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L’ingenuità delle opere fallite
Hugues Pagan


Pulp
Rumore
L’Unità
www.psychologies.it
www.thrillermagazine.it


Pulp, luglio 2005

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La sensualità che si stende sopre le note dolenti di un blues e si arrende, con calcolata sottomissione, ai toni cupi, elegantemente disillusi, di un noir che non ammette innocenza.
La vita è questa e le luci servono ad illuminare la sera che non vuole dormire o, ancor meglio, a farci vedere chiaro in quelle ombre di anime dannate che non si decidono mai a lasciarsi andare del tutto.
Meyer è morto. Meyer, il pezzo da novanta dei presunti colpevoli.
Un caso, mille indagini e supposizioni. Certo è che tutto stà sfuggendo di mano e il tempo a volte spara i propri colpi, letali e crudi, ancor più di una luger che ha appena deciso chi è che smetterà di respirare. E lui, Schneider, quel poliziotto stanco e disilluso, lui che avrebbe potuto essere e non è, che chissà ancora per quanto saprà rimpiangere e tenere duro, affonda le sue "lunghe dita morbide" in quel torbido impasto che è la morte e in tutto quel che se ne sta, forse vigliaccamente, ma comunque sempre dietro.
La vita, si sa; quanto reale o nelle fatali sequenze di un noir, sfugge e si consuma come una gitane dimenticata accesa. Ma è soprattutto qui, da queste righe scritte da un ex poliziotto con la purezza del poeta, che vita e morte ci parlano, talvolta con un languore che sfiora la dolcezza ed altre con la spregiudicatezza affilata di una lama.
Ma ciò che rende veramente eccellente la qualità delle opere di Pagan è lo stile quanto la ricchezza e la forza narrativa. Al di là della trama, esistono, in questo spazio dedicato alla fantasia e alla conoscenza, sia una caldissima passione che un delicato e al contempo crudo, sguardo dentro l’animo umano. I personaggi trasudano un’espressività potente e irresistibile al punto da restituirli vivi, staccati dalle pagine e da quel mondo di carta dentro al quale sono confinati.
E la città che non fa mai (soltanto) da sfondo, lei, come lo sguardo sfrontato di una donna che ha aspettato troppo a lungo, si affaccia abbracciando il buio di una notte, e la vita se ne va lungo le note di una canzone.

Patrizia Burra


Rumore, maggio 2005

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Hugues Pagan è il conclamato caposcuola di un noir ibrido, che guarda ai classici di genere americano inficiato però dai tratti di una prosa dal tono e dalle sfumature irrimediabilmente francesi. Con L’ingenuità delle opere fallite, si affranca in maniera definitiva dai miti del romanzo nero americano, riscrivendone i paradigmi con uno stile del tutto personale e affascinante. È questa la storia - classica - di uno sbirro cocciuto (Schneider) e di due boss della mala, di cui uno cadavere eccellente (Mayer) e l’altro (Gallien) relatore di una storia di vendetta e rimpianti. E poi di Cherokee e Dinah, femmes fatales e conturbanti coprotagoniste, insieme a surreali altri carachters, dei torbidi affari di questo capolavoro.
Pagan continua così la dura e metafisica trilogia suburbana dei suoi precedenti lavori: Dead End Blues, la ballata di un uomo senza nome in un irrimediabile blues metropolitano; Quelli che restano, dove l’aspra critica al vuoto della società contemporanea lanciata da Derek Raymond vive nella Parigi di Pagan trasfigurata e popolata di fantasmi sociali. E infine La notte che ho lasciato Alex, la storia di una lunga corsa nell’oscurità che si avvicina inesorabilmente al suo termine.
Pagan, algerino, ex sessantottino ed ex questurino integerrimo, è qui un crooner che con una chitarra d’inchiostro improvvisa un blues di vite naufragate, monocorde e sanguinoso, torbido e sensuale, gravido di disillusione e amarezza nichilista. In un meccanismo poliziesco perverso e geniale, i suoi protagonisti sono anime perdute in una città buia e piovosa. E nel cui bilancio finale, l’unica innocenza è l’ingenuità delle opere fallite. Lo scrittore Pagan è un amaro bagliore nella dolente oscurità del noir contemporaneo.

Domenico Mungo


L’Unità, 10.6.05

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Parigi anni 70: un flic raccontato da un flic
L’autore di origine algerina lasciò la polizia per poter scrivere

Esordiva nel 1982 con questo L’ingenuità delle opere fallite (La mort dans une voiture solitaire) Hugues Pagan, uno dei migliori scrittori d’oltralpe di noir "gauchisti". Nato in Algeria nel 1947 Pagan arrivò a Parigi ventenne e partecipò alle lotte del ’68, si arruolò poi in polizia, fino a diventare ispettore. La nostalgia di un luogo perduto (la mitizzazione di un sud solare e archetipico) e ancor più l’esperienza di poliziotto strutturano fortemente tutte le storie di Pagan (di cui l’editore padovano ha in catalogo altri tre ottimi titoli) tanto che il suo punto di vista "interno" al lavoro della polizia e la durezza delle analisi che i suoi libri contengono, fin da questo primo romanzo, lo portarono ben presto a dare le dimissioni per dedicarsi solo alla scrittura. Quello dei poliziotti passati alla narrazione del loro mondo è in francia un fenomeno davvero rilevante, lo stesso Pagan ha scritto una serie (Police District) per una tv satellitare collaborando con Olivier Marchal, anche lui un ex flic, che recentemente ha scritto e diretto 36 Quai des Orfèvres, un film che, come questo primo polar di Pagan, racconta una squadra di poliziotti alle prese oltre che con il "fuori" criminale, ancor di più con il "dentro" fatto di problematiche storie private e di costanti pressioni dall’alto.
L’ingenuità delle opere fallite racconta una settimana della squadra investigativa guidata dall’ispettore Claude Schneider, sette giorni e sette notti che si riveleranno gli ultimi prima che tutto si disfi, prima che fantasmi del passato e avvenimenti del presente, alcuni casuali altri per niente, si incontrino e vadano in collisione. Quel manipolo di uomini che si trovano alle prese con l’omicidio di mayer, un personaggio potente ma defilato della vita sociale di una città che non è mai chiaramente svelata – è vicino parigi, ne possiede molti tratti ma non è proprio Parigi, quasi una città satellite di 250mila anime, devastata dall’edilizia e dalle visioni architettoniche anni Settanta – sono essi stessi un branco di sradicati, portatori di un cumulo di storie private fallite o improbabili, sono un gruppo di insonni che fluttuano nella città condividendone quasi sempre i lati peggiori, marginali essi stessi in un mondo che sta appunto ai margini di una città più grande. Questo documentaristico e cupo noir è anche un decalogo del lavoro di polizia e Pagan opera togliendo romanticismo dove credevamo si dovesse annidare e aggiungendolo in situazioni meno convenzionali, un grido rabbioso contro una gestione opportunistica e politica della polizia francese ("degli incontenibili giscardiani con tendenze a Chirac, perché non si sa mai, no?, scritto allora suona davvero profetico), un racconto che ci svela come un patto di gioventù, un’amicizia, diventano anni dopo solo incommensurabile distanza e necessaria lotta. Su tutto mi piace ricordare il destino di Schneider: "penso al sole e mi piace la pioggia".

Michele De Mieri


www.psychologies.it, 26.6.2005

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Strepitoso Hugues Pagan (nato ad Algeri, ex filosofo, ex poliziotto). Anche in questo noir attorno a un cadavere eccellente, non cerca l’assassino, ma un’assai più ineffabile verità: le intermittenze del cuore, le angosce essiccate, le disillusioni di un uomo alla deriva, l’ispettore Schneider, relegato al turno di notte, che non ha più nulla da perdere, non può o non vuole più controllare la sua vita. Alla ricerca di una giustizia irraggiungibile.
Imperdibile.
Malinconico, struggente, come il blues di sottofondo in una Parigi crepuscolare e corrotta.

Cristina Tirinzoni


www.thrillermagazine.it, 30.6.05

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Splendido davvero, questo L'ingenuità delle opere fallite, quarto romanzo di Hugues Pagan uscito per la Meridiano zero, che si conferma nell'ottimo livello delle sue pubblicazioni. Pagan rende omaggio alla grande tradizione del noir americano – Chandler in primo luogo – con un'opera dal meccanismo investigativo e letterario molto accurato.
Meyers, un pezzo grosso della mala, viene trovato assassinato: la ricerca del colpevole per l'ispettore capo Schneider e la sua squadra è una complicata corsa contro il tempo, prima che i molti interessi in gioco facciano sottrarre loro l'incarico. Con questo romanzo, Pagan raggiunge una maturità stilistica che gli permette di prendere le figure tradizionali del noir e rileggerle secondo una lettura malinconica e struggente, dove i personaggi giocano il loro ruolo con la consapevolezza di ciò che avrebbe potuto essere e che non sarà mai. Il romanzo diviene così il racconto di anime perse in una città crepuscolare, autunnale, in primo luogo per Schneider, l'uomo con gli occhi da lupo per il quale scoprire il colpevole di questo delitto è anche la ricerca di un senso alla deriva della propria esistenza.
Rispetto agli altri romanzi Pagan, trova qui una cifra stilistica più sottile, sommessa: c'è una sorta di dolcezza che permea il racconto, quasi a mitigare l'inevitabilità della deriva dei suoi protagonisti. L'ambientazione molto "francese", è tratteggiata con brevi descrizioni, aggettivi, fotogrammi: gli abiti da femme fatale, i cardigan sformati, una maniera particolare di accendere le Camel, l'omaggio a Humphrey Bogart nei trench bagnati dalla insistente pioggia della Città, tutto ciò fa sì che il lettore possa creare un proprio film immaginario la cui ambientazione solidamente europea premette di attingere a un immaginario molto più abituale, creando una sensazione di familiarità con i luoghi, i personaggi, i loro gesti quotidiani molto più che le atmosfere metropolitane d'oltre oceano.
La colonna sonora di questo ipotetico film è come sempre impeccabile: Pagan, come nei precedenti romanzi, rende omaggio al jazz e al blues richiamando i gradi pezzi di Miles Davis, Ray Charles, Bill Evans, sottofondo necessario allo svolgersi della storia.
Forse, per questo suo stile crepuscolare, L'ingenuità delle opere fallite sarebbe una compagnia perfetta per una serata piovigginosa d'autunno, in sottofondo un cd di Miles Davis e un bicchiere di rosso a completamento. Per molti aspetti un romanzo da lupi solitari, per chi ama i lati oscuri, i dubbi, le incertezze.
"E per il bilancio finale, l'unica innocenza è l'ingenuità delle opere fallite".

Marina Belli