Il Quai des Orfèvres, quartier generale della polizia e del commissario Maigret a Parigi, suscita nostalgia per gli sceneggiati in bianco e nero con Gino Cervi, e i bistrot avvolti dal fumo delle Gitanes. Anche nel libro di Pagan le sigarette sono protagoniste, ma la Parigi dellispettore Calhoune è dura, fredda, notturna. Storia di droga e di completti distruttivi, con il protagonista sullorlo di una discesa agli inferi, Dead End Blues usa la città come scenografia appena accennata, eppure indispensabile al senso della storia.
Luciano Del Sette
Buscadero n. 219, dicembre 2000 |
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Se lanteprima di Dead end blues del mese scorso (unesclusiva: ogni tanto qualche scoop lo facciamo anche noi) vi ha intrigato, questo è il libro di cui dovete occuparvi. Nato in Algeria nel 1947, già nelle piazze parigine nel maggio 1968 poi ispettore di polizia, Hugues Pagan è diventato narratore dal 1982, anno della pubblicazione di La mort dans une voiture solitaire: da allora ha scritto una dozzina di romanzi e, al centro della sua produzione, Dead end blues. Un personaggio da scuola dei duri che usa il noir per attraversare e scandagliare un mondo marginale, grigio, cupo, quasi sempre senza speranza. Probabilmente, cè un po di autobiografia anche in Dead end blues, romanzo che sfodera tutti gli strumenti classici del noir: una donna decapitata, un ispettore portato alla riflessione metafisica, una città che sembra vivere di vita propria. Una vecchia chitarra, i Led Zeppelin ascoltati in un walkman, qualche citazione sparsa sono forse elementi in più, ma la differenza in Dead end blues non la fanno loro. Nella narrativa di Hugues Pagan infatti non cè solo noir o blues, ma anche una sana e ruvida vena polemica che gli garantisce una credibilità che va ben oltre il senso della storia e della trama. Si legge nel bel mezzo di Dead end blues: "Non si vogliono mai ammettere certe cose evidenti, naturali e inevitabili, come il fatto, per esempio, che il giorno cede sempre il posto alla notte, che se ne sta lì in agguato e appena può dilaga dappertutto; o che un mondo deve morire perché ne nasca uno nuovo, di colori più allegri; o che un giorno si finirà per privatizzare anche la polizia, come già si discute a proposito delle prigioni: perché, ci piaccia o meno, lo stato ormai non serve che da tirapiedi alle multinazionali e ai signori della guerra, che sono gli stessi che hanno in mano il potere economico"; Insomma con Dead end blues potrebbe cominciare la scoperta di un nuovo narratore noir francese, e Hugues Pagan ha tutte le caratteristiche per affermarsi anche oltre il confine come è già successo per Jean Claude Izzo (con il quale ogni tanto ha più di un punto di contatto). Dovesse diventare un fenomeno delle stesse dimensioni saremo i primi a festeggiare, così come siamo stati i primi a scoprirlo.
Marco Denti
la Provincia, 4.2.2001 |
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Unumanità divorata dal male di vivere nellultimo noir di Hugues Pagan
Lultimo blues dello sbirro senza speranze
Hugues Pagan è stato uno sbirro per molti anni. Un poliziotto duro, tosto, alle prese con le bande criminali della periferia parigina. A differenza di altri suoi colleghi indossare una divisa era stata una scelta.
Laureato in filosofia e con un passato nel movimento del maggio francese, Pagan rappresentava indubbiamente uneccezione. Secondo il suo editore la ragione di scelte tanto contraddittorie nasce dal fatto di essere un pied noir, un francese dAlgeria costretto a tornare in una patria che lui non riconosce come propria terra. Uno sradicamento che ha provocato unirrequietudine di fondo che ha sempre caratterizzato la sua vita. Ora ha scelto di dedicarsi totalmente alla letteratura. E gli amanti del noir non possono che esserne felici.
La casa editrice padovana Meridiano Zero ha pubblicato uno dei suoi migliori romanzi. Dead End Blues. Il titolo è quello di un pezzo di blues che fa da colonna sonora a tutto il romanzo. "Di tanto in tanto si guadagna. Di tanto in tanto si perde. E si è sempre tristi uguale". La scrittura di Pagan riflette la malinconia dei versi della canzone che invade i personaggi, la città, la notte, la solitudine il tempo che passa inesorabilmente, gli amori impossibili. Ma come in tutti i noir che si rispettano la scrittura diventa a tratti incalzante e tesa svelando lintreccio con sorprendente realismo. Il personaggio che narra la storia è un ispettore di polizia. Alle spalle ventanni di carriera e di fronte la prospettiva di essere espulso per un assurdo "vizio di forma" commesso durante un arresto. Lo sbirro degli "affari interni che lo vuole rovinare è una donna bella e crudele. E soprattutto è la vecchia fiamma dellispettore. Lui allinizio non comprende il motivo ma è troppo occupato in unaltra faccenda per pensarci.
Qualche giorno prima un suo vecchio amico e collega gli aveva proposto un colpo milionario: derubare un corriere della droga. Lui aveva rifiutato e aveva tentato di dissuadere laltro. Lamico tenta la rapina ugualmente e il suo cadavere viene ritrovato con le ossa spezzate. Lispettore inizia allora la sua ultima indagine. Spinto più dalla curiosità che dal senso del dovere arriverà a scoprire un giro di corruzione allinterno della polizia che avrebbe preferito ignorare.
Né innocenza né innocenti dunque, i personaggi di Pagan soffrono di un mal di vivere che li divora lentamente come un cancro, lasciando li moralmente morti. Lo stesso personaggio assiste impassibile alla distruzione della sua carriera e della sua vita, solo perché non ha più nulla in cui credere. Nemmeno lamore incondizionato di una donna, una prostituta di lusso, riuscirà a scuoterlo. Sullo sfondo una Parigi crepuscolare e indifferente attraversata dallumanità senza pace dei marginali.
Pagan ha scritto questo bel romanzo undici anni fa, eppure sembra dato alle stampe appena ieri per la straordinaria capacità dellautore di sviluppare la trama in una realtà così vera da perdere la dimensione del tempo. Al di là della scrittura di ottima qualità la fortuna di Pagan sta nel connubio di due grandi esperienze di vita: la polizia e gli studi di sociologia. Il lettore avverte che quello che sta leggendo non è un mero frutto della fantasia ma affonda le radici nel vissuto dellautore. Una caratteristica che oggi fa la differenza. È finito il tempo dei giallisti che ambientavano trame in luoghi che non avevano mai visitato. La gente ha ormai un rapporto quotidiano con il crimine nel senso che anche se non lo subisce attua comportamenti di difesa. E quando legge un romanzo poliziesco pretende storie e personaggi credibili.
Massimo Carlotto
conversazioninoir.blogspot.com, 12.9.09 |
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Arriva in Italia Diamante 13, il film con Gerard Depardieu e Asia Argento tratto dal libro dello scrittore francese Hugues Pagan (In Italia il prossimo 11 ottobre al festival La passione per il delitto di Monticello Brianza, vedi post precedente) tradotto in Italia con il titolo Dead End Blues. Il film già uscito in Francia sembra un thriller classico: azione, tensione e morte. Da scoprire quanto del claustrofobico universo notturno di Pagan, che costruisce sul protagonista un personaggio metafisico, che sprofonda verso un abisso di sfiducia e disillusione, il corpulento Depardieu e la fascinosa Asia sapranno riproporre. Di certo il romanzo è uno dei polar più classici, con le atomosfere notturne, le riflessioni esistenziali del protagonista-poliziotto, le Camel fumate con sottofondo di blues. Atmosfere che, in genere, difficilmente i film riescono a riportare nella loro completezza perché è la mente del poliziotto prima e oltre lazione, la vera molla, il cardine a cui ci si attacca lungo una trama dove i morti contano più dei vivi.
cinemadadenuncia.splinder.com, 15.10.09 |
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Parigi, dicembre. Allontanato dal reparto investigativo in seguito a una sparatoria costata la vita a un criminale, un ispettore di polizia senza nome (non viene mai designato nel corso del libro) è stato assegnato alla Notte. Qui, seguito e fiancheggiato dalla fedele Léon, compie il suo dovere con disillusa efficienza, andando a raccattare cadaveri decapitati sullasfalto e affrontando rapinatori disperati armi in pugno. Ma una mattina, rientrato a casa dopo il turno allUsine (lOfficina: la polizia in gergo interno), trova ad aspettarlo il vecchio amico e collega Franck che gli propone un colpo milionario: intercettare una macchina imbottita di dollari necessari allacquisto di una partita di droga.
"I soli sentimenti che luomo sia mai stato capace di ispirare al poliziotto sono lambiguità e la derisione
": questa citazione di François-Eugène Vidocq non si trova in Dead End Blues, ma è la didascalia iniziale di Un flic (Notte sulla città, 1972), lultimo film di Jean-Pierre Melville. Ebbene, se il commissario Edouard Coleman di Un flic avesse scritto un libro, questo sarebbe senza possibilità di errore Létage des morts ("Il piano dei morti": titolo originale del libro di Pagan che, come si legge in nota a pagina 15, "è una sorta di anagramma fonetico di état-major, ed è la denominazione corrente usata dai poliziotti parigini per il quartier generale della polizia giudiziaria").
Primo atto di una trilogia noir che proseguirà con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993) e si concluderà con La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant lautoroute, 1997), Dead End Blues è infatti il diario di un morto. Non fisicamente, ma moralmente e sentimentalmente. Come il commissario di Melville agiva freddamente e meccanicamente senza tradire alcun sentimento personale, così lispettore di Pagan abita la notte al di là di ogni speranza o aspirazione: sono entrambi individui che hanno varcato la linea dombra. Spettri con larma dordinanza. Ectoplasmi che dallaldilà contemplano le assurde ambizioni degli uomini con uno sguardo così inappellabile e distaccato da confondersi con lo sguardo della Giustizia.
Non stupisce allora che lispettore di Dead End Blues veda davanti a sé il fantasma di una ragazza impiccata o quello dellamico che viene a trovarlo unultima volta: uno spettro vede i suoi simili. Eppure è sempre in carne ossa, sopravvive nonostante le morti che lo hanno sfiancato. Il suo lavoro è lunica cosa che lo tiene a galla: "Mestiere di merda. Ma non ne conosco di migliori", sibila allo spocchioso commissario di Divisione Moll. È tuttuno col suo boulot de merde: ispettore alla Notte. E Notte sulla città sarebbe stato un titolo perfetto per Létage des morts: non cè luce nel polar di Hugues Pagan. Il cielo, presenza ossessiva che incapsula la disperata ricerca dellassassino di Franck, si lascia osservare solo se si scivola ancora più in basso ("Per vedere quel poco di cielo, dovevo sprofondare ancora di più nella poltrona").
Lamore per Calhoune, lamicizia per Franck, la fiducia nelle istituzioni, la lotta per il progresso dellumanità, il sogno di un mondo migliore: tutta acqua passata. Adesso allispettore della Notte non resta che dare la caccia al figlio di puttana che ha fatto fuori Franck, armarsi di pazienza e contare i cadaveri che si sparpagliano sul suo cammino. Sullasfalto. Dentro il bagagliaio di una grossa Alfa. Sgozzati a casa loro. Crivellati di colpi davanti a casa sua. Suicidi su un letto, con la testa sul cuscino. Lui, morto tre milioni di volte, è condannato a dimorare ancora tra i vivi. Ultimo domicilio conosciuto: Étage des morts. Hugues Pagan è il massimo scrittore di polar vivente: che il dio della letteratura ce lo conservi il più a lungo possibile.
Alessandro Baratti
Diario, 1.12.2000 |
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Duri a Parigi.
Un flic malinconico si muove nelle tenebre.
Sbirro, anzi flic, democratico per molti anni, Hugues Pagan era entrato nella polizia spinto dai sentimenti che lo avevano fatto salire sulle barricate del Maggio francese. Un desiderio di libertà che dallo studio della filosofia lo aveva portato, attraverso il 68 parigino, a diventare nel 1973 ispettore della Sureté dove si è distinto nella lotta alla corruzione e allintolleranza, attività di cui ha ampliato in seguito gli orizzonti con la scoperta della vocazione di scrittore. Non è difficile intuire che, data la professione, le sue storie siano polizieschi molto noir e molto duri, quei romanzi un po fuori dagli schemi che la casa editrice padovana Meridiano zero propone ai lettori italiani monitorando, con merito, quanto viene proposto dal panorama internazionale.
Ma restiamo nella Parigi di Pagan, il quale da oltre tre lustri di crimine si occupa soltanto come narratore. Niente a che vedere con il concetto di Ville Lumière e relativa filosofia, ovviamente. La capitale francese è raccontata nel suo lato più cupo e malinconico, dove tra le tenebre, non solo umane, si muove un poliziotto esiliato dalla vita e dalla carriera. Nonostante la mezza età, e un curriculum di tutto rispetto, è costretto a fare poco più della ronda di notte. Questioni disciplinari lo hanno scalzato dalla guida della squadra criminale, ma è solo una delle tante ragioni per cui non riesce più nemmeno a sognare un mondo migliore. È scettico sui destini dellumanità, cinico, ma al tempo stesso puro, molto puro. Come capita a molti suoi colleghi, uno per tutti il poliziotto marsigliese Fabio Montale inventato con suggestivo realismo da Jean-Claude Izzo. Così quando si trova coinvolto in un losco traffico orchestrato da colleghi non riesce nemmeno a stupirsi, ma un po soffre. Oddio, non è che le sofferenze del cuore gli manchino, anzi lamore gli ha lasciato ferite incurabili.
Costruito come una ballata, un blues che canta un vicolo cieco - la dead end del titolo -, questo romanzo ha il pregio di mostrare il peggio e il meglio dellumanità nei suoi lati più oscuri, una panoramica di buoni e cattivi, per quanto possano valere queste categorie, quella gente che "nella bella nave bianca della società, se ne sta dimenticata in sala macchine"; Ma va detto che nonostante la fitta rete di dolore, risentimento, odio, violenza e bieco opportunismo, che Pagan tesse con abilità non ci si incupisce assolutamente alla lettura. Anzi si resta avviluppati nel ritmo della trama, alla cronaca lucida di fatti atroci, nelle notti estenuate della vita.
Pietro Cheli
Pulp n. 29, gennaio 2001 |
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Il lettore attento ha già capito da un pezzo che da Meridiano zero può aspettarsi quanto di meglio esista nel campo del noir. Il ventesimo titolo della collana dedicata al genere dalleditore padovano conferma laspettativa. Non a caso lautore è Hugues Pagan, uno dei migliori scrittori francesi di noir viventi, se non il migliore in assoluto.
Pagan ha avuto una traiettoria singolare. Ha trascorso parecchi anni nella polizia, raggiungendo un grado elevato prima di essere trasferito a compiti marginali (oggi, dimissionario, vive della sola scrittura). Ma non è questa la sua peculiarità, che invece investe il prima, il durante e il dopo. Il prima è la partecipazione entusiasta al maggio 68. Il durante è la denuncia coraggiosa e solitaria, dallinterno di un commissariato, della corruzione di colleghi e superiori, in forme ben più radicali di un Serpico qualsiasi. Il dopo è la prosecuzione della stessa attività di denuncia attraverso una serie di romanzi capaci di dire pane al pane e disonesto al disonesto.
Non ci si aspetti, dai romanzi di Pagan, un affollarsi di intrighi o pagine e pagine dedicate a secche scene dazione. In lui la suspence nasce piuttosto dalla credibilità delle psicologie, di cui levento delittuoso rappresenta il catalizzatore; mentre la chiave del crimine, individuale o, più spesso, istituzionale, è tutta legata a vigliaccherie, opportunismi, perfidie che soffocano nella loro morsa laspirazione a una difficile verità umana. Il tutto servito da un linguaggio spesso lirico, ma senza tracce di ridondanza o di inessenzialità.
Dead end blues non è forse il romanzo migliore di Pagan (io darei la palma a Last Affair), ma è sufficiente a fornire la cifra del suo stile. Storia della perdita di innocenza di un poliziotto onesto chiamato a indagare sul caso di una ragazza decapitata in un presunto incidente stradale, e avviato passo passo sulla china dellindifferenza morale dallabiezione di fondo dellistituzione cui appartiene.
Una bella lezione per gli autori di noir italiani, che troppo spesso ci offrono figure di tutori dellordine tutto sommato popolaresche e consolatorie (quanto meno in rapporto alla ferocia surrealistica dei loro antagonisti). Vittime, quando lo sono, non del sistema, ma delle sue storture marginali. In Francia è tuttaltra musica, e Pagan - tra i tanti, però più di tanti - la sa eseguire con ammirevole maestria.
Valerio Evangelisti
il Sole 24 ore, 10.12.2000 |
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Un altro gran bei romanzo lo propone Meridiano zero: Dead End Blues scritto dallex poliziotto Hugues Pagan, un algerino naturalizzato francese con il dono di saper raccontare con pacatezza una storia un po diversa dalle solite.
Con un ispettore sospeso dal servizio che si racconta, partendo dalla morte di una giovane prostituta rimasta decapitata in un incidente, proseguendo con il rifiuto di portarsi a casa quattrini facili fregandoli a un contrabbandiere di droga, con il collega e amico che ci proverà da solo e finirà con le ossa spezzate, per finire con una donna sgozzata, nonché un omicidio seguito da un suicidio in "famiglia". E tanta malinconia...
Mauro Castelli
tuttolibri/la Stampa, 27.1.2001 |
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Tutto iniziò la notte della donna senza testa: un duro noir parigino con profumi dAlgeria.
Un fiore nel deserto: è così raro trovarne uno che cè da rimanerne più che stupiti. LHugues Pagan di Dead end blues è un pied-noir nato in Algeria e sradicato a Parigi. Passato dalla filosofia - e dalle barricate del Maggio francese - ai turni di notte della polizia. E poi alla scrittura. Conservando dentro di sé, come un torrente impetuoso, linfinita contraddizione delle troppe patrie e dei troppi sentire. Una serie infinita di doppi che impregnano il suo duro romanzo metropolitano di lievi profumi di casbah, di acri miasmi di banlieu, di Faride e di Calhoune, di Said e di Leon: uomini, donne e universi che si mescolano continuamente sovrapponendosi in modi arcani e pieni di fascino. Figure e mondi che si stagliano allimprovviso nella nebbia di solitudini e tristezze profonde. Inquietanti come fantasmi. A partire da quel ruvido protagonista, la cui identità fisica e mentale è a tal punto assorbente (e dolorosamente sincopata come uno di quei blues ossessivi che fanno da perenne sottofondo) che il lettore si rende conto solo alla fine di non saper nemmeno come si chiama, pur avendolo amato per lunghissime pagine. Forse perché - istintivamente e fin dalla prima riga - è scattata una sorta di meccanismo autobiografico: la sua identificazione con lautore. Quasi che la storia non sia romanzo, ma confessione.
Tutto forse è incominciato con la prostituta senza testa: una chiamata allUsine, la fabbrica delle indagini, e lispettore senza nome (ai bei tempi aveva una squadra, ora è relegato al turno di notte per aver ucciso un balordo) corre sul posto. Non lo sa ancora, ma la china su cui sta scivolando è senza fine. E lui sta proprio percorrendo lultimo tratto. Qello che lo condurrà direttamente dalla donna che amava e che, giunta alla Porsche ed ai vertici della polizia, lo incastrerà e pretenderà la riconsegna di pistola e distintivo.
Pare non esserci difesa. E, a complicare la situazione, ci si mette anche Franck, vecchio amico e collega, con una proposta "malata": impadronirsi dei sei milioni di franchi che dovrebbero servire a pagare una misteriosa partita di droga e sparire per sempre, lasciandosi per sempre alle spalle Usine ed amori impossibili. Soldi corrotti, la cui scomparsa nessuno oserà mai denunciare. Un piano semplice.
Ma lispettore senza nome rifiuta: i destini non si cambiano. E così Franck tenta da solo. Poche ore dopo però una telefonata anonima gli chiede di scendere dabbasso e di controllare nel baule di unAlfa: dentro cè il corpo torturato del suo amico. I simboli insanguinati del suo rifiuto di confessare dove ha nascosto i soldi. Lavvertimento cruento che, adesso, toccherà a lui svelare il nascondiglio al posto di Franck. Pena: la stessa fine. Sua, o di quelli che gli stanno intorno, di quei pochi che ancora gli vogliono bene.
E così la carneficina ha inizio. O meglio: continua. Dura, inarrestabile, metafisica. Tra presente e passato. Tra ricordi e realtà. Flashback di unaltra vita. Ed anche di un altro concetto di morale. Di dovere. Quando la patria era da salvare ed i fellaga algerini cadevano sotto il mirino cecchino di Franck, guidato dallordine del suo "non ancora" ispettore senza nome.
Poi le carriere in Francia. I percorsi fatti insieme, le separazioni, i percorsi differenti anche se allinterno della medesima Usine. I sensi e la mente attratti dal canto di mille sirene: donne, danaro, potere. A cui si poteva acconsentire o rinunciare. Ma comunque foriere di rancori, odi, opportunismi. Di perdita di innocenza. Ma anche di eroiche ed inattese fedeltà. Un vicolo cieco. Il cul de sac della vita. Cantato coi piccoli grandi, tristi, sentimenti di ogni buona ballata. Senza mai alcuna possibilità di spegnere la musica...
Piero Soria
www.gialloweb.net |
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Diversamente da altre mie recensioni, vorrei iniziare lanalisi di questo romanzo noir francese partendo dalla frase conclusiva del libro e non dallincipit.
"La morte è come certe donne e qualche uomo, non vuole quelli che la amano troppo."
E già questo la dice lunga sullatmosfera cupa, dura e malinconica che si respirerà per tutto il romanzo, dalla prima allultima pagina.
Una storia di duri, di vicoli ciechi (dead end) e di corruzione in una Parigi che stenta a far emergere la propria bellezza il più delle volte contrapponendola allanimo umano più nero e contorto. Una storia noir accompagnata in sottofondo dal blues più malinconico e senza speranza. Una storia che il lettore più sensibile vivrà trattenendo il respiro, cercando di non farsi coinvolgere, chiudendo più volte le pagine per potersi scrollare di dosso quella patina di disperazione che sembra non dar scampo a nessun personaggio: dal poliziotto fallito, a quello più scaltro, dai trafficanti di droga alle sfere più alte del potere.
Il romanzo di Pagan, interessante autore francese e, tra laltro, ex poliziotto, è un noir che punta direttamente allanima del lettore, che traccia a ritmo di blues la psicologia dei suoi personaggi e non lascia mai trasparire un barlume di speranza, un minimo di ironia se non la reciproca convivenza con la morte, sempre in agguato, ma sempre snobbata, quasi una comparsa, la componente naturale della vita di ognuno.
Nelle pagine di Dead End Blues il lettore non troverà intriganti scene dazione o dialoghi americaneggianti, scoprirà altresì lunico vero potere capace di agire nelle arterie di una metropoli come Parigi parimenti ad un cancro che piano piano ne corrompe ogni sua parte sino a far marcire e morire anche valori come onestà, coraggio, intraprendenza e a rendere vani sentimenti quali amore e speranza.
Al contrario di questultima, lamore si intravede e più volte viene scandito da vecchi 33 giri di blues eseguiti dal vivo, ascoltati per metà perché più dolorosi di una ferita darma da fuoco.
"Lunico potere, amico mio, lunico vero potere è quello di corrompere.
Lonestà è quello che si pretende dai poveri e dalla servitù. Dai pezzi piccoli, non da quelli grossi."
Chi ha letto i romanzi di Derek Raymond del ciclo della Factory, leggendo questo lavoro di Pagan respirerà le stesse ambientazioni cupe, maggiormente malinconiche in questultimo: nonostante Londra e Parigi siano esteriormente così diverse, il cuore, lanima di queste due metropoli del vecchio continente sembrano battere allunisono, affaticati nel sostenere marciume, ingiustizia e morte, alimentati soltanto da quel sottile (quasi inesistente) filo di speranza fornito da quegli ultimi, pochi uomini duri e incorruttibili che sembrano riuscire a fermare il tempo grazie al patto stretto tacitamente con la "vecchia signora in nero".
Come al solito non voglio addentrarmi nella trama o in unanalisi più tecnica, questo lo fanno già i critici di professione, la mia recensione vuole solo essere un buon consiglio di lettura e unistigazione alla curiosità del lettore appassionato.
Meridiano zero ci ha ormai abituato a delle chicche gustose ed imperdibili e personalmente spero continuerà a farlo, grazie anche allapporto dei lettori e al sostegno delle vendite.
La foto di copertina è come al solito molto bella e rappresentativa.
Walter Giordani
www.lettera.com, 20.5.02 |
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Un poliziotto dal passato ingombrante, una dark lady, uno strano suicidio e una fuga verso il sud della Francia.
La notte che ho lasciato Alex: nero di Francia
I nostri affetti, per brevi e limitati che siano, recano ogni volta il marchio di una vigliaccheria infinita. Nientaltro che scaramucce di retroguardia. Solo il timore del silenzio e quello della tomba le rendono più o meno comprensibili e talvolta scusabili. E il tempo, a sua volta, non ci lascia altra scelta che la routine o il lutto.
Si può fuggire da un dark lady. Ci si può nascondere anche in uno sfasciacarrozze, a suonare blues e a sparare ai topi, perché il mondo fuori è tutto un complotto. Anche il passato, può essere celato, magari con qualche sofferenza, ma si può rimediare. Però non cè alternativa allamore, alla malinconia, alla passione, anche quando scoppiano nel momento più inopportuno, una notte, una strada, a due passi da un delitto (anche un suicidio può esserlo). La trama di La notte che ho lasciato Alex, terzo angolo della trilogia di Hugues Pagan che comprende anche Dead End Blues e Quelli che restano (sempre Meridiano Zero) è tutta qui: un lungo, torbido e avvolgente blues su cui si inerpicano Chess ed Alex, il poliziotto che ama Billie Holiday e la donna bellissima che lo sorprende nel buio. Ne esce un romanzo affascinante in cui Hugues Pagan sfrutta tutti i paesaggi e le atmosfere del classico noir, unideale colonna sonora che va da Lonnie Johnson a Count Basie e, nellultimo quarto, le terre nella Francia del sud (dove da Picasso a Francis Scott Fitzgerald fino ai Rolling Stones, larte sembra trovare un rifugio nei suoi momenti più intensi) per ricostruire un minimo di percezione esistenziale, per dare un volto intenso ai suoi personaggi, che prendono vita proprio nelle pieghe più intime del romanzo. Un bel modo di vedere il noir, e di raccontare il disorientamento dei nostri giorni e delle nostre vite.
Marco Denti
scritture.blog.kataweb.it, 1.10.2006 |
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Dead End Blues. Questo libro mi ha spellato il cuore. Leggerlo mi ha lasciata a pezzi, graffiata nella testa e nella pelle, irrimediabilmente innamorata del protagonista, un uomo aspro e disperato, un uomo senza nome che pare anche senza futuro tranne quello lucido e nero di una lunghissima notte e quello caldo e parzialmente confortante delle memorie, di certi panorami metropolitani e della musica.
Mi sono innamorata del protagonista, del titolo magnifico, Dead End Blues, della Parigi ipnotica dove avviene la vicenda, della notte straziata e straziante in cui tutto succede. O quasi tutto. La notte è la dimensione esistenziale dellio narrante, della notte è intriso tutto il romanzo di Hugues Pagan, e anche quando è giorno, o pomeriggio, il sapore e lodore che cola dalle pagine è quello rauco e assonnato, quello ovattato e sensuale di quando lalba è lontana, quel blu petrolio che scende e copre, che fa da complice o da nemico traditore.
Una scrittura dannata, densa di immagini dolenti, di metafore inusuali e situazioni claustrofobiche e cupe che si accavallano, che conducono su false piste, che seminano indizi reali e fasulli, fra flash back e divagazioni ora rabbiose, ora nostalgiche, senza nulla togliere al ritmo della trama che incalza, che avvince rendendo impossibile appoggiare il romanzo prima che sia finito.
E anche dopo. Io amo il protagonista, luomo senza nome, ma è unamore senza speranza, perché lui ha in testa una donna, solo una, Calhoune. Bella e perfida, prima attratta e poi disgustata da lui, perché lo considera un perdente. Sembra un perdente, infatti. Per questo lho amato e ancora lo amo giorni dopo aver terminato la lettura.
È descritto con questa strepitosa scrittura dallautore come uno di quei perdenti per cui si può abbandonare ogni cosa, dignità, pudori e desideri. Quei perdenti irresistibili per un certo tipo di donna, quei perdenti che non hanno paura pronti per una passione che tutto divora. In realtà non finisce come un perdente, ma la storia è, come dice la quarta di copertina "la cronaca estrema e lucida di uno che non ha più niente da perdere se non la voce: il timbro opaco, il ritmo irrimediabile di un blues metropolitano". Questo e non solo.
Da leggere subito, da percepire lurgenza. Dead End Blues è stato ripubblicato questanno nei tascabili della serie Noir dei tascabili di Meridiano Zero. Quindi stiamo parlando di un grande libro che costa solo otto euro e che vi consiglio di non perdere, se, come me, lavete perduto nella prima edizione del 2000.
Hugues Pagan è nato in Algeria nel 1947 e si è trasferito a Parigi a ventanni. Ha lavorato per molti anni come ispettore di polizia (dopo aver studiato filosofia e partecipato alle lotte del Maggio Francese) e ha scritto numerosi romanzi, fra i quali ce nè uno dal titolo magnifico quasi quanto questo Lingenuità delle opere fallite, uscito sempre per Meridiano Zero nel 2005 che vedrò di procurarmi al più presto. Ma dellautore, in realtà, non mi importa tanto.
Dead End Blues è uno di quei libri dove la biografia dellartista e persino il suo nome svaniscono, diventano dettagli irrilevanti (se non, naturalmente, per lautore stesso)
Esiste questo romanzo per una sorta di necessità dannata e metafisica incarnata in ogni pagina, nella magnifica narrazione, quella narrazione di un libro necessario come ce ne sono davvero pochi: "Per quanto potevo vedere il cielo assomigliava a una lacca diafana e distante, con altro a cui badare che agli edifici minacciosi che ci incombevano addosso. Sentivo il vento (proveniente da est) brontolare nei condotti dellaria condizionata che non avevano mai condizionato niente a memoria di sbirro. Brontolava e fischiava a velocità inspiegabile".
E ancora: "Quando non dormivo, restavo a sognare a occhi aperti, a ricordare: non solo quelle cose strettamente personali che ispirano nostalgia o rimorso, quei brandelli di vita privi di valore per un estraneo, no: mi ricordavo anche tutte le note, gli accordi e le combinazioni che si possono cavare da una chitarra, il loro suono, colore e intensità. Li ripassavo nella mia testa, per poi ritrovarmi con melodie che non avevo scritto, aspre, fragili e dense come quei blues che si insinuano come scassinatori, quei blues le cui parole possono sembrare deprimenti o volgari, ma la cui gioia o tristezza, disperazione o allegria, non sono mai né deprimenti né volgari Ð né inoffensive, per altro: parole omicide quasi quanto proiettili vaganti."
Ha qualcosa di Fabio Montale questuomo senza nome che si abbandona a una lunga notte durante la quale si sovrappongono piani e ricordi, sussulti del cuore e veri sussulti di paura e di attesa, ha qualche tratto del famoso protagonista della Trilogia di Jean-Claude Izzo ma con peculiarità tutte sue, ho percepito solo qualche tratto comune nel senso insieme "poetico" ed "eversivo" con cui la storia viene narrata. Io non amo il noir se il noir non ha elementi letterari, dolenti e di estenuante bellezza, come accade nei libri di Izzo e come accade in questo. Allora, è certo un noir ma è molto altro e molto di più, siamo oltre i generi e le definizioni, è un romanzo che immobilizza, che ti trascina dentro, che ti porta a bere con luomo senza nome nella sua lunga notte dolente di varie attese, fra amicizie che non sono tali e amori che valgono qualcosa nel rimpianto ma mai nella realtà. E a desiderarlo. A palparne lesistenza fisicamente, realmente. È una morsa dove si è fedeli alle cose a cui nemmeno si pensa come degne di fedeltà nei contesti giusti e perbene dei nostri usuali quotidiani.
Sono parole perfette che emergono in una nebbia fittissima di sigarette fumate senza sosta, di pericoli in agguato, di scopate rare con una puttana, Farida, descritta e fatta esistere come uno dei personaggi femminili più belli mai incontrati in un romanzo negli ultimi tempi: "Ho fumato bevendo caffè. Ho bevuto caffè fumando. Mi ero infilato un accappatoio di Léon. Non avevo né caldo, né freddo né sonno. Aspettavo che tornasse con Farida, le gambe allungate e le caviglie incrociate. Non ero innamorato di Farida, ma non volevo che le facessero ancora male."
In queste pagine troverete lamore che continua a far male davvero anche se prova a trasformarsi in odio, la corruzione necessaria, nelle forme impensabili, certe forme damicizia che trapassano ogni regola, troverete rancori e desideri inespressi. Difficili. Come le parole per descriverlo. Per dire qualcosa che lontanamente si avvicini a Dead End Blues. Se non che è una delle migliori letture che si possano fare. Lasciate che il protagonista senza nome vi innamori e innamoratevi del lungo blues parigino, straziante e cangiante, coraggioso e sorprendente che è questa storia.
Federica Mazzucato
sbucciature.splinder.com, 10.6.09 |
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Stanotte ho iniziato un nuovo Hugues Pagan. Che gran gusto, finalmente.
Analogie:
"Era fresca del corso per ispettori e mi avevano incaricato di iniziarla, o almeno istruirla. Per due anni le ho reso la vita difficile. Non volevo donne nella mia squadra, ma Calhoune era più di una donna. A modo suo, ma come Léon, era una dura. Modesta come tiratrice, ma cocciuta e determinata. Di tutti i poliziotti che ho svezzato, Calhoune era certamente la più dotata, anche se non la meno fragile. Come tutti noi, Calhoune aveva due facce. A sapere quale avrebbe vinto
Non è che non avesse vizi, ma le mancava la forza disincantata che conferiscono la pratica abituale della menzogna e lo spettacolo dellavidità. Avrebbe dovuto essere più resistente e insensibile, con meno bisogni, non necessariamente di lusso. Ai propri capricci si può sopravvivere, alle proprie voglie no. Voleva tante di quelle cose, Calhoune
Per cominciare voleva essere felice, il che non è mai un buon punto di partenza. (
) Come mi aveva detto Franck, sul ponte Solférino: "Calhoune è una donna costosa, molto costosa."
"I veri giocatori vogliono perdere, il loro massimo desiderio è punirsi per cose che non hanno mai fatto."
Hugues Pagan, Dead End Blues, Meridiano Zero (Pagan è uno scrittore che guarda il mondo, da vicino. Non lo teme, non ne ha paura. Deve aver sbirciato anche dalle mie parti e, sono sicura, anche dalle vostre.)
Elisabetta Bucciarelli
sbucciature.splinder.com, 17.6.09 |
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"Calhoune è una donna costosa. Molto costosa."
"Lavevo preso come un complimento. A volte le nostre vite sono solo strade che si incrociano, e non cè nessuno che rimane fermo, motivo per cui sono così frequentate e al tempo stesso così deserte. Mi sarebbe piaciuto che Calhoune si sistenmasse. Che alla fine fosse felice. Ho fatto di tutto perchè lo fosse. Non pensavo più alla Dodicesima e a tutte le mie rogne, pensavo solo a lei, al suo modo di muoversi pensoso, al suo sorriso e alla dolcezza dei suoi fianchi, alle sue sfuriate e ai suoi sbadigli da gattina quando aveva sonno. (
) Quante volte ho vegliato su di lei senza che lo sapesse
Mi sentivo orgoglioso e stupidamente importante come se fossi in qualche modo responsabile del fatto che esistesse."
Hugues Pagan, Dead End Blues, Meridiano Zero
A volte ci vuole un po di tempo per uscire da una storia. Per staccarsi dal clima. Per allontanare e lasciare sullo sfondo i personaggi. La grandezza di un autore è anche questa. Per me è soprattutto questa. Incollarti addosso le sue creature e le atmosfere. Lasciarti penetrare nel suo mondo. Permetterti di sognare o temere una situazione, un luogo, un sentimento. Parteggiare. Nascondersi. Intravedersi. Sfuggire. Scoprire che il genere umano è fatto anche di coraggio. Osare. Trovare stereotipi che ci provano, che si lasciano coinvolgere, che non mentono. Al contrario rivedere la paura, la menzogna, la codardia. Quella che già conosciamo. La mia ossessione è in parte quella di Pagan. Ecco perchè lo sto leggendo con questa avidità. Capita di trovare degli autori che hanno nel corpo della scrittura i nostri stessi temi. Metterli a fuoco è una rivelazione. Non le storie che funzionano. Le parodie idiote delle loro rabbie. Le tesi e le circostanze. Lautore che scrive perchè non può farne a meno svela e chiarisce ciò che devi cercare. La menzogna. Le bugie. I giuramenti falsi. Le promesse non mantenute. Non so voi, ma avere paura e trovarsi di fronte a qualcuno che ne ha più di te è spaventoso. Apre una voragine, un buco nero. Toglie il respiro e segna. "Essere ricordati per le nostre viltà è il peggio che ci possa succedere."
Elisabetta Bucciarelli
senzaunadestinazione.blogspot.com, 8.1.10 |
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Hugues Pagan è la radice del noir. È la ricerca di un riscatto quasi obbligatorio, con la svogliatezza di chi assolve un compito che gli è imposto dallesistenza. I suoi personaggi sono forzatamente relegati ai loro ruoli e spazi: al turno di notte, alla consapevolezza di un miglioramento impossibile, a un passato da cui doversi difendere per sempre. Donne private di ogni emotività femminile, uomini mentalmente randagi.
Il desiderio di giustizia che sopravvive in questi scenari, è qualcosa che deve essere capito ancora prima che osservato. Va cercato nei caratteri schivi, nellapparente rassegnazione, nella scelta di muoversi al di fuori di quella che dovrebbe essere la vera legalità, ma che nel ribaltamento delle visioni che caratterizza Pagan, spesso è la negazione di ogni falsità e corruzione. Quella da cui lui stesso è fuggito quando ha abbandonato il suo impiego nella polizia francese, denunciandone gli abusi e lillegalità dilagante. Condannandosi a rappresentare scenari claustrofobici, torbidi, scuri.
Come in Dead End Blues (Meridiano zero), da cui è stato tratto il film Diamond 13 interpretato da Gerard Depardieu e Asia Argento, dove Mat, poliziotto parigino, scopre che il suo ex collega e amico è diventato uno dei più grossi trafficanti di droga del paese. Oppure in La notte che ho lasciato Alex (Meridiano zero), tra i suoi più belli, con il suicidio apparente di un senatore e lispettore Chess che indaga pur relegato al turno di notte. Chess torna tra tradimenti, compromessi forzati e crudeltà in Quelli che restano (Meridiano zero), lultimo romanzo pubblicato in Italia, mentre con In fondo alla notte (Meridiano zero) si cambia protagonista e scenario: un ex poliziotto diventato giornalista e la provincia francese, notturna e cupa forse più della città.
I suoi titoli sono anche altri, in una produzione che sembra raccontare una storia che si ripete, che ci trasmette un clima vero e sotterraneo, e che mostra le tante derive di chi sceglie di non stare mai dalla parte dei buoni.
Paola Pioppi
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