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Cane rabbioso
Angelo Petrella


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Brescia Oggi, 6.4.06

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CANE RABBIOSO, IL ROMANZO DELL’ESORDIO DI ANGELO PETRELLA.
UN "MALIGNO" CON IL DISTINTIVO

Il protagonista è un poliziotto. Ma corrotto e cocainomane.
Non c’è più solo chi uccide e chi caccia i criminali. Non c’è più solo il bianco e il nero. Non c’è più solo chi sta dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. La centralità del male si è frantumata e la contaminazione si diffonde implacabile. Il caos è strutturale, i connotati sono stati camuffati, hanno contorni invisibili, i franchi tiratori non hanno un codice d’onore, se mai ce l’hanno avuto, dietro ogni servizio si nasconde un tradimento. Il noir è un colore estremo, è la negazione di qualsiasi altro colore.
Cane rabbioso (Meridiano Zero, pp. 89, 6 euro) segna l’esordio di Angelo Petrella, 28 anni. Un romanzo breve, secco e bruciante come un colpo di pistola, di rara crudezza e potenza. Un viaggio senza ritorno al termine della notte, una punta di finisterre della speranza.
Napoli è lo sfondo, ma Napoli non esiste, è una città senza sapore né paesaggio. Una città senza nome, un luogo post-moderno, atrofizzato dal degrado, da day after sotto il vulcano.
Protagonista è un poliziotto che non ha più nessuna regola o etica. È un uomo corrotto, diabolico e spietato, marcio e venduto, che si moltiplica come un trasformista e galleggia sfoggiando identità e reputazioni proteiformi.
Detective dai metodi scorretti che ricorre all’analista, cocainomane, perennemente ubriaco, imbottito di ansiolitici, infoiato di sesso, assassinio a piede libero dalla parte della legge, non esita a commettere le azioni più spregevoli, disprezza la vita, anche la propria, ma è anche un poeta di successo, nonché uomo di partito, a riprova che l’inaffidabilità regna sovrana.
Di lui non conosciamo retroscena psicologici, non ce n’è bisogno, lo vediamo agire con il suo battito animale. Nessuna traccia di umanità, violenza pubblica e privata gratuite. A Napoli qualcuno sta cercando di incastrarlo, perché tutti sanno e tutti calcolano la mossa dello scacco. Ed è qualcuno che ha scoperto le trame losche dei corpi separati dello Stato, i traffici dei servizi segreti nazionali ed esteri. Qualcuno che non è pulito nemmeno lui e che vuole giocare le sue carte per il controllo del potere. La caduta libera ha la stessa ebbrezza dell’onnipotenza e la tragicità del personaggio esprime la sua disperazione, la sua tragicità coatta con un urlo muto.
Lo stile di Petrella è iperrealistico, allucinato, la sua sintassi greggia, come "fatta" di coca, febbrile nel ritmo di un jazz acido. Un esordio stupefacente, che ci porta dritti all’inferno e ci disvela la ferocità del male per inchiodarlo al muro in tutto il suo orrore. Una lettura che ferisce e lascia una cicatrice.

Nino Dolfo


il Denaro, 21.5.2006

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Angelo Petrella è il nome nuovo della letteratura noir in Italia. Il giovane e talentuoso scrittore napoletano, ha reso possibile ciò in 90 pagine. Tante sono bastate all’autore per esprimere in Cane rabbioso il suo primo libro edito dalla padovana Meridiano Zero, il suo scrivere "nervoso", secco, intenso, ritmato da onnipresenti segni d’interpunzione. Il sesso, la droga, la violenza vengono esplicitati in maniera chiara senza nessun giro di parole. Parole divise, un ritmo sincopato che incalza il lettore a continuare in queste 90 pagine, ricche di immagini e situazioni: un poliziotto corrotto, donne di facili costumi,l’arma come strumento della ragione e del potere; tutto in una Napoli "black", caratterizzata dal suo porto e dalla sua aria nefasta di angoscia frammista a rabbia. Aggettivazioni continue e repentine come se la rabbia che dà il titolo al libro dovesse spalmarsi lungo tutto l’arco del racconto. Un sentimento che è presente e intriso nei risvolti psicologici di ciascun personaggio, cadenzati da una perfezione formale e ritmica assoluta.
Il breve romanzo di Petrella avvince e convince, avvince nel concederti il fastidio nel leggere, nell’assistere alla nuda crudeltà e all’assenza totale di speranza, ma convince anche di più nel caratterizzare perfettamente la figura del protagonista, il poliziotto comunista, corrotto, cocainomane, aspirante poeta, portando agli estremi una realtà dilatata costituita da partite di droga, omicidi, intrighi di potere in una Napoli irriconoscibile. La storia vive su personaggi cattivi, primo fra tutti il poliziotto, accomunati dalla loro inutilità, da loro disinteresse per qualsivoglia regola o morale, che sfidano in ogni occasione la morte, visionari "attenti" ad autodistruggersi, a portare a avanti la narrazione del trionfo del male, evitando lo scontato quanto inappropriato happy end. Nessuna remora, nessun timore per l’autore nel porgere la storia così com’è, esente da qualsiasi clichè narrativo, rivolgendosi nel contempo ad un pubblico giovane ed adulto, sorprendendolo attraverso una scrittura unica nel suo genere. Lo si potrebbe riassumere in un " vortice frenetico senza speranza" il Cane rabbioso di Petrella, penna esordiente del ritrovato noir "made in Italy".

Chiara Crispino


il Denaro, 3.6.2006

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Un poliziotto "rabbioso": esordio per Angelo Petrella

Cane rabbioso rappresenta l’esordio narrativo di Angelo Petrella ventottenne, prossimo al conseguimento della laurea in lettere presso l’università di Siena, città che divide con Napoli e Parigi. Cane rabbioso è un noir pubblicato dalla casa editrice padovana: Meridiano zero, peraltro specializzata nel genere, vantando un catalogo di tutto rispetto, con nomi del calibro di un Derek Raymond, David Ambrose, James Lee Burke.
Il "Cane rabbioso" è un poliziotto napoletano che agisce in una città lontana da oleografie o da letture ideologiche, una città che fa solo da sfondo ad una narrazione nevrotica fatta di sesso occasionale ed esasperato, strisce di cocaina, Prozac e Limbiol.
Il protagonista, emblema di un universo corrotto e corruttore, si muove all’interno di un contesto marcio e patologizzato, la sua esistenza, estremamente variegata, si svolge tra sedute psicoanalitiche, e l’appartenenza ad un giro di stupefacenti gestito dalla stesse forze dell’ordine.
Inoltre egli è autore di libri recensiti su riviste letterarie, e partecipa al sottobosco losco e affaristico della politica.
Gli antecedenti e i rimandi farebbero subito pensare ai prodotti di genere statunitense o, per restare a noi, al primo Cacciapuoti quello di Pater familias o de L’ubbidienza, ma anche al Ferrandino di Pericle il nero.
Ma sono almeno due i meriti che spettano all’opera prima di Angelo Petrella, l’aver rinunciato a raccontare una "sua" Napoli, non ricorrendo, come abbiamo detto prima, a nessuna forma di oleografia, o di visione personalizzata della città, rinunciando quindi anche all’uso di espressioni dialettali.
E poi, e qui ritroviamo le sue qualità più originali, il linguaggio, l’uso di un linguaggio turpiloquiale, nevrotico, incalzante, racchiuso in una sorta di monologo interiore, che fa da contrappunto ad una narrazione asciutta, essenziale, di taglio cinematografico, fatto di brevi sequenze, di pestaggi, di sangue, di sniffate di coca, di sesso estremo in una sorta di discesa agli inferi, che si sviluppa nelle ottantanove pagine di Cane rabbioso.
Un esordio più che mai convincente nell’ambito di un genere come il noir che, pur all’interno di canoni narrativi ben definiti, riesce a fornirci lo spaccato di un universo in irrimediabile sfacelo.

Maurizio Sibilio


il Foglio, aprile 2006

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Hot, maggio 2006

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Uno sbirro che più bastardo non si può. Schizzato. Strafatto. Assassino. Sessualmente aggravato da un immaginario camionista. Puttaniere. Legato a un gruppo di colleghi altrettanto bastardi e malavitosi. Ma con una facciata rispettabile di intellettuale progressista. Persino di scrittore Sullo sfondo di notti tossiche, locali malfamati, mefitici angiporti e oscuri adescamenti, in una Napoli che rende consapevole omaggio al devastato Yorkshire e di David Peace, riconosciuto maestro dell’Ultranoir, il giovanissimo Petrellascatena il suo mastino sulle tracce di un impossibile via d’uscita dal disordine esistenziale di un "tutto-e-subito" che non conosce luce, ma solo notte, non amore, ma solo odio, mai pietà, unicamente vendetta. E su tutto: opportunismo, scorciatoie verso il successo, psicopatologia sociale che giustifica quella individuale nel nome della comune percezione del trionfo del crimine.
Autore, per ora, di un breve racconto elettrizzante, domani Petrella, magari illuminando di un raggio di luce tutta questa ossessiva oscurità, potrebbe regalarci un romanzo di quelli che ti afferrano e non ti lasciano scampo. Per ora un saggio virtuoso di scrittura. Domani, con i migliori auguri, uno scrittore vero.

Giancarlo De Cataldo


Liberazione, 26.4.06

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CANE RABBIOSO
Letteratura del male nel Made In Italy contemporaneo

Allo scader della stagione invernale, il "Made in Italy" letterario sembra avere una nuova fioritura. Ma la nostra primavera è feroce e i suoi, sono fiori del male. Botanico dei lati oscuri è Angelo Petrella, penna esordiente che penetra nel sistema fognario della psiche umana sondandone gli angoli più nauseanti, lerci e infetti. Tale sistema è l’architettura basica sulla quale si sviluppa il suo romanzo intitolato Cane rabbioso, edito dalla casa editrice Meridiano Zero.
Quale migliore ambientazione di partenza se non un porto, nello specifico quello di Napoli, dove iniziano ad intrecciarsi elementi come una partita di droga, una vendetta, un omicidio di troppo e un uomo corrotto, crudele, spietato che si è venduto. Che non ha più nessun codice d’onore. Nessuna forma di umanità. È questo il soggetto narrante, una sorta di "cattivo tenente" in versione partenopea che non esita ad uccidere e a commettere le azioni più spregevoli per continuare a sopportare la sua vita.
Ma a Napoli qualcuno ha deciso di toglierselo di torno. Qualcuno sta cercando di incastrarlo. Qualcuno che ha scoperto le collusioni tra vari corpi dello Stato per il controllo del potere pretendendo la sua fetta. Restano ventiquattr’ore per sistemare tutto. Lo stesso arco di tempo con il quale si sbrana il libro, che va aggredito con ferocia come in un combattimento di pitbull. Ed è la ferocia a farsi vettore della retorica, veloce, cocainomane, extrasistolica, paranoide. Peccato che non ci sia vincitore e che il senso del vivere sia completamente nullo.
Un romanzo in cui la critica che sottende è quella sulla condizione umana, sul senso del male come unico scenario di riferimento. Homo homini lupus. Un urlo che strappa ogni patinatura e che ben si intreccia ai grandi maestri del male letterario. Tre sono le direttrici nere da seguire per una migliore comprensione del progetto editoriale e dei suoi contenuti. Ellroy, Bunker, Welsh. Dal primo, Petrella ruba la contestualizzazione metropolitana marcia, la corruzione totale come eco della condizione umana. Dal secondo trae il senso totalitario del potere, il concetto di crimine come scelta a senso unico ma è dal terzo autore che Petrella mutua una vasta serie di elementi. Per quanto non possa essere percepito come autore noir, poiché riconosciuto iniziatore degli stilemi della letteratura chimica, Welsh regala a Petrella una serie di strumenti narrativi.
L’elemento di spicco è l’enorme giustapposizione con, ciò che ritengo essere uno dei prodotti letterari pop più belli del tardo novecento, rispondente al titolo de: Il lercio. L’identificazione più forte del personaggio principale di Cane rabbioso segue le stesse tracce di quello del famoso romanzo di Welsh. Entrambi i soggetti principali sono poliziotti corrotti, entrambi violenti, cinici e distruttivi. Entrambi pronti all’abuso reiterativo. Entrambi macchiati di infamie delle peggiori e totalmente disconnessi dal senso della vita. I soggetti vengono sfaccettati nel loro profilo psichico affondando una lama analitica che fa di entrambi i romanzi, dei thriller senza sosta.
Ma l’elemento più forte che accomuna i due, risiede in questo senso iperreale che porta all’onirismo attraverso la velocizzazione continua della narrazione. Tra iperrealtà e sogno, il nesso estetico viene prodotto da microsecondi di ironia glaciale che produce lo squilibrio nella tensione accumulata. La punteggiatura riduce la narrazione ad uno scheletro ed ogni ondata di eventi esplode nel cervello del lettore – e del letto – pagina dopo pagina come botte di cocaina, pere di eroina, psicofarmaci assunti con superalcolici. La lettura viene assorbita come nicotina dalle Gauloises che il "lercio" nostrano fuma con avidità, tiro dopo tiro. Una spirale isterica senza inizio né fine che conduce il lettore verso l’inferno di un quotidiano riveduto e corretto da Quentin Tarantino ma che passa attraverso nella sua invisibilità. Un mattone in faccia al buon lettore che non avrà spazi di riflessione se non dopo aver letto l’ultima pagina, tirando un sospiro di sollievo.
Cane rabbioso è il primo atto di uno scrittore che, nel suo piccolo, rilancia la letteratura italiana su un piano radicale, senza concedere nulla ad operazioni di stemperamenti commerciali. Napoli è la madre–puttana di questo parto, dove Petrella nasce e alla quale dedica il suo primo Romanzo. Non unico nella sua produzione, oltre a Cane rabbioso Petrella ha pubblicato la raccolta di racconti Una festa di paese (Guida, 1999). Suoi testi poetici appaiono in antologie e riviste, tra cui Attraversamenti (Di Salvo, 2002) e 1¡ non singolo. Sette poeti italiani (Oèdipus, 2006). In ambito critico e teorico Petrella si occupa variamente di avanguardie letterarie, di postmoderno, della poesia di Sanguineti e dell’opera di Pirandello: suoi contributi e saggi appaiono in diverse riviste, tra cui Allegoria, Atelier, Avanguardia e Belfagor.
Cane rabbioso è un romanzo che, più che farsi leggere, sfida la mente umana sbranando i suoi paesaggi più oscuri.

Francesco WARBEAR Macarone Palmieri


il manifesto/Metrovie, 24.3.2006

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È uscito in questi giorni il primo libro di un italiano pubblicato nella collana di noir della padovana Meridiano Zero. Si tratta di Cane Rabbioso, di Angelo Petrella. L’autore è un napoletano ventottenne alla sua seconda prova di scrittura. Il primo libro era una raccolta di racconti intitolata Una festa di paese, uscito per i tipi di Guida Editore qualche anno fa.
Cane Rabbioso è la storia di un poliziotto napoletano corrotto, cocainomane, poeta di successo e dirigente comunista. Già il profilo del protagonista lascia intendere che ci troviamo di fronte a un testo che dilata la realtà fino a spingerla in un angolo nel quale essa si presenta a grumi solidi, come un monito, un avvertimento.
È un romanzo breve, duro, allucinato; una storia a tinte forti tratteggiata con una scrittura volutamente sincopata, che si snoda fra partite di droga, tossici senza speranza, intrighi di potere, omicidi. Una storia che segue il protagonista nelle sue giornate di violenza e sopraffazione attraverso i luoghi di una Napoli diafana e senza colori, trasmettendocene attraverso la pagina i battiti del cuore accelerati dalla coca. Il cinismo è il giro di basso di tutto il libro; la perdizione e l’inutilità le condizioni comuni a tutti i personaggi. Buoni e cattivi sono stritolati da una realtà nella quale i destini individuali sono delle condanne a morte a orologeria.
Petrella riesce a raccontare il male nei suoi aspetti più estremi, ripugnanti o ridicoli, come nella scena nella quale nei bagni dell’autogrill il poliziotto protagonista piscia per terra senza motivo e alle proteste della donna delle pulizie la prende a calci e le spegne la sigaretta sulla mano.
Cane Rabbioso è un libro che prende allo stomaco, intriso di un iperrealismo livido che sfocia nel visionario e sfiora il manierismo: i personaggi cattivi, primo fra tutti il protagonista, sono soli nella corsa verso la distruzione di ogni regola e morale e verso la loro stessa autodistruzione; i personaggi buoni sono solo vittime, a malapena distinguibili fra loro, dai contorni incerti, quasi invisibili.
Il cane rabbioso è violento, arrabbiato, ma anche disperato, perennemente sull’orlo del suicidio. Tentano di incastrarlo ma non ci riescono. Nonostante sia sempre fatto o ubriaco, nonostante ignori qualunque elementare regola di prudenza, lasciando dietro di sé innumerevoli indizi di colpevolezza, è proprio la sua totale indifferenza alla vita e alla morte che lo fa trionfare. Il cattivo vince, eccelle in tutti i campi, si sbarazza degli ostacoli, ma la morte lo aspetta comunque dietro l’angolo, come semplice appendice di una vita che non vale la pena vivere.
In realtà il romanzo di Petrella nel momento in cui dà forma al male, nelle sue furiose iperboli di violenza, lo affronta, lo disinnesca, lo sconfigge. Cane Rabbioso è un libro frenetico, cattivo, sferzante: un noir senza speranza e senza salvezza che dimostra il talento narrativo di Petrella.

Riccardo Brun


il mattino di Napoli, 5.4.06

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Poliziotti e cocaina per l’esordio di Petrella

È appena andato in libreria Cane rabbioso (Meridiano zero, pagg. 96, euro 6), esordio narrativo del ventottenne napoletano Angelo Petrella, dottorando in letteratura italiana a Siena. Il testo - un noir, giacché la casa editrice padovana è specializzata nel genere poliziesco - narra di un agente napoletano che ritma la sua caotica vita quotidiana tra sniffate di cocaina e rapporti sessuali occasionali. Il protagonista fa anche parte di una cellula fatta d’appartenenti alle forze dell’ordine che gestisce un giro di droga. Il personaggio è sfaccettato: scrive libri che sono lodati sulle pagine letterarie; cerca spacciatori di coca e sigarette fresche; vive in un sottobosco fatto di comitati politici, locali notturni e amici strampalati. L’azione scenica, invece, si dipana in un crescendo narrativo ritmato da una razionale e psicotica corsa in una nebulosa realtà reale. Come antecedente del genere, a Napoli, possiamo citare il giallista Bruno Pezzella. Ma è nella realizzazione linguistica - secca e ritmata, che fa pensare ad epigoni statunitensi - che Petrella dimostra la sua novità. Pur essendo la narrazione segmentata da brevi frasi di poche parole - quando il poliziotto pensa alla sua psicotica realtà addirittura si arriva a una struttura parola-punto-parola - il ritmo è incalzante e ti avvolge come la storia: vera matrioska umana e giudiziaria di una realtà senza più schemi, se non quelli che il potere e gli euro danno. Insomma, un esordio convincente ed un prodotto spendibile su tutto il mercato italiano, privo di quel limite che ha il genere a Napoli: l’uso ossessivo del dialetto da strada con molte apocopi e con poco significato per chi quel vissuto non frequenta. Altre assonanze, per quanto riguarda l’ambiente, ci parlano di Giuseppe Ferrandino, mentre per alcune atmosfere sembra esserci traccia anche dell’ultimo Gaetano Amato.

Vicenzo Aiello


il Mucchio,

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ESORDI - Angelo Putrella, cane rabbioso

Crimini, violenza, corruzione: questi gli ingredienti del romanzo breve che segna l’esordio di Angelo Putrella. Sorta di versione tricolore del Cattivo tenente di Abel Ferrara, il suo protagonista è un poliziotto napoletano non esattamente irreprensibile che, con il susseguirsi delle pagine, si trova coinvolto in un tourbillon di di complotti, droga, vendette incrociate, efferatezze e depravazioni in salsa pulp sempre più vorticoso, in certi momenti ai limiti del grottesco. Nessuna (o quasi) introspezione, nonostante la narrazione in prima persona, ma un susseguirsi di eventi talmente serrato da togliere il fiato; a tratti persino disturbante, ma non tanto quanto – ci par di capire – lo scrittore vorrebbe. Si legge bene – oltre che in fretta – Cane rabbioso, e questo è già tanto; aspettiamo però di vedere il suo autore alle prese con un formato un po’ più corposo prima di indicarlo con sicurezza come il nuovo talento del noir italiano.

Aurelio Pasini


Pulp, mag-giu 2006

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Un’unica voce, solitaria. Un unico delirio anfetaminico e bruciante, tirato via come un lungo e inconfessabile pensiero. Una linea retta, senza capo né coda, sparata direttamente nel vostro cervello.
Un poliziotto. Strafatto, cinico, poeta corrotto e dirigente comunista, colluso con poteri molto forti e molto deviati. Una bestia assassina priva di sentimento che scorazza nel suo mondo malato, nei bassifondi di una Napoli appena accennata. Tra un tiro di Gauloises ed uno di coca, una pera ed una manciata di pillole, rischia di farsi incastrare da chi neppure intravede la sua reale natura. Indifferente alla morale, senza speranza o possibilità. Incolmabilmente privo di prospettive e perennemente inseguito dalla percezione dell’inutilità della sua esistenza, intrisa di un male antico, ma costantemente presente.
Senza lasciare un attimo di quiete al lettore, questo felice esordio nel noir di Angelo Petrella, merita, e non può che essere così, ingurgitato tutto d’un fiato. Ma non crediate di digerirlo con facilità. Indigesto dall’inizio alla fine, ma coinvolgente al punto da dover modulare il proprio respiro sul ritmo forsennato della narrazione. Con una prosa isterica ed un uso nevrastenico della punteggiatura Petrella trascrive un’improvvisazione, dà forma ad un assolo partorito dal talento di un musicista quasi stupito da un simile risultato. Privo di scrupoli e di inibizioni, di giustificazioni o alibi, ha la rara capacità di rappresentare, nella finzione, una realtà cruda e vera che, talvolta, preferiremmo ignorare.
Questo libro non è pizza e mandolino, questo libro è rumore di percussioni che ti sconquassano la mente e ti fanno tremare le viscere.

Corrado Pipan


il Quotidiano, 31.3.06

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"Il. Fascino. Della. Divisa. […] Gliel’ho fatta provare per vedere se era buona, se non uccideva: dallo sguardo della tizia sembra buona. Prendo la spada dalla tasca, mi faccio e collasso nel cesso assieme a lei. Rinvengo dopo dieci minuti, ma la troia non c’è. E nemmeno il mio berretto. Né la mia pistola".
Ci sono libri che strattonano il lettore e scrittori che fanno della sgradevolezza programmatica la loro cifra principale. Sceglie questa strada il giovane Angelo Petrella, napoletano classe 1978, che con un libricino smilzo smilzo dal titolo Cane rabbioso (Meridiano Zero, pagg. 92, Euro 6), descrive un paio di giornate – e nottate – di un poliziotto disumano, che ne combina di tutti i colori. Il risultato è un pugno nello stomaco. Questo mostro di cui non conosciamo il nome è il narratore in prima persona di ore compulsive, di spaventosa crudeltà. Di indifferenza totale verso qualsiasi possibile forma di pietà, di perdita d’ogni significato, di perdita del sé, prima di tutto.
Costui tira strisce di coca a ripetizione manco fossero caffè, ingolla valium e rum come bicchieri d’acqua, tratta tutte le donne come sgualdrine, peggio, come oggetti usa & getta nei cessi dei bar. Utilizza la violenza e l’aggressione come unica regola. Ammazza chiunque gli dia anche solo un po’ fastidio, e ha un posticino tutto suo nel quale seppellisce i cadaveri dei poveracci che incappano in lui. Tra un tavor e un prozac, uno scherzetto en passant che costa la vita a due ragazze innocenti (che sniffano una polvere velenosa da lui lasciata in ingannevole evidenza), sesso tristissimo e sfrenato – solo e in compagnia -, torture e ferocia ("le do un calcio nella pancia, le spengo la Camel sul dorso della mano"), fumo nevrotico, pere e sniffate, il nostro "cattivo tenente" ha il tempo di partecipare in piena notte ad adunate che raccolgono il meglio (si fa per dire) dei corpi dello Stato deviati e di pezzi dei servizi corrotti. "Un finanziere, altri tre poliziotti, uno del Sisde, due militari, uno della Digos e un negro della Nato". Lì si prendono decisioni sporche, insensate, secondo una logica del potere fine a se stessa e di pura prevaricazione, di alleanze che sporcano le dinamiche coerenti della vita sociale.
È un racconto estremo, quello di Cane rabbioso, che suscita un ribrezzo totale verso il protagonista. È un dolore al quadrato pensare che sia un poliziotto, ossia un signore che dovrebbe proteggere le persone; è un sollievo pensare alla fine delle 90 pagine che questo sia un racconto di fantasia. Non c’è barlume di motivazioni né tanto meno di riscatto, nella pazzesca corsa verso il nulla dell’assatanato in divisa. Il male è davvero banale e a portata di mano, è facile e redditizio, e la fa sempre franca. Niente male, questa bella inondazione di cinismo in uno scrittore esordiente di soli 28 anni. La fulminea fotografia della corruzione definitiva, il linguaggio telegrafico con l’acceleratore sempre premuto a tavoletta, le parole come schiaffi: Angelo Petrella va seguito con curiosità a una prossima prova più corposa.

Gianluca Veltri


Repubblica, 8.4.06

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Un nuovo cattivotenente si aggira per la città di Napoli.
È schizzatissimo, si fa di Limbial e Prozac, tira come un cavallo e ha poco tempo, 24 ore per trovare qualcuno che lo vuole incastrare. Pezzi da novanta.
In sintesi è la storia mozzafiato di Cane rabbioso, del ventottenne napoletano Angelo Petrella, mandato in stampa dalla casa editrice padovana Meridiano Zero.
Fa piacere salutare talenti che masticano un nuovo tipo di noir coniugandolo con allucinazioni, ritmi sincopati, parole divise, punteggiatura al di fuori di ogni regola e non solo per sorprendere. Telefilm americano, Abel Ferrara con un po’ di David Lynch, personaggi che popolano il porto di Napoli e i suoi dintorni come se abitassero tra Chicago e la persissima New York, mela strafatta da poliziotti corrottissimi e figlie di questori a rota di vita e di morte.
Notevole esordio, qualche strizzata d’occhio di troppo, padronanza del ritmo da regista da tenere sotto controllo. Si esce dalle 89 pagine come se tutta la droga del mondo le avesse pervase e con il protagonista che prepara strisce per esorcizzare forse tutto il male di vivere del mondo.

Peppe Lanzetta


Repubblica, 16.5.06

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Il mondo marcio del cattivo tenente

Riesce difficile che possa esistere nella realtà un personaggio come il protagonista di questo libro. Un poliziotto corrotto, assassino, stupratore, tossicodipendente, che tra un abuso e l’altro (di droga, di potere e di sesso) trova anche il tempo di fare lo scrittore (di poesie) e il segretario di un partito (di sinistra). Ottanta pagine che raccontano in maniera studiatamente esagerata la squallida esistenza di un "cane rabbioso". Il noir contemporaneo pare abbia ereditato dal "pulp" tutta la violenza.

Annalisa Lualdi


la Sicilia, 20.4.06

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Cane rabbioso, esordio narrativo del ventottenne Angelo Petrella
Il doppio binario dell’agente napoletano

Gli amanti del noir avranno più di un motivo per apprezzare Cane rabbioso, esordio narrativo del ventottenne napoletano Angelo Petrella, pubblicato da Meridiano Zero (pp. 92, euro 6,00). È la storia di un agente napoletano, la cui vita si svolge sul doppio binario della legalità e della criminalità: da una parte svolge indagini di routine, dall’altra si strafà di coca; da una parte è un curioso scrittore stimato dalle pagine letterarie, dall’altra fa parte di una struttura parallela assieme ad altri rappresentanti delle forze dell’ordine e, soprattutto, è dominato da un satirismo violento e da un’aggressività che lo porta a compiere anche omicidi gratuiti in omaggio, credo nelle intenzioni dell’autore, alla letteratura di Gide.
Mentre gli offrono il coordinamento di una importante indagine su un omicidio e, al contempo, svolge un’inchiesta segreta per conto della struttura parallela, segue un percorso indagativo ed esistenziale che lo porterà non solo alle alte sfere della polizia, ma anche alla morte come unico orizzonte possibile della vita contemporanea.
La trama intricata, il colpo di scena e l’agnizione finale di Cane rabbioso rappresentano l’ovvio e inevitabile omaggio al genere. Sui luoghi comuni del noir Petrella ha però lavorato con un montaggio essenziale, riducendo all’osso l’azione scenica ed impiegando una sintassi narrativa fulminea, da video clip.
Non ci sono descrizioni, nè approfondimenti psicologici: lo schema poliziesco è così scarnificato da rendere straniante persino l’azione narrativa, anche nei momenti di maggiore efferatezza del plot. In sostanza Petrella spoglia il genere della sua retorica e mostra l’azione in primo piano: è come se in un discorso ci si limitasse rigidamente alla sequenza soggetto-verbo-oggetto e tale sequenza venisse ipnoticamente ripetuta fino a decontestualizzarla. Petrella ha dunque spinto la retorica del noir fino a un punto di non ritorno, in un esperimento interessante e riuscito in maniera convincente.

Guido Caserza


Stilos, 19.6.06

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La prosa del napoletano Petrella è di quelle che ti rimane attaccata addosso. Giovane studioso della neoavanguardia, Petrella mette in scena una storia mozzafiato ambientata nel ventre di Napoli. Già apprezzato poeta, Petrella trasferisce nel romanzo una vena lirica fatta di punti e cesure continue, di velocissimi cambi di scena, di discorso indiretto. La storia sembra non essere importante, quello che emerge è l’alto tasso di visionarietà, delineato dal continuum di scene splatter, in cui il sangue di un’arancia a orologeria si sposa con la lezione di Tarantino. Una vena d’ironia infatti, avvolge questo poliziotto impasticcato, ubriacone, iper-violento e sessuomane. Un ritratto a tinte forti, dove non esiste una scia tonale diversa dal rosso e dal nero.
Un noir veloce e rabbioso, frenetico come la realtà degradata che descrive, il dipanarsi dei sobborghi di Napoli, i locali equivoci, i bagni pubblici, il porto. Un’apoteosi di violenza che lascia in secondo piano la restaurazione del buonismo imperante promosso dai media nei confronti di chi veste la divisa.

Chiara Cretella


Dispenser RadioRai2, 12.4.06

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CANE RABBIOSO: L’ESORDIO NERISSIMO DI ANGELO PETRELLA

Uno dei primissimi autori italiani che il prestigioso editore indipendente Meridiano zero pubblichi nella collana Meridianonero. Si chiama Angelo Petrella lui e il suo libro è Cane rabbioso. È uno di quei libri che suppliscono alla brevità con la consistenza, nel senso che dura meno di cento pagine ma come sentirete certi livelli di sudiciume, di grettitudine dei personaggi, di tangibile schifo per quello che si vede, non possono essere tirati in là più di tanto. Sporco, lurido, con un linguaggio che ci ha imposto di mettere molti bip nella lettura per ovvi motivi, Cane rabbioso è un libro nero. Come abbiamo già detto molte volte la caratteristica del nero sta anche nella diversa prospettiva morale. Nel giallo, nel poliziesco edificante, ci sono i buoni e i cattivi. In Cane rabbioso ci sono ruoli, ma non si può polarizzare più di tanto la situazione da una parte o dall’altra. Il protagonista è un uomo di potere, legato allo stato, ma corrotto, avvezzo all’abuso di quello che capita e senza una morale degna di questo nome. Petrella è di Napoli e la storia l’ha ambientata nella malavita della città. Un romanzo tutto calci nello stomaco del lettore. Dove le cose tremende succedono letteralmente dalla prima all’ultima riga del libro.
Sentiamo un estratto, coi dovuti bip.

Matteo "Ferrato" Bordone


albertogiorgi.blogs.com, 19.4.06

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Quando un cane rabbioso ti si attacca alla mano per schiodarlo devi finirlo.
Velocissssssimo noir contemporaneo scritto da un giovane napoletano che da un lato strizza l’occhio a certi fumetti e dall’altro addotta una struttura e un ritmo che ricordano i migliori prodotti polizieschi americani da schermo grande e piccolo. Napoli sembra una Sin City ripulita dagli accenti fantascientifici oppure quella Los Angeles che si vede nella grandissima serie The Shield. Oppure entrambe. Il nostro eroe poliziotto ultratossico violento e comunista deve far presto. Cazzo. Se. Deve. Far. Presto. Altrimenti lo fregano e con lui salta molta altra gente. Gente importante. Traffici importanti. Lui si muove per la città con la mente divisa in due parti. Quella che ragiona ricostruisce trama agisce. Quella stratificata di sostanze eccitanti e calmanti che combattono l’una contro l’altra per mantenerlo in equilibrio. Equilibrio che non c’è. Mai. La storia si snoda nel giro di ventiquattro ore, ma ha un ritmo che 24 Ore se lo sogna. Certo è un racconto di poco più di ottanta pagine ma vale la pena e il prezzo di sei euro pare onesto. C’è anche da imparare qualcosa. Se trovate una pista abbandonata in un cesso evitate di tirarla. Bravo. Angelo. Petrella.

Alberto Giorgi

Intervista con Angelo Petrella
Va di moda il noir.
In Italia e non solo, si dice che il noir sia romanzo sociale, adatto per scavare dentro situazioni di disagio, di violenza e di prevaricazione, dentro la politica e l’istituzione corrotta, dentro la mente e le abitudini della gente.
Secondo te questa impostazione è vera? Se si, può essere applicata anche al Giallo classico?

Il termine "noir" oggi è inflazionato perché sotto questa etichetta si radunano troppe cose (il giallo, il thriller, lo splatter, etc.) e si dimentica che esso è un genere letterario relativamente giovane, dotato delle sue regole e dei suoi stereotipi, e nato per narrare storie torbide o di marginalità. Il giallo classico, invece, è forse il più letterario dei generi in quanti si fonda essenzialmente sul meccanismo narrativo di investigazione/agnizione. In questo senso, il giallo costituisce un’ottima palestra per lo scrittore noir che voglia padroneggiare le tecniche di suspense narrativa. Il perfetto prodotto noir contemporaneo, a mio avviso, è quello che sa esplorare l’eccesso, il limite e la marginalità sociale riuscendo a tenere il lettore "incollato" alle pagine (i migliori esempi li si possono ritrovare nei romanzi di Manchette, che uniscono sottofondi politici "caldi" a storie dal ritmo serrato). Nel mio Cane rabbioso ho cercato di fondere questi due momenti, utilizzando il tema del poliziotto corrotto in una trama da giallo classico.

Visto che l’hai citato, parliamo di Cane rabbioso. Una premessa e due domande.
La qualità della tua scrittura è elevata e il tuo stile molto moderno. Il libro scorre che è un piacere e lo consiglio caldamente. Però…
1. L’ho trovato troppo stringato. Pur avendo, a livello di trama, la potenzialità di essere un romanzo (magari breve), hai deciso di tenerlo all’osso, praticamente un racconto. È solo una questione di ritmo?

È innanzitutto una questione di ritmo, ma non solo. Cane rabbioso nasce di per sé come racconto, puntando tutto sul precipitare degli eventi che investono il personaggio come una valanga. Questo effetto è ottenuto accelerando la narrazione all’interno di una trama a incastro da giallo classico. Un romanzo non riuscirebbe a trasmettere al lettore la medesima sensazione di frenesia e – come ha scritto Peppe Lanzetta – lo stesso ritmo sincopato. Ho preferito sacrificare la lunghezza della storia in virtù della potenza della narrazione.
In secondo luogo, volevo che le contraddizioni e i paradossi del protagonista (ad esempio, il fatto che lui sia un dirigente comunista pur restando uno sbirro corrotto etc.) rimanessero aperti e insoluti, senza spiegazione articolata, in modo da conferirgli uno statuto da "super-eroe". Un super-eroe del male, ovviamente, che porta il male a trionfare, senza compromessi moralistici, come spesso accade a buona parte del noir italiano.

2. Spesso e volentieri Cane rabbioso ha la cadenza di un fumetto di razza. Sei d’accordo?
Sì, sono d’accordo. Molti lettori di Cane rabbioso mi hanno comunicato la sensazione di aver intravisto un impianto fumettistico nella narrazione: sinceramente, lavorando alla prima stesura, avevo più in mente alcuni autori noir francesi e alcuni registi americani. Però credo che esista un punto di congiunzione molto importante: il montaggio. I grandi fumetti – e in specie quelli noir o d’azione – utilizzano ambientazioni e ritmi propri dei migliori B-movies (penso ad esempio al "poliziottesco" all’italiana degli anni Settanta, a cui lo stesso Quentin Tarantino confessa di dovere tantissimo). Inoltre, il montaggio del fumetto è ricalcato appositamente sull’ossatura della trama, senza ricamarci troppo sopra: e l’elemento principale resta la suspense che, per la buona riuscita della narrazione, deve essere la più alta possibile.

Nella gran parte dei mystery americani tutte le ambientazioni sembrano una uguale all’altra, al di là delle differenze di latitudine o di tipologia (urbana, rurale ecc.). Il Giallo Italiano, invece, è fortemente connotato territorialmente; ci sono correnti o, se vogliamo scuole, di giallisti napoletani, siciliani, emiliani e via dicendo.
Perché questo forte legame con la provincia?

Non sono così convinto della prima affermazione: è chiaro che nel mystery esistono alcuni temi o ambientazioni ricorrenti – come in ogni genere letterario – ma si pensi ad esempio alla enorme differenza che sussiste tra due modi di ambientare i romanzi, pur nelle medesime metropoli, mettiamo, di Ellroy e di Vachss.
Il giallo italiano invece, prendendo spunto molto spesso da fatti di cronaca o da situazioni sociali scottanti, risente appunto di questo aspetto "plurale" della sua società. Non dimentichiamo la varietà di volti criminali che il nostro paese manifesta nelle sue differenti regioni (dai serial killer di provincia alle baby-gang, dalla microcriminalità alle grandi mafie del sud). Ciò influisce a volte sull’approccio stilistico, spesso infarcito di dialettalismi, come anche sul milieu sociale trattato, restituendoci "un’altra faccia" dell’Italia (si pensi al Triveneto corrotto di Carlotto o alla Napoli camorristica di Veraldi).

A vedere gli scaffali delle librerie e il fiorire delle collane di case editrici grandi e meno grandi si direbbe che il Giallo italiano stia vivendo un momento di forte espansione.
Secondo te, perché?
Un primo motivo credo sia d’ordine strutturale e commerciale insieme: il giallo è un genere "sicuro" per l’editore, ad alta vendibilità, in quanto più d’ogni altro si fonda sulla suspense, sul tenere il lettore avvinghiato alle pagine per "vedere come va a finire". In questo senso può potenzialmente appassionare chiunque. A meno che non si tratti di capolavori letterari, è difficile rileggere un giallo con gli occhi ingenui della prima volta. E ciò può creare dipendenza. Ma anche la colonizzazione culturale americana – e la sfida competitiva che essa lancia – credo giochi la sua parte.
In secondo luogo, il nostro paese non ha mai avuto una grande scuola del romanzo, come in Russia, in Inghilterra o in Francia. In questo senso il giallo sopperisce a una mancanza, anche perché consente allo scrittore di appoggiarsi su di un genere consolidato, dalle regole ferree. Infine, in un momento storico di crisi qual è il nostro, non è da escludere che l’ansia di una ricerca della verità – impossibile a compiersi nella realtà – si riversi interamente nella letteratura.

Qualcuno dice che il Giallo (non solo quello italiano) sta producendo molta spazzatura, che gli scrittori scrivono come pazzi perché si vende molto e che in questo modo si rischia di far collassare il mercato e di declassare un intero genere letterario calando la qualità media del prodotto.
Di cosa ha bisogno oggi il Giallo italiano?

Come per ogni genere letterario esistono prodotti scadenti e prodotti di buona fattura. Tra l’altro, se non esistesse la spazzatura, non si riuscirebbe a scovare la letteratura di qualità. In ogni caso, non si può non guardare favorevolmente al romanzo giallo se questo contribuisce a rilanciare la lettura e tutto il mercato librario, in un paese come il nostro che ha il tasso di lettori tra i più bassi di tutta l’Europa.
Il giallo italiano credo abbia bisogno di perfezionare la sua vocazione politica e sociale, tendendo sempre più a riscoprire i luoghi "rimossi" della nostra storia recente e passata o le situazioni più scomode della nostra società. Negli ultimi anni sono stati fatti molti tentativi fruttuosi, rivelatisi anche successi commerciali, anche se per lo più nel campo del noir: mi vengono in mente innanzitutto i romanzi di Luther Blissett e di De Cataldo, che partono dall’impalcatura del noir per puntare all’epica, e in qualche modo toccano le punte della cosiddetta "alta letteratura". Ecco: questa tensione verso la collettività, verso grandi storie che riguardino gli interessi collettivi, credo sia ciò di cui oggi più si ha bisogno, in un pease come il nostro che cela alle sue spalle ancora così tanti misteri.

Alberto Giorgi


www.blackmailmag.com

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"Angelo Petrella... Meridiano zero ha deciso di farne il primo scrittore made in Italy che troverà spazio nella sua collana noir."
Basta questa presentazione dell’editore a metterci curiosità. Ti avventuri nel testo, apri a caso le pagine e certi luoghi comuni del noir un po’ ti infastidiscono. Le donne sono sempre troie, gli uomini figli di puttana, si fumano Gauloise tra un tiro di coca e una pera.
"Mi faccio una prima doccia alle 7.22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una Gauloise alle 7.35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di rhum."
Continui la lettura e ti rendi conto che chi scrive sa gestire alla grande i cliché del genere, li lavora con giocosa consapevolezza.
L’io narrante è un cattivo tenente napoletano, consumatore di droga pesante e pornografia, stimato dai superiori, impegnato politicamente. In federazione intonano l’Internazionale…e non basta. Un certo Sebastiano lo cerca perché rilasci interviste a giornalisti sul suo libro in uscita. Il poliziotto si dedica con successo al mestiere dello scrittore. Singolare circostanza. Pare prendere per il culo il fenomeno dei servitori dello stato che, padroni della materia, si dedicano alla scrittura di gialli. Con alterni risultati. In ambedue le attività. Il suo entourage di colleghi ricorda la storiaccia della Uno Bianca. Gli intrecci della trama ci rammentano (per chi ne avesse bisogno) che gli sbirri non hanno nulla a che fare con fiction per teleidioti e che la giustizia è un concetto piuttosto astratto. Sempre manipolabile dagli addetti ai lavori, che quasi mai stanno lavorando per noi.
Il flusso delle parole è lucido ed estenuante, la lingua limpida e omogenea. Le frasi cortissime e taglienti. Petrella non concede nessuno spazio bianco alla pagina. I dialoghi si divorano in un discorso indiretto ben digeribile e furbo quanto basta.
Ti inabissi nelle acque limacciose del porto di Napoli, in fondo ai cessi di locali equivoci, alla ricerca di una vena praticabile su una giovane tossica di ottima famiglia, nei rapporti tra personaggi che hanno perso ogni etica umana. Riemergi solo al termine dei capitoli e non vedi l’ora di stordirti con il seguito della storia. Una presa diretta che affianca il protagonista.
"Quando sono seduto di fronte a de Renziis ho la gola anestetizzata. Chiede come vanno le cose. Dico bene. Chiede se mi sento sereno. Dico sì. Dice bene. Dico già. Chiede se voglio aumentare il numero delle sedute. Dico non guadagna già abbastanza. Ride. Rido. Chiedo se mi rinnova la prescrizione del Valium e già che c’è quella del Prozac. Dico così. Dice no. Dico vaffanculo. Chiede perché hai tutta quella abbia repressa."
Angelo Petrella (classe 1978… ) è nato a Napoli e vive tra la sua città, Parigi, Roma e Siena. Si occupa di recensioni letterarie e di poesia.
In Omeletteleuti (dieci cartoline da Napoli) ha cantato gli scontri napoletani che in era centro-sinistra anticiparono il G8 di Genova. Dieci frammenti in dialetto napoletano che si presentano come altrettante tessere di un mosaico.

Per livida tormenta ’combustione,
sovra spezzate reni (polsi e vene
tremano ’n odio alzati e ’n resa) freme
di pregne sacche a guardia del bestiame:
falca la calca ’i celerino e smarca
ch’ivi s’avanza o accalca, incalza e corca.
...
squarci ’I velame e picchia in cruda carne
e spacc’ossa per direttive interne:
fischia ad altezza d’omo e squarcia ’n piazza
quante più teste, ’I sangue in aspra pozza
s’apprende. ecco i sessant’anni di stato
nei colpi (poi coperti da segreto)

Per scrivere ottimi noir non è necessario aver fatto il giornalista di nera, né essere arrivati sul luogo del delitto a sangue ancora caldo per circoscrivere il cadavere con il gesso. I morti sono avari di informazioni.

Saverio Fattori


www.ciao.it

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Il libro è un libretto. Veloce-veloce, 89 pagine scritte in carattere abbastanza grande, peraltro. Saranno veloci anche queste parole che tenteranno di circoscrivere questo esordio. Petrella parte a mille ed arriva a mille. I dialoghi sono fortemente debitori di James Ellroy e pure di David Peace che pure, a detta del suo editore, il ragazzo pare non conoscere affatto.
Una selva di quotidiani – ormai competamente proni ad un’esaltazione tout curt di ogni pulpetta noir venga spiattellata sulle scrivanie delle redazioni – ha gridato, decisamente fuori beat, al miracolo, ma ehi, il sangue non si liquefà e nella cattedrale si sente pure qualche colpo di tosse.
L’autore di questo veloce noir parteneopeo è un ragazzo di 28 anni che infila il proprio agente, marcio fino al midollo, in una storia malsana che parte proprio con un duplice omicidio di efferata crudeltà commesso dal rappresentante della – si fa per dire – legge.
in una specie di real-time di 24 ore (!) scopriremo che il corrotto e crudele funzionario di polizia è anche:
- un poeta sensibile (gli chiedono l’autografo su un suo libro di poesie),
- un funzionario di partito, forse addirittura segretario cittadino
- un eroinomane (3 pere),
- un cocainomane (9 strisce),
- un omicida (7 vittime),
- un erotomane (3 rapporti occasionali con 3 donne diverse)
- un bevitore (7 volte pesca rum dalla fiaschetta),
- un gran consumatore di Valium, Tavor, Prozac, Limbial (cui attinge per 20 volte).
"Troppa grazia, Sant’Antonio!" Verrebbe da dire chiudendo la pratica e riponendo il libretto (6 Euro), per il "miracolo" aspettiamo l’anno venturo quando il piglio di quentin tarantinizzare l’universo mondo sarà indubbiamente demodè.
E però sarebbe scorretto e ingeneroso.
La sintonia che Petrella cerca col lettore s’instaura comunque, l’anima nera del protagonista attrae odio dall’inizio alla fine e la lettura fila, intrigante come un fumetto di buon livello, cui non vi va di chiedere il rispetto per ogni passaggio logico, ma tavole forti e vive e cazzotti tra i denti.
Così vi alzate dal divano e prima che "Un posto al Sole" sia finito il libro è già spolpato, e davanti a voi intuite un cuore nero che pulsa sangue versato e infetto, un miserere che vi ritroverete addosso, surprise!, magari nella nebbia di stamattina, che inspirate golosamente mentre cercate le chiavi della vostra berlina, ancora intorpiditi da un’altra notte d’inchiostro che lascia graffi sul petto ("un nuovo giorno è qui \ solo per noi..")

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Bene, le immagini sono sempre le stesse, piano americano, un cronista, motorini, gente che pilucca cose, un lenzuolo, troupe televisive con cavi e faretti, ecc.ecc.
Su questo scenario sbocciano fiori neri.
Un cane rabbioso tira una bestemmia al cielo.


delirio.net

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Un poliziotto. Strafatto, cinico, poeta corrotto e dirigente comunista, colluso con poteri molto forti e molto deviati. Una bestia assassina priva di sentimento che scorazza nel suo mondo malato, nei bassifondi di una Napoli appena accennata. Tra un tiro di Gauloises ed uno di coca, una pera ed una manciata di pillole, rischia di farsi incastrare da chi neppure intravede la sua reale natura. Indifferente alla morale, senza speranza o possibilità. Incolmabilmente privo di prospettive e perennemente inseguito dalla percezione dell’inutilità della sua esistenza, intrisa di un male antico, ma costantemente presente. Ce ne parla Angelo Petrella.

Delirio.NET: Il personaggio principale ricorda il Cattivo tenente di Keitel. La Napoli in cui si muove ha echi della Los Angeles di The Shield. Ami il cinema e i serial TV? Se sì, quanto influenzano, se influenzano, la storia?
A.P.: Oltre alla letteratura amo molto il cinema noir, ma i serial Tv non li guardo mai. In questo senso mi vengono da citare altri libri e film su poliziotti corrotti (oltre ad Ellroy e ai maestri dell’hard boiled penso a Il lercio di Welsh, a Copland di Mangold, ad Affari sporchi di Figgis). Per uno scrittore di noir, l’archetipo del poliziotto corrotto credo sia irrinunciabile soprattutto perché permette di delineare con chiarezza l’aspetto più marcio della corruzione sociale. I personaggi di Abel Ferrara hanno tutti un che di dostoevskijano: sono dei nichilisti tormentati dalla ricerca di Dio. Dunque raccolgono in sé contraddizioni estreme e laceranti. Del Cattivo tenente mi interessava innanzitutto questo aspetto paradossale, sebbene il mio Cane rabbioso non presenti alcuna problematica religiosa.

Delirio.NET: Non hai scritto un libro "semplice". Il tormento del protagonista tiene alta la tensione. Com’è nato Cane rabbioso?
A.P.: La mia idea di partenza era utilizzare alcuni stereotipi del noir ed inserirli in una trama classica da giallo ad incastro, in cui il ritmo e l’azione fossero vertiginosi. Il tutto, però, "spostato" nell’ambiente della mia città, che in effetti ha un carattere profondamente noir, sebbene poco esplorato dalla letteratura. Dai tanti giudizi, positivi o critici, ricevuti sul mio libro, ho capito di essere riuscito in quello che era il mio intento: "costringere" il lettore a seguire le vicende fino alla fine, per quanto la materia e il carattere del mio personaggio fossero riprovevoli o disdicevoli. Il noir in genere crea choc proprio per questo motivo: perché mette in scena le mostruosità sociali che la "gente perbene" della società borghese rimuove eppure contribuisce a creare.

Delirio.NET: Hai ottenuto ottime critiche per questo noir. Altro bolle in pentola per il prossimo futuro?
A.P.: Il libro ha avuto molte recensioni e molti lettori: sinceramente, sapevo di aver scritto un libro caustico e per molti versi "difficile" e non mi aspettavo tutto il successo che poi ha avuto. Ora sto scrivendo un romanzo che richiederà ancora qualche mese di lavorazione... Da buon meridionale sono un po’ superstizioso, quindi consentitemi di non rivelare ancora nulla...


gcwriter.com

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Intervista a Angelo Petrella

Quando hai scritto la tua prima storia e quale motivo ti ha spinto a farlo.
È sempre difficile parlare delle motivazioni che spingono alla scrittura senza cadere in luoghi comuni. Gli impulsi creativi possono essere i più vari, dettati da esigenze ideologiche, morali, pratiche o politiche, che si mescolano a spinte inconsce. Il primo lavoro "compiuto" che io abbia mai scritto è un romanzo dal titolo Ceneri, mai pubblicato e che credo resterà inedito. Il primo lavoro edito invece è una raccolta di racconti ormai esaurita, dal titolo Una festa di paese e uscito per Guida nel 1999. Entrambi furono due ottime palestre. Credo che ogni scrittore debba esercitarsi molto prima di passare – come diceva Giacomo Debenedetti – dalla volontà alla necessità di scrivere. E sono importanti anche i rifiuti da parte dei primi editori che si contattano.

Da qualche parte ho letto che hai scritto anche poesie.
La poesia italiana, oggi come oggi, non ha assolutamente mercato (tranne che per alcuni "vecchi" e illustri nomi) e si limita a sopravvivere grazie allo sforzo della piccola editoria. La mancanza di pubblico, paradossalmente, offre però maggiori possibilità alla sperimentazione poetica. Non dimentichiamo che la tradizione poetica del Novecento italiano tocca le punte tra le più alte nel panorama letterario europeo. Per quanto riguarda me, probabilmente ho scritto più poesia che narrativa, fino ad ora, anche se i miei non sono mai stati raccolti in un volume definito e sono seminati tra riviste e antologie. È appena uscita un’antologia di poeti giovani - a cui partecipo anch’io introdotto da Mariano Bàino - presentati da poeti di vecchia generazione: Primo non singolo. 7 poeti italiani edito dalla Oèdipus di Napoli. È un’operazione molto coraggiosa.

Cane rabbioso è il tuo primo romanzo. Un noir metropolitano dal ritmo serratissimo che si legge tutto d’un fiato. Come sei riuscito a ottenerlo?
Scavando sulla forma fino all’osso e lavorando fortemente sulla struttura. Cane rabbioso credo sia una miscela di intreccio da noir classico ("qualcuno vuole incastrare il protagonista") e di romanzo d’azione. La trama è circolare e ogni elemento superfluo è omesso. Il lettore è costretto a leggerlo fino alla fine, prima di esprimere un giudizio. E ciò credo sia una grande vittoria per il libro. Ho ricevuto molti commenti da parte di lettori entusiasti o delusi: ma mi ha fatto piacere che questi ultimi, pur esprimendo le loro riserve, abbiano riconosciuto di non esser riusciti a staccare per un secondo gli occhi dalla narrazione.

Ti sei ispirato al Cattivo tenente di Abel Ferrara per il personaggio protagonista?
No, nonostante vi siano alcune consonanze tra i due personaggi: la droga, l’abuso di potere, la violenza. Ma in realtà questi elementi sono stereotipi di qualsiasi noir poliziesco avente come protagonista un poliziotto corrotto e antieroico, basti pensare ai personaggi di Hammet, Spillane o Ellroy. Nel film di Ferrara c’è poi una problematica religiosa del tutto estranea al mio libro, in cui domina semmai un cinismo eccessivo fino al paradosso. Il personaggio è una sorta di supereroe del male fine a sé stesso. Volevo che per una volta vincessero "i cattivi", cosa che accade sempre nella realtà. Perché la letteratura deve per forza essere consolatoria?

Quanto il cinema ha influenzato la stesura di Cane rabbioso?
Il noir, come genere letterario, in realtà appartiene prima al cinema e poi alla letteratura (si pensi ai film americani e francesi dagli anni ’30 in poi). È indubbio che il cinema abbia contribuito enormemente a forgiare una certa grammatica del noir: un titolo per tutti, Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy In questo senso, credo che Cane rabbioso abbia un ritmo decisamente cinematografico. Se dovessi riconoscermi in una qualche poetica, preferirei però citare qualche romanziere: Ellis, Manchette e anche il nostro Sciascia – autore di memorabili gialli – hanno saputo coniugare la trama da giallo/noir con l’esplorazione della marginalità o del rimosso sociale. E credo sia questo il compito principale di questo genere letterario: parlare di ciò che c’è intorno e che ci ostiniamo a non voler vedere.

Il tuo romanzo è senza dubbio un pugno nello stomaco, perché molto violento e privo di messaggi positivi. Era questo il tuo intento e perché?
Per "essere politici" tramite la letteratura (utilizzo qui volutamente un termine ambiguo) non è necessario sbandierare un’ideologia, un messaggio o quant’altro. La letteratura è un linguaggio e in quanto tale può raggiungere lo stomaco – prima della testa o del "cuore" – del lettore con una potenza che pochi mezzi espressivi hanno. Ecco: volevo mostrare come la letteratura possa essere potente e incisiva come e più del cinema. Io ho utilizzato il linguaggio letterario per narrare una storia che colpisse innanzitutto alcuni luoghi comuni, accomodanti e buonisti, di certa letteratura italiana. Il noir deve parlare del marcio che c’è sotto la società, non deve ricomporre fratture. E per fare questo ha bisogno di irretire il lettore, dunque di essere pura fiction.

C’è il bianco e il nero, e poi c’è il noir…
Esatto. Il noir si insinua in quella frattura tra il bianco e il nero. La dilata, la sfonda e poi ne riversa fuori tutto il materiale che non ha un unico colore. Per esempio, il protagonista di Cane rabbioso è poliziotto ma contemporaneamente comunista, è poeta e però non sa esprimersi se non con insulti, è tossicodipendente e fa parte di una sorta di massoneria/servizio segreto... Insomma, è un personaggio scomodo, improbabile e pieno di contraddizioni assolutamente incolmabili. Il noir è questo: deve creare difficoltà, dubbi, contraddizioni, proprio per rispecchiare ciò che nella realtà è cancellato o rimosso.

Cosa mi dici di Meridiano Zero, la casa editrice che ha pubblicato Cane rabbioso e di cui, se non erro, sei il primo autore italiano che ha inserito nella propria collana noir?
La Meridiano Zero è la casa editrice che per prima ha avviato un discorso nuovo sul noir, traducendo libri per appassionati, che nessuno voleva tradurre prima e che poi pian piano si sono imposti sul pubblico. Penso a Derek Raymond, considerato da tanti scrittori italiani come un maestro, o anche a David Peace. Fin dall’inizio ambivo a pubblicare proprio con la Meridiano Zero, che poi ha deciso di aprire una nuova stagione italiana con il mio libro. Di questo non posso che esserne estremamente contento e ringrazio Marco Vicentini, l’editore, per aver creduto e portato avanti il mio progetto.

Stai già pensando al tuo prossimo libro?
Dovrebbe uscire all’inizio del prossimo anno. È una storia ambientata in una Napoli più "vissuta" di quella di Cane rabbioso. Una Napoli che ho conosciuto intrufolandomi, infiltrandomi e anche rischiando qualcosa... È la Napoli delle curve violente e dell’eversione di destra, agli antipodi rispetto al mio "ambiente". Il protagonista è uno skinhead fascista che, paradossalmente, è anche un geniale hacker. Ovviamente si trova nel mezzo di un complotto e deve tirarsene fuori. Ma, al massimo verso febbraio 2007 saprete tutto...

Gennaro Chierchia


scritture.blog.kataweb.it, 1.4.06

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Ho in mano questo libretto di Angelo Petrella, Cane Rabbioso, Meridiano Zero, marzo 2006. Costa 6 euro, è breve e l’autore viene presentato come "la nuova scoperta del noir italiano".
Io diffido.
Dicono che è il primo scrittore "made in Italy" che troverà spazio nella ormai nota e ricchissima collana noir di questa casa editrice.
Continuo a diffidare.
Premetto. Io non amo molto i noir tranne alcuni. Li leggo poco. Sono in controtendenza. Si leggono solo thriller o noir in Italia. Così si dice e di questo alcuni discutono. Che il thriller e il noir stiano conoscendo una grande fortuna.
Io amo solo Izzo. Di un amore-tempesta, assoluto. Anzi, quando comincio a leggere Cane Rabbioso, quasi mi sento una traditrice. Una fedifraga. È breve. 89 pagine. Saggiamente breve.
Comincio e all’inizio tutti i protettivi luoghi comuni a difesa dei miei preconcetti sul genere mi attraversano la mente per venirmi in aiuto. Quanto Ellis, quanta Santacroce sparsa. Mi dico. E il fastidio. La storia forte, fortissima, disturbante. I personaggi disturbanti. Mi rifugio in questi pensieri, ma qualcosa mi fa continuare.
Quanto Ellis, ma il luogo comune pian piano si diluisce. Ci sono influenze. Come accade sempre. Però. Non è tutto.
Questa scrittura di Petrella è un lampo di fulmine. Devasta. Sembrano spari. Colpi di pistola in sequenza. La storia mi convince il giusto ma l’ho detto, non amo tanto i noir. È il come. Come la racconta.
Un buon libro deve affascinare, creare identificazione, aprire uno spiraglio verso un mondo noto o verso mondi sconosciuti, deve coccolare o far pensare, deve essere divorato o centellinato. Deve somigliare a chi legge o essere talmente agli antipodi da disturbare. Nel profondo. Come un pugno.
Questa scrittura è disturbante ma si insinua. È fastidiosa, disgustosa a tratti perché sa raccontare il disgusto tanto bene che fa scivolare il vomito, il disgusto, lo sperma e la paranoia fra le parole, fra le righe, nelle frasi, nei punti: "Mi precipito fuori dal cesso. Senza pistola. Senza berretto. Un poliziotto senza pistola e senza berretto. Devo trovare la puttana. Il. Cazzo. Di. Fascino. Della. Fottuta. Divisa. Do uno sguardo in giro per vedere se c’è. Giordano mi potrebbe aiutare. Ma non c’è. Il tizio del bar dice che non ho ancora pagato il caffè corretto. Gli faccio notare che non l’ho ordinato ma lui insiste. Caccio una banconota da cinque euro, ma lui dice che non ha il resto. Gli dico di tenerselo, il cazzo di resto... Alle 18.00 sono nello studio di De Renziis. La segretaria dice di aspettare due minuti. E’ nuova: è bruna ma ha il culo basso. Penso per un po’ come sono i suoi pompini poi vado in bagno e preparo una striscia di coca, ma la ingoio senza tirarla..."
Questa scrittura ha un ritmo. Preciso, riconoscibile, perfetto. Dalla prima all’ultima riga. Un ritmo che, alla fine, predomina sul fastidio. Su quel pugno nello stomaco che sono certe descrizioni. Sulla crudeltà gratuita e l’assenza di speranza.
Quel ritmo che non molla diventa un jazz che ritma qualcosa nella testa. Attendere l’annientamento della morale. Esplorare il basso, gli ultimi degli ultimi. Individuare loschi intrighi rimanendo nei gangli degli intrighi stessi. Divorare il nulla con frenesia. Non distinguere poi tanto fra omicidio e suicidio. Queste e altre suggestioni. Che penetrano.
Ecco, una volta letto ho capito che non c’era esagerata enfasi nella presentazione. Questa scrittura è puro impatto fisico. E’ furia e occhio di follia disgregata che si aggira fra la marginalità, fra la feccia del mondo.
A proposito. Questo mi piacerebbe. Ma lo dico da lettrice in controtendenza. Che i thriller non li ama poi tanto. Che Petrella usasse questa sua scrittura jazz, questo occhio folle che sa raccontare il disagio e la rabbia come se scivolasse dalle pagine, per investigare il mondo dimenticato. Certi ambienti laterarli, dissonanti. Per raccontare una storia non thriller. Senza l’intrigo, la polizia e la vendetta. Ma con la capacità di far sentire il dolore e la paranoia che abitano non troppo lontano dalle nostre case sicure. Una storia più ampia, più lunga, una cosa da strazio presumo, se già poche pagine fanno questo effetto. Dove il disagio, il rifiuto, la spazzatura e la schizofrenia del mondo facciano parte di un grande quadro narrativo. Di un poema della marginalità. Ma. Non sono certo la persona adatta. Se con questo libro intercetterà quella (grossa) parte di mercato che ama i thriller forse Petrella continuerà nel genere e di certo non potrò biasimarlo.

Francesca Mazzucato


www.kathodik.it, 24.12.06

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Leggendo le cronache della banda della Uno bianca mi sono sempre chiesto come aveva fatto la realtà a superare la fantasia, come era concepibile che tutto fosse stato fatto alla luce del sole e quale delirio aveva impadronito chi compiva quelle azioni così efferate?
Poi leggi Cane rabbioso e ti fai coinvolgere dalla sua scrittura senza pause, dalla sua punteggiatura contro tutte le regole e immediatamente entri nei pensieri di una bestia che è sempre in lotta per la sopravvivenza in una giungla di città dove tutti sono contro tutti e dove solo il più folle sopravvive.
In questo mondo la vita degli altri (e la propria) è un semplice accidente, un particolare, si può uccidere per sopravvivere, ma anche solo per scherzo o solo perchè non si pensa ad altro… è l’adrenalina della lotta l’unico tuo motore, le altre droghe sono solo palliativi per non pensare, per trascendere, per sentirsi in sintonia con la guerra che ci circonda.
Politica, logge massoniche, mafia, servizi segreti sono tutti intrecciati e ben saldati fra loro e se vuoi essere fra chi rimane, non puoi non farne parte. Non puoi fare a meno di andare alle riunioni del partito, così come agli incontri col tuo caposervizio, come pure agli indiscutibili ordini che colui che sa ti impartisce…
Se vuoi essere nel giro giusto non c’è mai scelta, non hai mai tempo per riflettere è tutto un seguire i tuoi istinti e gli ordini che il branco ti impartisce nella finta libertà di sentirti un demone superiore a tutto e a tutti.
Forse è solo questo l’unico possibile modo, che a volte ci resta, per spiegare la realtà… o solamente lo spunto per leggere questo bel romanzo d’esordio.

Aldo Piergiacomi


www.motortravel.info

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Credo di parlare a nome di buona pare di MilanoNera scrivendo che Meridiano zero è uno dei nostri editori preferiti in assoluto. Ci ha da sempre abituato a capolavori della letteratura noir e finalmente – e con un po’ di stupore – è stato inserito un autore italiano a contribuire egregiamente alla qualità della sua ricca collana.
Gli ingredienti del genere ci sono tutti e sapientemente dosati, con uno stile allucinato e una scrittura veloce, sincopata, acida e jazzata, che pesa le parole con una precisione tale da non servire altro, perché le frasi ti entrano dentro come un proiettile senza diritto di replica per poi abbandonarti tramortito, con un ferita che ti lascerà una cicatrice per molto tempo.
C’è Napoli e il suo porto, anche se la città non esiste, è un luogo senza sapore né paesaggio, un posto qualsiasi senza nome. E un bel po’ di droga, una vendetta e un omicidio di troppo.
"Mi faccio una prima doccia alle 7.22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una Gauloise alle 7.35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di rhum."
Il protagonista è un poliziotto, tossico e corrotto, che alterna droghe pesanti al sesso occasionale: e in mezzo qualche morto. È uomo crudele, spietato, che si è venduto e non ha più nessun codice d’onore o forma di umanità, che non esita a uccidere e a commettere le azioni più spregevoli per continuare a sopportare la sua vita. Detective dai metodi scorretti che ricorre all’analista, perennemente ubriaco e imbottito di ansiolitici, assassino a piede libero dalla parte della legge, è in realtà anche uno scrittore di successo, un marito nonché uomo di partito, con un bel problema da risolvere e solo ventiquattr’ore per sistemare tutto.
Qualcuno a Napoli sta infatti cercando di incastrarlo e di toglierselo di torno perché ha chiaramente scoperto certe collusioni tra vari corpi dello Stato per il controllo del potere. Qualche doppiogiochista, corrotto a sua volta, perché nel libro il confine tra bene e male è andato in frantumi, non c’è più solo chi uccide e chi caccia i criminali, non c’è bianco o nero, non c’è una parte giusta o sbagliata. Il male è un virus, o la regola, che si diffonde nelle vie respiratorie e ti arriva al cervello per generarti un caos dentro e renderti un uomo implacabile, senza un codice d’onore, un traditore, l’esatta negazione di quello che gli altri pensano di te. Come il nero con gli altri colori, del resto.

Gabriele Lunati


mondobalordo.wordpress.com, 19.11.07

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L’esordio dello scrittore napoletano Angelo Petrella è un libriccino smilzo smilzo che riesce nonostante la lunghezza ridotta a colpire come uno schiaffo.
Protagonista uno sbirro drogato, corrotto e violento che ricorda un po’ Il lercio di Irvine Welsh, trasportato dalla Scozia a una Napoli spietata.
Una storia che sfreccia come un proiettile tra cocaina e rhum, tra scene esplicite di sesso e di violenza, con un linguaggio affilato e decisamente crudo (bestemmie comprese, una discreta rarità tra i romanzi italiani).
Un noir che pur mutuando alcune tipiche caratteristiche del genere (una su tutte la mancanza del manicheismo tra buoni e cattivi) ne reinventa alcuni aspetti. Non aspettatevi quindi donne fatali, anzi non aspettatevi donne tout court, perché quelle di Cane rabbioso non sono che un buco, anzi tre, con la carne attorno, carne che il protagonista si diverte un sacco a umiliare e a far sanguinare.
Unico difetto, se proprio se ne vuole trovare uno, la già citata scarsa lunghezza del romanzo, che precipita tutti gli avvenimenti in poche pagine. L’impressione è che la stessa trama, sviluppata con un respiro più ampio, probabilmente guadagnerebbe molto in forza d’urto. Resta però il fatto che Petrella dimostra di avere qualcosa che non si vende e non si impara: uno stile di scrittura proprio, originale.
E questo non ha prezzo (come la Mastercard, di cui il protagonista di Cane rabbioso farebbe un uso che non ha a che fare coi pagamenti…)
Un ultimo applauso va a Meridiano zero, casa editrice che ultimamente mi sta dando molte soddisfazioni e che, scorrendone i titoli, ne promette molte altre.


www.motortravel.info

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Il breve esordio di Angelo Petrella (Cane rabbioso, Meridiano Zero, p. 89, Euro 6) è tutto concentrato in un giorno, un viaggio a ritroso nelle ultime 24 ore di un poliziotto corrotto, con una struttura circolare che si chiude sulla stessa scena di apertura.
E il viaggio che compiamo insieme al narratore in prima persona non è certo dei più agevoli: il protagonista/voce narrante è un personaggio profondamente detestabile, un "cattivo" a tutto tondo, marcio, violento, sadico, sudicio e del tutto a suo agio con la propria abiezione.
Fra squallidi bar e frequentazioni ancora più sordide nella Napoli "vera" che ogni turista farebbe bene ad evitare, nelle 89 pagine del lungo racconto i crimini che commette sono innumerevoli; l’unico sentimento costruttivo sembra provarlo per Sara, la sua compagna e convivente, che è l’unica a non cadere vittima della sua violenza (che comunque lei gli provoca ma che egli frena per l’amore che dice di provare per lei).
L’urgenza espressiva che inforna queste pagine è fortissima, lo stile è frammentato, il ritmo velocissimo, spezzato, quasi come a voler ferire coi suoi cocci; quello che rende quest’opera così viva e vibrante però si rivela anche come una sua limitazione: la foga, la rabbia e la violenza che permeano e intridono la vita del protagonista sono sì pugni allo stomaco, ma non torcono le budella, non fanno fremere, sono sentimenti incontrollati e rivolti verso chiunque e qualunque cosa, perdendo quindi molto del loro mordente.
Anche la monoliticità di questo pessimo poliziotto alla fine rischia di cadere nell’effettistico, nel desiderio di épater le bourgeois senza però criticare o anche solo svelare in profondità un sistema di vita o un modello di società.
Che cosa rimane dunque alla fine della lettura di questo libro? Un certo senso come di incompiutezza, ma anche la certezza di una passione vera e bruciante per la scrittura dell’autore, che dovrà in futuro imparare ad aggiungere alla potenza, che certo non gli manca, anche il controllo.

Maurizio Marenghi


neveamare.blogspot

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Cose Cattive

Non è un libro. E’ un calcio nei coglioni. Angelo Petrella esordisce con una storia veloce e rabbiosa che stordisce come se ci si trovasse nel mezzo di una rissa. 89 pagine per narrare 24 ore di vita di uno sbirro corrotto, tossico e comunista. Un mare di parole, sangue, sperma e cazzotti che inondano Napoli. L’esagitazione e il cinismo dei poliziotti sembrano mutuati da una puntata di The Shield. Si lascia leggere con la stessa rapidità di un fumetto grazie soprattutto ad una scrittura drogata capace di inglobare chi legge nella mente di un cinico figlio di puttana. Tutto è in bilico tra il sorriso ed il voltastomaco.


www.omero.it

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Cane rabbioso (Meridiano zero, 96 pagine, 6 Euro) è l’esordio in libreria di Angelo Petrella, giovane e promettente autore napoletano. Non solo Angelo Petrella esce dallo scontro bene/male, come già molti hanno tentato con successo o meno, non solo esce dalla napoletanità della città di Napoli, no, lui addirittura medita d’ignorarlo, il problema del bene e del male. E ti fotte, perché tu ignaro povero miserabile lettore sei costretto ad andare avanti nella speranza di scoprire qualcosa di positivo, di umanamente accettabile, di recuperabile. Si tratta comunque di uno dei tentativi recenti più riusciti di rappresentare gli italiani come cittadini del mondo e non all’interno di clichè bloccati, anche se alla maggior parte dei lettori piacciono tanto i rassicuranti clichè della narrativa, con tutti i suoi trucchi e tutte le sue regole.

Gianfranco Maccaglia


perso.orange.fr

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Ci sono anche le frontiere etiche. E in sole novanta paginette, l’io narrante di questo romanzo breve, o racconto lungo, le varca, anzi le abbatte, tutte, ma proprio tutte. Omicidio, sesso, droga, corruzione… Tanto, tutto, forse troppo. Sullo sfondo di una Napoli dove sembra non essere rimasto nulla da salvare (può il noir essere ottimista?). Pulp, anzi ’pulpissimo’. Ma il segreto che salva il tutto è la scrittura, secca, ritmata, piena di colpi ad effetto, con l’incedere di un rap metropolitano, un gangsta rap. Salvo il fatto che il gangsta, qui, è un cop, un pig. Uno sbirro, insomma. Un tutore dell’ordine. Che spara come un killer, e ringhia come un Cane rabbioso. Di quelli che si spera (senza crederci troppo…) che esistano solo in storie come questa. Si legge in un lampo, ma rimane in mente. Sporco, cattivo, senza speranza. Un bad lieutenant alla Abel Ferrara in versione o’ fetentone…

Giovanni Zucca


www.piccolocinema.it

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"La troia è ancora lì a terra che geme e chiede pietà, ridicola come tutte le troie e soprattutto se hanno una pistola puntata sull’orecchio e due ginocchia già semidistrutte."
A finire la troia in questione, con un colpo deciso, non è un serial killer, ma un poliziotto che ha venduto l’anima al diavolo, o meglio alla camorra. Siamo a Napoli, dietro il sipario, notti di regolamenti di conti.
Qualcuno vuole far fuori il poliziotto dopo averlo usato, ma lui non ci sta. E morde, proprio come un cane rabbioso.
Tra pistole, pasticche, sniffate di coca (e, qualcuno che non sta troppo attento finisce per credersi furbo e sniffare sapone per cessi, una delle scene più riuscite del libro, secondo me), rapporti orali ogni volta che ce n’è l’occasione, telefonini che squillano continuamente per invitare il nostro eroe a presenziare alla presentazione del suo riuscito romanzo. Un poliziotto fetente ma intellettuale. Un Charles Bukowski della questura.
La lingua ricorda Peace, la storia anche, ma mancano due ingredienti fondamentali: l’intreccio fantasmagorico tipico di Peace, la girandola di personaggi, ognuno realizzato per se stesso, e la critica sociale spietata.
Se proprio lo volete leggere. Oppure se lo leggete come una parodia, a volte esilarante, del Noir.

comagirl


www.presidicampania.splinder.com

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Ma che differenza c’è tra noir e giallo noir o hard boiled?

Napoli città da noir. Lo dice Dario Pappalardo sulle pagine napoletane di La Repubblica di sabato scorso. Il suo intervento ha un carattere puramente di cronaca: non c’è un’analisi o una critica ai libri che sceglie e da cui parte per parlare di questa nuova "tendenza"partenopea. Forse, fin troppo acritico, ma cominciamo dall’inizio.
Prima di tutto io c’andrei con i piedi di piombo a parlare di noir mettendo insieme alcuni libri, dell’ultima stagione letteraria che non centrano proprio il genere. Anzi sottogenere! Visto che il noir appunto dal dopoguerra ormai, viene considerato un genere parallelo e non sostitutivo del giallo ma con delle caratteristiche ben precise. In pratica, il termine noir in genere viene applicato a un testo con delle caratteristiche precise: in una sola parola, direi che… deve "disturbare" ma anche raccontare la psicologia dei personaggi e il loro mondo. E quindi non bastano omicidi, indagini investigative… il "caso", quando si tratta di noir o hard boiled, risulta marginale mentre ciò che conta è il carattere per nulla eroico del protagonista e il finale normalmente aperto in cui non l’autore non ricorre mai al lieto fine o a ristabilire l’ordine.
E qui sta il punto. La sottile linea che divide i due generi è molto chiara.
Il noir a differenza del giallo non prevede per forza una solida trama in cui compare il delitto o il misfatto e poi la polizia e ancora il malfattore che fugge e il complice, la banda e l’epilogo con la soluzione del mistero, sempre. Il noir prevede prima di tutto, il disturbo. Un noir è ad esempio, per stare in tema campano e non allontanarci troppo, Voglio guardare e Da un’altra carne entrambi di Diego De Silva. In questi libri, per altro preziosissimi per la bellezza della scrittura, non c’è la caccia al malfattore ma c’è un fatto marcio alla base delle storie. Il noir è questo. E’ una storia che sa di marcio, anche di grottesco, di nauseante, di debordante, fisicamente inaccettabile e intellettualmente ingombrante, difficile da digerire. Ecco. Torno alle prove di Siviero e di Mazzotta e a quello delle signore del noir all’ombra del Vesuvio come le definisce Pappalardo e non riesco in nessuna di queste storie a trovare un briciolo di disturbo. Trovo solo delle trame, in qualche caso solide, delle storie anche ben fatte che spesso sanno un po’ troppo di conterraneità e non di ambiente noir: motorini che si rincorrono, lune che si specchiano a Mergellina o a Baia o a Pozzuoli nel caso di Cannavacciuolo, autore di Acque basse. E con questo non voglio togliere l’eventuale merito a questi scrittori tutti meritorio del semplice fatto che abbiano scritto delle storie che piacciono ma, di qui a dire che sono scrittori di noir non mi trova d’accordo. Senza la genialità del "marcio", quel qualcosa in più che aggiunge nella sua scrittura De Silva ma anche Ammaniti e Giorgio Todde o Marcello Fois come il Carlo Lucarelli prima maniera, non può esistere il noir. L’unico sicuramente tra quelli citati ad andar vicino ai grandi maestri ma solo come intuizione è senz’altro Angelo Cannavacciuolo che in acque basse riesce a operare un’intelligente commistione tra i fatti di cronaca (benché molto nascosti e poco chiari come il caso Siani soltanto accennato) e sfrenata fantasia letteraria che mette insieme un po’ di cose che, posso dirlo, in questo momento tirano molto anche se in parte pure un po’ confusionaria.
Mi sorprende però che tra i nomi fatti da Pappalardo non ci sia quello di Angelo Petrella. Giovanissimo, molto arrabbiato anzi incazzato è proprio quello scrittore noir che a meraviglia confeziona un noir napoletano servendosi degli schemi anche un po’ stereotipati della letteratura anglosassone di genere come David Peace o John Lansdale. Angelo Petrella è autore di un racconto, Cane rabbioso, che Meridiano Zero qualche settimana fa ha incluso nella sua collezione, appunto, noir. E’ un piccolo libro, ma carico di grinta. Il protagonista è una figura un po’ sfruttata e presa a prestito dalla più nota letteratura soprattutto americana. Ma c’è qualcosa in questo ragazzo che mi stupisce: il suo modo di scrivere asciutto e nuovo un po’ sconvolgente ma interessante. Senza punti, virgolette e discorsi diretti Petrella dà forma ai suoi pensieri con un taglio affilato e la città si perde nelle luci di un eventuale infinito. Eppure l’epilogo è chiaro e l’attacco pure. Tutto è almeno, se non geniale, ricco di novità di spunti che rilanciano nel nuovo una scrittura che ormai non può essere più raddolcita dall’ombra del Vesuvio. E se questo non è l’esempio giusto perché qualcuno potrebbe trovare in Petrella troppa americanità, rilancio un meraviglioso libro che ho trovato qualche giorno fa su una bancarella di Giampaolo Rugarli. Il punto di vista del mostro edito da Marsilio: dieci storie mozzafiato di nobile e geniale noir!

Serena Gaudino


recensore.wordpress.com, 7.8.08

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Un cagnaccio di poliziotto che morde per far male
Violenza, droga, sesso: il mondo malato della corruzione

Un romanzo breve come un colpo di pistola. Si legge in un paio d’ore ma come un viaggio all’inferno rimane dentro a lungo, a macerare. Amaro come l’aceto che non diventerà mai vino d’annata. È Cane rabbioso, opera prima del napoletano Angelo Petrella, uno che non ha peli sulla lingua; e se ne vanta. La scrittura rapida, incisiva, urticante è il suo vessillo di battaglia, all’insegna del nero più oscuro e profondo.
L’animale del titolo è un poliziotto dai metodi poco consoni: si fa pochi scrupoli a rapinare, violentare e, all’occorrenza, uccidere. Non è spinto da vendetta ma da interessi personali. Dentro di sé non alberga la minima etica. Chi si para sulla sua strada se ne pente. In un modo o nell’altro.
L’incipit è distruttivo: cinico e nichilista, lo stile di Petrella azzanna alla gola. Potrebbe sembrare pulp, ma va ben oltre, grazie alla rabbia sincera che proietta sui personaggi e sui loro crimini. Ci sono sì sangue ed eccessi ma è soprattutto questione di livore, di puro e semplice odio. Cane rabbioso è una fucilata in pieno petto, diretto come un montante, un pugno però di chi gioca sporco, nelle risse da strada, non di chi si è allenato per un match di boxe. Niente regole, niente protezioni.
Sporco, scorretto, a tratti addirittura disgustoso, è l’ultima parola, senza possibilità di ritorno, in tema di noir. Necessario nella forma, schietta come un dialogo da prigione, si avvicina molto all’essenza stessa della brutalità. Astenersi perditempo e puri di cuore, il materiale per duri questa volta è davvero estremo.

Matteo Di Giulio


www.sands-zine.com, 20.12.07

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«A quello stronzo che ha inventato il Kit Kat dovrebbero farlo baronetto. Io me ne mangio un fottio. Sa il cazzo perché non ingrasso come un maiale. Avrò il metabolismo veloce.» (Irvine Welsh)

Occorrerebbe un’attenta psico-analisi della suddetta frase per accendere l’attenzione sulla penna di Angelo Petrella: autore partenopeo i cui personaggi cinici, violenti e menefreghisti potrebbero far subito incanalare nel filone pulp, alla stregua di emozioni attigue al trapianto-cartaceo del Cattivo Tenente di Ferrara, oppure ad anziani maestri del noir d’oltreoceano come James Ellroy; figura, quest’ultima, comunque presente e rispettata nel blog dello stesso scrittore.
Ma c’è molto di più nel mondo corrotto di Petrella, nei personaggi creati vige un tale senso di nichilismo e di disprezzo, di sé quanto e soprattutto del prossimo, che in un certo senso traspare e modella una visione allucinata, post-moderna e tragica del mondo contemporaneo, con le regole ciniche ed egoisticamente formulate che lo adornano. Tutto secondo una metrica personale, che si concede non poche licenze poetiche e di linguaggio. La scrittura a lama-tagliente di Petrella, insomma, affonda le sue radici più lontano, lambisce la verve disintegrante e pessimista di Céline, e la infonde di seguito ai caratteri dei protagonisti, i quali, a loro volta, si trovano ad agire in scenari metropolitani moderni e metropolitani, figli ancor più voraci e sanguinari di quel Welsh anni ’90 e della generazione happy-Trainspotting.
Classe ’78, residente poliglotta tra Napoli, Parigi e Roma, il Petrella ha pubblicato in ordine cronologico una collezione di racconti per la Guida Editori, Una festa di paese, e due fugaci noir per la padovana Meridiano zero, Cane rabbioso (’06) e il neo-nato Nazi Paradise. Gli interessi per la scrittura, però, non vertono attorno la sola e nuda narrativa, visto che anche mediante il proprio blog (canerabbioso.typepad.com) è possibile sfogliare alcuni saggi critici elaborati nel tempo e indirizzati all’approfondimento critico di letteratura, poesia, avanguardia post moderna e gruppi di ricerca letteraria e poetica come il Gruppo 93 o la scuola del maestro genovese Edoardo Sanguineti.
Un tipo tosto, creativo, eletto alla ricerca e circondato da un denso e compatto alone di laboriosa complessità che non può, quindi, esser recintato nella stretta e materiale morsa del pulp style; e lo confermano proprio le due narrazioni più recenti che andiamo a esaminare.

Cane Rabbioso

«Il Vero Mostro è a Roma.» (Pacciani)

In partenza abbiamo citato il personaggio pensato dalla mente di Abel Ferrara per il poliziotto politicamente scorretto, interpretato da Hervey Keitel ne Il cattivo tenente. Gli humus comportamentali di questo uomo-istituzionale cocainomane, corrotto e iracondo si trovano in diversi punti affini al general-pensiero-della-vita adottato e mostrato con incensurata sfrontatezza dal protagonista iper-violento e dissacrante di Cane rabbioso.
Il nostro anti eroe è un rodato poliziotto, impuro sino al midollo, abilissimo nel districarsi tra la fitta rete di piaceri proibiti e scorrettezze che l’irrequieta Napoli gli riesce ad offrire. Il nostro protagonista è un uomo solo, sregolato, erotomane, con poca gentilezza per l’altro sesso, tossicodipendente esasperato di qualsivoglia sostanza psicotropa, che si cimenta ad affiancare all’attività d’investigatore, anche quella di scrittore di gialli e – nientemeno che – politico (per esattezza, segretario di sezione di partito, presumibilmente prossimo ad ambienti di sinistra). Petrella articola un personaggio-contro, fuori dagli schemi dell’ortodossia, che nel peregrinare estremo della proprie, terribili, giornate di lavoro trasmette una filosofia di vita, sovrabbondante di violenza e irrispettosa.

«…Mi fa incazzare che quello stronzo non ha capito che è gia morto. La troia è molto più intelligente, almeno prega. Non otterrà un cazzo di niente ma almeno prega. Lui no. La sua dignità e altre stronzate simili gli hanno proprio fuso il cervello. Rido. Gli rido in faccia mentre ormai anche il giallo della luna che sta tramontando scompare e il freddo aumenta, io sono quasi sobrio (…) e mi sono davvero rotto i coglioni di sta storia…»

La realtà è estremizzata a tal punto da confondere il lettore sull’anima di determinati atteggiamenti: se considerarli come sconfinamenti in lande di acre ironia, oppure prenderli come realisticamente seri, riflettenti una capillare metafora del circuito istituzionale moderno. Non credo sia solo un caso od un vezzo provocatorio la citazione del buon-vecchietto-mostro Pacciani sistemata al varco del libro. Il mostro è l’intero sistema: il fulcro principale che aziona i pulsanti di comando, ed al quale, se ci si vuol adattare, occorre far tesoro di uno dei più vecchi moti popolari napoletani: ’Arrangiarsi e vivere alla giornata’. Anche seguendo il versante più illecito e sudicio. D’altronde, il nostro uomo durante la scansione dei propri giorni non fa altro che schivare gli attacchi alle spalle ed i trabocchetti, predisposti e perpetrati con diabolica astuzia, nei suoi confronti dai pezzi forti. Il questore di Napoli non poteva essere meglio indicato se non come il Grande Fratello, colui che è ombra dietro tutto e sopra tutto, colui che sfoggia un abito di rigogliosa impeccabilità in pubblico, ma che – come triste prassi c’insegna – nasconde nell’armadio una ammiccante cifra di scheletri ammuffiti: quali potrebbero essere benissimo una figlia tossicodipendente, implicata nell’omicidio di un altro ’sbirro’ e sexy-lady di un ufficiale dell’arma, altrettanto impelagato.
Una vita, in fin dei conti, che non si fa invidiare, tutt’altro, caotica e disordinata, come il cervello spappolato dalle nutrite scorpacciate di droghe, dagli ettolitri di rhum e dal colorato campionario di psicofarmaci che il nostro protagonista ingerisce a gran quantità, sin dai primi respiri della giornata:

«…Il telefono di casa inizia a squillare alle 6:55. (…) Mi sveglio, tiro una striscia di coca prima di andare al cesso verso le 7:13. Sara è uscita col cane. Mi faccio una prima doccia alle 7:22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una gauloise alle 7:35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di Rhum…»

In campo di licenza linguistica, o più chiaramente, nella forma di scrittura adottata dal talent-scout campano si riconoscono echi espressivi sicuramente personali, mai esercitati prima e presenti, più o meno similmente, in entrambi i libercoli. Angelo opta per un linguaggio veloce, continuo, spoglio quasi sempre dall’uso classico della punteggiatura; ma anche carico di ripetizioni minimali –ironiche e allo stesso tempo ossessive – che vedono alcuni termini (ab)usati sino alla nausea. Una specie di flusso-di-coscienza metropolitano, a metà tra la cattiveria rivelatrice di Antonio Moresco e la prolungata recitazione senza pause di Gertrude Stein (con ciò, secondo termini puramente ’tecnici’ di forma e struttura sintattica).

«…Sulle scale un tizio mi chiede se voglio un orologio. Dico No e gi chiedo un po’ di Coca. Dice ma sei un poliziotto. Dico No. Dice allora Vaffanculo. Fingo indifferenza ed entro nell’autogrill. Al bancone chiedo tre pacchetti di Gauloises. Il tizio dice non abbiamo Gauloises. Dico che cazzo di tabaccheria siete. Dice non è una tabaccheria siamo un autogrill e poi non ti incazzare prendi le Marlboro che è lo stesso. Dico ma che dici stronzo quelli della Marlboro fanno lavorare i bambini nigeriani a tre centesimi di euro l’ora. Dice guarda che in America non si usano gli euro…»

Nazi Paradise

Ve la sareste mai immaginata una Napoli che accoglie tra le sue mura circoli di neo nazisti futuristi ed hacker incalliti, poliziotti (come da tradizione) traffichini e indaffarati con pratiche finanziarie non convenzionali, incontri illegali nella remota provincia campana di (poveri&sfortunati!) pit-bull, incattiviti da colazioni a base di anfetamina, anarchici e compagni – marchiati per antonomasia come "Pestoni" – di estrazione tutt’altro che operaia, alle volte contro, ma in altre fautrici di strambe alleanze con il nemico nero nel contrastare il comune avversario: gli sbirri, la questura, l’istituzione…
Nazi Paradise a suo modo archivia tutta una serie di simili avventure, piazzando come storia centrale quella di un convinto skinhead partenopeo, dal ’pollice verde’ per il mondo dell’informatica, e le sue disavventure cagionate unicamente dal ricatto che due agenti della polizia gli impongono, dopo averlo incastrato per bene.
E come si direbbe, un servizietto ben fatto e pensato, quello che la ’coppia di stato’ prepara al giovane, ponendolo senza troppe scelte davanti ad un improvviso bivio: optare per la (mortificante) resa e successiva collaborazione con il nemico storico – evitando, quindi, spiacevoli e maggiori conseguenze postume –, oppure ostinarsi come i 300 guerrieri spartani delle remote Termopoli greche a non firmare mai l’indegno armistizio?
Lascio chiaramente a voi il gusto e la sorpresa di conoscere quale sia la decisione-della-vita presa da – il nick name con cui il protagonista si lancia in convulse chat erotiche – e dai suoi amichetti-di-brigata Attack, Teschio, Jago, Thor, Thordue, Thortre, ovvero i docili cagnolini a ’rota di anfetamine…
La verve di Petrella nel linguaggio è più o meno inalterata, i neologismi che usa con preponderanza alla bisogna, si rifanno con originalità e con costanza al mondo ’hi-tech’ del computer:

«…Attack continua a dondolare la catena e uno che non conosco, uno skin di Palermo credo, che sta a Napoli crittato perché ha fatto casini allo stadio (…) Mi viene da ridere, Faccio SIEGHEIL, e Attack sfonda la porta. Quando si tratta di sfondare Attack è bravo ma a volte esagera. E’ uno di quei tipi che compilano un programma senza debug e poi non sano come ritrovare il sorgente. Come dire, un coglione, anche se secondo me non sa cosa significa né debug, né coglione…»

Quel discreto-senso-di-disgusto per gli ambienti patinati, auto-compiacenti e artificiali della borghesia si respira come in Cane rabbioso a pieni polmoni. La differenza sta ove, lì, il punto di scontro si elargiva con le dirette istituzioni in senso stretto (la Questura e tutto il resto), qui, invece, il demone del pestone-borghese prende corpo nei nuovi rivoluzionari:

«…La tizia mi fissa e sbuffa con il fumo. Si capisce che non vuole rispondermi. Si chiama Leda. Da come veste e dalle idee che c’ha in testa è una pestona del cazzo è questa cosa mi fa strano, perché mi chiedo come fa una pestona a fare l’informatrice agli sbirri…»

Di sicuro, questi due volumetti non faranno sudare neanche il lettore più pigro; vuoi per la sfacciate scioltezza dello ’slang’ usufruito, vuoi per la concreta sinteticità di scrittura. La dicitura – a mio avviso stra-cult – su di Nazi Paradise recante il classico avvertimento "Parental Advisory Explicit Writing", rende ancor più tangibile e conforme la forma mentis di tali prodotti-artigianali-noir con l’estetica aggressiva e underground di un buon full lenght hard-core (penso in primis ai Germs), oppure di qualche incazzatissima produzione di orgoglioso-rap-da-strada (Wu Tang Clan, ma anche i Dalek più imperativi).

Sergio Eletto


www.saurosandroni.com

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Cane Rabbioso, esordio letterario di Angelo Petrella, è un cazzottone nello stomaco, di quelli che ti lasciano senza fiato. Ho pubblicamente affermato più volte che a me piacciono i cattivi, i villains: ecco, il protagonista di questo libro è un cattivo davvero perfido, senza nessun chiaroscuro. Anzi, per meglio dire, è uno niente chiaro e solo scuro. Si tratta di uno talmente negativo e odioso che alla fine non risulta neanche cattivo: tutte le turpitudini che fa, infatti, le fa in un modo molto naturale e spontaneo, dimodoché quando arrivi in fondo al libro ti sembra che non sia neanche da condannare, semplicemente perchè lui "è fatto così". Più o meno le stesse cose che provi dopo aver letto le malefatte di Alex in Arancia Meccanica (e guardate qui che popo’ di complimento sono andato a fare ad Angelo Petrella).
E le affinità con il libro di Burgess (che non ho citato a caso: l’ho citato appositamente per far capire che l’ho letto, e per vantarmi di conseguenza) non finiscono qui: ad accomunare Cane Rabbioso e Arancia Meccanica c’è anche lo stile con cui sono scritti (oltre al fatto che entrambi i libri hanno titoli di due parole, un sostantivo e un aggettivo; cosa che non può dirsi, ad esempio, di Hannibal o Via col vento, che quindi non hanno niente a che vedere con il libro di cui stiamo disquisendo). Entrambi sono in prima persona; entrambi hanno un ritmo narrativo vertigionoso. Bisogna provare a leggerli, per credere. L’Alex di Burgess è forse più deliziosamente barocco, mentre il Cane Rabbioso di Petrella è molto più (volutamente) naif; in ogni caso, tutti e due narrano la loro storia in un modo che dire trascinante è dire poco. E se l’originalità di Alex era rappresentata dall’uso di una terminologia assurda e surreale (ma sublime), quella di Cane Rabbioso è rappresentata dall’uso dissonante della punteggiatura e dall’assenza del discorso diretto, tutte cose (la punteggiatura "normale" e il discorso diretto) che rallenterebbero il ritmo e toglierebbero spontaneità alla narrazione (e ce ne rendiamo conto quando Petrella le toglie). Una scelta del genere rischia di scoppiarti in mano, se non sei uno che sa scrivere: ebbene, non è il caso di Petrella (ma si capisce che mi è piaciuto, questo libro, sì o no?).
La storia è semplice e breve (89 pagine). Io ho rischiato di abbandonarla dopo due frasi, perchè all’inizio ti sembra di avere a che fare con il classico, inflazionatissimoo serial killer che ci racconta sé stesso nell’atto di compiere un omicidio. Meno male che non l’ho fatto. Il narratore ci parla in effetti di come stia uccidendo un uomo e una donna, e di come questo gli piaccia; ma si dà il caso che il narratore in questione sia proprio il nostro Cane Rabbioso di cui sopra, di professione poliziotto, e non assassino seriale. E qui sta il bello: di poliziotti cattivi ne sono stati partoriti tanti, ma questo ha un "aroma" (lo so che si tratta di un poliziotto e non di un caffè, ma non mi è venuto un termine migliore) tutto particolare. Questo non è solo cattivo (leggi "disonesto"): questo qui è anche schizofrenico, tossico e sadico, e il bello è che tutte queste cose traspaiono con efficacia nella scrittura di Petrella, che è bravo non spiegare niente e anzi, a lasciare in sospeso alcune cose; tutte le faccende si capiscono da sole, alla fine, perchè per spiegarcele basta seguire fino in fondo gli sproloqui perfetti del nostro narratore. Il resto della storia lo scoprirà chi leggerà il libro. A quei due o tre che amano i cattivi e che si fidano del mio modesto parere, io dico: leggetelo. Magari, se non amate il turiploquio e le scene dotate di una certa "violenza", questo libro non fa per voi. Petrella non ha paura né dell’uno né delle altre. Però credo che allora non facciano per voi neppure la televisione italiana, le strade italiane e, forse, neppure la comune vita che purtroppo, oggi, è toccata in sorte ai più.
Che dire? Giudizio tecnico: bravo, settepiù. Tra poco esce il secondo libro di Angelo Petrella, sempre con Meridiano Zero e sempre con lo stesso protagonista. Io di sicuro non me lo faccio scappare.

Sauro Sandroni


www.splinder.com

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Devo necessariamente consigliare a tutti questo libro. Un noir-pulp di Angelo Petrella giovane scrittore ventinovenne napoletano, il quale ho avuto modo di conoscere solo tramite vie telematiche.
Il libro è fantastico e garantisco agli amanti del genere pura libidine. Lo stile di Angelo è secco, pungente, ruvido e d’impatto. Il libro è piccolino, poco più di ottanta pagine ma si beve come una doppio malto e ti lascia veramente in apnea. Invidio a morte questo ragazzo che ha creato il personaggio che io ho sempre sognato di ideare senza mai riuscirci però.
Il protagonista è un carabiniere corrotto, militante in politica e membro di una strana massoneria edita a pilotare le azioni statali. Si fa di coca, di ero, di prozac,è un perverso, si ubriaca, picchia tutti a morte, odia i neri, uccide con facilità, è sotto analisi da uno psichiatra e per finire è anche un poeta di successo. Un personaggio con così tantissime sfaccettature dico la pura verità io l’ho solo e sempre sognato.
Ad ogni modo per gli interessati al genere ve lo consiglio vivamente, le sei euro piu ben spese della mia vita. Spero presto di incontrare Angelo per farmi autografare la mia copia.

Fabio


www.tfpforum.it, 30.7.07

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Libro d’esordio di Angelo Petrella, giovane scrittore partenopeo, Cane rabbioso mi ha dato tutto ciò che prometteva e che cercavo: dopo essermi perso in libri intimisti, mi occorreva qualcosa che mi svegliasse dal torpore, mi desse carica e, perché no, mi trattasse anche male.
Mai come questa volta, il titolo è esplicativo del breve romanzo, lungo poco più un racconto: lo stile asciutto, caustico, aggressivo, violento, mi ha catturato dalla prima all’ultima pagina, ha fatto pompare il cuore più velocemente, ha fatto produrre adrenalina alle ghiandole surrenali.
Cane rabbioso non sono solo il titolo e lo stile del romanzo, ma anche la cosa più vicina al protagonista, un ufficiale di polizia alle prese non tanto con la criminalità napoletana, quanto con i propri nemici personali. Abbiamo a che fare con un tipo particolare, non propriamente l’agente modello o l’impiegato del mese. Anzi.
È una persona che non si fa scrupoli ad uccidere una prostituta, che evita di rispondere alle chiamate e fa inversione se si stava dirigendo verso il luogo di una rapina. È incazzato con il mondo intero e dice "cazzo" ogni tre parole. È sballato, violento, senza freni. Ma ciononostante riesce ancora a mantenere il controllo della propria vita, ad essere lucido al punto di saper leggere tra le righe e pararsi il culo (inizio a scrivere come lui).
Insomma, questo tipo non è certo un eroe per tutti. Ma credo che per qualcuno potrebbe esserlo.
Non c’è molto altro da dire: Cane rabbioso è un noir atipico, per nulla introspettivo né misterioso, invece urlante come un fiume di montagna in piene rapide. Col sadismo nei confronti del lettore, che Petrella spera sia seduto su un kayak a godersi lo spettacolo. La trama è esile, ma non è quello che conta, l’avrete capito.

Un assaggio, riportato sul sito ufficiale:
«Alle 18.00 sono nello studio di De Renziis. Chiede come vanno le cose. Dico bene. Chiede se mi sento sereno. Dico sì. Dice bene. Dico già. Chiede se voglio aumentare il numero delle sedute. Dico non guadagna già abbastanza. Ride. Rido. Chiedo se mi rinnova la prescrizione del Valium e già che c’è quella del Prozac. Chiede perché quella del Prozac. Dico così. Dice no. Dico vaffanculo. Chiede perché hai tutta questa rabbia repressa. Rido. Lui no. Penso pezzo di merda rinnovami la ricetta ma non lo dico. Chiede se sono contento del mio lavoro. Dico no. Dice che la seduta è terminata e ci vediamo giovedì. Dico e la ricetta. Sbuffa, poi prende un foglio e scrive. Me lo dà. Mentre saluto la segretaria guardo il foglio e leggo. È una prescrizione per il Limbial. Merda.»

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