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A tempo perso viviamo tutti i giorni
Ronnie Pizzo


Fernandel
il manifesto
www.imolaoggi.it
www.vibrissebollettino.net


Fernandel, luglio 2005

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All’esordiente Ronnie Pizzo, ventiseienne da Carrù e allievo della Scuola Holden, ci sarebbe da criticare una cosa: l’uso della contrazione nel nome di battesimo, che fa tanto, troppo goodfella italoamericano. Poi basta. Perché il suo bruciante romanzo d’esordio riesce dove molti hanno fallito. Cioè nel raccontare, qui e ora, la gioventù dei ventenni di qualche giorno prima. Quella gioventù sempre più "too fast" e sempre meno "too furious", composta da ragazzi privati di ragion d’essere. Pizzo descrive proprio quella che l’altroieri è stata la sua generazione, quindi la transumanza sua e dei suoi coetanei fra scuole e discoteche, feste e festicciole, sesso occasionale e mediocre, miscugli di alcool come di droghe, gare di velocità con le auto in cui si può lasciare le penne ma, vivaddio, trovare un minimo di brivido, sentire qualcosa. Insomma: quel fare di tutto e di più, basta che in cambio si possa avere un ritorno anche minimo da poter chiamare "vita". Di per sé nulla di nuovo sul fronte della trama, se non l’alzare di un paio di tacche l’asticella. Ma in A tempo perso viviamo tutti i giorni trovano spazio una scrittura narrativa, secca fino a essere scabra, e uno stile capaci di imprimere al racconto la stessa velocità percepita e usata dai personaggi, che rispondono ai nomi di Jero, Bobby, Lombata, Giulia e Tesla. Nomi da telefilm, al più da gruppo rock che se la tira, comunque sempre da irrealtà divenuta verità assodata, perché questi ragazzi altro non possono avere, non sanno chiedere, non sanno desiderare. Però senza più nessuna forma di disperazione, come se quanto accade attorno a loro sia già assodato, nient’altro che un dato di fatto. Per dare esattamente l’immagine di quanto va raccontando Pizzo sceglie di tenersi un passo indietro, evitando al contempo le sabbie mobili dell’apologo morale, anche se il suo è inevitabilmente un altro modo per essere moralisti. Alla fine vien fuori un romanzo che si legge tutto d’un fiato e lascia nel naso l’odore dei copertoni bruciati, della ineluttabilità delle scelte in chi si definisce senza scelta. E se all’esordiente Pizzo si vuole rimproverare, amichevolmente, qualcosa d’altro è di non aver voluto spingere il pedale dell’acceleratore oltre il limite, portando la macchina narrativa fino alle estreme conseguenze, come di aver tenuto in nessuna considerazione le indicazioni di un narratore oggi caduto in disgrazia, proprietario di tutte le formule magiche capaci di evocare ogni point blank generazionale: Brett Easton Ellis.

Sergio Rotino


il manifesto, 29.5.2005

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Giovani spaesati in solitudini di gruppo
Uscito dalla scuola Holden, il romanzo di Ronnie Pizzo per Meridiano Zero

Dura, sotto gli occhi, quanto un film. Prende come il giro sullo schermo di un videoclip. Graffia meglio di ogni moralismo di cartavetrata. Lascia il segno del buco nero che è la gioventù quando sfuma inesorabilmente. Regala la visione di quell’enigma irrisolto nella cifra della maggiore età. Ventenni che corrono a vuoto, ma a tutta velocità, un branco di periferia che declina sesso, droga e rock ÔnÕ roll con la sintassi dell’indolenza giovanile. Storie di niente che s’intrecciano a tutto volume, dentro il fumo acido degli spinelli o nei corpi che confusamente si consumano. È il romanzo dell’ultimo Intemperante, pescato da Giulia Belloni alla Scuola Holden di Baricco. Dopo Paola Presciuttini, arrivata fino a guadagnarsi l’attenzione di un regista da Oscar, è la volta di Ronnie Pizzo, ventottenne cresciuto a Carrù, batterista, precario del lavoro, narcolettico, che con il suo A tempo perso viviamo tutti i giorni (Meridiano Zero, pagine 126, euro 8) dimostra talento nell’aggiornare Jack Frusciante e nello sceneggiare un Trainspotting in un angolo della provincia italiana.
La sua è una scrittura di celluloide, impegnata in una corsa a perdifiato tra aule, discopub e festini. Descrive solitudini di gruppo e dipendenze fortuite, rivelando sostanza acustica nei dialoghi da meno di 160 caratteri. "Ama te stesso e nessun altro": si presentano così, i protagonisti sulla soglia dei vent’anni, annoiati dal continuo vagare con il piede sull’acceleratore, mentre sorseggiano birra e superalcolici, stordendosi con le droghe e placando gli ormoni quasi senza nessun piacere. Si chiamano Jero, Bobby, Lombata e si rispecchiano in Giulia, Tesla e Chiara. La loro è una foto di gruppo, eppure ognuno resta sfocato: cresce senza scorgere la fine del tunnel. Sono ragazzi che sopravvivono nel deserto di un qualsiasi posto del Nord, maschi che vanno all’avventura sulla Riviera romagnola, giusto per rimediare una puttana e una rissa in riva al mare, ragazze che reggono il bullismo, si tuffano nel vortice, stemperano amicizia e amore nella tavolozza della casualità.
"In tutto l’arco del libro è sotteso un tema ricorrente: la difficoltà di abbandonare una volta per tutte il gran reame dell’adolescenza. Il mondo degli adulti è un rumore di fondo, che di rado viene in primo piano. Il pregio della prosa di Ronnie Pizzo è nella secchezza, che individua una voce per identità instabili, rifuggendo dalla sociologia della cameretta" scrive Luca Scarlini nella breve introduzione al romanzo.
A tempo perso, l’intemperanza ripaga. Immagini in movimento dentro le pagine. Destini mappati che stridono sull’asfalto prima del salto del cavalcavia. Aghi senza una bussola: tutti ruotano all’impazzata, nessuno trova pace nel gruppo che riproduce itinerari e non offre una mèta. La gioventù spaesata di Ronnie Pizzo ogni giorno prova a rimettersi in pista: a 200 all’ora, in controsterzo, stordita dalle bottiglie, dal contachilometri e dagli spinelli. In mezzo alla campagna, nel mezzo della carreggiata. Ma c’è sempre un cavalcavia a decidere. La vita è un salto. Piedi per terra o game over?

Ernesto Milanesi


www.imolaoggi.it, 27.10.2005

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La generazione che Ronnie Pizzo ci racconta ha vent’anni e non ha altro che se stessa. Si muove tra discoteche, scuole e festini, e per sconfiggere la noia del vuoto in cui galleggia senza peso, usa metodi già del tutto abusati: corse in macchina e gare mortali sui cavalcavia, cocktail di droghe che diventano via via più pesanti, e poi sesso, casuale e confuso, che non fa passare niente, né significati né piacere. Si tratta perciò di una generazione zero: fotografata per quello che è, senza moralismi né tenerezze. Così, correndo a perdifiato, Jero, Bobby, Lombata, Giulia, e Tesla si incontrano e sbattono l’uno contro l’altro i loro incerti destini, e cercano, magari nell’amore o nell’amicizia, e a volte in tutte e due le cose insieme, qualcosa che non riescono a trovare: un centro di gravità, intorno al quale ruotare stabilmente. In una raffica di diapositive che si accendono e si spengono a ritmi frenetici, il tempo che è stato loro concesso, mentre passa, sta già per scadere: le sue lancette corrono veloci e battono a ritmo, come il cuore delle loro giovinezze giocate a dadi sul tavolo della vita.


www.vibrissebollettino.net, 12.6.2005

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Andavo a 100 all’ora, non trovai la bimba mia (ma leggete Ronnie Pizzo)

Lidia De Federicis, l’imprescindibile Lidia (cfr. Del raccontare - saggi affettivi, Lecce, Manni, 2005) e così anche Italo Calvino (cfr. I libri degli altri, Torino, Einaudi, 1991, in particolare la lettera a Carlos Alvarez, pagg. 483-5) sostengono che la lettura abbia responsabilità etiche e conoscitive. E’ possibile, è quasi certo, che Ronnie Pizzo non abbia letto De Federicis e abbia letto e poi dimenticato (è giovane, può ben farlo) quella lettera editoriale di Calvino. Sta di fatto che il suo libro d’esordio, cioè questo A tempo perso viviamo tutti i giorni (bel titolo; un quinario e un settenario) dispone di una lingua - velocissima, come le corse in macchina di questi ventenni di qualunque parte d’Italia – e di una struttura – appena un po’ esibita, nella titolazione dei capitoli e nei due incidenti di macchina che aprono e chiudono la narrazione. Soprattutto, fa vedere qualcosa, cioè in verità molto. Pizzo, che è nato a Carrù (provincia di Cuneo), ha nutrito il suo immaginario provinciale di cinema e videoclip. Racconta le vite senza storia, annoiate e per ciò affollate di cose, di un gruppetto di ventenni o poco meno. Non si capisce cosa li accomuni, se non forse la voglia di varcare la celebre linea d’ombra, e al contempo il desiderio inespresso di restarne al di qua. Amano il sesso, ma l’amore no, i baci fanno schifo. Hanno un vocabolario ridotto, ma sufficiente a esprimerli. Sono il contrario dei coetanei americani di Gioventù bruciata o dei Ragazzi della 56esima strada, perché conoscono questi film e sanno che, nel 2005, non c’è più spazio per nessuna epica. La loro messinscena, diretta a perfezione da Ronnie Pizzo, è allora, per paradosso, un racconto morale, in cui la grazia e la verità vanno cercate, e si trovano, nella lingua di chi narra. Con Ma le stelle quante sono della 21enne Giulia Carcasi (Milano, Feltrinelli, 2005), il ritratto più verosimile di adolescenti italiani d’oggi.

Giovanni Choukhadarian