...


Cronaca di un servo felice
Francesco Permunian


Alias/il manifesto
Avvenire
Autografo, Maria Corti
Corriere della Sera
Liberal
Pulp
il Sole 24 ore
tuttolibri/la Stampa


Alias/il manifesto, 13.11.1999

<< < VAI > >>

Dopo aver letto Cronaca di un servo felice di Francesco Permunian (edizioni Meridiano zero, pp. 189; prefazione di Luca Doninelli) sono rimasto qualche giorno senza parole. Dicevo a tutti quelli che incontravo: "Leggilo! È bello!", ma alla domanda logica ("Perché è bello? Come è bello?") non sapevo cosa rispondere. Al massimo, se ce l’avevo in zaino (in questi giorni ce l’ho sempre in zaino) lo tiravo fuori e cominciavo a leggere un pezzo. Di raccontare la storia non mi andava, troppo bizzarra e dubbia: magari accennavo, parlavo dei cani da piacere, delle gare di masticazione, della pitaloteca... Ma quando finalmente dicevano: "Sì, va bene, fammi prendere nota... si intitola?...", allora poi tutti facevano: "Aahhh...", con una smorfia. Accidenti.

Nei libri che ho scritti c’è una quantità di servi servitori allievi apprendisti sottoposti dipendenti felicemente felici della loro condizione. C’è una specie di ideologia-teologia della servitù, una cosa molto cristiana e molto cattolica, in versione un po’ Simone Weil, vale a dire estrema e tendenzialmente patologica. Addirittura in una storia del 1993 ("Una vita felice") raccontai di un uomo buono e pio, di nome Severo: credevo allora fosse una trasformazione del nome vero (che non dirò), ma mi sono accorto stamattina, pensando nel dormiveglia a Permunian e a questa recensione da fare, che "Severo" è quasi un anagramma di "servo". Accidenti;

Ma il servo di questo libro non assomiglia ai servi miei. È un vero demonio.

Ieri ho fatto un paio d’ore di coda in un ufficio pubblico. Come sempre quando vado a fare code negli uffici pubblici, avevo in zaino un libro di Samuel Beckett. Così ho riletto Finale di partita fino al punto in cui Nagg (uno dei due vecchi dentro i bidoni della spazzatura) raconta la storiella del sarto che non finiva mai il paio di pantaloni che doveva finire. Il cliente ripassava e ogni settimana ce n’era una: non era a posto prima il fondo, poi il cavallo... Finché il cliente sbotta: "In sei giorni Dio ha fatto il mondo. E lei non è stato capace di fare un paio di pantaloni in tre mesi!". E il sarto: "Ma Milord! Ma Milord! Guardi... (gesto di disprezzo, con disgusto)... il mondo...(pausa)... e guardi... (gesto amorevole, con orgoglio)... i miei pantaloni!".

Allora provo a fare le cose come si deve. Voce narrante e protagonista di questo libro è Ermete Carafa, marito di Ortensia Pallavicino, genero e segretario particolare della decrepita contessa Pallavicino, padre di Marianna Carafa Pallavicino morta undicenne precipitando dalla terrazza; la scena è in una villa con parco in zona lombardoveneta, tra lago e prealpi. La storia è atroce. Ermete vuole annullare il matrimonio con Ortensia (la causa è in corso presso la Sacra Rota) per congiungersi ufficialmente a Griselda, la sua amata bambola di gomma. Ortensia è dedita ai piaceri più strani: si fa procurare scimmie e cani addestrati e trattati (denti segati ecc.) per le sue feste di piacere sessuale, piene di borghesi e intellettuali alcolizzati. La contessa, settantacinquenne, dopo una vita di piacere sessuale sfrenato - assecondato con disgusto ma con professionalità da Ermete, che le procacciava la carne fresca - è ora semiparalitica, con i femori spezzati dall’incidente d’auto nel quale il suo ultimo amante morì. È sull’orlo della demenza senile, crede fermamente nel ritorno in vita della piccola Marianna e del giovane Celestino (l’ultimo amante, appunto: un bellissimo - ma ebete - ragazzo scovato in campagna da Ermete), parla con i morti, invita a cena Gesù per convincerlo a intercedere, e così via.

Ermete è un bigotto, o fa la parte del bigotto: guarda il terribile mondo che lo circonda più o meno col disprezzo - contemptus - esibito dal sarto della storiella; e guarda a se stesso, e al suo progetto, con l’"amorevole orgoglio" del sarto per i pantaloni. Il progetto è: assecondare la contessa nelle sue manie, ereditare, liberarsi della moglie oscena, far beatificare la figlioletta morta - la Beata Marianna della Magniolia in Fiore! -, sposare in chiesa la bambola Griselda, trasformare in santuario la villa, vivere onorato e benedetto.

Questo è il filo del libro. Ci sono molte altre cose dentro - tutta una serie di storielle sull’ospizio del paese, ad esempio, presso il quale Ermete, da buon bigotto, per un certo tempo presta servizio; nei sotterranei del quale si annida una misteriosa orchestra, composta da suonatori senza strumenti, o che non sanno suonarli, diretta da un direttore che forse non c’è, composta da migliaia di strumentisti che peraltro non si vedono mai, che suona pochi accordi ogni anno, o forse suona in continuazione, non si sa.

Ho letto tutto quanto il libro in un giorno solo, a spezzoni tra una cosa e l’altra: e mi è rimasto in corpo una specie di tremito. Mai, mentre leggevo, ho dubitato che il racconto di Ermete fosse men che vero e reale. Tutta colpa della lingua: che è perfetta, spiccia e sprezzante, furente; che tiene insieme tutti questi contenuti orrendi, nominando ogni cosa col suo nome, evitando ogni splatter, restando controllatissima anche quando - spesso - diventa invettiva e insulto. Ermete è pazzo? La contessa è pazza? Ortensia è pazza? Tutti gli altri, sono pazzi? È un delirio di uno o di tanti? La lucidità della lingua non permette di decidere, fino all’ultimo (e dopo l’ultimo) non si sa chi, cosa, come credere: e si crede a tutto. E poi si ha paura.

Giulio Mozzi


Avvenire, 18.12.1999

<< < VAI > >>

E il servo beffò la contessa

È decisamente una sorpresa e una scoperta il romanzo di Francesco Permunian, veneziano, classe 1951, che ora vive e lavora a Desenzano sul Garda. Si intitola Cronaca di un servo felice e - se si eccettuano alcune pagine di troppo, soprattutto nella seconda parte - si può parlare di una prova narrativa assomutamente risolta, originalissima nel mettere a nudo un mondo in lenta dissoluzione e una simbolica allegoria del disastro di questi ultimi decenni, dove la verità ha lasciato il posto alla maschera e alla finzione. E la maschera è anche quella che usa il servo "felice", che nella prima parte assume il ruolo del "moralista" e del ribelle, di colui che testimonia di questo inesorabile declino e che nella seconda diventa la vittima, corroso dalla sua follia, di questo devasto.

Permunian ha una dote assai rara e poco frequente nei narratori italiani, quella di guardare la realtà con un distacco crudelissimo, fin anche cinico, tanto da permettergli di usare una scrittura tagliente che privilegia il grottesco e le situazioni al limite. Così il contesto di questa farsa di fine secolo, condotta come un balletto settecentesco, in cui aleggiano rimandi ad un Parini ben più avvelenato dai disastri e ad un Frà Galgario bergamasco, che devasta ancor di più la già farsesca traccia dei suoi ritratti d’alto bordo, è quello di una villa nobiliare, in cui si assiste alla tragedia della contessa Palllavicino, inferma e ormai preda dei suoi furori e delle sue ossessioni. Lei che tutto ha comprato e dissipato, lei che tutto ha usato, ora si trova in balia di un’incoscienza che il servo descrive minuziosamente, raccontando anche i suoi trascorsi e quelli della figlia, che sarebbe poi la moglie snaturata del servo, colei che si nutre di pubblicistica culturale, ha il pallino degli intellettuali e dilapida mezzo patrimonio per le sue serate radical-chic. Tanto che poi il "servo" decide di dare ai contadini tutta la biblioteca e al posto dei libri mette i pitali che servono alla contessa. Dietro questa metafora si possono leggere accenni a certi vizi della società culturale degli anni Ottanta e Novanta, dove lo strapotere dell’effimero ha causato veri e propri disastri. Permunian agisce in questo suo divertissement acre e terribile cercando di mettere a fuoco la radice del nichilismo di fine secolo, dove tutto sembra possibile in una realtà che non è più percepita né razionalmente né a livello umano, tanto che anche i valori religiosi non contano niente, sono soltanto apparenza, con qualche scheletro da nascondere nell’armadio.

Permunian cita anche una frase di Sergio Quinzio nella quale sembra risiedere la natura e la ragione di questo romanzo: "La croce è la vera matrice del nichilismo, e la ressurrezione è la possibilità di guardarlo". Questa ressurrezione sembra la speranza taciuta rispetto a questo nulla cui cedono tutti, in una sorta di "pazzia naturale" che non è più in grado di controllare i pensieri e le azioni e di cui, alla fine, il servo diventa elemento simbolico. Luca Doninelli, che presenta il libro, parla giustamente di teatro, come "luogo della mondanità", ma anche come forma "della discesa diretta agli inferi di noi stessi, senza specchi o specchiere, id est senza meditazioni".

Fulvio Panzeri


Autografo n.40, gennaio 2000

<< < VAI > >>

La letteratura italiana riprende una caratteristica che è del Paese stesso; fu Contini a metterlo in rilievo, essa ha fondamentalmente una natura regionale. Così, quando prende spicco un nuovo scrittore, viene fatto di chiedersi: di dove è? Francesco Permunian, a parte il suo già veneto cognome, ha scritto un geniale e originalissimo libro creativo, a cui si addice anche il termine "romanzo", a Desenzano sul Garda, dove dirige la biblioteca comunale e dove si è trasferito dalla nativa Cavarzere (Venezia). Questo non è il suo primo libro; se non sbaglio, l’ho conosciuto anni fa come poeta e mi è parso un autore da non dimenticare. Il libro di cui si parla ha un titolo ironico e un po’ ossimorico in quanto il protagonista è insieme a tratti felice, a tratti personaggio grottesco e fondamentalmente tragico.

La vicenda si conclude nel 1992, epoca a cui ben si addice un Veneto visto come società degli ultimi decenni del millennio. È descritto un mondo di pianura che sta scomparendo e offre situazioni al limite: giustamente Luca Doninelli nella prefazione evoca "scrittori crudeli per obbligo" quali Piovene, Comisso, Parise, Berto. Di particolarmente suo Permunian ha uno stile narrativo che oscilla dal grottesco al farsesco, ma fabuloso, cioè con l’esito per cui quanto più la situazione narrata è surreale, tanto più illumina una realtà che è socialmente riconoscibile. Ma appena questa realtà ci attira e intriga, Permunian la svuota rendendola pura apparenza. È un libro che va letto lentamente e gustato nei segnali che l’autore dispiega sulla pagina soprattutto nei riguardi dei due veri protagonisti, la contessa Pallavicino, che più invecchia più è corrotta e dedita a ludi erotici, e il suo servo che in realtà è il genero, marito di una figlia, lei pure balorda e corrotta.

I segnali di cui parlavo sono offerti in frequenti autodefinizioni che il servo, Ermete Carafa, autore della cronaca e personaggio che dice io, dà di sé: "Ai Savoia preferisco i Borboni, ai quali sempre fu fedele la nobile casata da cui discendo". "Spiare fa parte della mia natura di servo". "No, io non amo il mio tempo, quest’epoca di decadenza nella quale persino i re e le regine sono diventati personaggi da farsa"."Io non amo il disordine, la mia natura di servo non tollera gli eccessi, la violenza alle regole della buona educazione; mi è insopportabile". "Non di preghiere è colmo il Paradiso, bensì di morti, un ammasso di poveri diavoli in sfacelo". "In fondo io sono una persona tranquilla, pur dovendo sopportare infiniti affronti [...], la fede mi è di grande conforto". "Sono un tipo apprensivo, per fortuna la fede mi ha sempre sostenuto". "Chi mi conosce mi giudica un uomo posato, calma e buon senso non mi difettano". "Sono un tipo delicato, anche di naso". La Cronaca è costellata dei punti di vista di un essere umano vile, senza spina dorsale che lentamente nel corso dell’opera sfocia nella follia, sino a sposare una bambolona di plastica e ad attendere l’orchestra dei morti, invisibile, che con la sua musica accompagna la decadenza del protagonista.

I valori religiosi sono trattati ludicamente sicché la loro natura si concreta in apparenza, con scheletri da nascondere negli armadi. Ospizi e istituzioni religiose si configurano simili a teatri, dove i personaggi scendono gradino dopo gradino verso un’oscena immoralità.

C’è però un crescendo evocativo di cui si deve dare merito a Permunian: il leit motiv musicale, l’orchestra dei morti che suona nei sotterranei dell’ospizio e dove simbolicamente tutti aspirano a entrare, anche il nostro Ermete Carafa che fa prove con l’oboe; questa è una metafora lirica di alto livello e significazione. Ecco l’Ermete Carafa pensare: "Ormai il mio destino è tra loro, senza livrea non sono neppure un servo, non mi resta che l’orchestra", e concludere: "Ho deciso di non tornare più a palazzo, aspetterò che il vento mi porti l’eco della musica che stanno eseguendo lassù, sui prati invisibili dell’oblio".

Diceva Max Jacob che bisogna ammirare tipi viventi fortemente caratterizzati, nuovi, scavati. "Ecco la vera psicologia, e non quelle scaramucce di amanti che tengono occupati scrittori psicologici". Credo che Permunian sarebbe d’accordo; la sua ironia, che appare e subito si cela, dà a questo libretto quel senso di distacco dell’autore dalla materia, senza del quale non c’è opera d’arte.

Maria Corti


Corriere della Sera, 31.5.2000

<< < VAI > >>

E il servo fedele covò la ribellione

Quanto appare distante dai vezzi della narrativa italiana di oggi questo insolito (e riuscito) romanzo: Cronaca di un servo felice. Vicino, se mai, agli estri fantastici di una pressoché autoctona cultura veneta (Comisso, Berto); e, ancor più, ad autori dell’Est. Gli illustri bizzarri, i manipolatori di sogni, i maniacali: Gogol, Schulz, Gombrowicz. Semplici corrispondenze? O affinità di gusto? O qualcosa è dovuto anche al mestiere di bibliotecario di Francesco Permunian? Di fatto, Cronaca di un servo felice è, insieme, romanzo crudele, di aspro realismo e, all’opposto, incubo della mente, vita sognata all’interno di quell’altro incubo più generale che risulta la vita dell’uomo. Professione di fede nel servire e, parimenti, rabbia del dover servire. Metafore non enfatizzate dalla voce narrante che è quella del servo, il quasi cinquantenne e bolso Ermete. Che, sposato a una nobile Pallavicino, dissoluta fino al parossismo, vive nel palazzo aristocratico della famiglia della moglie accudendo la vecchia suocera. Una contessa inferma e folle, anch’essa reduce da un’esistenza di bisboccia consumata in estenuanti incontri sessuali con adolescenti in fiore. Lui, Ermete, si dichiara pio e moralista, e appartenente alle benemerite "Ronde del Pudore": è sì fidanzato - lo ammette - con un’altra, Griselda (che si rivelerà, in un drammatico finale, essere una bambola di gomma), ma in attesa di un annullamento del matrimonio... E intanto serve, compiacente e rancoroso, e cova la ribellione, ascoltando i suoni dei violini di una misteriosa orchestra nascosta nel sottosuolo. Colpisce, nel romanzo, l’oltranza dei molti fatti narrati con imperturbabile compostezza e con stile volutamente grigio (tale è il dovere di ogni servo fedele). Ma soprattutto vale il fascino della costruzione di una geografia onirica paranoide. Mondo popolato di biblioteche zeppe di pitali al posto dei libri, vecchie sdentate e vogliose, poveri derelitti confinati negli ospizi. Assieme a ombre che bussano alla porta, "centinaia, migliaia, una fila incredibile", e "schiere di morti": fantasmi troppo prossimi agli estremi della vita; ahimé, forse, di ogni vita.

Giovanni Pacchiano


Liberal, 20.1.2000

<< < VAI > >>

L’ultimo anno del secolo, per me e qualche altro happy few (ma di razza, come Luca Doninelli e Giulio Mozzi) ha portato una grande sorpresa: lo strepitoso romanzo d’esordio di Francesco Permunian intitolato Cronaca di un servo felice e pubblicato dalla padovana Meridiano zero in una collana (diretta da Renato Poletti) che con soli tre titoli all’attivo (di Bove e Audiberti gli altri due) già si fa notare per impudenza e bizzarria.

Sono Pazzi Questi Veneti, come suggerisce anche Doninelli nella sua bella introduzione a questa Cronaca, che in poche pagine è davvero un libro-mondo, da ritornarci sopra più volte, e da consigliare agli amici. A me, il libro di Permunian ha ricordato Parise, il giovanissimo Parise che trovò in Neri Pozza il necessario e coraggioso sostegno editoriale. Ma in realtà, il libro pazzo e disperato di Permunian non assomiglia a nulla, così come il suo protagonista, servo e "gentiluomo", non assomiglia a nessuno. Più che un uomo è uno sguardo: e la storia che ci racconta, una cronaca di grottesco disfacimento provinciale, con gran confusione tra vivi e mori, non esiste al di fuori della sua voce, del suo, lievemente abietto, furore. Ma mentre leggiamo, quel remoto mondo di burattini marciti si anima di una strana energia: perché questa che il servo ci racconta, in fin dei conti, non è che una delle maschere possibili del nostro mondo.

Emanuele Trevi


Pulp n. 22, novembre 1999

<< < VAI > >>

Sorprendente, l’esordio di Francesco Permunian. Il suo è un romanzo che spiazza: più volte, dopo pagine di pura noia, Permunian riesce ad avvincere il lettore quell’attimo prima che la tentazione - forte - di chiudere il libro abbia il sopravvento. E così, cullati da una storia sempre in bilico tra il comico e il grottesco, ci si ritrova immersi in una lettura "intermittente" che entusiasma proprio per questa insolita capacità dell’autore di gestire fino al limite massimo le reazioni del lettore. Lettore che, poi, verrà del tutto ripagato in un finale dai risvolti a dir poco surreali. Ad inchiodare alla pagina, però, è soprattutto la scrittura di Permunian: al di là della trama, spesso paludata, si percepisce che la sua non è narrativa ma letteratura; si comprende che davvero, come sottolinea Luca Doninelli nella prefazione, la natura romanzesca di uno scrittore non è data dall’ampiezza degli eposodi che racconta, ma dall’ampiezza della cornice che inquadra gli episodi. Un concetto proprio dei grandi scrottori classici (non a caso "dall’ampiezza della cornice" partiva anche Robert L. Stevenson) che Permunian ha la dote di trasferire sulla carta conducendo il lettore "nei gorghi di quel delirio divino che è la vita umana" e ritraendo i personaggi nei panni, quasi teatrali, di "cadaveri viventi condannati, più che a una morte unica e definitiva, ad un continuo morire".

Gian Paolo Serino


il Sole 24 ore, 12.3.2000

<< < VAI > >>

Tanto vale allora la scelta del grottesco. Acre e duro, anche. Come fa Permunian in Cronaca di un servo felice, stilisticamente elaborato anche nel gioco prospettico incentrato sull’io narrante volutamente e giustamente querulo (peraltro non sempre equilibrato) del cognato d’una vecchia pazza contessa di recente nobiltà e del suo sprezzante sguardo, tra folle e allucinato, da presunto ultimo rampollo di nobiltà meridionale, sanfedista (di cognome lui fa Carafa), su un mondo in decadenza, non solo di nobiluomini da strapazzo ma dell’intera umanità che gli gira intorno, cercando conforto in una fidanzata di plastica. Un libro grottesco e tragico nella tenebra totale di valori in un mondo dato senza salvazione e metaforizzato in tante fisicità in decomposizione. Un mondo, e concordo col prefatore Doninelli, circoscritto sì nella "nera" linea veneta delle rappresentazioni; capace però, in forza d’una elaborazione strutturale e stilistica quasi sempre di pregevole tenuta, di riflettersi sulle tante e non solo venete odierne decomposizioni.

Ermanno Paccagnini


tuttolibri/la Stampa, 13.11.1999

<< < VAI > >>

C’è un servo felice che smaschera l’orrore

È una novella esemplare questa Cronaca di un servo felice, strappata dalle viscere, scavata a mani nude, terrifica e insieme soave. Ne è artefice Francesco Permunian, anche poeta, natali veneti, ora cittadino di Desenzano sul Garda, quarantotto anni, un volto stranito, un crocevia di visioni, di antiche piaghe, di feroci cimenti. "Appartiene" lo identifica nella prefazione Luca Doninelli, esperto, non da oggi, di sottosuoli " alla schiva tradizione di scrittori crudeli per obbligo". E sciorina i nomi di Piovene, Comisso, Parise, Berto, Zanzotto. Impeccabile elenco, a cui bisognerebbe aggiungere Antonio Fogazzaro, in particolare la sua vocazione a disprezzare, "fieramente, i disprezzi del mondo", come fu detto.

Qui si narra - allegorico affresco - di una contessa sottratta al circo da un generale, una nobiltà posticcia, quindi, acciuffata per caso. Più vecchio di mezzo secolo e oltre, il pettoruto medagliere non uscì salvo dal viaggio di nozze, tali e tante prove veneree gli impose la consorte. La quale, smarrito il coniuge, non depose le furie erotiche, spegnendole e rinfocolandole con una selva di giovani rustici. Accolti nel talamo - e ivi sottoposti a estenuanti esercizi - superata la prova delle clementine. Ovvero: veniva incoronato fidanzato il contadinello che, le mani legate dietro la schiena, per primo riusciva a divorare il paiolo stracolmo di arance postogli davanti. Il "fortunato" (in realtà si arricchiva) restava in carica sei mesi. Uno su tutti folgorò la Circe lombardo-veneta, già settantenne ("Il buio avanza attraverso le mura di questo palazzo [...]. Che io possa riscaldare le stanche membra con il fanciullo più bello del mondo"): Celeste, Celestino, infine Clementino, decompostosi in una sfida automobilistica.

La voce guida è il genero, il servo felice, "un indagatore del caos", obbedientissimo a un superiore disegno: raccontare "la trama di quel delirio divino che è la vita umana". Quel Dio che solo a nominarlo - tanto è assurdo, bislacco, buffone, medioevalmente buffone - scompagina le menti, detta gesti che varcano inesorabilmente la soglia. Del lecito, della decenza, della geometria, ecco: dell’immaginazione.

Questa Cronaca allevata in un estremo giardino del Male (sono ormai rari, abbondano le caricature, i falsi) porge stupori a iosa: pie signorine che autoflagellandosi raggiungono il climax, donne sollazzate da cani e scimmie educate alla bisogna (i cervelli delle scimmie saranno assaporati all’alba, Peter Greenaway è il regista ideale della grottesca parabola), intellettuali d’accatto ("Mentre le bestie si piegano a certe recite solo a prezzo di percosse e torture, gli intellettuali invece la vocazione alla recita ce l’hanno nel sangue"), bimbe malefiche di cui si invoca la beatificazione, preti bolsi, vecchi indecenti...

Francesco Permunian incede sfoderando inchiostri astuti, esatti, sapidi. Talvolta sfiora la razionalità fantastica di un Piovene, talvolta il passo fantastico tout court di un Buzzati. La Grazia (le avvisaglie non difettano) potrebbe, un giorno, perforargli le mani. Sacro è il profano.

Bruno Quaranta