...


L’acrostico più lungo del mondo
Vincenzo Mazzitelli


Corriere del Mezzogiorno
il Denaro
il Giornale
www.repubblica.it-1
www.repubblica.it-2
www.repubblica.it-3
alboino.blogspot.com
www.lankelot.eu
www.nonsololink.com
www.nybramedia.it
www.oinos.it
Polizia e Democrazia


Corriere del Mezzogiorno, 18.12.07

<< < VAI > >>

In verticale si legge il primo canto dell’Inferno, in orizzontale un’autobiografia
Acrostico – Il più lungo del mondo l’ha scritto un napoletano. È Vincenzo Mazzitelli, ex marinaio e oggi rimatore

Mazzitelli, rimatore. Definizione semplice, dietro la quale si nasconde però un vortice di parole di fronte al quale si prova una leggera vertigine. Vincenzo Mazzitelli, napoletano, 45 anni, è l’autore dell’acrostico più lungo del mondo.
L’acrostico (dal greco tardo akróstichon, e cioè ‡kros, "estremo", e stíchos, "verso") è un componimento poetico in cui le lettere iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase, che si chiamano acronimi. Probabilmente tutti i bambini si sono dilettati con parole semplici, a "svilupparne" le iniziali. Poi si sono fermati lì.
Mazzitelli, invece, da questa passione infantile si è fatto prendere la mano e, di acrostico in acrostico, è arrivato ad elaborare L’acrostico più lungo del mondo, che è poi il titolo del suo libro edito da Maridiano zero. Un volume che si sviluppa intorno al primo canto dell’Inferno, il cui incipit celeberrimo è "Nel mezzo del cammin di nostra vita". Il risultato è un volume che si legge in verticale (i versi di Dante) e in orizzontale, nel quale è raccontata la vita in endecasillabi dell’autore.
Il rimatore è stato recensito anche da Stefano Bartezzaghi che ha giocato con il nome Dante (Dall’Acrostico Non Ti Esenterai) ed è stato presentato nella sua città, nella sede del Rettorato dell’Orientale, dal filologo Claudio Franchi, dal critico Marco Lombardi, dal professor Vittorio Marmo.
Mazzitelli in versi, passando attraverso Dante, ne ha raccontate di cose. Del resto la sua vita è stata piuttosto movimentata: si è arruolato nella marina mercantile panamense ed è stato imbarcato su un cargo per lunghi mesi. "Avevo voglia di girare il mondo, e ci sono riuscito, praticamente a costo zero" racconta lui. "Ma ho fatto anche molto altro per garantirmi la sopravvivenza quotidiana. Operaio e venditore di versi: necessità e passione. Manovale e rimatore, enigmista e decifratore di messaggi criptati. Facevo acrostici per fidanzati cornuti che volevano vendicarsi, e altri rime a tema, anche di un Vaffa".
È stato Dante a strattonarlo, a convincerlo a dedicarsi completamente alla poesia. In coma farmacologico, Mazzitelli ha visto nei suoi deliri il sommo artista in formato gigante. "Era più o meno della stazza della statua della piazza Dante di Napoli Ñ ricorda Ñ e mi ha detto rudemente di tirarmi via dalla strada della perdizione". Così, per lucida follia o delirio assoluto è nata l’idea di mettere in versi questa vita spericolata passando per il primo canto dell’Inferno.
Mazzitelli, che sta già lavorando alla stesura del secondo acronimo più lungo del mondo, quello costruito intorno al primo canto del Purgatorio (mentre già pensa al Paradiso) per ora ha raccontato la sua vita zingara e ribelle a cavallo fra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta. Nel Purgatorio racconterà gli anni delle occupazioni universitarie, fino al coma. Non mancheranno colpi di scena, mercenarie del sesso, droga e rock’n’roll.

Anna Paola Merone


il Denaro, 7.6.08

<< < VAI > >>

Vita spericolata di un adolescente
L’impresa epica di un uomo che narra la sua discesa all’inferno, componendo l’acrostico più lungo del mondo. Una sfida degna dei più arditi giocolieri della parola, dei più estrosi acrobati della lingua. E che si misura direttamente con la Divina Commedia. L’acrostico più lungo del mondo non solo si costringe sui binari tracciati dai versi danteschi, riproducendo in acrostico il primo canto dell’inferno, ma nel suo movimento a spirale riscostruisce il viaggio di un ironico satiro dei nostri tempi nei gironi delle moderne dissolutezze; il naufragio di un artista da strada, dai tratti bukowskiani, verso la perdita di una purezza continuamente rimpianta.
Lo sfondo di questo scontro tra bene e male è una Napoli a cavallo tra gli anni ’70 e l’inizio dei ’90, dove un adolescente sospetto fin dall’infanzia di "stranezze", si confronta con la rigida educazione cattolica e un sistema sociale i cui sintomi di decadenza e ipocrisia sono leggibili persino tra i giovani impegnati in lotte ormai solo e semplicemente di moda.
Dibattendosi tra vizi canonici (sesso, droga e rock ’n’ roll) e altri più insoliti, il ragazzo viene attratto in un vortice di figure maliziose, piccole e grandi nefandezze, ridicole storie d’amore, intriganti situazioni erotiche, che lentamente trasformano la sua diversità in marginalità. Conducendo attraverso esperienze segnanti quali l’arresto e la prigione, la malattia di mente e la tossicomania. Ma anche mentre cerca di mantenersi nelle professioni più improbabili – dal filosofo da strada al musicista da pub, dal rimatore mercenario al venditore di enciclopedie – il protagonista non desiste da una continua quanto esasperante ricerca della verità.


il Giornale, 29.11.07

<< < VAI > >>

«Ero uno sbandato, Dante mi ha rimesso in riga»

Se occorre fare di necessità virtù, Vincenzo Mazzitelli è – per amore e per forza – il più geniale dei virtuosi. È "Enzo" per gli amici e per i nemici. Conquistati via via gli uni con gli allori d’artista di strada raccolti sulle piazze di Napoli e sulle rotte mondiali della Marina Mercantile. Riportati gli altri con i molti onori di poeta ladro, vagabondo, attaccabrighe: provocatore con versacci e versi. È "Mazzitelli rimatore" per i clienti, gli utenti delle sue arti, i ferventi ammiratori. Quelli disposti a pagare sull’unghia, in contanti, a sborsare monete sonanti per portarsi a casa una canzone composta lì per lì apposta per loro. Una filastrocca, un gioco di parole: inventato su commissione per esprimere un augurio o recapitare un insulto, per formulare una dichiarazione d’amore o uno slogan per la squadra del cuore, per cantarle belle a qualcuno o dirgliene quattro per le rime. C’è gente che paga per farsi fare una poesia? C’è gente che campa smerciando le proprie poesie? Ne è la prova vivente questo 45enne napoletano. Che, lo ammette lui stesso – lo dichiara anzi e declama in rime e ritmi – per sbarcare il lunario le ha tentate e le tenta proprio tutte. Ma alla fine appunto la sua storia di avventuriero alla ventura gli è valsa una fortuna. Ne avrete una sonora riprova spendendo la misera cifra di 9 euro per acquistare la sua esilarante biografia in versi. Ne darete anzi un’inconfutabile dimostrazione versando l’obolo per comprare il suo poemetto appena uscito da Meridiano Zero con il titolo L’acrostico più lungo del mondo. Avrete speso bene i vostri soldi. Perché, guardatelo bene in tutti i versi: per diritto, alla rovescia, soprattutto di profilo. C’è dentro un filone prezioso. Letti in verticale i capoversi dei suoi endecasillabi burleschi formano il primo canto della Divina Commedia. Burla o meraviglia, talento versatile o estro furbo d’improvvisazione partenopea, barbatrucco o trucco barbino: come che la si voglia vedere, scegliersi l’Alighieri quale "duca segnore e maestro" dà qualche garanzia di mettersi sulla buona strada.
Prima di scendere con Dante giù all’Inferno Mazzitelli di strade ne ha battute molte altre. È stato predicatore di piazza, filosofo da baraccone, venditore di enciclopedie, redattore, giornalista. Macchinista? «Sì! – ammette – Su un glorioso cargo battente bandiera panamense. Mi imbarcai che avevo vent’anni. Feci il giro del mondo e fui ributtato a riva ai piedi del Vesuvio, dopo una lite col direttore della sala macchine». Batterista in una band? «Già, ma adesso la batteria la suono solo come il clarinetto Dylan Dog: per pensare. Invece coi ragazzi del gruppo ho lavorato ancora qualche settimana fa, da fabbro e magazziniere».
Prima di misurarsi sul calco della terzina dantesca, aveva tarato metri, lunghezze e prezzi delle sue composizioni su differenti valute e unità. «Una volta mi pagavano in lire», racconta lo "Zingaro vecchio dall’ardita prosa" con qualche nostalgia dei vecchi tempi. «Duemila lire a verso era la mia tariffa quando lavoravo in piazza. Mi piaceva! L’agorà è da mo’ una strepitosa fonte di ispirazione. La gente arrivava attratta dalle bancarelle. E io stimolato dalle loro richieste componevo in un minuto le mie invenzioni. Sempre acrostici: un genere antico come il mondo. O antico almeno come la Grecia antica in cui significava "capoverso". Me ne hanno fatti inventare sui capoversi formati da tutti i nomi. Dedicati a persone amate o odiate. Commissionati da fidanzati cornuti e così vendicati. Ho messo in rima partecipazioni matrimoniali, intimidazioni legali, buoncompleanni, perfino un vaffanculo». E alla fine? Il divino poeta l’ha tolto dalla strada? «Sì e no. Cioè: furono i guai di salute a darmi una regolata. Soffro d’asma. Ma proprio la volta che toccai il fondo, quando entrai in coma farmacologico dopo una crisi respiratoria, mi apparve in persona il poeta della Comedia. Era mastodontico, come la statua che c’è qui a Napoli in piazza Dante. Era superbo, fiero come il leone che lo accompagna, e veniva per dissuadermi dalla perdizione. Dovevo seguirlo». Pedissequo certo no, ma agile a calcarne i passi Mazzitelli lo è di sicuro. Non ha ripercorso in rime che il primo canto dell’Inferno, e mentre già si appresta a prolungare L’Acrostico più lungo del mondo sulle tracce di Purgatorio e Paradiso, già i dantisti, i trecentisti e gli italianisti ragionano sul suo genio prodigioso. Lo faranno pubblicamente il prossimo 18 dicembre all’Istituto Orientale i Napoli (h. 15, via Chitamone 62): allorché il professor Vittorio Marmo, il critico Marco Lombardi e il filologo Claudio Franchi faranno corona seduti sulla cattedra al redento poeta da strada.

Alessandra Iadicicco

Maledire volete, oppur odiare
Amici, amanti, odiosi, rompiglioni,
Zotici, festeggiati, donne amare,
Zoccole maledette o gran papponi?
Invero per le rime si può dare
Tanta risposta a chi tanto n’è degno
E anche porre su di un nuovo altare
Lo nome che ’l tuo cor tiene da pegno.
Lira pagata un tanto in lire a verso
Io suono, mercenario assai diverso:

Rimar posso per te qualsiasi cosa,
Inver di tutto so fare ritratto,
Ma versi e rime e non colori e tratto
All’uopo i’ userò, e ben si sposa
Tutta quest’arte mia con le mie brame:
Oggi il poeta ha tempo ben che duri,
Rari per lui son oro, argento e rame
E allor compra i miei versi e tanti auguri!


www.larepubblica.it,28.11.07

<< < VAI > >>

Questa è una piccola parte di un poema di Vincenzo Mazzitelli. Di cosa si tratta, in realtà? A domani per la risposta.

Al sesso solitario e tracagnotto
L’alternative si facevan rade.
L’aria da schizofrenico ridotto
Ormai m’aveva, insieme con l’etade.
Rare le ninfe per satiro vecchio.
Sirene e streghe a volte le mie strade
Incrociavano, e nel prestarmi orecchio
Masturbavano per bene il mio intelletto,
O per riempir loro stregato secchio
Saturo d’ingredienti, appena eccetto
Sangue di peccatore pio e credente,
Eccentrico, creativo ma reietto,
Educato, volgare, intelligente,
Ingenuo fesso, pure ex atleta,
Qssimoro nel nome qual perdente,
Libidinoso e mistico poeta,
Invidioso del male e del comando,
Timoroso di Dio, mancato asceta.
E quanti ce ne sono, pur girando
nel cul dell’universo degli umani?
Novelle paranoie stavan ciamando
Il mio pensiero a tempi ancora insani.
Di questo e ancor de l’altro di mia vita
In seguito vi narrerò un domani,
Evver, che adesso stanche son le dita.
Troppo v’è da rimare, ed in tal forma
Rischiosa per la mente rapita
Ormai, che giusta pausa tiene a norma.

Stefano Bartezzaghi


www.repubblica.it, 29.11.07

<< < VAI > >>

Dall’Acrostico Non Ti Esenterai
"Allor si mosse, e io li tenni dietro". E’ Dante (Inf. I-136), certo. Ma è anche la soluzione dell’acrostico che abbiamo visto ieri. Se volete leggere anche i 135 che lo precedono dovete procurarvi L’acrostico più lungo del mondo, un libro di Vincenzo Mazzitelli appena pubblicato dall’editore Meridiano zero di Padova (www.meridianozero.it).
Si tratta di un poema che compone in sé l’acrostico di tutto il primo canto della Commedia. Se siete curiosi l’incipit è:

Non avea più del Cristo morto etade
E della mia città si perigliosa
Languidamente bazzicavo strade
Malato di libido e ogn’altra cosa.
Ero per la tribù già troppo anziano,
Zingaro vecchio dall’ardita prosa,
Zotico spesso e trucido e villano,…

Arrivo all’esempio sino alle due zeta di "mezzo", essendo la Z forse la peggiore croce per l’acrosticatore (mai quanto la x; o la j per il telesticatore, però).
Forse l’ultima volta che ci siamo occupati di acrostici abbiamo parlato di quelli ricorsivi, del tipo GNU, che significa Gnu’s Not Unix. Se quelli tendevano a un’estrema sintesi, questo di Mazzitelli ci mostra l’altra parte del cannocchiale: dai centotrentasei versi di Dante escono centrotrentasei strofe, ognuna delle quali di circa trenta versi. Se Mazzitelli vorrà continuare la sua fatica dovrà scrivere altri novantanove libri, ognuno dei quali composto da un numero di versi pari al corrispondente canto dantesco.
Se poi Mazzitelli diventerà famoso a sua volta, qualcuno potrebbe rifare la stessa cosa su di lui, scrivendo un libro per ognuna delle sue strofe… e così via, in progressione geometrica.

Stefano Bartezzaghi


www.repubblica.it, 29.11.07

<< < VAI > >>

Giochi con le parole. Qual è L’acrostico più lungo del mondo? (Meridiano zero). Vincenzo Mazzitelli ne ha ricavato uno dal primo canto dell’Inferno dantesco, che traduce in un proprio poemetto autobiografico, diviso in tante strofe quanti sono i versi del prologo della Commedia:

"Non avea più del Cristo morto etade
E della mia città sì perigliosa
Languidamente bazzicavo strade":

i primi tre versi hanno in acrostico "Nel", seguono quelli di "mezzo" e così via (la città perigliosa è Napoli). Conservato l’endecasillabo e la rima incatenata dantesca.

Stefano Bartezzaghi


alboino.blogspot.com, 9.8.08

<< < VAI > >>

Ecco che mi trovai. Pagare il conto
Non credevo dovessi a quella pazza
Immonda strega, che più debitrice
Lei era verso me, ma la sua razza
Anima tien dannata e meretrice!
Da quei giorni, alle mie già numerose
Ostilità, s’aggiunse tal matrice.
V’intuisco sua mano in troppe cose
Ordite intorno alle strade che presi.

Vincenzo Mazzitelli napoletano di 45 anni è l’autore dell’acrostico più lungo del mondo, nel vero senso della parola che è poi anche il titolo del suo libro edito da Meridiano Zero L’acrostico più lungo del mondo. L’acrostico (dal greco tardo akr—stichon, e cioè akros, "estremo", e st’chos, "verso") è un componimento poetico in cui le lettere iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase, che si chiamano acronimi.
Mazzitelli ha elaborato L’acrostico più lungo del mondo intorno al primo canto dell’Inferno partendo dal celeberrimo "Nel mezzo del cammin di nostra vita"; il risultato è un volume che si legge in verticale (i versi di Dante) e in orizzontale (la vita in endecasillabi dell’autore). Attraverso Dante praticamente Mazzitelli ha raccontato la sua vita e di cose da raccontare ne aveva tante, dal momento che arruolatosi nella marina mercantile panamense ha girato in largo e in lungo per il mondo.
Così attraverso questo modo di sopravvivere alla vita puttana, per lucida follia o per delirio assoluto al Mazzitelli è venuto in mente di mettere in versi la sua vita spericolata passando per l’Inferno di Dante. Una vita zingara e ribelli a cavallo fra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta e cosa ancor più intrigante e che Mazzitelli è già al lavoro per mettere in acronimo il Purgatorio (racconterà gli anni delle occupazioni universitarie fino al coma).

Alboino


www.lankelot.eu, 11.12.07

<< < VAI > >>

Segnato da quei morsi ogni mio passo
Ebbe ad esser di lupo in mezzo al gregge.
Vagheggiavo un ritorno a età del sasso,
Un’Arcadia selvaggia e naturale,
Orgia di predator, di prede ammasso.
Così l’istinto mio, guidato male,
Anima ancor da lungi rimbrottava,
Millantando i diritti di animale,
Per cui più che giustissimo sembrava
A femmina portar costante insidia.
Ragion, però, violenza rifiutava,
D’altri temeva troppo la perfidia,
E se pure tal limite m’impose
Soltanto fu per fifa e per accidia.
Tanta viltà nelle libidinose
Oscene e tristi mie provocazioni
Le donne rese più forti e spinose.
Ovviamente le mie turpi attenzioni
Caddero su terreni a me più noti,
Ormai che le novelle situazioni
Sapevano di rischi vani e idioti.
E così, tra gli ambienti alternativi,
Là dove sapevo c’eran vuoti
Vistosi di morale, e più lascivi
Animi, ritornai. Con faccia tosta
Giocavo coi miei modi primitivi,
Genio triviale e osceno senza sosta,
Innocente bestiola della Musa,
Ordinai li miei istinti a bella posta.

(Vincenzo Mazzitelli, L’acrostico più lungo del mondo).

…e adesso provate a leggere soltanto la prima lettera d’ogni verso, in verticale. Appare "Se vuo’ campar d’esto loco selvaggio": Dante, Inferno, Canto Primo. L’esordio di Vincenzo Mazzitelli, artista partenopeo classe 1962, è un romanzo esistenziale in versi – endecasillabo in terza rima, con poche eccezioni – che vede intrecciate alle rime di Alighieri le notturne e solari vicende dell’io narrante, ambientate a Napoli tra gli anni Settanta e gli anni Novanta: ne deriva l’acrostico più lungo del mondo. Micidiale stravaganza letteraria, ludo neobarocco o meditato escamotage? Risponde(rebbe?) in versi l’autore:

Esperienza di me voglio narrare
Per chi saprà più di quanto sepp’io.
Ecco perché la scelta di rimare
Le terzine del Sommo in tal guisa.
Troppi incroci il mio passo ebbe a incontrare,
Ragion mi fu per cui troppo divisa,
Or dritta via non vedo eccetto questa:
Mantenere viva quella a molti invisa
Antica forma ch’esige la testa
Sgombra da ogni nuova eccitazione
Artificiale, che da tempo infesta
Per la troppa comunicazione,
Imposta da un mercato i cui interessi
Estinguono ogni bella tradizione
.

Lo sganassone al mercato e al sistema editoriale (le eccezioni, evidentemente, esistono: e pubblicano), è ben assestato.

Questo lo scopo, e non letteratura!
Udite voi che chiudete le porte
E del mio dir dite ’non è cultura’.
Semplice rima, facile linguaggio,
Tanto che arrivi al cuor d’ogni creatura
Il cui destino è lungi dal mio viaggio.
Non ambisco che al Vero, e lo racconto
Or per provar che n’ebbi un po’ d’assaggio.

Una vita come quella del protagonista dell’opera poteva essere facilmente e con diversa immediatezza narrata in prosa; ne sarebbe derivato un romanzo di (de)formazione, non estraneo a capitomboli ai piedi dei satrapi dell’igiene mentale, giocato per opportune virate erotiche e nient’affatto sottile critica delle ideologie tutte, soprattutto di quelle ritornanti, del mercato del lavoro e delle condizioni dei cittadini contemporanei. Mazzitelli ha preferito l’espressione alla comunicazione, al di là delle dichiarazioni d’intenti: ha deciso di esordire spiazzando tutti, orgogliosamente lirico e ingiustamente obsolescente, e ha riversato una vita vissuta con dolore, consapevolezza e intensità in un ricercatissimo divertissement di carne e sangue, in versi. E in rima. Dall’introduzione: "Qui ascoltiamo un’anima divenuta topos della memoria nonché campo di battaglia di scontri violentissimi tra le due superpotenze dell’universo psichico-religioso, il Bene e il Male; o meglio, tra quelle che sono le interpretazioni che le vicende del protagonista propongono in termini di natura religiosa e vita sociale, e in relazione alle diverse etiche dominanti".
Stesso piacevole disorientamento si avverte nei confronti dell’editore; potrei sbagliare, ma fatico a ricordare precedenti pubblicazioni di poesia nel catalogo di Meridiano zero, sicuramente non nella collana "Primo Parallelo": la casa editrice padovana spiazza i suoi lettori proponendo la Cantica Prima (more to come?) di questa Storia di un satiro religioso (il sottotitolo de L’acrostico Più lungo del mondo), "innocuo maniaco sessuale i cui vizi, alla lunga, potrebbero apparire come gli aspetti meno deprimenti della sua intera vicenda esistenziale" (tratto ancora da "Un’idea di introduzione").
Opera di singolare e prepotente ambizione, nata per essere al di là del tempo, piomba sul presente accolta, sino ad ora, da una critica stranamente silenziosa. Mazzitelli non s’attenda risposte in versi, ma nemmeno stilettate: è questa la prosa del nostro tempo. Per quanto potevo, per come potevo, t’ho letto e accolto, artista; né freddato, né scosso: stupefatto. Tutto qua.

Gianfranco Franchi


www.nonsololink.com

<< < VAI > >>

Operazione interessante per un pometto che si presenta non privo di originalità, malgrado l’utilizzo di un supporto letterario non indifferente e plurivisitato come la Divina Commedia.
Appassionato di rime, l’autore Vincenzo Mazzitelli, napoletano, che si definisce rimatore appunto, sembra aver tratto l’uso antico eppur moderno di una fetta di Sardegna, ad esempio, di tradurre la vita in versi rimati.
E in questo libro ci racconta una storia prendendo a pretesto l’incipit dell’Inferno dantesco, il canto primo ("Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita./… Allor si mosse, e io li tenni dietro.") che tramuta in un lunghissimo acrostico. Sostanzialmente, cioè, racconta la sua storia in modo che la prima lettera di ogni verso, letta in verticale, formi il testo del primo canto del capolavoro di Dante.
Il tutto riesce, nel senso che in effetti l’acrostico lo abbiamo e, di fatto, è molto lungo. Mentre il testo narrativo si rivela non privo di un certo interesse e buon gusto, raccontando la storia di un personaggio che di certo deve stare all’inferno. Nessun altro luogo sarebbe ammesso, né da Dante, né da noi lettori.
Anche se la vita narrata è quella di un comune mortale che si ritrova, suo malgrado, ad essere un satiro della peggior specie. Condannato, cioè, a vivere dei suoi vizi capitali e a quell’inferno dove il cattolicesimo lo vuole relegare. Il palcoscenico della vicenda è Napoli, con i vizi propri di molti adolescenti, barcollanti tra sesso e droga, vite trasgressive e pericolosi ondeggiamenti sull’orlo del moralmente inaccettabile, tra arresti e tossicomanie di vario genere, malattie mentali e "diversità" non ben definite. Siamo negli anni ’70 e quelle stranezze che possono essere soltanto tentativi di trovare la propria strada atti da un artista di strada, diventano ben presto marchi indelebili che risultano la migliore chiave di lettura del lavoro di Mazzitelli. Arrivato agli anni ’90, infatti, il nostro protagonista è un emarginato, inadatto alla realtà dei comuni mortali capaci di stare alle e nelle regole e, così, disceso in quell’inferno dove lui di certo non si sa se voleva andare, ma dove, per certo, è stato da tutti mandato.
L’intreccio di situazioni descritte in rimario anche spassoso, rende la storia una sorta di favola con sfumature umoristiche.

"Nei banchi di scuola, anche in divisa,
Inver non mi sentivo troppo a freno,
Pena leggera e ancor ben condivisa
Essa mi apparve per i primi mesi,
Rancio decente e vita tutta intrisa,
Perbacco, di valori ’alti e cortesi’.
Anche il mio rendimento, nonostante
Tutti i miei sogni alla brandina appesi,
Risultava tranquillo e incoraggiante.
Intanto il verme ch’entro mi si muove
Al suo lavoro ignobile e infamante
Attendeva, studiando come e dove
Mi poteva colpire, e nostalgia
Bene gli fu alleata per sue nuove
E diaboliche trame. Mamma mia
Desideravo, e il babbo e tutto il resto:
Uomo non ero più, e una mania
Infantile mi colse in quel contesto…
Un senso avevo di gran frustrazione.
La piazza d’armi ardeva come un forno
Il dì che svenni in mezzo all’adunata…
Fu lo stupore mio davvero grande
Or nel veder che simili animali
Spedito aveanmi in neuropsichiatria,
Senza dubbio il peggiore dei locali
E soprattutto per la storia mia.
"

Questo è l’andamento complessivo dell’opera, da scoprire e gustare come uno scherzo giusto per Carnevale.

Alessia Biasiolo


www.nybramedia.it, 28.2.08

<< < VAI > >>

L’acrostico è una forma di componimento poetico in cui le iniziali dei singoli versi formano, lette di seguito (solitamente in verticale), una parola o una frase.
Un esempio in orizzontale non rese lieto Napoleone quando vide il proprio nome così raffigurato: Non Amavit Populum Omnes Leges Evertit Omnia Nostra Eripit (= Non amò il popolo, sovvertì tutte le leggi, ci derubò d’ogni cosa).
Dell’acrostico, il più antico documento si rinviene in un papiro greco-egizio del 190 a.C., ma la sua storia attraversa i secoli e giunge fino ai tempi nostri.
N’è testimonianza uno strepitoso librino pubblicato da Meridiano Zero che si pone (di traverso) tra il poemetto e il romanzo facendosi beffe dell’uno e dell’altro. Titolo: L’acrostico più lungo del mondo.
Con l’autore, che non conosco di persona, condivido luogo di nascita, Napoli, e passione per le forme letterarie aliene. Vado più fiero della seconda cosa che non della prima.
Il suo nome: Vincenzo Mazzitelli.
La scheda biografica dell’editore c’informa che dopo il liceo classico si è imbarcato con la Marina Mercantile panamense e ha girato il mondo.
Che cosa ha combinato sulle pagine costui – alla faccia di tanti poeti e romanzieri – tanto da suscitare il mio entusiasmo?
Ha composto un acrostico, divertente e maratoneta, che, immagino, troverà spazio nel Guinness dei Primati (libro dei record, non delle scimmie), ma merita – come vedrete non bado a spese – d’essere ricordato nella storia letteraria italiana di questi anni perché confinarlo nelle cronache della scrittura enigmistica sarebbe oltre modo riduttivo.
Il suo libro, se letto in verticale per lettera iniziale d’ogni rigo, restituisce, e forse vomita (rispettosamente, s’intende), tutto il primo canto dell’Inferno non solo per iniziale d’ogni verso dantesco, ma lettera per lettera d’ogni parola.
Se letto in orizzontale ogni linea concorre alla narrazione dell’autobiografia dell’autore.
Esempio dall’incipit:

Non avea più del Cristo morto etade
E della mia città sì perigliosa
Languidamente bazzicavo strade
Malato di libido e ogn’altra cosa.
Ero per la tribù già troppo anziano,
Zingaro vecchio dall’ardita prosa,
Zotico spesso e trucido e villano,
Ormai poeta di poesia distorta

E così via via.
Questa raffinatissima operazione richiama alla memoria i dettati dell’Oulipo (scuola che, lo ricordo ai più distratti, ha visto tra i suoi protagonisti Queneau, Calvino, Perec) così ben riassunti proprio da Queneau il quale sostiene che "il tragico greco mentre scrive i suoi versi obbedendo a regole ferree che conosce perfettamente è più libero del poeta che scrive quello che gli passa per la testa e che è schiavo inconsapevole di regole che ignora".
La neurolinguistica, oggi, gli dà pienamente ragione.
Con L’acrostico più lungo del mondo non assistiamo solo a un gioco di parole – cosa in sé, se ben fatta, già sublime e ricca di epifanie – perché l’acrostico non è stato applicato a caso su quei versi di Dante. Lascio la parola all’editore Marco Vicentini: "L’Inferno dantesco è infatti anche la chiave di lettura di questo testo, che narra di un satiro, e dei suoi vizi capitali. L’innocuo personaggio, si ritrova ben presto condannato, dalla tradizione cattolica, a un inferno popolato da maliziose quanto malvagie figure. Lo sfondo di questa storia lo offre Napoli; il campo di battaglia un giovane adolescente, gravato da vizi canonici (sesso, droga e rock ’n’ roll). E vizi a parte: strane scelte, discutibili personaggi, piccole e grandi nefandezze, intriganti e perverse situazioni erotiche. E traumi più o meno insuperabili quali l’arresto e la prigione, la malattia di mente, la tossicomania…"
Non perdetevi questo libro di Vincenzo Mazzitelli che crea ricreando e scrive riscrivendo. Ve lo consiglia, non a caso, questo sito che da otto anni ha per disclaimer: ricreazioni e riscritture.

Armando Adolgiso


www.oinos.it

<< < VAI > >>

Un autore moderno, rendendosi satiro di se stesso, fa rivivere Dante.

L’ acrostico, dal greco tardo acròsticon, è un componimento poetico in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase, a loro volta. Vincenzo Mazzitelli riscopre, riutilizza e domina, facendola completamente sua, questa originale nonché allegra e leziosa modalità di scrittura. Egli attua una piacevole mistione dello stile giocoso che l’acrostico stesso impone e della solenne letterarietà del primo canto dell’Inferno dantesco.
La poesia in acrostici, per quanto vada senza dubbio catalogata tra gli scritti d’occasione, dunque un tipo di espressione personale che non dimostra vaste pretese, presenta comunque precedenti letterari di non scarsa importanza. Mazzitelli potrebbe essere considerato il diretto erede di Boccaccio che, al suo tempo, già tentò di scrivere "l’acrostico più lungo del mondo": infatti nell’Amorosa visione l’inizio di tre quartine viene a dar vita a ben tre sonetti in acrostici, ma si possiedono esempi di tal genere sin dalle composizioni di formule sacre babilonesi. Successivamente nella tarda antichità Agostino, nel De civitate dei, descrive il più famoso acrostico della religione Cristiana dove la parola pesce tradotta al singolare in lingua greca è YCHTHUS (ictus) ed è stata adottata dai cristiani perseguitati nei primi secoli per rappresentare nascostamente il nome di Cristo Gesù. Questo perchè in questa parola si trovano le iniziali di Yesus Christos Theou Uios Soter cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. L’utilizzo della forma dell’acrostico si protrae sotto numerosi e differenti aspetti fino ai tempi più moderni. Ad esempio lo scrittore Luis Carrol nasconde all’interno di alcuni versi il vero nome di Alice nel paese delle meraviglie.
Principalmente la funzione dell’acrostico era quindi quella di far trapelare e diffondere liberamente messaggi che si preferiva rimanessero celati a coloro che non erano in grado di decifrarli.
Alla presentazione de L’acrostico più lungo del mondo, che si è tenuta il 18 Dicembre 2007 presso Palazzo du Mesnil, sede del rettorato dell’Università degli studi di Napoli, L’orientale, il critico letterario Marco Lombardi ha fatto notare invece che lo scopo del testo di Vincenzo Mazzitelli non è affatto quello di nascondere quanto piuttosto quello di svelare, attraverso il divertente gioco dell’acrostico, i punti salienti della sua vita, e di rendere noi lettori partecipi del racconto della sua adolescenza sin dall’inizio contornata di "stranezze" e che a poco a poco si confronta con la rigida educazione cattolica e un sistema sociale i cui sintomi di decadenza e ipocrisia sono leggibili persino tra i giovani impegnati in lotte ormai solo e semplicemente di moda. Il tutto cullato dallo sfondo di una Napoli che rivive gli anni a cavallo tra i ’70 e l’inizio dei ’90 in uno scontro continuo tra il bene e il male.
Durante la lettura non solo si svela la vita dell’autore, ma si dispiega anche il suo interesse per la sintassi, che però non risulta legata alla scrittura: aferesi elisioni e figure retoriche non sono poste lì per obblighi di metrica, ma per pura scelta stilistica. Vincenzo gioca con la tradizione. Il suo scritto è un pullulare di lettere dantesche, ed alla domanda più che pertinente sul perché avesse scelto proprio il primo canto della Divina Commedia replica narrando un aneddoto: «In seguito ad un forte malessere mi trovavo, mio malgrado, sotto effetto di sedativi che mi hanno provocato delle visioni. Mentre ero stordito mi apparve una enorme statua di Dante che accarezzava un leone che placido gli sostava accanto. Questi ha iniziato a parlarmi, anzi ad apostrofarmi.
Il leone, come ben si sa, è simbolo di superbia, quella superbia che mi serviva per decidere di dedicarmi ai progetti di scrittura che da tempo lasciavo sopiti. Sono stato come invasato. È stato Dante stesso a chiamarmi e darmi l’ispirazione.
»
Un racconto senza dubbio divertente dove Dante è visto quasi come un nostro contemporaneo, dove si gioca con la tradizione e con le sue regole come è giusto che sia. Mazzitelli è consapevole di quanto il poema dantesco sia lontano dal nostro quotidiano e proprio per questo il suo modernismo ridimensiona la sua figura letteraria rendendola forse più vicina a noi.
Il libro accoglie non pochi consensi, tanto è vero che Vincenzo è stato invitato a discuterne nel programma condotto da Maurizio Costanzo "Stella" dove ha dichiarato che il suo scrivere non è altro che una sfida dove le catene dell’acrostico gli sono utili semplicemente per svincolare se stesso ed aprire al mondo il suo io.
Egli inoltre non esclude dai suoi progetti futuri l’idea di scrivere altri due libri dove si servirà ancora di Dante, e precisamente del primo canto del Paradiso e del Purgatorio parafrasando anche questi in acrostici.
Alla luce di ciò non può essere del tutto accettabile l’opinione di Vittorio Marmo, direttore del Dipartimento di Studi Comparati.
Lo studioso definisce il libro una "trappola stilistica" per la pesantezza dei termini e per i versi che sembrano nascere in una prigione, il che rende, a suo parere, la lettura tutt’altro che scorrevole.
L’apparente gravezza del testo invece prescinde da un possibile giudizio estetico.
Mazzitelli decide di mettere in luce con effervescenza originale la sua esperienza autobiografica.
Vita, dolore, ossessione, eccessivo autocommento ed amore sconsiderato per il gusto della parola: sono queste le sensazioni che il libro suggerisce.
Il fruitore leggendo accetta di cadere in un sorta di spirale essendone inevitabilmente avvolto.

MariaLivia Passaretta


Polizia e Democrazia, gennaio 2008

<< < VAI > >>

Una sfida di proporzioni epiche: l’acrostico più lungo del mondo scritto sul primo canto dell’Inferno dantesco. E l’Inferno dantesco è anche la chiave di lettura di questo testo, che narra di un satiro, e dei suoi vizi capitali.
Lo sfondo di questa storia di lotta tra il bene e il male lo offre Napoli; il campo di battaglia un giovane adolescente, gravato da vizi canonici e altri molto meno comuni. E vizi a parte: strane scelte, discutibili personaggi, piccole e grandi nefandezze, insignificanti e ridicole storie d’amore e intriganti e perverse situazioni erotiche.
E traumi più o meno insuperabili quali l’arresto, la malattia di mente, la tossicomania, e l’insofferenza per una vergogna di sé che si rifiuta di manifestarsi completamente. Intelligente, caustico, esilarante.

Ugo Rodorigo