...


Angeli perduti del Mississippi
Fabrizio Poggi


Alias
appuntinovalis.blogspot.com
www.beatbopalula.it
www.beatbopalula.it
blackandblueandblog
bluesinbologna.splinder.com
Buscadero
cinemadadenuncia.splinder.com
www.coolclub.it
D, Repubblica delle Donne
www.fasen.eni.it
ilfattoquodidiano.it
Film Tv
La Gazzetta di Parma
www.in-giro.net
Jam
www.lankelot.eu
www.lettera.com
liberidiscrivere.splinder.com
licenziamentodelpoeta
www.lisolachenoncera.it
Il martedì
www.miapavia.it
www.new.splinder.com
www.musicalnews.com
www.nybramedia.it
omardimonopoli.blogspot.com
www.ondarock.it
www.ilpopolodelblues
Rockerilla
www.rootshighway.it
www.sassiperpollicino.it
www.smemoranda.it
southernspirit.blogspot.com
www.spaghettiblues.it
www.stradanove.net


Alias, 10.4.11

<< < VAI > >>

Ad oggi, ci ricorda Vincenzo Martorella, nel mondo sono stati pubblicati qualcosa come trentamila studi sul blues, tra saggi, monografie, articoli importanti. La generazione di studiosi che ha fatto seguito a Lomax, e alle ricerche pionieristiche sul blues ha avuto (e ha) meriti indiscutibili: riportare, per dirla con Dylan ’tutto a casa’, ossia cercare di comprendere come il blues sia uno dei rami importanti della famiglia di note afroamericane. Origini da cercare, alla lontana, in forme espressive africane, coscienza più o meno svelata di essere anche ’altro’, cioè il frutto di una elaborazione e di un vissuto di persone che erano, assieme, africane nelle origini e americane nel presente. Con la famiglia afroamericana il blues condivide decisivi tratti estetici, un percorso diacronico tutt’altro che lineare, e anche molta mitologia da sfatare. È ben noto che, in Italia e non solo, gli appassionati di blues spesso hanno i tratti forti della setta estetica: con tutte le pericolose tendenze a identificare una ’purezza’ di forme (e firme, per così dire) che garantirebbe autenticità e tradizione ’vera’. Concetti, come è ben noto, pericolosi e spesso usati come armi contundenti. Prova a far chiarezza su tutte queste tematiche, ora, il bello studio di Vincenzo Martorella, Il blues (nella serie Mappe della Piccola Biblioteca Einaudi), che offre spesso il destro ad argomentazioni assai innovative, e figlie della ricerca musicologica e antropologica più recente, andando a colmare un vuoto evidente di trattatistica generale in italiano. Sono circa trecento agili pagine, dense e ben scritte, organizzate dall’autore su tre grandi campiture. La prima dedicata all’annoso problema dell’origine del blues, termine unificante, dai primi decenni del secolo scorso, per una gran varietà di forme germinate in diverse aree degli Stati Uniti. La seconda parte tratta invece di figure, forme e modelli: con grande evidenza riservata anche all’industria discografica, a collezionisti e studiosi, al mondo ’dietro le quinte’ che ha costruito la mitografia e la realtà commerciale del blues. Nella terza sezione, infine, si parla delle declinazioni autoriali del blues: storie di vita e di estetiche diverse che non cercano una supposta ’purezza’.

UN LIBRO IMPORTANTE, insomma, da leggersi in pendant con un altro testo significativo sul blues, Angeli perduti del Mississippi – Storie e leggende del blues (Meridiano zero Edizioni). Ne è autore Fabrizio Poggi, un nome ben noto anche in ambito musicale: Poggi è un eccellente armonicista, all’opera sia in campo blues, sia nella ricerca sulle nostre musiche popolari e di tradizione orale. La particolarità del testo è di essere organizzato come un vero e proprio prontuario alfabetico del blues, dalla a di ’Alabama’ alla zeta di ’Zydeco’, il blues degli afroamericani creoli della Louisiana. Nel mezzo ci trovate di tutto: biografie condensate dei grandi protagonisti, spiegazioni di come il termine ’banjo’ sia in realtà il risultato di un lungo slittamento fonico di una parola africana, il rapporto di Bob Dylan con il blues, le espressioni intraducibili, a prima vista, che in realtà nascondono prodigi di ’double talking’, di doppio o triplo significato. Da tenere sotto mano.

Guido Festinese


appuntinovalis.blogspot.com, 18.4.10

<< < VAI > >>

Il libro appena uscito Angeli perduti del Mississippi di Fabrizio Poggi (Meridiano Zero) è un indispensabile vademecum per comprendere il significato di tutto quello che ha animato e che anima l’universo musicale e culturale afro americano.


www.beatbopalula.it, 25.3.10

<< < VAI > >>

Innamorato perso del blues e del south border bayou sound, Fabrizio Poggi ha messo nero su bianco ancora una volta i suoi apprendimenti, i suoi temperamenti e le sue emotività blues. Apprendimenti acquisiti non su fogli stampati, ma sul campo, respirandone l’aria e guardando negli occhi la gente che le sue cicatrici di blues le vive sulla propria pelle.
Ma chi è Fabrizio Poggi? Molti di noi lo conosciamo in virtù del suo album più recente: quel Mercy che ha nei propri magnifici solchi secrezioni di un’autentica anima bluesy, un’anima che ha vissuto dolori e sconfitte, ma che ha sempre saputo risollevarsi e trovare, grazie alla forza rigeneratrice e confortante della musica e delle canzoni, quella grintosa determinazione e quella gioia che accende l’espressività e la speranza della rigenerazione… Un respiro blues & gospel che ti ritrovi nel petto pronto a risorgere se tocchi le corde giuste.
Anch’io, come tanti, quando dico Chicken Mambo penso Fabrizio Poggi e viceversa; il giovanotto ha all’attivo una quindicina di dischi, lui è il padre fondatore dei Chicken Mambo, band caposcuola della provincia pavese (e non solo) che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. Una pionieristica band italiana che (in tempi non sospetti) ha miscelato con incredibile perizia generi come lo zydeco, il blues e la roots southern music.
Nel suo bagaglio troviamo albums di notevole spessore come, per esempio, Nuther World, un cd inciso a suo tempo in Texas con la partecipazione di, (quando ancora non l’aveva fatto ancora nessuno: era il ’98!!), gente come Jerry Jeff Walker, Jimmy La Fave, Merel Bregante, Ponty Bone, Mike Blakely e Donnie Price.
Inoltre il nostro bloodbrother è anche fautore di quel lodevole progetto che è Turututela con il quale ha avvalorato una delle più belle pagine della riscoperta del patrimonio folk della provincia lombarda; collegato al tema doctor Poggi ha pubblicato nel 2003 il libro-cd L’armonica a bocca: il violino dei poveri. Nel 2005 ha dato alle stampe Il soffio dell’anima, armoniche e armonicisti blues edito per le edizioni Guardamagna, un libro scritto per condividere tutto ciò che ha appreso sull’armonica;.è un libro davvero stimolante ed esauriente, un utile strumento sia per l’appassionato più navigato che per il neofita che vuole avvicinarsi a quel mondo. Inutile aggiungere che Fabrizio è anche uno dei più bravi e preparati armonicisti in circolazione nel nostro paese.
Oggi ci è arrivato questo suo nuovo bel libro che riprende in mano il timone di un itinerario blues e scritto sempre con quella competenza e passionalità che gli riconosciamo; un libro che racconta il blues dalla A alla Z, che possiamo leggere a pagine dispari o a pagine pari o saltare, girando a caso, dalla lettera B come Back Door Man o Blind Boys of Alabama (che ritroveremo ospiti nel suo imminente cd insieme a molti altri eroi) alla D come Down home blues o alle pagine centrali con H come Hot foot powder, passare alla K con Keep On Truckin’, a Lowdown blues o aprire le pagine finali con Swamp blues, Washboard, Work songs, concludere con Zydeco e riprendere il percorso inverso.
Sono pagine dove scoprire essenze blues e assiomi oscuri o mai sperimentati: non mancano aneddoti, traslazioni delle espressioni slang, schede e argomenti della mitologia e tradizione blues, riflessioni sui personaggi (da Sonny Terry & Brownie McGhee a Taj Mahal, da Sonny Boy a Robert Johnson, da Bessie Smith a Bob Dylan perché anche Mr. Zimmerman è uno che ha attraversato il blues). Il tutto narrato con autenticità morale e complicità perché. il blues è anche condividere i sentimenti provati e le esperienza vissute.

Claudio Giuliani


blackandblueandblog.blogspot.com, 7.10.11

<< < VAI > >>

Angeli perduti del Mississippi. Poggi racconta gli uomini del blues in un libro

Pubblichiamo la bella intervista che Roberto G. Sacchi, direttore di Folkbulletin, ha fatto all’armonicista e scrittore Fabrizio Poggi sulla sua pubblicazione: Angeli Perduti del Mississippi (edizioni Meridiano Zero). Il libro è molto interessante, appassionante e piacevole da leggere ed è inoltre impreziosito dalla copertina disegnata dal grande Robert Crumb (quello di Fritz il Gatto e di altri celebri fumetti).
Speriamo che questa intervista vi possa convincere ad acquistarlo!

Cominciamo il viaggio dentro "Angeli perduti del Mississippi". Perché questo libro? Cosa vuole significare per te e per chi lo leggerà?
Immaginate che il blues, il canto afroamericano per eccellenza, non sia solo una musica bellissima, come peraltro è, ma anche un luogo dell’anima dove si possono incontrare personaggi misteriosi e leggendari, un luogo quasi magico in cui dietro al nome di ogni strada si nasconde il mistero di una storia. Una storia a volte cupa a volte divertente, ma sempre affascinante. Una storia che a volte è racchiusa in una parola o in un modo dire arcaico, evocativo e seducente. Questo è un altro di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere quando trent’anni fa mi sono avvicinato al blues. Un libro fatto di parole semplici, semplici come la musica che descrive, ma anche un libro pieno di passione, quella che c’è dentro il mio cuore quando suono il blues. Questo libro è una guida, o come dice il grande e indimenticabile Ernesto De Pascale nella sua introduzione, un navigatore satellitare dei sentimenti per visitare con gli occhi del cuore quel luogo dell’anima che si chiama blues. Un luogo in cui incontrerete chitarre e armoniche a bocca, treni da prendere al volo, musicisti che hanno venduto l’anima al diavolo e distillatori di whisky di contrabbando che cantano come angeli, angeli perduti del Mississippi alla ricerca della propria anima blues.
Ma questo libro potrebbe essere anche un romanzo giallo, un noir, in cui però i protagonisti non sono né buoni né cattivi, perché nel blues non ci sono buoni e non ci sono cattivi. Ci sono solo storie da raccontare…

E vediamole un po’ alcune di queste storie…
Sono storie che parlano di whiskey di contrabbando e bevande micidiali, che parlano di dadi e carte truccate, di armoniche a bocca, pistole e coltelli, di chitarre suonate facendo scorrere colli di bottiglia spezzati sul loro manico; di famigerate prigioni del Mississippi in cui c’era sempre un secondino che prima o poi avrebbe scritto con la frusta il suo nome sulla schiena dei prigionieri.
Storie che parlano di misteriose fotografie di bluesmen che appaiono e scompaiono e di un leggendario musicista che ha addirittura tre luoghi in cui è sepolto. E poi ancora storie che parlano di sortilegi vudù e di talismani prodigiosi che si chiamano mojos. Storie che spesso mi hanno raccontato i bluesman autentici che ancora oggi abitano il Mississippi. Argomenti affascinati e coinvolgenti che mi hanno conquistato tanti anni fa e che spero conquistino anche voi.

Il tuo libro è ordinato come un dizionario, alfabeticamente. Perché questa scelta?
Perché nel blues dietro ogni parola c’è una storia. Perché il lettore ha così due diversi modi di utilizzo: può leggerlo tutto d’un fiato come se fosse un romanzo oppure può consultarlo come se fosse un vocabolario. Ho cercato di spiegare quel linguaggio misterioso che gli afroamericani avevano inventato per non farsi capire dai padroni bianchi. Non va dimenticato che negli anni in cui il blues è stato inventato nelle piantagioni di cotone del sud degli States ai neri era impedito di comunicare tra loro. Il blues era spesso il veicolo che i neri usavano per comunicare tra loro sentimenti, paure, speranze, delusioni. Ma non mi sono fermato lì. Perché in questo libro racconto anche che il blues ha una storia che ci porta in Africa perché le sue radici sono profondamente conficcate in quel continente meraviglioso e tormentato. Una terra tanto bella da mozzare il fiato. Eppure, da sempre, una terra ferita e martoriata. Una terra da cui sono partiti in catene i padri di quegli uomini che da un dolore infinito hanno saputo tirare fuori dalle acque fangose del Mississippi il blues, la madre di tutte le musiche. Uomini che hanno inventato una musica che è una medicina. Una medicina capace di guarire tutte le tristezze del mondo. E per farlo, quegli uomini saggi e coraggiosi, hanno trasformato i loro tamburi in chitarre e i loro flauti di legno in armoniche a bocca.

Molto bella la copertina del libro. Ce ne parli?
Il musicista raffigurato in copertina è l’immortale Mississippi John Hurt, un musicista davvero unico e mai troppo osannato. E chi più di Mississippi John Hurt è un angelo perduto del Mississippi?
Steve LaVere, uno dei più grandi esperti di blues, mi ha raccontato che dietro ai modi dolci e al sorriso disarmante del buon vecchio Mississippi John Hurt si celava un provetto distillatore di moonshine ovvero il whiskey di contrabbando. Uno dei migliori del Mississippi. Quando Steve LaVere ed altri appassionati lo riscoprirono durante il blues revival degli anni Sessanta ad Avalon, sempre in Mississippi, quasi gli fecero prendere un colpo. John Hurt pensava che LaVere e i suoi compagni, giovani bianchi ben vestiti, fossero agenti della finanza arrivati a mettere fine alla sua ormai lunga carriera di abile contrabbandiere di whiskey. Quando vide arrivare questi signori giovani bianchi e ben vestiti pensò: "Ahi, questa volta mi hanno beccato davvero". Quando uno di loro gli disse che lo avrebbero portato a Washington, lui andò in casa baciò moglie e figli e cominciò a preparare la valigia. Solo dopo un bel po’ chiarirono l’equivoco, in effetti loro lo volevano portare a Washington ma non per metterlo in galera per contrabbando di whiskey ma bensì per fargli incidere dei dischi. E non è quindi un caso che sia lui il musicista che compare sulla copertina del libro disegnata da uno dei più grandi disegnatori di tutti i tempi, il leggendario Robert Crumb. Non è stato facile per il mio editore avere un suo disegno, perché Crumb non è una persona facile e soprattutto non è uno che associa i propri disegni a qualsiasi cosa gli venga proposta. Ha voluto che l’editore gli traducesse almeno una parte del libro in inglese e solo dopo averla letta ha detto: "Ok mi piace potete usare il mio disegno". Per me avere un suo disegno in copertina è un altro sogno diventato realtà.

Sulla quarta di copertina c’è una frase "Chi non ama il blues ha un buco nell’anima" (inciso sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi). E’ vero?
Eh, si. Un po’ è vero. Quella è una scritta che io ho visto incisa sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi. Quando chiesi al proprietario del negozio chi l’aveva scritta lui mi disse: "Non lo so è sempre stata lì". E poi aggiunse: "Quella è una frase che tutti i bluesman dicevano". E un’ altra cosa dicevano o meglio insegnavano un tempo i bluesmen più navigati a quelli meno esperti, una cosa che vale ancora oggi e cioè che nel blues, come e più che in altre musiche, i silenzi e le pause sono importanti almeno quanto la musica. I musicisti dicevano spesso che "less is more – meno è di più" ovvero che non era importante il numero o la velocità delle note suonate ma la qualità di ogni singola nota. Bisognava scegliere in mezzo a tante la nota giusta, la nota che emozionava, che colpiva al cuore. E solo dopo anni un musicista di blues riusciva a capire qual’era la nota giusta da suonare, ma quando si arrivava lì voleva dire che si era davvero pronti, pronti per suonare il blues! Chi non ama il blues ha un buco nell’anima. E se arriverete all’ultima pagina del libro scoprirete perché, darete ragione a chi a ha scritto quella frase sul muro del negozio.

E a proposito di anima, sia il tuo disco precedente, sia quello appena uscito hanno un denominatore comune: la spiritualità. Una scelta che è un’altra storia da raccontare, vero?
Ai padroni delle piantagioni non piaceva che gli schiavi cantassero il blues. Li vedevano ballare e cantare il blues, e in quei momenti i neri sembravano davvero liberi. Troppo liberi. Son House un famosissimo bluesman raccontava: «Ci dicevano se suonate il blues andrete dritti all’inferno. E noi ci credevamo. Però il blues ci piaceva troppo. Allora, abbiamo preso dei brani tratti dalla Bibbia e abbiamo cominciato a cantarli come se fossero dei blues…». Così, in questo modo nacquero gli spirituals.
E questo che vi suono con una vecchia armonica per salutarvi è uno spiritual antichissimo e insegna che cantando e battendo le mani, il Paradiso, ancora oggi, sembra un po’ più vicino…

Però è vero, il fatto che sia ordinato alfabeticamente non impedisce di leggerlo come un romanzo, pagina dopo pagina?
Guarda, amici miei hanno provato e garantiscono che è vero. Uno, in particolare, mi ha detto che nella durata di un viaggio da Milano a Venezia se l’è divorato tutto d’un fiato da Milano a Venezia, dalla lettera A fino alla T. Credo che questa particolarità risieda soprattutto nella grande spiritualità che circonda il blues, quella grande anima che respira collettivamente e ha una grande forza unitaria… Tutte le storie contenute nel libro sono storie a sé ma fanno parte di un disegno comune.

Dai, allora facciamo un gioco. Io dico una lettera dell’alfabeto e tu mi dici cosa ti fa venire in mente… Se dico "C"?
Crossroad Blues, senza dubbio…
Qualche tempo fa ho fatto uno dei miei tanti pellegrinaggi in Mississippi. Ho il privilegio di suonare nei locali dove il blues è nato.
Per chi mi segue già da un po’ sa che durante tutti questi anni ho avuto delle esperienze bellissime e che ho avuto il privilegio di suonare con molti dei miei eroi musicali. Sia dal vivo che sui dischi.
Ma l’emozione più grande, quella che mi porterò per sempre appresso, l’ho avuta un pomeriggio a Greenwood un paesino sperduto del Mississippi. Di solito io e il mio socio durante quel tour suonavamo soprattutto alla sera, ma lì a Greenwood suonavamo di pomeriggio. Eravamo a suonare in un locale in cui c’era gente di ogni età: giovani, famiglie, anziani, bambini. Tutti neri. Tranne noi.
Durante una pausa tra il primo e il secondo tempo del concerto mi si avvicina una signora afroamericana di una certa età. Avrà avuto 78, 80 anni; più o meno l’età di mia madre. Mi prende per un braccio, lo stringe leggermente e poi mi dice: Hey man, you’ve touched my heart – mi hai toccato il cuore… Ebbene quella signora che sicuramente non sapeva che fossi italiano e che forse non sapeva nemmeno dove fosse l’Italia, perché forse non era mai uscita non solo dal Mississippi, ma forse nemmeno dalla sua contea, mi aveva dato, senza saperlo, la più grossa soddisfazione della mia vita. Se ci dovesse essere un università del blues ebbene quella signora quel giorno mi diede la laurea. Ma soprattutto mi fece capire che quando suonavo il blues ero uno di loro. Avevo finalmente imparato la lingua del blues.
E che tutti i sacrifici che ho fatto in questi anni per portare la mia musica un po’ ovunque erano serviti a qualcosa. Erano serviti a toccare il cuore di una signora dall’altra parte dell’oceano. Una signora che probabilmente nella sua vita aveva ascoltato solo blues… E tanto mi basta.
Ma tornando alla lettera C e a Crossroad Blues ecco, viaggiando di notte su queste stradine di terra battuta circondate solo da campi di cotone e illuminate da una pallida luna, mi sono reso conto di cosa poteva voler dire essere un povero ragazzo di colore nei primi decenni del secolo scorso quando per i neri in tutto il Sud degli States c’era il coprifuoco.
Quando faceva buio, trovarsi come cantava Robert Johnson nella sua famosa canzone, ad un incrocio sperduto nelle campagne del Mississippi era davvero pericoloso. Quelli erano anni in cui per impiccare o imprigionare un nero ci voleva veramente poco, nessuno avrebbe protestato. E capitava sovente che i neri fossero circondati da gruppi di bianchi ubriachi che volevano divertirsi con loro magari linciandoli o impiccandoli ad un albero, facendoli diventare quegli "strani frutti" di cui canterà qualche anno dopo la grande Billie Holiday. Ebbene spesso i neri, con la paura che li paralizzava, tiravano fuori dalla tasca della loro tuta da lavoro l’armonica e cominciavano a suonare e a ballare divertendo i bianchi ai quali spesso passava la voglia di "divertirsi con loro".
E allora il suono dell’armonica diventava davvero un grido disperato nella notte. Un grido per salvarsi la vita, al crocicchio, al cross road.

Un lungo capitolo del tuo libro è dedicato al blues inglese. Per molti, questo potrebbe essere sorprendente. Ci spieghi perché invece non lo è, o perlomeno non lo è del tutto?
Per parlare di quanto il blues sia stato fondamentale nella nascita del rock potremmo prendere ad esempio due ragazzi londinesi di nome Mick Jagger e Keith Richards, che suonavano in un gruppo che aveva preso il nome da una canzone di un grande bluesman, Muddy Waters: i Rolling Stones. Mick Jagger e Keith Richards frequentavano lo stesso liceo e ci andavano usando lo stesso treno. I due diventarono grandi amici quando Richards vide Jagger girare per i vagoni con un LP del leggendario armonicista Little Walter sotto il braccio.
I due diventarono presto inseparabili, trascorrendo diverso tempo insieme e strimpellando l’uno la chitarra e l’altro l’armonica. Quando nel 1964 i Rolling Stones già famosissimi visitarono per la prima volta gli Stati Uniti, la prima cosa che vollero fare fu registrare qualcosa nei mitici studi dell’altrettanto leggendaria Chess di Chicago, la compagnia discografica dalla quale provenivano tutti i dischi dei loro idoli: Chuck Berry, Muddy Waters, Junior Wells, Little Walter, Howlin’ Wolf, Sonny Boy Williamson II eccetera. Racconta un aneddoto, tra realtà e leggenda, che quando la band arrivò negli studi della Chess, vide un tale che stava dipingendo le pareti dei locali. I quattro inglesi non poterono non notare quanto questo imbianchino assomigliasse proprio al loro idolo Muddy Waters; chiesero allora alla persona che li accompagnava chi fosse quel tipo. Alla risposta che "l’imbianchino" era proprio lui, il grande bluesman Muddy Waters, i Rolling Stones ebbero uno shock fortissimo. Quando si ripresero, fu loro spiegato che Muddy Waters aveva avuto delle anticipazioni di denaro per dischi che non erano andati commercialmente bene e quindi si era accordato con la casa discografica per restituire la somma che gli era stata data in più facendo dei lavoretti. Tutto questo aprì gli occhi ai giovani Stones su quella che era la situazione all’interno del mondo del blues negli Stati Uniti… Gruppi britannici come loro, gli Animals di Eric Burdon, iThem di Van Morrison, gli Yardbirds, i Fleetwood Mac, i Bluesbreakersdi John Mayall con Clapton alla chitarra, faranno presto riscoprire all’America bianca e benpensante il prezioso tesoro musicale che da sempre si suonava nei suoi cortili o agli angoli delle sue strade: il blues. E oggi noi sappiamo che quella è stata sicuramente prima la scintilla e poi la fiamma senza la quale il rock non solo non sarebbe esploso, ma forse nemmeno nato. Ma questa è un’altra storia…

E se dico H?
H come hobo. Un termine che non appartiene solo al blues ma a tutto l’immaginario collettivo folk statunitense. Ed è una di quelle parole che appartengono al linguaggio dei poveri d’America, al di là del colore della pelle. Il termine si può tradurre in italiano come "girovago, vagabondo, nomade, randagio, ambulante e…". I primi hobos furono i braccianti agricoli che già dalla metà dell’Ottocento si spostavano da un posto all’altro alla ricerca di lavoro. Hobo deriva dalla contrazione di "hoe-boys". E siccome hoe in italiano significa zappa, ecco che gli hobos diventano i "ragazzi della zappa". Così come i loro colleghi cowboys erano i "ragazzi delle mucche". Gli hobos si spostavano non solo per lavorare nei campi ma anche per trovare lavoro nei cantieri ferroviari, nelle miniere, nelle fabbriche del nord. Molti di loro erano boscaioli mentre altri trovavano impiego nelle compagnie addette alla costruzione degli argini dei fiumi. Dalla metà dell’ottocento fino al 1935 circa, passando quindi per il tragico periodo della Grande Depressione, più di 15 milioni di hobos si spostarono da un capo all’altro dell’America in cerca di lavoro. Il loro mezzo di trasporto preferito erano i treni merci sui quali, naturalmente, viaggiavano clandestinamente, spesso braccati dai ferrovieri stessi o dai famigerati "vigilantes", un mezzo sicuramente veloce ma molto pericoloso, specialmente se lo si prende mentre la locomotiva sta correndo. E, purtroppo, molti di loro persero un braccio o una gamba o a volte la vita stessa proprio a causa di un incidente ferroviario. Lo spirito degli hobos era uno spirito libero. Oggi qua domani là senza briglie e senza legami. Non sempre erano ben visti per il loro stile di vita stravagante, zingaro senza legami né padroni. Molti fra loro erano musicisti, spesso bluesmen, che correvano da un capo all’altro dell’America portando le loro canzoni nei campi e nelle fabbriche. I due musicisti hobos più famosi sono sicuramente Woody Guthrie e Robert Johnson.

Roberto G. Sacchi


il Blues, settembre 2010

<< < VAI > >>

I testi in lingua italiana dedicati a blues e dintorni sono in costante aumento, tra di essi già da qualche mese ha trovato posto negli scaffali delle librerie, questo compendio di Fabrizio Poggi edito dall’attenta casa editrice patavina Meridiano zero, nella sua collana "Mappe musicali", con bella copertina di Crumb.
Si tratta di una sorta di "abbecedario del blues", redatto in ordine alfabetico e comprendente non solo nomi di artisti, luoghi, ma soprattutto si propone come guida lessicale delle espressioni idiomatiche più usate nella musica nera, con abbondanti richiami storici e culturali. Quest’ultimo approccio ricorda quello del francese Jean-Paul Levet nel suo Talkin’ That Talk: le langage du blues et du jazz, testo molto completo ed esauriente risalente ormai alla prima metà degli anni Novanta. Questo libro non ha la stessa ambizione completista di quello di Levet, ma si consulta agilmente, prestandosi, come del resto l’opera precedente di Poggi dedicata agli armonicisti, ad una lettura irregolare. Fabrizio ha la conoscenza della materia necessaria al progetto e una naturale propensione affabulatoria, prediligendo un racconto partecipato, che affonda tra mitologia, aneddottica e realtà piuttosto che una mera elencazione alla stregua di un semplice dizionario. Poggi fa sovente seguire una indicazione discografica di massima al termine delle schede dedicate agli artisti e include alla fine un utile indice analitico.
Alcuni refusi che segnaliamo di seguito magari saranno corretti per una edizione successiva, ad esempio Blind Arvella Gray contrariamente a quanto si legge a pagina 70 era un uomo e anche piuttosto possente, nella scheda di Magic Sam i cui album su Delmark datano 1967 e ’68 non ci risulta inoltre che Sam abbia compiuto un tour europeo come membro della band di Otis Rush nel 1968, e ancora Buddy Guy è nato a Lettsworth non Lettersworth, la grafia di Montreux, né risulta che Otis Clay abbia mai inciso per la Malaco.
Da rivedere anche la parte finale della scheda relativa alla Chess Records, la Chess, contrariamente a quanto riportato, fu infatti venduta da Leonard Chess alla GRT pochi mesi prima di morire e se è vero che il figlio Marshall lavorò come manager per l’etichetta dei Rolling Stones, tuttavia quest’ultima non fu ma licenziataria del materiale Chess. Resta, parere personale, fin troppo estesa la parte dedicata a Bob Dylan (ben venticinque pagine, risultando alla fine la voce più corposa dell’intero testo), la cui produzione è indagata diffusamente, attingendo alla copiosa bibliografia sull’argomento; il debito di Dylan verso la musica afroamericana è assodato, in fondo è fedele, lui stesso, alla massima secondo cui i grandi artisti rubano, mentre quelli bravi copiano.
Un libro in grado di nutrire la curiosità degli appassionati alle prime armi e utile, specie per l’aspetto linguistico, anche per quelli di vecchia data, magari con non perfetta padronanza del black english, che potranno colmare più di una lacuna.

Matteo Bossi


bluesinbologna.splinder.com, 18.8.10

<< < VAI > >>

Attratto dalla scia lasciata dal barbecue di un vecchio juke joint potresti trovarti improvvisamente a un crossroad della città di Tutwiler, Mississippi, dove le linee ferroviarie Southern e Yellow Dog incrociavano i loro binari.
No, non sono impazzito improvvisamente, leggendo questo libro ti potresti realmente trovare disperso tra le leggende raccontate dai vecchi davanti ad un focolare imbracciando una vecchia chitarra scordata e realtà vissute da musicisti sconosciuti.
Chssà se Robert Johnson starà ridendo di tutto ciò o se, con una pacca sulla spalla al vecchio Muddy non gli stia sussurrando all’orecchio: "Hey Man, il nostro Mojo sta facendo ancora un buon lavoro".


Buscadero, aprile 2010

<< < VAI > >>

Chissà quante volte abbiamo ascoltato Robert Johnson o Muddy Waters, o dischi registrati in un juke joint, o ripetuto a denti stretti frasi tipo "get me a mojo hand". Abbiamo ascoltato J.B. Lenoir e assaporato del funk, oppure semplicemente fruito del blues in tutte le sue varianti, down home, delta, piedmont; quante volte avremo chiacchierato con Mr. Bojangles, o assaporato le canzoni di Bob Dylan, considerando distrattamente che le dodici battute fungono da base portante del suo patrimonio artistico; e quante volte ci sarà capitato di disquisire sulle radici africane dell’intera musica americana degli ultimi duecento anni. Termini, appellativi, luoghi, generi musicali, locuzioni che creano con il tempo un identificativo indelebile e che si riflettono ancor più indelebilmente sull’immaginario in senso più ampio. L’immaginario ne smorza un po’ l’effetto a volte, ricambiandoci però con una praticità d’uso; e se qualche volta citiamo termini, locuzioni, modi di dire con un po’ di approssimazione, ciò fa parte delle regole del gioco. In fondo la musica viene suddivisa in generi per nostro comodo e questo di per se è già un significato, al di la del significato vero e proprio. Come dire che c’è chi si prende l’illustre briga di approfondire e chi poi fruisce (magari il fruitore renderà il favore in altri campi). Chi approfondisce si appresta a un lavoro insostituibile, affascinante e a volte ingrato; il cosiddetto "fissato" ha il gusto e l’insana tentazione di trasmettere le sue conoscenze accumulate in decenni di frequentazioni, ricerche, viaggi, studi; ciò che ha acquisito con tanta passione ma anche con fatica, lo mette istantaneamente al servizio del fruitore, che nello spazio di una lettura arricchisce se stesso. Nello specifico, l’uomo con l’insana tentazione è Fabrizio Poggi, ministro dell’armonica e frequentatore del panorama afro americano da decenni, autore di un altro splendido saggio, II violino dei poveri, dedicato al piccolo strumento e ai suoi eroi (recuperare please qualora non lo aveste già fatto). Me l’immagino stanco di sentire la gente che canta Hoochie Coochie Man "a pappone" (ovvero così come viene; tranquilli, è nel pieno diritto del fruitore); e allora beccatevi un incredibile dizionario su tutto ciò che riguarda da vicino il blues, i suoi dintorni (eccellente il capitolo sul menzionato Dylan), le sue leggende, le radici, i suoi lati oscuri, i personaggi. Angeli perduti del Mississippi è un indispensabile vademecum per comprendere il significato di tutto quello (o di molto perlomeno) che ha animato e che anima l’universo musicale e culturale afro americano; che poi, in fondo, generi o etichettature a parte, tutto è riconducibile ad un unico cosmo; il blues e la musica sono un linguaggio universale, di cui Fabrizio riporta i codici più significativi. L’autore restituisce con stile fluido e accattivante diverse biografie, Leadbelly, Robert Johnson (chiaramente uno dei basilari), Lightnin’ Hopkins, Howlin’ Wolf, Blind Lemon Jefferson, John Lee Hooker, fotografa gli stili regionali e soprattutto approfondisce le radici africane di tanti termini comunemente usati; chiarisce la differenza tra "hoodoo" e "voodoo", si immerge nel significato di parole come "shimmy", "hokum", "holler", "hambone", "jack ball", "jazz", indica i vari modi per chiamare l’armonica. Personaggi, appellativi, oggetti di culto, diventano protagonisti della stessa rappresentazione storica. Insomma c’è di tutto in questo bel volume, più che approfondito (e non potevamo avere dubbi), ma anche bello, scorrevole e divertente da leggere, una volta tanto anche da chi non è esperto dell’argomento (e questo è un gran merito). Una ricerca, un viaggio fisico e spirituale verso territori cari e familiari all’autore, che mostra tutta la sua conoscenza e il rispetto per il fruitore di cui sopra; e Fabrizio è persona che umilmente mostra di esserlo lui stesso, fruitore. Ed è grazie a opere come questa se miti, storie e leggende sopravvivono, se un patrimonio culturale viene preservato; se, in fondo, gli "angeli" non sono perduti per sempre.

Roberto Giuli


cinemadadenuncia.splinder.com, 16.5.10

<< < VAI > >>

Il blues dall’Alabama allo Zydeco, in rigoroso ordine alfabetico.
Pubblicato da Meridiano zero nella collana Mappe musicali, Angeli perduti del Mississippi dell’armonicista Fabrizio Poggi è molto più di un semplice viatico alla cosiddetta musica del diavolo, ma è un vero e proprio viaggio ragionato nel ramificato universo del blues tra radici storico-geografiche (l’area del Delta), varianti regionali (Mississippi, Piedmont, Texas), suggestioni magiche (le pratiche hodoo), evoluzioni urbane (Chicago, Detroit, Memphis) e derivazioni europee (British Blues). Senza tralasciare le maggiori personalità (Robert Johnson, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson I e II, Willie Dixon) di un genere musicale che in tre accordi e dodici battute ha saputo racchiudere tutte le sfumature del sentire umano.
Nella sua argomentazione per voci, Poggi fa piazza pulita di un bel po’ di equivoci e luoghi comuni che condizionano la percezione del blues come musica intrisa di una tristezza immedicabile e come genere irrimediabilmente monocorde: trattando le numerose declinazioni che la matrice ha ricevuto a seconda delle singole realtà in cui ha attecchito, Angeli perduti del Mississippi rivela la straordinaria varietà di inflessioni e coloriture del genere. Si passa dalla viscerale ruvidezza del Delta (regione situata a nord dello stato del Mississippi e nella parte orientale dell’Arkansas, da non confondere con la foce del fiume) alle asprezze elettriche di Chicago e dalle ibridazioni jazz e swing di Kansas City (nonché del West Coast Blues di T-Bone Walker) alle sonorità morbide e rilassate dello Swamp Blues della Louisiana. Ce n’è per tutti i gusti, insomma.
Ma a rendere la cartografia musicale di Poggi un autentico gioiello è soprattutto l’attenzione rivolta ad aspetti meno trattati e assolutamente cruciali nella significazione e nella diffusione del filone: il carattere allegorico del double talk (o jive o signifying) nei testi dei bluesmen, l’importanza dei juke joints (gli spartani locali del sud degli States), delle prime trasmissioni radiofoniche dedicate al genere (la leggendaria King Biscuit Time), dei concerti itineranti (l’American Folk Blues Festival), dei raduni annuali (il Newport Folk Festival) e soprattutto la fioritura di etichette discografiche grandi e piccole (Chess, Bluebird, Trumpet) che hanno sdoganato un genere inizialmente destinato e circoscritto al pubblico afroamericano (a tal punto che i dischi di jazz e blues negli anni Venti e Trenta venivano definiti race records).
Stante l’equilibrata misura della trattazione (voci snelle, esposizione limpida e un dettagliato indice analitico), non mancano però amplificazioni e accentuazioni personali: il lungo capitolo dedicato a Bob Dylan testimonia non solo il ruolo chiave svolto dal cantautore di Duluth nella rielaborazione della tradizione blues e spiritual ma anche la genuina ammirazione dell’autore; e la partecipazione con cui sono descritte le travagliate vicende dei più grandi armonicisti (Sonny Boy Williamson I e II, Little Walker, Sonny Terry, Junior Wells) tradisce l’amore per lo strumento d’elezione di Poggi. L’unica pecca che si può rimproverare a un libro prezioso quale Angeli perduti del Mississippi è un’eccessiva ritrosia ad approfondire le componenti squisitamente tecniche che differenziano i vari stili di blues ma, considerando che si tratta di una pubblicazione non specialistica, la decisione di non calcare troppo la mano è più che comprensibile. Un libro da leggere tassativamente con You Tube a portata di mano per godersi i brani citati. Everybody understand the blues.

Alessandro Baratti


www.coolclub.it

<< < VAI > >>

Dietro ogni lettera si nasconde una storia, a volte una leggenda. È proprio il confine tra ciò che fantasia e realtà che rende il blues materia musicale così interessante. Più di ogni genere musicale il blues ha in sé una magia ancestrale alimentata da personaggi incredibili. E questo libro, non a caso scritto da un musicista, ha in sé tutta la passione e l’anima che questo genere riesce a trasmettere.
Il pretesto è un dizionario in cui ogni lettera è lo spunto per un viaggio, il risultato è un lavoro organico che conquista anche i profani. Non è una storia del blues, ma un esame su più fronti, che riesce ad accostare alle biografie di artisti e band, riflessioni antropologiche, digressioni su alcune tecniche e tante curiosità.

Osvaldo Piliego


D, Repubblica delle Donne, 29.5.10

<< < VAI > >>

Diavolo d’un blues
Solo da una grande passione può nascere un libro come questo. Musicista affermato e apprezzato anche oltreoceano, Fabrizio Poggi assembla in ordine alfabetico ma intrigante nomi come Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Lightnin’ Hopkins, Bob Dylan e altri. Storie di demoni, fantasmi, magie voodoo, aneddoti curiosi e doppi sensi. Non un dizionario, ma un racconto in cui si scopre che "Eagle" è sinonimo di paga settimanale (l’aquila americana effigie sui dollari nelle tasche dei lavoratori a fine settimana) e che offre esaurienti info su un personaggio chiave nella storia del blues: il diavolo. Un mosaico per neofiti ed esperti della musica che ha gettato il seme di tutta la musica moderna.
In copertina Mississippi John Hurt disegnato da Robert Crumb.

Marco Fecchio


www.fasen.eni.it, 5.7.10

<< < VAI > >>

Storicamente, il blues è nato in un momento crepuscolare in cui alcune magie, religioni e culture hanno trovato una nuova forma. Un passaggio che ha visto anche tradizioni di consuetudini e di folklore diventare canzoni, proprietà pubblica e ridefinibile, materiale di lavoro, di suono e d’amore per quanto contrastato e faticoso.
La sintesi, senza dubbio un "prodotto" sociale e culturale straordinario, non ha portato soltanto alla genesi di un suono che è poi stato la fonte primaria di una larga parte della musica occidentale, ma anche alla creazione di uno slang che, di secolo in secolo, si è trasformato in un vero e proprio linguaggio.
Fabrizio Poggi con un lavoro certosino di ricerca e di assemblaggio ha ricostruito l’idioma degli "angeli perduti del Mississippi", vocabolo per vocabolo, frase per frase, titolo per titolo e personaggio per personaggio, allineandoli un po’ per comodità e un po’ per le logiche stringenti di un dizionario in ordine alfabetico. In un altro senso, il libro si può leggere come un manuale linguistico, colto e approfondito, il cui tenore non ha assolutamente nulla da invidiare a uno studio universitario, ma che a differenza di tanti tomi pieni di note a pié di pagina, scorre senza esitazioni sulle onde di una passione che Fabrizio Poggi conosce "dal vivo", perché questo libro è davvero frutto di un "rapporto speciale" con il blues.

Marco Denti


ilfattoquodidiano.it

<< < VAI > >>

Spirit & Freedom: non possono stare separati
Spirit & Freedom non sono soltanto due parole distinte: unite insieme sono un luogo dell’anima.
Infatti non c’è spiritualità senza libertà e viceversa nessuna libertà è tale senza spiritualità.
Quando, prima di ascoltare il disco, ho letto queste parole scritte in prima persona da Fabrizio Poggi nel libretto del suo nuovo e intenso lavoro, mi sono ritrovato davanti quei due punti, essenziali anche nella mia vita.
Due punti che negli anni mi hanno arricchito come mai pensavo potesse accadere, ma che contemporaneamente mi hanno lasciato piccole e profonde ferite perché sono due valori non da tutti riconosciuti e metabolizzati.
Spirit & Freedom mi ha toccato, facendomi provare emozione sincera il che, rapportato a una vecchia pellaccia come la mia, ormai assuefatta ai suoni del rock e del blues, è stata una sorpresa.
Fabrizio Poggi è un musicista, ma anche giornalista e scrittore: Il soffio dell’anima e il recente: Angeli perduti del Mississippi – storie e leggende del blues, che sta dedicando la sua vita alla musica in presa diretta, con un lavoro: sul campo di ricerca delle radici più autentiche e in studio di registrazione suonando con alcuni tra gli interpreti leggendari del blues.
Fabrizio ha ripercorso le orme lasciate da Alan Lomax, il più importante etnomusicologo statunitense, l’uomo che negli anni ’40 con un registratore grosso come un frigorifero sul tetto della macchina, girò tutti gli Stati del Sud alla ricerca delle radici di quel suono che gli afroamericani avevano portato in America e che lo aveva affascinato, tanto da non riuscire più a liberarsene.
Tante sono le canzoni che hanno nella loro essenza lo Spirit & Freedom, Fabrizio Poggi ha deciso di interpretate quelle che maggiormente hanno lasciato un segno nella sua sensibilità e lo ha fatto andando più volte negli Stati Uniti a registrare con autentiche leggende viventi del rock e del blues.
Non è stato facile, ma il lavoro serio, meticoloso e appassionato che ha svolto negli anni, con il suono compatto della sua band: i Chicken Mambo, lo hanno aiutato a costruirsi una credibilità in terra americana, come finora non è capitato a nessun altro musicista italiano.
Si sono aperte porte meravigliose e artisti del calibro dei Blind Boys of Alabama, Garth Hudson membro fondatore di The Band, Eric Bibb, Charlie Musselwhite per citare solo i primi, hanno voluto lasciare la loro sentita testimonianza nel disco di Fabrizio.
Il tema della libertà attraverso uno dei canti spiritual più famosi, un inno alla libertà per gli afroamericani oppressi ed emarginati, ma tanti altri sono gli spiriti liberi che hanno aiutato Fabrizio a completare questo disco, da Billy Joe Shaver il poeta "on the road", definito anche il William Shakespeare della gente comune, a Mickey Raphael che ha inciso il suono della sua armonica in oltre 250 album, da Willie Nelson a Paul Simon, dagli U2 a Neil Young, passando anche per quelli di Johnny Cash, Allman Brothers, Stevie Wonder, Tom Petty e Bob Dylan, quel Bob Dylan che come scrive Fabrizio: con il suo senso di libertà, ha lasciato un segno indelebile, soprattutto quando tra mille difficoltà, ha scelto di non seguire l’onda, ma di suonare ciò che il suo spirito indomito gli suggeriva.
Da anni Fabrizio Poggi studia e poi racconta nelle sue canzoni storie affascinanti e dense di significati, andando a esplorare il blues, e la canzone popolare americana in profondità, non a caso una parte imperdibile sono i libretti dei suoi dischi e in un punto di Spirit & Freedom, prima di suonarla, racconta la storia di una delle canzoni americane più popolari, resa celebre negli anni dalle voci di Nina Simone, Nitty Gritty, Frank Sinatra, Arlo Guthrie, Bob Dylan, Jim Croce, John Denver.
È una canzone scritta alla metà degli anni ’60 da Jerry Jeff Walker che nel weeek-end intorno al 4 luglio del 1965, una sera alzò parecchio il gomito e trascorse la notte nella prigione di New Orleans. Lì incontrò un ballerino di tip tap che aveva l’aria di essere stato piuttosto bravo anni prima, ma che in quel momento era messo male in arnese.
Il ballerino gli raccontò della sua vita, aveva girato in lungo e largo per tutti gli Stati del Sud, ballando nei locali più prestigiosi e quando viaggiava da una città all’altra, spesso saltando al volo sui carri merci dei treni, a tenergli compagnia era sempre il suo cane, che non lo lasciava mai, tanto da condividere con lui la buona e la cattiva sorte. Quando il cane morì, il ballerino divenne via via più triste, cominciando a bere e a ballare sempre meno. Da quel giorno erano passati vent’anni, ma lui non si era più ripreso, ormai ballava agli angoli delle strade per qualche monetina e la sera nei locali scalcinati per un panino e una birra.
Nella grande cella. Ad ascoltare il racconto, c’erano altri ospiti momentanei, visto che la polizia aveva fatto una retata per un omicidio, e ognuno, per non farsi riconoscere, aveva dato un nome falso o di fantasia, e il ballerino disse di chiamarsi Mr Bojangles.
A quel punto, visto che l’atmosfera nello stanzone si era fatta triste, uno dei presenti gli disse: "Mr. Bojangles, non essere triste, balla per noi".

Sergio Mancinelli


Film Tv, 18.6.10

<< < VAI > >>

Ballate, piombo e angeli perduti
Non sono un lettore centometrista: mi piace leggere con calma e una volta finito il libro rileggerlo da cima a fondo. Di seguito i sette titoli che ho assaporato negli ultimi tre mesi. Buona lettura.
(…)
5 - Fabrizio Poggi, Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues, Meridiano zero
Pubblicato da Meridiano zero nella collana Mappe musicali, Angeli perduti del Mississippi dell’armonicista Fabrizio Poggi è molto più di un semplice viatico alla cosiddetta musica del diavolo, ma è un vero e proprio viaggio ragionato nel ramificato universo del blues tra radici storico-geografiche (l’area del Delta), varianti regionali (Mississippi, Piedmont, Texas), suggestioni magiche (le pratiche hodoo), evoluzioni urbane (Chicago, Detroit, Memphis) e derivazioni europee (British Blues). Senza tralasciare le maggiori personalità (Robert Johnson, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson I e II, Willie Dixon) di un genere musicale che in tre accordi e dodici battute ha saputo racchiudere tutte le sfumature del sentire umano.

Joseba


La Gazzetta di Parma, 6.6.10

<< < VAI > >>

Poggi, spirito libero del blues
Poggi è forse il grande armonicista italiano, dotato di un suono e di una carica espressiva straordinari; che solo una grande passione possono dare. Tra Robert Johnson e Mississippi John Hurt, Poggi ha raccontato con poesia ed espressività un minuscolo pezzo di quella mitologia blues che tanto ama. Amore che l’artista nato 51 anni fa a Voghera non esprime solo attraverso la musica, ma anche attraverso la lettura ed il giornalismo (è da anni collaboratore dell’autorevole rivista Buscadero) ed ultimamente ha anche pubblicato un libro per la casa editrice Meridiano zero: Angeli perduti del Mississippi: storie e leggende del blues. Chiacchierare di questo libro con il suo autore è piacevole come farsi raccontare da vecchi saggi grandi epopee passate.
Angeli perduti del Mississippi è una specie di dizionario fatto dalle espressioni, le definizioni, i modi di dire, ma soprattutto le persone più ricorrenti e importanti della storia del blues: le piccole voci passano (rigorosamente in ordine alfabetico) da Blind Lemon Jefferson a Malted milk, tanto per intenderci. Ma non si provi a pensare che ci siano dietro volontà enciclopediche! Qui ci sono solamente "piccoli frammenti di una mitologia sterminata", come dice lo stesso Fabrizio: "un libro che si può leggere random, perché ho voluto raccontare solo piccole storie, per me le più importanti".

Giacomo Marzi


www.in-giro.net, 12.7.10

<< < VAI > >>

Se una magia spettrale ed arcana ha sempre circondato la musica blues, con questo libro Fabrizio decodifica i meccanismi ed entra in quelle logiche di vita dei musicisti che ci hanno tramandato sangue, sudore, gioie e dolori che venivano a loro volta tradotti in musica e descritti con canti.


Jam, aprile 2010

<< < VAI > >>

Artisti, dischi, etichette, slang, locali, città legati a un secolo di blues
L’attività concertistica di Fabrizio Poggi è sempre più affiancata da quella divulgativa. Angeli perduti del Mississippi è il suo nuovo libro che segue il bel lavoro sull’armonica di qualche anno fa: si tratta di una sorta di compendio enciclopedico su tutto ciò che fa blues, un excursus informale che ha il pregio di funzionare come una chiacchiera tra amici nella quale si possono chiarire stili ed evoluzioni, aneddoti e verità. L’idea è interessante e si concentra in rigoroso ordine alfabetico non tanto sulla vita dei musicisti (vengono citati solo quelli in qualche modo mitici), quanto sulla terminologia dello slang. Se avete qualche dubbio sul significato di termini come candy man, see see rider, canned heat, jelly roll, fat mouth o back door man che così di sovente si trovano nei testi o addirittura nei titoli dei brani, beh, allora questo libro fa al caso vostro. Qui c’è la concreta possibilità di soddisfare curiosità nuove e antiche che un semplice vocabolario non riesce a tradurre nell’accezione gergale in uso ai tempi. Naturalmente oltre alla spiegazione di questi bizzarri modi di dire ne seguono altre relative ai generi musicali che si sono via via codificati nel mondo delle dodici battute; si parla delle case discografiche, dei locali, delle città e delle canzoni che furono e sono di contorno a un secolo di blues. Poggi è competente in materia e sebbene, per la natura del libro, non si possa dilungare più di tanto sulle varie voci è sempre preciso ed esaustivo. Dopo la lettura se ne esce soddisfatti e non si pensi che si tratti solo di materiale per neofiti. C’è molto da imparare anche per vecchi navigati estimatori del blues.

Roberto Caselli


www.lankelot.eu, 23.2.10

<< < VAI > >>

Tutto il blues dalla A alla Z. A scriverne, un esordiente d’eccezione: il musicista Fabrizio Poggi, armonicista classe 1958, anima dei Chicken Mambo, popolari più negli States che da queste parti. Il blues, "unica musica popolare realmente americana", nasce negli hollers e nelle work songs dei neri, diventate uno stile solo col passare del tempo. È uno dei pochi stili in cui i silenzi e le pause sono importanti quanto i suoni. "Less is more", insegnavano i vecchi maestri, e Poggi è uno di loro. Robert Johnson sarebbe orgoglioso di lui. In questo libro gli aficionado e i neofiti troveranno entrambi ciò che vanno cercando: conferme e curiosità i primi, rivelazioni e definizioni e ricchi sentieri da esplorare i secondi. Completi di dischi consigliati. Si va, per capirci, dal british blues (John Mayall, Tony McPhee) alla storia dell’etichetta blues principe (Chess Records); dal luogo in cui il Blues è cominciato (la pianura del Delta, a sud di Memphis) sino a quello da cui usciva, magari dopo aver fatto l’amore con una bianca (la back door); dal rapporto di Bob Dylan col blues a quello, molto viscerale, d’ogni musicista col suo Gut Bass; dal senso delle Jam Session (e degli incontri Jama) a quello dei Jinx, i malefici; da Muddy Waters a B.B. King.
Qualche assaggio di quel che incontrerete, lettera per lettera, in questo ricco e intelligente dizionario blues.
A come Alabama: patria del codificatore (non fondatore) del blues, W.C. Handy, e dei Lynyrd Skynyrd, e culla di un buon gospel come quello dei Blind Boys of Alabama, e di una voce soul come quella di Percy Sledge (When A Man Loves a Woman)
B come Banjo: Poggi ci racconta la storia dello strumento, ovviamente africano, e il segreto (inizialmente, razzista) del suo successo tra i bianchi: serviva a caratterizzare i neri nei "minstrel show", a teatro. Va da sé che col passare del tempo divenne strumento bianco, nel country e nel bluegrass.
C come Canned Heat: il nome in codice di una sorta di whisky ricavato dal petrolio, miscela atroce di acqua, alcol denaturato e petrolio. Lo spacciatore del Canned Heat era il Candy Man. Canned Heat fu il nome di una band micidiale capace di scrivere, prima di suicidio e infarto dei suoi leader, un pezzo come On The Road Again.
D come Dixie. Il nome viene dai dixies, ossia le banconote ufficiose da dieci dollari, pre-guerra civile, o dalla Mason Dixon Line, la linea ideale di divisione ideale tra gli Strati che ammettevano la schiavitù, e quelli che la rifiutavano.
E come Easy Rider. Una volta significava la chitarra a tracolla dei bluesmen itineranti, hobo pronti a scavalcare un treno dopo l’altro. Quindi, spiega Poggi, "sinonimo di qualcuno che getta via i suoi soldi frequentando femmine di malaffare". Di lì a "pappone" o "amante infedele" il passo è stato breve.
F come Funk. Il termine viene dalla tribù africana dei Ki-Kongo: tra loro, "lu-funki" era chi aveva cattivo odore. Si suda tanto quando si ha paura. "Funk" diventa ansia, disagio, angoscia. Si suda tanto anche in altri frangenti. Questo può spiegare la sfumatura sensuale del funk odierno, come genere.
G come Gospel. Nato dallo spiritual per insegnare al mondo "quanto sia bello pregare Dio con gioia e partecipazione (anche fisica), battendo le mani e cantando a squarciagola la speranza di una vita migliore" (p. 106). "Gospel" viene da "God Spell": ovvero, parola di Dio. Bibbia. H come Harlem, prima meta degli afroamericani a New York, dal 1920.
J come Jack Ball (o soltanto Jack), talismano di stoffa e non solo (radici, ciocche di capelli…), molto protettivo. Portafortuna mica da poco. Da abbinare magari a un Juju, splendidamente apotropaico. Niente vale come il Mojo, a quanto pare. K come Killing Floor, cioè toccare il fondo in assoluto o essere sottomessi, in amore. L come Lemon, sinonimo degli organi genitali. M come Memphis o Mississippi, dove il blues si respira nell’aria.
N come New Orleans, che non è mica solo Jazz. O come Off The Wall, ossia come tutto quel che strano, bizzarro, anomale. P come Policy Game, il gioco del lotto (illegale) di gran moda tra tardo Ottocento e prima metà del Novecento. Q è Q. R come Race Records, dischi di razza. Una volta non era considerato un insulto.
S come Salty Dog. Significa "cagna in calore", e con poco stilnovismo è adottato come epiteto rivolto alle amanti. Nel francese della Louisiana "salté" significava "poco pulito", "jouer en salté" "giocare sporco". Da qui al Salty Dog il passo è stato breve.
T come Texas. Poggi ci ricorda che c’è qualcuno che dice che il blues è nato da quelle parti (Nobody There, Gates Thomas, 1890). U come universale, perché a quanto pare quella del blues è una lingua che capiscono tutti, bianchi, neri, gialli, in tutto il mondo. V come voodoo, perché forse c’entra qualcosa ma è meglio fare finta di niente. W come White Lightnin’, ossia un qualsiasi liquore, purché sia estremamente forte e cattivo. Z come Zuzu, i biscotti del Sud.

Slang. Qualche chicca, tra le tante. "Axe", "asso", è uno dei nomi della chitarra tra i neri di New Orleans. Curiosamente, è lo stesso sinonimo del fucile dei gangster. In comune c’era la custodia. "Bad", per via del "double talk" dei neri, fondamentale nei lunghi anni in cui i bianchi non dovevano capire affatto, significa l’opposto di quel che sembra: grande talento, grande umanità. "Bag", è un termine molto ricco di sfumature. "Bagman" significa poliziotto corrotto, mentre "trick bag" significa talismano. "Bag" è il genere di musica scelto: blues bag, soul bag. "Blind Pig", in epoca proibizionista, era il nome dei bar illegali.
"Captain" era il nome del capo della piantagione, torna spesso nei blues e negli spiritual. "Cat" è uno dei nick dei bluesman, viene da "katt", il nome dei cantanti nelle tribù americane Wolof. "Chump" è il ragazzo sfortunato, di solito in questioni amorose. Il nome deriva da "chum", termine adottato, nel lontano 1650, per indicare un compagno di (mala)sorte in galera. "Coon" viene da "Racoon", procione, nomignolo affibbiato ai neri nel sud degli State. "Coon Song" è la canzone cantata in slang nero da artista bianco dipinto di nero.
"Coffee" e "Honey", caffè e miele, erano le sfumature delle pelle dei neri. "Daddy" è un nomignolo dato dalle donne afroamericane ai loro amanti, e dalle prostitute ai loro protettori. "Dog" è chi si compiange per aver perduto l’amata, o per esser stato tradito. "Eagle" è la paga del venerdì – la paga settimanale, molto poco italiana. "Fat Mouth" è chi parla troppo. "French Girls" erano tutte le prostitute europee – non solo quelle americane. Chissà perchè. "Fuzz" era il nome delle guardie nei campi, poliziotti o sorveglianti che fossero. Viene dalla lingua Wolof: "fas" voleva dire cavallo. Le guardie erano sempre a cavallo.
"Get Lucky" è l’incontro da cui può nascere grande amore o magnifica notte "Hard Times" è passato, per traslato, a indicare i penitenziari del Sud. "Hoosegow" è un altro sinonimo, prestato dallo spagnolo messicano. La parola "Hokum" viene dal teatro, stava a indicare scenette, canzoni, baattute facili, magari un po’ spinte. Diventeranno gli Hokum Blues, irriverenti, chiassosi, ambiguotti.
"Jake" era uno dei pallini dei bluesman. Era un medicinale estremamente alcolico, molto popolare durante il Proibizionismo. Nome ufficiale: Jamaica Ginger. Poteva piegare le gambe, poteva paralizzare. "Jive" significa scimmia, in Africa. Nei campi statunitensi, si faceva "jive" quando si parlava male dei padroni. Come abbia potuto diventare uno swing energico e ballato è un mistero anche per il pozzo di conoscenza Fabrizio Poggi.
"Malted Milk" era la birra, oppure il latto corretto col whisky. "Moonshine" il whisky di contrabbando. "Salt Water" – l’acqua salata – era un altro sinonimo di alcolico, in epoca proibizionista. "Muleskinner" erano i neri del Mississippi. "Scortica mulo". I neri erano i soli a far lavorare i muli, sugli argini del fiume, perché tra loro e i muli non c’erano grosse differenze, dicevano i bianchi. "Reefer" è lo spinello.
"Shank" è l’arma di fortuna, fondamentale nei giorni della galera. "Spade" è la persona di colore.

Adesso voglio ricominciare ad ascoltare Back Door Man dei Doors con ben diverso spirito. Mr Mojo Risin parlava in codice più spesso di quanto possiamo pensare. Chissà cos’altro ci voleva dire, oltre a quel che ha scoperto Aurelio Pasini, qualche anno fa. Buona lettura e buoni ascolti, intanto.

Gianfranco Franchi


www.lettera.com, 21.3.10

<< < VAI > >>

Angeli perduti del Mississippi: Everyday I Have the Blues, il blues parola per parola secondo Fabrizio Poggi
Un glossario, studiato parola per parola, diventa una lunga e appassionata cavalcata alle origini di ogni singolo rituale del blues, dalle accordature aperte alle aperture ad altre musiche. Dal Bill Abel a Ike Zinnerman, tutta la grammatica del blues perché "chi non ama il blues ha un buco nell’anima".
Una cosa insegnavano un tempo i bluesmen più navigati a quelli meno esperti, una cosa che vale ancora oggi, e cioè che nel blues, come e più che in altre musiche, i silenzi e le pause sono importanti almeno quanto i suoni.
Storicamente, il blues è nato in un momento crepuscolare in cui alcune magie, religioni e culture hanno trovato una nuova forma. Un passaggio che ha visto anche tradizioni di consuetudini e di folklore diventare canzoni, proprietà pubblica e ridefinibile, materiale di lavoro, di suono e d’amore per quanto contrastato e faticoso. La sintesi, senza dubbio un "prodotto" sociale e culturale straordinario, non ha portato soltanto alla genesi di un suono che è poi stato la fonte primaria di una larga parte della musica occidentale, ma anche alla creazione di uno slang che, di secolo in secolo, si è trasformato in un vero e proprio linguaggio. Fabrizio Poggi con un lavoro certosino di ricerca e di assemblaggio ha ricostruito l’idioma degli "angeli perduti del Mississippi", vocabolo per vocabolo, frase per frase, titolo per titolo e personaggio per personaggio, allineandoli un po’ per comodità e un po’ per le logiche stringenti di un dizionario in ordine alfabetico. La schematicità della disposizione non ha pesato sull’interpretazione di Fabrizio Poggi così come non influisce sulla lettura. Il libro si può prendere dall’inizio alla fine leggendolo come un romanzo dove si intrecciano storie di demoni e chitarristi, di fantasmi e radici, di uno o più Delta e nomi di bluesmen che evocano leggende: Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Slim Harpo, Lightnin’ Hopkins, Elmore James e Bob Dylan. Sì, perché alla voce Dylan, a Bob è dedicato un ampio ritratto, come non potrebbe essere diversamente perché pur non avendo scritto bluesman sulla sua carta d’identità è uno snodo fondamentale che Fabrizio Poggi non poteva evitare. In un altro senso, il libro si può leggere come un manuale linguistico, colto e approfondito, il cui tenore non ha assolutamente nulla da invidiare a uno studio universitario, ma che a differenza di tanti tomi pieni di note a pié di pagina, scorre senza esitazioni sulle onde di una passione che Fabrizio Poggi conosce "dal vivo". Questo per dire che è un libro "cool", già ma cosa vuol dire "cool"? C come "cool", e per tutti gli "angeli perduti del Mississippi", Fabrizio Poggi richiama (a ragione veduta) Amiri Baraka alias LeRoi Jones: "Il termine cool significa avere un rapporto speciale con tutto ciò che ti circonda. Essere cool vuol dire continuare ad avere un atteggiamento positivo anche di fronte all’orrore che la vita ogni giorno ci propina". Citazione appropriata perché questo libro è davvero frutto di un "rapporto speciale" con il blues.

Marco Denti


liberidiscrivere.splinder.com, 8.4.10

<< < VAI > >>

Mi sono avvicinata a questo libro con una sorta di reverenza mista a timore poiché devo ammettere in tutta sincerità che sono una profana del blues giusto sapevo che si suona a New Orleans, che Billy Holiday è una delle sue voci più evocative, che è una musica nata nel cuore delle piantagioni nelle comunità afroamericane degli schiavi del cotone. Non sono una musicista ne un’esperta di musicologia per cui mi sono detta magari è un libro noioso pieno di gerghi tecnici, di eccentricità per addetti ai lavori comprensibile solo da chi ha un bagaglio di conoscenze specifiche nel campo. Ho dovuto ricredermi perché Angeli perduti del Mississippi sotto le mentite spoglie di un dizionario del Blues è un viaggio, un viaggio avventuroso nell’anima e nel cuore di un popolo che disperatamente cerca ancora un’identità, una scoperta continua di ritmi, cadenze, aneddoti, slangs. Ogni voce di questo dizionario è un piccolo tesoro da conservare con cura, da assaporare con gratitudine e più leggi e più ti incuriosisci, più sorridi toccandoti la fronte e dicendoti ecco cosa significava questa frase apparentemente banale colta un giorno in una canzone che so io di Jim Morrison o Bob Dylan. Perché il blues è un codice per iniziati, la voce gutturale e stonata delle guardie carcerarie o dei prigionieri che spaccano pietre sotto il sole impietoso della Luoisiana, è la voce dei balordi, dei giocatori d’azzardo, dei vagabondi che girano l’America sui treni della Grande Depressione. Il blues è sporco, malinconico, triste, cola come una giornata di pioggia umida di palude, ti strappa l’anima. È la musica delle feste da ballo campestri della Louisiana dove il barbecue regna sovrano e la birra scorreva a litri. È la musica che accompagna le danze sensuali degli afroamericani – lo slow drag – il sabato sera nei juke joints, le bettole per neri del sud degli States. Poggi ha il cuore del bluesman e la leggerezza narrativa del raccontatore di favole irlandese seduto accanto al fuoco di torba e grazie a lui impariamo a conoscere Robert Johnson il più famoso esecutore di Delta blues di tutti i tempi, divenuto leggendario per aver venduto l’anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa tecnica chitarristica, leggenda alimentata anche dall’oscurità dell’artista di cui per decenni non si sono viste immagini e dai testi delle sue canzoni colmi di riferimenti erotici e peccaminosi. O scopriamo che Mojo è il nome del più famoso talisamano portafortuna del mondo del blues e che proprio New Orleans e la Louisiana sono i luoghi dove esercitavano le migliori fattucchiere di magia nera. Lunghissima la voce dedicata a Bob Dylan. Al termine di quasi ogni voce un disco consigliato e se abbiamo la pazienza di raccogliere ogni suggerimento ci darà uno spunto davvero prezioso per rinfoltire la nostra collezione di blues. Che dire ancora leggetelo, imparerete cose che di solito non si leggono sui libri.

Giulietta Iannone


licenziamentodelpoeta.splinder.com, 20.2.10

<< < VAI > >>

Ventiquattro rughe sulla tua faccia
Fabrizio Poggi, classe 1958, bluesman e armonicista (dodici album con la band Chicken Mambo, di cui tre registrati negli USA), ha scritto un libro, Angeli perduti del Mississippi, che parla di blues.
Ora: di libri sul blues, se ne scrivono e se ne son scritti tanti. Ed è difficile evitarlo, vista l’influenza che questo genere musicale ha avuto sulla cultura americana, non solo quella musicale. Un esempio su tutti: chi conosce lo slang di strada di città come Baltimora (ok, alzino la mano i fan di The Wire) sa che, tra i neri dei projects, esiste un modo di dire preciso, nel rivolgersi a uno spacciatore di strada, per chiedergli che tipo di roba ha da vendere: What’s your bag? Ebbene: per esperti che siate, in merito allo slang di strada dei giovani neri americani (ok, alzino la mano i fan di The Shield che, come il sottoscritto, se lo sono visto in lingua originale) leggendo il libro di Poggi, potreste avere delle sorprese: ad esempio, scoprire che quella frase in apparenza banale ha una storia, e quella storia nasce dal blues (si veda la voce BAG del libro di Poggi, a pag. 7). Hanno cominciato a usarla i musicisti di blues, per chiedersi a vicenda: "Che musica fai?".
Ho detto "si veda alla voce BAG" perché Angeli perduti del Mississippi è organizzato in forma di dizionario, dove le voci biografiche si alternano alle nozioni di cultura afroamericana (e non), alla storia sociale etc. Cultura e dati musicali sono mescolati in maniera encomiabile, e si vede che a scrivere il libro è stato un armonicista e amante del blues, e non un musicologo di formazione accademica. Ad es. la voce BACK DOOR MAN ci dice che questa locuzione è usata per indicare l’amante di una donna sposata e, ancor prima, all’epoca della schiavitù, l’amante di una schiava domestica, egli stesso schiavo. Solo dopo ci vien detto che c’è una famosa canzone, Back Door Man, scritta da Willie Dixon etc. etc. (il link che ho messo io però va alla versione di Howlin’ Wolf, che è quella che piace di più a me).
Ecco, uno che sta dentro la cultura del blues, secondo me ragiona proprio come fa Poggi: un musicologo invece, l’Arrigo Polillo della situazione (bravissimo, per carità, eh) avrebbe preso la strada opposta: prima la canzone, le varie esecuzioni, le incisioni più famose, poi casomai il resto, il mito che c’è dietro. Ce ne accorgiamo, quasi platealmente, quando nel volumone Jazz, Polillo ci racconta la storia di come Charlie Parker incise la sua prima versione di Lover man. Polillo ci racconta prima il modo in cui "Bird" si ritrovò di nuovo in cabina d’incisione, spiega per filo e per segno chi c’era e chi non c’era (addirittura era presente uno psichiatra!), ci dice che Elliott Grennard (presente anche lui) ne avrebbe poi scritto un racconto dal titolo Sparrow’s last jump. Polillo di dà tutti i dettagli, e solo dopo ci racconta di cosa fu quell’incisione fallosa e dolente, con "Bird" ridotto a pezzi, eppure capace di una sonorità "stridente, piena di angoscia, che spezzava il cuore" (sono parole di Ross Russell, non mie). Un musicologo ti dice prima i fatti, poi la leggenda. Un appassionato di jazz, dalla leggenda non può prescindere, parte da lì. E infatti il sottotitolo del libro di Poggi è: Storie e leggende del blues. Come dire: qui il mito la fa da padrone, per la filologia rivolgetevi a un altro indirizzo.
Il libro di Poggi è proprio bello, in questo senso, e mi ha fatto scoprire un sacco di cose che non sapevo. Da una espressione come cold in hand, che negli anni Trenta gli afroamericani usavano per dire di essere senza più un soldo (adesso dicono, meno poeticamente e come tutti, I’m broke) fino alla papera come metafora di libertà (e da solo non ci sarei MAI arrivato: si veda la voce DIVING DUCK, a pag. 65). Passando, per restare in tema, al dramma esistenziale, espresso in forma di metafora, che sta in un pezzo come Pay Day (la voce è DOUBLE TALK, pag. 66).
Certo, la scelta delle voci nel libro è arbitraria, e non potrebbe essere diversamente (l’arbitrarietà è un demone cui nessun autore può sfuggire del tutto). Per esempio, il grande Peg Leg Howell (sua la struggente New Prison Blues) è sì menzionato, ma solo per via del fatto di essere un pioniere del blues georgiano, e perché nella Tishomingo Blues da lui incisa nel 1926 compare la parola "faro" (termine rurale usato da per indicare la propria fidanzata, che pare sia una contrazione di fair brown, bellezza bruna): però della sua paternità, relativamente a New Prison Blues, non c’è traccia (o almeno, io non sono riuscito a trovarla).
Così come Eric Clapton è menzionato parecchie volte, ma non c’è una voce su di lui e nemmeno sui Cream, che bluesmen lo sono stati a pieno titolo: ma forse l’autore non ama il british blues o la psichedelia… peccato, perché a mio avviso c’è più blues in un pezzo come Tales of brave Ulysses che in tante canzoni di Steve Ray Vaughan, cui si dedica invece una voce del libro. E non è solo un dato musicale, ma tematico, poiché in Tales of the brave Ulysses ritroviamo cospicui argomenti cari alla tradizione blues: il vagabondaggio, anzitutto, eppoi le apparizioni femminili "pericolose" o crudeli, come – già che si parlava di Peg Leg Howell e Tishomingo Blues – le "donne di Atlanta" che, lamenta Howell, "avevano fatto andare a male il suo osso di prosciutto" (non vi spiego la metafora perché se non ci siete arrivati da soli, state messi male).
Ma forse – l’ipotesi è mia – l’autore vede nel british blues una sovrastruttura, una incrostazione, cui egli riconosce sì il merito di "aver fatto tornare a casa il blues" (si veda la voce BLUES REVIVAL, e in particolare pag. 16) ma non ne trova interessante o prezioso l’apporto da esso dato al genere e al suo rinnovamento, come l’intreccio con la vena psichedelica che allora attraversava, come una spirale sinuosa, il mondo della musica nel Regno Unito.
Per contro, invece, il libro offre un’ampia trattazione del personaggio Bob Dylan, che al blues deve molto come artista, e ha dedicato ad esso parte della sua carriera e della sua produzione, ma non è sicuramente un bluesman al 100%. La lunga voce su Dylan comunque è scritta e raccontata benissimo, una delle parti migliori di Angeli perduti del Mississippi, specie quando Poggi si tuffa nei retroscena culturali della America dei Sixties, tirando fuori dal proverbiale pork pie hat la storie da brivido che stanno dietro a pezzi come Oxford Town (pag. 78) e Only a pawn in their game, e ancora The Lonesome death of Hattie Carroll (pag. 79). Ed è proprio la voce dedicata a Dylan, forse, a chiarirci le linee-guida della arbitrarietà di Poggi: a pag. 93 l’autore riprende una affermazione di Dylan stesso, proveniente dalla sua autobiografia, secondo la quale "il blues scorre nelle sue vene", e ci dice (cito testualmente) che "l’essenza del grande bluesman", che è essere "capace di condividere col pubblico i sentimenti provati e le esperienze vissute" (inevitabilmente meste, o drammatiche, o struggenti; se no, che blues sarebbe, dico bene?).
Che è un po’ l’approccio di quanti pensano che il blues lo possono suonare solo coloro che hanno fatto un certo percorso di vita, come quel vecchio bluesman intervistato da Paolo Nori nel suo libro Ente nazionale della cinematografia popolare, che racconta di un suo tour in Nuova Zelanda e del fatto di aver conosciuto lì dei neozelandesi che suonavano il blues, cioè credevano di suonarlo. E dice poi, il vecchio bluesman rievocando la sua infanzia, che quelli là il blues non lo possono fare, c’entra come uno è cresciuto, lui da ragazzino non aveva tempo di giocare, doveva lavorare nei campi, quando finiva di lavorare gli veniva fame e mangiava "sempre del pane", aveva sempre fame. E non aveva tempo, lui, di giocare, davvero; e non aveva nessuno, lui, con cui giocare. E "se non hai nessuno con cui giocare ti vengono ventiquattro rughe sulla tua faccia, ti viene il blues".
Epperò, se l’approccio di Poggi è questo, come mai non c’è traccia di Tom Waits nel suo libro? E non dico una voce tutta sua: no, non è citato proprio mai. E Waits, per me, le carte in regola ce le ha fino in fondo: americano che di più non si potrebbe, uno stile che agli strascicamenti del talkin’ blues deve tutto, e certe canzoni che secondo me, le avesse sentite Robert Johnson, si sarebbe alzato in piedi a stringergli la mano e a fargli i complimenti: non so, penso a Big in Japan. Blues che più blues non si può. E poi il testo, il testo, dico io, che se non c’è il blues là dentro, io non saprei dove altro cercarlo nel mondo.
"Ho la polvere da sparo, ma non la pistola. Ho il pane, ma non la focaccia. Ho le nuvole, ma non il cielo. Ho le strisce, ma non la cravatta. Però in Giappone sono alto, in Giappone sono alto, in Giappone sono alto" (traduzione mia, fatta al volo, se vi fa schifo pazienza).
Ma queste sono seghe mentali mie. Non ci sarà Tom Waits, nel libro di Poggi, ma ci sono un sacco d’altre cose, che val la pena di leggere e sapere. Una sola mancanza, questa sì, mi ha un po’ seccato: c’è in coda al volume una bella bibliografia, c’è l’indice analitico, ma manca quello delle voci, cui si supplisce in parte con un sistema un po’ scomodo. Ad es. alla voce VAUGHAN, RAY STEVIE nell’indice analitico dice che il nome compare alle pagg. 113, 158, 189, 224, 225-227. Il fatto che 225-227 sia scritto in neretto indica che lì c’è la voce specifica dedicata a Stevie Ray Vaughan. Ora, d’accordo che il libro è in ordine alfabetico, però un indice delle voci io l’avrei trovato comodo, e così – a volte, cercando una voce precisa in fretta, tipo per scrivere questo pezzo – un po’ di fatica l’ho fatta.
Che poi d’accordo, fare fatica è una cosa molto blues, ma io quando posso preferisco evitarla, come esperienza. Che anche cercar di evitare la fatica, se appena uno ci riesce, a ben pensarci, è parecchio blues come cosa. Voi, che faticare vi piaccia, o non vi piaccia, anche se secondo me non vi piace tanto, io ho come un intuito per certe cose; voi, dicevo, state bene.

Davide Malesi


www.lisolachenoncera.it, 24.8.10

<< < VAI > >>

Fabrizio Poggi, armonicista e vocalist, con i suoi Chicken Mambo, è divenuto uno dei principali esponenti del Blues italiano. La sua passione lo ha portato diverse volte negli USA ad approfondire quella che per lui è non solo fonte di interesse e studio ma anche una ragione di vita: il Blues.
Il titolo non tragga in inganno, Angeli perduti del Mississippi non è un romanzo ma un vero e proprio dizionario che parte dal lemma Alabama e finisce con Zydeco, con l’imprimatur dato in prefazione da un altro mostro sacro come Ernesto De Pascale.
Angeli perduti del Mississippi è scritto con competenza e scrupolosità, nulla viene dimenticato, ed ogni argomento viene trattato in modo da far comprendere al meglio anche il lettore non propriamente istruito sul genere trattato. Poggi spiega in modo esaustivo termini dello slang legato al blues, nello specifico il double talk, la lingua "nascosta" con la quale i neri parlavano per non farsi comprendere dai bianchi, ma anche modi di dire, generi, leggende, senza dimenticare anche delle essenziali biografie legate agli artisti ritenuti i capiscuola del blues, sempre con dovizia di particolari di interesse storico e sociologico.
Libro interessante ma per forza di cose consigliato agli amanti del genere analizzato.

Stefano Tognoni


Il martedì

<< < VAI > >>

Blues, scritto e suonato
Il libro. Cosa c’è dietro un titolo di canzone, dietro un ritornello, dietro una parola apparentemente semplice? Il libro di Fabrizio Poggi, Angeli perduti del Mississippi, ci porta alla scoperta di tutto questo, e coglie nel segno analizzando il periodo storico, socialmente importante per lo sviluppo di un linguaggio divenuto poi globale,dei brani a noi riportati dalla più vecchia storia musicale partendo dall’universo musicale e culturale afroamericano. Le varie etichette poste o i generi suggeriti per meglio distinguere stili e/o culture non cancellano la provenienza di tutto ciò che oggi è la musica blues contemporanea. L’analisi certosina porta al lettore oltre le risposte, la curiosità di continuare la ricerca, sempre più a fondo nel colore di questa musica. Poggi volge l’attenzione soprattutto agli aspetti più sconosciuti ma assolutamente di primaria importanza per poter decifrare gli stati d’animo degli autori di brani più o meno conosciuti dalla massa, un viaggio avventuroso nel cuore e nell’anima di un popolo che cerca disperatamente una propria identità. Giustamente posto nella collana Mappe Musicali di Meridiano Zero, il libro è la passione e l’amore che l’autore non nasconde, anzi, gliela si può leggere negli occhi, lì davanti a noi, ogni volta che giriamo pagina, mentre ci accompagna attraverso un viaggio che va dritto a cogliere l’anima più nascosta riportandocela intatta alla luce perché Poggi vive il blues, assaporandone la polvere sulle strade, e a sua volta suonando.
L’album. Spirit & Freedom è il titolo del nuovo disco di Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, degno successore dello splendido Oh Mercy, disco italiano dell’anno dalla rivista Buscadero e recensito con parole preziose e bellissime sia in Italia sia oltreoceano. Spirit & Freedom dilata le atmosfere blues e gospel di Mercy aprendosi anche a delicate e commoventi incursioni nella musica d’autore americana di matrice roots e folk da sempre nel bagaglio musicale di Poggi. Registrato come altri lavori in gran parte negli States, il disco si avvale di molti ospiti, alcuni davvero prestigiosi: The Blind Boys Of Alabama, Garth Hudson (The Band), Charlie Musselwhite, Augie Meyers (Texas Tornados, Sir Douglas Quintet, John Hammond, Bob Dylan) e tanti altri ancora.

Mauro Alberghini


www.miapavia.it

<< < VAI > >>

Il nuovo libro di Fabrizio Poggi si intitola Angeli perduti del Mississippi (edito dalla Meridiano zero). È un libro che, in ordine alfabetico, racconta di blues e di voodoo, di paludi e di vicoli maleodoranti, di grandi fiumi e di grandi musicisti, di superstizioni e leggende, di rabbia e sofferenze, di disperazione e tenerezze… e di libertà.
Vi narra storie e vi spiega differenze, vi svela trucchi e vi descrive strumenti con la passione bruciante di un ricercatore curioso, puntiglioso e inarrestabile.
Credo che entrerà a far parte del novero di quelle pubblicazioni che, negli anni, diventano un punto fisso di consultazione. Sapete, quelli che risolvono situazioni tipo "Non mi ricordo più questa cosa… aspetta che do’ una occhiata al libro di Poggi… che lì, sicuramente la trovo!".

Furio Sollazzi


www.new.splinder.com, 29.7.10

<< < VAI > >>

Questo libro edito Meridiano zero mescola passioni e aneddoti di blues con l’arte narrativa che solo Fabrizio Poggi ci sa regalare.


www.musicalnews.com, 24.5.10

<< < VAI > >>

Gli angeli perduti del Blues rivivono grazie a Fabrizio Poggi.
Nuovo libro per Fabrizio Poggi, che ci regala un’opera sul blues, che parla di stili, di curiosità, di aneddoti.
A distanza di circa cinque anni dal suo ultimo lavoro Il soffio dell’anima: armoniche ed armonicisti blues, Poggi scrive un libro caratterizzato da slang, terminologie, luoghi ed appellativi tipici del mondo musicale afro americano: non ci si ferma sulla vita dei musicisti, ma esplora tutto ciò che fa da contorno alla scrittura ed alla nascita di una canzone blues; si passa dai luoghi, alle case discografiche, dagli oggetti di culto agli appellativi che hanno fatto e fanno da contorno al mondo blues.
Che differenza c’è tra "hoodoo" e "woodoo"? Cosa sono "jack ball" e "holler"?
Un vademecum in cui Fabrizio Poggi ci spiega il linguaggio universale di questo universo musicale unico nel suo genere; ci chiarisce gli stili e approfondisce molto chiaramente le radici africane di tanti termini usati frequentemente nelle canzoni di questi "angeli" musicali.
Un libro bello, veloce da leggere, non necessariamente per musicisti: appassiona sia i neofiti che i vecchi ascoltatori, grazie ad una critica musicale chiara e diretta.

Andrea Briccoli


www.nybramedia.it, 14.5.10

<< < VAI > >>

Disse B. B. King: "Il blues non si può ripulire più di tanto; dev’essere grezzo e intenso. Il blues non può essere perfetto ed è il motivo per cui molti musicisti bianchi non sono capaci di suonarlo. Non per altro, ma perché parlano un inglese troppo buono. Il blues e una buona pronuncia non vanno d’ accordo. Per suonarlo bene, devi sporcare, devi spaccare le parole".
Se volete saperne di più su questo suono che rappresenta uno dei momenti importanti della storia della musica, è in libreria, edito da Meridiano zero, Angeli perduti del Mississippi – Storie e leggende del blues.
Il volume è firmato da Fabrizio Poggi.
Nato nel 1958, si avvicina giovanissimo al mondo della musica. Sul finire degli anni ottanta l’incontro decisivo con l’armonica a bocca, di cui diventa uno dei più noti solisti italiani. Con la sua band Chicken Mambo e altre formazioni incide dodici album, di cui tre prodotti e registrati negli Stati Uniti, paese che lui ha ben conosciuto grazie a numerosi viaggi, soprattutto negli stati del Sud.
La Hohner (la più celebre azienda produttrice di armoniche a bocca) lo ha premiato con un Oscar alla carriera._Questo suo recente volume espone una storia del blues, attraverso un dizionario articolato in voci che propongono termini personaggi stili, rivissuta secondo una puntuale cultura storica, ma anche una navigazione orientata sulle passioni dell’autore.

A Fabrizio Poggi, ho chiesto: che cosa, principalmente, ti ha spinto a scrivere questo libro?
Il fatto che nel blues dietro ogni parola ci sia sempre una storia. Una storia a volte cupa a volte divertente, ma sempre affascinante. Storie che spesso mi sono state raccontate da chi le ha vissute in prima persona. Questo è un altro di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere quando trent’anni fa mi sono avvicinato al blues. Un libro fatto di parole semplici, semplici come la musica che descrive, ma anche un libro pieno di passione, quella che c’è dentro il mio cuore quando suono il blues. Questo libro è una guida, o come dice il grande Ernesto De Pascale nella sua introduzione, un navigatore satellitare dei sentimenti per visitare con gli occhi del cuore quel luogo dell’anima che si chiama blues. Un luogo in cui si incontrano chitarre e armoniche a bocca, treni da prendere al volo, musicisti che hanno venduto l’anima al diavolo e distillatori di whisky di contrabbando che cantano come angeli, angeli perduti del Mississippi alla ricerca della propria anima blues.

Qual è stata l’influenza del blues negli altri stili musicali?
Il blues ha influenzato tutta la musica moderna. Solo certe musiche etniche o la musica classica non sono stati toccati da ciò che gli afroamericani hanno saputo tirare fuori dal loro dolore infinito. Uomini e donne che dalle acque fangose del Mississippi hanno tirato fuori il blues, la ’madre’ di tutte le musiche. Gente straordinaria che ha inventato una musica che è una medicina. Una medicina capace di guarire tutte le tristezze e di toccare miracolosamente persone diversissime fra loro, in ogni parte del mondo.

Ai nostri giorni, nella produzione musicale italiana, è possibile, rinvenire tracce del blues?
Il blues è dappertutto nella musica contemporanea e l’Italia non fa eccezione. A volte i miei colleghi musicisti e il pubblico ne sono coscienti e riconoscenti, altre volte no. Oppure ci si può imbattere in qualcuno che in assoluta buona fede pensa di suonare o di ascoltare il blues e invece il blues sta da tutt’altra parte. Perché ’eseguire’ un blues è facilissimo, ’suonarlo’ invece, è difficilissimo. Credo che forse il segreto stia in ciò che insegnavano un tempo i bluesmen più navigati a quelli meno esperti, una cosa che vale ancora oggi e cioè che nel blues, i silenzi e le pause sono importanti almeno quanto la musica. I musicisti dicevano spesso che non era importante il numero o la velocità delle note suonate ma la qualità di ogni singola nota. Bisognava scegliere in mezzo a tante la nota ’giusta’, la nota che emozionava. E solo dopo anni un musicista di blues riusciva a capire qual’era la nota giusta da suonare, ma quando si arrivava lì voleva dire che si era davvero pronti, pronti per suonare il blues! __

Armando Adolgiso


omardimonopoli.blogspot.com, 12.3.10

<< < VAI > >>

Da buon musicista – classe 1958, è l’anima della band dei Chicken Mambo – l’esordiente Fabrizio Poggi ha pensato bene di sfornare un’opera prima davvero originale, qualcosa che avesse grande pertinenza con la propria attività senza però tradire l’esigenza di raccontare mondi sconosciuti attraverso la parola scritta. E non si tratta, bontà sua, del solito romanzo decadente italiano ambientato questa volta nel mondo della musica, decisamente no. Angeli perduti del Mississippi è invece un vero e proprio dizionario. Un dizionario del blues, per essere corretti, "l’unica musica popolare realmente americana", qualcosa che nasce confusamente nelle work songs dei neri e che col sovrapporsi delle epoche assurge a musica dell’anima, quasi un battito in cui i silenzi e le pause sono importanti tanto quanto i suoni. In questo bel volumetto – destinato non solo agli appassionati, per fortuna – si raccontano grandi e piccole storie rivelando aneddoti e curiosità sul blues, ma Poggi è attentissimo nell’inserire e contestualizzare ogni definizione all’interno di un’articolata scenografia geografica e sociale, facendoci così entrare senza sforzo nel mondo torrido e rurale (quasi esclusivamente di matrice southern) in cui il blues si è sviluppato, ramificandosi tra voodoo, gumbo, bayou e blak-dogs. Si viene così a conoscenza del british blues (John Mayall, Tony McPhee) o del luogo in cui il blues ha avuto origine (la pianura del Delta, a sud di Memphis); del viscerale rapporto di Bob Dylan con questo particolare universo o del significato intimo delle jam sessions; e poi s’incontrano tutte le figure cardine del genere, quelle che ancora oggi alimentano e fortificano la leggenda: da Muddy Waters a B.B. King, da Aretha Franklin a Billie Holiday. Insomma, l’autore ci ha consegnato un libro necessario che è bello poter di tanto in tanto consultare. Un libro che ti fa venire voglia di correre in soffitta a recuperare qualche vecchio vinile polveroso per riascoltarlo con attenzione (e finalmente, sia ringraziato il cielo, grazie a Fabrizio Poggi sappiamo cos’era il Mojo – ovvero il talismano portafortuna – cantato in Backdoor Man da Jim Morrison!)

Omar Di Monopoli


www.ondarock.it

<< < VAI > >>

Il blues dall’Alabama allo Zydeco, in rigoroso ordine alfabetico.
Pubblicato da Meridiano zero nella collana Mappe musicali, Angeli perduti del Mississippi dell’armonicista Fabrizio Poggi è molto più di un semplice viatico alla cosiddetta musica del diavolo, ma è un vero e proprio viaggio ragionato nel ramificato universo del blues tra radici storico-geografiche (l’area del Delta), varianti regionali (Mississippi, Piedmont, Texas), suggestioni magiche (le pratiche hodoo), evoluzioni urbane (Chicago, Detroit, Memphis) e derivazioni europee (British Blues). Senza tralasciare le maggiori personalità (Robert Johnson, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson I e II, Willie Dixon) di un genere musicale che in tre accordi e dodici battute ha saputo racchiudere tutte le sfumature del sentire umano.
Nella sua argomentazione per voci, Poggi fa piazza pulita di un bel po’ di equivoci e luoghi comuni che condizionano la percezione del blues come musica intrisa di una tristezza immedicabile e come genere irrimediabilmente monocorde: trattando le numerose declinazioni che la matrice ha ricevuto a seconda delle singole realtà in cui ha attecchito, Angeli perduti del Mississippi rivela la straordinaria varietà di inflessioni e coloriture del genere. Si passa dalla viscerale ruvidezza del Delta (regione situata a nord dello stato del Mississippi e nella parte orientale dell’Arkansas, da non confondere con la foce del fiume) alle asprezze elettriche di Chicago e dalle ibridazioni jazz e swing di Kansas City (nonché del West Coast Blues di T-Bone Walker) alle sonorità morbide e rilassate dello Swamp Blues della Louisiana. Ce n’è per tutti i gusti, insomma.
Ma a rendere la cartografia musicale di Poggi un autentico gioiello è soprattutto l’attenzione rivolta ad aspetti meno trattati e assolutamente cruciali nella significazione e nella diffusione del filone: il carattere allegorico del double talk (o jive o signifying) nei testi dei bluesmen, l’importanza dei juke joints (gli spartani locali del sud degli States), delle prime trasmissioni radiofoniche dedicate al genere (la leggendaria King Biscuit Time), dei concerti itineranti (l’American Folk Blues Festival), dei raduni annuali (il Newport Folk Festival) e soprattutto la fioritura di etichette discografiche grandi e piccole (Chess, Bluebird, Trumpet) che hanno sdoganato un genere inizialmente destinato e circoscritto al pubblico afroamericano (a tal punto che i dischi di jazz e blues negli anni Venti e Trenta venivano definiti race records).
Stante l’equilibrata misura della trattazione (voci snelle, esposizione limpida e un dettagliato indice analitico), non mancano però amplificazioni e accentuazioni personali: il lungo capitolo dedicato a Bob Dylan testimonia non solo il ruolo chiave svolto dal cantautore di Duluth nella rielaborazione della tradizione blues e spiritual ma anche la genuina ammirazione dell’autore; e la partecipazione con cui sono descritte le travagliate vicende dei più grandi armonicisti (Sonny Boy Williamson I e II, Little Walker, Sonny Terry, Junior Wells) tradisce l’amore per lo strumento d’elezione di Poggi. L’unica pecca che si può rimproverare a un libro prezioso quale Angeli perduti del Mississippi è un’eccessiva ritrosia ad approfondire le componenti squisitamente tecniche che differenziano i vari stili di blues ma, considerando che si tratta di una pubblicazione non specialistica, la decisione di non calcare troppo la mano è più che comprensibile. Un libro da leggere tassativamente con You Tube a portata di mano per godersi i brani citati. Everybody understand the blues.

Corey


www.ilpopolodelblues, 27.5.10

<< < VAI > >>

Fabrizio Poggi non è solo un ottimo musicista ma anche un attento ed appassionato ricercatore, da anni infatti oltre ad incidere dischi con le sue due band i Chicken Mambo e i Turututela, ha dedicato molto tempo allo studio del blues ed in particolare all’armonica, strumento a lui molto caro. Angeli perduti del Mississippi, non è il primo libro dedicato al blues che esce dalla penna di Poggi (di qualche tempo fa è lo splendido Il soffio dell’anima, dedicato agli armonicisti blues) ma a differenza dei precedenti, in questo nuovo lavoro il musicista vogherese va studiare da vicino le intricate e mitiche radici della musica del diavolo. Dopo l’interessante presentazione di Ernesto De Pascale, uno dei principali animatori della scena blues in Italia, si viene letteralmente rapiti dallo stile accattivante di Poggi, che ci conduce attraverso storie affascinanti nelle quali incontriamo personaggi che hanno fatto la storia del blues da Robert Johnson a B.B. King da Elmore James a Buddy Guy, il tutto intercalando suggestioni leggendarie, ricerche antropologiche ed interessanti analisi musicali. Leggendo il libro, si ha la sensazione che Fabrizio Poggi voglia condividere con il lettore la sua passione per il blues, accompagnandolo attraverso un viaggio che conduce ben oltre l’immaginario tipico del blues da pub, ma che va dritto a coglierne la vera anima, quella celata ai più, e con grande abilità la priva di quel manto polveroso del tempo riportandola integra alla luce. Di grande interesse ci sono sembrati il capitolo dedicato a Bob Dylan, che di tradizione blues ha permeato da sempre il suo songwriting, ma anche le varie biografie di Leadbelly, Robert Johnson Howlin’ Wolf e Blind Lemon Jefferson. Insomma se cercate una mappa per orientarvi nell’intricato ginepraio della storia del blues, Angeli perduti del Mississippi, è il libro giusto in quanto ne compendia la storia e i personaggi principali ma allo stesso tempo si esalta nella ricerca musicale ed antropologica.

Salvatore Esposito


Rockerilla, giugno 2010

<< < VAI > >>

Emerso nel sud degli U.SA a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il blues ha radici molto più profonde che partono dalle origini stesse della cultura afroamericana, nata successivamente alla deportazione degli schiavi africani in America e iniziata più di due secoli prima. Sia il blues che il jazz, nati parallelamente (e per un lungo periodo, sinonimi tra loro) appartengono al mondo della cultura popolare e, pertanto, non è possibile tracciarne un percorso storico senza fare riferimento ai miti e alle leggende popolari che ne pervadono la storia.
Racconti di vite sregolate, di personaggi mitologici, ma anche di musicisti in carne ed ossa, portavoce della sofferenza dei neri-americani, ma non solo. Nel mondo delle scale pentatoniche e delle note "blue", trovano spazio anche Bob Dylan e il british rock.
Lontano da pretese storiografiche e tanto meno antropologiche, il noto armonicista blues Fabrizio Poggi, dalla posizione "dell’insider" più che dello studioso scientificamente distaccato dalla materia di indagine, sceglie la forma del dizionario per ordinare il suo personale punto di vista sulla cosiddetta "musica del diavolo". Un libro scorrevole e utile, frutto di esperienze dirette, ma anche di numerose letture.

Daniele Follero


www.rootshighway.it, 13.4.10

<< < VAI > >>

È colmo di elementi noti e meno noti, curiosità e mistero, questo libro con cui l’armonicista pavese Fabrizio Poggi si avvicina di nuovo alla letteratura, dopo le canzoni imbevute di queste stesse tradizioni e leggende intorno alla musica nera nel suo precedente lavoro discografico, il bellissimo Oh Mercy. E se alle storie del blues Fabrizio si era già abbandonato con la pubblicazione nel 2005 di Il soffio dell’anima: armoniche e armonicisti blues, stavolta la passione cede al fascino di farsi spazio tra di esse per decodificarne il linguaggio e le parole stesse con cui quelle storie ci sono state tramandate nelle canzoni. E proprio come il gioco di rimandi dell’oralità da cui proviene allora, il vocabolario del blues ci apre, nella sua carica semantica, a nuove storie e leggende perdute nel Mississippi, dalla differenza tra i termini "hoodoo" e "voodoo" alla relazione col blues di artisti quali Leadbelly o Bob Dylan, esempi a cui si aggiungono le innumerevoli espressioni gergali che hanno dato il titolo a canzoni sì come a generi musicali e conferito importanza ai luoghi geografici, da Mellow Down Easy a Stone Fox Chase o, per dirla con le parole della prefazione di Ernesto De Pascale "…inizia con Alabama e termina con Zydeco".
Come il fiume che le alimenta, Poggi ne traccia ancora una volta le innumerevoli diramazioni, mettendosi in disparte quel tanto che basta al cantastorie per dare spazio a quel che racconta, più con l’estro artistico del narratore che col piglio altezzoso del saggista. Ne viene fuori una godibile opera compilativa, intessuta di narrazioni raccolte via via lungo la strada di chi vive l’esperienza musicale, tra l’altro direttamente, oltre che avvalendosi delle informazioni raccolte in un pugno di libri, consumati con l’ardore dello studioso. Sicchè neppure infinita, quanto piuttosto sincera e affatto scontata è la bibliografia alla fine del testo, con un indice analitico che fa onore all’opera in una serie di connessioni invitanti alla lettura, viaggio antropologico che non ubbidisce alle ferree regole accademiche o a ulteriori catalogazioni, ma solo al sentimento di un lungo elenco di canzoni, artisti, terminologie di un abbecedario emotivo.
Il risultato di Angeli perduti del Mississippi è quindi un glossario che ben risponde ai tipi delle "mappe musicali" per la Meridiano Zero, consultabile all’occorrenza e libera lettura senza un ordine preciso, ma che potrebbe ben racchiudere in sé tutto l’amore di Poggi per l’idioma afroamericano attraverso il contrasto emergente dalla frase in quarta di copertina (raccolta dal muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi): "chi non ama il blues ha un buco nell’anima". A noi colmarlo.

Matteo Fratti


www.sassiperpollicino.it, 18.9.10

<< < VAI > >>

Volete sapere com’è nato il blues? Come si sono create certe ’ballate nere’ indimenticabili e sempre pronte a rapirci? Non è certo successo in modo banale, ovviamente. Ma, piuttosto, con più d’un pizzico di magia e mistero. Proprio come in ognuno di questi piccoli racconti di Poggi.
Tutto comincia a un crocicchio d’una via. Almeno, così narra la leggenda…
Tutto comincia così, certo, per Robert Johnson, che fa un patto col diavolo.
Eh, già! Johson cede la sua anima in cambio d’un talento: la magica dote di saper suonare la chitarra come nessuno ha saputo fare prima. E, poi, la storia prosegue fino a oggi. È la storia, appunto, del linguaggio un po’ sacro del blues. Da B.B. King a Elmore James. Un ponte fra le radici africane e le possibilità creative liberate dal clima americano.


www.smemoranda.it, 5.8.10

<< < VAI > >>

Da leggere: Angeli perduti del Mississipi
Robert Johnson abitava nei sobborghi di Memphis nei primi Anni Venti. Non sapeva suonare la chitarra, solo l’armonica.
Poi, un giorno sparì.
Tornò dopo qualche mese: senza più la sua fedele armonica, ma dotato di una tecnica chitarristica sopraffina, addirittura soprannaturale. Aveva incontrato il diavolo, che gli aveva donato quell’incredibile abilità, ma in cambio aveva preteso la sua anima. Così, almeno, si disse. Forse per questo, la vita di Robert fu breve e piena di tristezza. Morì a trentun’anni, poco dopo un concerto: stava suonando in un locale del Mississipi, quando qualcuno gli passò una bottiglia di liquore avvelenato con la stricnina. Pare sia stato il proprietario del locale: aveva scoperto che Robert stava corteggiando sua moglie.
Quella di Robert Johnson – il più grande e misterioso chitarrista della storia del blues – è solo una delle tante storie (leggende?), raccontate fra le pagine di Angeli perduti del Mississipi, libro sul blues delle origini scritto da Fabrizio Poggi, lui stesso uno fra i più noti bluesman italiani. Ma non c’è solo Johnson: si parla di Muddy Waters, di B.B. King, di Buddy Guy, di Elmore James. E ci sono paragrafi su John Mayall e Bob Dylan.
Ecco, intendiamoci: questo non è un libro che racconta la Storia, ma tante, piccole storie diverse. Costruito come un dizionario, va dalla A di Alabama, alla Z di Zydeco, la musica tipica della Louisiana e di New Orleans.
In mezzo, appunto, storie: per la maggior parte tristi e disperate come il blues. Ma anche un sacco di altre cose interessanti, come un vero e proprio glossario dello slang del blues: deriva dal cosiddetto double talk, il "linguaggio doppio" usato dai neri negli anni della segregazione, per non farsi capire dai bianchi. Così, fra le altre cose, scopriamo che, quando Cab Calloway cantava che le donne di Chicago sapevano cucinare l’osso del prosciutto ("Hambone") meglio di quelle di New York, forse non stava proprio parlando di cucina…
Anche se Fabrizio Poggi non è uno scrittore – e a volte si vede – la passione da musicista con cui racconta storie e leggende che girano intorno al blues, rende il libro estremamente interessante. Soprattutto, magari, per chi sa poco di questa musica: semplice, eppure capace di scorticare l’anima. Angeli Perduti del Mississipi è pubblicato da Meridiano zero.

Michele Rumor


southernspirit.blogspot.com, 30.4.10

<< < VAI > >>

"Chi non ama il Blues ha un buco nell’anima."
Questa frase incredibilmente suggestiva ed evocativa riportata in quarta di copertina illustra in modo semplice ma inequivocabile cosa vuol dire essere appassionati di Blues, amare questo genere e viverlo profondamente, scavando nella storia e nelle leggende che da sempre lo circondano.
Fabrizio Poggi, eccellente armonicista premiato dalla Hohner con un Oscar alla carriera, ci regala un viaggio affascinante e coinvolgente nell’incredibile e misterioso mondo del Blues con un libro che si sviluppa come una sorta di dizionario e ci regala storie, aneddoti, miti e leggende di quello che non è solamente un genere musicale ma che vedremo essere una parte molto importante della storia e della cultura americana.
Un libro che si sviluppa come un dizionario come dicevo, ma non si tratta di un elenco schematico di argomenti bensì un viaggio emozionante nei luoghi, nelle storie e nelle leggende che da sempre aleggiano sul Blues e sui musicisti che ne hanno decretato la nascita e la trasformazione in un genere amato e venerato da chi ama davvero la musica.
Partendo dalla A di Alabama con i grandi musicisti provenienti da questo stato come ad esempio Wilson Pickett, Blind Boys of Alabama, Percy Sledge e i celebri Muscle Shoals Studios di cui vi ho parlato anche io di recente in questo post, fino alla Z di Zydeco, il particolare stile Blues suonato in Louisiana, incontriamo termini e parole come Bottleneck, Delta Blues dove tutto ebbe inizio, Chess Records, Juke Joint, Crossroad, Cajun, Roadhouse, ecc… con aneddoti e interessanti retroscena sull’origine, il significato iniziale e la relativa americanizzazione dei termini stessi.
Ovviamente oltre ai termini e alle leggende legate al blues, come la celebre leggenda di Robert Johnson che avrebbe venduto l’anima al Diavolo a un crocevia, il famigerato Crossroad appunto, troviamo corposi e interessanti minibiografie dei padri fondatori del Blues dei primi del ’900 come Johnson stesso, Elmore James, Howlin’ Wolf, Blind Willie Johnson, ecc… fino ai più famosi e conosciuti B.B. King, Stevie Ray Vaughan, John Lee Hooker, Muddy Waters, Buddy Guy, ecc… e un sorprendente e corposo mini-saggio su Bob Dylan cha apparentemente sembra non avere nulla a che fare col Blues, mentre scopriremo avere tantissimi punti di contatto con la cultura e la musica Blues nel corso della sua carriera specialmente agli inizi.
Un viaggio affascinante e istruttivo non solo nella storia di un genere musicale, ma anche nella storia e cultura americana tra la fine dell’800 e il primo ’900, con la nascita del blues primordiale, del gospel e dello spiritual come rifugio parziale alla barbarie della schiavitù nei campi di cotone del Mississippi, fino al blues urbano ed elettrico delle nascenti metropoli del nord come Detroit e Chicago attraverso racconti, aneddoti e suggestive biografie.
In definitiva una lettura assolutamente consigliata a chi ama davvero la musica e soprattutto il Blues, così come consiglio di ascoltare i dischi e seguire dal vivo Fabrizio Poggi e i suoi Chicken Mambo per vivere e assaporare il Blues più autentico e viscerale.
Ringrazio infine l’autore per il cordialissimo e costruttivo scambio di mail.


www.spaghettiblues.it, 31.3.10

<< < VAI > >>

Ricordo molto bene la prima volta che incontrai Fabrizio Poggi. Avvenne a Polverigi in occasione di un suo concerto. Notai subito che Fabrizio è un uomo fiero e silenzioso che osserva ogni cosa; che quando parla si concede delle piccole pause tra una frase e l’altra: una persona che ama riflettere prima di parlare.
Premetto che, avendo letto anche il suo primo libro Il soffio dell’anima, certamente sarò in qualche modo condizionato. Noto subito che il format comunicativo è rimasto invariato, una sorta di dizionario, o diario magico, che permette di navigare come spiriti (o angeli…) tra i flutti del Blues. Fabrizio riesce per la seconda volta a trasformare una lettura, apparentemente didattica, in una narrativa intrigante, semplice e diretta, dove le date si indicano per raccontare le storie (e non viceversa), tanto che, alla fine, della formula del "dizionario" rimane solo un pretesto artistico semplicemente per il gusto letterario di narrare a dosi controllate, o "pillole", le più belle storie del Blues.
Il titolo sembra quello di un romanzo e sorprende il lettore che si ritrova immerso in una struttura discreta, da dizionario scritto, con uno stile denso di morbida eloquenza. I contenuti sono i più vari, dal semplice significato di una parola o frase di una canzone, alle più complesse retrospettive dei grandi personaggi; dalla semplice descrizione di un borgo di Chicago, alla scoperta dei veri significati lirici del Blues; tutto ordinato dalla "A" alla "Z".
La copertina (sarò inevitabilmente condizionato dal suo primo libro e… con tutto il gran rispetto per Crumb) questa volta mi delude un po’. La scelta di un classico, il "non voler rischiare" nella ricerca di una grafica nuova, manifestano una strategia troppo contrastante con lo spirito di Poggi; per questo, seppur di fronte ad una delle più belle e suggestive opere di Mr. Robert Crumb, non la preferisco alla splendida ed inedita opera della Zelaschi.
Alla fine del libro si ha come la sensazione che tra gli Angeli perduti del Mississippi ce ne sia qualcuno italiano, partito magari un secolo e mezzo fa e che, per un motivo o per l’altro, abita oggi gli stessi cieli._

Amedeo Zittano


www.stradanove.net, 30.6.10

<< < VAI > >>

Storie e leggende del blues
Non un romanzo, non un saggio, non una biografia: Angeli perduti del Mississippi è una sorta di dizionario che dalla A alla Z raccoglie espressioni e parole del Blues.
Pazientate, ma una telegrafica e approssimativa premessa va fatta perché il Blues, appena oltre il livello "bella canzone!", trascina nella necessità di comprendere cosa c’è dietro. Ai tempi della tragica deportazione di schiavi verso le americhe, lingua e cultura di interi popoli venivano trapiantati nel nuovo mondo ad innescare un processo sociale e sociologico di proporzioni epocali (la nascita del c.d. "nero americano"… illuminante e intramontabile, sul punto, LeRoi Jones – Il Popolo del Blues).
Un secolare mischione di linguaggi e religioni, un melting pot che aggiungeva all’ingrediente principale (la cultura africana) idiomi dall’inglese come dal francese (i coloni della Louisiana); superstizioni pellerossa come stregonerie caraibiche.
Musicalmente parlando ne risultava la nascita del Blues, genere assolutamente nuovo che parlava il gergo degli ultimi e di questa lirica faceva un carattere di originalità, indissolubilmente legato alle proprie tematiche (la solitudine; il sesso; la sofferenza; l’evasione; la speranza).
Provate un po’ a cercare sul dizionario di inglese parole come "hoochie coochie", "cajun" o espressioni come "dust my broom"… non vi sarà di nessun aiuto o almeno, se qualcosa troverete, per certo non sarà l’accezione che quella parola/espressione assume per il blues. Angeli perduti del Mississippi ne spiega l’origine ed il significato con fruibilità ed immediatezza; nel farlo, non perde l’occasione per fare da bussola tra gli affluenti del Blues (Delta; Chicago; Texas; British; Piedmont; ecc.) o per narrare la storia di un bluesman o della leggenda che lo circonda. Il libro ha l’ulteriore pregio di rimandare direttamente alla musica, chiudendo buona parte delle voci con il riferimento ad un album/canzone che traduce – cuffie in capoccia – quello che la pagina ha spiegato.
Scritto con passione, trasmette la passione del suo autore, quel Fabrizio Poggi che già è armonicista di fama mondiale e conosce il genere, più che bene, intimamente. Non a caso Angeli perduti del Mississippi è effettivamente sbilanciato in favore dei soffiatori – il che nemmeno guasta considerato che questi, nelle pubblicazioni, nelle produzioni, trovano sempre meno spazio di quanto effettivamente meritano.
Consigliato a tutti, purché amanti della musica, non necessariamente del blues: un valido approccio per i neofiti, un autorevole punto di riferimento per i cultori. Un libro comunque da avere sullo scaffale per togliersi lo sfizio di scoprire cosa accidenti è il Mojo Working di Muddy Waters o cosa diavolo si nasconde dietro al When the Levee Breaks dei Led Zep.

Matteo Gaccioli