo, la prossima edizione si terrà nella città emiliana il 26 marzo 2010), i cui aspetti grotteschi vengono sapientemente estremizzati nel romanzo. Così come "estrema" sarà la protesta degli attivisti del P.G.F. (Pro Gea, Fronte per la Difesa della Terra) – fautori di funerali naturali "ecosostenibili". Perché, come è scritto nell’epigrafe/citazione di Philip K. Dick che apre il romanzo, "seppellire la gente è da barbari". Nel mirino degli ecoterroristi c’è "la lobby funeraria nazionale, vera e propria industria della morte", rea del disboscamento delle foreste, del depauperamento delle risorse di zinco e di tutta una serie di immissioni nell’ambiente di sostanze nocive derivanti dai trattamenti di tanatoprassi e necroestetica.
La vicenda intreccerà le vite di Mina, la sorella minore di Lucilla, di Sergio, l’amore giovanile, della tanatoprattrice Clotilde e del necrofilo Leo. Tutti invitati a partecipare all’ultima performance di Lucilla, della quale resta il cadavere "congelato in un eterno presente per incarnare l’angoscia della post-modernità: l’orrore del cambiamento". Costringendo gli spettatori della morte fiction a confrontarsi con la morte vera, anche se spettacolorizzata in un’azione artistica: "Clotilde punta il telecomando verso Lucilla e preme. L’apparente rigidità del corpo si scioglie all’improvviso. Come azionato da una molla interna, con uno scatto precluso ad arti vivi, il cadavere si solleva".

Roberto Alfatti Appetiti


spritzletterariovi.blogspot.com, 16.10.09

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Tanatoparty, La festa della morte
Il romanzo di Laura Liberale Tanatoparty, edito da Meridiano zero, dice la verità.
Scoperchia il vaso di Pandora sul business funerario, denuncia le abberrazioni dei feticisti della morte, rende note le ossesioni di chi non vuole accettare la morte come fine.
Quando l’ho letto pensavo che molti argomenti fossero frutto della sua fantasia, invece, ancora una volta, la realtà la supera.
Le pagine del romanzo sono incorniciate da frasi tratte dal Libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), forse come ali protettrici che cercano di ricordare quanto la morte sia un evento naturale, una logica evoluzione dell’evento nascita, in contrasto con la narrazione vera e propria che denuncia la mercificazione della fine, resa dalla protagonista Lucilla Pezzi, un’opera d’arte da guardare.
Sapevate che dalle ceneri della cremazione di un defunto si può ottenere un diamante da indossare? Penso a quella pubblicità che recita: un diamante è per sempre. Come il caro estinto.
Dal 2008 in Italia c’è più d’una ditta che se ne occupa, la lavorazione però avviene in Svizzera; basta visitare il sito www.algordanza.it.
per avere il diamante della memoria con un costo tra i 3000,00 ed i 15000,00 di Euro a seconda dei carati.
A Bologna Fiere, ogni 2 anni, si tiene il Tanexpo: fiera internazionale di articoli funerari e cimiteriali. 16 mila espositori da 50 paesi del mondo. www.tanexpo.com e quei miliardari delle pompe funebri, quegli avvoltoi che neanche un minuto dopo la perdita del caro estinto sono già lì con catalogo bare, a chiedere soldi e tu, ancora incredulo della perdita, hai già firmato un assegno cospiquo pur di stare in pace ad elaborare il lutto. Be’, leggete l’articolo di seguito pubblicato solo su TAN, la rivista di settore che dovrebbe essere di dominio pubblico, ma gli italiani brava gente hanno altro a cui pensare, magari le amanti del premier…


www.stilos.it, 20.2.10

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Morte e spettacolo tra horror e grottesco_
Iniziamo dalle fondamenta: come si legge Tanatoparty? Nel colophon una frasettina ci avverte che sul bordo esterno di ogni pagina troveremo delle frasi dal Libro tibetano dei morti, ossia Bardo Tödöl, nella traduzione Utet del 1972. Senza considerare che il Libro tibetano dei morti aveva già perso buona parte del suo fascino nel 1966, essendo passato di moda quando i Beatles l’avevano utilizzato per le linee-guida del testo di una loro canzone innovativa, bisogna comunque ammettere che delle frasi a bordo pagina disorientano e non fendono immediato capire come approcciare il testo. Si legge prima la citazione tibetana e poi il testo del romanzo, pagina per pagina? Non sempre è possibile in quanto spesso i capoversi continuano alla pagina successiva e nuove citazioni tibetane arrivano ad accavallarsi. Non escludo che alla fine la questione non sia affatto dirimente e che sia inutile rintracciare corrispondenze fra il contenuto delle citazioni e quello del testo, così che il Libro tibetano dei morti avrebbe solo funzione decorativa in questo breve romanzo dedicato al culto della morte spettacolare e alla conservazione potenzialmente eterna dei cadaveri.
Tema oggettivamente sgradevole, credo, e infatti in non pochi punti viene da distogliere gli occhi come quando si guarda un film horror; solo che, trattandosi di un libro, non ci si può astrarre dalla sua realtà e per andare avanti bisogna continuare a leggere parola per parola. Per questo motivo, preferendo non entrare più di tanto nel merito del contenuto, mi limito a un’analisi formale.
La struttura di Tanatoparty richiama un topos storico della letteratura funebre, quello del "dove sono?" o, per dirla dotta, dell’"ubi sunt?". La particolarità è che la domanda chiama in causa non i morti, come abitualmente accade, ma i vivi: l’artista Lucilla Pezzi (alter ego dell’autrice solo fino a un certo punto, mi auguro) lascia questo mondo dopo aver deciso, da viva, di organizzare una performance straordinaria che ha per cuore pulsante il suo cadavere scuoiato. Per questo convoca a sé quattro persone che corrispondono a quattro tipologie di approccio alla morte: sua sorella, un collega, una compositrice di cadaveri e un necrofilo. Laura Liberale struttura il romanzo in base a questi quattro inviti e li fonde infine in un "nerococktail" grottesco del quale non raccomando la lettura a chi si impressiona facilmente.
"Nerococktail" è, come il titolo stesso del libro, un esempio del miglior talento di Laura Liberale – la quale di mestiere fa l’indologa e la bassista, questo essendo il suo primo esperimento narrativo. Ciò che le riesce meglio è la fusione o la forzatura di parole per ottenerne risultati più o meno spiazzanti, che spesso si accordano molto bene col ritmo fonetico della frase. Si tratta di parole fatte per essere lette ad alta voce: "s’immutanda", "necrosilfidi", "similconiglia", "incofanato". Però, insomma, è un po’ pochino per rendere l’intero libro meritevole di essere letto; ci sarebbe voluto che l’approccio al grottesco della spettacolarizzazione della morte, nelle scene relative alla tanatofiera durante la quale viene allestita l’ultima performance dell’artista morta, fosse da un lato più coraggioso dall’altro meno ingenuo. Né è facile intuire la posizione di Laura Liberale, che finisce per risultare piuttosto ambigua. Il suo testo è una distopia in sedicesimo (o almeno credo che come tale vada interpretato) quindi colpisce la tendenza inumana a rendere tutto commercializzabile ivi compresa, in prospettiva, la morte; però il fascino esercitato sull’autrice dalla protagonista – un’esibizionista estrema e iconoclasta – risulta troppo preponderante per non sottrarre credibilità alla sua stessa critica sociale.
Insomma anche a voler tralasciare il Libro tibetano dei morti e a volersi concentrare solo sul testo del romanzo, Tanatoparty non si sa bene come leggerlo: parodia? protesta? critica? esercizio di stile? tentativo di far confluire una serie di immagini scioccanti in una trama piuttosto fragile? niente di tutto ciò?

Antonio Gurrado

Un macabro party per non perdere la soggettività
_Un’esordiente, ma solo fino ad un certo punto perché Laura Liberale è indologa, poetessa, insegnante e traduttrice, suona il basso in un gruppo rock composto da scrittori ed è una versatile compositrice, oltre che un’avida lettrice.
Tanatoparty (Meridiano Zero, pp. 123, euro 10) è il suo primo romanzo, una "fiaba" noir, anzi più che noir, un racconto macabro con un inizio lugubre e un epilogo inaspettato che l’autrice ha scritto – dice – ascoltando la sua musica preferita (Killing Joke, Joy Division, ma soprattutto i Bahaus, perfetti con il loro oscuro postpunk gotico per l’atmosfera del romanzo). Tutto, sin dal titolo, riesce a procurare un senso di fastidio in questo libro dalla copertina rosa shocking, anch’essa straniante con l’immagine di un manichino femminile che è una via di mezzo tra bambola high tech e fetish.
Dunque, sì, come dice il titolo, si tratta di un party molto, molto particolare: una grande kermesse di cadaveri in esposizione, una Tanatexpo con tanto di locali – oltre 20000 metri quadri – dove sono esposte vetture funebri, cofani artistici e costosi, fiori, addobbi, video e gadgets vari, con tanto di sexy-macabre hostess dell’affollato mondo delle esequie funebri. Che non sfugge, ovviamente, alle leggi del mercato e della moda, le due divinità che dominano la vita e la morte.
Una "storia" breve e rapida che arriva al lettore come un pugno nello stomaco, difficile e scomoda per un romanzo d’esordio; ma la scelta di Laura Liberale, torinese, discende dalla necessità di elaborare il lutto per la morte del padre. Da qui le domande sulla concezione della morte nella vita contemporanea e quindi, complici gli studi di filosofia e le letture tratte dal Libro tibetano dei morti (che come un mantra incorniciano la narrazione), ecco la vicenda di Lucilla Pezzi, protagonista sui generis del romanzo (perché già morta), artista spregiudicata che decide di esporre il proprio corpo senza vita per la sorpresa finale della Tanatoexpo.
Dietro, c’è tutta un’organizzazione di tanatoprattori che procedono alla tecnica di conservazione cadaverica denominata "plastinazione", per la quale la Liberale si è ispirata a quella reale del dottor Gunther von Hagens, anatomopatologo tedesco che a partire dalla fine degli anni Settanta ha inventato una tecnica innovativa di conservazione dei reperti anatomici, a volte anche di interi corpi umani poi esposti in una discussa mostra itinerante che, a partire dal 1995 ad oggi, ha toccato, con fini scientifici e didattico-divulgativi, vari paesi del mondo.
Ma non è questo lato dell’esibizione della morte che interessa alla Liberale: tra funerali – come si dice – ecosostenibili, esequie sofisticate, tentazioni necrofile e la fiera macabra dove persino la scomparsa dei propri cari diventa uno spettacolo, la scrittrice affronta il tema di lunga tradizione filosofica e religiosa della dicotomia anima/corpo, questo corpo che, cosa tra le cose, grida con Lucilla la sua individualità, nel disperato tentativo di non perdere la propria soggettività.

Patrizia Danzè


www.stradanove.net, 20.10.09

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Una rivisitazione nera dell’Alice di Carroll
La morte è un efficacissimo addetto alle pubbliche relazioni, capace di ricongiungere, sia pure per l’estremo saluto, padri e figli, fratelli e sorelle, che la vita ha invece sapientemente allontanato.
Chiaro esempio ne è Tanatoparty, in cui Mina, sorella sbiadita agli occhi dei genitori, si risolve ad andare al funerale della più nitida sorella, che anni prima aveva "abbandonato" la famiglia, per seguire una prorompente e brillante ispirazione artistica radicale. All’interno di una vera e propria cornice composta da frasi tratte dal libro tibetano dei morti, il lettore osserva i personaggi della Liberale rispondere al richiamo della falciatrice che, accantonati falce e sudario, si presenta in una linda ed ordinata reception e offre inviti per il regno dei morti, all’occasione allestito nei padiglioni di un’expo mortuaria.
Il libro della Liberale lascia dietro di sé un pregante e persistente odore di fiori, tra i quali strisciano oscuri nuclei combattenti nostalgici, che ordiscono ostinati piani per riconsegnare alla morte la sua forma più antica e distruttrice.

Nora Iari


www.stradanove.net, 20.10.09

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Intervista all’autrice di Tanatoparty
È una morte irriducibilmente bella quella che ci appare nel romanzo di Laura Liberale Tanatoparty, pubblicato da Meridiano zero.
Stradanove ha incontrato l’autrice e ha provato a comprendere meglio quest’opera lirica e crudele.

I riferimenti al mondo dell’estetica mortuaria appaiono piuttosto approfonditi, dipendono da una tua conoscenza pregressa o ti sei documentata in maniera specifica per il libro? Puoi raccontarci qualcosa di questa ricerca o di questa tua conoscenza?
Nessuna conoscenza pregressa. Mi sono documentata molto in corso d’opera. Le fonti sul tema dei trattamenti conservativi mortuari e, più in generale, sulla morte sono state Internet, naturalmente, e tutta una serie di letture (autori come E. Morin, Z. Bauman, J. Mitford, E. Kubler-Ross, F._Giovannini…

Il personaggio che mi ha colpito di più è Mina, la sorella di Lucilla Pezzi, quella che cede, fa i conti con la vita e infine rinuncia a sé, fallendo anche nella conquista dell’amore della madre che rimane ad accudire. Lucilla, radicale ed estrema anche oltre il proprio termine, rifiutando i compromessi appare al di là della realtà quotidiana e dei relativi metri di giudizio. Come ti poni nei confronti di questi due personaggi?
La prima figura che si è delineata nella mia testa è stata quella di Mina, la sorella di Lucilla Pezzi. In una precedente versione del romanzo, Mina, di fronte al cadavere di Lucilla, diceva: "Perché non sei dentro la terra? E fra una mostra e l’altra dove ti metteranno? In uno scantinato, coperta da un telo di nylon per proteggerti dalla polvere? La carne non è fatta per restare, Lucilla. Ma forse mi sbaglio. Io di arte non so nulla, e so poco anche di te, in fondo. Forse tutto questo ha senso perché tu sei famosa, perché hai sempre svelato le vicende del tuo corpo e ne hai fatto poesia. Così ora resti. Un po’ come quelle sante profumate dalla carne intatta che ricordano ai vivi la grandezza della loro esistenza". Ho amato molto Mina. C’è come un denominatore comune in tutti i miei personaggi: una sorta di fedeltà estrema a se stessi. Mina è fedele alla sua abnegazione, alla sua rinuncia. Lucilla lo è nei confronti della vocazione artistica. Sergio è fedele al suo amore giovanile. Clotilde alla sua professione-missione. Leo alla sua solitudine, al suo isolamento necrofilo. Gli ecoterroristi sono fedeli alla loro causa. È un piccolo romanzo che parla di destini e di scelte definitive.

La morte oggi appare sotto nuove vesti, apparentemente privata di ogni profondità, ma forse appropriata alla contemporaneità. Pure un gruppo di intrepidi cerca di riportarla alla più nota e, direi, confortante forma classica. Tu come ti poni a riguardo?
Cerco soltanto delle parole per raccontarla, a me e agli altri. Laicamente, sì, ma nel riconoscimento del mistero e della carica simbolica.

Ci puoi raccontare brevemente la storia della creazione di Tanatoparty, dalla prima ispirazione fino alla pubblicazione e quali sono state le conseguenze di questo percorso?
La molla iniziale è stata la volontà di elaborare il lutto per la perdita di mio padre. Così, anziché aspettare che il tempo agisse da guaritore, mi sono buttata a capofitto nel buco nero "morte", cercando di chiarire a me stessa tutta una serie di questioni. Certe tematiche, comunque, mi hanno sempre attratta e, per certi versi, ossessionata. Ho scritto una prima versione del romanzo nel 2006. L’ho presentata alla casa editrice Meridiano Zero. Marco Vicentini, l’editore, mi ha contattata e, pur apprezzando il mio stile, mi ha sollecitata a riscrivere la storia. Così è stato. Nel 2007 c’è stata una seconda versione, ma neanche quella è stata giudicata buona. Con un paziente lavoro di cura dell’orticello, Marco mi ha accompagnata fino alla stesura definitiva. Un bel percorso per sole 128 pagine, no? Le conseguenze? Una lunga dedica, di 128 pagine appunto, un lungo compianto finalmente esternato. E la pacificazione.

Infine una curiosità biografica, nel libro ci dici di far parte di una band composta da scrittori, è curioso, ce ne puoi parlare?
La band è composta da me (basso), Umberto Casadei (voce, Il suicidio di Angela B., Sironi editore), Heman Zed (batteria, La cortina di marzapane, La zolfa, edizioni Il Maestrale), Roberto Barani Vannucchi (chitarra, ex Blumercado). Al momento stiamo lavorando a un cd di vecchie cover garage rock per un progetto musical-letterario. Poi, chissà…_

a cura di Nora Iari


www.sugarpulp.it, 9.11.09

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Lucilla Pezzi, poetessa dello scandalo e della carne esposta, del nudo e dell’oscenità.
Clotilde Rousselot, geniale ed inquietante imbalsamatrice di cadaveri.
Leo, necrofilo perverso e Mina, alle prese con un corpo in disfacimento
I personaggi descritti dalla Liberale, macabri ed angoscianti nella loro lucida follia, si ritrovano tutti alla Tanatexpo, colossale esposizione degli ultimi ritrovati del settore funerario. Le loro storie, raccontate per mezzo di lunghi flashback, sono quelle di un’umanità grottesca e deviata, sempre alla ricerca dell’eccesso e dell’esagerazione, che trova il proprio apice nella figura di Lucilla.
Non è un libro da sfogliare con leggerezza, Tanatoparty, sia per le tematiche trattate sia per il registro linguistico elevato. Servono impegno, stomaco di ferro e almeno un briciolo di sensibilità dark.
A fare da filo conduttore di tutta la vicenda, infatti, è la morte, onnipresente ed esibita in una sorta di danza macabra ed orgiastica. Alla Tanatexpo ci sono hostess provocanti in latex nero, bare all’ultima moda e kit giocattolo per piccoli tanatoprattori. Ci sono carri funebri con gli interni in pelliccia, portachiavi a forma di feretro e c’è l’ultima esibizione di Lucilla Pezzi, accompagnata da un volume di poesie inedite. Un volume postumo dato che di Lucilla, alla fiera, non c’è che il cadavere.
Sulla performance della poetessa il lettore s’interroga fin dalle prime pagine, e tutto il romanzo è incentrato sull’attesa del grande evento, capace di far esplodere la tensione e l’orrore accumulati. C’è molta critica sociale, in Tanatoparty, perché il marketing senza scrupoli raggiunge anche l’industria della morte. A tentare di opporsi alla lobby funeraria troviamo il gruppo combattente P.G.F., pronto a colpire la Tanatexpo con un attentato terroristico, ma la loro proposta di funerale ecosostenibile non è meno kitsch e grottesca di quel che ritroviamo nel resto del libro. Si tratta dell’unica punta ironica del romanzo. Per il resto prevalgono toni lugubri ed oscuri: il linguaggio è ricercato e la narrazione è pervasa da un lirismo cupo, a riprova dell’esperienza poetica dell’autrice. A fare da cornice alla macabra vicenda (anche fisicamente, con una bella organizzazione grafica delle pagine), ci sono le citazioni dal Libro tibetano dei morti, quasi a scandire le esequie di un mondo corrotto e marcescente, più disumano della morte stessa.

Mario Favini


www.termometropolitico.it, 11.12.09

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Tanatoparty, la morte in diretta.
La morte in diretta è un noto film anni ’80, all’epoca veniva bollato come fantascientifico. Oggi, forse, questa definizione dovrebbe essere riveduta e corretta. La morte, quella reale, oggi è in diretta tutti i giorni, in qualunque momento. Basta un computer ed una linea telefonica. E non serve nemmeno cercare immagini di guerra, basta scrivere, per fare un esempio, "Mariano Bacioterracino", la cui morte è stata resa di pubblico dominio dalla procura di Napoli.
Il paradosso sta nel fatto che i nostri occhi, pur così abituati, così assuefatti alla dimensione pubblica della morte, all’esibizione, all’indifferenza, ne rifiutano tuttavia l’idea. Da questo rifiuto nasce la tanatoprassi, una pratica che l’autrice di Tanatoparty, Laura Liberale, mette alla berlina definendola come "l’estetica dell’aggiustabile", ciò che serve a "riconsegnare al defunto una dignità corporale, riconsegnare ai dolenti un’identità del defunto riconoscibile e confortante".
Tanatopary è un romanzo sofisticato e dissacrante, in cui ogni pagina è incorniciata – letteralmente – da una citazione del Libro tibetano dei morti. È un racconto dove storie di necrofili, tanatoprattori e poeti maledetti vengono intrecciate ad arte, dando vita ad una paradossale favola noir.
La protagonista Lucilla Pezzi, è una poetessa dagli occhi verde smeraldo e dalla voce roca, "pifferaia rivoluzionaria che incanta i suoi sorci e con quei piedi nudi schiaccia una volta di più il buon nome di suo padre, il nome ’borghese’ di suo padre". Per Lucilla il corpo doveva essere un grido ininterrotto contro l’ideologia. La sorella Mina, voce narrante della storia, la ricorda in una delle sue parossistiche esibizioni, la rivede "dissacrare tutto, celebrare mostruo e sfruttamento proletario, orgasmo e rivoluzione culturale, mentre le sedie del pubblico scricchiolavano di disagio. Prima che arrivasse la polizia, perché qualcuno aveva denunciato l’oltraggio al pudore, e Lucilla si lasciasse portare via come una bambola che con metà bocca bacia e con l’altra metà azzanna". Lucilla, che per tutta la vita aveva fatto del proprio corpo un’opera d’arte, campo di battaglie politiche e socilali, nel momento in cui apprende di essere malata di cancro decide di fare della propria morte una performance, l’ultima. "Corporea. Gli ultimi versi di Lucilla Pezzi". Palcoscenico dell’esibizione sarà Tanexpo, l’esposizione internazionale d’arte funeraria e cimiteriale realmente esistente: nata nel ’92 a Bologna continua a svolgersi, ogni anno, in Emilia Romagna.
Laura Liberale, torinese di nascita e padovana d’adozione, è poetessa e musicista: Tanatoparty, che nel lessico e nel ritmo conserva un raffinato lirismo ed una cantilenante musicalità, ne segna l’esordio come scrittrice. La sua "nerissima rivisitazione dell’Alice di Carrol" è una denuncia della morte come tabù ed un fortissimo j’accuse che si leva contro il tentacolare business del marketing che ha raggiunto anche l’industra della morte, ma soprattutto contro l’esposizione di ciò che dovrebbe rimanere destinato ad una dimensione intima e privata, che non necessita, per essere accettata, né di aggiustamenti estetici né di tabù da superare.


il Trentino, 7.11.09

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È diventato un luogo comune, quello di dire che l’Occidente ha rimosso l’idea stessa della morte. Forse è successo di più e di peggio, viene da pensare scorrendo le fresche pagine di questa libro inchiesta, figlio di una scrittura tanto matura quanto non accondiscente e figlio di una casa editrice che non smette di scovare giovani talenti letterari in giro per l’Italia. L’autrice è giovane, suona in un gruppo rock, e qui racconta di chi lavora al design delle bare o di chi mette trucchi e rossetto ai corpi di chi è defunto. La morte trasformata in spettacolo, in Tanatoparty appunto (una cosa che esiste, sia chiaro), ci viene restituita in modo crudelmente letterario. Senza pietà.
Noia mortale? Non in questo libro.

Carlo Martinelli


lnx.whipart.it, 6.10.09

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La festa della morte di Laura Liberale
La morte e la poesia si uniscono in un ultimo, macabro evento in diretta. Il nuovo libro di Laura Liberale.
Morte, bellezza, ossessioni, poesia. Nel breve romanzo di Laura Liberale, Tanatoparty, trovano un buon equilibrio, in una prosa accattivante (come la copertina rosa-shocking con manichino/Venere di Milo in latex).
Un po’ Tiziano Sclavi, un po’ Dario Argento, un po’ Lucio Fulci, la Liberale immagina una storia macabra ed originale, in cui la morte diventa spettacolo, e tutto quello che è possibile fare è restare immobili a contemplarne lo spettacolo.
La vicenda intreccia le vite di Mina, Sergio, Clotilde, Leo, tutti invitati a partecipare all’ultima performance della poetessa Lucilla Pezzi, che in un "necrococktail" a Tanatexpo, la fiera della morte, metterà in mostra il suo corpo, la sua morte, nell’ultima, magistrale ed eterna poesia.
Una prosa che si articola in capitoli brevi ed evocativi. Brani inquietanti, molteplici punti di vista: tutti coloro che in vita hanno conosciuto e accompagnato Lucilla Pezzi, ed ora assisteranno al suo ultimo, fatale spettacolo.
Di tanto in tanto le atmosfere si fanno fin troppo rarefatte, e la prosa della Liberale perde colpi, non riuscendo ad agguantare bene le situazioni. Ma glielo si perdona soprattutto nell’ultima parte del libro, quando nel "necrococktail" e nel successivo "Let’s Celebrate" si descrive con minuzia di particolari l’esposizione e l’evento per il quale sono stati tutti convocati: "Clotilde Rousselot entra in scena, illuminata da un raggio rosso. La segue un uomo che spinge un carrello metallico. Dal carrello Clotilde preleva una calotta che assesta con una singola, precisa mossa sul cranio di Lucilla pezzi, poi punta un telecomando verso di lei e preme. L’apparente rigidità del corpo si scioglie all’improvviso. Come azionato da una molla interna, con uno scatto precluso ad arti vivi, il cadavere si solleva. La bocca si chiude, le mani si stringono su due lembi del fagotto che, nella posa precedente, sembrava offerto al pubblico, e quello si dispiega in tutta la sua lunghezza…".
Ed è un delizioso e suggestivo complemento all’opera, perdersi nelle citazioni a bordo pagina tratte dal Libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), a cura di Giuseppe Tucci. Un gioco di rimandi tra passato e presente, luce e oscurità, vita e morte, che non lascia indifferente.

Antonio Benforte


XL, ottobre 2009

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"Corpi plastificati per il sogno di immortalità di una umanità che non crede più a niente… Da una bassista di una rock band, un romanzo macabro e satirico ispirato a un evento reale: un’Expo della morte con portachiavi a forma di bara e urne con sorpresa…"

Filippo La Porta