dallintervista a Massimo Carlotto
su manogialla.bastulli.com |
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Se un lettore si accinge a leggere un giallo per la prima volta, quale libro consiglierebbe?
E morì a occhi aperti di Derek Raymond.
Massimo Carlotto
da unintervista a Ian Rankin
sul Web, 2006 |
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D. Qual è stato il più bel thriller che ha letto quest'anno?
R. Sono pochi i polizieschi che mi hanno veramente colpito.
E morì a occhi aperti di Derek Raymond è un thriller di ottima qualità. Per la verità è stato scritto parecchio tempo fa, ma è appena stato pubblicato in edizione tascabile. Raymond non è un autore conosciutissimo qui da noi, ma io apprezzo molto la sua vena noir e lo stile tragico con cui descrive la società contemporanea.
Ian Rankin
Alias, 27.6.1998 |
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"Il noir non solo tratta di metafisica, è una parte della metafisica". Affermazione pesante. Ma non è niente in confronto ai quattro dogmi della black novel che, riassumendo, suonano: "1) Nel noir non cè nessuna evasione dalla realtà. Chi lo scrive non può neanche evadere da se stesso. 2) Lo scrittore diventa parte dei personaggi, e viceversa. 3) A qualsiasi rischio psichico, lo scrittore deve dimenticarsi di scrivere. 4) Alla fine lo scrittore deve avere provato lo stesso terrore e colpa dei personaggi". Il pazzo che scrive queste righe è Derek Raymond. O meglio Robin Cook, come è conosciuto in Francia e come suona (quasi) il suo vero nome, omonimo di un autore di medical thriller da aeroporto. È morto nel 1994, a 63 anni, e viene tradotto solo adesso, da un nuovo editore di Padova, Meridiano zero.
Oltre che molti nomi, Robin/Derek ebbe molte vite. Nacque da una famiglia dellalta borghesia londinese, e fece due anni a Eton prima di farsi sbattere fuori. Lesperienza gli servì ad avere una dizione perfetta e le cravatte per ingannare le vittime di imbrogli, quando faceva il prestanome per i gemelli Kray, i re della mala dellEast End negli anni Sessanta. Oltre a guidare taxi e trafficare in materiale porno, il borghese rinnegato trovava il tempo di scrivere qualche romanzo in slang stretto, narrando quello che lo circondava e raccogliendo un discreto successo di stima. Ma poi Robin cominciò a collezionare mogli (cinque in tutto) e viaggiare: dalla Spagna allItalia, dalla Turchia agli Stati Uniti. Si sistemò in Francia, nellAlveyron, dove si mise a fare il vignaiolo. Per anni non scrisse più una riga. Poi qualcuno, una mattina, gli disse: "Hai 48 anni, smettila di far finta di essere uno scrittore, sei un fallito".
Raymond si rimette alla scrivania. Le soleil qui séteint non è un granché, ma la Série Noire di Gallimard lo pubblica. Robin insiste, e nell83 esce E morì a occhi aperti (He Died with His Eyes Open, On ne meurt que deux fois in Francia). Non solo è rinato uno scrittore, ma anche un personaggio, quello di un sergente senza nome che si occupa dei delitti di cui non importa niente a nessuno, e che sarà protagonista di altri quattro romanzi ambientati a Londra e di prossima traduzione. Arrivano i soldi, i premi, i film (Shocking Love, con Michel Serrault e Charlotte Rampling), e Robin decide di ritornare nella sua odiata patria da vincitore. Fa anche in tempo a incidere un disco dove con la sua voce da nonno di Iggy Pop legge brani del suo capolavoro I was Dora Suarez, accompagnato dai Gallon Drunk. Le ultime interviste lo descrivono nel suo habitat, il pub, alle prese con alcolici e sigarette, limmancabile basco nero in testa, forse pacificato coi suoi fantasmi. Anche se la scrittura di Dora Suarez, come racconta nella sua autobiografia The Hidden Files, rischiò di lasciarlo al tappeto. "Sei un grande scrittore ma un piccolo uomo", gli disse la quinta moglie. Un editore vomitò sulla scrivania dopo le prime pagine di Dora Suarez.
In Francia basta andare in una Fnac per trovare pile dei suoi romanzi. Ma se in Italia Raymond arriva così tardi, è anche perché è poco classificabile e molto diverso dal noir classico. Lintero peso della narrazione è sbilanciato sui personaggi. Gli eventi accadono per caso. Quasi tutto è già successo.Tra le sue poche influenze, Raymond cita Sartre romanziere. E in effetti sembra di vedere lo scheletro della fenomenologia sartriana ridotta a balbettio. La metafisica per Raymond è contemplazione della morte (la propria) e della crudeltà, negli aspetti peggiori. Siamo a livelli di pathos e complessità filosofica da Ellroy; mentre lo splatter di Poppy Brite, in confronto, è succo di pomodoro.
E morì a occhi aperti è un grande libro incompleto che fa venire voglia di leggere gli altri quattro. Anche perché il vero protagonista non è lanonimo sergente ma il morto, Charles Staniland, un poveraccio con delle belle mani che è stato trovato con gli arti e la testa fracassata in un angolo repellente della periferia di Londra. Perché accanirsi con tanto odio contro una persona? Si chede il poliziotto. E perché non cè il minimo segno di lotta?
Ascoltando le cassette incise da Charles, il sergente diventa vittima di unossessione. Al punto da diventare lamante della sua ex fidanzata, una donna diabolica che lo umiliava ogni giorno. Ma lidentificazione è doppia. Perché Staniland è un alter ego di Raymond stesso; il soggiorno in Francia, la fuga in campagna ("Dopo una giornata a lavorare nelle vigne il mio cervello era ovatta") e dai rapporti familiari, lautodistruzione come strumento per arrivare al fondo delle cose. "Quasi tutti vivono a occhi chiusi, ma io ho intenzione di morire a occhi aperti. Tentiamo tutti di renderci la morte meno difficile; Personalmente io uso due metodi. Innanzitutto bevo".
Parole sentite cento volte? No. Non solo Raymond fa sul serio, ma in questa epica del fallimento non cè mai il fascino del male. Lautodistruzione non è eroica. Gli assassini non sono mai ambiguamente simpatici. Daltra parte mancano le redenzioni (concetto più americano, da Ellroy / Scorsese), e nessuno le cerca. È per questo che i suoi libri fanno così male: i personaggi guardano troppo fisso il lettore, ci assomigliano troppo. Il compito del noir, "è distruggere il male per il fatto stesso di dargli forma". Ma se il male è "quella parte poco attraente di noi stessi in cui ci imprigioniamo", il sillogismo è presto fatto.
Alberto Pezzotta
Alias, aprile 2009 |
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E morì a occhi aperti usciva nel lontano 1984, primo romanzo della serie Factory di Derek Raymond, autore di noir di livello eccellente scoperto in Italia dalla Meridiano Zero, che ora ripropone questo testo in formato tascabile. Loccasione di fare conoscenza con Raymond non andrebbe persa, se è vero che questo scrittore non si limita a descrivere trame avvincenti di vicende poliziesche, ma le colloca da un punto di vista insolito, più attento alle sfumature dellanimo umano che non al semplice svolgimento dellindagine.
Protagonista di questa storia è un poliziotto dallidealismo quasi surreale, talmente è immune dal cedimento al compromesso: è il Sergente senza nome, assegnato alla Sezione Delitti Irrisolti, a cui non preme nè fare carriera nè avere un qualsiasi tornaconto personale, bensì semplicemente scoprire la verità. Verità che in questo caso coincide con lindividuazione degli assassini di Charles Staniland, poveruomo abbandonato da tutti che finisce col fare una bruttissima fine, e la cui storia rivelerà relazioni insospettabili, e colpi di scena più sul piano emotivo che su quello puramente spettacolare.
Un noir particolare insomma, che dovrebbe piacere più agli appassionati di letteratura classica che non di genere.
Stefano B. Quario
Buscadero, giugno 1998 |
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Derek Raymond è uno di quei narratori cresciuti a quella scuola di duri che ha sempre riconosciuto in Jim Thompson il suo maestro per eccellenza. Vita da strada, slang senza mezze misure, alcol e tabacco, il narrare non tanto come missione o scopo nella vita, ma piuttosto come un mezzo per stare a galla. Nato a Londra nel 1931 come Robert William Arthur Cook, vagabondo in mezzo mondo (Italia compresa), collezionista di lavori improbabili e sempre ad un passo dallillegalità (se non già dentro come quando riciclava auto in Spagna o commerciava materiale pornografico a New York), Derek Raymond potrebbe benissimo essere il protagonista migliore dei suoi romanzi, se non fosse passato a miglior vita nel 1994. Pur tardiva, la sua riscoperta non è inutile, perché spesso il miglior hard boiled si nutre dei suoi stessi autori e la pubblicazione di Derek Raymond potrebbe incitare a cercare nel torbido, da dove solitamente, escono le storie migliori. Come quella raccontata in E morì a occhi aperti: un cadavere viene trovato in piena Londra e, a detta di chi lo vede, la morte deve essere stata un sollievo. Nessun testimone, niente indizi e, come si dice solitamente, la polizia brancola nel buio, tanto da affidare lomicidio alla sezione casi irrisolti. Qui, dove non si fa carriera, qualcuno (cioè, il protagonista di E morì a occhi aperti) scopre che Charles Staniland (questo il nome dello sfortunato) ha lasciato parecchi nastri registrati, appunti e tutto il testamento di uno scrittore incompreso o fallito, a seconda dei punti di vista. Proprio partendo da quel materiale, il caso si svilupperà in una Londra notturna, labirintica ed enigmatica, palcoscenico ideale per dark lady, faccendieri, poliziotti senza troppi scrupoli e delinquenti da quattro soldi. Il classico popolo dellhard boiled, solo che Derek Raymond lo spiega con uno stile asciutto e tagliente, non privo di un tocco dironia, e con scampoli di saggezza stradaiola. Così, infatti, descrive Charles Staniland, lassassinato a cui deve in un certo senso ricostruire la vita: "Come tutte le persone sane di mente, aveva voluto conoscere la realtà della vita, commentando lerrore più comune: non si era reso conto neanche per un istante che le condizioni dellesistenza non autorizzano alcun assoluto". Niente male, per essere uno scrittore che ha razzolato nei bassifondi del noir per una vita.
Marco Denti
www.carmillaonline.it, 16.1.04 |
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La casa editrice Meridiano Zero ha tanti meriti nei confronti del lettore intelligente. Tra questi la proposta in Italia dellopera di Derek Raymond (pseudonimo di Robin Cook, 1931-1994, adottato obbligatoriamente dopo che un autore omonimo americano di mediocri bestseller vinse una causa a suon di dollari). Raymond è stato sicuramente, con Hammett e Manchette e più di Ellroy, il maggiore autore di noir del secolo appena trascorso. Meridiano Zero ne propone ora, in nuova veste e traduzioni più accurate, il ciclo detto della Factory. Poiché pare diventato di moda, in certi ambienti intellettuali (Cfr. fra i tanti G. Bonura, in Stilos-La Sicilia del 26 agosto 2003), mettere in discussione il genere noir fino a denigrarlo, loperazione appare salutare. Forse, leggendo Raymond, questi critici si renderanno conto della loro insipienza. E magari impareranno anche a scrivere meglio. Valerio Evangelisti
Cè il genere "nero", quello appassionante, quello intrigante, quello risaputo, e poi cè Derek Raymond. Il noir. Raffinato, colto e sobrio. Quando Raymond racconta con dovizia di particolari il lavoro del taxista quel lavoro te lo senti sulla pelle. Senti il sudore che permea i tessuti consunti del vecchio carrozzone, la stanchezza, la frustrazione del lavoro a cottimo, e persino il ticchettio delle monetine introdotte nella fessura di una slot machine immaginaria che quantifica il guadagno di una giornata, di ogni chilometro percorso: per pagare laffitto, le bollette scadute, lassegno di mantenimento...
Lo senti. Forse perché Derek Raymond ha svolto ogni possibile tipo di lavoro e in ogni parte del mondo, ma capisci subito che non è una descrizione quella che leggi. È vissuto. E morì a occhi aperti (Meridiano Zero, pp. 258, Û 13,50) è il più bel noir che abbia mai letto, detto molto sinteticamente. Anzi, che ho letto e riletto, almeno tre volte.
Detta così la trama è pure banale: si tratta della storia di un poliziotto di una squadra secondaria di Scotland Yard - la Factory - che indaga su un omicidio del quale probabilmente nessuno reclamerà la soluzione, e nemmeno pretenderà il ritrovamento del corpo. La figura del detective è squisitamente cinematografica, assolutamente affascinante e talmente piena di certezze esistenziali che viene voglia di invocarlo al di qua delle pagine stampate, perché ci sostenga un poco col suo rigore morale, col suo modello comportamentale, col suo credo.
Il detective non rispecchia le sembianze annoiate del poliziotto stipendiato che conta le settimane che gli mancano alla pensione, egli vive il delitto. Lo vive sino allidentificazione con lo scorrere del tempo cadenzato del cadavere, vive lingiustizia dellomicidio fino a credere che i colpevoli saranno puniti. E non ridacchi nessuno, per cortesia, nel leggere queste parole.
Il morto, tale Staniland , Charles Locksley Alwin Staniland, è stato conciato troppo male per archiviare il caso come un banale omicidio a sfondo di rapina. Sembra una vendetta. Di più: un accanimento. Staniland, con un feroce amore impotente nei confronti della vita e di una donna spietata, amava registrare le sue intolleranze ai ritmi dellassurdo quotidiano su alcune audiocassette, che il detective ascolta a riascolta, arrivando a vivere le stesse impressioni del defunto, a condividere le inquadrature psicologiche dei conoscenti, amando e odiando gli stessi personaggi. Odiando i suoi assassini, amando i suoi assassini. Associando la poesia e la disperazione ad ambienti tipicamente degradati, inquadrando, attraverso il filtro biondastro di un liquore di ultima qualità, la vita parallela della vittima e il suo scorrere con la determinazione di un riscatto. Il detective, infatti, nel ripercorrere le tracce della vittima ha unarma in più: conosce il prologo dei fatti.
Il primo attributo che ci aspetteremmo di trovare nei sentimenti di un detective della Omicidi nei confronti delle sue vittime è, ammettiamolo, il disprezzo. Te la sei cercata, te la sei voluta, è questo il gergo che ci attendiamo da lui. E invece qui no. Cè lamore. Sul serio. Dal diario orale di Staniland: "Quasi tutti vivono a occhi chiusi, ma io ho intenzione di morire a occhi aperti. Tentiamo tutti di renderci la morte meno difficile. Personalmente io uso due metodi. Innanzi tutto bevo. Bevo per arrivare alloblio, e allora basterebbe una caduta o un urto qualsiasi, giunto ormai oltre coscienza e raziocinio. Così morirei a occhi chiusi. Laltro metodo è quello di razionalizzare la mia esperienza. Purtroppo, per quanto si cerchi di seguire la logica, presto ci si ingarbuglia. Lesistenza è cieca, né a tuo favore né contro. Questa imparzialità contraddice ogni esperienza umana: non cè amore né odio, dolcezza o violenza, quando affronti la quotidianità..."
Staniland, raggelato dal percorso esistenziale, tiranneggiato per le sue debolezze da una donna troppo forte per lui, in bilico tra il disprezzo e la derisione, vive lumiliazione quotidiana come un purgatorio, come lespiazione della propria fragilità. Vorrei dirvi che lomicida della nostra povera vittima è un sadico violento succube di una madre che gli impone di andare di corpo con assoluta regolarità tutti i giorni, tenendo i "vasini" con gli escrementi dellintera settimana allineati nella linda cameretta, e vorrei parlarvi della femme fatale, odiosa creatura indomabile, frigida e consapevole del potere del sesso, ma vittima anchessa di abbandoni, violenze e anche di luoghi comuni. Vorrei descrivervi gli ambienti del detective: le periferie inglesi, gli accenti che si mescolano, gli adolescenti, i nuovi immigrati, la disperazione e lo squallore del clima freddo e umido, che unito alla povertà sembra non lasciare alcuna speranza di riscatto. Ma lo vivrete meglio leggendolo.
Bellissima la prefazione di Niccolò Ammaniti.
Daniela Bandini
Diario, 2.9.1998 |
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Derek Raymond, ovvero Robert Cook, doveva essere un uomo simpatico o almeno interessante. La storia della sua vita non può non affascinare gli appassionati del genere noir, perché è la biografia di un perdente eccentrico, a suo agio in torbidi ambienti metropolitani, nei quali si immerse mantenendo una forma di purezza interiore che lo preservava dallabbrutimento spirituale. Cosicché quando ci si accinge a recensire un suo romanzo, lunico, per ora, tradotto in italiano, è facile scambiare i ruoli e recensire la vita lasciando da parte la letteratura. Tentazione a cui lo stesso Raymond ci spinge, dato che i due personaggi principali del romanzo - la vittima e il detective che cercherà di spiegarsi le ragioni della sua morte - altro non sono che emanazioni di una stessa personalità, quella dellautore. La situazione "autore diviso in due personaggi" consente un certo numero di possibilità, di giochi di ruolo. Raymond ne ha scelto una: il detective (chiamiamolo Raymond A) sidentifica progressivamente con la visione del mondo della vittima (Raymond B) e giungerà allo scioglimento dellenigma della sua morte solo quando vedrà il mondo con gli occhi dellaltro (da qui il titolo). Così stando le cose, è evidente che il noir, nelle mani di Raymond, o Cook, si apre a dimensioni esistenziali che tradizionalmente non gli sono proprie, o almeno non formano il corpo della narrazione, restando di solito sullo sfondo come ambientazioni, atmosfere, modalità di percezione.
Qui, invece, lautoanalisi, sdoppiata nei due personaggi, è il motore della narrazione. Il debito di Raymond verso Sartre - il filosofo Sartre - risulta chiaro proprio dallorientamento della trama: è la morte a svelare il senso ultimo della vita, o meglio, solo attraverso la morte lesperienza esistenziale può essere compresa nella sua verità autentica. Dietro Sartre cè naturalmente Heidegger e il suo Sein zum Tode (essere per la morte) ed è proprio su questo piano che il romanzo di Raymond non convince: le pretese filosofiche, lansia di verità, la sete di conscenza di Staniland, la vittima, restano appunto pretese che non vanno mai aldilà di enunciazioni retoriche, "verità" troppo consumate e abusate su un male di vivere che non intacca la sostanza dellesistenza, ma si ripete uguale per cliché (lalcolismo, lautodistruttività). I personaggi di Raymond si vogliono perdere, ma in fondo non si capisce perché. Le perle del romanzo vanno cercate altrove, fuori dalla gabbia della trama a tesi. Sono i momenti più autobiografici di Raymond: la descrizione dello sgozzamento di un maiale, che da sola dice di più delle tante lamentazioni della vittima, il lavoro in campagna, il microcosmo della bassa vita londinese, leffetto di straniamento che suscita nel lettore la descrizione di una variopinta Londra contemporanea, abitata da drogati, diseredati, puttane, truffatori, nuove e vecchie generazioni di emarginati, ma filtrata attraverso una sensibilità da noir in bianco e nero anni Cinquanta.
Enzo DAntonio
Ex libris, luglio 1998 |
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Da un sacco di tempo non mi capitava di leggere un libro tanto bello. Lautore è Derek Raymond, pseudonimo di Robin Cook (da non confondere con lautore americano di bestsellers), un inglese morto nel 1994. Il titolo del suo romanzo è E morì a occhi aperti, edizioni Meridiano zero, Padova, 1998. Se andate in vacanza, portatevelo dietro. Anzi, non portatevene altri: merita di essere letto diverse volte, anche di seguito.
È un Noir. Non di quelli che si spacciano per tali e sono invece dei gialli un po sporchicci. È un Noir sul serio, che più nero non si può. Appartiene a un breve ciclo che Raymond dedicò a The Factory, una succursale di Scotland Yard specializzata in omicidi insignificanti e sordidi, di quelli che non fanno fare carriera. In questo caso quello inspiegabilmente feroce, di un certo Staniland, un alcolizzato dalloccupazione incerta.
La vittima ha lasciato una pila di nastri registrati. È dunque attraverso la sua voce, oltre che attraverso lindagine del poliziotto di turno, che ci addentriamo lentamente nel contesto sociale e umano che ha motivato lassassinio. Ed è un viaggio terrificante, in cui nessun aspetto sordido ed ipocrita della società londinese ci viene risparmiato. Dalle periferie popolate di Skinheads ai salotti di una borghesia senzanima, dai pub malfamati alla società di lavoro nero. Tragedia collettiva e tragedie individuali si fondono senza soluzione di continuità, viste attraverso gli occhi di un uomo incapace di adattarsi a tanto cinismo, e per questa sua diversità condannato ad una morte ineluttabile.
Troppo spesso la letteratura contemporanea si astrae dal sociale, alla ricerca di un sublime finto quanto un sole di cartapesta. Gli autori di Noir del sublime se ne fregano e rovistano tra la materia viva, anche quando è sgradevole e magari morta. Se a farlo è un maestro, uno solo dei loro libri vale uno scaffale di cartaccia sublimante. E Raymond (come Manchette, come Ellroy) è un maestro.
Altamente raccomandabile a chi voglia imparare come si scrive. Dialoghi così toccano la perfezione. Non dico altro.
Valerio Evangelisti
Quattro righe in nera, questo può aspettarsi il cadavere di un uomo scaricato come un sacco di patate dietro i cespugli di Alatross Road, Londra, vicino allingresso della metro. Staniland lhanno maciullato ben bene, braccia, gambe, ossa del cranio, con una metodicità perversa ma regolare come se seguissero un schema, probabilmente hanno usato un mazzuolo da muratore, forse per due soldi. Di queste nullità mediatiche alla Omicidi non sanno che farsene, cè ben di peggio che un miserabile che si fatto ammazzare per un pugno di sterline, e in ogni caso un morto così non ti fa avanzare di grado. La Factory del resto non ha creato per niente la Sezione 14, quella dei Delitti Irrisolti, ci voleva una buca in cui buttare i casi disperati. Quelli di terza categoria spettano al Sergente in eterno, detto così perché non ha interessi di carriera, divorziato, solo, è lunico che prova rispetto per la vittime c.d. signor nessuno. Il morto ha lasciato come amaro testamento di una vita mal spesa ore di interminabile sofferenza registrate su nastro. Comincia così unindagine che per il Sergente comporterà limmedesimarsi nella grama esistenza di un perdente, di uno che dalla vita non ha avuto regalato niente, men che meno lamore, lultimo il più disperato, una donna che è un ritratto del vuoto dellanima, con lisolante attorno al cuore. Per il Sergente i nastri saranno il modo più veloce per rivivere la stessa condizione di pena e dannazione eterna alle quali è stato condannato Staniland. Un vero e proprio transfert in cui si calerà prendendone il posto, scendendo nella scala del fallimento, provando le stesse angosce, testando le stesse paure, sapendo quello che serve per non rimanerne schiacciato e trovare i suoi carnefici. Non ci riuscirà se non a rischio della vita. Non fatevi illusioni, non vi aspetta un romanzo di cappa e spada, qui di poliziesco cè il punto di vista, la cornice figurativa, gli attrezzi del mestiere, ma è altro quello che interessa a Derek Raymond: è lasciarsi attraversare, sbattere contro lorrore, ripetere lesperienza per poterne scrivere, riuscire ad esprimere quanto tormento si può provare fino a soccomberne, il male di vivere in poche parole. Tutto il resto è una scusa.
Frankie Machine
fahrenheit451quarrata, 10.6.09 |
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E morì a occhi aperti si apre con il massacro spietato e metodico del corpo di un uomo di mezzetà, gettato in un cespuglio come spazzatura.
Mentre gli rompevano le ossa a una a una, sembra che la vittima, Charles Staniland, abbia assistito con passiva rassegnazione alla propria morte. A Londra i casi del genere, sordidi e insignificanti, sono pane per la A14: Sezione Delitti Irrisolti. Il Sergente senza nome, senza nessuna velleità di carriera, ma con un interesse profondo per coloro che dalla vita sono stati calpestati e sconfitti, inizia così una discesa nelle paludi di una tragedia individuale, che affonda le radici nelle degradate periferie londinesi. Unindagine anomala, condotta attraverso lascolto dei nastri su cui Staniland ha registrato la propria deriva. Confondendosi, nella banalità del male quotidiano e ordinario, con unumanità meschinamente malevola, per capire la ragione di quel delitto, il sergente dovrà compiere unimmedesimazione quasi totale con la vittima. Arrivando a scivolare sulle sinuose curve della storia damore che aveva accompagnato Staniland verso la morte, fino a ricongiungersi in un crudele abbraccio con i suoi carnefici.
Con Derek Raymond il noir deraglia dai percorsi classici dellindagine poliziesca, per diventare unanalisi lucida e impietosa dellesistenza, nelle sue derive inesorabili e crudeli nella grigia assenza di ogni meta plausibile. E allora è proprio il movimento di identificazione con la vittima a consentire di ricostruire luniverso delle sue scelte, fino a vedere la verità attraverso i suoi stessi occhi aperti.
Con il primo romanzo della Factory, la serie che ha per protagonista il sergente senza nome della fantomatica squadra Delitti irrisolti della polizia londinese, cè loccasione, per chi non ha mai letto Raymond, di avvicinarsi a quello che da molti è ritenuto uno dei migliori autori Noir.
www.fragmenta.it, 17.1.09 |
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Lo scrittore morto e linvestigatore senza nome
E morì a occhi aperti, primo romanzo della serie della Factory, è un noir dove gli aspetti polizieschi finiscono sullo sfondo. Si tratta della storia di uno poliziotto senza nome, uno sbirro di serie b che si occupa di casi che non interessano allopinione pubblica e quindi non permettono di ottenere promozioni. Il sergente, nonostante le comprovate capacità professionali, non otterrà mai una promozione. Il sergente ha altri obiettivi: la giustizia e la verità. Una specie di eroe romantico impegnato in una sfida titanica, un po alla Philp Marlowe. Un giusto in un mondo di bugiardi e opportunisti. Si lascia coinvolgere emotivamente nellomicidio di una specie di colto ubriacone, uno scrittore fallito. Un morto che parla grazie a dei nastri che ha registrato. Il poliziotto rivede la sua vita, il mondo dove vive con gli occhi cinici e spietati dello scrittore. La ricerca del senso delle cose è più importante della caccia agli assassini. La scrittura è un mezzo per squarciare il buio: "La mia sofferenza non deriva dallautocompatimento, ma dallo sfidare lassoluto. Il travaglio cui lo scrittore si sottopone sta nello snidare lesistenza e poi, messi reciprocamente a nudo, nel combatterla fino in fondo." Raggiungere la consapevolezza è pericoloso può condurre alla morte o quanto meno allesculsione dalla società.
Ma, appunto, "si muore con gli occhi aperti".
Il romanzo procede per brevi scene, ogni tanto i tempi si accavallano, spesso dettagli vengono omessi. Come si diceva, il suo forte non è certo lindagine ad orologeria. Perché la vita non è un puzzle: è una serie di eventi dove i collegamenti sono labili e le prove da tribunale, la pistola fumante, spesso non esistono. Eppure la verità cè anche se non la si può provare, per uscire da questo enigma è necessario mettere in gioco la propria vita.
Stefano Cafaggi
Giancarlo De Cataldo, Hot, novembre 2003 |
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Cera una volta un inglese di buona famiglia che abbandonò la sicurezza e gli agi dl una tranquilla vita borghese per farsi vagabondo e pornografo, e annullarsi in un precario oceano di malvagità. Si chiamava Derek Raymond. Sarebbe morto nel 94, distrutto dallalcool, lasciandoci un pugnetto di romanzi che per lunghi anni gli editori per bene hanno giudicato impubblicabili e che solo adesso vedono finalmente la luce. Il protagonista è sempre lo stesso, un Sergente Senzanome che risolve gli omicidi più turpi e non farà mai carriera. Qualcuno dice che la colpa è solo e tutta di quel vizio di mandare a quel paese burocrati e superiori. Ma la verità è unaltra: sperimentando il Male, il Sergente Senzanome ha smesso di essere un uomo. Non ce lha fatta più a riconoscersi in una razza che semina un tormento così vasto e diffuso da far dubitare della liceità della sua stessa sopravvivenza. Il Sergente Senzanome è antropologicamente diverso da tutti noi: perché ha capito che nellopera del più brutale assassino cè uno straziante messaggio nella bottiglia, e quella disperata preghiera di diversità lha fatta sua, una volta per sempre. Se cercate il noir definitivo, una scrittura che vi scava nellanima e vi costringe a immaginare lalternativa impossibile alla nostra comune condizione di malessere, Derek Raymond è il vostro uomo. Corredato da una ringhiosa prefazione di Niccolò Ammaniti.
Giancarlo De Cataldo
www.labileabile-traccia.com, 2.3.08 |
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Arriva dallInghilterra, importato dalleditore Meridiano zero, E morì a occhi aperti, il noir che apre la serie di Derek Raymond detta "The Factory", e che ha per protagonista il "Sergente", un investigatore destinato a restare senza nome, quasi a sottolineare lirrilevanza di unidentità specifica laddove tutto è sfumato distinguibili solo gli elementi essenziali nella Londra altrettanto scolorita e desolata di una sacca urbana che non raccoglie di certo il fior fiore della società britannica.
È lhabitat che predilige Raymond, scrittore dalla realissima vita "maledetta" morto nel 1994 a conclusione di unesistenza senza regole, sempre condotta sul filo del rasoio. Poco da stupirsi, quindi, se traspare nel libro lovvietà tutta angloamericana, almeno in partenza, che ama il giallo o il thriller oppure il noir ambientato nel desolante squallore; il gomitolo della vicenda si dipana infatti in un decadimento paesaggistico e umano, che più da manuale di così non potrebbe essere.
Il "Sergente" di Raymond è un poliziotto puro, tenace e privo di ambizioni carrieristiche: opera infatti e ci si trova benone nellA 14, la sezione "Delitti irrisolti" dove finiscono i casi che più lasciano indifferente la stampa e la pubblica opinione per quanto anonime sono le vittime e scontati i rei (in genere piccole e violente canaglie stanziali che sbarcano il lunario con lo spaccio di droga e lo sfruttamento della prostituzione).
La scontatezza del contesto, però, non tragga in inganno il lettore: il "Sergente", infatti, si trova davanti ad una storia ben più intricata di quanto si possa prevedere, e la vivrà con partecipazione totale. Verrà a capo del mistero proprio immedesimandosi a tal punto con la vittima da condividerne abitudini e sentimenti, vicende ed emozioni. E questo processo didentificazione verrà soprattutto indotto dal diario, registrato su cassette, che Charles Staniland lucciso in modo feroce, a pugni, calci e crudeli sprangate lascerà dietro di sé, a testimonianza di quanto il suo passato sia saturo di rimorsi e di rimpianti, il presente (mozzato dalla morte) sia carico di passioni sconsiderate e invincibili. I più cocenti rimpianti sono la moglie e la figlia perdute per la sua inconcludenza; le più sofferte e devianti passioni lalcol, assieme alla bella e perfida Barbara.
E pesa anche, nella misera quotidianità di Staniland, il rifiuto della sua stessa provenienza: una piccola borghesia gretta e interessata che lautore incarna, nuovamente secondo uno stereotipo eccessivo, nei sordidi, indifferenti perbenisti che sono il fratello e la cognata della vittima. Pesa ancora su di lui Eric, il figlio drogato dellex moglie che, irriconoscente, succhia denaro alla sua incapacità (illusoria panacea per i troppi sensi di colpa) di negare alcunché. Lo deprime il suo ultimo, svogliato lavoro in unagenzia di noleggio dauto, labbandono dello stesso ed il successivo, costante scivolare di bar in bar, di bicchiere in bicchiere al seguito dellambigua amante dalle frequentazioni ben radicate nella delinquenza di branco, il cui arrogante capetto non perde occasione per mortificare limpotente acquiescenza di Charles.
Cè, insomma, tanto nella vita quanto nella morte di Staniland, una sorta di rassegnazione che il "Sergente" non riesce proprio a digerire. Il suo accanimento nellidentificarsi con quelluomo sorprendentemente colto, dalla personalità autodistruttiva, lo guiderà alla scoperta dellassassino (o degli assassini?) e a scovare il movente dellomicidio, ma anche la risposta che, al problematico investigatore, sta forse più a cuore e cioè la ragione, vera e determinante, dellinerte passività con cui Charles va incontro alla sua drammatica fine.
Sulla trama e sulla conclusione del racconto è bene non rivelare altro: bisogna però sottolineare la caratteristica più positiva di Derek Raymond, un autore non professionista e un talento naturale, al cui stile (che è un piccolo prodigio di scioltezza e di armonia) lesperta traduzione di Filippo Patarino rende merito. Mai enfatica o ridondante, mai troppo misera o volutamente minimalista, la scrittura scorre nelle pagine del romanzo in un equilibrio di rara gradevolezza, rafforzata dalla profondità dellindagine psicologica che lautore compie attorno ai suoi protagonisti ed alle loro problematiche esistenziali e dambiente. È, quello di Raymond, un approccio alla narrazione di tipo senza dubbio intimista, dove lautore sembra riversare in ciascuno dei personaggi qualche brandello di sé, delle sue angosce e delle sue speranze, consce (a dispetto di tutto) del potere distruttivo del male e della forza redentrice del bene. In sostanza, Niccolò Ammaniti dice il giusto quando, nella prefazione, afferma che "Raymond ama i morti e odia i vivi e questo ne fa uno scrittore unico, che prescinde il genere e le mode".
Buona cosa, dunque, che Meridiano zero abbia offerto agli estimatori italiani del mystery un insolito scorcio in più sulla letteratura britannica dei contemporanei; e proprio nel genere in cui vanta una tradizione prestigiosa e oramai secolare.
Anna Antolisei
www.lettera.com, 26.3.99 |
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Una morte visibile
Derek Raymond ci regala un altro noir ambientato in una Londra notturna e ambigua.
Si comincia con un cadavere scoperto proprio per caso, in mezzo ad una Londra che offre angoli oscuri e minacciosi. Lucciso non ha lasciato molto se non una vita di tormenti registrata in un mucchio di nastri, apparentemente senza senso. Ed è proprio da quelle registrazioni che il detective a cui viene assegnato un caso senza speranza apre uno squarcio su un mondo assurdo, notturno e ambiguo dove le vittime conoscono i loro carnefici e dove la differenza tra le due categorie è decisamente troppo sottile. Forse il problema di Charles Staniland, questo il nome del morto ammazzato, è che "quando aveva finito per trovarsi faccia a faccia con la realtà, aveva ceduto. Luomo non è fatto per sopportare tutta la verità, se la affrontasse metterebbe fine ai propri giorni appena fuori dalla culla". Ne sa qualcosa Derek Raymond, lautore di questo libro (e di tanti altri) che tra il 1931 e il 1994 ha sperimentato un po tutti i campi dellesistenza (da commerciante di materiale pornografico a tassista), riuscendo in tutti i bassifondi a trovare quel ritmo e quel linguaggio che rendono singolari i suoi romanzi. E, proprio per questo, estremamente credibili.
Marco Denti
Liberazione, 14.10.2003 |
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Tutti i colori del giallo
«A Derek Raymond, non importa nulla delle impronte, del Dna, dei colpevoli, delle prove, a lui interessa di quel che resta di un uomo dopo un omicidio (...) Lunica vera domanda che sembra porsi lo scrittore è da quali passioni e turbamenti era animato quel mucchio di materia organica massacrata e buttata in un giardinetto alla periferia di Londra (...) Raymond ama i morti e odia i vivi e questo ne fa uno scrittore unico che prescinde il genere e le mode».
Potrebbero forse bastare queste poche righe tratte dalla prefazione che Niccolò Ammaniti ha scritto per E morì a occhi aperti, per capire come Derek Raymond occupi un posto del tutto particolare nel panorama del noir contemporaneo. Lo spirito anarchico di questo autore, morto a Londra nel 1994 e arrivato alla letteratura passando per il riciclaggio di auto in Spagna e il traffico di materiale pornografico, pervade tutti i suoi romanzi e racconti. Raymond non si limita a costruire intrecci a orologeria, dove il meccanismo del thriller si nutre di tempi sincopati, deliziosamente venati di blues urbano, ma seziona la psicologia dei propri personaggi, costruendo su di essi la vera indagine narrativa. E questo allo stesso modo sia sulle vittime che sui carnefici, visto che per lui la distanza degli uni dagli altri non è poi così difficile da colmare. Con ogni sua nuova pagina si scende un gradino in più verso un mondo nel quale i più terribili assassini si trovano sempre in ottima compagnia con gli autentici mostri della porta accanto.
Con E morì a occhi aperti la casa editrice padovana Meridiano Zero, a cui va già il merito di aver proposto nel nostro paese le opere di Raymond, inaugura la ripubblicazione integrale, in una nuova edizione, dellintero ciclo della Factory, i romanzi che meglio esprimono lidentità selvaggia e geniale di questo autore non ancora conosciuto come meriterebbe.
Guido Caldiron
www.mangialibri.com, 9.6.11 |
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Il cadavere viene ritrovato ad Albatross Road, nella zona West 5 di Londra, riverso dietro alcuni cespugli. È notte, la pioggia continua a cadere senza dare un attimo di tregua, quando arriva il sergente un paio di volanti sono già sul posto. Bowman della squadra omicidi gli passa subito la torcia: luomo ha ancora gli occhi aperti, prima di farlo fuori i tipi che lo hanno ucciso devono essersi divertiti parecchio. La faccia è quasi irriconoscibile e il corpo è un ecchimosi dalla tasta ai piedi. Di sicuro un lavoro per la sezione A14, quella dei Delitti Irrisolti. Sono loro che indagano sulle morti di cui non frega niente a nessuno. Barboni, alcolizzati, poveracci, tossicodipendenti. Proprio come luomo che è stato appena ritrovato: Charles Staniland, di mezza età, la moglie e la figlia lo avevano abbandonato, senza lavoro e dedito allalcool, una donna che lo ha fatto impazzire e una grossa eredità dilapidata come se niente fosse. E poi una quantità enorme di scritti, pagine di diario, registrazioni, per scoprire chi era veramente Charles Staniland e perché è stato ucciso
Lindagine del sergente senza nome protagonista di E morì a occhi aperti non è unindagine come tutte le altre. Lintroverso poliziotto londinese, di cui il lettore conosce veramente poco a cominciare dal nome, non procede seguendo le solite procedure. Come dice Niccolò Ammaniti nella breve prefazione del libro, di sapere chi è lassassino al sergente e a Derek Raymond non gliene frega proprio niente. Quello che interessa è sapere chi è lassassinato! Infatti il vero protagonista è proprio lui, il fu Charles Staniland, che parla ed emerge dal romanzo grazie alle pagine del suo diario e alle registrazioni della sua voce: «Per me Staniland non era soltanto un altro cadavere allobitorio. Grazie ai suoi scritti e alle sue cassette continuava a essere vivo, per quanto mi riguardava». Vero e proprio noir esistenzialista E morì a occhi aperti, pubblicato per la prima prima volta nel 1984, è il primo romanzo del ciclo noir chiamato della Factory, che vedrà impegnato Derek Raymond, morto a Londra nel 1994 dopo una vita tuttaltro che tranquilla, in molti altri libri. Il poliziotto senza nome racconta le sue vicende in prima persona. La voce narrante aderisce al personaggio senza sbavature, riflettendo una Londra di periferia dove si muove unumanità dolorante e sanguinante nella quale il protagonista non ha paura a immergersi, forse perché la differenza tra lui e gli altri non è poi così grande. Non a caso il poliziotto, a forza di leggere i diari e di ascoltare le registrazioni, finisce con il sovrapporsi con luomo che quei diari e quelle registrazioni ha composto molto anni prima. Il lettore si ritrova perciò a leggere, a sua volta, di uomo che legge (o ascolta) parole scritte o articolate nel passato, in un gioco di specchi in cui vita e morte, realtà e letteratura, giocano a riflettersi luna attraverso con laltra. Troppo complicato? Forse si, ma daltra parte ecco cosa dice Staniland in una delle sue registrazioni, «chiunque concepisca lo scrivere come una piacevole passeggiata verso una placida vita di agi, è destinato a non scrivere che merda».
Fabio Napoli
il mattino di Padova, 14.10.2003 |
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Un classico del noir
A dieci anni dalla morte dellautore, torna in libreria, con una nuova prefazione di Niccolò Ammaniti, il primo romanzo pubblicato da Meridiano zero, la casa editrice specializzata nel noir. E morì a occhi aperti di Derek Raymond è ormai anche in Italia un piccolo classico. Un classico ai limiti dellinsostenibile, non tanto per la violenza delle scene, quanto per la disperazione che trasuda, per la mancanza di ogni luce, per il ritratto agghiacciante dellumanità.
Da sempre autore maledetto, protagonista di una vita spericolata, che dalle ville della sua aristocratica famiglia lo ha portato nei bassifondi di mezzo mondo, Derek Raymond ha buttato nel noir la sua personale incapacità di accettare la vita e con essa la morte. Così il suo sergente della Factory addetto ai casi irrisolti, protagonista di molti suoi romanzi, non ha nessuna sete di giustizia. Non ha neppure curiosità nei confronti della verità, ha solo pietà, senza paura di sentimentalismi, verso le vittime.
Niccolò Menniti Ippolito
www.milanonera.com, 28.3.09 |
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Un classico del noir
Il noir come lente di osservazione del mondo, senza scorciatoie per scoprire intorno a sé unumanità dolente. È impietosa lopera di Derek Raymond (pseudonimo di Robert William Cook) uno dei massimi autori del noir contemporaneo, scomparso nel 1994 a 63 anni. Per conoscerlo una buona occasione, forse la migliore, è leggere E morì a occhi aperti che la casa editrice Meridiano Zero pubblica ora in edizione economica. Inglese di nascita, una vita spesa in giro per il mondo, scrittore per talento e mille altre cose in una vita avventurosa (rinuncio alla vita agiata e al college per inventarsi mille lavori sul filo della legalità), Raymond ha il sapore del grande scrittore, di quelli che si incontrano di rado e che a buon diritto entrano nellolimpo di un genere, il noir, che è prima di tutto uno sguardo filosofico sulla realtà e una chiave di interpretazione della vita. E morì a occhi apertiè il primo romanzo della Factory, la serie che ha per protagonista il sergente senza nome della fantomatica squadra Delitti irrisolti della polizia londinese. Il libro si apre con una classica scena del crimine: il corpo martoriato di un uomo abbandonato tra i cespugli. Ed è subito folgorante lo sguardo dellautore sul volto della vittima: "Non era una faccia decisa, ma era la faccia di uno che aveva visto tutto e non aveva capito, se non quanto era stato troppo tardi". Da queste premesse comincia lindagine del sergente senza nome che è soprattutto il viaggio tra unumanità disperata e desolata. Raymond non si affatica dietro prove e indizi, il sergente senza nome affida le sue indagini ai nastri registrati dalla vittima prima di essere uccisa, una sorta di "controcanto" che percorre tutto il libro e diventa un romanzo parallelo e uninvettiva addolorata raccontata in prima persona. La morte costituisce soltanto un epilogo inevitabile: "La questione fondamentale, allora, è come morire. Tutti dobbiamo affrontare la morte. Il problema è come riuscire a farlo lucidamente, deliberatamente, predisponendo ogni cosa fin quasi allultimo istante e registrando tutto". Un privilegio che alla vittima, simbolo di unumanità smarrita, Raymond non concederà.
Matteo Chiari
mondobalordo.wordpress.com, 5.1.09 |
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Dimenticate CSI. Dimenticate il Luminol spruzzato ovunque, le tracce di DNA, dimenticate le brillanti deduzioni di poliziotti dallego straripante. Se è questo che cercate, avete sbagliato libro, avete sbagliato pianeta.
Perché qui il protagonista non è chi indaga (tanto da restare un Sergente di cui non sappiamo neppure il nome), ma chi è stato ucciso, qui la scoperta dellidentità dellassassino è meno importante che ricostruire quella della vittima. Charles Staniland in vita era una nullità (o almeno così si considerava): un uomo di mezza età privo di un impiego fisso, con un matrimonio fallito alle spalle e gravi problemi di alcolismo. Charles Staniland è stato ammazzato di botte, con una ferocia tale da renderlo quasi irriconoscibile.
Un delitto bestiale, ma dalla scarsa rilevanza mediatica, e per questo prontamente passato alla Factory, il dipartimento Omicidi Insoluti di Scotland Yard. Tra gli effetti personali di Staniland, una immensa collezione di cassette, a cui la vittima ha affidato le insicurezze e i fallimenti che ne hanno scandito lesistenza, e lamore tormentato per Barbara, femme fatale glaciale con cui ha condiviso lultimo periodo della sua vita. I nastri sono lunica pista a cui il Sergente possa aggrapparsi per capire cosa abbia portato a una morte così violenta, sono il testamento di un uomo della cui morte nessuno sembra interessarsi, buona al massimo per un trafiletto su un quotidiano.
Non siamo di fronte a un caso che possa fruttare una promozione a chi indaga, e in effetti al Sergente della carriera non importa nulla. Quello che gli sta a cuore è la verità, pura e semplice, è capire chi possa essere così disumano da uccidere un ubriacone squattrinato; vuole lasciarsi condurre dalla voce di Staniland, sintonizzarsi sulle frequenze di unesistenza misera. Vedere con gli occhi della vittima, gettare uno sguardo sui bassifondi di Londra, tra sordidi nightclub e pub dove il cinismo e gli espedienti sono lunica legge conosciuta. È in questo aspetto che E morì con gli occhi aperti si dimostra capolavoro di un genere, il noir, di cui sovverte regole e stilemi.
Il Sergente senza nome non assomiglia allo stereotipo di detective cui siamo abituati: non spara, non picchia, viola la procedura solo come estrema ratio. Non è capace di provare un freddo distacco verso lindagine, e contemporaneamente riesce a non sporcarsi quando affonda le mani nella feccia della società. Le sue armi sono le parole (affilatissime, con dialoghi che rasentano la perfezione) e una buona dose di compassione, nel senso più letterale del termine. La stessa che lo porta ad identificarsi con la vittima, con il rischio di condividerne la tragica fine.
Se vi appassiona lindagine fine a se stessa, lo ripeto, avete sbagliato pianeta, perché qui si parla degli angoli più bui dellessere umano.
E di questi non ci si può liberare, neppure intuendo fin dallinizio chi sia lassassino.
Abo
Mucchio Selvaggio, 25.11.03 |
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"Cerano momenti in cui non riuscivo a distinguere il male dentro di me da quello che creavo sulla pagina." Parola di Derek Raymond (1931-1994), autore inglese dalla vita assai movimentata essa stessa degna di un romanzo. Per quanto ci riguarda, la migliore descrizione possibile del suo stile, o per lo meno di quello del cosiddetto "ciclo della Factory", cinque libri che ogni appassionato che si rispetti di noir e hard-boiled dovrebbe conoscere a menadito. E proprio la ristampa del primo volume della serie, con tanto di veste grafica rinnovata e mini-introduzione di Niccolò Ammaniti, ci dà loccasione di tornare a occuparci, dopo lapprofondimento pubblicato sul numero 515, di uno scrittore per troppo tempo ignorato dal pubblico, non solo italiano.
Il male, dicevamo. Ecco il vero protagonista di questi romanzi, prima ancora dellanonimo sergente di polizia che narra in prima persona i fatti. Un male immanente, invincibile che si palesa in scenari di degrado urbano sovraccarichi di squallore (una Londra neppure lontanamente imparentata con quella plastificata dei musei e dei megastore), in tenori di vita che non si possono certo definire civili, in esplosioni di violenza raccapriccianti ma mai compiaciute, tali da spingere il lettore oltre i limiti della propria sopportazione, sbattendogli in faccia una realtà che poche volte aveva fatto così male. Non sono le classiche storie di detective, queste: i riflettori non sono puntati su brillanti metodi investigativi o su geniali intuizioni, bensì sullidentificazione del protagonista con le vite delle vittime, in un maniacale processo di appropriazione di identità che non può che portare altro dolore e nuove sofferenze, in cambio però di una consapevolezza e di una pietà altrimenti non raggiungibili, quindi impagabili, e che vanno ben oltre la soluzione del caso in questione.
Non lascia certo indifferenti - come potrebbe? - la lettura di queste pagine che, del resto, non devono essere state facili da creare. "Chiunque concepisca lo scrivere come una piacevole passeggiata verso una squallida vita di agi, è destinato a non scrivere che merda." A dirlo è Charles Staniland, la cui morte dà il la al romanzo, ma non è difficile immaginare che a parlare sia Raymond stesso, a sua volta vittima della propria arte.
Chi ancora non lo conosce, non perda altro tempo.
Aurelio Pasini
nonsolonoir.blogspot.com, 1.6.08 |
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"Non facciamo altro che scrutare facce di cadaveri, passare al setaccio le loro stanze, soppesare i possibili moventi di amici, se ce ne sono, amanti e avversari. Ma, diversamente dalla maggioranza dei poliziotti, non ci lamentiamo delle carenze di organico, non ci preoccupiamo se il caso su cui indaghiamo non compare sui giornali né diventa una caccia alluomo di rilevanza nazionale. [
] Nessun omicidio è fortuito o trascurabile per noi, anche se in una città come questa avvengono omicidi uno dietro laltro."
Il corpo di un uomo brutalmente torturato ed ucciso viene ritrovato in una zona periferica di Londra.
La vittima, alla quale sono stati spezzati gli arti e sono stati inferti numerosi, dolorosissimi, colpi prima della morte, è stranamente rimasta con gli occhi aperti, come a voler controllare loperato dei propri carnefici.
Ad indagare sul caso, considerato del tutto privo di interesse e risonanza mediatica, viene inviato un anonimo sergente della sezione A14, delitti irrisolti, stazione della Factory.
Disgustato dalla brutalità del delitto, e stretto in un rapporto empatico con la vittima (anche per via dellascolto ripetuto di una sorta di audio-diario inciso da Staniland nei giorni precedenti alla morte), linvestigatore si tuffa negli sporchi bassifondi londinesi bazzicati dalla vittima e ripercorre le ultime tappe di una misera esistenza
Lo stile di Raymond è duro e secco; i personaggi sono brutali, folli, distrutti, cattivi, reali.
La critica, facendo leva sulla riflessione esistenziale che attraversa, occultata dietro il facile pretesto della letteratura di genere, le opere di Raymond, ha giustamente indicato linfluenza del Sartre narratore sullautore dei romanzi della "Factory". Questa influenza è particolarmente evidente in E morì a occhi aperti, nel quale le registrazioni della vittima (e coprotagonista) Charlie Staniland, la cui trascrizione si alterna alle indagini facendo da contrappunto alla narrazione, sembrano uscite direttamente da La nausea. Se Antoine Roquentin apriva il suo resoconto con "La cosa migliore sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. [
] Bisogna che dica come vedo questo tavolo, la strada, la gente, il mio pacchetto di tabacco, dato che è quello che è cambiato." (Jean Paul Sartre, La nausée, Gallimard, Parigi 2007), Charlie Staniland, dichiarando che "lideale sarebbe riuscire a registrare tutto ciò che succede allultimo istante e dopo", afferma la medesima necessità di tenere traccia di un cambiamento sottile ma essenziale, che lo ha portato a sostituire una serie di comode ipocrisie con una più lucida e disincantata visione del mondo.
Poliziesco esistenzialista, costruito con un andamento lento ma inesorabile come quello dun orologio ed un disinteresse quasi assoluto per la detection, pieno di un senso di ingiustizia e di inutilità difficilmente rintracciabile anche tra i più amari e pregevoli romanzi di genere, E morì a occhi aperti, è uno dei romanzi essenziali allinterno del vasto e variegato (ma ahimè composto per lo più da prodotti dichiaratamente commerciali e assolutamente mediocri) panorama del noir europeo .
E morì a occhi aperti di Derek Raymond è il primo dei romanzi della Factory, tutti editi in Italia da Meridiano Zero.
Fabrizio Fulvio-Bragoni
nuke.ilsottoscritto.it, 15.5.08 |
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Itinerario verso la morte. Prende il via dal ritrovamento del corpo massacrato di un uomo di mezzetà, a Londra, il noir di Derek Raymond, E morì a occhi aperti (Meridiano zero). È un caso apparentemente inspiegabile, per il fatto che la vittima sembra aver assistito con rassegnazione al proprio omicidio. E così lindagine per trovare lassassino diventa una lucida e impietosa analisi delle ombre dellanimo umano.
Pulp, luglio 1998 |
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La grande sfiga di Derek Raymond, morto nel 1994, è stata quella di chiamarsi Robin Cook. Esattamente come lautore di Coma e di altri mediocri thrillers di ambiente medico. Così è stato costretto a servirsi di uno pseudonimo, persino nel suo ambiente natale, lInghilterra; con lunica notevole eccezione della Francia dove, giustamente, è lo scribacchino americano a doversi nascondere.
Comunque, Cook o Raymond, siamo in presenza di un maestro assoluto del Noir, tra i più grandi del dopoguerra; e non depone a favore della lungimiranza dei nostri editori il fatto che solo ora venga tradotto.
Ci ha pensato una piccola casa editrice di Padova, Meridiano zero. Il romanzo che ci propone è il primo del ciclo di sei che Raymond dedicò a The Factory, una filiale di Scotland Yard dalle parti di Marble Arch in cui non si fa carriera e si vivacchia tra crimini sordidi e banali. Be, banali in apparenza. Come lefferatissima uccisione di Staniland, un tizio senza né arte né parte, chiacchierone e rompiscatole.
Prima di andare oltre devo avvertire che non sto parlando di un romanzo qualunque, ma di un capolavoro. Forse non arriva alla perfezione di I was Dora Suarez, lopera migliore di Raymond, ma ne sfida leccellenza. Dunque quanto dirò non può nemmeno rendere lidea di cosa sia il romanzo di cui tratto. Pazienza. Andiamo avanti. Staniland ha lasciato appunti, biglietti e soprattutto nastri registrati. È dunque la sua stessa voce che, alternandosi allindagine di un agente della Factory sempre più nauseato, ci guida alla scoperta della verità. Ed è una discesa allinferno, in cui ogni girone della società londinese ci spalanca abissi di cinismo e di disumanità, trascinandoci in un vortice a cui non posssiamo sottrarci, per quanto sbigottiti e inorriditi. Fino a portarci a concludere che la morte di Staniland, uomo troppo sensibile per un contesto in cui classi medie e ceti popolari rivaleggiano in aridità morale, era in qualche modo inevitabile, come una moderna crocifissione priva di valore catartico.
Il termine Noir viene spesso usato per opere che nere non sono affatto, ma appena scure. Raymond, invece, è nero come linchiostro, perché il suo oggetto è lOmbra, la parte più buia dellanimo umano. Infittita da altre ombre: quelle gettate da una società spietata e ipocrita, fatta apposta per schiacciare chi cerchi di sottrarsi alle sue convenzioni. Il tutto dipinto senza moralismi piccolo-borghesi alla Simenon, ma con un gelido realismo che finisce per divenire terribile e struggente.
E che dire dello stile elegante ed essenziale, dei dialoghi sempre perfetti, dellassenza totale di lungaggini? Niente. Gettate nella spazzatura i Patricia Cornwell che vi intasano gli scaffali e correte a comprare questo libro. Perché questo è un Noir. Il Noir.
Valerio Evangelisti
Repubblica Musica, 16.10.03 |
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Il noir a occhi aperti piace a Ammaniti
Arriva con prefazione di Niccolò Ammaniti lultimo noir di Derek Raymond, morto nel 94. Ossessivo e durissimo.
Siamo a Londra: un cadavere nel parco e un agente che rivive i fantasmi del defunto. Un hard boiled tosto come la vita dellautore che viveva di porno e leggeva Sartre.
Filippo La Porta
il Sole 24 ore, 23.8.1998 |
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Unultima annotazione per gli appassionati di letteratura gialla riguarda la nascita di una piccola casa editrice, la Meridiano zero di Padova, che si è prefissa di puntare su una ristretta selezione di romanzi che superino schemi e consuetudini, offrendo ai lettori il gusto della scoperta. È il caso di E morì a occhi aperti, un lavoro del 1984 firmato da Derek Raymond, pseudonimo di Robin Cook, lo scrittore londinese morto quattro anni fa dopo essersi cimentato nei lavori più improbabili: da riciclatore di auto in Spagna a tassista, da trafficante di materiale pornografico a insegnante di lingua italiana a New York. Una vita certo spericolata, che è servita però a far maturare un autore di grande originalità.
Mauro Castelli
www.sugarpulp.it, 8.4.10 |
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"Lo trovarono tra i cespugli di fronte alla Casa del Divin Verbo in Albatross Road, nel West 5. Era la sera del 30 di marzo, allora di punta. Faceva un freddo terribile, e un impiegato che stava tornando a casa, appartatosi per un improvviso bisogno, era inciampato sul corpo."
Così si apre E morì a occhi aperti, romanzo di Derek Raymond originariamente uscito nel 1984. Lui, Raymond, non ha bisogno di presentazioni. Uno stile asciutto, rapido, diretto e privo di astratte seghe mentali, che tuttavia riesce ad andare in profondità nella vicenda che ritrae, quasi si trattasse di un viaggio mentale nella vita della vittima.
Charles Staniland, un uomo solo, con un passato oscuro, una famiglia spezzata alle spalle e la vita piegata dallalcolismo, è il cadavere orrendamente sfigurato e macilento attorno al quale si concentrano le indagini del nostro eroe, il Sergente. Altro, di questo ironico e diretto anti-paladino, non lo sappiamo. Soprattutto, Raymond non ne rivela mai il nome.
Tutto ciò che conta è dunque lazione in sè, distante da inutili digressioni quasi da soap-opera così spesso presenti anche nella letteratura di genere. Staniland, si diceva. Un uomo che, come molti altri, ha commesso lerrore fatale di circondarsi delle classiche "cattive compagnie". E allora ecco avviarsi una desolata caccia alluomo nei bassifondi di Londra, tra prostitute di basso rango e pub dove sono più le scazzottate che i litri di birra consumati ogni sera.
In mezzo a tutto questo, troviamo le numerose cassette registrate da Staniland verso la fine della sua sventurata vita, quasi una "colonna sonora" fatta di paranoie e disagi che accompagna il Sergente nelle sue indagini. Sesso, droga, sangue, bande di strada e decine di pinte di Kroenenbourg, "o quellaltra marca tedesca con il nome che non finisce più" gli ingradienti. Aggiungetevi perfidi figuri come il Cavaliere Ghignante e putridi covi di anime morte come lHouse Of Agincourt e avrete il resto. Fino allinatteso e piroettante finale, degno delle più grandi "pagine nere".
Intorno a tutto questo, poi, gravita il profilo della Factory, commissariato londinese dalla cattiva reputazione. Attorno ad esso, Raymond scriverà unintera serie di romanzi, di cui E morì ad occhi aperti non è che il pirotecnico, inarrestabile prologo.
Provare per credere.
Marco Meneghetti
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