Alias/il manifesto, 15.1.2000 |
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Vorrebbe far rivivere lo stile e lonestà di Petronio - che affrontò il suicidio impostogli da Nerone chiacchierando con gli amici fino allultimo e col sorriso in bocca - il sergente della Factory, protagonista dei romanzi di Raymond. Danimo zingaro e filosofo come il suo autore londinese (1931-1994), che fece della vita un incessante viaggio concreto ed esistenziale, il detective ha giurato guerra ai corrotti, ai politici inconcludenti e ai criminali cattivi-cattivi. Ai delinquenti che mettono in gioco la vita in cerca di qualcosa, se può, risparmia invece le manette, e riserva loro una burbera simpatia. Per lui "non cè omicidio peggiore che trovare in un androne il cadavere di qualcuno morto di freddo". Odia sgomitare, rifiuta le gerarchie e ha per sola arma il suo cervello in perpetua ebollizione. Perciò anche in questa avventura - ambientata lontano dalle miserie di Londra e in cui dovrà ritrovare una delicata signora scomparsa - saprà cavarsela senza sparare un colpo, al passo triste e consapevole di chi sa bere il calice fino alla feccia.
Geraldina Colotti
Buscadero, dicembre 1999 |
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Tra chi se ne intende si dice che I Was Dora Suarez sia il capolavoro di Derek Raymond e un masterpiece della narrativa noir. Probabile che sia vero e sicuro che sarete informati per tempo al momento giusto, ma guardando la qualità di Come vivono i morti (e dei precedenti Aprile è il più crudele dei mesi e E morì a occhi aperti) cresce naturale un certo senso di impazienza. Perché Derek Raymond è un narratore che ha capito il vero potere del noir, ovvero quello di essere il romanzo più vicino alla realtà e alla società in cui viviamo. Lo hanno ammesso, tra gli altri, Jerome Charyn, James Ellroy, Paco Ignacio Taibo II e litaliano Carlo Lucarelli che in modi e stili differenti hanno cavalcato questa intuizione. Ne è la riprova Come vivono i morti: il ben noto sergente della Factory, protagonista dei principali romanzi di Derek Raymond, lascia Londra per una missione in periferia: una donna bella, colta, stimata è sparita da sei mesi senza lasciare traccia. Non è proprio un caso di omicidio e nemmeno un rapimento: somiglia di più ad uno di quei problemi irrisolvibili che fanno proprio per lui. Ed infatti è così: dietro la sua scomparsa si celano dolore, amore, follia, ma anche un crudele, rozzo e cinico giro daffari. Macabri e torbidi: di più non si può svelare, ma bisogna aggiungere che Come vivono i morti racconta la provincia inglese (che poi è un po uguale ovunque) con il coraggio di andare oltre la solita descrizione un po eccentrica, pettegola, comunque evanescente. Nelle mani di Derek Raymond diventa un posto pericoloso come qualsiasi bassifondo, e forse di più perché si tende a nascondere tutto sotto il tappeto, nelle cantine o in giardino. La tattica del sergente della A14 (sezione casi irrisolti, nel caso qualcuno non si ricordasse) è la solita: lavora da solo, litiga con i superiori (qui li prende persino a pugni), si ritrova sotto inchiesta, ma arriva fino in fondo. E quello che scopre non è bello per nessuno, per quanto sia stimolante per i lettori. Nelle fasi finali di Come vivono i morti si legge: "La realtà va messa in discussione, non accettata. La materia è come una tenda opaca che si tira per far luce o far buio. Siamo attraversati da schegge di invisibile piene di errori". Derek Raymond lo fa dire ad un pazzo, però sono parole molto, molto vicine alla verità.
Marco Denti
D la Repubblica delle donne, 23.11.1999 |
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Sempre appoggiato ai banconi dei pub più lerci di Londra, alcol a gogò, sigaretta in bocca, basco nero in testa, transfuga dallalta borghesia dove era nato, viaggiatore per tre continenti, quindi di ritorno a Londra dove, a quasi 50 anni, cava dal cilindro delle sue esperienze duri splendidi noir. È in breve, il ritratto di Derek Raymond, morto 5 anni fa dopo una vita da perdente snob, influenzato dal Sartre romanziere e perciò avvolto in una metafisica esistenziale che ha trasfuso nei suoi libri ("Il noir non solo tratta di metafisica, è una parte della metafisica"). Come nei precedenti due libri (E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi), il protagonista di Come vivono i morti, edito come gli altri da Meridiano zero, è un sergente della squadra Casi irrisolti che ha "esaurito la scorta di pietà" verso il male. Inviato in una cittadina dove una bella signora è scomparsa da sei mesi ma nessuno ha sporto denuncia, sente tanfo di marcio. Perché prima di sparire la signora girava col volto coperto? A che cosa serviva il gran carico di ghiaccio arrivato mesi prima al marito? Che parte ha un ambiguo personaggio che mira a diventare sindaco? Il srgente svelerà un complotto atroce, ma gli resterà addosso lodore acre della morte, misto a quello della follia dellamore.
Edmondo Dietrich
Diario, 26.1.2000 |
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Il mondo noir: romanzi che indagano sul lato oscuro
Più di un anno fa la casa editrice padovana Meridiano zero ha fatto decollare un progetto dedicato a esplorare la narrativa noir più eterodossa. Scelta ambiziosa e coraggiosa. Per la gioia dei cultori il romanzo che affonda gli occhi nella parte più oscura del mondo, come della mente umana, vive oggi una stagione intensa con nuovi autori in arrivo da zone tipo America Latina o Africa, dove il tradizionale poliziesco non era di casa. Ma anche in Francia, Stati Uniti o Inghilterra, si è rinnovato, corroborandosi con nuovi fattori sociali ed economici. È cambiato il panorama editoriale in cui il noir è entrato ovunque, uscendo dai confini di genere e collane specialistiche.
Ambiziosa e coraggiosa è quindi Meridiano zero di cui sono appena usciti due titoli che sintetizzano la filosofia di base. Uno è di Derek Raymond, autore di tre dei sette libri pubblicati sino a ora. Inglese, morto a Londra sei anni fa dopo una vita spesa per il mondo dove listinto di anarchico lo portava, Raymond in Come vivono i morti fa agire un didilluso poliziotto della sezione Delitti Irrisolti messo sulla pista di una morta che non cè, almeno allinizio, in un paesino fuori Londra. Un mondo chiuso dove la sua sfrontatezza di eterno sconfitto funziona da grimaldello per forzare il muro di ipocrisia. "A ogni passo avverto il margine del precipizio e il cammino è pieno di insidie; sotto la nebbia si apre una morte senza fondo", borbotta il protagonista, che risolve linghippo, ricevendo in cambio una lavata di capo dai superiori e una dose di chagrin extra.
Più complessa è la storia di David Ambrose, inglese anche lui, autore di teatro e sceneggiatore a Hollywood, ma con un rapporto difficile con gli studios. Questo Uomo che credeva di essere se stesso è perfetto per il grande schermo. Un grande attore si potrebbe esaltare a essere Rick, tranquillo americano abbastanza ricco e soddisfatto di sé, sinché, risvegliandosi da un incidente, si ritrova con la stessa moglie, gli stessi amici, ma in una vita diversa. Insomma un incubo dove solo con molta pazienza riesce a capire lesistenza di mondi paralleli dentro di sé. Fantascienza? Thriller psicologico? Studio sulla multipersonalità? Se fosse solo una di queste cose sarebbe semplice, labilità di Ambrose sta proprio nel tessere con saggezza ogni elemento della trama. E ora aspettiamo i prossimi titoli.
Pietro Cheli
www.exibart.com, 22.7.08 |
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Personaggio dalla biografia rocambolesca è stato Derek Raymond.
La padovana Meridiano zero ha iniziato proprio con lui quello splendido catalogo noto a chi ama certa letteratura "di genere". Ha iniziato e ha proseguito a ritmo serrato: dal primo al sesto volume.
Del terzo si parla qui. How the dead live, pubblicato nel 1986 e tradotto da Alberto Pezzotta. Sulla copertina della prima edizione cera una fotografia di Gianni Berengo Gardin.
Come vivono i morti ha unatmosfera molto british che rammenta il David Peace più cupo; è però maggiormente tradizionale nella figura dellinvestigatore duro e aggressivo un sergente della Factory, che nulla ha a che fare con quella warholiana e in ciò si avvicina più alla coppia di sbirri ideati da Chester Himes.
Due noterelle: a p. 71 si parla del ritiro britannico dalla Francia occupata dai nazisti, e avendo letto questo romanzo subito dopo Espiazione di Ian McEwan il link è stato lampante; e poi almeno una citazione:
"I sogni hanno questo di terribile, vero Julie?" dissi. "Che sono sempre al presente.".
Marco Enrico Giacomelli
il Gazzettino, 4.1.2000 |
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Derek e Raymond sono i nomi dei due suoi più cari amici. Li ha messi insieme e ne ha fatto il suo pseudonimo, ché di Robin Cook che pubblicava romanzi noir ce nera già uno in Inghilterra. Poi, dato che nessuno è profeta in patria, ecco che il cambio di nome si rivela inutile: Raymond diventa uno scrittore di culto in Francia e col suo vero nome, pubblicato da una collana altrettanto di culto: la Série Noire di Gallimard.
Nel nostro immaginario uno scrittore di noir deve avere una biografia lontana dai cliché del letterato, ricca di eventi strani, in qualche modo "maledetta". Lo abbiamo imparato dal cinema e da certe vite di altri scrittori noir. Derek Raymond corrisponde perfettamente alle aspettative.
Nato a Londra nel 1931, ricca famiglia borghese, studi a Eton, a sedici anni molla tutto e incomincia a girare per lEuropa. In Spagna, nel pieno del franchismo, fa il trafficante di auto. Poi è in Marocco, a New York fa linsegnante di lingua italiana, in Turchia, in Italia lavora come vignaiolo, in Francia operaio agricolo, poi di nuovo in Inghilterra, dove lavorerà per la mala, farà il trafficante di riviste porno e - sempre nel frattempo - berrà e fumerà molto e scriverà i suoi romanzi estremi. Avrà cinque mogli. Muore nel 1994. Aggiungetevi un fisico smilzo, nervoso, un inseparabile basco in testa e il ritratto del perfetto scrittore di noir è fatto.
Certo questo non basta. Poi ci vogliono i libri, i romanzi, e quelli Raymond li ha scritti. Eccome. Qui in Italia rischiavamo di non leggerli, non fosse arrivato un piccolo ma attento editore padovano, Meridiano zero, che nel giro di un paio danni ne ha pubblicati tre - purtroppo con copertine una più brutta dellaltra che certamente penalizzano i romanzi in libreria - nella collana Meridianonero: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi e il recente Come vivono i morti (traduzione di Alberto Pezzotta, pp. 192). Nei prossimi mesi uscirà la traduzione di I was Dora Suarez, a detta di molti il capolavoro dDerek Raymond. Questi romanzi fanno parte della serie chiamata Factory, dove un sergente senza nome e io narrante svolge le sue indagini per la A14, una sezione di Scotland Yard che si occupa di casi insoluti. Casi che partono da un omicidio, oppure da una sparizione che assomiglia molto a un omicidio, come in questo Come vivono i morti. Per la prima volta il sergente che non piace ai suoi superiori, ma che è il più bravo di tutti, svolge le sue indagini fuori Londra, nel cuore della provincia inglese. Madame Mardy è sparita da qualche mese. Il burbero e sgangherato sergente deve scoprire che fine ha fatto. Lo fa ovviamente a modo suo e lungo il percorso di questa indagine, Rymond sfoggia doti di narratore che vanno al di là del genere noir: labilità descrittiva, innanzitutto. Quando il protagonista arriva a Thornhill, ci arriviamo anche noi e il nostro sguardo scopre insieme a lui i luoghi che saranno il teatro della vicenda. Ci impossessiamo subito di strade, case, giardini, lhotel Quayntewayves, la stazione di polozia dove subito aleggia aria di corruzione, il pub che - ovvio - è il cuore del paese, la ricca ma derelitta dimora dei Mardy dove il marito della signora ha immediatamente, al primo tratto, laspetto di essere un vedovo che porta con sé un terribile mistero.
E poi ci sono i personaggi, lintero paese in qualche modo, dal perfido Baddeley, imprenditore che vuol diventare sindaco, al contadino mezzo scemo Dick Sanders, dal poliziotto corrotto Kendall, al disperato ma dignitoso signor Mardy. Da questi, sia nel bene che nel male, trasuda tutto lo squallore che sta attorno alla vicenda.
Ma quello che riesce benissimo a Raymond è la descrizione che egli fa dei personaggi di contorno: il portiere di notte sempre con una rivista porno tra le mani, un anziano contadino a cui chiede unindicazione, un vecchio colonnello incontrato al pub che sarà determinante per lindagine.
Raymond ha tanta pietà per le vittime quanta ne ha alla fine nei confronti dei carnefici. "La funzione del romanzo nero" ha detto una volta "è di impedire alle persone di dimenticare lorrore che regna". E di orrore ce nè nei suoi libri, molto. E anche in questo caso però lorrore non sta solo da una parte. Quanto orrendi sono anche i colleghi e i superiori del sergente?
E poi ci sono gli altri ingredienti tipici del noir o, meglio del noir di Derek Raymond. Lorrore, innanzitutto. Nei romanzi di Raymond lorrore è raccapricciante, ma al contempo è un orrore scientifico, preciso, paradossalmente necessario. Non poteva che essere così, insomma. Lo è in questo nuovo romanzo, lo era nei precedenti, lo sarà ancora di più nel prossimo.
E il sergente senza nome lo conosce bene lorrore e il conseguente dolore, non solo perché fa parte della sua professione, ma anche perché lo ha conosciuto da vicino nella vita privata. Le prime pagine del romanzo sono un piccolo ma intenso repertorio su episodi più o meno recenti che gli sono capitati. Amori disperati, solitudini rassegnate. È quasi arrivato al punto da non confondere più il dolore che gli appartiene da quello che incontra nelle sue indagini. È soprattutto in questo suo modo di stare dalla parte delle vittime, di condividerne le sofferenze, e di come riesce a mettere ciò sulla pagina, che sta loriginalità di questo scrittore, che giustamente ha un suo spazio ben identificato nella letteratura noir in Francia i in Inghilterra.
Uno scrittore, poi, che parte da un punto di riferimento che non ti aspetti, sia perché per nulla legato alla narrativa di genere, sia perché si tratta di un filosofo che ultimamente non riscuote molto successo: Jean-Paul Sartre. Troppo facile sarebbe allora definire Derek Raymond scrittore di romanzi noir esistenzialisti. Di certo, se una definizione alla fine bisogna in qualche modo trovare, vale allora quella più banale di scrittore che gli appassionati di noir non possono lasciarsi sfuggire. E non solo loro.
Roberto Ferrucci
www.intercom.publinet.it |
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Di una bellezza terrificante, il terzo romanzo di Derek Raymond dedicato al ciclo della Factory, penetra dentro lanima del lettore, ne scuote le viscere. Un noir che travalica la narrativa di genere, un romanzo di valore assoluto che coinvolge, durante la lettura, tutti i sensi, che fa traballare convinzioni che si credevano certe.
Questa volta il sergente lascia Londra per la provincia inglese. Un intreccio di interessi, di vizi e di intrighi prende neanche tanto lentamente forma, devastando la superficiale tranquillità di Tonerby.
Ed è, forse, la solidarietà tra disperati che spicca su tutto, una solidarietà cementata da drammi esistenziali quasi insostenibili, da ricordi di morte che riconducono ad un passato doloroso.
Lo stile, il linguaggio e latmosfera che aleggiano in Come vivono i morti ne fanno unopera che ben difficilmente non lascerà traccia nella memoria e nellanimo di chi avrà la fortuna di leggerlo.
Roberto Sturm
il mattino di Napoli, 11.11.1999 |
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Prima del libro bisogna assolutamente parlare di lui: Derek Raymond, pseudonimo di Robin Cook (ce nera già un altro sul mercato, autore di medical thriller, e poi non gli piaceva il nome di famiglia, nonostante il castelo nel Kent e il college a Eton, o soprattutto per questo). Irregolare per vocazione, romanziere di strada per scelta, autore di culto inevitabile per originalità di scrittura e scelte di vita, con una serie di mestieri qusi tutti al di fuori della legalità: riciclatore di auto di lusso in Spagna, uomo di paglia della mala londinese, venditore di riviste porno, tassista di notte, poi vigneron nel Sud-Ovest della Francia e in Toscana. In questo percorso accidentato, che lo porta in giro per il mondo fino alla morte nel 94, tra grandi bevute e letture appassionate di Sartre e Dostojevskij, Derek Raymond ha trovato il tempo di sposarsi cinque volte e di scrivere una quindicina di romanzi disperati e vitalissimi, amati soprattutto in Francia, la vera patria letteraria dello scrittore.
Definire hard boiled i suoi romanzi neri, specie quelli della serie della Factory che la piccola casa editrice Meridiano zero di Padova sta finalmente traducendo in italiano (finora ne sono usciti tre), non è certo fuorviante, ma appare riduttivo di fronte allimpatto bruciante con la pagina raymondiana, una discesa agli inferi dalla quale si risale a fatica, "svuotati e scossi, come scampati a un naufragio", scrisse una volta un critico su Le Monde.
Come vivono i morti, ad esempio, il romanzo in questi giorni in libreria, racconta in apparenza un caso misterioso di scomparsa in un paesino inglese. Sulla fine della signora Mardy indaga un sergente di Scotland Yard arrivato da Londra, e fin qui più "classico del giallo" non si può. In realtà, invece, niente è più lontano dal genere di questa storia oscura di amore e morte e nessuno assomiglia meno del protagonista a un quadrato poliziotto inglese. Tutto il racconto, in prima persona, è percorso da fremiti di devastante solitudine, dalla consapevolezza lancinante della presenza del dolore e della violenza nella nostra vita, e ad ogni passo si avverte lo scricchiolìo sinistra del bordo del precipizio. "Che cosa pagherei per non vedere ciò che sta dietro a quel che vedo" dice il ruvido sergente dei Delitti Irrisolti, un bastardo scomodo che riesce a guardare in faccia bellezza e terrore, ma proprio per questo ne resta annichilito, segnato per sempre da un mal di vivere al quale non cè nessun rimedio.
Santa Di Salvo
nonsolonoir.blogspot.com, 21.1.09 |
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"La nostra chiesa, dove sono sepolti i miei genitori, è in vendita ed è puntellata di travi; quando ci vado, sento i morti che aspettano negli alti rovi dietro le tombe."
Thornhill, provincia di Londra, 1983. Il sergente della A14, sezione delitti irrisolti della polizia di Londra, abbandona la "Factory" per indagare sulla misteriosa scomparsa di Marianne Mardy, moglie di un anziano medico di campagna.
Appena arrivato sul posto, il detective si scontra, però, con la realtà del paesino di provincia: la corruzione diffusa rende impossibile la collaborazione con la polizia locale, e un muro di silenzio e omertà circonda la sorte di Marianne Mardy, ritenuta malata (ma in realtà intimamente data per morta) da tutti gli abitanti del paesino, e scomparsa da sei mesi prima che un vecchio ex-militare decidesse di denunciarne lassenza.
Ma lomertà, come al solito, cela interessi economici circoscritti, e il sergente, detective "empatico", sempre pronto ad immedesimarsi con le vittime, non ha nessuna intenzione di lasciare che gli sciacalli del paese si arricchiscano alle spalle di Marianne Mardy e di suo marito, anche a costo di esporsi a sospensione e licenziamento
Come vivono i morti è probabilmente il più chandleriano dei romanzi di Derek Raymond: tutta la prima parte dellopera è infatti attraversata da meravigliosi, pungenti, dialoghi nei quali linnominato protagonista riafferma la propria libertà dai vincoli economici, gerarchici e politici (il tono delle risposte del sergente è tale che non può non venire in mente il Marlowe di La signora nel lago(1)). Coinvolto nel caso, le cui implicazioni morali rappresentano, come di consueto, il fulcro della costruzione dellintreccio, il sergente lascia però la sua riposante veste da "libero pensatore" per ritrovarsi calato nelle solite miserie esistenziali: quello in azione nel romanzo di Raymond è un Marlowe che ha perso o riposto la sua cinica corazza, e si dedica in maniera esplicita al suo compito morale, senza trarre piacere dalla "detection", e senza lillusione di poter ristabilire la "giustizia"(2).
Lo stile incostante e frammentario(3) comunica un senso di estraniazione che è perfetto per esprimere la lacerazione del protagonista, perso nella tensione tra il suo compito istituzionale, e la volontà di comprendere le motivazioni, di accollarsi i "mali" di alcuni "colpevoli"(4), tra la necessità di contemplare in maniera distaccata la bassezza del mondo (per poter agire in maniera "professionale"), e la frustrante ricerca di qualcosa di più alto.
Un romanzo amaro e meraviglioso, che eccede, con le sue dolenti pagine sul tema della vecchiaia e della morte (che paradossalmente diviene unica e inaccettabile soluzione al male fisico e morale del mondo), tutti i canoni e i motivi del romanzo dintrattenimento, pur mantenendo un intreccio poliziesco perfettamente funzionante.
Fabrizio Fulio-Bragoni
(1) Qui Philip Marlowe rivolgendosi a Derace Kingsley, direttore della "Gillerlain Company" momentaneamente anche datore di lavoro precisa che, piacciano o no, i suo modi "non sono in vendita" ("Non mi piacciono i vostri modi" replicò Kingsley con una voce che avrebbe potuo schiacciare una noce di cocco. "Non importa, mica sono in vendita."; Raymond Chandler, La signora nel lago, Feltrinelli, Milano 2001, p. 12). Il passo è generalmente considerato dalla critica come uno dei momenti fondamentali per la definizione del carattere di Marlowe. Questa insubordinazione è poi passata, in maniera più o meno forte (e più o meno manierata), a tutti i detective del noir moderno dispirazione classica.
(2)Mentre nelle opere di Chandler, e in tutto il noir classico, lingiustizia e la crudeltà diffusa nella società moderna emergono dallo sfondo, e sono "scoperte" (o ri-scoperte nel caso di detective seriali come Marlowe), chiarite, riconfermate, al termine dellindagine, nei romanzi della Factory, queste sono piuttosto dei presupposti; per questo il sergente si dedica al suo compito con la rassegnazione di chi sa di non avere nulla da vincere o perdere.
(3)I dialoghi segnati da vocabolario spesso colloquiale (o, alloccasione, burocratico) e registro basso fanno da contrappunto alle riflessioni quasi "gotiche" e "alte", spesso pervase da un toccante lirismo, del sergente.
(4)La vera grandezza del sergente sta nel saper riconoscere la vittima dietro il colpevole; Come vivono i morti offre un esempio perfetto nel personaggio del dottor Mardy: colpevole per la legge, il medico è in realtà vittima di una serie di approfittatori e ricattatori, ma, ancora di più, dellamore per sua moglie (che paradossalmente diviene "movente" del delitto).
la Provincia, 19.1.2000 |
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I romanzi di Derek Raymond hanno una particolarità: scuotono nel profondo. Turbano il lettore al punto di costringerlo a confrontarsi con lessenza della realtà e il significato della sofferenza.
La piccola e prestigiosa casa editrice padovana Meridiano zero dopo E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi, pubblica Come vivono i morti, terzo e ultimo romanzo del ciclo del Sergente senza nome della Factory, la sezione di Scotland Yard che si occupa dei delitti irrisolti.
Una donna francese, Marianne Vayssiére, scompare da Thornhill, una cittadina come tante della provincia inglese. Dopo alcuni mesi la notizia arriva a Londra e il Sergente viene incaricato delle indagini. Il fatto strano è che nessuno in paese, tantomeno la polizia, si è preoccupato di denunciare la scomparsa della donna, nonostante fosse amata da tutti per i suoi modi gentili e nota per i concerti che teneva nella villa del marito medico.
Lo sbirro di Scotland Yard è un duro dai modi spicci, arroganti e un eloquio talmente provocatorio da renderlo inviso agli stessi colleghi. Il sergente non bada a tutto ciò, sa che non farà mai carriera perché il suo unico obiettivo è risolvere i casi e per farlo a volte è necessario non andare troppo per il sottile. Questa volta si troverà di fronte una storia damore così nera e disperata da non riuscire a distinguere tra umana pietà e dovere. Alla fine sceglierà e, come sempre accade in questi casi, si ritroverà in guai seri e di difficile soluzione.
Raymond è impietoso nella descrizione della provincia: pub, fabbriche chiuse, giovani sbandati e un tessuto sociale complesso e sordido, incline alla corruzione e allapprofittarsi delle debolezze altrui. Anche del proprio vicino caduto in disgrazia. Anche la polizia è corrotta e vittima del clima di intolleranza di un agglomerato urbano che si è reso conto allimprovviso di non avere più un futuro in termini di sviluppo sociale ed economico.
Lautore fa scorrere la storia con la velocità di un ascensore lanciato verso linferno. Come nella migliore tradizione del noir francese, ma con unattenzione ai princìpi più profondi dellesistenza che rendono unico Raymond nel panorama degli scrittori europei. Peccato che ci abbia lasciato nel 94, al termine di una vita di peregrinazioni densa di esperienze forti e lavori improbabili.
Derek Raymond ha avuto la capacità di creare un personaggio allapparenza cinico, con atteggiamenti da vero bastardo ma in realtà totalmente attratto e soggiogato dal dolore delle vittime. Non il dolore commisurato dal metro della civiltà giuridica ma quello assoluto, che il pudore, la pietà e lorrore lasciano solo immaginare. Il motore delle sue indagini è la consapevolezza della distruzione che il male arreca alle persone e alle loro anime. Il poliziotto stesso è una vittima senza possibilità di riscatto e di pace interiore: la moglie ha ucciso la figlia di nove anni, prima di palesare la malattia mentale che la terrà rinchiusa a vita in una squallida struttura pubblica.
Una disperata storia damore e unindagine tutta dalla parte delle vittime sono il centro di questo romanzo che si arricchisce continuamente di personaggi di grande spessore narrativo. Lispettore Bowman della squadra omicidi, presente anche negli altri romanzi della serie, espressione di un cinismo da sbirro in carriera descritto con rara maestria. E poi Baddeley il becchino omosessuale e arrampicatore sociale. E infine una fitta serie di personaggi minori, dai reduci di guerra ai proprietari di bische, al dotto psichiatra esperto di serial-killer ma disprezzato dai poliziotti londinesi.
Un grande romanzo noir. Nero e velenoso come il più terribile degli incubi.
Massimo Carlotto
Pulp n. 22, novembre 1999 |
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How the Dead Live, pubblicato nel 1986, è il terzo romanzo che Derek Raymond dedica al ciclo della Factory. Se non avete profondamente amato i precedenti romanzi, se non siete stati turbati, se il vostro modo di vedere la vita non è stato scosso neppure per un attimo, allora questa recensione non vi convincerà a leggere questultimo romanzo: rinunciate per sempre. Come Raymond stabilisce lapidariamente nella sua autobiografia (The Hidden Files, che speriamo venga presto tradotta in Italia) il noir è una parte della metafisica, e questo, più di ogni altro romanzo, ne è la dimostrazione.
Il sergente senza nome abbandona temporaneamente la periferia di Londra per calarsi nellambiente ovattato della provincia inglese, delle piccole cittadine che, inevitabilmente, rivelano un tessuto sordido e doloroso, come è tipico del noir francese. In questa calata negli inferi, addirittura più estrema e visionaria di quelle provocate dai suburbi degradati, linvestigatore fronteggia i principi più profondi dellesistenza. Una metafisica, appunto, un atteggiamento estremo, unindagine scientifica nei confronti dellumano, dei suoi limiti, del significato della sofferenza, dellessenza della realtà. Tutto in questo libro è eccessivo; il linguaggio del protagonista è una continua provocazione; i ricordi ostentano un totale predominio del dolore, della sfortuna, della morte; latmosfera religiosa che permea tutta la vicenda sfocia nel delirio mistico. Ma in questo libro, più che in ogni altro, si giunge al cuore della poetica di Raymond. Sin dal primo capitolo, dove si assiste a una frivola conferenza sulla patologia criminale, il Sergente sottolinea la sua attrazione irresistibile per il dolore delle vittime, la sua comprensione eccessiva, il marchio indelebile che il male lascia nellanima a chi ha avuto a che fare con lui. E il Sergente ha incotrato troppe volte il male, sia nella vita privata che per lavoro, da non poter più tornare indietro.
Un romanzo da leggere che, come E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi, non si dimenticherà tanto facilmente e rimarrà nella memoria come un metro scomodo destinato a misurare gli altri romanzi che leggerete.
Domenico Gallo
la Repubblica, 8.11.1999 |
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Quel poliziotto che indaga sul male di vivere
Il londinese Derek Raymond (1931 - 1994), autore di questo libro triste e spietato, incarna appieno la figura del drop-out. Figlio di una famiglia borghese, inizia a viaggiare e a intraprendere i lavori più diversi (dal riciclaggio di auto al traffico di materiale pornografico). E la sua vita raminga finisce per rifrangersi in unopera letteraria altrettanto irregolare, teoricamente ascrivibile al genere hard boiled, ma di fatto inclassificabile. Il romanzo racconta le peripezie di un sergente di Scotland Yard che indaga sulla scomparsa della signora Mardy. La struttura narrativa è quella del giallo; il frequente ricorso a dialoghi duri e svelti, pure. Ma originale, e per lappunto inclassificabile, il senso ultimo del romanzo; La ragione vera per la quale Raymond scrive. Lidagine del burbero sergente è uno specchio fedele dellindagine sul male di vivere che permea tutti i personaggi: "Ho sfidato la vita e la morte, ho visto il cielo e linferno. Ho perso e ho vinto. Soffro per tutti coloro che hanno sofferto, sento il mondo intero. (...) Adesso sono solo un insetto. Troppo esile per essere decorato con una medaglia, o da reggere onorificenze su una bara. Un insetto che muore schiacciato da uno stivale ignaro, mentre cerca la propria strada".
Franco Marcoaldi
rosastanton.blogspot.com, 12.2.10 |
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Il titolo di questo libro è inquietante ed ironico allo stesso tempo e, naturalmente, ha catturato la mia attenzione.
Il genere è "noir".
La trama è incalzante. È il classico racconto che tiene il lettore incollato alle pagine.
Il tutto si svolge a Thornhill, poco fuori da Londra. Un piccolo paese in cui il sergente che si occupa delle indagini è accolto da unaccoglienza gelida, da un clima di opprimente omertà vedete
non è solo in Italia. Anche tra gli agenti della polizia locale si annida la corruzione ed evitano il nuovo arrivato sperando che non colga nei loro occhi il luccichio sinistro dei corrotti.
Lautore è Derek Raymond, morto a Londra nel 1994, ha vissuto tra Marocco, Turchia, Italia, Spagna e Stati Uniti, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto allinsegnamento, dallimpiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico.
Forse questa sua versatilità, questo suo vivere "ai margini" ha dato a Raymond la capacità di narrare in maniera molto diretta, vera, senza inutili giri di parole.
La casa editrice è: Meridiano zero.
Buona lettura.
Lorenzo Bosi
www.thrillermagazine.it, 20.5.10 |
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Come vivono i morti è il terzo capitolo della serie della Factory, scritta da Derek Raymond (allanagrafe Robert William Arthur Cook, classe 1931, scomparso nel 1994) a partire degli anni ottanta. Protagonista il sergente senza nome, agente della A14, sezione Delitti Irrisolti, un personaggio che è degno erede di Sam Spade e di tutti i suoi epigoni. Uno che va dritto per la sua strada. Non mettevi mai in mezzo, potrebbe farsi una cravatta con le vostre budella. Il sergente senza nome è emanazione diretta del suo creatore: ha però una straordinaria capacità di penetrare lanimo umano e va sempre oltre le procedure (che sono, nel caso di Raymond, quelle che regolano il noir classico).
A Thornhill, appena fuori Londra, vive Madame Mardy, straordinaria donna dalla voce di usignolo, giunta dalla Francia a seguito del marito, in una campagna inglese che ha poco da spartire con la nobiltà di austeniana memoria ma che è provincia abbandonata al suo destino postindustriale farcito di pub degradati, giovani senza futuro e criminali di basso cabotaggio. Madame Mardy scompare nel nulla, ammantata dallindifferenza e dallomertà degli autoctoni, compresi gli agenti di polizia. Il sergente senza nome, armato di unascia bipenne fatta di cazzotti e compassione, arriverà in fondo al mistero, scoperchiando tutte le tombe che gli si pareranno davanti.
Senza il timore si esagerare, si può affermare che Thornhill sta allhard boiled come lAntologia di Spoon River sta alla poesia. A ben pensarci, Come vivono i morti sarebbe stato un bel titolo per la celeberrima opera di Edgar Lee Masters. Nella campagna londinese parlano i morti di Raymond, con lunica differenza che non tutti stanno sottoterra e parecchi ancora non hanno smesso di respirare.
Fernando Fazzari
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