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Aprile è il più crudele dei mesi (Factory 2)
Derek Raymond


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Alias/il manifesto, 21.11.1998

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Ancora un rompicapo per il sergente londinese, protagonista del precedente E morì a occhi aperti. Questa volta deve trovare chi ha bollito e sezionato il cadavere scoperto in un magazzino abbandonato, i resti sigillati in cinque sacchetti di plastica. Di più. Perché scovare il colpevole - ciò che il sergente della sezione A 14 farà peraltro agevolmente - non basta. Occorre risalire al doppiofondo di una Londra potente e purulenta, da cui scaturisce la catena di eventi delittuosi, e intorno a cui la penna acuminata di Raymond costruisce un hard boiled di tutto rispetto.

Geraldina Colotti


Buscadero, dicembre 1998

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Bullet With My Name On It
Londra, il noir e la vita secondo Derek Raymond

Il volto scavato e aguzzo, gli occhi grandi e profondi, il fisico asciutto e nodoso: la persona di Derek Raymond sembra essere un complicato patchwork tra un vinaiolo toscano, un trafficante d’auto spagnolo, un outsider nel ventre di New York, un agricoltore bretone, un oscuro capro espiatorio per gente pronta a truffare l’intera Londra e uno qualsiasi dei personaggi dei quindici romanzi che ha scritto. Non che non lo sia stato: nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, Robin William Arthur Cook alias Derek Raymond non è stato esattamente un gentleman londinese. Anzi, fedele alla sua morale ("A che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose?") ha sperimentato un’esistenza che per la varietà di arti e professioni, per i rischi e per la pericolosità delle scelte si avvicina alla trama della vita di Jim Thompson, uno dei suoi dichiarati maestri. A sedici anni è già scappato di casa; poco dopo è in Spagna, dove importa automobili dall’Inghilterra, ai limiti della legalità; quando sente puzza di bruciato sparisce a Tangeri, e da lì a New York dove, come racconta lui stesso "mi sono sposato per la prima volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per riviste da due soldi. E soprattutto guardavo la città, instancabilmente". Nel 1960 è di nuovo in Inghilterra e si ritrova ancora sul lato sbagliato della strada, lavorando con "quel tipo di persone di fronte alle quali si diventa cadaveri"; per ovvie ragioni, attraversa la Manica, e per gran parte degli anni Settanta lavora in campagna nel sud-ovest della Francia. Intanto, scrive, scrive, scrive perché "scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza". Fino a quando Marcel Duhamel, le redini della Série Noire saldamente in mano, non gli pubblica The Crust On Its Upper con il titolo Crème Anglaise. E’ solo l’inizio, perché Derek Raymond non soltanto ha firmato una serie di romanzi che ha sensibilmente spostato l’ago della bilancia di una scrittura di genere, il noir, verso la letteratura vera e propria. Se è rimasto a lungo sconosciuto ai più, non bisogna perdere l’occasione ora che una piccola e intraprendente casa editrice italiana (la Meridiano zero) ha cominciato a tradurre tutti i suoi romanzi. Sono bastati E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi, i primi due titoli pubblicati in Italia per dimostrare l’essenza stessa di Derek Raymond: paesaggi notturni e cupi (di solito lo scenario è tra le strade di Londra e dei suoi sobborghi), personaggi legati ad un filo di vita e di follia, omicidi efferati che sono soltanto il punto di arrivo di storie dove la decadenza del genere umano affiora senza aggiustamenti di sorta.

Armed With An Empty Gun
A dire il vero, il principale protagonista dei romanzi di Derek Raymond, il sergente della sezione A14, Delitti Inspiegati, di solito non gira nemmeno armato. E’ un outsider anche per i suoi uffici e la sua carriera si è bloccata nel vicolo cieco che tutti i poliziotti vedono come un incubo. Lui ne è consapevole ma non fa nulla per tirarsene fuori, per cercare una promozione perché non ha un gran rapporto con i suoi superiori. Dice infatti in un passo di Aprile è il più crudele dei mesi: "La mia non è mancanza di rispetto, ma di pazienza. Il mio guaio è che non riesco a sopportare gli idioti. Mi preoccupo della giustizia, non dei gradi". La giustizia, la verità: tutti gli eroi in noir si devono scontrare con un mondo che vuole soltanto assecondare gli schemi che ha generato e mettere le pedine al proprio posto. La soluzione di un caso di omicidio è una questione di burocrazia, di politica, di rapporti di forza. Per il sergente della A14 non è così. "Dove vado io, là vanno i fantasmi. Io vado là dove si trova il male": ha visto troppo e si è accorto che Hemingway aveva terribilmente ragione quando diceva che per essere un buon perdente occorre soltanto una cosa, l’esperienza. E’ così che risolve il caso (che diventano casi nel corso del romanzo) di Aprile è il più crudele dei mesi: un corpo viene trovato smembrato in maniera millimetrica e confezionato come se fosse una quarto di manzo in altrettanti sacchetti di plastica. Un lavoro scientifico, in un certo senso, tanto che viene subito affidato ai Delitti Inspiegati. Il sergente, a cui è facile attribuire la fisionomia di Derek Raymond, affronta la questione con metodo e scrupolo: "Cominciai a immedesimarmi nell’assassino. Pensavo: sono pazzo. Sì, ma dobbiamo tutti sforzarci di sembrare normali". Da lì in poi sarà un susseguirsi di colpi di scena perché dietro quei miseri resti si cela un intrigo che incastra sesso, potere e soldi (fondamentalmente i motivi per cui qualcuno viene ammazzato, come ha notato a suo tempo Dave Robicheaux, l’investigatore di James Lee Burke) e che porta Derek Raymond a scandagliare le darkness di Londra. Non è solo noir perché Aprile è il più crudele dei mesi offre un panorama desolante delle miserie del genere umano. Teso, vibrante, sempre attento a centellinare il tessuto sociale in cui si muovono poliziotti, delinquenti e falliti vari, Derek Raymond spiegava così la sua visione a Arnould De Liedekerke, su Magazine Littéraire, nell’ottobre 1993 poco prima di morire: "Qui si vive, si muore. E’ in contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che ci sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, al volante. Spesso mi dico: un giorno o l’altro, alla prossima curva, andremo fuori strada. Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri, non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia in queste condizioni? Sicuro che l’esistenza è una corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal tetto per questo! E per provare cosa? La vita, puttana, l’adoro!".

Burn
Se le fiamme sono noir, le passioni letterarie che bruciano dentro Derek Raymond offrono uno spettro complesso e articolato: William Shakespeare, Francis Bacon, George Orwell, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ma anche Zola, Dostoevskij, Baudelaire, Maupassant, Sartre. Attenzione, però, tutto questo finisce in una scrittura senza fronzoli, da hard boiled school, da duri con il cuore non tenero, ma almeno ancora in grado di provare qualche emozione. Con una punta di romanticismo tra tanto fango (per non usare termini ancora meno nobili) perché come dice Derek Raymond "l’arte è un incontro con l’esistenza, la follia un incontro mancato". E morì a occhi aperti è proprio sul filo di rasoio tra una e l’altra, tra vita e follia: l’assassinato, Charles Staniland, ha lasciato un testamento di appunti e di registrazioni che non sembrano raccontare nulla, se non la sua esistenza. Quanto basta perché Derek Raymond gli dia un ruolo preciso in E morì a occhi aperti anche se ormai è soltanto un fantasma: "Come tutte le persone sane di mente, aveva voluto conoscere la realtà della vita, commettendo l’errore più comune: non si era reso conto neanche per un istante che le condizioni dell’esistenza non autorizzano alcun assoluto. Così, quando aveva finito per ritrovarsi faccia a faccia con la realtà, aveva ceduto. L’uomo non è fatto per sopportare la verità, se la affrontasse metterebbe fine ai propri giorni appena fuori dalla culla". Scritto in Francia, "in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane", E morì a occhi aperti vale quanto Aprile è il più crudele dei mesi ed offre un’apertura di credito infinita nei confronti dei romanzi di Derek Raymond con cui il noir, come scriveva Daniele Brolli, "è diventato un’analisi lucida e impietosa delle nostre prospettive esistenziali". Leggete Aprile è il più crudele dei mesi con il sottofondo dei Green On Red di Scapegoats: qui la ricerca di un capro espiatorio che salvi le apparenze del governo, la reputazione dei killer, gli sforzi (pochi, in verità) della polizia e tenga a freno le penne dei giornalisti apre una vaso di Pandora da cui straripa la peggiore feccia londinese. Da mercenari psicopatici e senza scrupoli a governanti ambigui in tutti i sensi possibili, da investigatori ossessionati soltanto dalla carriera a trafficanti tanto loschi quanto pericolosi, da sbirri che hanno metodi risolutivi nel condurre gli interrogatori ad outsider che sono soltanto pedine in un gioco più grande di loro e la cui vita è sacrificabile in ogni momento. E quando succede, ecco arrivare il nostro uomo alla A14. Mettete la ristampa in compact disc di Medicine Show (da cui sono stati saccheggiati i titoli qui presenti) come colonna sonora per E morì a occhi aperti: i misteri di persone che vanno in giro con pistole scariche e che hanno, da qualche parte di Londra, un proiettile con il loro nome scritto sopra vengono a galla grazie all’ostinazione di chi ha sempre condotto indagini e vita a modo proprio, senza rispettare le regole, i modi, le imposizioni tecniche, sfidando la sconfitta tutti i giorni. Un po’ come il rock’n’roll dei Dream Syndicate. Un po’ come Derek Raymond, uno che sa cosa fare quando non ha da scrivere: "Bevo. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c’è di buono nella vita di notte, nei bar, è che si è tutti dentro con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è nello stesso tempo fuori: si può staccare, ci si può astrarre con la mente. Io lo chiamo andare a teatro. Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo in un gruppetto e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l’orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione lì vicino. Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero romanzi noir".

Still Holding On To You
Tenete d’occhio Derek Raymond, dopo E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi, dovrebbe arrivare tra gli altri, la prossima primavera, la traduzione di I Was Dora Suarez, unanimamente considerato il suo capolavoro. Lo stesso Derek Raymond lo descriveva così: "I Was Dora Suarez, il romanzo noir come lo intendo io, è un po’ come se qualcuno facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all’improvviso in qualcosa di terribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era prima. Non esistono mezze misure". Appunto, e non si può aggiungere di più se non che E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi e prossimamente The Devil’s Home On Leave e I Was Dora Suarez sono pubblicati in Italia dalla Meridiano zero, a cui potete rivolgervi se non riuscite a trovarli in libreria. Tra l’altro, la Meridiano zero ha pubblicato anche Cosmix Bandidos di A.C. Weisbecker, che è tutt’altro rispetto a Derek Raymond, ma è pur sempre un gran libro.

Marco Denti


cassielheaven.iobloggo.com, 25.4.04

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Derek Raymond, nato a Londra nel 1931 e morto sempre a Londra nel 1994, è sicuramente lo scrittore più nero e pessimista che abbia mai letto, anche se il suo genere non può dirsi esattamente noir, ma forse più un hard boiled alla James Ellroy.
E quindi come il grande Ellroy, la sua è una visione del tutto cinica e assolutamente cruda della realtà. Ma Raymond va oltre, non solo non lascia speranza, ma è come se il mondo che descrive non sia capace di contemplare in nessun modo un’idea pur minima di speranza, neanche solo potenzialmente.
Un mondo già da un pezzo al di là del bene e del male, dove le figure che si alternano all’interno della sue storie sono solo ombre che vagano in un lurido inferno. I sentimenti sono annullati e si respira un’atmosfera clustrofobica, in cui la legge, nella migliore delle ipotesi, è solo un alibi per il riscatto personale oppure l’inerte conseguenza di un ruolo che non può fare a meno di riprodurre se stesso all’infinito, come un rito beffardo e funereo. Perchè così va il mondo e non serve a niente opporvisi. Il senso di nausea è debordante e non si può far nulla per porre un argine a tutto questo schifo, solo sopravvivere e a volte più neanche quello.
In questo contesto il protagonista e voce narrante, un sergente di polizia, si muove come un’ombra tra altre ombre circondato da una cieca, agghiacciante ed efferata violenza ed eventi incredibilmenti legati tra loro che hanno origine non solo nel mondo del crimine, ma anche in quello della politica londinese.
Derek Raymond ebbe una vita assolutamente spericolata, viaggiando e vivendo nei posti più disparati del globo, arrangiandosi in mille modi ed esercitando mestieri diversissimi, dall’insegnante, al tassista, ad alcune attività ai confini del lecito, come il riciclaggio di autmobili e il traffico di materiale pornografico. Tutto ciò si riflette ovviamente nelle sue opere letterarie, nella sua prosa e nella visione che ha della realtà, dalla quale non è difficile avvertire anche l’influenza di un certo esistenzialismo alla Sartre, rielaborato secondo il filtro del romanzo nero e hard boiled, in cui la violenza va oltre ogni pur minimo concetto di sopportazone, facendo tabula rasa di qualsiasi giustificazione logica e razionale. È e può essere solo così, senza nessun altra mediazione.

Anselmo Cioffi


Diario, 16.12.1998

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L’ispettore della Factory ci riprova. Il poliziotto londinese senza nome che lavora per scelta nella sezione Delitti irrisolti rifiutando testardamente una promozione a Scotland Yard comincia una nuova indagine fra stupratori, drogati, serial killer sadici e informatori. Qualcuno è stato ucciso, tagliato a pezzi, bollito e insacchettato in un magazzino suburbano; sembrerebbe impossibile identificarlo per poi risalire all’assassino e al movente del delitto. Tuttavia, invertendo il procedimento classico, Raymond ci fa scoprire quasi subito l’identità dell’omicida, in modo che, seguendo istinto e metodo d’indagine dell’ispettore, il lettore possa piombare in una malefica spirale di orrore che lo porterà dai pub di quart’ordine della Londra dei diseredati fino al governo britannico. L’intenzione allegorica dell’autore risulta evidente dall’impianto della trama. Il male è trasversale, si annida in tutti i settori della società, anzi ne costituisce l’ossatura; e se i pesci piccoli, simili a bestie, lo praticano con gusto sadico ma immediato, i grossi ne portano sulle spalle il peso morale, perché la causa motrice del male si trova nelle alte sfere. Drogati, informatori, serial killer sadici, stupratori; è questa la compagnia che l’ispettore della Delitti irrisolti si trova a frequentare per sciogliere l’intrigo che lo porterà nelle stanze ministeriali. Da queste frequentazioni ricava una mappatura morale di Londra. La città che lui conosce non è quella degli altri: dietro l’apparente normalità cittadina si nasconde un’indistruttibile anima nera che non potrà mai essere dissolta. Il tema della inclinazione al delitto come pratica collettiva, della normalità come apparenza e del male come natura profonda della personalità umana, è tipica anche di James Ellroy, e non a caso i due autori sono stati di recente accostati.

Enzo D’Antonio


Duel, novembre 1999

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Morti in diretta.
Alcune segnalazioni su storie che diventeranno film (o che lo sono già).
Il gusto per la strada di Derek Raymond.

Grazie a Meridiano zero anche da noi c’è finalmente la possibilità di apprezzare quello che i francesi chiamano ÇLe milord du polarÈ: Derek Raymond (pesudonimo di Robert Cook). Inglese, nato nel ’31 e morto nel ’94, dopo essere cresciuto nel castello di famiglia nel Kent e aver ricevuto una severa educazione a Eton, Raymond ha rinnegato i privilegi e ha scelto la notte e la strada: ÇSenza notti in bianco non ci sarebbero romanzi neriÈ. Ha scelto Jean-Paul Sartre, le Gauloises, il vino, Dashiell Hammett, Jim Thompson, Georges Brassens e i pub. Ha viaggiato, fra Marocco, Turchia, Italia, Spagna e Francia. Si è cimentato nei più incredibili lavori: dal commerciante d’auto al taxista di notte, dall’insegnante al trafficante di materiale porno. Di lui ci rimangono cinque mogli, una caterva di figli e quindici romanzi. Le sue opere migliori sono quelle che hanno come protagonista un anonimo sergente che lavora alla Factory, la stazione di polizia di Chelsea (Londra), presso la sezione ’Delitti irrisolti’ e che si occupa di Çquei casi in cui le vittime sono state dichiarate in alto loco come trascurabiliÈ, omicidi che ottengono, ben che vada, quattro righe sui ÇWatford di ObserverÈ. Il detective si muove fra nefandezze di ogni genere (in Aprile è il più crudele dei mesi, l’ omicida fa a pezzi e bollisce la vittima; in E morì a occhi aperti a un uomo vengono spezzate a bastonate tutte le ossa), ma il racconto rimane sobrio, il tono dimesso evita sottolineature espressionistiche, dalla contemplazione dell’orrore al compiaciuto disegno di deformità (sociali e fisiche). Volutamente alterate le regole del poliziesco (ritmo e colpi di scena), Raymond lavora sullo spessore dei personaggi, sulla profondità del suo eroe e della sua missione: fare giustizia per gli ultimi.

Massimo Rota


Milano finanza, 12.6.2004

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A Londra, in un vecchio deposito abbandonato, vengono ritrovati, in cinque sacchetti di plastica, i resti di un uomo ucciso, bollito e poi fatto a pezzi. Del caso si occupa un sergente della sezione Delitti Irrisolti, che individua in Billy McGruder (uno spietato psicopatico) il principale sospetto. Il poliziotto indaga scoprendo una Londra corrotta, dai bassifondi fino ai quartieri alti. A sei anni dalla prima, Meridiano zero pubblica la seconda edizione di Aprile è il più crudele dei mesi, dello scrittore inglese Derek Raymond. Con uno stile sobrio, l’autore scava nell’animo dei suoi personaggi e offre l’immagine di una Londra cupa e malata. L’anonimo sergente della sezione delitti irrisolti è protagonista di numerosi romanzi, tra i quali E morì a occhi aperti (Meridiano zero, nuova edizione 2003).

Martina Cossia Castiglioni


nonsolonoir.blogspot.com, 27.4.08

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Il cadavere di un uomo ucciso da un colpo alla testa, dissanguato, privato di denti e polpastrelli, tagliato a pezzi, bollito e sigillato in cinque buste di plastica allineate con precisione lungo un muro, viene ritrovato dal custode di un vecchio casermone della periferia di Londra. Data la scarsità di informazioni ed indizi disponibili, il caso viene affidato ad un attempato ed anonimo sergente della sezione "A14", delitti irrisolti, stazione di polizia di Poland street. Attraverso una semplice analisi del modus operandi ed un paio di controlli incrociati sugli schedari della polizia, il sergente riconosce nel sadico disadattato Billy McGruder l’autore del delitto, ma la realtà è ben più sordida delle aspettative, e i mandanti, integrati nel sistema ed apparentemente rispettabili, fanno molta più paura degli esecutori materiali…
Frutto di una fortunata ibridazione del genere spionistico con il poliziesco, amaro e crudemente realistico, il romanzo fa della prevedibilità una pregevole cifra stilistica (non a caso l’identità del colpevole è nota al lettore fin dalla prima pagina del romanzo); la scoperta del colpevole, che avviene, in barba alla lunga e gloriosa tradizione del romanzo giallo (ed a quella più breve ma altrettanto gloriosa del romanzo poliziesco) in maniera piatta e del tutto priva di ogni coloritura emotiva, non chiude, ma da il via, ad una dolorosa ricerca all’interno delle pieghe di una società che per l’autore (e chissà, forse non solo per lui…) è corrotta fino al midollo.
Liquidato, da alcuni, come romanzo di scarsa originalità (dimenticando per un attimo l’esistenza di un credibile risvolto fantapolitico, l’ambientazione londinese, lo stile crudissimo, la ricostruzione perfetta dei traumi psicologici del personaggio del sergente – così importanti per comprendere il suo modo di fare, dal rifiuto della carriera all’assurdo idealismo dimostrato nello svolgimento delle indagini –, la meticolosa definizione dello psicopatico antagonista, si potrebbe prendere Aprile è il più crudele dei mesi per il prodotto qualunque di un mediocre autore di thriller americano, ma, d’altra parte, trascurando particolari di questo calibro sarebbe possibile dichiarare l’equivalenza di Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi e Tonio Kroeger di Thomas Mann: in fondo sono entrambi romanzi di formazione, in fondo entrambi i protagonisti hanno problemi sentimentali, in fondo sono entrambi insicuri, in fondo sono entrambi adolescenti…). Aprile è il più crudele dei mesi ci sembra invece un perfetto e (ahimè) raro esempio di neo-noir di classe.
Aprile è il più crudele dei mesi, di Derek Raymond, e tutti gli altri romanzi del ciclo della Factory sono editi in Italia da Meridiano Zero.

Fabrizio Fulio-Bragoni


la Provincia, 4.6.1999

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La piccola casa editrice padovana Meridiano zero ha un grande merito. Aver pubblicato uno dei più originali romanzi noir degli ultimi vent’anni: Aprile è il più crudele dei mesi di Derek Raymond. Un sergente della polizia londinese si ritrova ad affrontare un delitto orribile: in un magazzino abbandonato viene ritrovato un cadavere, tagliato accuratamente a pezzi con perizia da cuoco, bollito al punto giusto e sigillato in cinque sacchetti della spazzatura. Per l’autore l’efferatezza del crimine è un pretesto per rappresentare una Londra cinica e dura, corrotta e marcia dai quartieri alti ai bassifondi. Il sergente e l’assassino sono uomini disperati per i quali investigare e uccidere sono solo modi diversi per avventurarsi in una raccapricciante discesa agli inferi dell’animo umano. Derek Raymond era lo pseudonimo del londinese Robin Cook, nato nel 1931 e scomparso nel 1994 alla fine di una vita avventurosa. Luoghi e lavori improbabili come la parentesi di trafficante di materiale pornografico in Marocco e Turchia. La sua filosofia di scrittore, profondamente influenzata da Sartre, è riassumibile in una frase che amava ripetere: "La funzione del romanzo nero è di impedire alle persone di dimenticare l’orrore che regna". Un maestro assoluto del genere.

Massimo Carlotto


la Repubblica, 31.10.1998

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Nelle librerie ampi spazi sono dedicati ai romanzi polizieschi (o gialli o neri) negli ultimi tempi. Anche perché, grazie ad alcuni autori, il genere non è più "narrativa da treno" ma presenta storie ben scritte che propongono problematiche sociali mentre mostrano le mille sfaccettature della condizione umana.

Ultima, fra le tante case editrici, ne arriva una nuova: Meridiano zero, che ha mostrato subito, fin dai primi titoli, di aver scelto qualità e oculatezza e non pescando nel mucchio pur di stampare. Meridiano zero ha già pubblicato Emmanuel Bove (L’ultima notte) e A. C. Weisbecker (Cosmix bandidos). Ma l’autore su cui si punta è Derek Raymond, un autore inglese che scrive noir molto duri, già diventato un cult in Francia, ma finora non tradotto in Italia. È uscito E morì a occhi aperti qualche mese fa e ora è in libreria un secondo Raymond, Aprile è il più crudele dei mesi.

Edmondo Dietrich


Repubblica Musica, 22.4.2004

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Governo sotto tiro nel classico del noir

Più nero di Ellroy, più crudo di Tarantino. Torna il classico dell’inglese Raymond, duro e romantico. Londra, un poliziotto, un cadavere a pezzi e il fango arriva fino al governo. La dimostrazione che i "britannici non sono freddi".

Filippo La Porta


Sartoris, 8.4.09

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Freddezza chirurgica
La capacità di trattare con freddezza chirurgica il Male è qualità che pochi grandi scrittori destreggiano veramente: Derek Raymond (all’anagrafe Robin Cook) è sicuramente un virtuoso esponente di questa accolita. Inglese, nato nel ’31 e morto nel ’94, dopo essere cresciuto nel castello di famiglia nel Kent e aver ricevuto una severa educazione a Eton, Raymond ha rinnegato i privilegi per scegliere la strada (e la notte). Ha scelto Jean-Paul Sartre, le Gauloises, il vino, Dashiell Hammett, Jim Thompson, Georges Brassens e i pub. Ha viaggiato per il globo, cimentandosi nei più disparati lavori. Una girandola di mestieri d’ogni tipo (dandosi persino al traffico di materiale pornografico), prima di approdare finalmente in terra di Francia e trovare là editori disposti a pubblicare i suoi scritti.
In Aprile è il più crudele dei mesi torna l’anonimo sergente londinese protagonista di altri suoi libri incentrati sulla Factory, la stazione di polizia di Chelsea. Questa volta si tratta di scovare chi ha bollito e sezionato con cura un cadavere scoperto in un magazzino abbandonato: un delitto efferatissimo che il governo di Sua Maestà vuol mantenere segreto a tutti i costi. Ma rintracciare il colpevole – ovvio – non basta. Occorre discendere negli abissi di una Londra infernale e mefitica, una metropoli plumbea da cui scaturisce la catena di orrori, e intorno alla quale la penna tagliente di Raymond costruisce un hard-boiled potente e al tempo stesso dimesso, in grado di raccontare crimini e malvagità senza mai ricorrere all’effettaccio espressionistico. Seminale.

Omar Di Monopoli


Sette/Corriere della Sera, 17.12.1998

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Per chi non può più fare a meno di distretti di polizia fumosi e puzzolenti, Meridiano zero pubblica un autore di culto in Inghilterra, Derek Raymond, che ha inventato lo straordinario personaggio di un sergente di polizia senza nome, disincantato e rovinato dai drammi della vita ma senza desideri di vendetta. Dopo il bellissimo E morì a occhi aperti, ora è la volta di Aprile è il più crudele dei mesi.

Alessandro Riva e Lorenzo Viganò

Sette/Corriere della Sera, 4.2.1999

Aprile è il più crudele dei mesi recita la traduzione italiana del titolo di Derek Raymond, che prende a prestito da Eliot l’umanità desolata dei personaggi per portarli a temperature di cinismo hard boiled. Qui a bollire è addirittura una delle vittime; l’assassino è invece un gelido psicopatico che si è scoperto un talento da killer nell’ambiente militare e lo mette a profitto nella società civile. La follia circola nel romanzo di Raymond come il Tamigi nella sua Londra di bassifondi ed entra anche in casa del rappresentante del Bene, un anonimo sergente di polizia della sezione Delitti Irrisolti, quelli che non meritano più di un trafiletto di stampa. Il caso si gonfia fino a coinvolgere i gironi più alti di un unico inferno sociale, ma quello che interessa non è la trama, a volte smagliata e rammendata con qualche cliché del genere noir. Conta l’abilità di Raymond - manifesta nei dialoghi - nel sollevare l’orlo psicologico dei rapporti umani per mostrarne il rovescio caotico. Dietro quasi ogni vita c’è il danno, la miseria, il marcio, ma l’indagine scopre anche i fili imprevisti della memoria, lo strazio di una bellezza impossibile, brutalizzata dalla realtà.

Elio Nasuell


il Sole 24 ore, 8.11.1998

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Fresco di stampa, un gradito ritorno: quello di Derek Raymond, pseudonimo dello scrittore inglese Robin William Arthur Cook morto nel 1994 e proposto in seconda battuta, dopo E morì a occhi aperti, dalla casa editrice Meridiano zero di Padova. Stiamo parlando di Aprile è il più crudele dei mesi, un lavoro che risale al 1985 e che propone, partendo dalla scoperta di un cadavere fatto a pezzi, poi bollito e quindi sigillato in cinque sacchetti per la spazzatura, i risvolti più negativi di una Londra corrotta e cinica. Una Londra forse mai amata da Raymond che, cresciuto fra gli agi di Eton e del castello di famiglia nel Kent, aveva ben presto contestato il suo status per "regalarsi" una vita da giramondo condita soltanto da problemi e magre soddisfazioni.

Mauro Castelli


il sole 24 ore, 13.6.2004

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A vederlo, Robin Cook alias Derek Raymond, emaciato e magro come un picco, con il basco nero calato spavaldamente sulla fronte, gli occhi spiritati, la dentatura con un paio di vuoti, poteva sembrare un malavitoso d’altri tempi al quale era andata male (cosa che era stato) o al massimo un maudi vecchia maniera, un imitatore dell’esistenzialismo che non si era accorto del tramonto di un’epoca. E invece, Juliette Greco lui l’aveva frequentata davvero. Ci aveva anche ballato.
Bastava però che Robin William Cook aprisse la bocca o si muovesse, e l’impressione che si aveva di lui mutava radicalmente. Accento inglese, very upper class (aveva studiato a Eton), gesti misurati, laconicità come imperativo, modi squisiti. E allora poteva sembrare il ritratto del vero gentiluomo inglese (cosa che era). Era squisito anche come amico. Attento al mutare degli stati d’animo, pronto a offrire una spalla su cui piangere o anche solo a prestare il giubbotto di pelle nera se si aveva freddo. Per questo, durante un Mystfest di una quindicina d’anni fa, all’alba di un giorno di giugno, i carabinieri di Cattolica, che l’avevano fermato per disturbo della quiete pubblica e oltraggio (Robin amava alzare il gomito), si trovarono davanti quattordici scrittori, alcuni dei quali molto famosi, che chiedevano vibratamente notizie del loro collega.
II loro collega se ne stava seduto, mani sulle ginocchia, Gitane fra le labbra, bocca cucita. Non aveva voluto dire neanche come si chiamava. Si pensò che il testardo silenzio fosse dovuto all’etichetta appresa in famiglia, secondo la quale un membro dell’alta borghesia non consente a nessuno di interrogarlo su di sé. Invece, lui spiegò candidamente che è meglio passare una notte in guardina che dare cofidenza alla polizia.
Vita da irregolare, la sua. Vagabonda fra Europa e Algeria, fa da prestanome ai più noti furfanti degli anni Sessanta, in Spagna si sporca le mani con il traffico di auto "riciclate", ad Amsterdam, dopo il furto di alcuni quadri preziosi, sostiene interrogatori lunghi diciassette ore senza dare "nessuna confidenza" ai poliziotti. Ma poi risiede a Parigi, dove stringe amicizia con William Burroughs e Allen Ginsberg, e fa il vignaiolo in Toscana e in Francia, dalle parti di Millau. Cittadino del mondo, non trova pace da nessuna parte, in nessuna situazione. Non la trova nel castello nel Kent in cui trascorre la giovnezza, non la trova nel matrimonio (ne inanella cinque), non la trova nei figli (ne mette al mondo due). Non esita a dichiarare di non aver mai amato la madre, con la quale sostiene di aver costantemente combattuto una guerra civile ("la più oscena delle guerre") e di non aver mai provato il minimo rispetto per il facoltoso padre. In quanto alle migliori scuole pubbliche del Regno Unito in cui è stato educato, le liquida con un gesto sprezzante, e a proposito della superprestigiosa Eton, dichiara di considerarla un’istituzione pericolosamente snobbistica, che "ti sequestra dentro una classe sociale, con l’unica idea di trasformarti in un potenziale ministro".
Nel frattempo (lui che considera Shakespeare il miglior sceneggiatore di noir mai esistito), scrive romanzi che per diversi anni gli editori non vogliono neanche toccare. Ed è parlando di uno di questi editori rimasto particolarmente sconvolto dalla lettura, che commenta divertito: "Pare che abbia vomitato sulla scrivania". E in realtà i suoi romanzi non sono esattamente edificanti. Corpi smembrati, follia, mutilazioni, fluidi corporali, e non solo. A un amico che gli chiede come può descrivere tutti questi orrori, risponde in tono svagato che in fondo scrive di sé. E lascia cadere nella conversazione che sì, è rimasto "coinvolto" in più di un omicidio. Ma si rifiuta di spiegare in quali termini, e passa invece a recitare a memoria intere pagine di Sartre.
Quando finalmente il suo primo romanzo viene pubblicato, non può firmarlo con il proprio nome: esiste già un Robin Cook, un americano che scrive medical thriller di successo. Del quale Cook dice distrattamente: "Non lo conosco, ma so che vende bene negli aeroporti". Sta di fatto che così, in Gran Bretagna, nasce Derek Raymond. Ma la vera fama, il grande riconoscimento pubblico (che lo porterà a essere insignito dell’onorificenza di Chevalier des Lettres et des Arts) Cook li avrà in Francia, a partire dal giorno in cui Marcel Duhamel, direttore della Sèrie Noire di Gallimard, manda in libreria He Died with his Eyes Open, uscito in Italia con il titolo E morì a occhi aperti. E il primo romanzo in cui compare come io narrante il sergente senza nome che sarà il protagonista di molte storie firmate Derek Raymond. Anche qui, come in tutti gli altri romanzi, l’orrore serra la gola fin dalla prima pagina, aprendo squarci di visione sul demone che certo è albergato nella mente di Robin Cook.
È di Meridiano Zero il merito di pubblicare i romanzi di Cook-Raymond, compresi il terrificante Il mio nome era Dora Suarez e il non meno feroce Aprile è il più crudele dei mesi. Tutte storie scritte con accuratezza quasi semantica, in cui ogni aggettivo, ogni parola, non possono essere che quelli e solo quelli, perché quando si parla della perdizione dell’uomo, quando si descrive la discesa agli inferi, anche la più piccola ridondanza si trasforma in peccato mortale.
Robin Cook è morto nel 1994, a 68 anni. Aveva scritto un’autobiografia e quindici romanzi. Quindici colpi al cuore.

Laura Grimaldi


tuttolibri/la Stampa, 3.12.1998

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Derek Raymond: londinese, morto qualche anno fa, ha riciclato auto in Spagna, ha insegnato a New York, ha guidato taxi in giro per il mondo e ha trafficato in materiale pornografico in Marocco e Turchia per cancellare anche la minima traccia dell’educazione borghese trasmessagli dalla famiglia. L’universo del suo protagonista, il sergente della Factory (la stazione di polizia di Chelsea), ha i limiti cinici e duri di una Londra noire, marcia e corrotta, che nasconde nel suo ventre un cadavere tagliato a pezzi, bollito con cura e nascosto in cinque sacchetti della spazzatura che il governo di Sua Maestà vuol mantenere segreto.

Piero Soria