...


Vendetta tremenda vendetta
Gino Pugnetti


Alias
Io Donna
il mattino di Padova
nonsololink.com
Pulp
il Giornale di Sicilia


Alias, 13.3.04

<< < VAI > >>

Gino Pugnetti: Melò padovano del dopoguerra

Meridiano Zero ripropone il caso di Gino Pugnetti, giornalista e romanziere, già riportato all’attenzione nel 1991 dal divertente Americano rosso di Alessandro D’Alatri. Friulano di nascita e padovano di adozione, lo scrittore è tornato spesso nella sua opera a parlare di una provincia veneta avvelenata dall’avidità e sconvolta dall’eros, firmando un’estesa trilogia, in un percorso cronologico che attraversa la storia italiana novecentesca e che in questo secondo episodio (pubblicato in precedenza come Vendetta all’italiana) trova senz’altro il momento più felice. La trama è incentrata sulle gesta di Séribe Panier, bello e dannato, che usa la sua avvenenza come arma per la scalata al successo, ma ne è allo stesso tempo crudelmente segnato. Il bizzarro nome, nato da un errore di trascrizione all’anagrafe, cela in realtà un omaggio a Eugène Scribe, maestro della pièce bien faite, autore dell’Adriana Lecouvreur da cui partiva il fortunato lavoro omonimo di Francesco Cilea. Basta questo a spiegare un legame genetico strettissimo con il melodramma, adottato a modello di comportamento fino al ridicolo, da cui deriva anche il titolo, che allude ironicamente a Rigoletto e ai catastrofici progetti di rivalsa del buffone, destinati a trasformarsi in disastro. In una Padova grigia e fredda, che reca ancora profonde ferite del conflitto da poco concluso ed è attraversata da tensioni politiche evidenti, il protagonista tesse la sua rete contro l’odiato Mauro Gràdari, padre che non lo ho mai riconosciuto ed ex gerarca, scandalosamente salvato dall’epurazione per tramite di numerose relazioni altolocate. Mentre si arricchisce a rotta di collo, mettendosi in luce come impresario di cinema e teatri, Séribe riesce infine a sedurre la figlia del mortale nemico, in un crescendo di rivelazioni squisitamente operistiche, con in primo piano il ritratto, efficace e acuto, di una società segnata da un culto rovinoso del denaro e dell’apparenza, avvinta a riti sempre più insensati, da cui non riesce comunque ad astenersi. Vendetta, tremenda vendetta è un affresco corale, in cui si distinguono numerosi cameo cesellati con finezza; brilla soprattutto la capacità dell’autore di individuare una precisa coloritura linguistica, in cui si fondono dialetti e slang (come quello, intessuto di definizioni librettistiche, usato dal protagonista), filtrati da uno sguardo sarcastico, che individua esattamente i moventi di una squinternata "commedia umana" postbellica. La conclusione della saga rimane decisamente nella dimensione del melò: Séribe, compiuto il suo progetto e sconvolto da una ulteriore rivelazione sul suo passato, medita il suicidio, da cui poi si astiene, parafrasando infine l’immortale dichiarazione di Rossella O’Hara, in attesa quindi di un nuovo capitolo delle sue scombinate vicende, mentre si intravedono le prime timide avvisaglie del boom a venire e quindi la possibilità di nuove avventure e ancora più catastrofiche seduzioni.

Luca Scarlini


Io Donna, 6.12.03

<< < VAI > >>

Chi ha visto Americano rosso, il film di Alessandro D’Alatri tratto dall’omonimo romanzo di Gino Pugnetti, riconoscerà in questo scintillante feuilleton il gusto per l’intreccio avventuroso. Il protagonista si ritiene figlio naturale di un ex gerarca fascista ed è ossessionato da desideri di vendetta. Sullo sfondo, l’Italia che fu.

A vent’anni dalla scomparsa dello scrittore, che è stato anche ottimo giornalista, l’editore padovano Meridiano zero inaugura con questo romanzo la riedizione integrale delle sue opere.

Da riscoprire.

Giovanna Zucconi


il mattino di Padova,
la tribuna di Treviso,
la nuova Venezia
, 23.12.03

<< < VAI > >>

Padova e quella vendetta del Dopoguerra
Meridiano Zero ripubblica il surreale romanzo del giornalista Gino Pugnetti

Il più bel romanzo scritto sulla Padova del dopoguerra lo ha scritto Gino Pugnetti, un giornalista di lungo corso, che solo a fine carriera, al declino degli anni Settanta è passato alla letteratura, firmando una manciata di romanzi che ora la Meridiano Zero ha opportunamente deciso di ripubblicare, cominciando da Vendetta tremenda vendetta. Siamo nel 1945, la guerra è appena finita, su Padova gravano ancora le macerie dei bombardamenti e le vendette di chi durante il ventennio fascista e poi nella resistenza è stato perseguitato e torturato. E tuttavia comincia anche la lenta ripresa, l’economia si rimette in moto, i cinema riaprono i battenti, al teatro Verdi riprende la stagione lirica, chi ha soldi cerca di investirli per salvarli dalla inflazione. Ed in questo mondo agitato si muove iI protagonista del romanzo Vendetta tremenda vendetta, che si chiama Scribe Panier e racconta la sua storia in prima persona, usando un italiano che cede spesso e volentieri il passo al dialetto, che a sua volta si mescola con il lessico del melodramma, appreso grazie ad un fortunato matrimonio con una matura cantante lirica, morta precocemente e opportunamente. Quella inventata da Pugnetti per il suo protagonista è una lingua bizzarra e vitale, che si adatta perfettamente ad un personaggio che sfugge ad ogni catalogo psicologico ed etico, perché è contemporaneamente egoista ed altruista, cinico e generoso, immorale e riguardoso, sentimentale e materialista. Ed in questo senso Seribe Panier è un prodotto della guerra, ma soprattutto del dopoguerra in un Veneto che riscopre la vita, ma non accetta più di viverla come prima, quasi che la guerra avesse cancellato rassegnazione ed accettazione, innervando la società con una ansia di benessere di cui Pugnetti, che è morto nel 1982, ha fatto appena in tempo a vedere gli esiti. Così Seribe Panier è quasi un prototipo, con la sua canagliesca esuberanza, la sua simpatia vitale, il suo vedere ovunque possibilità di arricchimento in una Padova mai descritta con tale precisione. Perché Pugnetti a Padova ha vissuto relativamente poco, visto che è nato in Friuli e la sua carriera giornalistica l’ha svolta prevalentemente a Torino e Milano, arrivando a dirigere le riviste Epoca e Storia illustrata. Però alla città è rimasto legato in modo totale, e quando ha deciso di scrivere la ha scelta come sfondo costante, come ambiente reale, concretissimo, dove collocare i suoi personaggi. Così in Vendetta tremenda vendetta sfilano i ristoranti della Padova del dopoguerra, vecchi cinema ormai distrutti come il Casalini, quartieri e piazze con una cura del dettaglio topografico che suggerisce qualcosa di più del semplice ricordo. È come se Gino Pugnetti nei suoi romanzi (uno, dal titolo Dei miei bollenti spiriti è diventato anche uno sceneggiato di Sandro Bolchi) avesse voluto ricostruire un mondo a cui era rimasto attaccato, per tanti anni, anche da lontano, un mondo che aveva conosciuto da giovane cronista, e che lo aveva in qualche modo incantato, per la sua contraddittorietà, per la sua vitalità, per la sua rozzezza non priva di nobiltà. A rileggerlo di quasi trent’anni Vendetta tremenda vendetta dimostra una tenuta inaspettata. Pugnetti non si riteneva un vero scrittore, piuttosto un raccontatore di storie. Ed invece al di là della storia funziona la scrittura di Pugnetti, che avvolge il lettore e si prende cura dei personaggi. E’ come se la lingua inventata e surreale di Pugnetti fosse la chiave per aprire un mondo altrimenti inspiegabile, fatto di miserie subite, di aspirazioni paradossali, di volontà di affermazione e sudditanza psicologica, di sentimenti fragili ma caricati all’inverosimile da una ipocrisia quasi inconsapevole. E forse in questo c’è molto di un Veneto, che Pugnetti guarda con un velo di ironia, ma anche molto affetto, quasi solidarietà. Un Veneto in qualche modo melodrammatico, un po’ finto nei sentimenti, ma estremamente concreto e solido dietro i fondali.

Nicolò Menniti Ippolito


nonsololink.com, 26.4.04

<< < VAI > >>

La miglior vendetta è il perdono?

La bellezza del romanzo dello scomparso Gino Pugnetti sta nell’andamento narrativo. Ogni quadro delineato dallo scrittore, diventa uno scorrere del cervello di più di una situazione e, di certo, di più della situazione descritta.
Si parla di amori, di ricordi, di una vedovanza mai superata, della scomparsa della nuova donna amata, sulla soglia delle nozze e in attesa di un bimbo. Si parla di leggende, della convinzione di essere figlio illegittimo di un grande signore ma, nel contempo, militare che nasconde il pianto sulle perdite dietro un paio di occhiali scuri da cento lire. Gli amori si susseguono quasi come perditempo, poi come necessità. Ma non già di avere vicino qualcuno, quanto per demolire il sospetto, il pensiero: Séribe deve vendicarsi del padre che non l’ha riconosciuto e imbastisce una serie di trappole perché la vita gli dia modo di vendicarsi.
Invece, è l’autore che imbastisce, appunto, trappole per la nostra mente, protesa a volere venire a capo di una trama assolutamente non scontata, con un finale da scoprire e che lascia la suspance non già dei migliori gialli, quanto della migliore letteratura; che imbastisce un romanzo denso di immagini vivide che escono dalle pagine mano a mano che il protagonista parla agli altri o a se stesso. Una trama che delimita i luoghi del padovano, che risente degli influssi veneti, che interseca nel linguaggio modi gergali e finissimo italiano in un compendio che diventa lavoro interessante e da non leggere soltanto come un thriller.
Buona proposta per i primi giorni di possibilità di leggere all’aperto!

Alessia Biasiolo


Pulp, 13.3.04

<< < VAI > >>

I motivi per apprezzare questa riedizione del libro di Pugnetti sono molti, non ultimo il fatto che gli è stato restituito il titolo che avrebbe voluto l’autore invece del più commerciale Vendetta all’italiana, voluto dal marketing Mondadori all’epoca della prima edizione, nel lontano ’78.
Innanzitutto la trama, ricca e lineare. Sèribe Panier è un trentenne partigiano che, finita la guerra, diventa agente di pubblica sicurezza. Ma è solo una pausa di riflessione, perché Sèribe è frastornato dalla perdita della moglie. Non è certo il tipo che si lascia crescere l’erba sotto i piedi. Coglie la palla al balzo e diventa socio di un cinema. Da qui Sèribe allarga costantemente i propri affari, finché riesce ad entrare in contatto con la famiglia del suo presunto genitore.
Sèribe è infatti figlio di nn.
Allevato dallo zio, Sèribe è cresciuto con l’odio per la figura del padre ricco che ha cacciato la giovane servetta ingravidata con cinquanta lire di consolazione. Ma il presunto genitore ha una moglie bellissima, una figlia angelica e lui stesso, Mauro Gradari, è una persona proba e rispettabile. Come ci si comporta quando si ammira la persona di cui ci si deve vendicare? Con un finale in sostanza fatalistico, che rivela l’estrazione popolana dei personaggi di questa storia, Pugnetti ci lega piacevolmente per tutta la durata del romanzo.
Poi, lo stile. Pugnetti crea un italiano tutto suo, un misto di dialetto e sgrammaticature, che divertono e sorprendono per la loro spontaneità e naturalezza.
Infine, l’ironia. Un’ironia che va tutta fatta risalire all’autore. La naturalezza di Sèribe è infatti tanto disarmante che non riesce a nasconderci nulla dei suoi pensieri. Ad esempio, la sua costante preoccupazione di non dispiacere alla ex moglie, morta sotto di lui mentre facevano l’amore, dà luogo a delle riflessioni esilaranti. L’affarismo concreto dell’ex partigiano che cerca di crescere nell’Italia del dopoguerra e che riesce a unire interessi economici e relazioni umane, si afferma con tale naturalezza che non possiamo non sorriderne.
Una vendetta all’italiana quindi che si risolve in un placido farsi gli affari propri.

Antonio Donghi


il Giornale di Sicilia, 30.4.04

<< < VAI > >>

Questo era il titolo che l’autore, scomparso nel 1982, avrebbe voluto per Questo era il titolo che l’autore, scomparso nel 1982, avrebbe voluto per il suo romanzo, ma Mondadori, che lo pubblicò venticinque anni fa, lo cambiò in Vendetta all’italiana per motivi commerciali. Con questo restauro Meridiano zero apre l’edizione dei sei romanzi scritti da Pugnetti, autore conosciuto più per lo sceneggiato televisivo Dei miei bollenti spiriti e il film Americano rosso tratti dalle sue opere. La storia di Séribe Panier, che medita vendetta contro l’uomo che lui crede suo padre naturale, offre al lettore l’occasione di conoscere uno scrittore che sa movimentare le vicende e il linguaggio.

Giampiero Cinque