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Cargo di orchidee
Susan Musgrave


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Gioia, 18.1.2005

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Susan Musgrave ha 54 anni e non fa niente per nasconderlo. Il viso segnato rivela una vita all’ultimo respiro, vissuta all’insegna di un’attrazione fatale per gli avventurieri e la trasgressione. Il secondo marito era un trafficante internazionale di stupefacenti (l’ha conosciuto perché era difeso dal primo marito, avvocato penalista), il terzo un rapinatore di banche.
Poetessa e scrittrice di culto nel suo paese, il Canada, è stata protagonista anche di un documentario, La poetessa e il bandito. Nei suoi romanzi si racconta con una scanzonata dose di humour nero. Vale la pena leggerli visto che adesso, grazie a un piccolo editore, Meridianozero, sono pubblicati in Italia. Il primo, Cargo di orchidee, è ambientato in un carcere femminile e ricostruisce le vite di tre detenute.

Almeno una volta nella vita tutte le donne sognano la fuga d’amore con un avventuriero...
Non ho mai pensato di realizzare una fantasia: sono scappata con l’uomo che amavo. E’ successo. L’ho conosciuto perché mio marito, avvocato penalista, era il suo difensore. E’ stato amore a prima vista e, lo confesso, sentivo che in quella fuga c’era la possibilità di un’avventura e questo era molto, molto attraente.
Cos’è l’avventura?
Fuga dalla noia, possibilità di vivere una nuova vita.
Le convenzioni sociali non l’hanno mai preoccupata?
Sono un’amica leale e generosa. Non rappresento una minaccia politica, non sono competitiva, vivo a nord di Vancouver, in un villaggio di poche centinaia di anime. Poi il Canada ti protegge. Negli Usa forse avrei avuto vita difficile.
Lei ha due figlie, Charlotte, di 24 anni, e Sophie, di 16. Come le ha tutelate?
Sono stata prima di tutto una madre e le ho incoraggiate a sviluppare la loro personalità. I compagni le guardano con ammirazione perché il mio terzo marito, il rapinatore di banche, è in Canada un personaggio di culto, alla Bonnie and Clyde.
Che differenza vede fra il bene e il male?
Il male è fare qualcosa con la consapevolezza che altri soffriranno. In inglese male si dice "evil" che, letto al contrario, diventa "live", vita. Il male può diventare anche qualcosa di positivo.

Erica Arosio


Grazia, 10.7.2005

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La fonte del dolore è inesauribile, "e il cuore deve fare spazio per ospitarne ancora". Così si chiude Cargo di orchidee, romanzo quasi autobiografico di Susan Musgrave, splendidamente tradotto da Giuseppe Iacobaci per Meridiano Zero. Musgrave – nata nel 1951 in California, ma cresciuta a Vancouver – è definita l’enfant terrible della letteratura canadese. Lei dice che il suo elemento "è il vento: più soffia e meglio sto" (come si legge in una recente intervista). I benpensanti le rimproverano una certa propensione per i tipi criminali – il suo attuale consorte sta scontando una lunga pena per una rapina a una banca. I media parlano sempre più della "poetessa e il bandito", forse non sapendo di ricorrere a uno schema antichissimo, un vero e proprio archetipo che attraversa le più diverse culture. A ogni angolo del mondo: dal sertao del Brasile, che neglia nni trenta vide l’amore di Maria Bonita per il re dei fuorilegge Lampiao, alle foreste dell’India, teatro negli anni Settanta delle imprese di Phoolan Devi, la donna che ha combattuto – fucile alla mano – contro il sistema delle caste. Sarebbe facile ridurre tutto a un romanticismo di maniera affascinato dalla delinquenza. Le pagine di Susan Musgrave mostrano invece il volto crudele delle stesse istituzioni deputate a reprimere il crimine. Così parla al protagonista del libro dal braccio della morte: "Dopo averla osservata da tutti i punti di vista, sono giunta alla conclusione che la pena capitale è un sintomo della confusione che regna nella nosrta società. Non è più efficace nello scoraggiare il crimine di quanto nono lo fossero i sacrifici atzechi nell’assicurare che il sole continuasse a brillare nel cielo".

Giulio Giorello


Pulp, sett/ott 2005

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Susan Musgrave afferma che uno scrittore deve proporre fatti estremi, e lei, poetessa e criminale, sembra sottointendere la grande forza delle esperienze personali per poter trasportare in letteratura una forma di tragicità altrimenti inafferrabile. Se pensiamo alla categoria degli "scrittori maledetti", spesso banalizzata dai troppi aspiranti montati dagli editor, e a scrittori come George Orwell (combattente e vagabondo) e Derek Raymond, è evidente la fisicità dell’esperienza estrema, e come questa ricada violentemente nella visione del mondo che esprimono i protagonisti delle loro storie. Susan Musgrave dichiara che la scrittura l’ha salvata dalla prigione e dal suicidio, e la sua intensa carriera letteraria è stata costantementte affiancata da un’esistenza vissuta a contatto con il lato oscuro della società. Un marito narcotrafficante e un altro celebre rapinatore fanno di lei molto di più di un’attenta osservatrice del mondo criminale, così diffusamente descritto dagli autori noir. Cargo di orchidee è una storia pesante e al limite del delirio, dai tratti talvolta grotteschi; un cinico flashback di una donna rinchiusa nel braccio della morte, in attesa dell’iniezione letale, accusata di aver ucciso il proprio figlio. Nonostante una tale premessa, la capacità letteraria di Susan Musgrave è tale da governare una tragicità assoluta come questa e imporre un’inquietante serenità. Il dominio delle parole è totale, nonostante la drammaticità dei fatti raccontati avrebbe consentito una dittatura della vicenda, come spesso accade nei libri di questi ultimi anni che trovano un successo proprio nel racconto dell’indicibile. Il perverso umorismo, sicuramente vicino ad alcune scritture dei fratelli Coen, è il segno della cura con cui la poetessa si rivolge al romanzo, un interesse non solo formale ma evidentemente politico. Un impegno non facile quello di dar voce, senza retorica o pietà, alle persone sotterrate nelle carceri.

Domenico Gallo


Stilos, 10.4.2006

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Una donna, detenuta nel braccio della morte, racconta della vita quotidiana in prigione, dell’amicizia e della solidarietà con le compagne in attesa dell’esecuzione. Parallelamente narra le vicende della sua vita che l’hanno portata alla condanna: l’amore con un narcotrafficante, il rapimento ad opera delle "signore bianche" della droga, la dipendenza dalle sostanze stupefacenti e infine l’accusa di infanticidio e spaccio.

INTERVISTA A SUSAN MUSGRAVE, autrice di Cargo di orchidee
Quando si dice il destino di una vita: è attraverso Carmen de Corazòn, di cui ha tradotto il libro sulla sua esperienza come prigioniera di un gruppo di guerrigliere narcoterroriste, che la protagonista del romanzo della scrittrice canadese Susan Musgrave, "Cargo di orchidee", conosce e sposa l’avvocato difensore dei fratelli Corazòn, arrestati per traffico di droga. E poi incontra in carcere Angel Corazèn, fa l’amore con lui, ne aspetta il figlio e, dopo la morte di Angel durante un tentativo di fuga, viene rapita da sua moglie, la spietata Consuelo di cui si dice, ’sfrega un fiammifero sull’anima di Consuelo, non batterà ciglio’. Perché quello che Consuelo vuole è il figlio che lei non ha mai avuto e che è figlio di suo marito, per farne il niño del narcotraffico. E così, con le dovute differenze e con la reclusione e la condanna finale, la protagonista si trova a rivivere la storia che aveva tradotto nel libro di Carmen. Il racconto si alterna fra il presente in cella, in attesa dell’esecuzione della condanna, e il passato, chiusa prima nella stanza di un albergo fatiscente, in attesa di partorire, e poi segregata in una gabbia dorata, nutrita a cocaina, tenuta prigioniera dalla donna che ha il denaro come ragione di vita e che- ironia finissima- abbina un nome e un cognome, Consuelo Corazèn, che smentisce con ogni suo atto e ogni sua parola.
E’ l’ironia, un humour caustico che riesce a rendere divertente una storia di morte, la cifra del romanzo di Susan Musgrave. Ed è difficile dire se leggiamo con più piacere le parti in cui la protagonista narra delle giornate in prigione e dell’amicizia con le altre due donne che fanno con lei il conto alla rovescia dei giorni che restano loro da vivere, o quelle più avventurose del rapimento, della dipendenza dalla droga, dello strazio di dover abbandonare il figlio. Durissima la posizione contro la pena di morte, altrettanto dura e colma della disperazione che si prova davanti ad una situazione irrisolvibile la descrizione della realtà colombiana, della miseria che porta i bambini a diventare giovani sicari, se non sono finiti prima nelle mani di trafficanti di organi. Eppure, con tutta la sua crudezza, un libro straordinariamente poetico. Stilos ha incontrato a Courmayeur, durante la manifestazione del Noir in Festival, Susan Musgrave che ha vissuto di persona con il secondo marito alcune delle vicende narrate nel libro e che è attualmente sposata con Stephen Reid, scrittore e svaligiatore di banche che sta scontando 18 anni di prigione per rapina a mano armata.

Sappiamo che una parte della storia, quella dell’amore con un uomo conosciuto in prigione, è anche la sua: vuole dirci qualcosa della sua esperienza?
Ho passato molto tempo a visitare due dei miei mariti che hanno entrambi scontato una pena in prigione e il mondo delle prigioni mi è familiare. Era facile per me descriverlo anche se non sono mai stata nel braccio della morte. Ho fatto pure molte ricerche, dietro ogni libro ci sono sempre centinaia di letture, ma, per quello che riguarda la situazione dei visitatori, conosco molto bene le regole che condizionano le visite e che sono spesso ridicole, con degli effetti di un contorto humour nero, quel tipo di humour che chiamiamo umorismo da forca- ad esempio non si può portare dentro il filo interdentale, forse pensano che uno si possa impiccare con il filo interdentale!

Lei ha iniziato scrivendo poesie, poi ha scritto tre romanzi, a distanza di anni: Cargo di orchidee è stato pubblicato quindici anni dopo il romanzo precedente. Come mai un intervallo così lungo?
I miei romanzi precedenti sono del 1980 e del 1990. Scrivo lentamente, anche perché scrivo altre cose insieme ai romanzi. Scrivere è il mio lavoro, la mia fonte di guadagno, perciò devo fare altre cose, scrivo articoli per giornali, insegno in un programma di Master of Fine Arts, ho degli studenti on line. E così lascio per ultima la scrittura dei romanzi: si finisce per parlare della scrittura più di quanto non si scriva. D’altra parte non guadagno abbastanza con i romanzi per poter non lavorare. E poi mi piace aggrapparmi ai romanzi che sto scrivendo: è come avere attorno la propria famiglia e, quando si finisce, staccarsi dai personaggi che sono diventati la tua famiglia è come doversi svegliare da un sogno che non si vorrebbe lasciar andare.

E come è successo che sia passata a scrivere in prosa dopo essersi dedicata alla poesia per tanti anni?
Nel 1980 ho seguito a Londra il poeta George Macbeth che conduceva un programma della BBC dedicato agli scrittori. Prima vivevo nella Queen Charlotte Island, a sud dell’Alaska, a 8 ore di navigazione dalla costa della British Columbia. Un’isola selvaggia con tremila abitanti, una volta era popolata dagli indiani che la chiamavano Haid Gwaii, come si tende a chiamarla di nuovo adesso. Londra non mi piaceva, non mi piaceva uscire e ho pensato che dovevo fare qualcosa, non potevo passare tutto il tempo a scrivere poesia, e ho iniziato il romanzo che avevo in mente e che si svolgeva sull’isola- una maniera per continuare a vivere là.

La vicenda di Cargo di orchidee segue due filoni. Uno è basato sulla vita in prigione nel braccio della morte: ha scelto dei casi estremi- donne che, come in Amatissima di Toni Morrison, hanno ucciso i loro bambini come atto d’amore, per risparmiare loro una sofferenza maggiore-, per rendere più chiaro il suo pensiero sulla pena di morte?
In effetti nel romanzo che sto scrivendo, il seguito di Cargo di orchidee, la narratrice sta leggendo Amatissima di Toni Morrison e gli altri personaggi del libro ritornano come fantasmi…La pena di morte: le persone che sono rinchiuse nel braccio della morte hanno spesso un quoziente intellettuale molto basso, a volte sono addirittura ritardate. Non penso che si debbano condannare a morte delle persone che hanno un quoziente intellettuale pari a quello dei bambini, sono contro l’uccisione a sangue freddo. Penso che ci siano maniere più umane per tenere la gente in prigione, per permettere loro di vivere in maniera più dignitosa. Le prigioni americane sono orrende, i prigionieri sono chiusi in celle singole di cui non viene aperta la porta neppure per passare loro il cibo: la gente impazzisce. Nelle prigioni americane sopravvivi solo se appartieni a una gang- di neri, o musulmani, o messicani, o della fratellanza ariana- e sei protetto dai membri della gang. Mio marito, in quanto canadese, non era in una gang ed è duro essere in prigione se sei uno straniero. Il socio di mio marito ha avuto una condanna di 160 anni: morirà in prigione. Ecco perché ci sono tanti crimini nelle prigioni: intanto sanno che non ne usciranno. E si sono verificati tanti casi in cui è stata provata l’innocenza dei condannati a morte. Di recente, prima di terminare l’incarico, un governatore di uno degli Stati Uniti del Nord ha messo in libertà tutti i prigionieri del braccio della morte perché potevano anche essere innocenti. In Canada ci sono state ben 4 persone che hanno scontato 20 anni di carcere e poi sono stati riconosciuti innocenti: in America sarebbero morti.

L’affetto e l’aiuto reciproco sembrano essere il sostegno delle donne in carcere nel suo romanzo. Questa solidarietà è una caratteristica delle prigioni femminili? ?
Secondo le mie ricerche le donne tendono a formare un’unità famigliare in prigione, si prendono cura l’una dell’altra, replicano il modello famigliare, non c’è violenza come nelle prigioni maschili. Viene sempre fuori il lato materno delle donne.

Ha scelto l’ironia e lo humour nero per parlare della vita in prigione: temeva di poter cadere nel sentimentalismo? ?
La buona scrittura è sul limite del sentimentalismo ma non scade mai nel sentimentalismo. La prigione è un luogo triste e patetico e non sono sentimentale verso la vita in prigione. Uso lo humour perché forse evito di scrivere dei sentimenti in profondità, forse non mi posso permettere di andare troppo nel profondo. Mi sembrava che lo humour nero fosse il tono giusto per parlare delle donne nel braccio della morte: lo humour, lo scherzo, è una maniera per entrare in contatto con gli altri.

L’altro filone della storia si svolge in Colombia e il ritratto che fa della Colombia è spaventoso, tra rapimenti, droga, commercio di organi. Perché la Colombia tra tutti gli stati dell’America latina? Ha vissuto in Colombia? ?
La vita è spaventosa in Colombia, la percentuale dei rapimenti è altissima. Ero stata avvisata di non andare in Colombia, ci sono andata ugualmente perché il mio secondo marito lavorava laggiù, era un narcotrafficante: in Colombia tutti, anche i giudici, sono coinvolti nel traffico di droga. Non è immorale e non è illegale, è semplicemente un commercio. Le donne sono usate come "muli" per trasportare la droga e hanno spesso la peggio. Ho sentito parlare tante volte di bambini morti il cui corpo veniva usato per nascondervi la droga, e ho sentito ripetere questa storia così tante volte che ho capito che era vera e veniva ritenuta normale. Ed è per questo che poi me ne sono andata dalla Colombia, perché non volevo che queste cose diventassero normali anche per me. E tuttavia, pur essendo un posto pericoloso, la Colombia è anche un paese eccitante. Devi stare sempre all’erta, ma la gente è molto viva. A me piace vivere in un luogo e scrivere di un posto lontano, vivere a Vancouver e scrivere della Colombia e viceversa: forse ho bisogno della distanza.

Cargo di orchidee è un romanzo d’avventura in chiave femminile. I personaggi sono per lo più donne e anche "i cattivi" sono donne… ?
E’ vero, ma all’inizio avevo dei personaggi maschili, poi le ricerche che ho fatto sui Signori della Droga mi hanno rivelato che si trattava piuttosto di donne, le Signore Bianche della cocaina, Las Blancas nel romanzo, e che potevano essere più spietate degli uomini. Nella scena del romanzo in cui la narratrice protagonista viene presa in ostaggio, il pilota dell’elicottero sarebbe dovuto essere un uomo, poi ho pensato, ’perché non una donna?’: le donne fanno tutto quello che fanno gli uomini.

Il suo romanzo trabocca di orchidee, l’orchidea all’occhiello di Angel, orchidee nel giardino della Vedova Nera, orchidee sulla bara del bambino: lo ha scelto perché è un fiore "crudele" e freddo?
Non so come sia successo che abbia usato l’orchidea come fiore dominante. Ed è vero che è un fiore crudele, ci sono delle orchidee che mangiano gli insetti. E mi piaceva il nome, lo trovavo poetico, potevo usarne il profumo per nascondere gli odori della morte, era un fiore che si poteva usare in diverse situazioni: poteva diventare una metafora per i personaggi che non sono come appaiono.

Emilia Pagliano


il Venerdì, 24.6.2005

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Quell’attrazione fatale della poetessa per i banditi

Ha sposato un narcotrafficante e poi un rapinatore di banche. Eppure Susan Musgrave è una delle più note autrici canadesi. Ora in Italia arriva un suo romanzo. Che somiglia tanto alla sua vita.

"Un giorno, alle medie, il preside mi chiamò per dirmi che se avessi continuato a marinare la scuola, frequentando brutti ceffi e scrivere poesie, avrei finito per fare un solo mestiere: la puttana. Ero una bambina solitaria e pensai: ’Impossibile. Non potrei mai lavorare con qualcun altro’
Aveva ragione lei. Susan Musgrave ha abbandonato la scuola a 15 anni, ha continuato a scrivere poesie e ad avere un debole per i malviventi (il suo secondo marito era un trafficante internazionale di stupefacenti; il terzo ha rapinato più di 140 banche a mano armata). Ed è diventata una delle più celebri poetesse del Canada: ha scritto svariate raccolte di versi, tre romanzi, libri per bambini, saggi, articoli, sceneggiature… Ricevendo premi e riconoscimenti vari. "Scrivere mi ha sempre salvato, forse dal carcere, forse dal suicidio," racconta al telefono dall’isola di vancouver, dove vive in una casa nel bosco, con le due figlie avute dai mariti fuorilegge.
"Il caos che è in me si sfoga nelle parole e si riordina sulla pagina". Il suo romanzo Cargo di orchidee, che ora Meridiano zero pubblica in Italia, è un racconto violento, agghiacciante, con tratti di inaspettata umanità e ironia, ispirato alla sua vita estrema. La storia è narrata in prima persona da una detenuta nel braccio della morte di un carcere USA. Condannata per avere ucciso suo figlio. Soprannominata "la regina della cocaina".
Com’è finita lì? Il ricordo di una vita disperata si alterna alla descrizione di una quotidianità assurda, in attesa dell’iniezione letale. Così riaffiora il matrimonio con un losco avvocato difensore dei signori della droga. La passione per un cliente del marito, un boss di un cartello columbiano: lei lo va a trovare in carcere e rimane incinta. Ma lui muore in un tentativo di fuga. Si apre il baratro: la protagonista è rapita dalla moglie del boss, che la tiene prigioniera in Colombia, in condizioni disumane, e la nutre di cocaina. Finché non è più in grado di badare al bambino nato dall’adulterio.
Fino a che punto il racconto è autobiografico, signora Musgrave?
"Non sono mai stata rapita, né condannata per omicidio… Ma il mio primo marito era un avvocato penalista. il secondo, narcotrafficante, un suo cliente. Il terzo, quello attuale, Stephen Reid, che ho sposato in carcere nel 1986, ha problemi di tossicodipendenza da quando a 11 anni è caduto nella rete di un pedofilo, che fino ai 14 lo ha riempito di morfina. Dunque invento, sì, ma i germi di ciò che scrivo vengono dalla vita. Creda a me: quanto a durezza, la realtà supera la fantasia."
Susan Musgrave è una donna che dice le cose come stanno. E come stanno le affronta. Le vicende della sua vita, intrecciata con quella di Stephen Reid, che negli anni Settanta fu uno degli uomini più ricercati dall’FBI come capo della Stopwatch Band, la Banda del Cronometro (rapine per 8 milioni di dollari), è stata ricostruita in un documentario della TV canadese CBC: La poetessa e il bandito. le loro sono esistenze ai margini.
Due studenti con una marcia in più, quanto a intelligenza: Susan nella cittadina di Victoria, sulla West Coast del canada, Stephen a Massey, nell’Ontario. Troppo svegli per accontentarsi di quel susseguirsi di giornate sonnolente in provincia: l’infanzia di lui è tosta, quella di lei è scontrosa. "Sono stata concepita sul battello da pesca di mio padre, in una notte di tempesta," ride Susan. "Da allora il mio elemento è il vento: più soffia, meglio sto. E come papà, che non sopportava le autorità, le imperfezioni e gli sciocchi, sono sempre a disagio tra la gente normale."
Infatti a 15 anni scappa. Come dall’altro capo del Canada scappa Stephen. Sono gli anni Sessanta, quelli del movimento hippy: i due si sfiorano, senza incontrarsi, in un "raduno dell’amore" nel parco di vancouver. "Mai fumato una sigaretta, prima, mai bevuto alcol, " racconta Susan. "Ho esordito con l’LSD." Tanto da essere ricoverata, un anno dopo, in un ospedale psichiatrico, dove l’unico sollievo è scrivere versi. Che finiscono nelle mani di un celebre poeta canadese, Robert Skelton: è lui a tirarla fuori di lì e a metterla in contatto con un editore. A 16 anni Susan, bellissima con tutte le sue poesie, debutta sulla scena letteraria canadese: quelle sue immagini di repressione e violenza cominciano a renderla sempre più famosa.
Come famoso diventerà Stephen. Lui finisce la prima volta in carcere a 16 anni, per spaccio. "Mesi e mesi tra i criminali veri: ero il più giovane lì," racconta. "Da tossico disperato mi sono trasformato in bandito temibile." Presto è riacciuffato per rapina. Evade. Con altri due balordi organizza il più grande furto d’oro della storia canadese, quello che battezza la Banda del Cronometro. ma dopo un anno è di nuovo dietro le sbarre.. per poco: evade ancora, come i suoi complici. I tre varcano la frontiera e giù a rapinare banche statunitensi. Colpi perfetti, via col bottino in due minuti, senza sparare un colpo. Vita da nababbi per anni. Finché un riciclatore di denaro sporco non li tradisce.
Intanto Susan si è trasferita su un’isola delle Queen Charlotte Islands, sedotta dalla natura selvaggia e dagli schizzati che vivono laggiù. Il suo primo romanzo, dichiaratamente autobiografico, narra la fuga da un amore violento nell’inquietante foresta dell’isola. Tornata sulla terraferma, sposa un avvocato, ma il matrimonio dura poco. È il 1979 quando una barca partita dalla Colombia e diretta in Alaska è costretta a fare scalo sulla costa canadese per un’avaria al motore. La polizia trova a bordo 33 tonnellate di marijuana. E il marito di Susan un nuovo cliente: Paul Nelson, responsabile di quel traffico. Lo difende e riesce anche a farlo scagionare contro qualsiasi evidenza. Mal gliene incolse: durante i festeggiamenti per la sua assoluzione, Susan annuncia al marito che seguirà Paul in Colombia. L’idillio dura due anni: lei scrive, lui continua a lavorare nei "trasporti", si fa per dire. Si sposano e nasce Charlotte. Ma nel 1982 Paul viene arrestato.
E più o meno contemporaneamente viene acciuffato anche Stephen, a molti chilometri di distanza, in USA. È condannato a 42 anni in un carcere di massima sicurezza ed estradato in Canada. Dove ormai, sola con Charlotte, è tornata anche Susan, a comporre versi e lavorare per le case editrici. Stephen racconta: "Chiuso in quel luogo terrificante, decisi di metter su carta la mia vita: quella che non risultava dagli atti processuali. Iniziata quando quel pedofilo mi rubò il futuro." Un criminologo fa finire il manoscritto sulla scrivania di Susan.
"Non sognavo certo un altro marito dietro le sbarre, ma sono rimasta sedotta dal suo protagonista: commovente, con una straordinaria dignità," racconta lei oggi. "Credo ci si innamori di chi incarna le parti più segrete e inammissibili di noi stessi." Per mesi i due si corteggiano nella sala colloqui e infine si sposano nella cappella del carcere. Quando Stephen ottiene la libertà vigilata, costruiscono una casa intorno a un grande albero, in un bosco dell’isola di Vancouver, e nasce Sophie. Non solo: il racconto della vita di Stephen, Jackrabbit Parole, diventa un bestseller.
Ma la quotidianità è insidiosa. Susan ormai è celebre, pubblica un libro dopo l’altro, interviste, articoli. Stephen stenta a scrivere il suo secondo romanzo. E torna a drogarsi. Di brutto: eroina, cocaina, alcol. "Riuscivo solo a tenerlo in vita. A stento," spiega lei. "Vivere con un tossico è come piombare in un vortice. La forza? La trovavo nella sua dolcezza di padre affettuoso, marito fedele, amante garbato, amico generoso. Ci può essere molta umanità anche nei criminali. Un paradosso? La vita ne è piena: ci può essere molta crudeltà anche in chi cerca di raddrizzarli." Tirano avanti dieci anni. Finché Stephen non rapina un’altra banca. Un colpo mal fatto, quando è fuori di testa: per la prima volta arriva a sparare. È un caso che non ci siano vittime: gli danno 18 anni di reclusione. Oggi è dentro da 6. "Dopo aver distrutto tutto il resto," commenta Susan, "deve aver cercato di distruggere anche la sua antica immagine di bandito scaltro."
Lei aspetta il suo ritorno?
"Non sono il tipo. So che è inutile: le cose non sono mai come te le aspetti." Ha rimpianti? "Uno solo: non aver prestato abbastanza attenzione ai cartelli che indicano ’direzione vietata’."

Antonella Barina


angolonero.blogosfere.it, 17.1.2006

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Susan Musgrave, in che misura il libro Cargo di orchidee è autobiografico e legato alla sua vita?
Difficile da dire. Ogni autore vive con i suoi personaggi una relazione talmente intensa che alla fine non è facile scindere cosa è realmente accaduto da cosa è successo solo nella mente.
Quando scrivo mi documento tantissimo: per questo libro, ad esempio, ho letto molte interviste sulla vita delle donne nelle carceri. Ho scoperto così che le donne in carcere perdono tutto: non possono nemmeno mettere il deodorante. Ogni mattina stanno con le braccia alzate contro le inferriate della cella e una secondina passa a spruzzare il deodorante. Questo genere di dettagli, di cui noi che siamo fuori ignoriamo l’esistenza, mi ha colpita profondamente.
Un’altra cosa che ho potuto notare è che rimane ferma, nell’immaginario collettivo, l’idea che la donna sia portatrice di vita e non di morte. Pertanto, se una donna rinchiusa nel braccio della morte afferma di voler morire, intervengono i movimenti femministi, o i movimenti contrari alla pena di morte, a invocare per lei l’infermità mentale, semplicemente perché si rifugge dall’idea che la donna possa desiderare la morte.
Quando sono stata in Colombia ho potuto vedere in che modo le donne vengono "usate". Nel mondo del crimine colombiano ci sono donne molto potenti e, anche se non arrivano a diventare famose come gli uomini, ho notato che le donne che occupano una posizione elevata nella gerarchia del crimine divengono ancora più spietate. Da queste considerazioni è nata Consuelo de Corazón, una degli spietati personaggi del mio libro. Le donne in Colombia sono povere: è stato uno shock per me, canadese, scoprire la vera povertà e capire che ci sono posti dove la gente farebbe qualunque cosa pur di guadagnare il necessario per sopravvivere. Anche nascondere la droga nella bara del proprio figlio, se necessario. Ma devo anche dire che ci si abitua a tutto: dopo aver abitato per due anni in Colombia ero arrivata a pensare che queste cose fossero "normali". La guerra alla droga, così come la guerra in Irak, è stata inutile.
Leggendo il libro, si ha la sensazione che le donne "dalla parte giusta" siano le più crudeli, e al contrario che le carcerate siano più umane.
Cerco di non creare personaggi solo buoni o solo cattivi, perché in ognuno di noi c’è un po’ di tutto. La mia esperienza viene dal fatto che mio marito (Stephen Reid, n.d.r.) è stato ed è attualmente in prigione. Non è facile riuscire a scorgere barlumi di umanità in coloro che lavorano nel sistema: io ho visto solo crudeltà, amarezza e rabbia, senza alcun tipo di correttivi.
Lei ha sempre scritto poesia. Come si è trovata a scrivere un romanzo?
Scrivo poesia da quando ero giovane. Il passaggio alla prosa è stato quasi automatico. Nel processo di riscrittura tento sempre di scrivere in modo da dare più spazio al lettore. Questo perché da lettrice so che esistono libri assolutamente incomprensibili: ad esempio Il paziente inglese è un film meraviglioso, ma il libro da cui è tratto è illeggibile.
Quali sono gli autori che lei ama?
Per poter scrivere ho bisogno di leggere molto. Mi vengono in mente alcuni nomi: qualcosa di Jeffery Deaver, che ha cambiato il mio modo di vedere i best sellers. Leggo volentieri anche James Lee Burke e John Connolly. Mi piacciono i libri indipendentemente dal genere, non sopporto le categorizzazioni. Parlando del successo commerciale dei libri, mi sarei sentita fallita se il mio libro avesse ottenuto il successo di Harry Potter.
Come autrice canadese, si sente rappresentante di una minoranza "schiacciata" dalla letteratura americana?
Anche se non è facile avere un vicino così "ingombrante", il Canada è una nazione a parte, e credo che la gente se ne sia accorta anche per via della nostra politica estera, che è così diversa. Da una ventina d’anni il Canada ha una sua autonomia e una sua identità.
La protagonista di Cargo di orchidee non ha un nome. È una precisa scelta?
Per poter dare un nome a qualcuno, devi conoscerlo meglio di te stesso. Non riuscivo a pensare al nome giusto, nessun nome sembrava funzionare, quindi non gliel’ho dato. È difficile, quando l’io narrante non ha un nome, perché nessuno può chiamarla. Ma sono sicura che prima o poi mi verrà in mente il nome giusto.

Alessandra Buccheri


www.carmillaonline.com, 10.12.2005

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Cargo di orchidee dell’autrice canadese Susan Musgrave è un libro forte che, come mi ha consigliato il suo bravo traduttore, va letto in modo emozionale. Perchè sfugge alle facili schematizzazioni e al moralismo. E’ un libro che non si digerisce facilmente perchè urta la sensibilità: l’autrice e la sua storia personale si pongono a conferma della veridicità del romanzo impedendoci di giudicarlo come semplice parto di una iperbolica fantasia (e d’altra parte Questa storia è vera recita la prima pagina)
E’ intollerabile che la protagonista si ritrovi senza la minima avvisaglia morale ad amare un uomo detenuto in un penitenziario di massima sicurezza senza percepirne in anticipo la malvagità ed assista come narcotizzata a rese dei conti carcerarie tra componente afro-americana (le cosiddette Posse) e narcos. L’inettitudine morale della protagonista è riscattata però da subito: la profondità umana della voce narrante infatti è proprio la sua, ma vent’anni dopo, dal braccio della morte. Che il suo destino sia quello di attendere lo scorrere del tempo nella Clinica della morte del Penitenziario femminile di Paradise Valley, è esplicitato dalla prima pagina: ogni mattina mi sveglio e affronto un giorno già vecchio, inquadrato, un materasso sottile, un cuscino segnato dal pianto.
La grandezza di Susan Musgrave si misura proprio qui, nel racconto grottesco della vita carceraria della voce narrante e delle sue due compagne, Frenchy e Rainy: il loro microcosmo affettivo appare un mondo di equilibrio e senso contro la follia surreale di regole e norme fatte per torturare il carcerato oppure per assecondare e bladire la mente malata della società americana. Sia chiaro: non c’è sottovalutazione del destino proprio, ma c’è uno humor nero e caustico fatto per sopportare e sopravvivere fino all’appuntamento. Quelli che dipinge qui la Musgrave sono i ritratti insomma di una umanità dolente che chiederebbe un po’ di pietà, di una umanità che ha già molto sofferto (a me hanno ricordato quelle donne di Toni Morrison perdute in qualche tipo di equilibrio e compensazione, assorbite furiosamente dal bisogno di amore, aggrappate a sè e ai propri dolori come bambini da cullare).
Due terzi del racconto sono la storia della voce narrante e di come, accusata di infanticidio e di traffico di stupefacenti, sia finita nel braccio della morte. Le vicende si avvitano in un girone infernale colombiano, l’isola di Tranquilandia, dominio personale della Vedova Nera e del gruppo guerrigliero femminile detto Las Blancas. L’esperienza della protagonista si arricchisce qui di passaggi cruciali, la nascita del figlio, la propria cattività, la tossicodipendenza. Il suo sguardo talvolta inebetito, talaltra terrorizzato, si posa su una malsana umanità abbrutita dalla povertà, dai deliri di potere, dall’abuso in cui proprio le donne hanno la parte delle aguzzine e delle carnefici ed in cui più che il disordine civile può il sadismo come forma di empatia. Simbolo di marciume e putrescenza umana, le orchidee invadono il paesaggio, lo avvolgono di seduzione e voluttà, inebrianti ma, appunto, menzognere. Non a caso i nomi stavano lì a mo’ di monito: Consuelo, Angel Corazón, Tranquilandia.
Smontata insomma la figura romantica del bandito, la Musgrave ci sfida a giudicare le debolezze dei suoi personaggi, delle nostre idiosincrasie attraverso le loro, della nostra capacità di sopravvivere e dei nostri poveri sotterfugi quotidiani attraverso il coraggio di questo inno al perdono. Contro ogni giustizialismo.

Giulia Gadaleta


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Scritto in uno stile sensuale, viscoso come i petali umidi di un fiore che gronda umorismo avvelenato, Cargo di orchidee è un romanzo che sa giocare con le parole, e sa manovrare le emozioni in tutta la loro crudele ricchezza. Mentre lancia un accorato appello contro la barbarie della pena di morte, l’opera parla di voluttà e disperazione, di abbandono e maternità, di erotismo e dipendenza.Una poeticità densa, a volte disturbante, tra le cui pieghe si disegna lentamente un intreccio imprevedibile.
La storia si apre tra gli orizzonti ristretti di un penitenziario femminile degli Stati Uniti. Una scrittrice tenta di vivere con intatta dignità i propri giorni, anche se non è sempre facile per una detenuta del braccio della morte. Gravata dalla terribile accusa di aver ucciso il proprio figlio. Per lei e per le sue compagne di prigionia, Rainy e Frenchy - le "due migliori amiche che ha sempre sognato di non avere" -, l’ironia è una tecnica per ritrovare l’umanità di fronte al comune destino che le attende.Ma ecco che l’inquadratura si allarga, e dalla penna della donna sgorga la storia che l’ha portata fino a lì. Il passato, il suo lavoro di traduttrice. Una visita al carcere di Vancouver, e l’amore improvviso per Angel, membro di un noto cartello della droga sudamericano. Rimasta incinta di lui in un furtivo incontro tra le mura del carcere, viene fatta rapire dalla moglie e tenuta in ostaggio su un’isola al largo della Colombia. Ben presto diventano chiare le motivazioni che hanno spinto la famiglia a "rubare" quel bimbo non ancora nato, e per lei non resterà che tentare una fuga disperata… È una narrativa di ampio respiro, quella di Susan Musgrave, che con ritmo adrenalinico riesce a tenere insieme tematiche complesse come la colpa, la punzione, il carcere. Per fonderle in ultima istanza in un’invocazione, che è insieme un inno alla vita e al dolore.


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Il libro dell`anno!

A volte i libri sono piccoli segreti che si tramandano di mano in mano come piccoli oggetti preziosi. Quello che vorrei consigliarvi oggi è un libro raro e bellissimo che ho scoperto quest’estate: un romanzo scritto da una donna, con la pazzia e la crudeltà, la poesia e l’acutezza che solo il nostro sguardo sa avere!

Susan Musgrave, scrittrice e poetessa canadese dalla vita turbolenta come un romanzo (nella vita ha sposato il capo di una banda che ha rapinato 140 banche!), racconta in una sorta di diario la fiaba crudele di una condannata a morte senza nome, e delle sue due compagne di carcere, "le due migliori amiche che non avrebbe mai voluto incontrare": Rainy, magra e smunta, i cui occhi hanno perso tutto il colore perché si è sciolto nelle lacrime, e Frenchy, dura e ostinata, con il suo strano neo di bellezza al contrario, bianco sulla pelle scura.
Le tre donne, in attesa di venire giustiziate per aver assassinato i loro rispettivi figli, rivelano pian piano i dolori profondi e cupi che la vita ha riservato loro, e la protagonista descrive la sua folle avventura che l’ha portata lì, partendo dal Canada fino all’esotico sud America: l’amore per un pericoloso narcotrafficante, signore della cocaina, il desiderio di un figlio mai avuto, la cocaina che scorre come un fiume bianco, quando un grammo è troppo, un chilo troppo poco... una vita come tutte le altre che si trasforma d’un tratto in una incredibile serie di disavventure e prigionie solo per aver varcato una soglia sbagliata, per aver preferito il desiderio morboso del ventre d’orchidea all’intollerabile ripetitivo grigiore dei giorni. Una storia che pur essendo surreale e insolita, parla di tutti noi, di come le nostre scelte di oggi influenzeranno per sempre la nostra vita.
Inutile soffermarsi ancora sulla trama: bisogna solo gustare parola per parola questo romanzo che ha richiesto all’autrice ben otto anni di lavoro. Ma la meraviglia è che dietro a un libro così elaborato c’è un semplice, perfetto romanzo di avventura dal sapore di volta in volta esotico, erotico, cupo, feroce, ironico, sorretto anche nei momenti più sadici ed efferati da un filo invisibile di magia e di delicata e pericolosa speranza.
Insomma, un capolavoro modernissimo e alla portata di tutti, e allo stesso tempo una pietra preziosa per pochi fortunati lettori (per leggerlo bisogna prenotarlo in libreria, e quindi sapere che esiste: ma voi adesso lo sapete!), da leggere, rileggere, donare a chi saprà meritarla...
Io spero di aver donato questa gemma oggi a voi che siete i miei amici di web.

Evelyn


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L’autrice
Susan Musgrave, enfant terrible della letteratura canadese, è nata nel 1951 in California, ma è cresciuta a Vancouver e in seguito ha vissuto per lunghi anni in Irlanda, Inghilterra, Panama e Colombia. Ha pubblicato più di 20 libri, tra poesia, romanzi, letteratura per ragazzi e saggi, vincendo il Tilden Award per la poesia e svariati altri premi. La sua vita è cambiata nel 1980, quando ha conosciuto, mentre era incarcerato, il bandito e scrittore Stephen Reid (alla coppia la CBC ha dedicato un famoso documentario, The Poet and The Bandit, la poetessa e il bandito) che poi ha sposato nel 1986, e da cui ha avuto due figli. Alla stesura di Cargo di orchidee, opera intensamente impregnata di autobiografia, ha dedicato quasi otto anni di sofferta e quotidiana scrittura.

Susan Musgrave
La poetessa e il bandito

Scritto in uno stile disincantato, punteggiato di un umorismo al vetriolo, Cargo di orchidee è un romanzo che sa giocare con le parole, e sa manovrare le emozioni in tutta la loro crudele ricchezza. Mentre critica spietatamente quella barbarie di Stato che è la pena di morte, ci parla di voluttà e disperazione, di abbandono e maternità, di erotismo e dipendenza. Una prosa intensa, ’fisica’, di una densità a volte provocatoria, tra le cui pieghe si disegna un intreccio imprevedibile. La storia si apre tra gli orizzonti ristretti di un penitenziario femminile degli Stati Uniti. Una scrittrice tenta di vivere con intatta dignità i propri giorni, anche se non è sempre facile per una detenuta del braccio della morte. Soprattutto se gravata dalla terribile accusa di aver ucciso il proprio figlio. Per lei e per le sue compagne di prigionia, Rainy e Frenchy – le "due migliori amiche che ha sempre sognato di non avere" –, l’ironia è una tecnica per ritrovare l’umanità di fronte al comune destino che le attende, la risata una forma di riscatto dall’umiliazione di una fine programmata a tavolino. Ma ecco che dalla voce della donna sgorga il racconto di ciò che l’ha portata fino a lì. Il suo lavoro di traduttrice, una relazione insoddisfacente. Poi durante una visita al carcere di Vancouver, una passione improvvisa, carnale per Angel, boss della droga sudamericano. Rimasta incinta di lui in un furtivo incontro tra le mura del carcere, viene fatta rapire da Consuelo, che non è solo la moglie di Angel, ma anche il capo di un temutissimo gruppo di narcoguerrigliere colombiane. Dopo un rocambolesco percorso attraverso la Louisiana e il golfo del Messico, si ritrova sequestrata su un’isola caraibica, dove è spinta all’abuso di cocaina. Ben presto diventa chiaro perché Consuelo ha voluto ’rubare’ quel bimbo non ancora nato…

Intervista di Claudia Bonadonna

Una trama intrecciata di autobiografia, quella di Cargo di orchidee. Quanto conta la sua vita al limite a fianco del bandito e scrittore Stephen Reid nella "pubblicità" della sua scrittura?
Vorrei poter dire nulla, ma ovviamente non è così. La gente mi legge perché sono in qualche modo un personaggio. E’ una cosa di cui sono perfettamente consapevole e che accetto. In fin dei conti qualsiasi ragione spinga il pubblico verso il mio romanzo è buona. Certo, a volte mi intristisce il pensiero che venga posta più attenzione su di me che sulle mie pagine, perchè sulla scrittura ho fatto un grande investimento. Emotivo, esistenziale… professionale, perfino. Ma viviamo in un mondo che coltiva il culto della personalità e certe cose difficilmente possono essere cambiate. Mi consolo sapendo di aver lavorato duramente su questo così come su tutti gli altri miei libri. Di amare la scrittura comunque e al di sopra di ogni cosa...

La sua protagonista, volutamente senza nome, è uno strano miscuglio di forza e tenerezza…
In questo sono molto io. Sono sempre stata in lotta con la vita e ho sempre cercato di non esserne sopraffatta, di mantenere uno sguardo puro… tenero, direi, nei confronti delle cose. Ho vissuto situazioni impossibili, a volte pericolose, a volte difficili, a volte soltanto ridicole, spesso chiedendomi come avrei fatto a venirne fuori. Eppure eccomi qua, con la forza che mi dicono di avere ma anche con tutte le mie fragilità, i dubbi, le difficoltà… i motivi troppo labili per cui alzarmi dal letto certe mattine… Ecco, credo che proprio questo sia il fondo psicologico che muove i miei personaggi: una sorta di insopprimibile slancio vitale che li spinge ad andare sempre avanti, a sporcarsi le mani, ma anche a mantenere un fondo di morbida schiettezza. Sono troppo simili a me e alla mia vicenda? Ma un tocco di realismo, di umanità vera, è sempre necessario… è bello lasciare un po’ di vita nella letteratura…

Buona parte della vicenda si svolge in carcere, nel braccio della morte, insieme alle amiche-nemiche Rainy e Frenchy…
Ho fatto molte ricerche sulla vita nelle prigioni, ho intervistato detenuti e letto molti romanzi di argomento carcerario. Soprattutto mi interessava raccontare l’aspetto de-umanizzante dell’istituzione: i ritmi impossibili di vita e convivenza, la cancellazione di qualsiasi forma di dignità, la deprivazione emotiva e sensoriale… E dunque la disperata necessità dei detenuti di ricercare legami "vitali", legami che fuori non sarebbero neanche pensabili. Così, nel libro, queste tre donne si ritrovano a condividere un’intimità nuova e straniante… tre donne che in qualche modo - forzosamente, perversamente - si confortano e si completano… che diventano una la controparte dell’altra…

Il romanzo è anche un’esplicita denuncia contro la pena di morte…
Sì, lo è. E questo ha causato qualche problema in America, dove è stato bollato come strettamente antiamericano. La cosa in effetti non mi dispiace, amo le storie controverse e mi sarebbe dispiaciuto se di questo romanzo si fosse detto che era solo un noir o una commedia nera. Quello che tollero meno è la tendenza del pubblico e dei critici americani a scegliere un’etichetta che elimina tutte le altre e condanna un testo ad un’unica prospettiva - in questo caso appunto quella dell’antiamericanismo. In Australia, per esempio, non c’è stata questa percezione; né in Italia, dove il dettato letterario è stato considerato al pari dell’impegno di denuncia…

Ha detto di aver fatto un investimento "professionale" sulla scrittura. Quali percorsi di formazione, allora? quali fonti?
Citerò tre autori e tre libri che ho molto amato: il Coetzee di Aspettando i barbari, Amatissima di Toni Morrison e la raccolta Being Dead del poeta inglese Jim Crace. Di loro adoro l’uso perfetto della lingua, la scrittura letteraria ma toccante… Intendiamoci, non sono una purista della forma. Mi piacciono le trame ben svolte e i personaggi avvincenti - anche in senso negativo. Spesso sono proprio queste le cose che ti legano alla pagina, che ti stimolano ad andare avanti. Ad un romanzo però chiedo qualcosa di più di un colpo di scena ogni tanto. Chiedo lo stesso che alla poesia: una scrittura imprevedibile, che insegni a vedere il mondo in un altro modo…

Prosa e poesia, dunque. Territori che lei ha frequentato in egual misura. Con quali differenze?
Lascio che la poesia racconti la mia parte più oscura e liquida, mentre nei romanzi abita la me stessa più estroversa e ironica, o anche semplicemente quella più arrabbiata e impegnata verso l’esterno. Verso le riflessioni sociali, per esempio, che mai mi permetterei di trattare in una poesia. E poi esiste la me stessa scrittrice di articoli e recensioni. Quella che si permette di ridere dei canoni e dei colleghi e che combatte con le date di consegna!


stradanove, 23.7.2005

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Dal braccio della morte

Sono le orchidee il simbolo dominante del romanzo fortemente autobiografico della scrittrice americana Susan Musgrave, che attualmente vive a Vancouver. Un fiore a cui associamo un’idea di bellezza e di crudeltà predatrice nascosta nella sua esplosione di colore: trabocca di orchidee il libro della Musgrave, un’orchidea è appuntata all’occhiello di Angel Corazón, il signore della droga di cui si innamora la protagonista che racconta la storia dal Braccio della Morte di un penitenziario femminile; coltiva mille varietà di orchidee la Vedova Nera che dirige le operazioni del traffico della polvere bianca da Tranquilandia, isola al largo della Colombia; quando la narratrice è incinta del piccolo Angel, il suo è un "ventre di orchidea", e infine, nell’atto conclusivo, è coperta di orchidee la bara che contiene il corpicino straziato di un innocente e nasconde qualcos’altro.
Quando si dice il destino di una vita: è attraverso Carmen de Corazón, di cui ha tradotto il libro sulla sua esperienza come prigioniera di un gruppo di guerrigliere narcoterroriste, che la protagonista conosce e sposa l’avvocato difensore dei fratelli Corazón, arrestati per traffico di droga, incontra in carcere Angel Corazón, fa l’amore con lui e ne aspetta il figlio. Angel muore durante un fallito tentativo di fuga e lei viene rapita dalla moglie di questi, la spietata Consuelo di cui si dice, "sfrega un fiammifero sull’anima di Consuelo, non batterà ciglio". Perché quello che Consuelo vuole è il figlio che lei non ha mai avuto e che è figlio di suo marito, per crescerlo a Tranquilandia e farne il niño del narcotraffico.
E così, con le differenze del caso e con la reclusione e la condanna finale, la protagonista si trova a rivivere la storia che aveva tradotto nel libro di Carmen e che, nel racconto, si alterna fra il presente in cella, in attesa dell’esecuzione della condanna, e il passato, chiusa in un’altra cella che è una stanza di un albergo fatiscente, in attesa di partorire. E poi ancora segregata in una gabbia dorata, dopo la nascita del bambino, nutrita a cocaina, tenuta prigioniera dalla donna che ha la morte degli altri e il denaro come ragione di vita e che – ironia finissima – abbina un nome e un cognome, Consuelo Corazón, che smentisce con ogni suo atto e ogni sua parola.
È l’ironia, un humour caustico che riesce a rendere divertente una storia di morte, la cifra del romanzo di Susan Musgrave che, nella vita, ha sposato il bandito e scrittore Stephen Reid, conosciuto in carcere. Ed è difficile dire se leggiamo con più piacere le parti in cui narra delle giornate in prigione e dell’amicizia con le altre due donne che fanno con lei il conto alla rovescia di quanto resta loro da vivere o quelle più avventurose del rapimento, della dipendenza dalla droga, dello strazio di dover abbandonare il figlio.
Durissima la posizione contro la pena di morte (certo, una delle sue compagne aveva messo i due figli sulle rotaie di un treno in arrivo, ma che poteva fare per quei gemelli siamesi che soffrivano e che lei non aveva i soldi per far operare?), altrettanto dura e colma della disperazione che si prova davanti ad una situazione irrisolvibile la descrizione della realtà colombiana, della miseria che porta i bambini a diventare giovani sicari, se non sono finiti prima nelle mani di trafficanti di organi. Eppure, con tutta la sua crudezza, un libro straordinariamente poetico.

Marilia Piccone