Brescia Oggi, 6.4.06 |
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CANE RABBIOSO, IL ROMANZO DELLESORDIO DI ANGELO PETRELLA.
UN "MALIGNO" CON IL DISTINTIVO
Il protagonista è un poliziotto. Ma corrotto e cocainomane.
Non cè più solo chi uccide e chi caccia i criminali. Non cè più solo il bianco e il nero. Non cè più solo chi sta dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. La centralità del male si è frantumata e la contaminazione si diffonde implacabile. Il caos è strutturale, i connotati sono stati camuffati, hanno contorni invisibili, i franchi tiratori non hanno un codice donore, se mai ce lhanno avuto, dietro ogni servizio si nasconde un tradimento. Il noir è un colore estremo, è la negazione di qualsiasi altro colore.
Cane rabbioso (Meridiano Zero, pp. 89, 6 euro) segna lesordio di Angelo Petrella, 28 anni. Un romanzo breve, secco e bruciante come un colpo di pistola, di rara crudezza e potenza. Un viaggio senza ritorno al termine della notte, una punta di finisterre della speranza.
Napoli è lo sfondo, ma Napoli non esiste, è una città senza sapore né paesaggio. Una città senza nome, un luogo post-moderno, atrofizzato dal degrado, da day after sotto il vulcano.
Protagonista è un poliziotto che non ha più nessuna regola o etica. È un uomo corrotto, diabolico e spietato, marcio e venduto, che si moltiplica come un trasformista e galleggia sfoggiando identità e reputazioni proteiformi.
Detective dai metodi scorretti che ricorre allanalista, cocainomane, perennemente ubriaco, imbottito di ansiolitici, infoiato di sesso, assassinio a piede libero dalla parte della legge, non esita a commettere le azioni più spregevoli, disprezza la vita, anche la propria, ma è anche un poeta di successo, nonché uomo di partito, a riprova che linaffidabilità regna sovrana.
Di lui non conosciamo retroscena psicologici, non ce nè bisogno, lo vediamo agire con il suo battito animale. Nessuna traccia di umanità, violenza pubblica e privata gratuite. A Napoli qualcuno sta cercando di incastrarlo, perché tutti sanno e tutti calcolano la mossa dello scacco. Ed è qualcuno che ha scoperto le trame losche dei corpi separati dello Stato, i traffici dei servizi segreti nazionali ed esteri. Qualcuno che non è pulito nemmeno lui e che vuole giocare le sue carte per il controllo del potere. La caduta libera ha la stessa ebbrezza dellonnipotenza e la tragicità del personaggio esprime la sua disperazione, la sua tragicità coatta con un urlo muto.
Lo stile di Petrella è iperrealistico, allucinato, la sua sintassi greggia, come "fatta" di coca, febbrile nel ritmo di un jazz acido. Un esordio stupefacente, che ci porta dritti allinferno e ci disvela la ferocità del male per inchiodarlo al muro in tutto il suo orrore. Una lettura che ferisce e lascia una cicatrice.
Nino Dolfo
il Denaro, 21.5.2006 |
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Angelo Petrella è il nome nuovo della letteratura noir in Italia. Il giovane e talentuoso scrittore napoletano, ha reso possibile ciò in 90 pagine. Tante sono bastate allautore per esprimere in Cane rabbioso il suo primo libro edito dalla padovana Meridiano Zero, il suo scrivere "nervoso", secco, intenso, ritmato da onnipresenti segni dinterpunzione. Il sesso, la droga, la violenza vengono esplicitati in maniera chiara senza nessun giro di parole. Parole divise, un ritmo sincopato che incalza il lettore a continuare in queste 90 pagine, ricche di immagini e situazioni: un poliziotto corrotto, donne di facili costumi,larma come strumento della ragione e del potere; tutto in una Napoli "black", caratterizzata dal suo porto e dalla sua aria nefasta di angoscia frammista a rabbia. Aggettivazioni continue e repentine come se la rabbia che dà il titolo al libro dovesse spalmarsi lungo tutto larco del racconto. Un sentimento che è presente e intriso nei risvolti psicologici di ciascun personaggio, cadenzati da una perfezione formale e ritmica assoluta.
Il breve romanzo di Petrella avvince e convince, avvince nel concederti il fastidio nel leggere, nellassistere alla nuda crudeltà e allassenza totale di speranza, ma convince anche di più nel caratterizzare perfettamente la figura del protagonista, il poliziotto comunista, corrotto, cocainomane, aspirante poeta, portando agli estremi una realtà dilatata costituita da partite di droga, omicidi, intrighi di potere in una Napoli irriconoscibile. La storia vive su personaggi cattivi, primo fra tutti il poliziotto, accomunati dalla loro inutilità, da loro disinteresse per qualsivoglia regola o morale, che sfidano in ogni occasione la morte, visionari "attenti" ad autodistruggersi, a portare a avanti la narrazione del trionfo del male, evitando lo scontato quanto inappropriato happy end. Nessuna remora, nessun timore per lautore nel porgere la storia così comè, esente da qualsiasi clichè narrativo, rivolgendosi nel contempo ad un pubblico giovane ed adulto, sorprendendolo attraverso una scrittura unica nel suo genere. Lo si potrebbe riassumere in un " vortice frenetico senza speranza" il Cane rabbioso di Petrella, penna esordiente del ritrovato noir "made in Italy".
Chiara Crispino
il Denaro, 3.6.2006 |
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Un poliziotto "rabbioso": esordio per Angelo Petrella
Cane rabbioso rappresenta lesordio narrativo di Angelo Petrella ventottenne, prossimo al conseguimento della laurea in lettere presso luniversità di Siena, città che divide con Napoli e Parigi. Cane rabbioso è un noir pubblicato dalla casa editrice padovana: Meridiano zero, peraltro specializzata nel genere, vantando un catalogo di tutto rispetto, con nomi del calibro di un Derek Raymond, David Ambrose, James Lee Burke.
Il "Cane rabbioso" è un poliziotto napoletano che agisce in una città lontana da oleografie o da letture ideologiche, una città che fa solo da sfondo ad una narrazione nevrotica fatta di sesso occasionale ed esasperato, strisce di cocaina, Prozac e Limbiol.
Il protagonista, emblema di un universo corrotto e corruttore, si muove allinterno di un contesto marcio e patologizzato, la sua esistenza, estremamente variegata, si svolge tra sedute psicoanalitiche, e lappartenenza ad un giro di stupefacenti gestito dalla stesse forze dellordine.
Inoltre egli è autore di libri recensiti su riviste letterarie, e partecipa al sottobosco losco e affaristico della politica.
Gli antecedenti e i rimandi farebbero subito pensare ai prodotti di genere statunitense o, per restare a noi, al primo Cacciapuoti quello di Pater familias o de Lubbidienza, ma anche al Ferrandino di Pericle il nero.
Ma sono almeno due i meriti che spettano allopera prima di Angelo Petrella, laver rinunciato a raccontare una "sua" Napoli, non ricorrendo, come abbiamo detto prima, a nessuna forma di oleografia, o di visione personalizzata della città, rinunciando quindi anche alluso di espressioni dialettali.
E poi, e qui ritroviamo le sue qualità più originali, il linguaggio, luso di un linguaggio turpiloquiale, nevrotico, incalzante, racchiuso in una sorta di monologo interiore, che fa da contrappunto ad una narrazione asciutta, essenziale, di taglio cinematografico, fatto di brevi sequenze, di pestaggi, di sangue, di sniffate di coca, di sesso estremo in una sorta di discesa agli inferi, che si sviluppa nelle ottantanove pagine di Cane rabbioso.
Un esordio più che mai convincente nellambito di un genere come il noir che, pur allinterno di canoni narrativi ben definiti, riesce a fornirci lo spaccato di un universo in irrimediabile sfacelo.
Maurizio Sibilio
il Foglio, aprile 2006 |
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Hot, maggio 2006 |
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Uno sbirro che più bastardo non si può. Schizzato. Strafatto. Assassino. Sessualmente aggravato da un immaginario camionista. Puttaniere. Legato a un gruppo di colleghi altrettanto bastardi e malavitosi. Ma con una facciata rispettabile di intellettuale progressista. Persino di scrittore Sullo sfondo di notti tossiche, locali malfamati, mefitici angiporti e oscuri adescamenti, in una Napoli che rende consapevole omaggio al devastato Yorkshire e di David Peace, riconosciuto maestro dellUltranoir, il giovanissimo Petrellascatena il suo mastino sulle tracce di un impossibile via duscita dal disordine esistenziale di un "tutto-e-subito" che non conosce luce, ma solo notte, non amore, ma solo odio, mai pietà, unicamente vendetta. E su tutto: opportunismo, scorciatoie verso il successo, psicopatologia sociale che giustifica quella individuale nel nome della comune percezione del trionfo del crimine.
Autore, per ora, di un breve racconto elettrizzante, domani Petrella, magari illuminando di un raggio di luce tutta questa ossessiva oscurità, potrebbe regalarci un romanzo di quelli che ti afferrano e non ti lasciano scampo. Per ora un saggio virtuoso di scrittura. Domani, con i migliori auguri, uno scrittore vero.
Giancarlo De Cataldo
Liberazione, 26.4.06 |
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CANE RABBIOSO
Letteratura del male nel Made In Italy contemporaneo
Allo scader della stagione invernale, il "Made in Italy" letterario sembra avere una nuova fioritura. Ma la nostra primavera è feroce e i suoi, sono fiori del male. Botanico dei lati oscuri è Angelo Petrella, penna esordiente che penetra nel sistema fognario della psiche umana sondandone gli angoli più nauseanti, lerci e infetti. Tale sistema è larchitettura basica sulla quale si sviluppa il suo romanzo intitolato Cane rabbioso, edito dalla casa editrice Meridiano Zero.
Quale migliore ambientazione di partenza se non un porto, nello specifico quello di Napoli, dove iniziano ad intrecciarsi elementi come una partita di droga, una vendetta, un omicidio di troppo e un uomo corrotto, crudele, spietato che si è venduto. Che non ha più nessun codice donore. Nessuna forma di umanità. È questo il soggetto narrante, una sorta di "cattivo tenente" in versione partenopea che non esita ad uccidere e a commettere le azioni più spregevoli per continuare a sopportare la sua vita.
Ma a Napoli qualcuno ha deciso di toglierselo di torno. Qualcuno sta cercando di incastrarlo. Qualcuno che ha scoperto le collusioni tra vari corpi dello Stato per il controllo del potere pretendendo la sua fetta. Restano ventiquattrore per sistemare tutto. Lo stesso arco di tempo con il quale si sbrana il libro, che va aggredito con ferocia come in un combattimento di pitbull. Ed è la ferocia a farsi vettore della retorica, veloce, cocainomane, extrasistolica, paranoide. Peccato che non ci sia vincitore e che il senso del vivere sia completamente nullo.
Un romanzo in cui la critica che sottende è quella sulla condizione umana, sul senso del male come unico scenario di riferimento. Homo homini lupus. Un urlo che strappa ogni patinatura e che ben si intreccia ai grandi maestri del male letterario. Tre sono le direttrici nere da seguire per una migliore comprensione del progetto editoriale e dei suoi contenuti. Ellroy, Bunker, Welsh. Dal primo, Petrella ruba la contestualizzazione metropolitana marcia, la corruzione totale come eco della condizione umana. Dal secondo trae il senso totalitario del potere, il concetto di crimine come scelta a senso unico ma è dal terzo autore che Petrella mutua una vasta serie di elementi. Per quanto non possa essere percepito come autore noir, poiché riconosciuto iniziatore degli stilemi della letteratura chimica, Welsh regala a Petrella una serie di strumenti narrativi.
Lelemento di spicco è lenorme giustapposizione con, ciò che ritengo essere uno dei prodotti letterari pop più belli del tardo novecento, rispondente al titolo de: Il lercio. Lidentificazione più forte del personaggio principale di Cane rabbioso segue le stesse tracce di quello del famoso romanzo di Welsh. Entrambi i soggetti principali sono poliziotti corrotti, entrambi violenti, cinici e distruttivi. Entrambi pronti allabuso reiterativo. Entrambi macchiati di infamie delle peggiori e totalmente disconnessi dal senso della vita. I soggetti vengono sfaccettati nel loro profilo psichico affondando una lama analitica che fa di entrambi i romanzi, dei thriller senza sosta.
Ma lelemento più forte che accomuna i due, risiede in questo senso iperreale che porta allonirismo attraverso la velocizzazione continua della narrazione. Tra iperrealtà e sogno, il nesso estetico viene prodotto da microsecondi di ironia glaciale che produce lo squilibrio nella tensione accumulata. La punteggiatura riduce la narrazione ad uno scheletro ed ogni ondata di eventi esplode nel cervello del lettore e del letto pagina dopo pagina come botte di cocaina, pere di eroina, psicofarmaci assunti con superalcolici. La lettura viene assorbita come nicotina dalle Gauloises che il "lercio" nostrano fuma con avidità, tiro dopo tiro. Una spirale isterica senza inizio né fine che conduce il lettore verso linferno di un quotidiano riveduto e corretto da Quentin Tarantino ma che passa attraverso nella sua invisibilità. Un mattone in faccia al buon lettore che non avrà spazi di riflessione se non dopo aver letto lultima pagina, tirando un sospiro di sollievo.
Cane rabbioso è il primo atto di uno scrittore che, nel suo piccolo, rilancia la letteratura italiana su un piano radicale, senza concedere nulla ad operazioni di stemperamenti commerciali. Napoli è la madreputtana di questo parto, dove Petrella nasce e alla quale dedica il suo primo Romanzo. Non unico nella sua produzione, oltre a Cane rabbioso Petrella ha pubblicato la raccolta di racconti Una festa di paese (Guida, 1999). Suoi testi poetici appaiono in antologie e riviste, tra cui Attraversamenti (Di Salvo, 2002) e 1¡ non singolo. Sette poeti italiani (Oèdipus, 2006). In ambito critico e teorico Petrella si occupa variamente di avanguardie letterarie, di postmoderno, della poesia di Sanguineti e dellopera di Pirandello: suoi contributi e saggi appaiono in diverse riviste, tra cui Allegoria, Atelier, Avanguardia e Belfagor.
Cane rabbioso è un romanzo che, più che farsi leggere, sfida la mente umana sbranando i suoi paesaggi più oscuri.
Francesco WARBEAR Macarone Palmieri
il manifesto/Metrovie, 24.3.2006 |
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È uscito in questi giorni il primo libro di un italiano pubblicato nella collana di noir della padovana Meridiano Zero. Si tratta di Cane Rabbioso, di Angelo Petrella. Lautore è un napoletano ventottenne alla sua seconda prova di scrittura. Il primo libro era una raccolta di racconti intitolata Una festa di paese, uscito per i tipi di Guida Editore qualche anno fa.
Cane Rabbioso è la storia di un poliziotto napoletano corrotto, cocainomane, poeta di successo e dirigente comunista. Già il profilo del protagonista lascia intendere che ci troviamo di fronte a un testo che dilata la realtà fino a spingerla in un angolo nel quale essa si presenta a grumi solidi, come un monito, un avvertimento.
È un romanzo breve, duro, allucinato; una storia a tinte forti tratteggiata con una scrittura volutamente sincopata, che si snoda fra partite di droga, tossici senza speranza, intrighi di potere, omicidi. Una storia che segue il protagonista nelle sue giornate di violenza e sopraffazione attraverso i luoghi di una Napoli diafana e senza colori, trasmettendocene attraverso la pagina i battiti del cuore accelerati dalla coca. Il cinismo è il giro di basso di tutto il libro; la perdizione e linutilità le condizioni comuni a tutti i personaggi. Buoni e cattivi sono stritolati da una realtà nella quale i destini individuali sono delle condanne a morte a orologeria.
Petrella riesce a raccontare il male nei suoi aspetti più estremi, ripugnanti o ridicoli, come nella scena nella quale nei bagni dellautogrill il poliziotto protagonista piscia per terra senza motivo e alle proteste della donna delle pulizie la prende a calci e le spegne la sigaretta sulla mano.
Cane Rabbioso è un libro che prende allo stomaco, intriso di un iperrealismo livido che sfocia nel visionario e sfiora il manierismo: i personaggi cattivi, primo fra tutti il protagonista, sono soli nella corsa verso la distruzione di ogni regola e morale e verso la loro stessa autodistruzione; i personaggi buoni sono solo vittime, a malapena distinguibili fra loro, dai contorni incerti, quasi invisibili.
Il cane rabbioso è violento, arrabbiato, ma anche disperato, perennemente sullorlo del suicidio. Tentano di incastrarlo ma non ci riescono. Nonostante sia sempre fatto o ubriaco, nonostante ignori qualunque elementare regola di prudenza, lasciando dietro di sé innumerevoli indizi di colpevolezza, è proprio la sua totale indifferenza alla vita e alla morte che lo fa trionfare. Il cattivo vince, eccelle in tutti i campi, si sbarazza degli ostacoli, ma la morte lo aspetta comunque dietro langolo, come semplice appendice di una vita che non vale la pena vivere.
In realtà il romanzo di Petrella nel momento in cui dà forma al male, nelle sue furiose iperboli di violenza, lo affronta, lo disinnesca, lo sconfigge. Cane Rabbioso è un libro frenetico, cattivo, sferzante: un noir senza speranza e senza salvezza che dimostra il talento narrativo di Petrella.
Riccardo Brun
il mattino di Napoli, 5.4.06 |
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Poliziotti e cocaina per lesordio di Petrella
È appena andato in libreria Cane rabbioso (Meridiano zero, pagg. 96, euro 6), esordio narrativo del ventottenne napoletano Angelo Petrella, dottorando in letteratura italiana a Siena. Il testo - un noir, giacché la casa editrice padovana è specializzata nel genere poliziesco - narra di un agente napoletano che ritma la sua caotica vita quotidiana tra sniffate di cocaina e rapporti sessuali occasionali. Il protagonista fa anche parte di una cellula fatta dappartenenti alle forze dellordine che gestisce un giro di droga. Il personaggio è sfaccettato: scrive libri che sono lodati sulle pagine letterarie; cerca spacciatori di coca e sigarette fresche; vive in un sottobosco fatto di comitati politici, locali notturni e amici strampalati. Lazione scenica, invece, si dipana in un crescendo narrativo ritmato da una razionale e psicotica corsa in una nebulosa realtà reale. Come antecedente del genere, a Napoli, possiamo citare il giallista Bruno Pezzella. Ma è nella realizzazione linguistica - secca e ritmata, che fa pensare ad epigoni statunitensi - che Petrella dimostra la sua novità. Pur essendo la narrazione segmentata da brevi frasi di poche parole - quando il poliziotto pensa alla sua psicotica realtà addirittura si arriva a una struttura parola-punto-parola - il ritmo è incalzante e ti avvolge come la storia: vera matrioska umana e giudiziaria di una realtà senza più schemi, se non quelli che il potere e gli euro danno. Insomma, un esordio convincente ed un prodotto spendibile su tutto il mercato italiano, privo di quel limite che ha il genere a Napoli: luso ossessivo del dialetto da strada con molte apocopi e con poco significato per chi quel vissuto non frequenta. Altre assonanze, per quanto riguarda lambiente, ci parlano di Giuseppe Ferrandino, mentre per alcune atmosfere sembra esserci traccia anche dellultimo Gaetano Amato.
Vicenzo Aiello
ESORDI - Angelo Putrella, cane rabbioso
Crimini, violenza, corruzione: questi gli ingredienti del romanzo breve che segna lesordio di Angelo Putrella. Sorta di versione tricolore del Cattivo tenente di Abel Ferrara, il suo protagonista è un poliziotto napoletano non esattamente irreprensibile che, con il susseguirsi delle pagine, si trova coinvolto in un tourbillon di di complotti, droga, vendette incrociate, efferatezze e depravazioni in salsa pulp sempre più vorticoso, in certi momenti ai limiti del grottesco. Nessuna (o quasi) introspezione, nonostante la narrazione in prima persona, ma un susseguirsi di eventi talmente serrato da togliere il fiato; a tratti persino disturbante, ma non tanto quanto ci par di capire lo scrittore vorrebbe. Si legge bene oltre che in fretta Cane rabbioso, e questo è già tanto; aspettiamo però di vedere il suo autore alle prese con un formato un po più corposo prima di indicarlo con sicurezza come il nuovo talento del noir italiano.
Aurelio Pasini
Pulp, mag-giu 2006 |
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Ununica voce, solitaria. Un unico delirio anfetaminico e bruciante, tirato via come un lungo e inconfessabile pensiero. Una linea retta, senza capo né coda, sparata direttamente nel vostro cervello.
Un poliziotto. Strafatto, cinico, poeta corrotto e dirigente comunista, colluso con poteri molto forti e molto deviati. Una bestia assassina priva di sentimento che scorazza nel suo mondo malato, nei bassifondi di una Napoli appena accennata. Tra un tiro di Gauloises ed uno di coca, una pera ed una manciata di pillole, rischia di farsi incastrare da chi neppure intravede la sua reale natura. Indifferente alla morale, senza speranza o possibilità. Incolmabilmente privo di prospettive e perennemente inseguito dalla percezione dellinutilità della sua esistenza, intrisa di un male antico, ma costantemente presente.
Senza lasciare un attimo di quiete al lettore, questo felice esordio nel noir di Angelo Petrella, merita, e non può che essere così, ingurgitato tutto dun fiato. Ma non crediate di digerirlo con facilità. Indigesto dallinizio alla fine, ma coinvolgente al punto da dover modulare il proprio respiro sul ritmo forsennato della narrazione. Con una prosa isterica ed un uso nevrastenico della punteggiatura Petrella trascrive unimprovvisazione, dà forma ad un assolo partorito dal talento di un musicista quasi stupito da un simile risultato. Privo di scrupoli e di inibizioni, di giustificazioni o alibi, ha la rara capacità di rappresentare, nella finzione, una realtà cruda e vera che, talvolta, preferiremmo ignorare.
Questo libro non è pizza e mandolino, questo libro è rumore di percussioni che ti sconquassano la mente e ti fanno tremare le viscere.
Corrado Pipan
il Quotidiano, 31.3.06 |
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"Il. Fascino. Della. Divisa. [
] Glielho fatta provare per vedere se era buona, se non uccideva: dallo sguardo della tizia sembra buona. Prendo la spada dalla tasca, mi faccio e collasso nel cesso assieme a lei. Rinvengo dopo dieci minuti, ma la troia non cè. E nemmeno il mio berretto. Né la mia pistola".
Ci sono libri che strattonano il lettore e scrittori che fanno della sgradevolezza programmatica la loro cifra principale. Sceglie questa strada il giovane Angelo Petrella, napoletano classe 1978, che con un libricino smilzo smilzo dal titolo Cane rabbioso (Meridiano Zero, pagg. 92, Euro 6), descrive un paio di giornate e nottate di un poliziotto disumano, che ne combina di tutti i colori. Il risultato è un pugno nello stomaco. Questo mostro di cui non conosciamo il nome è il narratore in prima persona di ore compulsive, di spaventosa crudeltà. Di indifferenza totale verso qualsiasi possibile forma di pietà, di perdita dogni significato, di perdita del sé, prima di tutto.
Costui tira strisce di coca a ripetizione manco fossero caffè, ingolla valium e rum come bicchieri dacqua, tratta tutte le donne come sgualdrine, peggio, come oggetti usa & getta nei cessi dei bar. Utilizza la violenza e laggressione come unica regola. Ammazza chiunque gli dia anche solo un po fastidio, e ha un posticino tutto suo nel quale seppellisce i cadaveri dei poveracci che incappano in lui. Tra un tavor e un prozac, uno scherzetto en passant che costa la vita a due ragazze innocenti (che sniffano una polvere velenosa da lui lasciata in ingannevole evidenza), sesso tristissimo e sfrenato solo e in compagnia -, torture e ferocia ("le do un calcio nella pancia, le spengo la Camel sul dorso della mano"), fumo nevrotico, pere e sniffate, il nostro "cattivo tenente" ha il tempo di partecipare in piena notte ad adunate che raccolgono il meglio (si fa per dire) dei corpi dello Stato deviati e di pezzi dei servizi corrotti. "Un finanziere, altri tre poliziotti, uno del Sisde, due militari, uno della Digos e un negro della Nato". Lì si prendono decisioni sporche, insensate, secondo una logica del potere fine a se stessa e di pura prevaricazione, di alleanze che sporcano le dinamiche coerenti della vita sociale.
È un racconto estremo, quello di Cane rabbioso, che suscita un ribrezzo totale verso il protagonista. È un dolore al quadrato pensare che sia un poliziotto, ossia un signore che dovrebbe proteggere le persone; è un sollievo pensare alla fine delle 90 pagine che questo sia un racconto di fantasia. Non cè barlume di motivazioni né tanto meno di riscatto, nella pazzesca corsa verso il nulla dellassatanato in divisa. Il male è davvero banale e a portata di mano, è facile e redditizio, e la fa sempre franca. Niente male, questa bella inondazione di cinismo in uno scrittore esordiente di soli 28 anni. La fulminea fotografia della corruzione definitiva, il linguaggio telegrafico con lacceleratore sempre premuto a tavoletta, le parole come schiaffi: Angelo Petrella va seguito con curiosità a una prossima prova più corposa.
Gianluca Veltri
Repubblica, 8.4.06 |
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Un nuovo cattivotenente si aggira per la città di Napoli.
È schizzatissimo, si fa di Limbial e Prozac, tira come un cavallo e ha poco tempo, 24 ore per trovare qualcuno che lo vuole incastrare. Pezzi da novanta.
In sintesi è la storia mozzafiato di Cane rabbioso, del ventottenne napoletano Angelo Petrella, mandato in stampa dalla casa editrice padovana Meridiano Zero.
Fa piacere salutare talenti che masticano un nuovo tipo di noir coniugandolo con allucinazioni, ritmi sincopati, parole divise, punteggiatura al di fuori di ogni regola e non solo per sorprendere. Telefilm americano, Abel Ferrara con un po di David Lynch, personaggi che popolano il porto di Napoli e i suoi dintorni come se abitassero tra Chicago e la persissima New York, mela strafatta da poliziotti corrottissimi e figlie di questori a rota di vita e di morte.
Notevole esordio, qualche strizzata docchio di troppo, padronanza del ritmo da regista da tenere sotto controllo. Si esce dalle 89 pagine come se tutta la droga del mondo le avesse pervase e con il protagonista che prepara strisce per esorcizzare forse tutto il male di vivere del mondo.
Peppe Lanzetta
Repubblica, 16.5.06 |
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Il mondo marcio del cattivo tenente
Riesce difficile che possa esistere nella realtà un personaggio come il protagonista di questo libro. Un poliziotto corrotto, assassino, stupratore, tossicodipendente, che tra un abuso e laltro (di droga, di potere e di sesso) trova anche il tempo di fare lo scrittore (di poesie) e il segretario di un partito (di sinistra). Ottanta pagine che raccontano in maniera studiatamente esagerata la squallida esistenza di un "cane rabbioso". Il noir contemporaneo pare abbia ereditato dal "pulp" tutta la violenza.
Annalisa Lualdi
la Sicilia, 20.4.06 |
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Cane rabbioso, esordio narrativo del ventottenne Angelo Petrella
Il doppio binario dellagente napoletano
Gli amanti del noir avranno più di un motivo per apprezzare Cane rabbioso, esordio narrativo del ventottenne napoletano Angelo Petrella, pubblicato da Meridiano Zero (pp. 92, euro 6,00). È la storia di un agente napoletano, la cui vita si svolge sul doppio binario della legalità e della criminalità: da una parte svolge indagini di routine, dallaltra si strafà di coca; da una parte è un curioso scrittore stimato dalle pagine letterarie, dallaltra fa parte di una struttura parallela assieme ad altri rappresentanti delle forze dellordine e, soprattutto, è dominato da un satirismo violento e da unaggressività che lo porta a compiere anche omicidi gratuiti in omaggio, credo nelle intenzioni dellautore, alla letteratura di Gide.
Mentre gli offrono il coordinamento di una importante indagine su un omicidio e, al contempo, svolge uninchiesta segreta per conto della struttura parallela, segue un percorso indagativo ed esistenziale che lo porterà non solo alle alte sfere della polizia, ma anche alla morte come unico orizzonte possibile della vita contemporanea.
La trama intricata, il colpo di scena e lagnizione finale di Cane rabbioso rappresentano lovvio e inevitabile omaggio al genere. Sui luoghi comuni del noir Petrella ha però lavorato con un montaggio essenziale, riducendo allosso lazione scenica ed impiegando una sintassi narrativa fulminea, da video clip.
Non ci sono descrizioni, nè approfondimenti psicologici: lo schema poliziesco è così scarnificato da rendere straniante persino lazione narrativa, anche nei momenti di maggiore efferatezza del plot. In sostanza Petrella spoglia il genere della sua retorica e mostra lazione in primo piano: è come se in un discorso ci si limitasse rigidamente alla sequenza soggetto-verbo-oggetto e tale sequenza venisse ipnoticamente ripetuta fino a decontestualizzarla. Petrella ha dunque spinto la retorica del noir fino a un punto di non ritorno, in un esperimento interessante e riuscito in maniera convincente.
Guido Caserza
La prosa del napoletano Petrella è di quelle che ti rimane attaccata addosso. Giovane studioso della neoavanguardia, Petrella mette in scena una storia mozzafiato ambientata nel ventre di Napoli. Già apprezzato poeta, Petrella trasferisce nel romanzo una vena lirica fatta di punti e cesure continue, di velocissimi cambi di scena, di discorso indiretto. La storia sembra non essere importante, quello che emerge è lalto tasso di visionarietà, delineato dal continuum di scene splatter, in cui il sangue di unarancia a orologeria si sposa con la lezione di Tarantino. Una vena dironia infatti, avvolge questo poliziotto impasticcato, ubriacone, iper-violento e sessuomane. Un ritratto a tinte forti, dove non esiste una scia tonale diversa dal rosso e dal nero.
Un noir veloce e rabbioso, frenetico come la realtà degradata che descrive, il dipanarsi dei sobborghi di Napoli, i locali equivoci, i bagni pubblici, il porto. Unapoteosi di violenza che lascia in secondo piano la restaurazione del buonismo imperante promosso dai media nei confronti di chi veste la divisa.
Chiara Cretella
Dispenser RadioRai2, 12.4.06 |
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CANE RABBIOSO: LESORDIO NERISSIMO DI ANGELO PETRELLA
Uno dei primissimi autori italiani che il prestigioso editore indipendente Meridiano zero pubblichi nella collana Meridianonero. Si chiama Angelo Petrella lui e il suo libro è Cane rabbioso. È uno di quei libri che suppliscono alla brevità con la consistenza, nel senso che dura meno di cento pagine ma come sentirete certi livelli di sudiciume, di grettitudine dei personaggi, di tangibile schifo per quello che si vede, non possono essere tirati in là più di tanto. Sporco, lurido, con un linguaggio che ci ha imposto di mettere molti bip nella lettura per ovvi motivi, Cane rabbioso è un libro nero. Come abbiamo già detto molte volte la caratteristica del nero sta anche nella diversa prospettiva morale. Nel giallo, nel poliziesco edificante, ci sono i buoni e i cattivi. In Cane rabbioso ci sono ruoli, ma non si può polarizzare più di tanto la situazione da una parte o dallaltra. Il protagonista è un uomo di potere, legato allo stato, ma corrotto, avvezzo allabuso di quello che capita e senza una morale degna di questo nome. Petrella è di Napoli e la storia lha ambientata nella malavita della città. Un romanzo tutto calci nello stomaco del lettore. Dove le cose tremende succedono letteralmente dalla prima allultima riga del libro.
Sentiamo un estratto, coi dovuti bip.
Matteo "Ferrato" Bordone
albertogiorgi.blogs.com, 19.4.06 |
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Quando un cane rabbioso ti si attacca alla mano per schiodarlo devi finirlo.
Velocissssssimo noir contemporaneo scritto da un giovane napoletano che da un lato strizza locchio a certi fumetti e dallaltro addotta una struttura e un ritmo che ricordano i migliori prodotti polizieschi americani da schermo grande e piccolo. Napoli sembra una Sin City ripulita dagli accenti fantascientifici oppure quella Los Angeles che si vede nella grandissima serie The Shield. Oppure entrambe. Il nostro eroe poliziotto ultratossico violento e comunista deve far presto. Cazzo. Se. Deve. Far. Presto. Altrimenti lo fregano e con lui salta molta altra gente. Gente importante. Traffici importanti. Lui si muove per la città con la mente divisa in due parti. Quella che ragiona ricostruisce trama agisce. Quella stratificata di sostanze eccitanti e calmanti che combattono luna contro laltra per mantenerlo in equilibrio. Equilibrio che non cè. Mai. La storia si snoda nel giro di ventiquattro ore, ma ha un ritmo che 24 Ore se lo sogna. Certo è un racconto di poco più di ottanta pagine ma vale la pena e il prezzo di sei euro pare onesto. Cè anche da imparare qualcosa. Se trovate una pista abbandonata in un cesso evitate di tirarla.
Bravo. Angelo. Petrella.
Alberto Giorgi
Intervista con Angelo Petrella
Va di moda il noir.
In Italia e non solo, si dice che il noir sia romanzo sociale, adatto per scavare dentro situazioni di disagio, di violenza e di prevaricazione, dentro la politica e listituzione corrotta, dentro la mente e le abitudini della gente.
Secondo te questa impostazione è vera? Se si, può essere applicata anche al Giallo classico?
Il termine "noir" oggi è inflazionato perché sotto questa etichetta si radunano troppe cose (il giallo, il thriller, lo splatter, etc.) e si dimentica che esso è un genere letterario relativamente giovane, dotato delle sue regole e dei suoi stereotipi, e nato per narrare storie torbide o di marginalità. Il giallo classico, invece, è forse il più letterario dei generi in quanti si fonda essenzialmente sul meccanismo narrativo di investigazione/agnizione. In questo senso, il giallo costituisce unottima palestra per lo scrittore noir che voglia padroneggiare le tecniche di suspense narrativa. Il perfetto prodotto noir contemporaneo, a mio avviso, è quello che sa esplorare leccesso, il limite e la marginalità sociale riuscendo a tenere il lettore "incollato" alle pagine (i migliori esempi li si possono ritrovare nei romanzi di Manchette, che uniscono sottofondi politici "caldi" a storie dal ritmo serrato).
Nel mio Cane rabbioso ho cercato di fondere questi due momenti, utilizzando il tema del poliziotto corrotto in una trama da giallo classico.
Visto che lhai citato, parliamo di Cane rabbioso. Una premessa e due domande.
La qualità della tua scrittura è elevata e il tuo stile molto moderno. Il libro scorre che è un piacere e lo consiglio caldamente. Però
1. Lho trovato troppo stringato. Pur avendo, a livello di trama, la potenzialità di essere un romanzo (magari breve), hai deciso di tenerlo allosso, praticamente un racconto. È solo una questione di ritmo?
È innanzitutto una questione di ritmo, ma non solo. Cane rabbioso nasce di per sé come racconto, puntando tutto sul precipitare degli eventi che investono il personaggio come una valanga. Questo effetto è ottenuto accelerando la narrazione allinterno di una trama a incastro da giallo classico. Un romanzo non riuscirebbe a trasmettere al lettore la medesima sensazione di frenesia e come ha scritto Peppe Lanzetta lo stesso ritmo sincopato. Ho preferito sacrificare la lunghezza della storia in virtù della potenza della narrazione.
In secondo luogo, volevo che le contraddizioni e i paradossi del protagonista (ad esempio, il fatto che lui sia un dirigente comunista pur restando uno sbirro corrotto etc.) rimanessero aperti e insoluti, senza spiegazione articolata, in modo da conferirgli uno statuto da "super-eroe". Un super-eroe del male, ovviamente, che porta il male a trionfare, senza compromessi moralistici, come spesso accade a buona parte del noir italiano.
2. Spesso e volentieri Cane rabbioso ha la cadenza di un fumetto di razza. Sei daccordo?
Sì, sono daccordo. Molti lettori di Cane rabbioso mi hanno comunicato la sensazione di aver intravisto un impianto fumettistico nella narrazione: sinceramente, lavorando alla prima stesura, avevo più in mente alcuni autori noir francesi e alcuni registi americani. Però credo che esista un punto di congiunzione molto importante: il montaggio. I grandi fumetti e in specie quelli noir o dazione utilizzano ambientazioni e ritmi propri dei migliori B-movies (penso ad esempio al "poliziottesco" allitaliana degli anni Settanta, a cui lo stesso Quentin Tarantino confessa di dovere tantissimo). Inoltre, il montaggio del fumetto è ricalcato appositamente sullossatura della trama, senza ricamarci troppo sopra: e lelemento principale resta la suspense che, per la buona riuscita della narrazione, deve essere la più alta possibile.
Nella gran parte dei mystery americani tutte le ambientazioni sembrano una uguale allaltra, al di là delle differenze di latitudine o di tipologia (urbana, rurale ecc.). Il Giallo Italiano, invece, è fortemente connotato territorialmente; ci sono correnti o, se vogliamo scuole, di giallisti napoletani, siciliani, emiliani e via dicendo.
Perché questo forte legame con la provincia?
Non sono così convinto della prima affermazione: è chiaro che nel mystery esistono alcuni temi o ambientazioni ricorrenti come in ogni genere letterario ma si pensi ad esempio alla enorme differenza che sussiste tra due modi di ambientare i romanzi, pur nelle medesime metropoli, mettiamo, di Ellroy e di Vachss.
Il giallo italiano invece, prendendo spunto molto spesso da fatti di cronaca o da situazioni sociali scottanti, risente appunto di questo aspetto "plurale" della sua società. Non dimentichiamo la varietà di volti criminali che il nostro paese manifesta nelle sue differenti regioni (dai serial killer di provincia alle baby-gang, dalla microcriminalità alle grandi mafie del sud). Ciò influisce a volte sullapproccio stilistico, spesso infarcito di dialettalismi, come anche sul milieu sociale trattato, restituendoci "unaltra faccia" dellItalia (si pensi al Triveneto corrotto di Carlotto o alla Napoli camorristica di Veraldi).
A vedere gli scaffali delle librerie e il fiorire delle collane di case editrici grandi e meno grandi si direbbe che il Giallo italiano stia vivendo un momento di forte espansione.
Secondo te, perché?
Un primo motivo credo sia dordine strutturale e commerciale insieme: il giallo è un genere "sicuro" per leditore, ad alta vendibilità, in quanto più dogni altro si fonda sulla suspense, sul tenere il lettore avvinghiato alle pagine per "vedere come va a finire". In questo senso può potenzialmente appassionare chiunque. A meno che non si tratti di capolavori letterari, è difficile rileggere un giallo con gli occhi ingenui della prima volta. E ciò può creare dipendenza. Ma anche la colonizzazione culturale americana e la sfida competitiva che essa lancia credo giochi la sua parte.
In secondo luogo, il nostro paese non ha mai avuto una grande scuola del romanzo, come in Russia, in Inghilterra o in Francia. In questo senso il giallo sopperisce a una mancanza, anche perché consente allo scrittore di appoggiarsi su di un genere consolidato, dalle regole ferree. Infine, in un momento storico di crisi qual è il nostro, non è da escludere che lansia di una ricerca della verità impossibile a compiersi nella realtà si riversi interamente nella letteratura.
Qualcuno dice che il Giallo (non solo quello italiano) sta producendo molta spazzatura, che gli scrittori scrivono come pazzi perché si vende molto e che in questo modo si rischia di far collassare il mercato e di declassare un intero genere letterario calando la qualità media del prodotto.
Di cosa ha bisogno oggi il Giallo italiano?
Come per ogni genere letterario esistono prodotti scadenti e prodotti di buona fattura. Tra laltro, se non esistesse la spazzatura, non si riuscirebbe a scovare la letteratura di qualità. In ogni caso, non si può non guardare favorevolmente al romanzo giallo se questo contribuisce a rilanciare la lettura e tutto il mercato librario, in un paese come il nostro che ha il tasso di lettori tra i più bassi di tutta lEuropa.
Il giallo italiano credo abbia bisogno di perfezionare la sua vocazione politica e sociale, tendendo sempre più a riscoprire i luoghi "rimossi" della nostra storia recente e passata o le situazioni più scomode della nostra società. Negli ultimi anni sono stati fatti molti tentativi fruttuosi, rivelatisi anche successi commerciali, anche se per lo più nel campo del noir: mi vengono in mente innanzitutto i romanzi di Luther Blissett e di De Cataldo, che partono dallimpalcatura del noir per puntare allepica, e in qualche modo toccano le punte della cosiddetta "alta letteratura". Ecco: questa tensione verso la collettività, verso grandi storie che riguardino gli interessi collettivi, credo sia ciò di cui oggi più si ha bisogno, in un pease come il nostro che cela alle sue spalle ancora così tanti misteri.
Alberto Giorgi
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"Angelo Petrella... Meridiano zero ha deciso di farne il primo scrittore made in Italy che troverà spazio nella sua collana noir."
Basta questa presentazione delleditore a metterci curiosità. Ti avventuri nel testo, apri a caso le pagine e certi luoghi comuni del noir un po ti infastidiscono. Le donne sono sempre troie, gli uomini figli di puttana, si fumano Gauloise tra un tiro di coca e una pera.
"Mi faccio una prima doccia alle 7.22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una Gauloise alle 7.35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di rhum."
Continui la lettura e ti rendi conto che chi scrive sa gestire alla grande i cliché del genere, li lavora con giocosa consapevolezza.
Lio narrante è un cattivo tenente napoletano, consumatore di droga pesante e pornografia, stimato dai superiori, impegnato politicamente. In federazione intonano lInternazionale
e non basta. Un certo Sebastiano lo cerca perché rilasci interviste a giornalisti sul suo libro in uscita. Il poliziotto si dedica con successo al mestiere dello scrittore. Singolare circostanza. Pare prendere per il culo il fenomeno dei servitori dello stato che, padroni della materia, si dedicano alla scrittura di gialli. Con alterni risultati. In ambedue le attività. Il suo entourage di colleghi ricorda la storiaccia della Uno Bianca. Gli intrecci della trama ci rammentano (per chi ne avesse bisogno) che gli sbirri non hanno nulla a che fare con fiction per teleidioti e che la giustizia è un concetto piuttosto astratto. Sempre manipolabile dagli addetti ai lavori, che quasi mai stanno lavorando per noi.
Il flusso delle parole è lucido ed estenuante, la lingua limpida e omogenea. Le frasi cortissime e taglienti. Petrella non concede nessuno spazio bianco alla pagina. I dialoghi si divorano in un discorso indiretto ben digeribile e furbo quanto basta.
Ti inabissi nelle acque limacciose del porto di Napoli, in fondo ai cessi di locali equivoci, alla ricerca di una vena praticabile su una giovane tossica di ottima famiglia, nei rapporti tra personaggi che hanno perso ogni etica umana. Riemergi solo al termine dei capitoli e non vedi lora di stordirti con il seguito della storia. Una presa diretta che affianca il protagonista.
"Quando sono seduto di fronte a de Renziis ho la gola anestetizzata. Chiede come vanno le cose. Dico bene. Chiede se mi sento sereno. Dico sì. Dice bene. Dico già. Chiede se voglio aumentare il numero delle sedute. Dico non guadagna già abbastanza. Ride. Rido. Chiedo se mi rinnova la prescrizione del Valium e già che cè quella del Prozac. Dico così. Dice no. Dico vaffanculo. Chiede perché hai tutta quella abbia repressa."
Angelo Petrella (classe 1978
) è nato a Napoli e vive tra la sua città, Parigi, Roma e Siena. Si occupa di recensioni letterarie e di poesia.
In Omeletteleuti (dieci cartoline da Napoli) ha cantato gli scontri napoletani che in era centro-sinistra anticiparono il G8 di Genova. Dieci frammenti in dialetto napoletano che si presentano come altrettante tessere di un mosaico.
Per livida tormenta combustione,
sovra spezzate reni (polsi e vene
tremano n odio alzati e n resa) freme
di pregne sacche a guardia del bestiame:
falca la calca i celerino e smarca
chivi savanza o accalca, incalza e corca.
...
squarci I velame e picchia in cruda carne
e spaccossa per direttive interne:
fischia ad altezza domo e squarcia n piazza
quante più teste, I sangue in aspra pozza
sapprende. ecco i sessantanni di stato
nei colpi (poi coperti da segreto)
Per scrivere ottimi noir non è necessario aver fatto il giornalista di nera, né essere arrivati sul luogo del delitto a sangue ancora caldo per circoscrivere il cadavere con il gesso. I morti sono avari di informazioni.
Saverio Fattori
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Il libro è un libretto. Veloce-veloce, 89 pagine scritte in carattere abbastanza grande, peraltro. Saranno veloci anche queste parole che tenteranno di circoscrivere questo esordio. Petrella parte a mille ed arriva a mille. I dialoghi sono fortemente debitori di James Ellroy e pure di David Peace che pure, a detta del suo editore, il ragazzo pare non conoscere affatto.
Una selva di quotidiani ormai competamente proni ad unesaltazione tout curt di ogni pulpetta noir venga spiattellata sulle scrivanie delle redazioni ha gridato, decisamente fuori beat, al miracolo, ma ehi, il sangue non si liquefà e nella cattedrale si sente pure qualche colpo di tosse.
Lautore di questo veloce noir parteneopeo è un ragazzo di 28 anni che infila il proprio agente, marcio fino al midollo, in una storia malsana che parte proprio con un duplice omicidio di efferata crudeltà commesso dal rappresentante della si fa per dire legge.
in una specie di real-time di 24 ore (!) scopriremo che il corrotto e crudele funzionario di polizia è anche:
- un poeta sensibile (gli chiedono lautografo su un suo libro di poesie),
- un funzionario di partito, forse addirittura segretario cittadino
- un eroinomane (3 pere),
- un cocainomane (9 strisce),
- un omicida (7 vittime),
- un erotomane (3 rapporti occasionali con 3 donne diverse)
- un bevitore (7 volte pesca rum dalla fiaschetta),
- un gran consumatore di Valium, Tavor, Prozac, Limbial (cui attinge per 20 volte).
"Troppa grazia, SantAntonio!" Verrebbe da dire chiudendo la pratica e riponendo il libretto (6 Euro), per il "miracolo" aspettiamo lanno venturo quando il piglio di quentin tarantinizzare luniverso mondo sarà indubbiamente demodè.
E però sarebbe scorretto e ingeneroso.
La sintonia che Petrella cerca col lettore sinstaura comunque, lanima nera del protagonista attrae odio dallinizio alla fine e la lettura fila, intrigante come un fumetto di buon livello, cui non vi va di chiedere il rispetto per ogni passaggio logico, ma tavole forti e vive e cazzotti tra i denti.
Così vi alzate dal divano e prima che "Un posto al Sole" sia finito il libro è già spolpato, e davanti a voi intuite un cuore nero che pulsa sangue versato e infetto, un miserere che vi ritroverete addosso, surprise!, magari nella nebbia di stamattina, che inspirate golosamente mentre cercate le chiavi della vostra berlina, ancora intorpiditi da unaltra notte dinchiostro che lascia graffi sul petto ("un nuovo giorno è qui \ solo per noi..")
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Bene, le immagini sono sempre le stesse, piano americano, un cronista, motorini, gente che pilucca cose, un lenzuolo, troupe televisive con cavi e faretti, ecc.ecc.
Su questo scenario sbocciano fiori neri.
Un cane rabbioso tira una bestemmia al cielo.
Un poliziotto. Strafatto, cinico, poeta corrotto e dirigente comunista, colluso con poteri molto forti e molto deviati. Una bestia assassina priva di sentimento che scorazza nel suo mondo malato, nei bassifondi di una Napoli appena accennata. Tra un tiro di Gauloises ed uno di coca, una pera ed una manciata di pillole, rischia di farsi incastrare da chi neppure intravede la sua reale natura. Indifferente alla morale, senza speranza o possibilità. Incolmabilmente privo di prospettive e perennemente inseguito dalla percezione dellinutilità della sua esistenza, intrisa di un male antico, ma costantemente presente. Ce ne parla Angelo Petrella.
Delirio.NET: Il personaggio principale ricorda il Cattivo tenente di Keitel. La Napoli in cui si muove ha echi della Los Angeles di The Shield. Ami il cinema e i serial TV? Se sì, quanto influenzano, se influenzano, la storia?
A.P.: Oltre alla letteratura amo molto il cinema noir, ma i serial Tv non li guardo mai. In questo senso mi vengono da citare altri libri e film su poliziotti corrotti (oltre ad Ellroy e ai maestri dellhard boiled penso a Il lercio di Welsh, a Copland di Mangold, ad Affari sporchi di Figgis). Per uno scrittore di noir, larchetipo del poliziotto corrotto credo sia irrinunciabile soprattutto perché permette di delineare con chiarezza laspetto più marcio della corruzione sociale. I personaggi di Abel Ferrara hanno tutti un che di dostoevskijano: sono dei nichilisti tormentati dalla ricerca di Dio. Dunque raccolgono in sé contraddizioni estreme e laceranti. Del Cattivo tenente mi interessava innanzitutto questo aspetto paradossale, sebbene il mio Cane rabbioso non presenti alcuna problematica religiosa.
Delirio.NET: Non hai scritto un libro "semplice". Il tormento del protagonista tiene alta la tensione. Comè nato Cane rabbioso?
A.P.: La mia idea di partenza era utilizzare alcuni stereotipi del noir ed inserirli in una trama classica da giallo ad incastro, in cui il ritmo e lazione fossero vertiginosi. Il tutto, però, "spostato" nellambiente della mia città, che in effetti ha un carattere profondamente noir, sebbene poco esplorato dalla letteratura. Dai tanti giudizi, positivi o critici, ricevuti sul mio libro, ho capito di essere riuscito in quello che era il mio intento: "costringere" il lettore a seguire le vicende fino alla fine, per quanto la materia e il carattere del mio personaggio fossero riprovevoli o disdicevoli. Il noir in genere crea choc proprio per questo motivo: perché mette in scena le mostruosità sociali che la "gente perbene" della società borghese rimuove eppure contribuisce a creare.
Delirio.NET: Hai ottenuto ottime critiche per questo noir. Altro bolle in pentola per il prossimo futuro?
A.P.: Il libro ha avuto molte recensioni e molti lettori: sinceramente, sapevo di aver scritto un libro caustico e per molti versi "difficile" e non mi aspettavo tutto il successo che poi ha avuto. Ora sto scrivendo un romanzo che richiederà ancora qualche mese di lavorazione... Da buon meridionale sono un po superstizioso, quindi consentitemi di non rivelare ancora nulla...
Intervista a Angelo Petrella
Quando hai scritto la tua prima storia e quale motivo ti ha spinto a farlo.
È sempre difficile parlare delle motivazioni che spingono alla scrittura senza cadere in luoghi comuni. Gli impulsi creativi possono essere i più vari, dettati da esigenze ideologiche, morali, pratiche o politiche, che si mescolano a spinte inconsce. Il primo lavoro "compiuto" che io abbia mai scritto è un romanzo dal titolo Ceneri, mai pubblicato e che credo resterà inedito. Il primo lavoro edito invece è una raccolta di racconti ormai esaurita, dal titolo Una festa di paese e uscito per Guida nel 1999. Entrambi furono due ottime palestre. Credo che ogni scrittore debba esercitarsi molto prima di passare come diceva Giacomo Debenedetti dalla volontà alla necessità di scrivere. E sono importanti anche i rifiuti da parte dei primi editori che si contattano.
Da qualche parte ho letto che hai scritto anche poesie.
La poesia italiana, oggi come oggi, non ha assolutamente mercato (tranne che per alcuni "vecchi" e illustri nomi) e si limita a sopravvivere grazie allo sforzo della piccola editoria. La mancanza di pubblico, paradossalmente, offre però maggiori possibilità alla sperimentazione poetica. Non dimentichiamo che la tradizione poetica del Novecento italiano tocca le punte tra le più alte nel panorama letterario europeo. Per quanto riguarda me, probabilmente ho scritto più poesia che narrativa, fino ad ora, anche se i miei non sono mai stati raccolti in un volume definito e sono seminati tra riviste e antologie. È appena uscita unantologia di poeti giovani - a cui partecipo anchio introdotto da Mariano Bàino - presentati da poeti di vecchia generazione: Primo non singolo. 7 poeti italiani edito dalla Oèdipus di Napoli. È unoperazione molto coraggiosa.
Cane rabbioso è il tuo primo romanzo. Un noir metropolitano dal ritmo serratissimo che si legge tutto dun fiato. Come sei riuscito a ottenerlo?
Scavando sulla forma fino allosso e lavorando fortemente sulla struttura. Cane rabbioso credo sia una miscela di intreccio da noir classico ("qualcuno vuole incastrare il protagonista") e di romanzo dazione. La trama è circolare e ogni elemento superfluo è omesso. Il lettore è costretto a leggerlo fino alla fine, prima di esprimere un giudizio. E ciò credo sia una grande vittoria per il libro. Ho ricevuto molti commenti da parte di lettori entusiasti o delusi: ma mi ha fatto piacere che questi ultimi, pur esprimendo le loro riserve, abbiano riconosciuto di non esser riusciti a staccare per un secondo gli occhi dalla narrazione.
Ti sei ispirato al Cattivo tenente di Abel Ferrara per il personaggio protagonista?
No, nonostante vi siano alcune consonanze tra i due personaggi: la droga, labuso di potere, la violenza. Ma in realtà questi elementi sono stereotipi di qualsiasi noir poliziesco avente come protagonista un poliziotto corrotto e antieroico, basti pensare ai personaggi di Hammet, Spillane o Ellroy. Nel film di Ferrara cè poi una problematica religiosa del tutto estranea al mio libro, in cui domina semmai un cinismo eccessivo fino al paradosso. Il personaggio è una sorta di supereroe del male fine a sé stesso. Volevo che per una volta vincessero "i cattivi", cosa che accade sempre nella realtà. Perché la letteratura deve per forza essere consolatoria?
Quanto il cinema ha influenzato la stesura di Cane rabbioso?
Il noir, come genere letterario, in realtà appartiene prima al cinema e poi alla letteratura (si pensi ai film americani e francesi dagli anni 30 in poi). È indubbio che il cinema abbia contribuito enormemente a forgiare una certa grammatica del noir: un titolo per tutti, Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy In questo senso, credo che Cane rabbioso abbia un ritmo decisamente cinematografico. Se dovessi riconoscermi in una qualche poetica, preferirei però citare qualche romanziere: Ellis, Manchette e anche il nostro Sciascia autore di memorabili gialli hanno saputo coniugare la trama da giallo/noir con lesplorazione della marginalità o del rimosso sociale. E credo sia questo il compito principale di questo genere letterario: parlare di ciò che cè intorno e che ci ostiniamo a non voler vedere.
Il tuo romanzo è senza dubbio un pugno nello stomaco, perché molto violento e privo di messaggi positivi. Era questo il tuo intento e perché?
Per "essere politici" tramite la letteratura (utilizzo qui volutamente un termine ambiguo) non è necessario sbandierare unideologia, un messaggio o quantaltro. La letteratura è un linguaggio e in quanto tale può raggiungere lo stomaco prima della testa o del "cuore" del lettore con una potenza che pochi mezzi espressivi hanno. Ecco: volevo mostrare come la letteratura possa essere potente e incisiva come e più del cinema. Io ho utilizzato il linguaggio letterario per narrare una storia che colpisse innanzitutto alcuni luoghi comuni, accomodanti e buonisti, di certa letteratura italiana. Il noir deve parlare del marcio che cè sotto la società, non deve ricomporre fratture. E per fare questo ha bisogno di irretire il lettore, dunque di essere pura fiction.
Cè il bianco e il nero, e poi cè il noir
Esatto. Il noir si insinua in quella frattura tra il bianco e il nero. La dilata, la sfonda e poi ne riversa fuori tutto il materiale che non ha un unico colore. Per esempio, il protagonista di Cane rabbioso è poliziotto ma contemporaneamente comunista, è poeta e però non sa esprimersi se non con insulti, è tossicodipendente e fa parte di una sorta di massoneria/servizio segreto... Insomma, è un personaggio scomodo, improbabile e pieno di contraddizioni assolutamente incolmabili. Il noir è questo: deve creare difficoltà, dubbi, contraddizioni, proprio per rispecchiare ciò che nella realtà è cancellato o rimosso.
Cosa mi dici di Meridiano Zero, la casa editrice che ha pubblicato Cane rabbioso e di cui, se non erro, sei il primo autore italiano che ha inserito nella propria collana noir?
La Meridiano Zero è la casa editrice che per prima ha avviato un discorso nuovo sul noir, traducendo libri per appassionati, che nessuno voleva tradurre prima e che poi pian piano si sono imposti sul pubblico. Penso a Derek Raymond, considerato da tanti scrittori italiani come un maestro, o anche a David Peace. Fin dallinizio ambivo a pubblicare proprio con la Meridiano Zero, che poi ha deciso di aprire una nuova stagione italiana con il mio libro. Di questo non posso che esserne estremamente contento e ringrazio Marco Vicentini, leditore, per aver creduto e portato avanti il mio progetto.
Stai già pensando al tuo prossimo libro?
Dovrebbe uscire allinizio del prossimo anno. È una storia ambientata in una Napoli più "vissuta" di quella di Cane rabbioso. Una Napoli che ho conosciuto intrufolandomi, infiltrandomi e anche rischiando qualcosa... È la Napoli delle curve violente e delleversione di destra, agli antipodi rispetto al mio "ambiente". Il protagonista è uno skinhead fascista che, paradossalmente, è anche un geniale hacker. Ovviamente si trova nel mezzo di un complotto e deve tirarsene fuori. Ma, al massimo verso febbraio 2007 saprete tutto...
Gennaro Chierchia
scritture.blog.kataweb.it, 1.4.06 |
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Ho in mano questo libretto di Angelo Petrella, Cane Rabbioso, Meridiano Zero, marzo 2006. Costa 6 euro, è breve e lautore viene presentato come "la nuova scoperta del noir italiano".
Io diffido.
Dicono che è il primo scrittore "made in Italy" che troverà spazio nella ormai nota e ricchissima collana noir di questa casa editrice.
Continuo a diffidare.
Premetto. Io non amo molto i noir tranne alcuni. Li leggo poco. Sono in controtendenza. Si leggono solo thriller o noir in Italia. Così si dice e di questo alcuni discutono. Che il thriller e il noir stiano conoscendo una grande fortuna.
Io amo solo Izzo. Di un amore-tempesta, assoluto. Anzi, quando comincio a leggere Cane Rabbioso, quasi mi sento una traditrice. Una fedifraga. È breve. 89 pagine. Saggiamente breve.
Comincio e allinizio tutti i protettivi luoghi comuni a difesa dei miei preconcetti sul genere mi attraversano la mente per venirmi in aiuto. Quanto Ellis, quanta Santacroce sparsa. Mi dico. E il fastidio. La storia forte, fortissima, disturbante. I personaggi disturbanti. Mi rifugio in questi pensieri, ma qualcosa mi fa continuare.
Quanto Ellis, ma il luogo comune pian piano si diluisce. Ci sono influenze. Come accade sempre. Però. Non è tutto.
Questa scrittura di Petrella è un lampo di fulmine. Devasta. Sembrano spari. Colpi di pistola in sequenza. La storia mi convince il giusto ma lho detto, non amo tanto i noir. È il come. Come la racconta.
Un buon libro deve affascinare, creare identificazione, aprire uno spiraglio verso un mondo noto o verso mondi sconosciuti, deve coccolare o far pensare, deve essere divorato o centellinato. Deve somigliare a chi legge o essere talmente agli antipodi da disturbare. Nel profondo. Come un pugno.
Questa scrittura è disturbante ma si insinua. È fastidiosa, disgustosa a tratti perché sa raccontare il disgusto tanto bene che fa scivolare il vomito, il disgusto, lo sperma e la paranoia fra le parole, fra le righe, nelle frasi, nei punti: "Mi precipito fuori dal cesso. Senza pistola. Senza berretto. Un poliziotto senza pistola e senza berretto. Devo trovare la puttana. Il. Cazzo. Di. Fascino. Della. Fottuta. Divisa. Do uno sguardo in giro per vedere se cè. Giordano mi potrebbe aiutare. Ma non cè. Il tizio del bar dice che non ho ancora pagato il caffè corretto. Gli faccio notare che non lho ordinato ma lui insiste. Caccio una banconota da cinque euro, ma lui dice che non ha il resto. Gli dico di tenerselo, il cazzo di resto... Alle 18.00 sono nello studio di De Renziis. La segretaria dice di aspettare due minuti. E nuova: è bruna ma ha il culo basso. Penso per un po come sono i suoi pompini poi vado in bagno e preparo una striscia di coca, ma la ingoio senza tirarla..."
Questa scrittura ha un ritmo. Preciso, riconoscibile, perfetto. Dalla prima allultima riga. Un ritmo che, alla fine, predomina sul fastidio. Su quel pugno nello stomaco che sono certe descrizioni. Sulla crudeltà gratuita e lassenza di speranza.
Quel ritmo che non molla diventa un jazz che ritma qualcosa nella testa. Attendere lannientamento della morale. Esplorare il basso, gli ultimi degli ultimi. Individuare loschi intrighi rimanendo nei gangli degli intrighi stessi. Divorare il nulla con frenesia. Non distinguere poi tanto fra omicidio e suicidio. Queste e altre suggestioni. Che penetrano.
Ecco, una volta letto ho capito che non cera esagerata enfasi nella presentazione. Questa scrittura è puro impatto fisico. E furia e occhio di follia disgregata che si aggira fra la marginalità, fra la feccia del mondo.
A proposito. Questo mi piacerebbe. Ma lo dico da lettrice in controtendenza. Che i thriller non li ama poi tanto. Che Petrella usasse questa sua scrittura jazz, questo occhio folle che sa raccontare il disagio e la rabbia come se scivolasse dalle pagine, per investigare il mondo dimenticato. Certi ambienti laterarli, dissonanti. Per raccontare una storia non thriller. Senza lintrigo, la polizia e la vendetta. Ma con la capacità di far sentire il dolore e la paranoia che abitano non troppo lontano dalle nostre case sicure. Una storia più ampia, più lunga, una cosa da strazio presumo, se già poche pagine fanno questo effetto. Dove il disagio, il rifiuto, la spazzatura e la schizofrenia del mondo facciano parte di un grande quadro narrativo. Di un poema della marginalità. Ma. Non sono certo la persona adatta. Se con questo libro intercetterà quella (grossa) parte di mercato che ama i thriller forse Petrella continuerà nel genere e di certo non potrò biasimarlo.
Francesca Mazzucato
www.kathodik.it, 24.12.06 |
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Leggendo le cronache della banda della Uno bianca mi sono sempre chiesto come aveva fatto la realtà a superare la fantasia, come era concepibile che tutto fosse stato fatto alla luce del sole e quale delirio aveva impadronito chi compiva quelle azioni così efferate?
Poi leggi Cane rabbioso e ti fai coinvolgere dalla sua scrittura senza pause, dalla sua punteggiatura contro tutte le regole e immediatamente entri nei pensieri di una bestia che è sempre in lotta per la sopravvivenza in una giungla di città dove tutti sono contro tutti e dove solo il più folle sopravvive.
In questo mondo la vita degli altri (e la propria) è un semplice accidente, un particolare, si può uccidere per sopravvivere, ma anche solo per scherzo o solo perchè non si pensa ad altro
è ladrenalina della lotta lunico tuo motore, le altre droghe sono solo palliativi per non pensare, per trascendere, per sentirsi in sintonia con la guerra che ci circonda.
Politica, logge massoniche, mafia, servizi segreti sono tutti intrecciati e ben saldati fra loro e se vuoi essere fra chi rimane, non puoi non farne parte. Non puoi fare a meno di andare alle riunioni del partito, così come agli incontri col tuo caposervizio, come pure agli indiscutibili ordini che colui che sa ti impartisce
Se vuoi essere nel giro giusto non cè mai scelta, non hai mai tempo per riflettere è tutto un seguire i tuoi istinti e gli ordini che il branco ti impartisce nella finta libertà di sentirti un demone superiore a tutto e a tutti.
Forse è solo questo lunico possibile modo, che a volte ci resta, per spiegare la realtà
o solamente lo spunto per leggere questo bel romanzo desordio.
Aldo Piergiacomi
www.motortravel.info |
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Credo di parlare a nome di buona pare di MilanoNera scrivendo che Meridiano zero è uno dei nostri editori preferiti in assoluto. Ci ha da sempre abituato a capolavori della letteratura noir e finalmente e con un po di stupore è stato inserito un autore italiano a contribuire egregiamente alla qualità della sua ricca collana.
Gli ingredienti del genere ci sono tutti e sapientemente dosati, con uno stile allucinato e una scrittura veloce, sincopata, acida e jazzata, che pesa le parole con una precisione tale da non servire altro, perché le frasi ti entrano dentro come un proiettile senza diritto di replica per poi abbandonarti tramortito, con un ferita che ti lascerà una cicatrice per molto tempo.
Cè Napoli e il suo porto, anche se la città non esiste, è un luogo senza sapore né paesaggio, un posto qualsiasi senza nome. E un bel po di droga, una vendetta e un omicidio di troppo.
"Mi faccio una prima doccia alle 7.22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una Gauloise alle 7.35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di rhum."
Il protagonista è un poliziotto, tossico e corrotto, che alterna droghe pesanti al sesso occasionale: e in mezzo qualche morto. È uomo crudele, spietato, che si è venduto e non ha più nessun codice donore o forma di umanità, che non esita a uccidere e a commettere le azioni più spregevoli per continuare a sopportare la sua vita. Detective dai metodi scorretti che ricorre allanalista, perennemente ubriaco e imbottito di ansiolitici, assassino a piede libero dalla parte della legge, è in realtà anche uno scrittore di successo, un marito nonché uomo di partito, con un bel problema da risolvere e solo ventiquattrore per sistemare tutto.
Qualcuno a Napoli sta infatti cercando di incastrarlo e di toglierselo di torno perché ha chiaramente scoperto certe collusioni tra vari corpi dello Stato per il controllo del potere. Qualche doppiogiochista, corrotto a sua volta, perché nel libro il confine tra bene e male è andato in frantumi, non cè più solo chi uccide e chi caccia i criminali, non cè bianco o nero, non cè una parte giusta o sbagliata. Il male è un virus, o la regola, che si diffonde nelle vie respiratorie e ti arriva al cervello per generarti un caos dentro e renderti un uomo implacabile, senza un codice donore, un traditore, lesatta negazione di quello che gli altri pensano di te. Come il nero con gli altri colori, del resto.
Gabriele Lunati
mondobalordo.wordpress.com, 19.11.07 |
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Lesordio dello scrittore napoletano Angelo Petrella è un libriccino smilzo smilzo che riesce nonostante la lunghezza ridotta a colpire come uno schiaffo.
Protagonista uno sbirro drogato, corrotto e violento che ricorda un po Il lercio di Irvine Welsh, trasportato dalla Scozia a una Napoli spietata.
Una storia che sfreccia come un proiettile tra cocaina e rhum, tra scene esplicite di sesso e di violenza, con un linguaggio affilato e decisamente crudo (bestemmie comprese, una discreta rarità tra i romanzi italiani).
Un noir che pur mutuando alcune tipiche caratteristiche del genere (una su tutte la mancanza del manicheismo tra buoni e cattivi) ne reinventa alcuni aspetti. Non aspettatevi quindi donne fatali, anzi non aspettatevi donne tout court, perché quelle di Cane rabbioso non sono che un buco, anzi tre, con la carne attorno, carne che il protagonista si diverte un sacco a umiliare e a far sanguinare.
Unico difetto, se proprio se ne vuole trovare uno, la già citata scarsa lunghezza del romanzo, che precipita tutti gli avvenimenti in poche pagine. Limpressione è che la stessa trama, sviluppata con un respiro più ampio, probabilmente guadagnerebbe molto in forza durto.
Resta però il fatto che Petrella dimostra di avere qualcosa che non si vende e non si impara: uno stile di scrittura proprio, originale.
E questo non ha prezzo (come la Mastercard, di cui il protagonista di Cane rabbioso farebbe un uso che non ha a che fare coi pagamenti
)
Un ultimo applauso va a Meridiano zero, casa editrice che ultimamente mi sta dando molte soddisfazioni e che, scorrendone i titoli, ne promette molte altre.
www.motortravel.info |
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Il breve esordio di Angelo Petrella (Cane rabbioso, Meridiano Zero, p. 89, Euro 6) è tutto concentrato in un giorno, un viaggio a ritroso nelle ultime 24 ore di un poliziotto corrotto, con una struttura circolare che si chiude sulla stessa scena di apertura.
E il viaggio che compiamo insieme al narratore in prima persona non è certo dei più agevoli: il protagonista/voce narrante è un personaggio profondamente detestabile, un "cattivo" a tutto tondo, marcio, violento, sadico, sudicio e del tutto a suo agio con la propria abiezione.
Fra squallidi bar e frequentazioni ancora più sordide nella Napoli "vera" che ogni turista farebbe bene ad evitare, nelle 89 pagine del lungo racconto i crimini che commette sono innumerevoli; lunico sentimento costruttivo sembra provarlo per Sara, la sua compagna e convivente, che è lunica a non cadere vittima della sua violenza (che comunque lei gli provoca ma che egli frena per lamore che dice di provare per lei).
Lurgenza espressiva che inforna queste pagine è fortissima, lo stile è frammentato, il ritmo velocissimo, spezzato, quasi come a voler ferire coi suoi cocci; quello che rende questopera così viva e vibrante però si rivela anche come una sua limitazione: la foga, la rabbia e la violenza che permeano e intridono la vita del protagonista sono sì pugni allo stomaco, ma non torcono le budella, non fanno fremere, sono sentimenti incontrollati e rivolti verso chiunque e qualunque cosa, perdendo quindi molto del loro mordente.
Anche la monoliticità di questo pessimo poliziotto alla fine rischia di cadere nelleffettistico, nel desiderio di épater le bourgeois senza però criticare o anche solo svelare in profondità un sistema di vita o un modello di società.
Che cosa rimane dunque alla fine della lettura di questo libro? Un certo senso come di incompiutezza, ma anche la certezza di una passione vera e bruciante per la scrittura dellautore, che dovrà in futuro imparare ad aggiungere alla potenza, che certo non gli manca, anche il controllo.
Maurizio Marenghi
neveamare.blogspot |
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Cose Cattive
Non è un libro. E un calcio nei coglioni. Angelo Petrella esordisce con una storia veloce e rabbiosa che stordisce come se ci si trovasse nel mezzo di una rissa. 89 pagine per narrare 24 ore di vita di uno sbirro corrotto, tossico e comunista. Un mare di parole, sangue, sperma e cazzotti che inondano Napoli. Lesagitazione e il cinismo dei poliziotti sembrano mutuati da una puntata di The Shield. Si lascia leggere con la stessa rapidità di un fumetto grazie soprattutto ad una scrittura drogata capace di inglobare chi legge nella mente di un cinico figlio di puttana. Tutto è in bilico tra il sorriso ed il voltastomaco.
Cane rabbioso (Meridiano zero, 96 pagine, 6 Euro) è lesordio in libreria di Angelo Petrella, giovane e promettente autore napoletano. Non solo Angelo Petrella esce dallo scontro bene/male, come già molti hanno tentato con successo o meno, non solo esce dalla napoletanità della città di Napoli, no, lui addirittura medita dignorarlo, il problema del bene e del male. E ti fotte, perché tu ignaro povero miserabile lettore sei costretto ad andare avanti nella speranza di scoprire qualcosa di positivo, di umanamente accettabile, di recuperabile.
Si tratta comunque di uno dei tentativi recenti più riusciti di rappresentare gli italiani come cittadini del mondo e non allinterno di clichè bloccati, anche se alla maggior parte dei lettori piacciono tanto i rassicuranti clichè della narrativa, con tutti i suoi trucchi e tutte le sue regole.
Gianfranco Maccaglia
Ci sono anche le frontiere etiche. E in sole novanta paginette, lio narrante di questo romanzo breve, o racconto lungo, le varca, anzi le abbatte, tutte, ma proprio tutte. Omicidio, sesso, droga, corruzione
Tanto, tutto, forse troppo. Sullo sfondo di una Napoli dove sembra non essere rimasto nulla da salvare (può il noir essere ottimista?). Pulp, anzi pulpissimo. Ma il segreto che salva il tutto è la scrittura, secca, ritmata, piena di colpi ad effetto, con lincedere di un rap metropolitano, un gangsta rap. Salvo il fatto che il gangsta, qui, è un cop, un pig. Uno sbirro, insomma. Un tutore dellordine. Che spara come un killer, e ringhia come un Cane rabbioso. Di quelli che si spera (senza crederci troppo
) che esistano solo in storie come questa. Si legge in un lampo, ma rimane in mente. Sporco, cattivo, senza speranza. Un bad lieutenant alla Abel Ferrara in versione o fetentone
Giovanni Zucca
www.piccolocinema.it |
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"La troia è ancora lì a terra che geme e chiede pietà, ridicola come tutte le troie e soprattutto se hanno una pistola puntata sullorecchio e due ginocchia già semidistrutte."
A finire la troia in questione, con un colpo deciso, non è un serial killer, ma un poliziotto che ha venduto lanima al diavolo, o meglio alla camorra. Siamo a Napoli, dietro il sipario, notti di regolamenti di conti.
Qualcuno vuole far fuori il poliziotto dopo averlo usato, ma lui non ci sta. E morde, proprio come un cane rabbioso.
Tra pistole, pasticche, sniffate di coca (e, qualcuno che non sta troppo attento finisce per credersi furbo e sniffare sapone per cessi, una delle scene più riuscite del libro, secondo me), rapporti orali ogni volta che ce nè loccasione, telefonini che squillano continuamente per invitare il nostro eroe a presenziare alla presentazione del suo riuscito romanzo. Un poliziotto fetente ma intellettuale. Un Charles Bukowski della questura.
La lingua ricorda Peace, la storia anche, ma mancano due ingredienti fondamentali: lintreccio fantasmagorico tipico di Peace, la girandola di personaggi, ognuno realizzato per se stesso, e la critica sociale spietata.
Se proprio lo volete leggere. Oppure se lo leggete come una parodia, a volte esilarante, del Noir.
comagirl
www.presidicampania.splinder.com |
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Ma che differenza cè tra noir e giallo noir o hard boiled?
Napoli città da noir. Lo dice Dario Pappalardo sulle pagine napoletane di La Repubblica di sabato scorso. Il suo intervento ha un carattere puramente di cronaca: non cè unanalisi o una critica ai libri che sceglie e da cui parte per parlare di questa nuova "tendenza"partenopea. Forse, fin troppo acritico, ma cominciamo dallinizio.
Prima di tutto io candrei con i piedi di piombo a parlare di noir mettendo insieme alcuni libri, dellultima stagione letteraria che non centrano proprio il genere. Anzi sottogenere! Visto che il noir appunto dal dopoguerra ormai, viene considerato un genere parallelo e non sostitutivo del giallo ma con delle caratteristiche ben precise. In pratica, il termine noir in genere viene applicato a un testo con delle caratteristiche precise: in una sola parola, direi che
deve "disturbare" ma anche raccontare la psicologia dei personaggi e il loro mondo. E quindi non bastano omicidi, indagini investigative
il "caso", quando si tratta di noir o hard boiled, risulta marginale mentre ciò che conta è il carattere per nulla eroico del protagonista e il finale normalmente aperto in cui non lautore non ricorre mai al lieto fine o a ristabilire lordine.
E qui sta il punto. La sottile linea che divide i due generi è molto chiara.
Il noir a differenza del giallo non prevede per forza una solida trama in cui compare il delitto o il misfatto e poi la polizia e ancora il malfattore che fugge e il complice, la banda e lepilogo con la soluzione del mistero, sempre. Il noir prevede prima di tutto, il disturbo. Un noir è ad esempio, per stare in tema campano e non allontanarci troppo, Voglio guardare e Da unaltra carne entrambi di Diego De Silva. In questi libri, per altro preziosissimi per la bellezza della scrittura, non cè la caccia al malfattore ma cè un fatto marcio alla base delle storie. Il noir è questo. E una storia che sa di marcio, anche di grottesco, di nauseante, di debordante, fisicamente inaccettabile e intellettualmente ingombrante, difficile da digerire. Ecco. Torno alle prove di Siviero e di Mazzotta e a quello delle signore del noir allombra del Vesuvio come le definisce Pappalardo e non riesco in nessuna di queste storie a trovare un briciolo di disturbo. Trovo solo delle trame, in qualche caso solide, delle storie anche ben fatte che spesso sanno un po troppo di conterraneità e non di ambiente noir: motorini che si rincorrono, lune che si specchiano a Mergellina o a Baia o a Pozzuoli nel caso di Cannavacciuolo, autore di Acque basse. E con questo non voglio togliere leventuale merito a questi scrittori tutti meritorio del semplice fatto che abbiano scritto delle storie che piacciono ma, di qui a dire che sono scrittori di noir non mi trova daccordo. Senza la genialità del "marcio", quel qualcosa in più che aggiunge nella sua scrittura De Silva ma anche Ammaniti e Giorgio Todde o Marcello Fois come il Carlo Lucarelli prima maniera, non può esistere il noir. Lunico sicuramente tra quelli citati ad andar vicino ai grandi maestri ma solo come intuizione è senzaltro Angelo Cannavacciuolo che in acque basse riesce a operare unintelligente commistione tra i fatti di cronaca (benché molto nascosti e poco chiari come il caso Siani soltanto accennato) e sfrenata fantasia letteraria che mette insieme un po di cose che, posso dirlo, in questo momento tirano molto anche se in parte pure un po confusionaria.
Mi sorprende però che tra i nomi fatti da Pappalardo non ci sia quello di Angelo Petrella. Giovanissimo, molto arrabbiato anzi incazzato è proprio quello scrittore noir che a meraviglia confeziona un noir napoletano servendosi degli schemi anche un po stereotipati della letteratura anglosassone di genere come David Peace o John Lansdale. Angelo Petrella è autore di un racconto, Cane rabbioso, che Meridiano Zero qualche settimana fa ha incluso nella sua collezione, appunto, noir. E un piccolo libro, ma carico di grinta. Il protagonista è una figura un po sfruttata e presa a prestito dalla più nota letteratura soprattutto americana. Ma cè qualcosa in questo ragazzo che mi stupisce: il suo modo di scrivere asciutto e nuovo un po sconvolgente ma interessante. Senza punti, virgolette e discorsi diretti Petrella dà forma ai suoi pensieri con un taglio affilato e la città si perde nelle luci di un eventuale infinito. Eppure lepilogo è chiaro e lattacco pure. Tutto è almeno, se non geniale, ricco di novità di spunti che rilanciano nel nuovo una scrittura che ormai non può essere più raddolcita dallombra del Vesuvio. E se questo non è lesempio giusto perché qualcuno potrebbe trovare in Petrella troppa americanità, rilancio un meraviglioso libro che ho trovato qualche giorno fa su una bancarella di Giampaolo Rugarli. Il punto di vista del mostro edito da Marsilio: dieci storie mozzafiato di nobile e geniale noir!
Serena Gaudino
recensore.wordpress.com, 7.8.08 |
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Un cagnaccio di poliziotto che morde per far male
Violenza, droga, sesso: il mondo malato della corruzione
Un romanzo breve come un colpo di pistola. Si legge in un paio dore ma come un viaggio allinferno rimane dentro a lungo, a macerare. Amaro come laceto che non diventerà mai vino dannata. È Cane rabbioso, opera prima del napoletano Angelo Petrella, uno che non ha peli sulla lingua; e se ne vanta. La scrittura rapida, incisiva, urticante è il suo vessillo di battaglia, allinsegna del nero più oscuro e profondo.
Lanimale del titolo è un poliziotto dai metodi poco consoni: si fa pochi scrupoli a rapinare, violentare e, alloccorrenza, uccidere. Non è spinto da vendetta ma da interessi personali. Dentro di sé non alberga la minima etica. Chi si para sulla sua strada se ne pente. In un modo o nellaltro.
Lincipit è distruttivo: cinico e nichilista, lo stile di Petrella azzanna alla gola. Potrebbe sembrare pulp, ma va ben oltre, grazie alla rabbia sincera che proietta sui personaggi e sui loro crimini. Ci sono sì sangue ed eccessi ma è soprattutto questione di livore, di puro e semplice odio. Cane rabbioso è una fucilata in pieno petto, diretto come un montante, un pugno però di chi gioca sporco, nelle risse da strada, non di chi si è allenato per un match di boxe. Niente regole, niente protezioni.
Sporco, scorretto, a tratti addirittura disgustoso, è lultima parola, senza possibilità di ritorno, in tema di noir. Necessario nella forma, schietta come un dialogo da prigione, si avvicina molto allessenza stessa della brutalità. Astenersi perditempo e puri di cuore, il materiale per duri questa volta è davvero estremo.
Matteo Di Giulio
www.sands-zine.com, 20.12.07 |
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«A quello stronzo che ha inventato il Kit Kat dovrebbero farlo baronetto. Io me ne mangio un fottio. Sa il cazzo perché non ingrasso come un maiale. Avrò il metabolismo veloce.» (Irvine Welsh)
Occorrerebbe unattenta psico-analisi della suddetta frase per accendere lattenzione sulla penna di Angelo Petrella: autore partenopeo i cui personaggi cinici, violenti e menefreghisti potrebbero far subito incanalare nel filone pulp, alla stregua di emozioni attigue al trapianto-cartaceo del Cattivo Tenente di Ferrara, oppure ad anziani maestri del noir doltreoceano come James Ellroy; figura, questultima, comunque presente e rispettata nel blog dello stesso scrittore.
Ma cè molto di più nel mondo corrotto di Petrella, nei personaggi creati vige un tale senso di nichilismo e di disprezzo, di sé quanto e soprattutto del prossimo, che in un certo senso traspare e modella una visione allucinata, post-moderna e tragica del mondo contemporaneo, con le regole ciniche ed egoisticamente formulate che lo adornano. Tutto secondo una metrica personale, che si concede non poche licenze poetiche e di linguaggio. La scrittura a lama-tagliente di Petrella, insomma, affonda le sue radici più lontano, lambisce la verve disintegrante e pessimista di Céline, e la infonde di seguito ai caratteri dei protagonisti, i quali, a loro volta, si trovano ad agire in scenari metropolitani moderni e metropolitani, figli ancor più voraci e sanguinari di quel Welsh anni 90 e della generazione happy-Trainspotting.
Classe 78, residente poliglotta tra Napoli, Parigi e Roma, il Petrella ha pubblicato in ordine cronologico una collezione di racconti per la Guida Editori, Una festa di paese, e due fugaci noir per la padovana Meridiano zero, Cane rabbioso (06) e il neo-nato Nazi Paradise. Gli interessi per la scrittura, però, non vertono attorno la sola e nuda narrativa, visto che anche mediante il proprio blog (canerabbioso.typepad.com) è possibile sfogliare alcuni saggi critici elaborati nel tempo e indirizzati allapprofondimento critico di letteratura, poesia, avanguardia post moderna e gruppi di ricerca letteraria e poetica come il Gruppo 93 o la scuola del maestro genovese Edoardo Sanguineti.
Un tipo tosto, creativo, eletto alla ricerca e circondato da un denso e compatto alone di laboriosa complessità che non può, quindi, esser recintato nella stretta e materiale morsa del pulp style; e lo confermano proprio le due narrazioni più recenti che andiamo a esaminare.
Cane Rabbioso
«Il Vero Mostro è a Roma.» (Pacciani)
In partenza abbiamo citato il personaggio pensato dalla mente di Abel Ferrara per il poliziotto politicamente scorretto, interpretato da Hervey Keitel ne Il cattivo tenente. Gli humus comportamentali di questo uomo-istituzionale cocainomane, corrotto e iracondo si trovano in diversi punti affini al general-pensiero-della-vita adottato e mostrato con incensurata sfrontatezza dal protagonista iper-violento e dissacrante di Cane rabbioso.
Il nostro anti eroe è un rodato poliziotto, impuro sino al midollo, abilissimo nel districarsi tra la fitta rete di piaceri proibiti e scorrettezze che lirrequieta Napoli gli riesce ad offrire. Il nostro protagonista è un uomo solo, sregolato, erotomane, con poca gentilezza per laltro sesso, tossicodipendente esasperato di qualsivoglia sostanza psicotropa, che si cimenta ad affiancare allattività dinvestigatore, anche quella di scrittore di gialli e nientemeno che politico (per esattezza, segretario di sezione di partito, presumibilmente prossimo ad ambienti di sinistra). Petrella articola un personaggio-contro, fuori dagli schemi dellortodossia, che nel peregrinare estremo della proprie, terribili, giornate di lavoro trasmette una filosofia di vita, sovrabbondante di violenza e irrispettosa.
«
Mi fa incazzare che quello stronzo non ha capito che è gia morto. La troia è molto più intelligente, almeno prega. Non otterrà un cazzo di niente ma almeno prega. Lui no. La sua dignità e altre stronzate simili gli hanno proprio fuso il cervello. Rido. Gli rido in faccia mentre ormai anche il giallo della luna che sta tramontando scompare e il freddo aumenta, io sono quasi sobrio (
) e mi sono davvero rotto i coglioni di sta storia
»
La realtà è estremizzata a tal punto da confondere il lettore sullanima di determinati atteggiamenti: se considerarli come sconfinamenti in lande di acre ironia, oppure prenderli come realisticamente seri, riflettenti una capillare metafora del circuito istituzionale moderno. Non credo sia solo un caso od un vezzo provocatorio la citazione del buon-vecchietto-mostro Pacciani sistemata al varco del libro. Il mostro è lintero sistema: il fulcro principale che aziona i pulsanti di comando, ed al quale, se ci si vuol adattare, occorre far tesoro di uno dei più vecchi moti popolari napoletani: Arrangiarsi e vivere alla giornata. Anche seguendo il versante più illecito e sudicio. Daltronde, il nostro uomo durante la scansione dei propri giorni non fa altro che schivare gli attacchi alle spalle ed i trabocchetti, predisposti e perpetrati con diabolica astuzia, nei suoi confronti dai pezzi forti. Il questore di Napoli non poteva essere meglio indicato se non come il Grande Fratello, colui che è ombra dietro tutto e sopra tutto, colui che sfoggia un abito di rigogliosa impeccabilità in pubblico, ma che come triste prassi cinsegna nasconde nellarmadio una ammiccante cifra di scheletri ammuffiti: quali potrebbero essere benissimo una figlia tossicodipendente, implicata nellomicidio di un altro sbirro e sexy-lady di un ufficiale dellarma, altrettanto impelagato.
Una vita, in fin dei conti, che non si fa invidiare, tuttaltro, caotica e disordinata, come il cervello spappolato dalle nutrite scorpacciate di droghe, dagli ettolitri di rhum e dal colorato campionario di psicofarmaci che il nostro protagonista ingerisce a gran quantità, sin dai primi respiri della giornata:
«
Il telefono di casa inizia a squillare alle 6:55. (
) Mi sveglio, tiro una striscia di coca prima di andare al cesso verso le 7:13. Sara è uscita col cane. Mi faccio una prima doccia alle 7:22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una gauloise alle 7:35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di Rhum
»
In campo di licenza linguistica, o più chiaramente, nella forma di scrittura adottata dal talent-scout campano si riconoscono echi espressivi sicuramente personali, mai esercitati prima e presenti, più o meno similmente, in entrambi i libercoli. Angelo opta per un linguaggio veloce, continuo, spoglio quasi sempre dalluso classico della punteggiatura; ma anche carico di ripetizioni minimali ironiche e allo stesso tempo ossessive che vedono alcuni termini (ab)usati sino alla nausea. Una specie di flusso-di-coscienza metropolitano, a metà tra la cattiveria rivelatrice di Antonio Moresco e la prolungata recitazione senza pause di Gertrude Stein (con ciò, secondo termini puramente tecnici di forma e struttura sintattica).
«
Sulle scale un tizio mi chiede se voglio un orologio. Dico No e gi chiedo un po di Coca. Dice ma sei un poliziotto. Dico No. Dice allora Vaffanculo. Fingo indifferenza ed entro nellautogrill. Al bancone chiedo tre pacchetti di Gauloises. Il tizio dice non abbiamo Gauloises. Dico che cazzo di tabaccheria siete. Dice non è una tabaccheria siamo un autogrill e poi non ti incazzare prendi le Marlboro che è lo stesso. Dico ma che dici stronzo quelli della Marlboro fanno lavorare i bambini nigeriani a tre centesimi di euro lora. Dice guarda che in America non si usano gli euro
»
Nazi Paradise
Ve la sareste mai immaginata una Napoli che accoglie tra le sue mura circoli di neo nazisti futuristi ed hacker incalliti, poliziotti (come da tradizione) traffichini e indaffarati con pratiche finanziarie non convenzionali, incontri illegali nella remota provincia campana di (poveri&sfortunati!) pit-bull, incattiviti da colazioni a base di anfetamina, anarchici e compagni marchiati per antonomasia come "Pestoni" di estrazione tuttaltro che operaia, alle volte contro, ma in altre fautrici di strambe alleanze con il nemico nero nel contrastare il comune avversario: gli sbirri, la questura, listituzione
Nazi Paradise a suo modo archivia tutta una serie di simili avventure, piazzando come storia centrale quella di un convinto skinhead partenopeo, dal pollice verde per il mondo dellinformatica, e le sue disavventure cagionate unicamente dal ricatto che due agenti della polizia gli impongono, dopo averlo incastrato per bene.
E come si direbbe, un servizietto ben fatto e pensato, quello che la coppia di stato prepara al giovane, ponendolo senza troppe scelte davanti ad un improvviso bivio: optare per la (mortificante) resa e successiva collaborazione con il nemico storico evitando, quindi, spiacevoli e maggiori conseguenze postume , oppure ostinarsi come i 300 guerrieri spartani delle remote Termopoli greche a non firmare mai lindegno armistizio?
Lascio chiaramente a voi il gusto e la sorpresa di conoscere quale sia la decisione-della-vita presa da il nick name con cui il protagonista si lancia in convulse chat erotiche e dai suoi amichetti-di-brigata Attack, Teschio, Jago, Thor, Thordue, Thortre, ovvero i docili cagnolini a rota di anfetamine
La verve di Petrella nel linguaggio è più o meno inalterata, i neologismi che usa con preponderanza alla bisogna, si rifanno con originalità e con costanza al mondo hi-tech del computer:
«
Attack continua a dondolare la catena e uno che non conosco, uno skin di Palermo credo, che sta a Napoli crittato perché ha fatto casini allo stadio (
) Mi viene da ridere, Faccio SIEGHEIL, e Attack sfonda la porta. Quando si tratta di sfondare Attack è bravo ma a volte esagera. E uno di quei tipi che compilano un programma senza debug e poi non sano come ritrovare il sorgente. Come dire, un coglione, anche se secondo me non sa cosa significa né debug, né coglione
»
Quel discreto-senso-di-disgusto per gli ambienti patinati, auto-compiacenti e artificiali della borghesia si respira come in Cane rabbioso a pieni polmoni. La differenza sta ove, lì, il punto di scontro si elargiva con le dirette istituzioni in senso stretto (la Questura e tutto il resto), qui, invece, il demone del pestone-borghese prende corpo nei nuovi rivoluzionari:
«
La tizia mi fissa e sbuffa con il fumo. Si capisce che non vuole rispondermi. Si chiama Leda. Da come veste e dalle idee che cha in testa è una pestona del cazzo è questa cosa mi fa strano, perché mi chiedo come fa una pestona a fare linformatrice agli sbirri
»
Di sicuro, questi due volumetti non faranno sudare neanche il lettore più pigro; vuoi per la sfacciate scioltezza dello slang usufruito, vuoi per la concreta sinteticità di scrittura. La dicitura a mio avviso stra-cult su di Nazi Paradise recante il classico avvertimento "Parental Advisory Explicit Writing", rende ancor più tangibile e conforme la forma mentis di tali prodotti-artigianali-noir con lestetica aggressiva e underground di un buon full lenght hard-core (penso in primis ai Germs), oppure di qualche incazzatissima produzione di orgoglioso-rap-da-strada (Wu Tang Clan, ma anche i Dalek più imperativi).
Sergio Eletto
www.saurosandroni.com |
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Cane Rabbioso, esordio letterario di Angelo Petrella, è un cazzottone nello stomaco, di quelli che ti lasciano senza fiato. Ho pubblicamente affermato più volte che a me piacciono i cattivi, i villains: ecco, il protagonista di questo libro è un cattivo davvero perfido, senza nessun chiaroscuro. Anzi, per meglio dire, è uno niente chiaro e solo scuro. Si tratta di uno talmente negativo e odioso che alla fine non risulta neanche cattivo: tutte le turpitudini che fa, infatti, le fa in un modo molto naturale e spontaneo, dimodoché quando arrivi in fondo al libro ti sembra che non sia neanche da condannare, semplicemente perchè lui "è fatto così". Più o meno le stesse cose che provi dopo aver letto le malefatte di Alex in Arancia Meccanica (e guardate qui che popo di complimento sono andato a fare ad Angelo Petrella).
E le affinità con il libro di Burgess (che non ho citato a caso: lho citato appositamente per far capire che lho letto, e per vantarmi di conseguenza) non finiscono qui: ad accomunare Cane Rabbioso e Arancia Meccanica cè anche lo stile con cui sono scritti (oltre al fatto che entrambi i libri hanno titoli di due parole, un sostantivo e un aggettivo; cosa che non può dirsi, ad esempio, di Hannibal o Via col vento, che quindi non hanno niente a che vedere con il libro di cui stiamo disquisendo). Entrambi sono in prima persona; entrambi hanno un ritmo narrativo vertigionoso. Bisogna provare a leggerli, per credere. LAlex di Burgess è forse più deliziosamente barocco, mentre il Cane Rabbioso di Petrella è molto più (volutamente) naif; in ogni caso, tutti e due narrano la loro storia in un modo che dire trascinante è dire poco. E se loriginalità di Alex era rappresentata dalluso di una terminologia assurda e surreale (ma sublime), quella di Cane Rabbioso è rappresentata dalluso dissonante della punteggiatura e dallassenza del discorso diretto, tutte cose (la punteggiatura "normale" e il discorso diretto) che rallenterebbero il ritmo e toglierebbero spontaneità alla narrazione (e ce ne rendiamo conto quando Petrella le toglie). Una scelta del genere rischia di scoppiarti in mano, se non sei uno che sa scrivere: ebbene, non è il caso di Petrella (ma si capisce che mi è piaciuto, questo libro, sì o no?).
La storia è semplice e breve (89 pagine). Io ho rischiato di abbandonarla dopo due frasi, perchè allinizio ti sembra di avere a che fare con il classico, inflazionatissimoo serial killer che ci racconta sé stesso nellatto di compiere un omicidio. Meno male che non lho fatto. Il narratore ci parla in effetti di come stia uccidendo un uomo e una donna, e di come questo gli piaccia; ma si dà il caso che il narratore in questione sia proprio il nostro Cane Rabbioso di cui sopra, di professione poliziotto, e non assassino seriale. E qui sta il bello: di poliziotti cattivi ne sono stati partoriti tanti, ma questo ha un "aroma" (lo so che si tratta di un poliziotto e non di un caffè, ma non mi è venuto un termine migliore) tutto particolare. Questo non è solo cattivo (leggi "disonesto"): questo qui è anche schizofrenico, tossico e sadico, e il bello è che tutte queste cose traspaiono con efficacia nella scrittura di Petrella, che è bravo non spiegare niente e anzi, a lasciare in sospeso alcune cose; tutte le faccende si capiscono da sole, alla fine, perchè per spiegarcele basta seguire fino in fondo gli sproloqui perfetti del nostro narratore. Il resto della storia lo scoprirà chi leggerà il libro. A quei due o tre che amano i cattivi e che si fidano del mio modesto parere, io dico: leggetelo. Magari, se non amate il turiploquio e le scene dotate di una certa "violenza", questo libro non fa per voi. Petrella non ha paura né delluno né delle altre. Però credo che allora non facciano per voi neppure la televisione italiana, le strade italiane e, forse, neppure la comune vita che purtroppo, oggi, è toccata in sorte ai più.
Che dire? Giudizio tecnico: bravo, settepiù. Tra poco esce il secondo libro di Angelo Petrella, sempre con Meridiano Zero e sempre con lo stesso protagonista. Io di sicuro non me lo faccio scappare.
Sauro Sandroni
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Devo necessariamente consigliare a tutti questo libro. Un noir-pulp di Angelo Petrella giovane scrittore ventinovenne napoletano, il quale ho avuto modo di conoscere solo tramite vie telematiche.
Il libro è fantastico e garantisco agli amanti del genere pura libidine. Lo stile di Angelo è secco, pungente, ruvido e dimpatto. Il libro è piccolino, poco più di ottanta pagine ma si beve come una doppio malto e ti lascia veramente in apnea. Invidio a morte questo ragazzo che ha creato il personaggio che io ho sempre sognato di ideare senza mai riuscirci però.
Il protagonista è un carabiniere corrotto, militante in politica e membro di una strana massoneria edita a pilotare le azioni statali. Si fa di coca, di ero, di prozac,è un perverso, si ubriaca, picchia tutti a morte, odia i neri, uccide con facilità, è sotto analisi da uno psichiatra e per finire è anche un poeta di successo. Un personaggio con così tantissime sfaccettature dico la pura verità io lho solo e sempre sognato.
Ad ogni modo per gli interessati al genere ve lo consiglio vivamente, le sei euro piu ben spese della mia vita. Spero presto di incontrare Angelo per farmi autografare la mia copia.
Fabio
www.tfpforum.it, 30.7.07 |
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Libro desordio di Angelo Petrella, giovane scrittore partenopeo, Cane rabbioso mi ha dato tutto ciò che prometteva e che cercavo: dopo essermi perso in libri intimisti, mi occorreva qualcosa che mi svegliasse dal torpore, mi desse carica e, perché no, mi trattasse anche male.
Mai come questa volta, il titolo è esplicativo del breve romanzo, lungo poco più un racconto: lo stile asciutto, caustico, aggressivo, violento, mi ha catturato dalla prima allultima pagina, ha fatto pompare il cuore più velocemente, ha fatto produrre adrenalina alle ghiandole surrenali.
Cane rabbioso non sono solo il titolo e lo stile del romanzo, ma anche la cosa più vicina al protagonista, un ufficiale di polizia alle prese non tanto con la criminalità napoletana, quanto con i propri nemici personali. Abbiamo a che fare con un tipo particolare, non propriamente lagente modello o limpiegato del mese. Anzi.
È una persona che non si fa scrupoli ad uccidere una prostituta, che evita di rispondere alle chiamate e fa inversione se si stava dirigendo verso il luogo di una rapina. È incazzato con il mondo intero e dice "cazzo" ogni tre parole. È sballato, violento, senza freni. Ma ciononostante riesce ancora a mantenere il controllo della propria vita, ad essere lucido al punto di saper leggere tra le righe e pararsi il culo (inizio a scrivere come lui).
Insomma, questo tipo non è certo un eroe per tutti. Ma credo che per qualcuno potrebbe esserlo.
Non cè molto altro da dire: Cane rabbioso è un noir atipico, per nulla introspettivo né misterioso, invece urlante come un fiume di montagna in piene rapide. Col sadismo nei confronti del lettore, che Petrella spera sia seduto su un kayak a godersi lo spettacolo. La trama è esile, ma non è quello che conta, lavrete capito.
Un assaggio, riportato sul sito ufficiale:
«Alle 18.00 sono nello studio di De Renziis. Chiede come vanno le cose. Dico bene. Chiede se mi sento sereno. Dico sì. Dice bene. Dico già. Chiede se voglio aumentare il numero delle sedute. Dico non guadagna già abbastanza. Ride. Rido. Chiedo se mi rinnova la prescrizione del Valium e già che cè quella del Prozac. Chiede perché quella del Prozac. Dico così. Dice no. Dico vaffanculo. Chiede perché hai tutta questa rabbia repressa. Rido. Lui no. Penso pezzo di merda rinnovami la ricetta ma non lo dico. Chiede se sono contento del mio lavoro. Dico no. Dice che la seduta è terminata e ci vediamo giovedì. Dico e la ricetta. Sbuffa, poi prende un foglio e scrive. Me lo dà. Mentre saluto la segretaria guardo il foglio e leggo. È una prescrizione per il Limbial. Merda.»
Shape
Bresciaoggi, 12.4.07 |
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Nel ventre di Napoli, sempre più nero, è black out in pieno giorno, tutte le strade portano allinferno ed ogni uscita di sicurezza è stata murata. Dopo leccellente Cane rabbioso dello scorso anno, Angelo Petrella ritorna con un noir estremo, che è ulteriore prova dautore. Il protagonista narrante e senza nome di Nazi Paradise, svastica tatuata e cranio rasato, è un giovane della destra più oltranzista e letale, che ha un odio genetico per i rossi e per i borghesi. Ovviamente i comunisti ad alto reddito sono per lui la specie più perniciosa, laddizione di due flagelli.
Il suo campo di elezione è lhackeraggio, dove è riconosciuto come un piccolo genio della perversione tecnologica, un sabotatore del web che manipola conti bancari, trafuga file scottanti. Con il suo portatile ci campa, anzi gli serve anche come esercizio erotico, chattando al di là del comune senso del pudore. Ma non solo. È un ultrà della curva allultimo stadio.
E quando va a vedere la partita il suo Napoli contro la squadra "nemica", non avversaria ci va per menare le mani, per gustare lafrore delladrenalina, perché la violenza, gli scontri, le rappresaglie gratuite sono metabolismo ordinario, puro fitness animale e fede barbara.
Un giovane "rabbioso", dunque, che si muove nella giungla metropolitana insieme al branco dei suoi simili e che tuttavia ha i suoi dazi da pagare.
Anche lui infatti è ostaggio di altri. Alcuni poliziotti corrotti (uno di questi si chiama Montale, come in Izzo, solo che non ha quella aureola romantica) lo ingaggiano per andare a craccare il computer di un riccone in una villa a Capri, in cui sono custodite informazioni pericolose e compromettenti: chiavi di accesso, intercettazioni, segreti di Stato.
Durante la festa di "froci e troie", come lui li chiama con disprezzo, travestito da invitato normale, dovrà compiere la missione. Il finale di partita è sorprendente e beffardo, in cui chi gioca viene a sua volta giocato e alla fine ognuno è solo contro tutti, contro la legalità delle istituzioni.
Tra nazi e tossici, sbirri marci e servizi deviati, sodalizi e tradimenti,combattimenti di cani e manifestazioni di piazza in cui, guardacaso, un proiettile uccide lo scomodo supertestimone, Angelo Petrella ci porta in territorio sociologico inesplorato, ben al di là dellultima Thule di civiltà, dove il Male non ha più una sua identità antagonista e titanica individuabile, ma è una cancrena omologata e diffusa, con personaggi che si sono acclimatati al vuoto sostenibile e non hanno più bisogno di morale, psicologia e linguaggio. Basta una birra per placare il residui di anima e limportante è non finire a Poggioreale. Il linguaggio di Petrella però, e per fortuna del lettore, è vitale nel restituirci, con stile aspro e crudo delirio, lapocalisse strisciante. Il suo è un noir che rompe la cornice. Un noir esistenziale.
Nino Dolfo
il Corriere del Mezzogiorno, 25.3.07 |
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Delirio naziskin nel paese del sole
Il nuovo romanzo di Angelo Petrella
Rispetto al precedente Cane Rabbioso, Nazi Paradise, il nuovo libro di Angelo Petrella (Meridiano Zero, 140 pagine, 8 euro), è sì più lungo, ma risulta meno ricco e complesso. Il noir dellanno scorso era centrato sulla figura di un poliziotto tossicodipendente, assassino, alcolizzato, poeta politicizzato; insomma, un personaggio talmente fuori dallordinario da risultare simpaticamente madornale, e da negare, mentre faceva le mostre di seguirle, le convenzioni narrative del genere; sicché il libro aveva questa ambigua connotazione satirica, un Tarantino con laggiunta di una sana iniezione di "cazzimma" napoletana. In Nazi Paradise gli eroi sono skinhead ovviamente nazisti, ovviamente tifosi ottusi e violenti, e meno ovviamente hacker abilissimi. Il teatro della storia è ancora una volta Napoli. Ci sono frammenti di un po tutto limmaginabile underworld, dai combattimenti tra cani alle mene inconfessabili tra polizia e informatori, e cè tanto computer nel senso di violazioni di conti bancari o di file secretati, ma anche di chat a luci rosse (i nickname del caso sono rispettivamente "zozza27" e "DUX"). Cè il doppio e il triplo gioco e insomma non vi posso dire di più perché altrimenti ve lho bello che raccontato tutto.
Petrella è un giovane scrittore affascinato dalle virtù mimetiche del linguaggio: ha molto ascoltato e sa riprodurre in maniera credibile. In più, mi pare che abbia un suo orecchio educato per il grottesco, che qui come nel libro precedente è anche il prodotto dellattrito tra ultramodernità e tenace immobilismo culturale: tra il mondo e Napoli insomma. Ecco: se Petrella si concentrasse di più su queste cose, se provasse a dare un passo più ampio alla sua narrativa, potrebbe permettersi di uscire dal genere e cercare a fare letteratura-letteratura. A me sembra che ne abbia i mezzi, forse non ne ha ancora la voglia. Finisce dunque che le preoccupazioni di trama lo spingono a qualche forzatura, a escogitare scorciatoie poco credibili; come, per dire, quando il suo eroe riesce ad azzeccare quasi subito una password di otto lettere soltanto grazie a una elementare indicazione zodiacale. Intendiamoci: non cè quasi niente al mondo che, in letteratura, conti meno della "credibilità", a patto, però, che essa non sia, come in questo caso dovrebbe essere, strettamente funzionale al congegno narrativo.
In definitiva, pur avendo letto piacevolmente questo piccolo libro, non posso fare a meno di pensare che Petrella avrebbe potuto sfruttare molto più a fondo le notevoli intuizioni che ha avuto, e che nella breve narrazione risultano talora soltanto sveltissimi flash, rapide situazioni e illuminazioni che avrebbero meritato un lavoro più approfondito, o potuto essere punti di partenza per più radicali progetti narrativi. Il non averlo fatto è un po uno spreco di talento. Quindi val la pena di attendere la prossima prova. Al giovane autore napoletano, non ancora trentenne, spetta una scelta non facile: se mantenersi dentro quella che, in fondo, è una serietà piuttosto superficiale, o salpare per unesplorazione più ardimentosa delluniverso che più gli piace, e cavarne finalmente un romanzo vero. Ultima notazione. In copertina Nazi Paradise reca, ironicamente, la dicitura che spesso accompagna certi cd musicali (specie di rap): "Parental advisory: explicit writing". È vero: la scrittura di Petrella è senzaltro esplicita, ed essendolo non può che virare sul turpiloquio, e anche la blasfemia. Talvolta, a mio modo di vedere, con un che di artificioso e manierato. (In questi giorni sto leggendo Troie di Dennis Cooper, Fazi editore: anche qui computer e pornografia. Ma più che un avviso, per un libro del genere ai genitori servirebbe un lucchetto.)
Francesco Durante
il Denaro, 22.9.07 |
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Il fascino perverso della pura violenza in Nazi Paradise
Nazi Paradise è un libro strano. Strano perché limmagine di copertina, il titolo possono anche non piacere. O fuorviare. Se però si supera liniziale, potenziale diffidenza, il romanzo ed il suo autore sanno sorprendere.
Sì, Nazi Paradise, per la prosa, per la vicenda, per il modo attraverso il quale entri nel tessuto della storia ha una capacità di rapire linteresse del lettore. A fare da sfondo Napoli, per una volta non da cartolina. Una città che rappresenta più che altro unoccasione per parlare di contesti degradati, che non riguardano solo la capitale del Mediterraneo.
Angelo Petrella, alla sua seconda prova da narratore mostra nel complesso una certa maturità. Un maturo affabulatore che tranne in qualche passaggio tiene sempre desta lattenzione e la curiosità di chi si trova, inconsapevole, ad inseguire gli sviluppi di una vicenda lineare e folle al tempo stesso. Folle come è il suo anonimo protagonista (nonché io narrante), un nazi skin che si eccita, si rigenera attraverso la violenza, limproperio, al meglio con la provocazione.
E, sebbene le posizioni (ed il credo!) di chi scrive siano lontani anni luce dalla vita, dal pensiero del nazi e dei suoi amici, lautore riesce a far sentire vicinissimo il fiato, le idee, il punto di vista del protagonista.
Fino ad attribuirgli una certa umanità, uno spessore emotivo che consente di filtrare le sue assurde motivazioni. Che affondano probabilmente nella disperazione e nella solitudine. E finiscono nellaberrazione della violenza, fisica e mentale.
Marco Ferra
Hot, giugno 2007 |
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Come IAIex di Arancia Meccanica, lanonimo naziskin di questo romanzo breve (o racconto lungo) del giovane Petrella ama e pratica lultraviolenza, lestremismo di curva, lodio per gli sbirri e per i negri, la prevaricazione sulle donne. Abilissimo hacker, secondo solo al mitico Memo, il genio del PC che forse è solo una leggenda metropolitana, o forse è troppo furbo per farsi vedere in giro, il nostro eroe, fra un pestaggio, una chat erotica, un assalto alla tifoseria rivale e una truffa informatica, si ritrova incastrato da un poliziotto corrotto che gli affida una missione ad altissimo tasso di rischio. Quasi una missione impossibile. Che però va comunque affrontata, e superata. Perché tutto è meglio che finire a Poggioreale, fra le amorose braccia di qualche camorrista di quelli tosti, ma veramente tosti. Ma, un momento: tutto? Davvero tutto è meglio della galera? Anche il tradimento? Labbandono del gruppo? La perdita dellidentità skinhead?
Come già in Cane rabbioso, Petrella naviga nelle acque sordide di un sottomondo dove la sopraffazione è legge, lignoranza un must e lunico valore che sembra avere un minimo di corso corrente è la fedeltà alla banda. Un universo devastato di balordi che crescono e prosperano accanto alla nostra pretesa normalità: indifferenti, quando ci dice bene, ostili quando scatta linevitabile contatto ravvicinato. A meno che, come accade troppo spesso, i "normali" non decidano di servirsene. E allora il gioco si fa duro: perché non è detto, non è affatto detto, che i veri bastardi non siano proprio quelli dallapparenza più rassicurante. Secondo, arroventato capitolo della discesa negli inferi napoletani di uno scrittore decisamente dotato dal quale ci attendiamo, dopo le buone prove sulla breve distanza, che affronti con lo stesso piglio aggressivo e scanzonato la sfida della maratona narrativa.
Giancarlo De Cataldo
Non basta prendere un mortaio, infilarci dentro basilico, pinoli, olio di oliva e quantaltro serva, battere fino a slogarsi il gomito per ottenere un ottimo pesto alla genovese. La stessa cosa dicasi per il romanzo del partenopeo Petrella. Prendete la comunità Hacker (ormai spauracchio della tecno-religione dei nostri tempi), un naziskin con cricca di scugnizzi di nostalgica Hitler-Jugend memoria, un pizzico di sana regressione darwiniana allo stato bestia-da-stadio-domenicale e in ultimo limmancabile costola marcia dellordine costituito; pigiate il tutto in un calderone messo a bollire in piazza Carità a Napoli e quello che viene fuori è solo un concetto di buona intenzione, nientaltro. Colpiti da una pubblicità morbosa e sovradimensionata, ci si accosta a Nazi Paradise con ottimo abbrivio, tutti tesi alla continua scoperta dellorrida meraviglia che taspetti (risse tra coloured e naziskin fino alle estreme conseguenze, spostamenti fraudolenti di decine di migliaia deuro da conti privati di onesti cittadini con un semplice click del mouse e tipe da piallarsi in ogni, decadente, dove e via discorrendo). Peccato che dopo la catenata che ti apre il cranio del rifiuto di turno o dellennesima scorribanda predona sulla rete, cominci a chiederti dove sia la trama che non puoi banalizzare; ecco, a quel punto emerge un abbozzo di filo conduttore che strizza locchio allimmenso (e ripetitivo) calderone yankee, senza per questo che lentusiasmo si risollevi. Uno stile scarno e poco descrittivo, esasperatamente essenziale, fin troppo data la tipologia di storia, non riesce a sostenere il tutto. Quando poi sarriva alla festa sullisola di Capri nel climax del tutto, allora ti accorgi che il libro è quasi finito e tu non hai neanche cominciato. Impossibile non terminare la lettura nella mezza giornata; se andate oltre, qualcosa non ha funzionato.
Andrea De Gruttola
il Mattino di Napoli, 25.4.07 |
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Petrella e i vuoti rituali degli skinheads
"Per questo il calcio è bello. Le cose stanno cos ì: devi tenere sempre a mente una regola, è meglio fare il culo ai nemici quando sei fuori dallo stadio, perch è i caramba non sono preparati e hai tempo per scappare e non farti riprendere dalle telecamere."
Questassaggio di Nazi Paradise (Meridiano Zero, pagg.144, 8 euro) dice molto dellesperimento narrativo di Angelo Petrella, ventinovenne napoletano al suo secondo noir. Il libro fa parte di una trilogia iniziata lanno scorso con Cane rabbioso. Dopo il linguaggio ritmico del primo testo, Petrella tenta di costruire un nuovo ingranaggio che renda la sua lingua sincopata ben aderente a un mondo, quello degli skinheads napoletani, un linguaggio vuoto e autoreferenziale. Un giovane del Fronte nazi durante un agguato a degli extracomunitari effettuato dal suo gruppo - Attack, Jago e Teschio sono gli altri tragicomici camerati - è abbandonato alla merc è degli avversari e finisce sotto il torchio dei celerini. Comincia cos ì la storia che in forma di noir prova a disegnare le nuove derive pseudopolitiche di una generazione perduta.
Vincenzo Aiello
Repubblica Bologna, 12.6.07 |
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Per la collana noir di Meridiano zero, casa editrice padovana che per veste grafica e scelte editoriali sia italiane che straniere sa distinguersi per la sua cura e intuito straordinari, è uscito Nazi Paradise di Angelo Petrella, giovane autore con alle spalle laltrettanto forte Cane rabbioso, la cui scrittura aspra e bellicosa, che non concede nulla alla retorica, fa pensare a un Welsh partenopeo. Scrittore da tenere docchio, Petrella, perché sa rappresentare Napoli dal basso, osservandone da vicino le frange più violente, lanarchismo e lideologismo di facciata, le contraddizioni di una realtà che è sempre più giocata su toni grotteschi e dove, per eccesso di magma, bene e male non sono più distinguibili. Il protagonista è un hacker che rischia di essere incastrato dagli sbirri, beve Weiss, naviga in web come in Spaccanapoli, nemico dei borghesi e "religioso" dello stadio; si mescola a risse e ad etnie, a cani da combattimento sempre più simili agli uomini, e a bande che hanno in comune lodio per la polizia. Al di là dello scenario, lintreccio narrativo noir non viene trascurato, e può succedere che "lei" sia un hacker che ti attacca una di quelle moderne malattie veneree che si chiamano virus, impallandoti la macchina e forse anche il cuore. Sbirrolandia è corrotta, ma chi si confonde tra Marx e Hitler non se la passa meglio, e naturalmente non manca allappello la camorra. Allora cè solo una rincorsa alla vendetta, una chiamata a raccolta di tutte le armi difensive, virtuali e non, con le viscere ben esposte, lo spettro onnipresente di Poggioreale, le piroette convulse di una vita e di una giovinezza ai ferri corti. Il confine sempre più sottile che separa la realtà dalla fantascienza sociale.
Grazia Verasani
Repubblica Napoli, 5.5.07 |
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Gli scontri dei no-global secondo Dux lo skinhead
Hacker, skinhead, polizia corrotta, pestaggi e qualche scena damore: il nuovo libro di Angelo Petrella non delude le aspettative. Già con Cane Rabbioso, uscito lo scorso anno, ci si trovava davanti a una scrittura asciutta, uno stile sintetico e incisivo. Più un racconto lungo che un romanzo, più un noir che un vero e proprio giallo ma con una trama fitta, avvincente avvolta abilmente da un mistero. In questo romanzo invece, decisamente più lungo del primo, Petrella, pesca nel marcio di certe coscienze che appartengono a figure più popular che letteralmente borghesi. E per farlo sceglie di attingere anche da esperienze vissute sulla propria pelle mimetizzandosi tra la gente emarginata, scoppiata, "craccata", sempre in contrasto con tutto e tutti. Il suo eroe è uno skinhead strampalato come lo definisce lo stesso scrittore -, uno che va in giro pestando la gente con altre tre amici dai caratteristici nomi di Attak, Jago e Teschio.
"Dux", il nick col quale, il giovane skinhead, accede agli incontri a luce rossa con "zozza27", odia i pestoni borghesi e comunisti e poi sotto sotto si illanguidisce per una skinetta, si fa raggirare da una spia e fregare da un hacker molto più bravo di lui. Soprattutto, Petrella utilizza il suo naziskin per raccontare, senza alcuna obiettività o fedeltà però, uno dei più deprecabili episodi di cronaca locale degli scorsi anni rimasto indelebile nella memoria dei napoletani: i terribili fatti che sconvolsero la manifestazione pacifista noglobal del 17 marzo 2001 in piazza Municipio.
Doveva essere una tranquilla passeggiata al centro della città e invece, improvvisamente, la violenza prese il sopravvento trasformando la manifestazione in un atto di guerriglia metropolitana. Ma Dux non vi partecipa, lui guarda, da lontano e racconta, con violenza verbale e semantica che qui coincidono in una scrittura schietta e forte, gli errori della gente, dei violenti, come a voler dire che se anche un "nazi" può rimanere sconvolto da tanto odio, significa che lì in quella piazza davvero si stava consumando un atroce delitto.
Il resto del racconto è una storia con qualche sfasatura e qualche accelerazione di troppo. Il Dux hacker è costretto dalla stessa polizia a "craccare", cioè a far saltare, il computer di un tizio la cui identità verrà svelata solo alla fine. Ad aiutarlo sarà una donna che si rivelerà anche lei una sorpresa e i suoi amici che lo accompagneranno in varie avventure in giro per una Napoli riconoscibile e stranamente a disagio. Sì, Napoli sembra soffrire in una storia come questa, che parla di violenza negli stadi, per le strade, di violenza slegata da quella criminale connessa con i poteri della malavita organizzata. Ma è qui che sta il bello. Perché Angelo Petrella, con il suo linguaggio così esplicito, volta a volta pornografico e blasfemo, spinge la sua scrittura verso una narrativa pop o avantpop proprio per narrare questa realtà cittadina che esiste ma che non viene raccontata dalla letteratura. E chiede aiuto ai maestri inglesi Irvine Welsh e John King, grandi narratori degli hooligans e del punk, a William T. Vollmann autore di memorabili reportage proprio sugli skinheads e a Nanni Balestrini che con "I furiosi" già nel 91 descrisse lodio per i tifosi avversari, il saccheggio degli autogrill, le droghe per sballarsi allo stadio e tutto lantagonismo e la marginalità del fenomeno ultras.
Serena Gaudino
il Roma, 19.4.07 |
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A un anno dal romanzo di esordio, Angelo Petrella presenta Nazi Paradise
LA VOCE DI CAINO NELLA NAPOLI DEL COMPROMESSO
"Parental advisory: explicit writing", la dicitura che spesso accompagna certi cd musicali, specie di rap, campeggia ironicamente sulla copertina di Nazi Paradise (Meridiano zero) di Angelo Petrella, da pochi giorni in libreria. Perché non ha peli sulla lingua la scrittura di questo giovane talento, non ancora trentenne, del noir "made in Naples", attento allesplorazione della marginalità e del rimosso sociale della sua città. Una narrazione tesa, cruda e incalzante, sorretta dal linguaggio diretto come un pugno allo stomaco, che riproduce mimeticamente la realtà in cui si muovono i personaggi dei suoi romanzi. Nel suo secondo libro, che sarà presentato oggi alle 18 presso la libreria Feltrinelli di via san Tommaso dAquino da Peppe Lanzetta e Piero Sorrentino, lautore del sorprendente Cane rabbioso dà ancora voce al punto di vista di Caino. Senza falsi moralismi o buonismi. Senza paura di andare a scavare nellabiezione dellunderground della città, raccontandone la realtà marcia e patologizzata, il dissesto fisico e morale dei quartieri periferici. Svastica tatuata sul braccio e testa rasata, il protagonista di questo libro è uno skinhead che si divide tra le curve dello stadio e i gruppi organizzati neonazisti. È un hacker abilissimo, un pirata informatico che si guadagna da vivere manipolando i conti bancari. Una sorta di versione postmoderna delleroe farneticante di Taxi driver, di cui condivide il risentimento verso "la spazzatura umana". Un odio talmente esacerbato allultimo stadio potremmo dire da diventare una condizione esistenziale, aspirando in un unico vortice nemici di ogni sorta: rossi e borghesi, neri, celerini e tifosi avversari. Cancellando ogni emozione che non sia quella scatenata dalladrenalina della violenza, dei pestaggi e delle rappresaglie gratuite contro i bersagli della sua rabbia. Insomma una summa di becero "machismo" dellideologia della destra più oltranzista e perniciosa. Mescolata alla tifoseria più barbara e ottusa, allomofobia e alla repressione sessuale che si esprime attraverso la frequentazione delle chat erotiche in un delirio di perversione e turpiloquio. Il suo nickname è Dux (sic!). Ma qualcosa si inceppa nel meccanismo dellhackeraggio e il protagonista si ritrova piantato in asso dai suoi compari. Storie ordinarie di rabbia e follia della gioventù submetropolitana, tirata su a consumismo e televisione. Che si muove in ambienti dove anche la distinzione tra buoni e cattivi viene meno e lunica legge che conta è quella del più forte. In una Napoli incastrata nelle secche dellimmobilismo culturale, della diffusione del benessere senza sviluppo economico, del compromesso che dilaga a tutti i livelli.
il Secolo dItalia, 30.9.07
www.robertoalfattiappetiti.blogspot.com |
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Nazi paradise, uno skinheads e un anarchico nelle banlieue napoletane
Nazi paradise, un romanzo che fa sua la lezione di Céline
Brucia Napoli. Come una banlieue parigina. Come un sobborgo di Los Angeles. Non è il fuoco della rivolta degli emarginati, né dellodio dei sans papiers nostrani. Non sono i roghi dei piromani che hanno incenerito il Sud e neanche quelli dei cittadini partenopei esasperati che in nome dellemergenza monnezza accendono falò in ode alla vanità del governatore Bassolino e del suo rinascimento di cui si è persa ogni traccia. Lincendio che scuote la città è fatto di rabbia e violenza, di ultras e guardie corrotte, di hackers e skinheads. Tra pestaggi e tafferugli fuori lo stadio, combattimenti tra cani e scontri di piazza, è in corso unoperazione clandestina di polizia denominata "Paradise". Un giovane nazi, con la passione per la birra Weiss e per le incursioni telematiche nei conti correnti altrui, viene incastrato dalla mobile a seguito di una rissa cui è coinvolto con i camerati Attak, Teschio e Jago, tutti appartenenti al Fronte Skin. Trasferito in commissariato, i metodi spicci di questurini dalle mani pesanti e la prospettiva di finire a Poggioreale lo convincono, suo malgrado, a collaborare ad unazione di pirateria informatica ai danni dellinafferrabile Memo, che detiene nel suo PC un fornito database sulle gesta poco nobili delle mele marce della locale «Sbirreria di Stato». Nel compito è affiancato da una perversa e doppiogiochista informatrice di Montale, un ispettore di Ps invischiato fino al collo in affari loschi con la camorra e con un sostanzioso deposito in una banca svizzera. Tra sistemi inaccessibili, chat e password craccate, lo skin (di cui si conosce solo il nick name: DUX) e Memo si incontrano e si intendono al volo e, benché divisi dalla fede politica, si accordano per fregare la cricca mafiosa, decidendo di divulgare in rete il dossier sui traffici illegali degli uomini blu.
Sono questi gli ingredienti e i protagonisti del romanzo breve o racconto lungo, perenne quanto ozioso dilemma intitolato Nazi Paradise (Meridiano zero, pp. 140, Û 8). Lautore è Angelo Petrella (nella foto), giovane scrittore napoletano classe 78, studi classici alle spalle effettuati tra Roma, Siena e Parigi, un presente da critico letterario e saggista, alla sua seconda prova con la casa editrice padovana dopo il felice esordio del 2006 con Cane rabbioso (pp. 89, Û 6) e con un nuovo romanzo già ultimato che vedrà la luce tra qualche mese. Quella che viene tratteggiata da Petrella è una Napoli nera e aggressiva, sconvolta dalla guerra metropolitana che si consuma tra gli attori delle contro(sotto)culture di strada, precari della società che vivono in covi e curve ridotte a ghetti in cui sfogare istinti animaleschi. Un underground che disprezza ampiamente ricambiato le istituzioni e i povericristi lavoro-famiglia-distinti-dello-stadio. Un mondo clandestino che vede il proprio programma politico riassunto in ununica frase: «Pure se mi blindano non me ne frega un cazzo. La fede è fede». Doverosa premessa: Nazi Paradise non è il trattato allarmato del solito sociologo a caccia di mostri da copertina, né un libro-denuncia sul modello del Gomorra di Roberto Saviano, anzi. Petrella sembra immergersi nel sottobosco umano che descrive e lo fa non con locchio dello studioso con la bacchetta in mano ma con quello del coetaneo curioso e, in fondo, anche affascinato. Lo testimonia il fatto che i personaggi non sono mai rappresentati in maniera caricaturale, eccezion fatta per Montale, per la sua spia Leda, per i pestoni termine gergale che equivale a "zecche", "fricchettoni" e per il bel mondo dei party di lusso. Ironicamente pungente, a tal proposito, la descrizione delle sequenze della festa di Capri cui DUX si intrufola per accedere al computer di Memo.
Il linguaggio è di quelli che, in prima serata tv, verrebbero segnalati col bollino rosso e subissati dai biiip (daltronde, il lettore, fin dalla copertina, è avvisato con un inequivocabile richiamo di explicit writing): «Alla festa ci stanno un sacco di borghesi
Mi sono dovuto vestire con i pantaloni, la camicia e la giacca e mi sento un coglione. La casa sembra un ricovero per vecchi
La tizia, Leda, sembra meno stronza del solito oggi. Quando la sono andata a prendere al Vomero alle sette e mezza sotto casa cerano già un paio di suo amici borghesi dimmerda. Lei non cha più i vestiti da pestona e sè messa della roba elegante addosso. Sempre così i comunisti del cazzo: pieni di soldi ma fanno finta di essere dei morti di fame
Sulla barca le troie sono tutte risatine isteriche e minigonne nere, i froci camicie bianche e colpi di sole
Fanno tutti discorsi da borghesi dimmerda tipo parlano di calcio, di locali, di macchine, di soldi. Se becco uno di loro allo stadio prima o poi lo sbatto nel fossato assieme agli sbirri, a questo stronzo
Mimmagino se cerano Attak e gli altri come riducevano questo posto di invertiti
Se ci stesse Teschio qua con il suo pitbull Thordue farei sbranare questaccozzaglia di pestoni
».
Petrella, come nella migliore tradizione noir, usa uno stile duro e corrosivo in cui si mescolano Quentin Tarantino con Abel Ferrara (a destra), la "letteratura chimica" di Irvine Welsh (quello del celebre Trainspotting) con il giallo di James Ellroy, i romanzi-jazz di Jean-Patrick Manchette con le parole ossessive e disarticolate del futurista Francesco Cangiullo, la cultura pop con il bianco e nero del neorealismo. Anche se il principale modello di riferimento per esplicita ammissione è sempre lui, il più grande arrabbiato visionario del Novecento, il maledetto per definizione: Louis-Ferdinand Céline con la sua scrittura «in fretta e furia» e la sua grande lezione del Viaggio al termine della notte.
Ai toni volutamente eccessivi, Petrella accompagna dialoghi asciutti e veloci in cui non viene sprecato neanche un aggettivo. Magari la prosa ne risente a livello estetico ma immergersi in Nazi Paradise come, del resto, in Cane rabbioso è come vedere uno di quei film con il colpo di scena assicurato (di norma regalato agli ultimi fotogrammi e quasi mai a lieto fine) in cui si resta in apnea fino ai titoli di coda. Talvolta il ritmo è così incalzante che le pagine scorrono forsennate, come nel caso del resoconto di una manifestazione per la festa del lavoro, anche se «i tizi stanno protestando contro alcune leggi contro limmigrazione, chè lunica cosa buona che ha fatto questo governo di borghesi». Sentire per credere: «Non cè modo di entrare in piazza. Gli elicotteri continuano a volare bassissimi e quasi si scontrano con i palazzi
Dallaltro lato in una sola strada cè un misto di pestoni e camerati che combattono assieme contro i celerini. Sono un duecento in tutto e stanno alzando le barricate con i cassonetti della spazzatura incendiati. Gli sbirri sparano lacrimogeni a ripetizione
La cosa che mi fa incazzare è che vedo solo pestoni per terra ma manco uno sbirro ferito. Dico ai camerati che dobbiamo fare qualcosa per entrare in piazza
Teschio prende una pasticca dalla tasca e dice "adesso ci penso io". La ingoia e inizia a correre. Lo inseguiamo e vedo che si avvicina a una macchina parcheggiata a venti metri dai celerini. Spacca il tappo della benzina, caccia dallo zaino una bottiglia di alcol e la spruzza sul serbatoio
Teschio fa Sigheil, accende la striscia e urla "correte" mentre noi siamo già venti metri più in là. Manco passano cinque secondi che la macchina esplode
Gli sbirri che stavano di spalle vengono tutti da questa parte, cè confusione
alcuni gruppi di camerati e pestoni che erano rimasti dentro la piazza ne approfittano e iniziano ad attaccare da dietro con i sampietrini e le bottiglie
la piazza si apre
Cè una macchina ribaltata appoggiata a un albero, un paio di cassonetti in fiamme, un sacco di volantini, manifesti e cartastraccia per terra in mezzo a qualche pozza di sangue
Cè un tizio da solo in mezzo alla piazza con la catena di un motorino in mano e la volante punta verso di lui
La volante accelera
quello alza la catena per lanciarla nel parabrezza. E poi si sente il rumore di uno sparo. In lontananza riesco solo a vedere la sagoma del tizio a terra, immobile, e sento qualcuno che urla "lhanno sparato!"». Scusate la lunghissima citazione, ma ne valeva davvero la pena!
Quella di skin e anarchici che lottano dalla stessa parte è evidentemente una trovata iperbolica, un gioco sul filo del paradosso: Petrella, è chiaro, si diverte a sparigliare le carte, a scombussolare gli schemi, a creare tipi umani che fanno gridare allo scandalo le vestali del politicamente corretto. In Cane rabbioso era il poliziotto tossicomane e assassino, una specie di "cattivo tenente" nostrano che pistola fumante in tasca, quintali di coca, psicofarmaci e rum in corpo intona le note dellInternazionale tra i compagni della sezione del partito di cui è responsabile, un comunista così malvagio come non lavrebbero immaginato neanche i comitati civici di Gedda. In Nazi Paradise è il corsaro nero DUX, un ribelle irrefrenabile che, nonostante il suo discutibile pedigree politico e giudiziario, ha un proprio codice morale e riesce persino a dare un senso di "giustizia" alle sue azioni. Un pessimo elemento, certo, ma in fin dei conti, a Napoli come altrove cè anche di peggio.
Pierluigi Biondi
Scritture & Pensieri |
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Le vene aperte di Napoli e le parole come pietre
Napoli e le sue vene aperte. La città del sottobosco e del degrado disturbante che non arriva nemmeno al livello della criminalità organizzata.
Storie di nazi e di sbirri, di ultras e di hacker, di tossici e di combattimenti di cani, di infiltrati e papponi, di pestaggi e tradimenti.
Nazi Paradise (Meridiano zero) questo il titolo del noir di Angelo Petrella che con uno stile secco, livido, esasperato, racconta una Napoli da pugno nello stomaco.
Svastica tatuata sul braccio e testa rasata, il protagonista di Nazi Paradise si guadagna da vivere craccando i siti delle banche, per poi dividersi tra la curva e le chat erotiche. Ideologia che si mescola alla violenza e lodio. Poi qualcosa va storto. La prospettiva é Poggioreale e la solitudine.
"E non è la tua testa che vogliono, ma quella di uno più in alto di te. Marcire o tradire?". Petrella usa le parole come fossero pietre e racconta una città dove più non esistono certezze.
alboino.blogspot.com, 8.12.08 |
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Seconda parte della trilogia di Angelo Petrella, ventinovenne napoletano, che avevo avuto già modo di presentare sul mio vecchio blog (www.bloggers.it/Alboino) il 10 febbraio scorso con il suo primo testo Cane rabbioso. Con questo suo secondo lavoro Nazi Paradise lautore tenta di costruire un ingranaggio diverso da quello del suo primo libro (centrato sulla figura di un poliziotto tossicodipendente, assassino, alcolizzato, poeta politicizzato: una specie di cattivo tenente nostrano che pistola fumante in tasca, quintali di coca, psicofarmaci e rum in corpo intona le note dellInternazionale tra i compagni della sezione di partito di cui è responsabile, un comunista così malvagio come mai si sarebbe immaginato) che rende la sua lingua sincopata, ben aderente ad un mondo, quello degli skinheads napoletani: un linguaggio vuoto e autoreferenziale.
Intendiamoci, ci sono molte affinità tra questo lavoro e il precedente, Petrella è un giovane scrittore affascinato dalle virtù mimetiche del linguaggio, solo che cambia lo scenario e il modo di proporre (che è sempre duro, al limite della sopportazione) e che fa dello scrittore lavanguardia più avanzata del mondo letterario nostrano. In questo romanzo pesca nel marcio di certe coscienze che appartengono alla borghesia napoletana e la cosa importante è che lautore pesca nella reale realtà sociale del luogo e in avvenimenti realmente accaduti; non per niente per far ciò si è mimetizzato (un po come ha fatto Saviano con la camorra) tra la gente emarginata, scoppiata, "craccata" sempre in contrasto con tutto e tutti. Due i personaggi che sintetizzano le ricerche di Petrella: Dux giovane skinhead e "zozza27", due conosciutosi attraverso il web in una chat a luci rosse. Dux odia i "pestoni" borghesi e comunisti e Petrella non si fa scappare loccasione per raccontare con gli occhi di questo "disadattato" i terribili fatti che sconvolsero la manifestazione pacifista no global del 17 marzo 2001 in Piazza Municipio a Napoli. Ricordiamo doveva essere una tranquilla passeggiata in centro città e si tramutò in un atto di guerriglia metropolitana.
"Non cè modo di entrare in piazza. Gli elicotteri continuano a volare bassissimi e quasi si scontrano con i palazzi (
) Dallaltro lato in una sola strada cè un misto di pestoni e camerati che combattono assieme contro i celerini. Sono un duecento in tutto e stanno alzando le barricate con cassonetti della spazzatura incendiati. Gli sbirri sparano lacrimogeni a ripetizione (
) La cosa che mi fa incazzare è che vedo solo pestoni per terra ma manco uno sbirro ferito. Dico ai camerati che dobbiamo fare qualcosa per entrare in piazza (
) Teschio prende una pasticca dalla tasca e dice adesso ci penso io. La ingoia e inizia a correre. Lo inseguiamo e vedo che si avvicina a una macchina parcheggiata a venti metri dai celerini. Spacca il tappo della benzina, caccia dallo zaino una bottiglia di alcol e la spruzza sul serbatoio (
) Teschio fa Sigheill, accende la striscia e urla correte mentre noi siamo già venti metri più in là. Manco passano cinque secondi che la macchina esplode (
) Cè un tizio da solo in mezzo alla piazza con la catena di un motorino in mano e la volante punta verso di lui (
) La volante accelera (
) quello alza la catena per lanciarla nel parabrezza. E poi si sente il rumore di uno sparo. In lontananza riesco solo a vedere la sagoma del tizio a terra, immobile, e sento qualcuno che urla lhanno sparato!."
Ovviamente in una storia cruda come questa, quella che sembra soffrire di più è la città di Napoli in cui si mescolano le varie violenze, quella degli stadi, delle strade; quella violenza slegata dalla criminalità e dalla malavita organizzata ed è in fondo la peculiarità innovativa di chi racconta Napoli, ovvero con un linguaggio così esplicito e violento, volta a volta pornografico o blasfemo; con una scrittura aspra e bellicosa che non concede nulla alla retorica, Petrella spinge la sua scrittura verso una narrativa pop o avantpop per narrare proprio questa realtà cittadina che realmente esiste ma che non viene mai raccontata dalla letteratura. Una rappresentazione di Napoli dal basso, osservando da vicino le frange più violente, lanarchismo e lideologia di facciata.
Dux ribelle irrefrenabile che nonostante il suo pedigree politico e giudiziario, ha un proprio codice morale e riesce persino a dare un senso di giustizia alle sue azioni, è un hacker che rischia di essere incastrato dagli sbirri, naviga in web come se fosse a Spaccanapoli, è nemico dei borghesi e "religioso" dello stadio; si mescola a risse ed etnie, a cani da combattimento sempre più simili agli uomini e a bande che hanno in comune lodio per la polizia. Si innamora di una lei "zozza27" che gli attacca una di quelle malattie veneree moderne che si chiama virus e oltre che "impallargli" il cuore gli "impalla" anche il computer. In questo contesto può crescere solo una rincorsa alla vendetta, una chiamata a raccolta di tutte le armi difensive, virtuali e non con le viscere ben esposte: le piroette convulse di una vita e di una giovinezza ai ferri corti.
Brucia Napoli allo stesso modo delle banlieue parigine e dei sobborghi di Los Angeles: un incendio fatto di rabbia e violenza, di ultras e guardie corrotte, di hackers e skinheads; pestaggi e tafferugli fuori dallo stadio, combattimenti tra cani e scontri di piazza. In città è in corso una operazione di polizia denominata "Paradise" e nel contesto viene arrestato a seguito di una rissa in cui è coinvolto con i camerati Attak, Teschio e Jago un giovane nazi, Dux, con la passione della birra Weiss, esperto di incursioni telematiche nei conti correnti altrui. Trasferito in commissariato, forse a causa dei modi spicci degli agenti o per la prospettiva di finire dritto a Poggioreale, Dux suo malgrado decide di collaborare con la polizia ad unazione di pirateria informatica ai danni dellinnafferabile Memo che nasconde nel suo PC un fornito data base sulle gesta poco nobili della locale "Sbirreria di Stato". Gli affiancano in questa impresa una perversa e doppiogiochista informatrice dellispettore di Ps invischiato sino al collo in affari loschi con la camorra e che possiede un sostanzioso conto corrente in Svizzera. Tra sistemi inaccessibili, chat e password craccate, lo skin e Memo si incontrano e si intendono al volo e, benché divisi dalla fede politica, si accordano per fregare la cricca mafiosa, decidendo di divulgare in rete il dossier sui traffici illegali dei poliziotti.
Viene tratteggiata una Napoli nera e aggressiva, sconvolta dalla guerra metropolitana, popolata da precari della società che vivono in covi e curve ridotte a ghetti in cui sfogare istinti animaleschi. Gente che ha disprezzo per tutto e tutti e specialmente per quella classe borghese, medio-alta che popola i media corrotti.
"Alla festa ci stanno un sacco di borghesi (
) Mi sono dovuto vestire con i pantaloni, la camicia e la giacca e mi sento un coglione. La casa sembra un ricovero per vecchi (
) La tizia, Leda, sembra meno stronza del solito oggi. Quando la sono andata a prendere al Vomero alle sette e mezza sotto casa cerano già un paio di suoi amici borghesi dimmerda. Lei non cha più i vestiti da pestona e sè messa della roba elegante addosso. Sempre così i comunisti del cazzo: pieni di soldi ma fanno finta di essere dei morti di fame (
) Sulla barca le troie sono tutte risatine isteriche e minigonne nere, i froci camicie bianche e colpi di sole (
) Fanno tutti discorsi da borghesi dimmerda tipo parlano di calcio, di locali, di macchine, di soldi. Se becco uno di loro allo stadio prima o poi lo sbatto nel fossato assieme agli sbirri, a questo stronzo (...) Mimmagino se cerano Attak e gli altri come riducevano questo posto di invertiti (
) Se ci stesse Teschio qua con il suo pitbull Thordue farei sbranare questaccozzaglia di pestoni (
)".
Ed ecco infine la critica: "Petrella, come nella migliore tradizione noir, usa uno stile duro e corrosivo in cui si mescolano Quentin Tarantino con Abel Ferrara, la letteratura chimica di Irvine Welsh con il giallo di James Ellroy, i romanzi jazz di Jean Patrick Manchette con le parole ossessive e disarticolate del futurista Francesco Cangiullo, la cultura pop con il bianco e nero del neorealismo. Anche se il principale modello di riferimento è sempre lui, il più grande arrabbiato visionario del Novecento, il maledetto per definizione: Louis Ferdinand Céline con la sua scrittura in fretta e furia e la sua grande lezione del Viaggio al termine della notte".
È vero: la scrittura di Petrella è senzaltro esplicita, ed essendolo non può che virare sul turpiloquio e anche la blasfemia.
Alboino
Un viaggio nella Napoli più oscura dalla penna di Angelo Petrella
Il secondo lavoro di Angelo Petrella (Meridiano zero 2007, euro 8,00) è un romanzo giallo-noir ambientato a Napoli, una città difficilissima raccontata con cruda durezza da uno scrittore che in quella città è nato e continua a tornarci. Nazi Paradise racconta, attraverso la voce narrante del protagonista, la storia di un giovane sbandato, che si alterna tra stadio, violenza politica e hackeraggio ai danni dei siti bancari. Svastica tatuata sul braccio, la sua vita è fatta di violenza e odio, diretti verso tutti i nemici che si trova di fronte: poliziotti, tifosi avversari, comunisti e borghesi. Tra lotte clandestine di cani, droga, tradimenti e bassa criminalità di ogni genere, la sua vita arriva fino al rischio, a causa di un complotto, di finire nel carcere di Poggioreale se non collabra con due poliziotti corrotti. "Poi qualcosa va storto - si legge nella presentazione - e ti ritrovi piantato lì dai tuoi amici, gli sbirri addosso e la prospettiva di Poggioreale che si apre davanti. E non è la tua testa che vogliono, ma quella di uno più in alto di te. Marcire o tradire?".
Un viaggio nelle parti più buie e profonde della mente umana, in cui ogni confine tra bene e male è distrutto in un mondo esasperato e privo di certezze.
CDG
Dispenser, RadioRai2, 18.4.2007 |
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Quel pasticciaccio brutto dei nazisti hacker: il nuovo noir spietato di Petrella
Di Angelo Petrella, scrittore furioso napoletano, avevamo letto un estratto dal suo Cane Rabbioso, dellanno scorso, che raccontava una storia terribile di poliziotti corrotti, cospirazione eversiva, legami con la criminalità, un vero noir alla Ellroy, ma contemporaneo e napoletano. Questa sera parliamo del libro successivo, nuovo di zecca, nemmeno questo dedicato alle roselline di campo, intitolato Nazi Paradise. Prima di andare avanti dobbiamo dire che questo libro non è per chi trovasse offensivo o disturbante un linguaggio vero, proprio dei personaggi tosti che parlano nel libro o ne sono come in questo caso la voce narrante. Quindi parolacce, bestemmie, razzismo, violenza, qui cè tutto perché si racconta di un mondo in cui quella roba lì cè. Se però questo non vi dà fastidio e magari anzi non vedete lora si un libro che sia una fucilata, brave e spietato, con personaggi e trama difficili e sostanziosi, Nazi Paradise e Angelo Petrella, classe 1978. La storia è quella di un giovane nazista hacker. Un giovane naziskin hacker, tifoso, violento, molto bravo anche come hacker, che però finisce incastrato in una rissa in cui tutti si danno e lui resta lì con le costole rotte finché non lo recupera la polizia. La polizia lo incastra in una operazione losca per la quale cè bisogno di un bravo hacker e lui lo è. Dalle prime pagine del romanzo, con i bip necessari a mezzi contesto e orario, sentiamo il momento in cui la storia vera comincia a dipanarsi.
Matteo "Ferrato" Bordone
www.ccsnews.it, 18.4.2007 |
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Nazi Paradise: secondo libro del giovane scrittore napoletano Angelo Petrella
Angelo Petrella non scrive romanzetti damore, scrive libri noir. Dopo il poliziotto drogato di Cane Rabbioso, una versione partenopea del famoso "Lercio" di Irvine Welsh, Petrella esce con Nazi Paradise, la storia di uno skin che si muove in ambienti estremi e non sempre a lui congeniali. Tra nazi e bucomani, battone, omosessuali, sbirri corrotti e servizi deviati, il protagonista di questo libro è deciso a compiere la sua missione. La scrittura dellautore è coinvolgente, il ritmo è serratissimo.
Cristiana Paone
civitavecchiainforma.it |
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Storia brutta, sporca e cattiva, popolata di neonazisti, sbirri corrotti, droga, combattimenti di cani ed altro ancora, che racconta il ventre inquietante e violento di Napoli, quello che alberga al di sotto e pressoché al di fuori dello pseudo-ordine della criminalità organizzata.
Un racconto secco e diretto, protagonista un hacker dedito a crakkare siti delle banche, croce svastica tatuata, testa rasata e frequentazioni losche, perennemente in bilico fra la strada, quelli del fronte, il tifo ultras, le chat erotiche e Poggio Reale. Luniverso che Petrella descrive è popolato da piccoli, meschini e pericolosi demoni: corrotti dei quali non ci si deve fidare assolutamente, sempre occupati a tendere trappole e dediti allesercizio della violenza.
Stile livido, aspro e non potrebbe certo essere altrimenti. Un nuovo squarcio aperto sullimmagine da cartolina di Napoli, che si è ormai tramutata, così come questa nuova voce del noir italiano testimonia, in un girone infernale.
www.freaknet.it, 12.6.08 |
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Lidea è forte, dimpatto, così come il linguaggio e non per niente la copertina è sovrastata dalletichetta del Parental advisory: un nazi hacker incastrato dalla polizia corrotta che deve salvarsi il culo da solo contro tutti.
Il luogo è Napoli, ma una Napoli puramente da cornice, immortalata come cartolina, statica nei suoi loghi e incontaminate per il linguaggio, una Napoli che in questo modo potrebbe essere ovunque.
Putrella descrive una storia estrema dove la violenza dello stadio non è sfogo ma premio, aggregazione, valore aggiunto alla vita.
Due o tre trovate carine, il cane chiamato Thordue o il cineforum nazi che si trova a guardare quel capolavoro di Quadrophenia impreziosiscono un libro che ha il merito di farsi leggere tutto dun botto.
Fabio Izzo
www.milanonera.com, 1.8.07 |
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Angelo Petrella fa parte della nuova generazione di scrittori noir. Prosa asciutta, decisa, efficace. Così come in Cane rabbioso, il suo bel libro desordio, anche in questo nuovo lavoro dimostra di preferire il romanzo breve. O il racconto lungo se preferite. Ma anche questo fa parte dello stile di questo giovane autore partenopeo: il passo volutamente corto del narratore che punta allessenziale, che non scrive volumi strabordanti di pagine ma non per questo le sue storie sono meno pungenti. Anzi. Vanno dritte al punto e colpiscono.
Nazi Paradise è inequivocabilmente un noir sociale, su Napoli, sui suoi giovani, sulle fazioni che vi si confrontano. Dentro ci troviamo la politica esasperata, la violenza negli stadi e nelle piazze, gli estremismi neri e rossi, il ruolo delle nuove tecnologie nella nostra società.
Il protagonista della vicenda è un giovane skinhead, svastica tatuata sul braccio e testa rasata, che si guadagna da vivere violando i siti delle banche, per poi scatenrasi nella curva del San Paolo con un po di sana ultraviolenza modello Arancia Meccanica.
Un libro che si beve in un paio dore, tutto filato. Storie di nazi e di sbirri, di ultras e di hacker, di chat erotiche e di sesso, di tossici e di combattimenti di cani, di infiltrati e papponi, di pestaggi e tradimenti.
Finalmente qualcuno che racconta una realtà attuale e non cerca di propinarci la solita fantasiosa storia di intrighi fantascientifici.
Paolo Roversi
mondobalordo.wordpress.com, 29.11.07 |
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Dopo lo sbirro violento e cocainomane di Cane rabbioso, il protagonista di Nazi Paradise è un hacker neonazista che si gonfia di birra. Dalla penna di Petrella escono solo personcine ammodo, non cè che dire.
Anche in Nazi Paradise quel che emerge, vivido, è la scrittura, che si conferma di alto livello. Diversa, seppur immersa in unatmosfera affine, è lambientazione, popolata di skinhead ed hacker e decorata da episodi tanto esilaranti quanto miserabili (due su tutti le sessioni di sesso via chat e il cane addestrato allo scippo). I personaggi hanno volti più scolpiti, più fisici delle comparse senza nome che in Cane rabbioso sfioravano la folle corsa verso il nulla del protagonista. La trama non risulta troppo elaborata, ma comunque godibile. Forse lintreccio non sembra nellinsieme troppo verosimile, ma è spietato, è violenza sputata in faccia (e probabilmente la scelta dellambiente neonazista in questo aiuta).
Nazi Paradise mi ha lasciato però un dubbio, e cioè che uno stile così cinetico di scrittura si esprima meglio nella forma del racconto lungo che del romanzo.
E qui voglio fare una precisazione e un mea culpa: un sacco di gente nelle interviste ha chiesto a Petrella perché Cane rabbioso fosse così corto, e anchio avevo indicato nella brevità il suo principale difetto. Però adesso devo ammettere di essermi reso conto che se Nazi Paradise è una frustata, Cane rabbioso era uno sparo.
E che se entrambi sono più che efficaci, la velocità del secondo lascia un segno più profondo.
www.novamag.it, 5.6.2007 |
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Conversazione sul noir
Angelo Petrella è nato a Napoli nel 1978. Ha vissuto a Roma, Siena e Parigi. Ora è di nuovo nella sua città. Nel 2003 si è laureato in Lettere allUniversità di Roma e sta per completare il dottorato in Letteratura Italiana presso lUniversità di Siena. In ambito poetico ha pubblicato testi in numerose riviste e antologie, tra cui Attraversamenti - Percorsi di fotoscrittura (Di Salvo, 2002) e Primo non singolo. 7 poeti italiani (Oèdipus, 2005).
In ambito di critica letteraria si occupa soprattutto dellopera di Pirandello, della poesia di Sanguineti, del Postmoderno, delle avanguardie novecentesche e del noir. Suoi saggi, articoli e contributi appaiono in volumi collettivi e, tra le altre, sulle riviste: Allegoria, Atelier, Avanguardia, Belfagor e LImmaginazione.
Come scrittore ha pubblicato Cane rabbioso (Meridiano zero, 2006) e Nazi Paradise (Meridiano zero, 2007). Dal 2006 collabora con le pagine napoletane del quotidiano La Repubblica.
Con lui ho fatto una chiacchierata.
I tuoi romanzi rientrano nel genere noir, ma cosa fa di un romanzo un noir?
Il noir è unetichetta oggi comoda per tutto: basta che vi sia un delitto ed ecco che un romanzo è definito noir. In realtà questo è un genere narrativo che ha i suoi stereotipi, le sue regole e la sua storia, quanto meno dal cinema americano degli anni 20. Il noir che mi interessa è quello che esplora le pieghe della società, i margini e mette a nudo il vero volto del potere. Ovverosia quello che ha iniziato, primo tra tutti, Jean-Patrick Manchette. Non amo i gialli "da camera chiusa" né tanto meno le narrazioni thriller, splatter etc.
Vero che il giallo è il padre dellhard boiled e del noir, ma si può dire che sia allo stesso tempo anche la loro antitesi? Prendiamo Agatha Christie: il suo detective pulito e "chiccoso", la soluzione a portata di mano, un ambiente solitamente medio-alto
Esistono altri gialli (ad esempio quelli di Fred Vargas, anche i suoi libri sono abbastanza puliti), comunque molto educati.
Amo molto Agatha Christie, come amo Hitchcock: credo che la loro struttura narrativa sia larchetipo di ogni buona forma di letteratura. In Italia purtroppo non esiste una scuola che presti attenzione al plot, alla trama narrativa, ragion per cui cè bisogno di rivolgersi direttamente alle scuole di sceneggiatura americane: la narrazione è innanzitutto forma, è un percorso in cui immettere il lettore. In questo senso il giallo è la forma più pura di questa struttura: lo svelamento, lindagine, la detection ne sono strumenti. È vero, il noir non ha nulla di tutto questo: non importa sapere chi sia il colpevole o se ce ne sia uno. Il genere noir racconta il margine, leccesso, il malessere, il rimosso sociale e ne esplora le pieghe più riposte. Per farti un modestissimo esempio dai miei libri, in Cane rabbioso ho voluto raccontare la storia di un personaggio eccessivo fino al parossismo: un poliziotto corrotto che qualcuno vuole incastrare. La narrazione non è priva di colpi di scena, anzi, il ritmo è accelerato fino allinverosimile: eppure non importa tanto sapere chi lha incastrato, quanto seguire il suo cammino accidentato e scoprire con lui quella parte di mondo che si porta appresso.
Tu, con altri come Carlotto, come Manchette (appunto) non hai seguito il cliché del buono che vince: una rivoluzione stilistica o un messaggio "sociale"?
Entrambi, ma parlare di rivoluzione mi sembra esagerato. In realtà, nel noir delle origini, lantieroe era perdente o per retaggio romantico (leroe in lotta contro tutto e tutti che alla fine soccombe) o per ottemperare a una forma di risarcimento morale, cioè, in sostanza, alla "censura" (ragion per cui il cattivo che ne commette di cotte e di crude, alla fine deve morire per illudere lo spettatore che il crimine non paga). Il "cattivo che vince" invece è una forma di reazione allordine costituito, è uno spiattellare in faccia al lettore la verità del male, dellordine sociale: la storia la scrivono i vincitori e chi più osa sopraffare (non importa con quali mezzi) il prossimo più arriva in alto. Se vogliamo è una metafora del capitalismo avanzato, del livello di cinismo nichilista a cui è giunta la nostra società.
Cambio di tendenza nella letteratura quindi, da quella che "consola" il lettore con la proiezione nei personaggi e con un happy end a quella che ha come fine lo "svelamento" della realtà (e basta)?
Come sai, lhappy end è una delle cose più richieste da Hollywood e spesso decide della sorte di una sceneggiatura. In Italia, il pesante fardello morale-religioso-culturale ha imposto anche alla letteratura di genere una sorta di censura moralistica preventiva: leroe in genere è un medio-borghese buonista e "minore" rispetto a un collega targato U.S.A., il poliziotto è un poliziotto di quartiere, se proprio cè un "cattivo" questi è un malato mentale e non un violento per scelta etc. etc. Abbattere questa barriera è già remare contro limmobilismo moralistico. Ma cè di più: la "vittoria del cattivo" implica una prospettiva e un atteggiamento nei confronti della materia narrativa che investono poi tutta la costruzione del romanzo. In parole povere: se un cattivo vince, di certo non possiamo ambientare il romanzo in unItalia minore, un paese di buoni, un paese in cui poi in fondo la verità e il bene vincono sempre. Preferisco, come scriveva Adorno, i romanzi scortesi: non consolatori, non redenti.
E se cè la volontà di una "morale" come nelle favole greche (non in senso di moralità antitetica allamoralità), attraverso un"verismo dei giorni nostri", col noir è possibile farlo? Sono libri ai quali ci si approccia con una certa leggerezza
Non credo ci sia possibilità di lasciare un messaggio: il messaggio semmai è nella forma stessa, nellallegoria (o nellepica, vedi Romanzo criminale) trasmessa dalla narrazione. Credo che il verismo sia piuttosto un pericolo, anche perché è sempre più forte la tendenza a intendere la letteratura come fotocopia dei casi di cronaca (ecco che torniamo al noir come gusto dellefferato, della violenza fine a sé stessa). La leggerezza può semmai essere spostata sulla componente di intrattenimento necessaria ad ogni narrazione, che spesso fa pendant con la suspence.
Non condividi quindi la tesi di Jean Claude Izzo nel suo elogio del "noir mediterraneo", che vede il genere non solo come strumento per la lettura della realtà (à la Jean-Patrick Manchette), ma anche capace di incidere nel profondo le contraddizioni, di lasciare spazio alla riflessione sociologica. Per Izzo cè una contraddizione tra società e crimine: il tuo poliziotto, nel primo libro, Cane rabbioso, non ci lascia questo sapore
Manchette non crede allazione diretta della letteratura sulla realtà, cioè il credo proprio delle avanguardie novecentesche secondo cui ideologia = linguaggio, per dirla con Sanguineti. Secondo me le cose non stanno precisamente così: la riflessione sociologica, la spinta emotiva e anche loperazione di sondaggio dellinsondabile (cioè del mettere in luce lignoto, propria dellilluminismo) non necessariamente si sposano solo con la visione che hai definito manichea di Izzo: si può senzaltro dubitare del potere della letteratura ma ciò nonostante praticarla come forma di aggressione della realtà, come violento "risvegliamento". Prendi un recentissimo libro come Gomorra di Roberto Saviano: un libro che ha avuto un immenso successo editoriale e ha contemporaneamente puntato i riflettori sulla realtà napoletana, costrigendo a vedere. Dopo Gomorra nessuno può più dire "io non so". E questo certo non significa aver sconfitto i mali del sud, ma non si può negare il potere di rivelazione e di presa di coscienza che il libro ha avuto. Quindi ci sono ancora spiragli in cui la letteratura può insinuarsi e fare leva col suo piede di porco.
Cosa pensi di scrittori di noir come Pinketts, Ammaniti, che hanno fuso il noir con la commedia e lhorror? Quello non è il noir come lo intendi tu
Pinketts lo definirei un manierista ironico, uno scrittore che sa usare determinate forme fondamentalmente semplici, ma piegandole allironia del suo stile. Anche se a tratti cè il rischio della ripetitività. Di Ammaniti non conosco tutti i libri, ma mi sembra uno scrittore che sotto lapparente realismo nasconde il fumetto e la caricatura. Ricordo il suo primo racconto "seratina" pubblicato nellantologia Gioventù cannibale e scritto con Luisa Brancaccio: linflusso del fumetto realistico. Lì non cè morale, cè solo descrizione di uno spaccato quotidiano in prospettiva pop, quasi un fumetto. Ovviamente strutturato in modo rigoroso e avvolgente, ma non siamo lontani dal minimalismo dei grandi maestri come Carver o Ellis.
Hai una scrittura "controllata", anche il discorso indiretto sembra diretto (nel secondo libro Nazi Paradise sei leggermente più disteso, ma ci sono dialoghi). Una scelta per il genere o è la tua scrittura che "va cosi"? Io ho letto qualche tua poesia, ma è poesia non unaltra forma di prosa.
La scrittura va "adeguata" alloperazione letteraria? E resta riconoscibile lo scrittore? Lo stile è ricerca: ora non so dire quanto sia una ricerca cosciente o meno. In genere il parto della forma e quello dellargomento vanno di pari passo. Quel personaggio così ossessivo in Cane rabbioso non avrei potuto scriverlo in altro modo. In questo senso anche la forma breve, risucchiata e sincopata è la sua per natura. In Nazi Paradise invece cè un ulteriore motivazione aggiunta dal fatto che proprio la gergalità e lo slang del personaggio premono per mettersi a cavallo tra discorso diretto e indiretto. Certo che lo scrittore ha una sua cifra stilistica che può poi evolversi, ma molto di più lo ha la singola opera: ma il tutto, tenendo sempre in considerazione il fatto che lo stile non è infuso per grazia divina, ma è una ricerca, unoperazione consapevole che deve divenire automatica (un po come il suonatore di ottoni, che impara coscientemente ad usare il diaframma, dopodiche loperazione gli diventa naturale).
Libri brevi, racconti lunghi. Si può scrivere racconti per tutta la vita, ma non è una bella prova per uno scrittore superare una certa "grammatura"?
Non credo: Landolfi non ha praticamente mai scritto un romanzo. Saba ha scritto un unico romanzetto breve, Ernesto: eppure le pagine di entrambi sono tra le più alte della letteratura italiana. certo che il romanzo richiede una preparazione e uno studio non indifferenti. Ecco, dividerei gli scrittori di racconti in bravi e cattivi: i bravi sono quelli che lo fanno per vocazione, i cattivi quelli che scrivono racconti solo perchè si "scocciano" di scrivere romanzi (e sudare).
Gli scrittori del genere scelgono di solito una città in cui ambientare le proprie storia (tu Napoli sia per Cane rabbioso che per Nazi Paradise, Manchette Parigi, Izzo Marsiglia). Perché?
Nazi Paradise lho scritto perchè volevo raccontare proprio la scena hacker e quella skinhead di Napoli. Ma hacker e skinhead li ho conosciuti anche a Roma, Bologna o Parigi. In realtà ogni scrittore scrive di quello che "sente". Verga scrisse I Malavoglia lontano, a Milano, nella nostalgia e nel ricordo. Non credo che uno scrittore debba necessariamente essere legato alla realtà che conosce, anche se spesso può avere lurgenza di scrivere della sua realtà. Irvine Welsh non avrebbe potuto ambientare Trainspotting o Il lercio altrove, ma Calvino, per scriverle, mica le ha visitate tutte le "Città invisibili"...?? (grazie, non esistono
)
Angelo, grazie della chiacchierata: anche se al telefono, è parsa una di quelle con caffè e sigaretta.
Facciamo "vino e sigaretta" più che caffè, cest dejà plus noir.
Isabella Tramontano
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Nei sotterranei delluomo
"Certo che sono italiana. Ma lItalia di tipi come il tuo amico è lItalia degli albanesi e degli slavi. Quella dove basta un po di polizia e tutti credono che così si mantiene lordine e tutti sono orgogliosi, ché gli basta la partita della domenica pomeriggio e la segretaria che gli fa i pompini. Questo è il paese non è la patria. La patria è unaltra cosa".
"Più vicino ai marciapiedi, dove è vero quel che vedi" direbbe Loredana Bertè avvolta in un corpetto di pelle sadomaso. Angelo Petrella invece toglie lo zucchero dei versi cantati da quella canzone e non è più la luna a cercare un posto dove andare, ma unideale, quello nazifascista, che è più forte e vivo di quanto noi possiamo pensarlo. È in mezzo ai marciapiedi, in un dopopartita, durante una manifestazione comunista, in cerca di pestaggi, lotte di cani clandestine, computer da craccare e santi da maledire.
È alla seconda prova Petrella, e, se è vero che il secondo libro determina la consacrazione o la fine della carriera di uno scrittore, qui ci troviamo davanti alla prima delle due conclusioni: Nazi Paradise, edito dalla casa editrice Meridiano Zero, è la continuazione ideale di quello che era stato lanno scorso Cane Rabbioso. Siamo sempre a Napoli, in una Napoli che nemmeno i giornali hanno il coraggio di mostrare, e se Roberto Saviano vi aveva reso meno sicuri di quanto pensavate di essere, leggere Petrella vi renderà inermi. Perché nemmeno chi dovrebbe garantire quel minimo di giustizia che tutti sperano, è il primo ad essere corrotto dallo sporco potere.
La voce narrante, quella debordante voce che in Cane Rabbioso era di un poliziotto, qui invece è di uno skinhead, di un nazifascista per intenderci, pronto solo a picchiare duro e a fare paura agli indifesi. Ma un complotto organizzato alle sue spalle lo incastra, e lui, che tra le tante cose illegali di cui si "occupa", cè anche lhakeraggio, si trova a dover collaborare con due poliziotti corrotti, in un circolo vizioso in cui veniamo condotti con maestria dalla scrittura di Petrella.
Una scrittura che non lascia nemmeno una virgola ad un intento consolatorio: cè tutta la durezza delle parole dentro e unetichetta ben visibile sulla copertina lo avvisa, come a dire, se siete deboli di cuore, forse è meglio leggere un armony. Solo che dentro un armony cè il miele di fatti irreali, dentro Nazi Paradise cè invece la verità, quella che ci ostiniamo a non vedere, meglio, a non capire. E finché la rifiuteremo, la scacceremo da noi, ci farà sempre paura e non morirà mai.
Con questo romanzo Petrella ci ha dimostrato che la verità non deve fare paura, ma che deve essere conosciuta fino alle sue radici. E non si ferma alla dura realtà degli skinhead, ma va oltre, parlandoci di droga, lotte di cani clandestine, scippi, scontri agli stadi, rapporti sessuali via chat, computer, potere corrotto, soldi, sesso, mafia
Ci viene da pensare che Petrella non si fermerà qui, perché di cose ne ha ancora molte da raccontare. E chissà, presto uscirà quello che potrebbe essere il terzo volume di unideale trilogia, che ci viene da chiamare sotterranea, perché parte e si eleva (narrativamente parlando) dal basso, negli strati più sconosciuti e bui delle città e, soprattutto, della mente umana.
Matteo Musacci
www.lapoesiaelospirito.com |
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Copertina, comprensiva di parental advisory, indegna di un LP dei tardi Necrodeath. Storia però bella feroce, di violenze irriferibili nelle curve del S. Paolo a Napoli e dentro festini tipo quelli di cui si parla ogni giorno nei quotidiani nazionali. Soprattutto, in questo libro cè la criminalità informatica, mescolata a sesso cruento oltre le dosi consentite dalla legge vigente. Lautore è amico dellottima cantante romana Lara Martelli e questo è in sostanza un altro Meridiano zero da comprare.
Giovanni Choukhadarian
www.retididedalus.it |
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Mi interessa il noir quando è pop
Il giovane scrittore napoletano (classe 1978), dopo Cane rabbioso, ha ambientato il suo secondo romanzo Nazi Paradise (Meridiano zero, 2007) nella propria città, cercando di connettere la ricerca di nuovi strumenti linguistici con il racconto di una controcultura o subcultura metropolitana attuale, con tutto il suo carico positivo o negativo che sia.
Lei ha vissuto tra Roma, Parigi, Siena, ed ora è tornato nella sua città natale, Napoli; come mai?
Sono stato in giro sopratutto per studio, gli anni dellUniversità li ho trascorsi a Roma, sono stato a Parigi per la tesi di dottorato e a Siena sempre per studio, ma Napoli è una città particolare, come tutti i napoletani Napoli la si ama e la si odia.
Ha ambientato il suo ultimo romanzo Nazi Paradise (Meridiano zero) proprio nella città partenopea, come mai questa scelta?
Ho scelto Napoli, per ambientare il mio romanzo pop, perché la cultura napoletana è sempre stata o tradizionale con il neorealismo o popolare, il mio modo di scrivere (pop) non è popolaresco ma popolare, nel mio piccolo avevo lesigenza di cercare nuovi strumenti linguistici, in questo momento si sta creando una nuova generazione di scrittori tra i quali non cè rivalità, ma prevale invece lamicizia e il confronto.
Dopo il suo primo libro Cane rabbioso, ora è uscito da poco Nazi Paradise, come è nato questo nuovo lavoro narrativo?
La casa editrice mi aveva chiesto una trilogia, in realtà sono storie che finiscono, ma risultano legate da un filo comune. Non so, però, se uscirà il terzo volume, vedremo. Nel secondo romanzo ho cercato di raccontare una controcultura positiva o negativa, non so, ma che secondo me andava raccontata, io non mi ritengo uno scrittore di gialli, mi interessa il mondo narrativo del noir e mi piace quando il lettore non riesce a smettere di leggere. Il mio sforzo e quello di portare sempre avanti uno studio sullo stile del racconto.
È vero che lei ha una forte passione per il cinema e per la Coca Cola?
Amo il cinema che è capace di catapultarsi nella realtà senza troppi pregiudizi, la Coca Cola è una passione privata, mi piacciono soprattutto le vecchie ghiacciaie, ma non riesco più a trovarne.
Progetti per il futuro?
Sto preparando un nuovo romanzo che sarà totalmente ambientato negli anni Novanta cominciando appunto nel 1990, ma è un progetto narrativo che non fa parte della trilogia a cui accennavo prima.
Martina Velocci
www.riccardobrun.net |
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Nazi Paradise, di Angelo Petrella (Meridiano Zero) in libreria in questi giorni, è la conferma del talento visionario e incazzato dellautore. Dopo cane rabbioso Petrella torna con una storia ambientata in una Napoli per nulla olografica e difficilmente riconoscibile. Torna con una storia che si srotola fra neonazisti, redskin, poliziotti, hacker, combattimenti fra cani; e dipinge una realtà distorta, sfilacciata o densa come un grumo, a seconda delle pagine. E un iperrealismo, quello di Petrella, che non cerca di affrescare il reale, ma di contorcerlo tirandone fuori archetipi e tendenze. Più che la storia è come sempre lo stile di Petrella a colpire per la sua velocità, per la sua violenza, per il suo ritmo. Un linguaggio nuovo e contaminato che non ha bisogno di grandi strutture narrative per esplicare la sua potenza, anzi probabilmente le rifugge volontariamente. Non a caso uno dei riferimenti letterari di Angelo è Nanni Balestrini.
Riccardo Brun
www.sands-zine.com, 20.12.07 |
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«A quello stronzo che ha inventato il Kit Kat dovrebbero farlo baronetto. Io me ne mangio un fottio. Sa il cazzo perché non ingrasso come un maiale. Avrò il metabolismo veloce.» (Irvine Welsh)
Occorrerebbe unattenta psico-analisi della suddetta frase per accendere lattenzione sulla penna di Angelo Petrella: autore partenopeo i cui personaggi cinici, violenti e menefreghisti potrebbero far subito incanalare nel filone pulp, alla stregua di emozioni attigue al trapianto-cartaceo del Cattivo Tenente di Ferrara, oppure ad anziani maestri del noir doltreoceano come James Ellroy; figura, questultima, comunque presente e rispettata nel blog dello stesso scrittore.
Ma cè molto di più nel mondo corrotto di Petrella, nei personaggi creati vige un tale senso di nichilismo e di disprezzo, di sé quanto e soprattutto del prossimo, che in un certo senso traspare e modella una visione allucinata, post-moderna e tragica del mondo contemporaneo, con le regole ciniche ed egoisticamente formulate che lo adornano. Tutto secondo una metrica personale, che si concede non poche licenze poetiche e di linguaggio. La scrittura a lama-tagliente di Petrella, insomma, affonda le sue radici più lontano, lambisce la verve disintegrante e pessimista di Céline, e la infonde di seguito ai caratteri dei protagonisti, i quali, a loro volta, si trovano ad agire in scenari metropolitani moderni e metropolitani, figli ancor più voraci e sanguinari di quel Welsh anni 90 e della generazione happy-Trainspotting.
Classe 78, residente poliglotta tra Napoli, Parigi e Roma, il Petrella ha pubblicato in ordine cronologico una collezione di racconti per la Guida Editori, Una festa di paese, e due fugaci noir per la padovana Meridiano zero, Cane rabbioso (06) e il neo-nato Nazi Paradise. Gli interessi per la scrittura, però, non vertono attorno la sola e nuda narrativa, visto che anche mediante il proprio blog (canerabbioso.typepad.com) è possibile sfogliare alcuni saggi critici elaborati nel tempo e indirizzati allapprofondimento critico di letteratura, poesia, avanguardia post moderna e gruppi di ricerca letteraria e poetica come il Gruppo 93 o la scuola del maestro genovese Edoardo Sanguineti.
Un tipo tosto, creativo, eletto alla ricerca e circondato da un denso e compatto alone di laboriosa complessità che non può, quindi, esser recintato nella stretta e materiale morsa del pulp style; e lo confermano proprio le due narrazioni più recenti che andiamo a esaminare.
Cane Rabbioso
«Il Vero Mostro è a Roma.» (Pacciani)
In partenza abbiamo citato il personaggio pensato dalla mente di Abel Ferrara per il poliziotto politicamente scorretto, interpretato da Hervey Keitel ne Il cattivo tenente. Gli humus comportamentali di questo uomo-istituzionale cocainomane, corrotto e iracondo si trovano in diversi punti affini al general-pensiero-della-vita adottato e mostrato con incensurata sfrontatezza dal protagonista iper-violento e dissacrante di Cane rabbioso.
Il nostro anti eroe è un rodato poliziotto, impuro sino al midollo, abilissimo nel districarsi tra la fitta rete di piaceri proibiti e scorrettezze che lirrequieta Napoli gli riesce ad offrire. Il nostro protagonista è un uomo solo, sregolato, erotomane, con poca gentilezza per laltro sesso, tossicodipendente esasperato di qualsivoglia sostanza psicotropa, che si cimenta ad affiancare allattività dinvestigatore, anche quella di scrittore di gialli e nientemeno che politico (per esattezza, segretario di sezione di partito, presumibilmente prossimo ad ambienti di sinistra). Petrella articola un personaggio-contro, fuori dagli schemi dellortodossia, che nel peregrinare estremo della proprie, terribili, giornate di lavoro trasmette una filosofia di vita, sovrabbondante di violenza e irrispettosa.
«
Mi fa incazzare che quello stronzo non ha capito che è gia morto. La troia è molto più intelligente, almeno prega. Non otterrà un cazzo di niente ma almeno prega. Lui no. La sua dignità e altre stronzate simili gli hanno proprio fuso il cervello. Rido. Gli rido in faccia mentre ormai anche il giallo della luna che sta tramontando scompare e il freddo aumenta, io sono quasi sobrio (
) e mi sono davvero rotto i coglioni di sta storia
»
La realtà è estremizzata a tal punto da confondere il lettore sullanima di determinati atteggiamenti: se considerarli come sconfinamenti in lande di acre ironia, oppure prenderli come realisticamente seri, riflettenti una capillare metafora del circuito istituzionale moderno. Non credo sia solo un caso od un vezzo provocatorio la citazione del buon-vecchietto-mostro Pacciani sistemata al varco del libro. Il mostro è lintero sistema: il fulcro principale che aziona i pulsanti di comando, ed al quale, se ci si vuol adattare, occorre far tesoro di uno dei più vecchi moti popolari napoletani: Arrangiarsi e vivere alla giornata. Anche seguendo il versante più illecito e sudicio. Daltronde, il nostro uomo durante la scansione dei propri giorni non fa altro che schivare gli attacchi alle spalle ed i trabocchetti, predisposti e perpetrati con diabolica astuzia, nei suoi confronti dai pezzi forti. Il questore di Napoli non poteva essere meglio indicato se non come il Grande Fratello, colui che è ombra dietro tutto e sopra tutto, colui che sfoggia un abito di rigogliosa impeccabilità in pubblico, ma che come triste prassi cinsegna nasconde nellarmadio una ammiccante cifra di scheletri ammuffiti: quali potrebbero essere benissimo una figlia tossicodipendente, implicata nellomicidio di un altro sbirro e sexy-lady di un ufficiale dellarma, altrettanto impelagato.
Una vita, in fin dei conti, che non si fa invidiare, tuttaltro, caotica e disordinata, come il cervello spappolato dalle nutrite scorpacciate di droghe, dagli ettolitri di rhum e dal colorato campionario di psicofarmaci che il nostro protagonista ingerisce a gran quantità, sin dai primi respiri della giornata:
«
Il telefono di casa inizia a squillare alle 6:55. (
) Mi sveglio, tiro una striscia di coca prima di andare al cesso verso le 7:13. Sara è uscita col cane. Mi faccio una prima doccia alle 7:22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una gauloise alle 7:35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di Rhum
»
In campo di licenza linguistica, o più chiaramente, nella forma di scrittura adottata dal talent-scout campano si riconoscono echi espressivi sicuramente personali, mai esercitati prima e presenti, più o meno similmente, in entrambi i libercoli. Angelo opta per un linguaggio veloce, continuo, spoglio quasi sempre dalluso classico della punteggiatura; ma anche carico di ripetizioni minimali ironiche e allo stesso tempo ossessive che vedono alcuni termini (ab)usati sino alla nausea. Una specie di flusso-di-coscienza metropolitano, a metà tra la cattiveria rivelatrice di Antonio Moresco e la prolungata recitazione senza pause di Gertrude Stein (con ciò, secondo termini puramente tecnici di forma e struttura sintattica).
«
Sulle scale un tizio mi chiede se voglio un orologio. Dico No e gi chiedo un po di Coca. Dice ma sei un poliziotto. Dico No. Dice allora Vaffanculo. Fingo indifferenza ed entro nellautogrill. Al bancone chiedo tre pacchetti di Gauloises. Il tizio dice non abbiamo Gauloises. Dico che cazzo di tabaccheria siete. Dice non è una tabaccheria siamo un autogrill e poi non ti incazzare prendi le Marlboro che è lo stesso. Dico ma che dici stronzo quelli della Marlboro fanno lavorare i bambini nigeriani a tre centesimi di euro lora. Dice guarda che in America non si usano gli euro
»
Nazi Paradise
Ve la sareste mai immaginata una Napoli che accoglie tra le sue mura circoli di neo nazisti futuristi ed hacker incalliti, poliziotti (come da tradizione) traffichini e indaffarati con pratiche finanziarie non convenzionali, incontri illegali nella remota provincia campana di (poveri&sfortunati!) pit-bull, incattiviti da colazioni a base di anfetamina, anarchici e compagni marchiati per antonomasia come "Pestoni" di estrazione tuttaltro che operaia, alle volte contro, ma in altre fautrici di strambe alleanze con il nemico nero nel contrastare il comune avversario: gli sbirri, la questura, listituzione
Nazi Paradise a suo modo archivia tutta una serie di simili avventure, piazzando come storia centrale quella di un convinto skinhead partenopeo, dal pollice verde per il mondo dellinformatica, e le sue disavventure cagionate unicamente dal ricatto che due agenti della polizia gli impongono, dopo averlo incastrato per bene.
E come si direbbe, un servizietto ben fatto e pensato, quello che la coppia di stato prepara al giovane, ponendolo senza troppe scelte davanti ad un improvviso bivio: optare per la (mortificante) resa e successiva collaborazione con il nemico storico evitando, quindi, spiacevoli e maggiori conseguenze postume , oppure ostinarsi come i 300 guerrieri spartani delle remote Termopoli greche a non firmare mai lindegno armistizio?
Lascio chiaramente a voi il gusto e la sorpresa di conoscere quale sia la decisione-della-vita presa da il nick name con cui il protagonista si lancia in convulse chat erotiche e dai suoi amichetti-di-brigata Attack, Teschio, Jago, Thor, Thordue, Thortre, ovvero i docili cagnolini a rota di anfetamine
La verve di Petrella nel linguaggio è più o meno inalterata, i neologismi che usa con preponderanza alla bisogna, si rifanno con originalità e con costanza al mondo hi-tech del computer:
«
Attack continua a dondolare la catena e uno che non conosco, uno skin di Palermo credo, che sta a Napoli crittato perché ha fatto casini allo stadio (
) Mi viene da ridere, Faccio SIEGHEIL, e Attack sfonda la porta. Quando si tratta di sfondare Attack è bravo ma a volte esagera. E uno di quei tipi che compilano un programma senza debug e poi non sano come ritrovare il sorgente. Come dire, un coglione, anche se secondo me non sa cosa significa né debug, né coglione
»
Quel discreto-senso-di-disgusto per gli ambienti patinati, auto-compiacenti e artificiali della borghesia si respira come in Cane rabbioso a pieni polmoni. La differenza sta ove, lì, il punto di scontro si elargiva con le dirette istituzioni in senso stretto (la Questura e tutto il resto), qui, invece, il demone del pestone-borghese prende corpo nei nuovi rivoluzionari:
«
La tizia mi fissa e sbuffa con il fumo. Si capisce che non vuole rispondermi. Si chiama Leda. Da come veste e dalle idee che cha in testa è una pestona del cazzo è questa cosa mi fa strano, perché mi chiedo come fa una pestona a fare linformatrice agli sbirri
»
Di sicuro, questi due volumetti non faranno sudare neanche il lettore più pigro; vuoi per la sfacciate scioltezza dello slang usufruito, vuoi per la concreta sinteticità di scrittura. La dicitura a mio avviso stra-cult su di Nazi Paradise recante il classico avvertimento "Parental Advisory Explicit Writing", rende ancor più tangibile e conforme la forma mentis di tali prodotti-artigianali-noir con lestetica aggressiva e underground di un buon full lenght hard-core (penso in primis ai Germs), oppure di qualche incazzatissima produzione di orgoglioso-rap-da-strada (Wu Tang Clan, ma anche i Dalek più imperativi).
Sergio Eletto
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Io sono come i politici in campagna elettor..., i marin..., il mio capuff... gli esattori del fisco: mantengo sempre le mie promesse. Avevo promesso che avrei letto il secondo libro di Angelo Petrella, e lho letto. Se mantenere le promesse fosse sempre così piacevole, manterrei anche quella che feci una decina danni fa, quando promisi che avrei salito in ginocchioni le scale del santuario di Montenero nel caso in cui lInter avesse vinto lo scudetto. Col cazzo che lo faccio. Troverò un cavillo al quale attaccarmi, tipo che abbiamo vinto lo scudetto però non cera la Juve ed era una cosa troppo facile, chè tanto ora come argomentazione va anche di moda. Ma veniamo al libro di cui al titolo.
Questa, fratelli miei, è una conferma. Confermo che Petrella è un bravo scrittore. Rispetto al primo libro lo stile è meno convulso, perchè meno convulso è il narratore: siamo passati dal poliziotto tossico, marcio e schizzato ad un giovane naziskin leggermente (ma neanche tanto, poi) più posato e riflessivo. Un naziskin che pensa ed agisce proprio come ci si immagini pensi ed agisca un naziskin, e cioè molto male. Un naziskin che, come i suonatori di Brema, parte per suonare (picchiare un nero) e torna suonato (uno degli inaspettati sodali del nero, infatti, gli piazza una pallottola in una gamba). A questo punto interviene la polizia, che per salvare il naziprotagonista da un sei o sette anni di galera gli propone un affare poco chiaro: dovrà copiare, lui che è una bravo hacker e che con lhackeraggio si guadagna di che vivere, lhard disk di una persona che loro gli indicheranno. Inutile dire che la cosa sarà diversa da come sembrava allinizio e che il libro dovete leggervelo, perchè la trama non ve la racconto di certo, razza di smidollati pigroni. Sappiate solo che a me è piaciuto parecchio, proprio come mi piacque Cane Rabbioso. I punti di forza: stile e dialoghi realistici (anche quelli che riportano le conversazioni in chat), ritmo vertiginoso, esposizione concisa e per niente letteraria o posticcia, personaggi grotteschi. Il libro poi è anche corto, mentre sembra che al giorno doggi gli scrittori abbiano il terrore della brevità e debbano per forza scrivere tomi di 700 pagine, delle quali almeno 550 inutili. Boh, probabilmente li pagheranno a cottimo, un tanto a pagina. Concludo. Il fatto che Angelo Petrella sia una bravo scrittore è determinato da molte cose; che nei ringraziamenti finali ringrazi (essendo appunto dei ringraziamenti) Jean-Patrick Manchette per i libri che ha scritto, beh, è una di queste cose.
Sauro Sandroni
scritture.blog.kataweb.it, 11.6.07 |
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Il disobbediente che è in voi si sentirà più forte. Dopo la lettura di Nazi Paradise, secondo romanzo e nuovo noir a dir poco accattivante di Angelo Petrella, dopo la manifestazione contro Bush e le botte da orbi prese dai no global a Rostock, sentire ed entrare nelle nuovamente nelle pagine dellopera di Petrella sarà anche unesperienza semplicemente necessaria. Perché un romanzo soppone, come può, alla tivù; di stato e degli stati. Nazisti, ultras duri e puri oltre che nazi, cani giganti e violenti perché diventati violenti per merito di camorra e sempre dei nazistelli doggi, "pestoni" ovvero i rossi, cioè quelli di sinistra eccetera. La trama porta il lettore negli steccati delle guardie, dietro i cancelli protetti dalle divise, dove carabinieri ben graduati centrano e non poco con affari loschi maleodoranti di rifiuti. Ci simmerge in curve da stadio, anche se forse per poco e giustamente senza starci troppo, e poi nei quartieri generali degli nazi, ma anche nelle ville lussuose (una su tutte e per tutti) dun radical chic, dun espertissimo di computer e così via dopinione ideologico-teorica, tuttaltro che messa in pratica, opposta a quella del vero grande protagonista del romanzo. Luomo centrale è un bel personaggio, bellissimo nonostante si dica e si comporti da nazista, nonostante le sue idee che fan ribrezzo e le sue azioni a volte quasi peggiori. Il protagonista inventato da Petrella è perfetto. Nel senso che fa chiudere gli occhi sugli steccati per aprirli sugli spiragli di mente di tante soggettività che ronzano in città italiane dallaltro grado di rischio. E il racconto, le vicende fanno chiarezza, pur sempre romanzata ma davvero chiarezza, su cose che Roma, Genova, la Napoli di qualche buon anno fa, sapevano dirci. Inseguimenti e calci, azioni dure. Però finalmente anche quelle intrusioni e camuffamenti che i neri per animo e danimo, soprattutto loro, oltre che mettere nelle manifestazioni e negli stadi danno in pasto ai giorni correnti. La scrittura di Angelo Petrella, mette in risalto alcuni aspetti legati appunto a queste dinamiche. Infatti il linguaggio messo su carta passa per internet e per quei dialoghi minimi e/o più che rozzi, anzi del parlato, che sanno comunque di strada e ubriacature nel più dei casi solitarie. Questo scrittore, ancora una volta, non solamente Gioca danticipo su una cronaca spietata e a tratti gretta quando non ridondante e basta, ma con disinvoltura spietata e gentile entra in questioni dove nella maggior parte delle occasioni pure gli scrittori dotati di coraggio e senso della sfida non sanno come fare a entrare. Non è solamente questione di paura, e di cose molto simili e di più. Vuol solamente significare che per sentirsi bene col corpo e le parole nella battaglia della scrittura Petrella, come sa utilizzare a propria necessità cifre stilistiche e situazioni ambientali, è capace di vivere tutto quello che vede e non vede. Lintreccio che scompiglia anche le sospensioni del noir, grazia a condizioni create ad hoc, è solo lesperimento da provare a fare con un po di sana tranquillità.
Nunzio Festa
www.wumagazine.com, 20.12.07 |
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Partiamo dallo scrittore Angelo Petrella, due romanzi (nerissimi) editi da Meridiano Zero, e un talento narrativo che gli è valso critiche molto positive.
I tuoi romanzi sono ambientati a Napoli; nel primo la città rimane sullo sfondo, nel secondo emerge di più
Nel primo lambientazione era più allegorica, perché non ho la fortuna di avere amici che siano poliziotti corrotti e cocainomani (ride, NdR). Per il secondo mi sono documentato di più, ho avuto a che fare con gruppi di tifosi e con luoghi di ritrovo di skinhead. Ho attinto dal vivo, per rappresentare la marginalità, sia culturale che fisica e geografica. Contiene cose abbastanza peculiari, come la storia del cane addestrato per gi scippi. È un episodio reale, e non credo sarebbe potuto accadere in unaltra città. Nel prossimo romanzo, che dovrebbe uscire nel 2008, vado a scavare ancor più in profondità la mappatura della città, e la storia italiana e napoletana degli anni 90.
In Cane rabbioso il protagonista è un poliziotto corrotto, dirigente comunista e poeta, in Nazi Paradise un neonazista hacker. Personaggi ricchi di contrasti
Volevo personaggi molto contraddittori, perché solo grazie al paradosso e alleccesso si può giungere a presentare sotto una luce nuova fenomeni a cui siamo ormai assuefatti, come ad esempio la violenza. In Cane rabbioso il protagonista è quasi fumettistico, per simboleggiare la corruzione di tutte le branche del sociale e dei luoghi in cui si muove. Per Nazi Paradise il discorso è simile, anche se uno skinhead che sia anche un hacker non è poi così poco plausibile, perché internet è ormai una cosa universale.
Hai uno stile di scrittura molto particolare, come ci sei arrivato?
La storia e la struttura su cui ho lavorato è di ispirazione noir, e quindi ho utilizzato i meccanismi del genere, scavando poi lintreccio fino allosso per renderlo il più avvincente possibile. Il noir più originale è quello delle origini, degli anni 20, i cui personaggi non sono redenti né redimibili e hanno un fascino oscuro. Ho evitato di creare personaggi buoni anche per insofferenza verso un certo buonismo del noir italiano, in cui spesso i protagonisti hanno un ethos che alla fine della storia aggiusta le cose. Ho cercato una scrittura senza speranza, incazzata e rivelatrice del male. Ci sono ottimi esempi, come i romanzi di De Cataldo, o Arrivederci, amore ciao di Carlotto, che sanno utilizzare il male con ottimi risultati. La mia scrittura ha trovato la sua miglior collocazione proprio nel confronto con argomenti come questi.
Dopo Gomorra di Saviano fioriscono i libri sulla camorra. Cè più coraggio di un tempo?
Non so se cè più coraggio, però la scrittura napoletana fino agli anni 80 era legata al grande romanzo borghese o al teatro. Dagli anni 90 invece si è passati a una documentazione sul campo, a una trascrizione del punto di vista di chi vive ai margini. E poi gli artisti nati verso la metà degli anni Settanta sono più distaccati dalle grandi ideologie rispetto ai predecessori, quindi più predisposti a narrare la realtà. Prima della caduta del muro di Berlino cera uno scontro di ideologie più marcato, che produceva in ambito letterario la necessità di essere fedeli a una visione del mondo. Paradossalmente, partire senza condizionamenti ideologici ha permesso agli artisti di oggi di essere più "politici" dei predecessori, sporcandosi le mani, osservando e vivendo dallinterno le realtà più marginali.
a cura di Michele Orti Manara
Repubblica, 18.4.09 |
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Napoli nera: dittico napoletano nerissimo formato da Cane rabbioso e Nazi Paradise. Due racconti lunghi allombra del Vesuvio. Senza speranza.
Dario Pappalardo
Noir letterari
Napoli nera, di Angelo Petrella: due racconti a miccia corta di Angelo Petrella, classe 1978. In Cane rabbioso dilania lo stereotipo del poliziotto marcio e inserito nei meccanismi politico-culturali. In Nazi Paradise fa a pezzi il cliché del nazihacker. Linguisticamente fenomenali.
In fondo alla notte di Hugues Pagan: romanzo desordio dellex ispettore di polizia Hugues Pagan, Les eaux mortes (splendido titolo che evoca la torbida immobilità delle acque stagnanti) è un noir in prima persona che si colloca tra la tradizione hard-boiled e il neopolar alla Manchette.
Joseba
www.lankelot.eu, 5.7.09 |
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In tascabile, sette euro soltanto, uniniezione di male, di cattiveria e di personalità; in due dosi. Si tratta dei primi due romanzi di Angelo Petrella, artista napoletano classe 1978: ecco Napoli nera (Meridiano zero, 2009), composto da Cane rabbioso (2006) e Nazi paradise (2007). Petrella si direbbe portato alla descrizione di personaggi cattivi, sbagliati, corrotti o stupidi; nel primo caso, Cane rabbioso, si tratta di uno stravagante poliziotto-scrittore, dissestato e violentissimo, drogato (eroina, alcol, tranquillanti, antidepressivi, sigarette francesi, cocaina), erotomane (ha raptus da pazzo), assassino e scocciato; nel secondo, Nazi paradise, si tratta di un giovane hacker partenopeo, skinhead di un gruppo di nazistelli, collaboratore della polizia (controvoglia), ultras di una frangia di teppistelli e erotomane alienato (chat).
Elementi in comune ai due romanzi: la rappresentazione, limpida e naturale, del sottoproletariato culturale o del proletariato culturale; la narrazione decisamente americana, cinematografica o fumettara dipende dai punti di vista delle (semplici) trame; il lessico, volgare, triviale e volutamente sciatto, macchiato qua e là da qualche tecnicismo proveniente dallinformatica (Nazi paradise) e da periodiche bestemmie, è sempre e comunque prossimo al parlato. Ancora: la natura performativa dei testi, che sembrano entrambi nati per la traduzione filmica o per la lettura dal vivo; la concentrazione autoriale sulla scrittura, e non sullintrospezione dei personaggi o sulla loro profondità psichica (nulla); lestraneità assoluta, infine, alla letterarietà. Il termine "estraneità assoluta" non è mai stato speso tanto bene come nel caso di Cane rabbioso.
È un romanzo di una ferocia e di una cattiveria espressiva probabilmente senza precedenti. È cupo, nero, irrimediabile: neanche disperato, disfatto. Disgregato. Ecco il principio della giornata del narratore: "Il telefono di casa inizia a squillare alle 6.55. Mi convocano direttamente in questura. Ho paura che sappiano qualcosa. Mi svesto, tiro una striscia di coca prima di andare al cesso verso le 7.13. Sara è uscita col cane. Mi faccio una prima doccia alle 7.22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffé e mi accendo una gauloise alle 7.25, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di rhum".
E con questa stessa allucinante freddezza, questa incapacità di partecipazione che non sia filtrata tramite ogni genere di droga, il poliziotto descrive fellatio, pestaggi, furti, colpi di sonno post eroina, omicidi, "indagini" (le virgolette sono dobbligo). È uno stile incredibilmente maligno, nevrastenico, prossimo al rasoterra nelle scelte lessicali, poggiato su un ritmo incalzante sino a essere forsennato, tutto un "dico-dice-dico-dice" nei dialoghi (e non è uninvenzione di Petrella, va da sé, ma questo non ha importanza): lautore sè concentrato sulla possibilità che le parole troia, pompino, merda, cazzo, coglioni, "ok" e simili possano essere la maggioranza assoluta nel romanzo senza che i lettori sentano il desiderio di tirare un ricco collo pieno al libro, spazzandolo fuori dalla finestra. Sì, Petrella, missione compiuta. Ho capito il gioco, lho apprezzato, sento una rabbia terribile, stupenda e micidiale nella tua scrittura, e una gran bella intelligenza, capace di sprofondare nel male e a quanto pare di uscirne viva, e intatta e confido che il terzo passo, la tua Città perfetta (Garzanti, 2008) sia un grande libro. Auspico che magari, dopo esserti preso gioco delle forze dellordine e degli estremisti di destra (Nazi paradise), tu riesca a prenderti gioco a fare satira cattiva, corrosiva, cancerosa della gente dei centri sociali, che nel secondo romanzo chiami "pestoni": le zecche. È un libro di cui sentiamo tutti un enorme bisogno, e siamo pronti ad accoglierlo con vero amore. Pensa soltanto alla questione dei finanziamenti dei vecchi partiti.
Nazi paradise, al di là di qualche ludica e divertente presa per i fondelli nei confronti dellambiente proletario (da tutti i punti di vista) degli skin in questo caso, naziskin e non redskin poggia su un tentativo di intreccio più curato, su unattenzione alla scrittura meno maniacale (ma non senza giochini autoreferenziali, rimandi interni e via dicendo), su una buona descrizione del territorio napoletano (e delle manifestazioni di piazza) e sulla solita, terrificante rabbia nei confronti di quelli che lartista sente come nemici. Laddove Petrella ha individuato il male, allora sa che va caricato e sovraccaricato a oltranza, sino al parossismo. Nemmeno unombra di bene, nemmeno unombra di giustizia o di contrasto niente che non sia caricaturale. Finalmente cè uno scrittore che ha in canna la parola "male assoluto", e saprà farla incarnare nella sua narrativa, sfogandosi a tutto spiano e mantenendo ritmi capaci di accelerazioni da caffeinomane olimpico.
Gianfranco Franchi
lideablog.wordpress.com, 18.11.09 |
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Devo dirlo: la Meridiano zero sforna un talento dopo laltro e non posso che domandarmi cosa sarebbe, diversamente, il mercato editoriale italiano senza questa media-grandissima casa editrice padovana.
È questa la volta di Angelo Petrella, che in un unico volume in edizione tascabile ripubblica le sue due opere desordio ovvero i romanzi brevi Cane rabbioso e Nazi Paradise. Come è spesso accaduto con altri scrittori non ultimo quel genio del noir James Lee Burke dopo la scoperta o riscoperta da parte della Meridiano Zero hanno aperto le loro aluccie timide e anchilosate per spiccare il volo tra le grandi tette di uno dei vari colossi editoriali nostrani. Petrella non ha fatto eccezione, pubblicando nel 2008 con la Garzanti il romanzo La città perfetta, probabilmente la sua prima opera delletà matura.
Ma torniamo al nostro libro in oggetto. Per prima cosa devo dirvi che non è per tutti. Lo stile con cui Petrella ha forgiato queste due piccole gemme è estremo, non lascia spazio alcuno per una eventuale mediazione con il lettore. O vi piace o vi fa cagare. Terzium non datur. Personalmente mi fa impazzire, avrete ormai capito, se seguite un po linoppugnabile Pegasus Descending, che amo profondamente uno stile di scrittura fortemente informale, iperrealistico, quasi verbale, un misto composto in percentuali variabili di pura descrizione e di introspezione. Il mischiare il racconto ai pensieri dei protagonisti. Un moderato stream of consciousness. Il gonzo journalism.
Specialmente in Cane rabbioso questi due elementi sono fortemente connotati, anche se risulta immediatamente evidente il pesante contributo pagato da Petrella a Irvine Welsh, cosa che non teme di negare, come da ringraziamenti finali. Ma lo si era già capito fin dal primo paragrafo. Insomma, paragonare uno scrittore ad un altro non è mai un grosso complimento da fargli, ma come si dice, "nessuno nasce imparato", ed è cosa assolutamente normale e pacifica che le opere di debutto paghino sempre uno scotto a qualche illustre maestro. Perché poi ci si può fermare lì oppure fare un passo avanti, cercare una propria strada, da imitatore ed epigono diventare imitato ed "epigonato". Angelo Petrella fa questo. Impara larte e la mette da parte, legge di poliziotti e cazzoni vari scozzesi e li sbatte col muso sul torrido asfalto partenopeo o li porta al San Paolo a vedere Napoli-Reggina.
Due storie, dicevamo. Nella prima, Cane rabbioso, la più urticante, abbiamo a che fare con un poliziotto corrotto e tossico, aderente a una sorta di organizzazione segreta, uno che non si fa tanti scrupoli a usare il proprio potere conferitogli dalla legge per soddisfare ogni sua personale pulsione. Peccato, però, che un giorno qualcuno cerchi di incastrarlo. Di fotterlo per bene. E allora bisogna indagare e neutralizzare il nemico. In Nazi Paradise il protagonista è invece un hacker skinhead, un nazista con sessantanni di ritardo. Anche lui viene incastrato e per cercare di uscirne vivo e vegeto deve collaborare con gli odiati sbirri nella risoluzione di un caso che coinvolge teste duovo altolocate e hackerelle comunistoidi carine, ma un poco stronze.
Petrella ci trascina in una parte del nostro Paese che non avremmo mai voluto vedere, un frammento di questa nostra Italia che non possiamo semplicemente derubricare a mera opera di fantasia. E lo fa con gli strumenti propri del grande narratore, con delle trame accattivanti pur nella loro semplicità e forse immaturità, ma soprattutto piegando luso della lingua ai propri voleri, facendo sì che ogni sua parola scritta sia una immagine nella nostra mente in grado di raffigurare come un Hieronymus Bosch della carta il degrado fisico, sociale e morale che, a volte invisibile o celato, ci circonda e in parte ci fa piombare nelle retrovie delle varie classifiche Eurostat, a giocarcela una volta con la Grecia e la Spagna, ora con la Romania o qualche altra repubblica dellest. Non cè consolazione in Napoli nera, non cè "e alla fine arrivano i nostri". Indipendentemente dalla parte in cui giochi devi cavartela da solo, spremere tutte le tue energie residue per uscire dalla merdosa cloaca in cui sei caduto. Altrimenti cazzi tuoi.
Le gemme di Angelo Petrella sono preziose ma nere, nerissime, così nere che anche i nuovi televisori al Led gli fanno un baffo sbiadito. Se avete gli occhi per vedere prendete e leggete. Diversamente lasciate perdere, le librerie sono piene di altri titoli più consolanti e in cui la speranza ha ancora un proprio ruolo da interpretare.
Andrea Pelfini
nonsolonoir.blogspot.com, 10.3.09 |
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Recentemente riproposti in edizione tascabile nel volume Napoli Nera, Cane Rabbioso e Nazi Paradise, primi due romanzi del giovane noirista napoletano Angelo Petrella.
In Cane Rabbioso (2006), uno sbirro napoletano corrotto e tossico, poeta di sinistra e assassino a tempo perso, si trova costretto, per sottrarsi ad uningiusta accusa di omicidio, e per non essere eliminato da alcuni amici che fanno parte di un misterioso gruppo fatto di uomini dellesercito, della polizia, della digos e dei "servizi", un gruppo segreto che "esiste da sempre, è sempre esistito" ed "esisterà sempre", a passare al contrattacco: lo farà a modo suo, con laiuto di massicce dosi di alcol e stupefacenti, senza paura di sporcarsi le mani, e cogliendo loccasione per far saltare la testa di un capo "poco attento alle sue esigenze"
Lo stile del romanzo è rapido, anti-descrittivo(1) ritmato, spezzato. Le frasi dalla sintassi deformata, pronunciate o pensate ad alta voce da un individuo costantemente sottoposto alleffetto di stupefacenti, rimandano perfettamente la "chimica" interiorità del protagonista e trascinano il lettore in una vicenda tanto veloce, bruciante, (positivamente) disgustosa, freddamente razionale, da permettere (e anzi quasi forzare) la rivalutazione di un personaggio totalmente scorretto e immorale.
In Nazi Paradise (2007) "Dux", giovane ultrà che pratica la violenza calcistica in maniera programmatica, naziskin e hacker accusato di truffa informatica (si parla di "un paio di operazioni fatte su due conti scoperti del Monte dei Paschi di Siena", per un totale di oltre 20 mila euro), viene ricattato da un commissario della polizia di Napoli che vuole servirsi delle sue doti per recuperare, nel corso di una chiassosa festa di compleanno di giovani borghesi, dei dati sepolti in un hard-disk quasi inaccessibile. Ma Dux sarà poi in grado di mimetizzarsi tra i figli dellalta borghesia napoletana? E aiutare la polizia non vuol dire forse tradire i camerati? E, ancora, perché due rispettabili poliziotti dovrebbero arrivare a ricattare un giovane disadattato? Non sarebbe più facile servirsi di qualche agente?
La sintassi da "esaltazione tossica" di Cane Rabbioso cede il passo, in Nazi Paradiseallauto-narrazione informale, colloquiale, gergale, limitata, di un protagonista violento e politicamente insopportabile, ma ancora pronto ad imparare dalla vita e quasi commovente nella sua assoluta, innocente, ignoranza.
Sulla interessante trama gialla di Nazi Paradise, narrato, come Cane Rabbioso, in prima persona, ma rispetto a questo meno estremo e violento, e dunque considerato, da alcuni recensori, meno efficace, si innestano gli insospettabili motivi del romanzo di formazione: il fulcro del secondo lavoro di Petrella non sta infatti tanto nel gradevolissimo intreccio spionisticio, nel racconto di un tradimento dei compagni, o di una serie di tradimenti subiti, quanto nella dura e incerta maturazione del giovane Dux attraverso una serie di difficili scelte morali.
Lagilissimo (ma originale e riuscitissimo, tematicamente e stilisticamente) volume Napoli Nera è edito da Meridiano Zero.
(1) La familiarità con i luoghi appiattisce quasi completamente, o spinge in secondo piano, lo spirito di osservazione; è dunque corretto rendere, come fa Petrella, e con lui tutta una serie di autori nuovi e vecchi del nero internazionale (non a caso proprio allinterno del poliziesco il minimalismo ha trovato alcune delle sue prime applicazioni "popolari"), il disinteresse dei personaggi nei confronti del loro ambiente vitale, attraverso leliminazione dei brani descrittivi.
Fabrizio Fulio-Bragoni
recensore.wordpress.com, 7.8.08 |
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Dopo il successo ottenuto lo scorso anno con La città perfetta (Garzanti), leditore prettamente nero Meridiano Zero, ha voluto riunire in un volume unico Napoli nera, due racconti lunghi di Angelo Petrella, entrambi cronologicamente precedenti a La città perfetta. Cane rabbioso difatti è del 2006, e Nazi Paradise dellanno seguente. Loperazione è encomiabile, intanto per il valore intrinseco dei due testi, e secondariamente in una prospettiva genealogica circa la genesi dellopera che è seguita.
Tecnicamente i due racconti sono pulp puro. La lezione del più feroce romanzo americano è stata compresa perfettamente ed ambedue i racconti (soprattutto il primo) sono quello che di solito viene definito un pugno allo stomaco. Ma non è tanto nella ferocia e nella violenza che vi si trova la peculiarità che rende così innovativi e geniali questi racconti, bensì nel linguaggio. Petrella prende la frase, la disossa e ne sparge i brandelli sulla pagina. Applica alla perfezione alla lingua le stesse abiette violenze che i suoi personaggi usano e subiscono. La lezione della sceneggiatura è applicata perfettamente: al punto che in certi momenti Petrella descrive le scene fotogramma per fotogramma.
È scontato che letica e la morale abitano lontano da qui. Nessuno si salva, ma nemmeno di sfuggita, ma questo lo si capisce dopo dieci righe. Lunico obiettivo è la sopravvivenza, almeno per i dieci minuti che seguono. The Bad Lieutenant di Abel Ferrara è unoperazione per bambini in confronto. Brevemente le trame.
Cane rabbioso racconta di questo poliziotto, allapparenza con un cartellino di tutto rispetto, scrittore, poeta, noto per la sua attività: un poliziotto di successo. Nella realtà è invece membro di una specie di cupola composta da vari membri delle forze dellordine e costituita per la spartizione dei vari mercati illegali nella città. Il personaggio diventa addirittura paradossale, tanto è sproporzionato nel suo eccedere. Chiunque se utilizzasse il quantitativo di droghe e psicofarmaci che viene utilizzato dal poliziotto nellarco di ventiquattro ore sarebbe solamente disteso sul tavolo di un obitorio. Ma non è questo il punto: il perno è nella ferocia assoluta con cui tratta il resto del mondo. In lui non è rimasta la benché minima traccia di umanità, nel senso morale del termine. Persino la sua stessa morte è vista solo e unicamente come un evento noioso e senza alcun senso: così come il resto del mondo. Senza senso.
Nazi Paradise è stentatamente meno caustico. Il giovane naziskin protagonista del racconto permette anche un minimo di identificazione, nonostante la sua assoluta estraneità da ogni comportamento civile. Anche per lui lunico valore è la sopravvivenza, ma lui non è un dominatore come il poliziotto di Cane rabbioso, bensì un perdente, uno zombie, tanto è precaria la sua stessa esistenza. Tutto ciò che lo salva è ladesione ad alcuni principi (valori) di stampo nettamente neo tribale che condivide con i camerati: la curva allo stadio, lodio per gli extra comunitari e per tutto ciò che è etichettato di sinistra, lavversione ai poliziotti, ed alle forze dellordine in genere, come a tutto ciò che è istituzionale. Lanarchia si ritrova sotto letichetta evolutiva di una società hobbesiana.
Laspetto più interessante di questo secondo racconto è invece lintroduzione, soprattutto nel linguaggio, dellesperienza informatica e tecnologica. Il protagonista è un hacker e vive (anche) nel mondo delle chat e dellhackeraggio: furti nelle banche, incursioni nei siti altrui, etc. Petrella riporta minuziosamente il linguaggio delle chat, anche ricorrendo ad invenzioni grafiche e linguistiche (per il tema mi permetto di rimandare a Di Gregorio: "Lanalisi della conversazione in chat" Il Ciliegio Edizioni pg. 83 e sgg.), costruendo ancora una volta uno schema quasi cinematografico, anche se su di un canale diverso.
In conclusione, Angelo Petrella già da questi primi racconti si dimostra una notevole realtà del thriller di marca italiana, ancora una volta allaltezza dei grandi scrittori francesi o americani.
Angelo Petrella è nato a Napoli nel 1978. Dopo aver vissuto a Roma, Siena e Parigi, oggi è tornato nella natia Napoli. Ha pubblicato romanzi, racconti e poesie, inoltre scrive per il cinema.
Luca Giudici
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