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La notte che ho lasciato Alex
Hugues Pagan


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www.arterotica.eu, 5.5.10

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Prima si sogna, poi si muore
(First You Dream, Then You Die: ennesimo omaggio di Pagan, stavolta a Cornell Woolrich)
Un libro intenso, affascinante, nichilista, rabbioso. Un libro che contiene in se tanti sentimenti avvolte contradditori, come la vita. Un libro scritto in modo esemplare, vero, sofferto. Trasmette l’essenza del vissuto, di qualcosa che esiste nell’animo umano senza mai cadere nello scontato e nel banale. Ti conquista pagina dopo pagina, in quel pensiero avvolto, assente e cinico di un protagonista: un ombra nella mente. Il ritmo del racconto vibra in questa narrazione oscura, nel dolore, nella perdita del sé, in un cammino che porta a vecchi scheletri. Non ci sono eroi non ci sono antagonisti, tutto è incerto come il fumo di una sigarette, oscuro come un bar in una periferia sconosciuta. Una redenzione che non arriverà mai, un gioco di esseri che non si rendono conto di essere già morti.
Trasmette la solitudine di un uomo che vive al bando di tutto, che per il suo vissuto non riesce e non vuole il suo altro. Quel silenzio che suona in un blues. Un status tragico e desolato, dove non è facile trovare la via d’uscita in un labirinto creato dalla mente che non ha più rispetto di nulla, vivo o morto cosa cambia?
Un disperato racconto in pagine complesse e contraddittorie dove la voce narrante scandisce il ritmo della musica nella disillusione al credere. Dove finisce la coscienza inizia un fuga disperata nell’oltretomba. Un gioco insistente di autodistruzione e di emarginazione.
Un libro che per il suo intreccio mentale e avvolte materiale, possiede una sensualità unica, raffinata… e inquieta.
Attraverso la nebbia di una Parigi abbandona e corrota, in una notte blues al limite di ogni cosa, assistiamo impotenti alla svolgimento della storia, senza poter staccare gli occhi fino alla fine, in un finale non finale… forse inaspettato.
Nel corpo e nella mente, pronti a camminare sul filo pur di tentare di riacquistare la propria identità o una possibile forma. Una tortura che spenge quel poco di vita rimasta. Un gioco quasi sadico, in una poesia vibrante in attimi descritti con perizia da colui che forse è il protagonista/antagonista della coscienza in quella Notte che ho lasciato Alex, e del gioco del destino incontrollabile e maniacale, che forse non esiste…
Domani
O dopodomani.
O il giorno dopo.
Forse.
Benvenuti nel mondo dei morti.

Marica Petti


Buscadero, ottobre 2003

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Gli elementi tipici del noir classico ci sono tutti: la notte, la femme fatale, una quantità appropriata di fucili e pistole, Parigi, molto mistero, qualche segreto indicibile, e poi Chess, l’uomo dall’anima ferita che abbiamo già imparato a conoscere in Dead End Blues, Quelli che restano. Il suo passato, la guerra d’Algeria sullo sfondo, non gli concede tregua, i fantasmi si presentano puntualmente agli appuntamenti e lo vanno a trovare nei sogni e lui gira nelle strade della notte parigina come se cercasse di sfuggirgli. È un baltringue, uno zingaro, un vagabondo e già, quando decide di fermarsi, forse è una morte anche quella. Gli fanno compagnia Thelonious Monk e Count Basie e Miles Davis e Lonnie Johnson e naturalmente Billie Holiday che lo accompagna, da sempre, sulle sue strade del nulla fino a quando, in una notte come tante, gli appare Alex. La dark lady di turno nasconde qualcosa, forse tutto, e per un poliziotto sarebbe compromettente solo conoscerla. Chess se ne innamora (ricambiato alla grande) pur sapendo che "I nostri affetti, per brevi e limitati che siano, recano ogni volta il marchio di una vigliaccheria infinita. Nient’altro che scaramucce di retroguardia. Solo il timore del silenzio e quello della tomba le rendono più o meno comprensibili e talvolta scusabili. E il tempo, a sua volta, non ci lascia altra scelta che la routine o il lutto". Attorno a Chess e ad Alex, una love story complicata, si sviluppa uno strano noir, pieno di ricordi e di suggestioni, comrpesa l’attenzione verso gli intrecci mai chiari dei servizi segreti e della politica che hanno ispirato anche Christopher Brookmyre (in Inghilterra) e Carlo Lucarelli (qui in Italia, dove gli esempi si sprecano).
Con un finale a sorpresa, La notte che ho lasciato Alex, conclude quella trilogia composta da Dead End Blues e Quelli che restano che segnala Hugues Pagan tra gli scrittori più interessanti e continui degli ultimi anni perché come scrive Luca Conti nella postfazione (che con Jean-Pierre Baldacci ha tradotto), "il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forza morale non comune". Sottoscriviamo, con sicurezza: oltre tutto, Hugues Pagan è un bluesman che conosce la materia perché "un sacco di blues traboccano di treni e di uomini o donne che non torneranno mai più. E’ un discorso che vale anche per molte esistenze". O per i suoi romanzi, dove anche un ritorno, un happy end, può significare l’esatto contrario.

Marco Denti


Carmilla, 9.7.2003

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Dipende tutto da come si ascolta un blues. Ci sono quelli che sembrano già conoscerne lo sviluppo, si gustano il piacere della conferma che la trama musicale svolta proprio lì, tra poco sale all’apice, adesso si abbassa. Ci sono altri che, invece, si perdono, incantati dagli slarghi, dalle osmosi, una specie di percezione estesa, atmosferica. Chi si riconosce nella seconda tipologia deve assolutamente comprare e leggere il massimo rappresentante europeo del blues letterario. È ovviamente uno scrittore noir, poiché questo è l’unico genere letterario in grado di abbattere le barriere della narrativa e di concedere esperienze di fantastica sinestesia. Il bluesman del romanzo nero è inaspettatamente francese e si chiama Hugues Pagan. Esce in questi giorni da Meridianozero il polar La notte che ho lasciato Alex, sintesi e dissoluzione di una straordinaria trilogia. Nerissimo, teso, poetico, disperato e ossessivo: un riff di allucinata e intensa umanità.
Soltanto qualche accenno di trama, del tutto occasionale, prima di parlare della letteratura nera e struggente di Pagan. Il caso: un senatore suicida in un hotel a quattro stelle. Quello dell’uomo politico è un cadavere che scotta: le sue inchieste parlamentari gli hanno consentito di svelare connessioni importanti e scandalose, le cui strutture segrete sono state salvate, prima della morte, su un dischetto che ora tutti cercano. La storia si complica per l’intrusione di una variabile prevista ma impazzita: l’investigatore Chess, incarnazione di una pervicacia nichilista che gli amanti del noir hanno imparato a conoscere e apprezzare quale fondo emotivo dell’antieroe. L’irruzione della bellissima Alex complica e sviluppa una trama che è destinata, come sempre nelle migliori narrazioni, a una catastrofe da cui non è chiaro quale redenzione emergerà per ristabilire l’ordine, poiché l’ordine non esiste e nessuno può essere redento.
Dopo i precedenti Tarif de groupe e L’Etage des morts, Hugues Pagan chiude questa importante trinità del nuovo polar francese con un controcanto lirico e struggente, il cui titolo originale, Dernière station avant l’autoroute, si attaglia forse meglio rispetto alla trama ma non rende a pieno quell’atmosfera che i traduttori di Meridiano zero, Jean-Pierre Baldacci e Luca Conti, hanno esaltato col titolo italiano: quella sorta di deriva umana da Ascensore per il patibolo, quell’assoluta irrimediabilità causata dall’impossibilità di emendare il male dal mondo e, soprattutto, da se stessi. L’odissea di Chess, iniziazione quasi metafisica alla sopportazione di se stessi, si realizza ai ritmi potenti e nostalgici, dolorosi e conturbanti, che soltanto certa musica blues e certo noir sono in grado di irradiare. E del resto soltanto un grande scrittore può permettersi di convertire il sentimento saturnino del blues in aggressione linguistica compulsiva, come dimostra questo passo straordinario: "Mi sveglio. Il mio orologio segna le quattro. È stato il vento, alzandosi, a svegliarmi. Ho la spalla anchilosata. Ascolto il sibilo del vento. Una tamerice scricchiola nella notte, sempre la stessa, dall’altra parte del recinto. Un cavo della pressa schiocca e cigola, come una drizza nell’alberatura di un veliero in alluminio. Sono le quattro. Sono sveglio. Non dormirò più".
Ex sessantottino, ex professore di filosofia, ex poliziotto, attuale creatore di una serie tv di gran successo in Francia, Hugues Pagan è davvero, come ha scritto Valerio Evangelisti, "uno dei migliori scrittori francesi di noir viventi, se non il migliore in assoluto". È il cantore di umanità dolente e disinteressata a tutto, perfino al niente. È una voce che vibra nella notte scura della scrittura noir europea. Va letto.

Giuseppe Genna


D, Repubblica delle Donne, 9.8.2003

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Meridiano zero continua a pubblicare tra i più bei noir in circolazione.
L’ ultimo romanzo di Hugues Pagan, La notte che ho lasciato Alex, sembra scritto al ritmo di un blues, e nera è la notte parigina del poliziotto Chess, che affonda le sue mani nei delitti per dimenticare se stesso. Molto maschile l’approccio dello scrittore, ex sessantottino, ex ispettore, che racconta cose vissute: e si sente.

Antonella Fiori


Diario, 25.7.2003

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Lode alla Meridiano zero, che esplora il lato oscuro del mondo proponendo autori nuovi in Italia come Hugues Pagan di cui questo romanzo conclude la trilogia iniziata con Dead End Blues.
Protagonista un poliziotto che si porta sempre "un inferno personale".
Storia di ambientazione parigina e di impostazione americana, torbida, a tratti sensuale, piena di disillusione e amarezza, come il vero noir sa essere.

Bruno Cortona


discussioni.confusenet.com 22.12.03

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Dopo aver letto di Hugues Pagan Dead End Blues e Quelli che restano questo romando conclude la trilogia noir che ha come protagonista un poliziotto di nome Chess.
Consiglio a tutti la lettura, ma (banalità, ma non si sa mai) prima leggettevi i precedenti due, solo così potrete apprezzare davvero la storia.
La chiave che rende il libro a mio parere stupendo è l’aver saputo scrivere la solita storia del solito classico poliziotto "devastato" dalla vita e dal lavoro, che si lascia andare, che non ha più rispetto per se stesso e per gli altri, che annega nella disperazione ma… ma con uno stile diverso dagli altri, con un’amarezza più profonda degli altri, con una disillusione e con una profondità d’animo più importanti degli altri.
Questa è stata la vera sorpresa (già evidenziata nei due romanzi precedenti): iniziare una storia che sa di già visto mille volte e rendersi conto che invece ti sa dare molto di più, che non vorresti finire mai perché ti proietta in un’atmosfera cupa e reale che raramente si tocca leggendo storie dello stesso genere.
Leggere questo libro è stato davvero un bel viaggio nella disperazione umana con il sottofondo di un blues sempre presente ma mai ingombrante.
Un viaggio che diventa sempre più complesso nella sua tragicità, dove il protagonista lotta contro tutti, anche contro una donna che potrebbe trascinarlo fuori da quel gorgo di solitudine, di rabbia, di malinconia… e potrebbe dargli un’insperata salvezza.
Alla fine Chess chiuderà tutti i conti, ma non sarà la fine che ci si aspetta…
La notte che ho lasciato Alex, di Hugues Pagan, Meridiano Zero, traduzione di Luca Conti (bello il suo pensiero finale).

VanMar


www.fantascienza.com 8.4.10

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Se avete bisogno di essere consolati, di una botta di vita, d’allegria o spensieratezza state lontani da questo libro. Se invece sentite il bisogno di "un blues da piangere", la parabola discendente di Chess suonata da Hugues Pagan è quello che fa per voi.


Gazzetta del Mezzogiorno, 17.8.2003

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Dizionario per una lunga estate nera: Blues

Un sacco di blues traboccano di treni e di uomini o donne che non torneranno mai più. È un discorso che vale anche per molte esistenze. Il che, di per sé, non sempre basta a renderli interessanti, questi blues. Ciò che rende unica l’esistenza di un ispettore senza nome della Squadra Notturna di Parigi (da qualche parte c’è scritto che si chiama Chess, come gli scacchi, ma forse è solo un’illusione) è la sua incapacità di aderire a qualunque compromesso. Per questo, un po’ alla volta, inesorabilmente, ha perso tutto ciò che aveva: donne, amici, soldi, reputazione. Gli restano un codice etico forgiato nella Legione, tanti anni prima, e, naturalmente, il blues: la ’musica del Diavolo’, sfornata in continuazione da vecchi dischi corrosi pieni zeppi di musicisti non accreditati, personnel unknown, uomini invisibili proprio come Chess... Poi un bel giorno arriva Alex: trent’anni, corpo da cover girl, vedova di un politicante corrotto e, forse, depositaria di segreti scottanti. È il ritorno alla vita, la risalita dalla palude, ma anche l’inizio della catastrofe che fatalmente attende chi pensava di aver chiuso il cuore alla passione e invece, per amore dell’amore e della giustizia, si scopre ancora disposto a mettersi in gioco... Romantico come Gli amanti del Pont Neuf, tosto come un Jim Thompson d’annata e insospettabilmente qua e là venato di salutare autoironia, La notte che ho lasciato Alex è il capolavoro riconosciuto di Hugues Pagan, 54 anni, ex poliziotto "vero", autore di noir barocchi e durissimi come quelli di una volta, quelli che se ne fregano delle regolette di Hollywood e ti prendono e ti portano per mano in un viaggio senza ritorno nel paese delle tenebre.

Giancarlo De Cataldo


L’Indice, 1.6.2004

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Lo snodo della trama del romanzo è costituito dalla misteriosa morte di un influente senatore, cui fanno da sfondo l’intervento di servizi segreti, loschi intrighi politici e la diffusa corruzione della polizia.
Ma il lettore non si lasci ingannare dalla facile esca, né tanto meno da un risvolto di copertina allettante quanto fuorviante. Perché se da tempo ormai tanta letteratura gialla e nera, più o meno da Hammett in poi, ci ha mostrato come la soluzione del delitto non chiuda affatto il cerchio, non ristabilisca l’ordine turbato né sciolga le inquietudini, qui addirittura è il delitto stesso a rimanere indifferente, a divenire elemento sempre più marginale, secondario al confronto di una irreversibile e generale perdita di speranza e di senso.
A riempire le pagine di La notte che ho lasciato Alex, conclusione di una trilogia comprendente Dead End Blues e Quelli che restano, è infatti la presa d’atto dell’irrimediabile impossibilità di eliminare il male dal mondo e, soprattutto, da se stessi. Una presa d’atto raccontata attraverso la deriva psicologica dell’io narrante, un personaggio senza nome, poliziotto incorruttibile e sradicato, in fuga dagli stritolanti ingranaggi della routine e della normalità e perciò autoemarginatosi nel non-mondo del turno di notte.
Non dunque di un vero e proprio giallo si tratta, ma del racconto in soggettiva di una fuga fisica e psicologica che non concede nulla a un’etica redentrice né all’apertura verso dimensioni di riscatto collettivo. Un noir nichilista quindi, impreziosito da abbondanti prestiti e ricercate citazioni dalla migliore letteratura gialla e nera.

Alessio Gagliardi


lconti.com, 28.12.08

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La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume includeva anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.
Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi (Walt Kelly, Pogo, 1971) Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar.
Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama "Chess" – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.
E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess, anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ci˜ che sembra.
Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotazione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.
La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del noir transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ’20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ’70 e ’80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ’50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.
E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.
Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.
Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

Luca Conti


liberidiscrivere.splinder.com, 4.3.10

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In una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo. Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk. Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini. Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere. In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.

Giulietta Iannone


www.milanonera.com, 17.4.10

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"Baltringue si nasce, Baltringue si muore, non c’è scampo."
"Quella era una partita già giocata, perduta in partenza. Allora, il grande cielo blu, il mare immenso. Il sole opprimente. Figurarsi. Quegli improvvisi voli di chitarre, nostalgici, veementi, sbilenchi, tutti d’una autenticità, di un disprezzo insostenibili, che ti gonfiavano dentro con cieche vampate di speranza, di rabbia, di ferrei desideri e sangue nero. Nel tentativo costante di darti a intendere chissà cosa…"
_Parigi, Anni ’90. Scambiato, in seguito a un vecchio trauma, l’antico talento, con un solido disgusto nei confronti delle leggi che regolano il mondo dei vivi, un anonimo ispettore di polizia (solo per atteggiamento e gusti, si può ipotizzare che si tratti del Chess del romanzo Quelli che restano…) ha scelto un volontario esilio, richiedendo l’assegnazione permanente al turno di notte.
Uscito di scena, o spostatosi ai margini, seppellendo anche le ultime tracce di ambizione, l’uomo vive una vita fredda ma onesta, priva di illusioni.
Poi, la confusione nata intorno all’apparente suicidio di un senatore –ritrovato cadavere in una stanza d’albergo, dalla quale è stato sottratto un floppy disk pieno di materiale scottante sulla classe politica dominante – lo riporta al centro dell’attenzione dei suoi superiori: qualcuno ritiene che sia stato proprio lui a sottrarre il dischetto. E, di certo, la neonata relazione con Alexandra ’Alex’ Brandt, pericolosa ex moglie della vittima, non serve a smorzare i sospetti, né a chiarire la sua posizione…
In La notte che ho lasciato Alex, romanzo conclusivo della trilogia apertasi con Dead End Blues e passata per Quelli che restano (entrambi editi, in Italia, da Meridiano zero), Pagan recupera il ruolo profondamente morale della letteratura noir, e, con mossa classica, ne scarica l’intero fardello sulle spalle del protagonista, "impegnato" in un cammino demistificante ("La vita – si legge a pagina 31 – non è altro che accettare il rischio di passare da un disinganno all’altro, fino a quello decisivo, l’ultima mascherata") e moralizzante.
Ed è proprio l’impegno del personaggio a trasferire la vicenda su una dimensione innegabilmente esistenziale: una dimensione il cui tratto decadente e negativo è legato non solo allo scontro con la realtà esterna, ma anche al riconoscimento, alla scoperta in sé, nell’interiorità, di quel seme del male che dall’altro si vorrebbe espungere.
La figura dell’individualista volitivo (la definizione non è mia, ma di Carlo Oliva), quella del detective grande peccatore tipico dell’hard boiled americano, si connota, così, di tratti desunti dalla tradizione letteraria dell’esistenzialismo francese, da Sartre a Camus, al proto-esistenzialista Drieu La Rochelle, la cui ombra, evocata attraverso stile e fraseggio (complice, ovviamente, l’ottima traduzione di Luca Conti e Jean-Pierre Baldacci), si fa palpabile in brani che ricordano il Diario Segreto e la scelta "metafisica" del suicidio come unica alternativa al fallimento. Nella declinazione paganiana, la preoccupazione di Drieu La Rochelle di ritrovarsi incapace di restare fedele a se stesso, si traduce, in pratica, nella spersonalizzazione finale del protagonista –ampiamente preannunciata dal suo anonimato –, che stravolge il senso dell’inatteso lieto fine (sull’argomento si veda anche l’illuminante postfazione di Luca Conti).
Identità o morte, insomma… ma, tanto per dirla con una delle lapidarie intuizioni del protagonista, "Su strade diverse, tutti quanti ci avviamo alla stessa identica destinazione".
La vicenda è narrata in prima persona, con un discorso indiretto libero – coniugato all’imperfetto e al passato prossimo –, che cede, qua e là, ai dialoghi, creando dei veri e propri scorci di senso; per il resto, il lettore è chiamato a partecipare attivamente, per trasformare in un insieme coerente il confuso rievocare di chi re-interpreta per se stesso avvenimenti passati, ma sempre attuali. E il risultato è sconsolante, lucido, sorprendente, perfetto.
Deprime, ma non stupisce, che Pagan abbia abbandonato la scrittura: molto oltre questo La notte che ho lasciato Alex – che, pur concepito in maniera molto diversa, "guarda in su" dagli abissi sartriani del miglior Derek Raymond – non si poteva andare… e, stando così le cose, anche una "semplice" riedizione si trasforma in un’occasione imperdibile.

Fabrizio Fulio-Bragoni


Repubblica Musica, 3.7.2003

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Un delitto politico finisce in amore

Sulle tracce di un delitto politico il detective finisce perdutamente innamorato nella notte parigina.
Scritto a ritmo di jazz da un protagonista del ’68 francese diventato poliziotto e poi autore-culto.
Il noir esce da se stesso e racconta la coerenza morale.

Filippo La Porta


www.scanner.it, 24.3.10

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Leggendo Pagan ci si disorienta e si percepisce la caducità umana: implacabile il destino che perseguita i personaggi che li porta verso ad un confronto serrato con se stessi e con il mondo circostante, che non è mai rassicurante e rende il lettore partecipe di questa corsa verso il precipizio. Se il noir è un atmosfera che fa sfondo alla meschinità del potere e alla violenza dell’uomo, è anche un modo per entrare nell’io e scoperchiare le convinzioni abituali, per arrivare a sondare le debolezze e l’emotività che pulsano sotto la pelle dei protagonisti.
In La notte che ho lasciato Alex ci ritroviamo in una Parigi notturna, dove l’ispettore Chess si è relegato al turno di notte per stare lontano dall’ambiente corrotto della polizia. Ma questo atteggiamento è l’emblema di un rifiuto ai compromessi dell’esistenza e il tentativo disperato di dimenticare il passato. Poi tutto cambia per una chiamata che lo conduce verso un cadavere rinvenuto in una stanza d’albergo. L’uomo è un senatore, che ha lasciato un floppy-disk dentro una busta indirizzata proprio a lui, incaricato di occuparsi del caso. Sono in molti che per avere quel floppy si dimostrano pronti a qualsiasi azione, a cominciare da alcuni funzionari governativi.
Il caso si complica ulteriormente quando Chess incontra Alex, l’ex moglie del senatore, una giovane donna che vuole ritrovare la propria libertà e tra loro due inizia una storia d’amore. L’ispettore, con il passare delle ore, si sente sempre più isolato e braccato dai servizi segreti e capisce che per sopravvivere deve cancellare ogni traccia del suo passaggio.
La notte che ho lasciato Alex conclude la trilogia comprendente Dead End Blues e Quelli che restano, è la presa di coscienza che il male non è estirpabile dal mondo, perché anche noi stessi ne siamo contaminati. Una posizione che si riflette nella deriva dell’ispettore Chess, incorruttibile e deciso a rimanere ai margini, eseguendo i turni di notte. L’importanza non ne la risoluzione dell’intreccio, ma è la rilevanza nichilista di un noir che vede nella fuga l’unica strada per allontanarsi dall’oscurità, con la speranza che la sosta non porti ad una illusione amara.

Matteo Merli


scritture.blog.kataweb.it, 11.4.10

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L’anima d’un baltringue, il poliziotto Chess, che non si va inghiottire dalla rudezza della strada ma neppure si fa mettere in un angolo da colleghi e dirigenti venduti o pronti a vendersi, è inzuppata di pioggia: la pioggia della Parigi di blues e strade a blues come i fantasmi d’una Francia in grande debito verso la bellezza e purezza. La notte che ho lasciato Alex, va innanzitutto specificato, è un noir che fa parte d’una trilogia del francese (algerino di nascita) Hugues Pagan. Quel baltringue, appunto, uguale o almeno molto simili al personaggio e protagonista del suo romanzo. Baltringue, è da dire, sarebbe un ’randagio’. Meglio un solitario che non cede ai compromessi della società nella quale pur vive, e lavora. Pagan, nuovamente, guarda ai mali e alle oscurità della polizia della quale lui stesso ha fatto parte e per la quale Chess svolge attività. Però, per esempio per Chess ha scovato una nicchia. Un anfratto da dove comunque Chess riesce a lavorare, di notte, e che allo stesso tempo gli permette d’essere per lo meno molto diverso da buona parte dei suoi colleghi in divisa. Il poliziotto, vogliono trama è sottofondo del romanzo – fattore che per un romanzo definito e definibile noir è già parecchio – deve indagare a partire da un suicidio; ma di nuovo, in contemporanea, deve cercare il legame tra un floppy disk, lo stesso suicidio (forse falso) e il rapporto stretto quanto stringente fra malavita e politica. Un patimento, è da aggiungere, che porterà una "serie" vittime. Ovviamente, che è questa la suggestione più importante e non la forza che trascina fuori dalla storia, Pagan trova un altro rifugio, nonostante lo stesso scrittore e autore Pagan non sarà disposto ad ammetterlo e tanto più mai un Chess ammetterebbe, nella indomabile Alex. Che è lui che deve averla conquistata. Eppure, forse, Alex qualcosa nel poliziotto, baltringue, Chess ha cambiato. Insomma si deve stare intorno, ma soprattutto dentro, questo rapporto "sentimentale". Dentro e intorno, insomma, alle caccia della vita del poliziotto Chess che pienamente se ne fotte di certi altri tornaconti personali. La sua amarezza d’animo, dove l’anima è appunto sotto il vetro della pioggia francese, che non è la nebbia di Maigret del Simenon, nasce e cresce nelle brutture d’un paese finito in contrabbando. Rappresentazione in ’piccola scala’ d’un mondo altrettanto morto di morte innaturale. Col solito linguaggio frutto d’una miscela tra il piano della vita in sordina ma coerente del protagonista e l’astio, con pizzichi d’altra rudezza di colleghi e altre soggettività dell’opera. Tutt’altro che di secondo piano, anche. La lingua di H. Pagan, come sappiamo, oltre a essere perfettamente funzionale al racconto è quanto di più profondo e leggero, insieme, possa esserci. Ogni volta che si legge un’opera di Pagan, infine, si ha la conferma che non solamente alcuni pazzi la pensano in una determinata maniera. E, soprattutto, che però ci sono certi pazzi che cercano di scrivere per aumentare la coscienza dei sempre e comunque più numerosi sani.

Nunzio Festa


senzaunadestinazione.blogspot.com, 8.1.10

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Hugues Pagan è la radice del noir. È la ricerca di un riscatto quasi obbligatorio, con la svogliatezza di chi assolve un compito che gli è imposto dall’esistenza. I suoi personaggi sono forzatamente relegati ai loro ruoli e spazi: al turno di notte, alla consapevolezza di un miglioramento impossibile, a un passato da cui doversi difendere per sempre. Donne private di ogni emotività femminile, uomini mentalmente randagi.
Il desiderio di giustizia che sopravvive in questi scenari, è qualcosa che deve essere capito ancora prima che osservato. Va cercato nei caratteri schivi, nell’apparente rassegnazione, nella scelta di muoversi al di fuori di quella che dovrebbe essere la vera legalità, ma che nel ribaltamento delle visioni che caratterizza Pagan, spesso è la negazione di ogni falsità e corruzione. Quella da cui lui stesso è fuggito quando ha abbandonato il suo impiego nella polizia francese, denunciandone gli abusi e l’illegalità dilagante. Condannandosi a rappresentare scenari claustrofobici, torbidi, scuri.
Come in Dead End Blues (Meridiano zero), da cui è stato tratto il film Diamond 13 interpretato da Gerard Depardieu e Asia Argento, dove Mat, poliziotto parigino, scopre che il suo ex collega e amico è diventato uno dei più grossi trafficanti di droga del paese. Oppure in La notte che ho lasciato Alex (Meridiano zero), tra i suoi più belli, con il suicidio apparente di un senatore e l’ispettore Chess che indaga pur relegato al turno di notte. Chess torna tra tradimenti, compromessi forzati e crudeltà in Quelli che restano (Meridiano zero), l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, mentre con In fondo alla notte (Meridiano zero) si cambia protagonista e scenario: un ex poliziotto diventato giornalista e la provincia francese, notturna e cupa forse più della città.
I suoi titoli sono anche altri, in una produzione che sembra raccontare una storia che si ripete, che ci trasmette un clima vero e sotterraneo, e che mostra le tante derive di chi sceglie di non stare mai dalla parte dei buoni.

Paola Pioppi


www.thrillermagazine.it, 15.12.05

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Bellissimo.
Questa è la sensazione che si ha dopo aver finito di leggere questo impeccabile polar francese di Hughes Pagan.
Pagan indubbiamente sa come si scrive una buona trama per un noir: in questo caso la vicenda si snoda alla ricerca della verità sul presunto suicidio di un senatore e la caccia ad un floppy disk che potrebbe alzare il velo sulla ragnatela di rapporti tra malavita e mondo politico. Una storia tesa, padroneggiata con sapienza, nella quale si trova la giusta dose di poliziotti corrotti, funzionari in odor di spionaggio, malavitosi: non a caso Pagan è stato ispettore della Polizia parigina.
La notte che ho lasciato Alex è un romanzo notturno: lo è nella sua ambientazione cromatica, lo è nella condizione umana dei personaggi che lo popolano, primo fra tutti Chess, il protagonista, che ha scelto quel turno in contrapposizione al mondo corrotto dei suoi colleghi poliziotti che vivono di giorno.
La notte è questo: un'altra dimensione della bellezza, fatta di colori smorzati e cupi, di omicidi, di rifiuto radicale dei compromessi e incapacità di accettare le regole del gioco, è fatta di blues.
La bellissima Alex fa irruzione in questo mondo come uno spiraglio di luce: vitale, del tutto inaspettata, alla ricerca di una purezza che fa intuire la possibilità di qualcosa di diverso, di una nuova possibilità. Chess potrebbe anche crederci, se non fosse che il passato torna ineluttabile a saldare in conti.
La scrittura di Pagan è essenziale, a tratti sincopata: l'autore non sente la necessità didattica di spiegare, non spreca inutilmente parole per condurre il lettore là dove vuole che questi arrivi. Pagan lascia che siano le sue frasi, le sue descrizioni secche a portarci agli stati d'animo dei protagonisti con una capacità – che è molto più degli scrittori che delle scrittrici – di rappresentare i sentimenti nella loro essenza, senza concessioni all'inutile retorica: ne deriva un'intensa sensazione di trovarsi di fronte ad una poesia aspra, malinconica, violenta. Priva di speranza, a tratti, eppure "innocente" nella sua disillusione.
La notte e il blues sono per Pagan ciò che per Jean Claude Izzo è Marsiglia: coprotagonisti a tutti gli effetti del romanzo, elementi indispensabili per creare la giusta sensazione, la giusta atmosfera. Più che elementi concreti, sono una condizione dello spirito.
La traduzione di Jean Pierre Baldacci e Luca Conti rende perfettamente questo romanzo in buona parte fatto di sensazioni: ancora una volta Meridiano zero si conferma come casa editrice di gusto raffinato e sicuro.BR> La notte che ho lasciato Alex chiude la trilogia iniziata con Dead End Blues e Quelli che restano: si può però dire che con questo ultimo capitolo Pagan, premiato con il Prix Mysteré de la Critique, ha fatto un ulteriore salto di qualità con un romanzo sorprendente, rigoroso, struggente.
Semplicemente, bellissimo.

Marina Belli


www.thrillermagazine.it, 30.3.10

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Ci eravamo già occupati de La notte che ho lasciato Alex nel 2005, con una recensione di Marina Belli. Torniamo a parlarne cinque anni dopo, in occasione della ristampa nei tascabili "Sottozero" di Meridiano Zero.
Per citare lo stesso Hugues Pagan – che spende queste parole nella descrizione dello stato psicofisico di un personaggio – questo è un romanzo di "una tristezza quasi spaventosa". Alla fine si ha tentazione di strapparne le pagine, una per una, di far sparire quei fogli che fino alla conclusione sembrano zolle di terra umide gettate su una tomba.
Mentre la carne è ancora viva, ogni sentimento si decompone, tende alla polvere.
La trama è sincopata, quasi non esiste, sopraffatta dalla tavolozza di colori e registri con cui l’autore dipinge l’inquietudine dei personaggi. La spirale discendente di Chess, il poliziotto protagonista, è un disco blues che sfuma, lento, nel silenzio; un canto malinconico iniziato con Dead End Blues e Quelli che restano e che si conclude abbracciando Alex, la femme fatale incrociata sull’autostrada che corre veloce verso l’inferno.
E come un blues, questo polar vive di canoni, di partiture e strutture armoniche consolidate, esasperate fino all’inverosimile. Dannazione, sigarette, omicidi, violenza, intrigo, carne e amori negati. Non manca niente. Se l’orecchio (l’occhio) del lettore è fino, non faticherà a riconoscere le note di solisti e virtuosi del nero come Goodis, Hammett – Chess, in qualche occasione, si trova al cospetto del fantasma di Sam Spade – e Jim Thompson. Il baltringue che è in me, ovvero il crocevia esatto tra tradizione francese e hard boiled americano, tanto che Chess non sfigurerebbe neanche seduto allo stesso tavolino con Martin Terrier e Fabio Montale: con il primo condividerebbe un’anestesia sentimentale costruita con fatica e con il secondo la poesia struggente della vita. Mentre le creature di Manchette e Izzo probabilmente scambierebbero due parole o qualche pugno, lui li osserverebbe in silenzio, trangugiando anfetamine, nel tentativo costante di bruciare ogni fotografia del proprio album di ricordi.
A blues for a dead sun.

Fernando Fazzari