Buscadero n. 216, settembre 2000 |
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Annunciato a più riprese ecco finalmente il romanzo considerato allunanimità il capolavoro di Derek Raymond. È romanzo duro, ostico, scomodo, ma anche liricissimo e tagliente, se questultimo aggettivo non si prestasse a equivoci doppi sensi. Sicuramente Il mio nome era Dora Suarez è la storia più dolorosa e complessa che Derek Raymond sia riuscito a trasporre nella sua narrativa. Non senza problemi come ha ammesso lui stesso in unintervista: "Cerano momenti in cui non riuscivo più a distinguere il male dentro di me da quello che creavo sulla pagina. La frontiera tra me stesso e quello che avevo evocato diventava sempre più indistinta."
Anche il confine tra giustizia e vendetta, più che negli altri romanzi di Derek Raymond qui si fa più sottile, quasi impercettibile. Di motivi ce ne sono parecchi: Dora Suarez era bella, povera e tormentata e per la prima volta nella sua vita aveva trovato un po di affetto e di calore da Betty Carstairs, unanziana signora che laveva accolta come una figlia. Entrambe cadono sotto i colpi folli di un omicida che è un groviglio inaudito di ossessioni, deviazioni e assurde paranoie. Il serial killer di Seven, giusto per fare un paragone che conosciamo tutti bene, è soltanto un disadattato, al confronto. Il duplice omicidio che il sergente della A14, personaggio già conosciuto attraverso le precedenti traduzioni dei romanzi di Derek Raymond, è chiamato a risolvere è soltanto linizio di Il mio nome era Dora Suarez: da lì si dipana un mondo la cui miseria porta il sergente della A14 a chidersi più volte perché, anche se sa che quella è lultima domanda che si fa prima di morire.
A tutti gli effetti, si innamora di unidea, della bellezza di Dora Suarez e gli si aggrappa cercando un motivo per andare fino in fondo. Capiterà anche al lettore perché Derek Raymond non risparmia alcuna brutalità, pur lavorando sulla scrittura e sul linguaggio con una profondità che lha coinvolto in prima persona: "Per tutto il tempo che lho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! È il romanzo nero come lo intendo io. È un po come se qualcuno facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse allimprovvoso in qualcosa dorribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era prima. Non esistono mezze misure" .
Serva anche da avvertenza per il lettore: Il mio nome era Dora Suarez è unesperienza che non lascia indifferenti.
Marco Denti
www.conparolenostre.it, 2.3.11 |
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"Penso che chi vuole essere giusto prima di tutto debba rispettare il proprio codice personale, poiché alla fine non cè più distinzione tra personale e universale; certo, bisogna essere nel giusto.
A mio modo di vedere, è impossibile che un uomo giusto sia indifferente alla sorte di persone come la Cartairs e la Suarez, così come è impossibile essere indifferenti alla propria."
Per quanto mi riguarda non ci sarebbe altro da aggiungere alle parole del sergente senza nome e figlio letterario di Derek Raymond.
Forse grazie agli "avvertimenti" di Val che mi avevano preparata al peggio, ho potuto apprezzare il romanzo senza rimanerne troppo scossa. Ovvio che, per quanto ci si sia vaccinati al male, quando lo leggi, lo vedi o lo vivi non puoi nemmeno restarne indifferente, e su questo il personaggio di Raymond ha ragione.
Il mio nome era Dora Suarez può essere considerato un romanzo autoconclusivo sebbene faccia parte della serie Factory, cosa che io ho apprezzato parecchio.
Partirei dal titolo, che è quasi un incipit. Dora non ha modo di pronunciare nemmeno una parola nel corso del romanzo: la conosciamo quando lassassino lha già massacrata, dilaniandone il corpo e facendone scempio. A parlare per lei è il suo diario, che prende quasi vita nella mente del sergente che ne segue le indagini. Di Dora e dellanziana Betty, le due vittime che danno inizio al romanzo, non sappiamo molto a parte quanto scritto su quelle pagine il cui protagonista assoluto è il dolore fisico e psicologico. Lunica cosa certa della giovane vittima è il nome, che anche lunica cosa cui lei stessa si aggrappa per identificarsi dato che scrive: "non ho mai saputo chi sono. Forse è per questo che cammino a testa china?". Nel corso delle indagini del sergente e del suo collega Stevenson i particolari orribili della vita della ragazza verranno alla luce, lasciando al lettore tutta lamarezza di una giovinezza strumentalizzata e violentata, conclusasi con una morte che Dora cercava disperatamente. Ma nemmeno la morte che aveva desiderato le viene concessa, e lassassino trasforma in qualcosa di orribile anche lultimo istante di vita di Dora, trascinando nelloblio anche Betty. E proprio Betty, anziana e sola, è lunico raggio di luce per Dora. Personalmente ho provato subito una grande empatia per Betty, di cui si parla davvero poco. Lo stesso sergente prende a cuore la vicenda soprattutto per Dora, quasi dimenticandosi dellanziana compagna di vita e di morte della ragazza. Forse perché Betty ha quasi 90 anni mentre Dora non supera i 30, si tende a trovare più ingiusta la sventura della giovane. Eppure la mia infinita pena è soprattutto per la vecchina, e non so spiegarmi il perché. Forse da Dora, giovane e fresca, mi potevo aspettare una reazione più cattiva ancora della cattiveria che la vita le ha riservato. Ho visto in Dora invece un fiore delicato in mezzo a un mare di cemento. Leggevo il suo diario attraverso gli occhi del sergente e mi dicevo "cazzo dai, questa qui non ce la può fare, non può proprio!", e avrei voluto prenderla per le spalle per smuoverla un po. Mi ha trasmesso quel senso di arrendevolezza che non so condividere nonostante il corpo di Dora fosse devastato dalla malattia. In un certo senso io non avrei potuto perdonare Dora per la sua innocenza e docilità. Una persona buona come lei non si deve arrendere, e una volta trovata una come Betty deve anche trovare la forza di andare avanti, per Betty se non per sé stessa. Mentre il sergente si è innamorato di Dora senza nemmeno averla conosciuta, io mi sono immensamente affezionata a Betty, di cui nessuno si cura più di tanto.
Poche parole invece posso spendere per il sergente: un uomo che sopravvive a una tragedia famigliare mordendo le strade in cerca di giustizia per qualunque vittima innocente. Più si avvicina la fine e più si rende conto che lunica giustizia possibile per lui è la vendetta, e quando anche lassapora, sono le lacrime il suo unico e vero sfogo. Le lacrime delle vittime.
Un bel romanzo, sorprendentemente scorrevole, forse un po legnoso allinizio quando vediamo le vicende attraverso lassassino, un uomo totalmente privo di umanità, affetto da gravi turbe e ritardo mentale, ma che poi spicca il volo quando a prendere le redini della narrazione è il sergente.
Giulia
Corriere della Sera, 28.9.2000 |
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Sulla Garzantina non cè: eppure Robin Cook in arte Derek Raymond (1931-94) è uno dei pochi valori letterari assoluti degli ultimi decenni. Per verificarlo basta leggere Dora Suarez, pubblicato da edizioni Meridiano zero come già gli altri libri del ciclo di cui è il vertice, quello della Factory, dal nome della stazione di polizia londinese dove lavora il sergente protagonista e io narrante. È infatti stupefacente vedere come lo sviluppo essenziale della storia - la ricerca e leliminazione di un serial-killer sessualmente impotente, autore di diversi omicidi tra i quali quello della cantante-prostituta del titolo - si dirami in uninedita rappresentazione poetica di molte dure verità materiali e/o psicologiche: dellamoralità indecifrabile dei rapporti affettivi (quello tra Dora e il suo carnefice o tra il sergente e il cadavere di Dora); della distruttività del mix sesso-soldi (quando Dora viene uccisa è già malata di Aids); della continuità tra il sociale e il mentale nel clima psicotico della metropoli (tra il "color ghiaccio stanco" dellobitorio e il vuoto-panico di tutti i soccombenti, specie i proletari, cui lex aristocratico e antiborghese Raymond è particolarmente sensibile). Lo sguardo dello scrittore si posa su questo universo mortuario carico di una pietas laica riconducibile sia a modelli noir come Chandler e Manchette, sia a classici come Sartre; sia, forse, a certo cinema, per esempio al Lang americano, con cui Raymond - molto diverso per linaudita visionarietà organica tra Bacon e Seven (vedi le teste delle vittime sui piatti) - condivide alcune stimmate tematiche (la complessità etica) e linguistiche (il messaggio sincopato per stacchi e i dialoghi taglienti e allusivi). Il tutto è reso magistralmente nella versione di Alberto Pezzotta, cioè in un italiano spoglio e sporco, algebrico e putrido; a dimostrazione che una traduzione riuscita spesso contiene già una prima, decisiva interpretazione del testo.
Sandro Modeo
D la Repubblica delle donne, 20.6.2000 |
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Derek Raymond, alcolizzato e fumato, morto 6 anni fa, non era un tipo tenero. Andava giù duro nello scrivere come nella vita. A 16 anni lascia la famiglia, forse nauseato dallaria aristocratica che respirava. Viaggia ovunque, facendo anche lavori sporchi. Torna a Londra e scrive romanzi che incontrano il successo in Inghilterra e in Francia., protagonista un sergente senza nome e fuori dalle regole. Splendidi i primi tre, straordinario il quarto, Il mio nome era Dora Suarez, forse il suo capolavoro. In 200 pagine brucianti e ghiacce, Raymond racconta uninfamante storia, quella di Dora Suarez e della sua unica amica, lanziana Betty. Tutte e due assassinate: Dora a colpi daccetta, Betty col cranio spappolato. Quando il sergente senza nome comincia a leggere il diario che teneva la ragazza, Dora giovane bella indifesa gli entra nella pelle, nelle ossa, nel cervello. Quasi se ne innamora ("Sono arrivato troppo tardi") e vuole vendetta. Collega luccisione delle donne allomicidio dun certo Roatta, socio dun club dove accadono cose da brivido. Dora era caduta in quellinferno per amore dun pazzo balordo e impotente. Alcune descrizioni del libro sono davvero terrificanti.
Edmondo Dietrich
il Gazzettino, 22.7.2000 |
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Dora Suarez era condannata. Troppo bella per diventare la donna di qualcuno, troppo intelligente per non sapere di non aver scelta. Forse di non averla mai avuta: "Nessuno ti vuole, ma diventi la preda di tutti". Dora la prostituta ha il corpo malato e lanima devastata: sa di dover morire, sa che la malattia non la risparmierà, ma non sa che ad aspettarla cè un assassino ancor più malato di lei. Un killer furioso pronto a dilaniarla a colpi dascia e ad oltraggiare le sue membra. Derek Raymond non conosce le mezze misure. Colpisce duro, questo scrittore inglese, classe 1931, scomparso sei anni fa, rampollo di una famiglia dellalta aristocrazia che a 16 anni mollò tutto, compresa la prestigiosa Eaton, per viaggiare e tuffarsi nei lavori più folli, dal riciclaggio di auto rubate in Spagna allisegnamento a New York, fino allimpiego come tassista e allo smercio di materiale pornografico.
Sarà stata questa vita "dannata" e senza meta ad avergli affinato lo sguardo sul male. Un male che nei suoi romanzi si insinua inesorabile, un male che si impadronisce del mondo, costruendo un ordine infernale al quale luomo finisce per sottomettersi. E il noir Il mio nome era Dora Suarez, considerato il capolavoro di Raymond e scritto quattro anni prima della morte - appena pubblicato dalleditrice padovana Meridiano zero, traduzione del critico cinematografico Alberto Pezzotta - è davvero un tuffo allinferno, linferno di menti e corpi malati, di una Londra buia e degradata, di una sofferenza che non trova pace.
Il mio nome era Dora Suarez si apre sulla scena di un martirio, quello di Dora e dellanziana signora che la ospitava. Poche strade più in là, in una zona più elevata di Londra, viene ucciso anche il padrone di un locale a luci rosse. Per la polizia, unindagine complicata che nessuno vuole accettare. A parte un sergente senza nome della Factory, sezione di Scotland Yard che si occupa dei casi insoluti, allontanato in precedenza per i suoi modi dispotici. Soltanto lui può tuffarsi nel male intuendo il legame tra i tre omicidi. Soltanto lui può dannarsi per stanare il colpevole, può addentrarsi nel cuore delle vittime, vedere coi loro occhi spaventati, provare il loro dolore. E di Dora, bella e sfortunata, il poliziotto senza nome rischia di innamorarsi: una struggente nostalgia per una donna conosciuta soltanto da morta, una donna che avrebbe voluto proteggere e preservare dallo schifo che regna tuttattorno. Dora è morta, ma il romanzo cresce attorno a lei, si insinua nella sua vita segnata, si riflette nei pensieri del killer spietato e del detective innamorato.
"Per tutto il tempo in cui lho scritto - raccontava Raymond in una vecchia intervista - non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia lerrore di confondere il Raymond che ha oggi davanti agli occhi, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con laltro Raymond, laltro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide, è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, è un po come se qualcuno facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse allimprovviso in qualcosa dorribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, non resta che una cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era prima. Non esistono mezze misure".
Con Raymond - pseudonimo di Robin Cook, ma di Robin Cook che scriveva noir ce nera già uno in Inghilterra - non esistono mezze misure. Perché conosce vittime e assassini, ne comprende la psicologia, ne fissa sgomento il dolore e lorrore, ma ne ascolta il silenzio. "Cerano momenti in cui non riuscivo più a distinguere il male dentro di me da quello che creavo sulla pagina - spiegava - la frontiera tra me stesso e quello che avevo evocato diventava sempre più indistinta".
E il suo sergente senza nome, lio narrante conosciuto anche in Come vivono i morti, E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi, si lancia in una lotta sconvolgente contro il male sempre più estremo, feroce e contagioso, deciso ad opporgli soltanto una resistenza morale, la resistenza di chi soffre per la ferita impressa e cerca disperatamente una giustizia per la vittima: "Sentivo la mia vita sul filo del rasoio come se fosse la loro - dice il detective - e più sprofondavo negli abissi della mia mente, più mi aggrappavo alle mie memorie primaverili di tempi svaniti, nel tentativo di liberarmi dal male che mi saturava e che dovevo affrontare come un contadino che scende in cantina per uccidere un serpente".
Ciò che conta, per il Raymond - Sergente-senza-nome, è riottenere la dignità, "vivi o morti torneremo ad essere quello che eravamo"; Perché se il nostro mondo è stupido e terrificante, ma è pur sempre il nostro, ci deve pur essere un modo per combattere, per pensare che "le cose cambieranno, che ciascuno farà quello cui era destinato". Il destino di Raymond era scrivere: in fondo, "scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza".
Chiara Pavan
www.lettera.com, 19.5.01 |
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Lautore, morto a Londra nel 1994, scrive: "nel noir non ce nessuna evasione dalla realtà. Chi scrive diventa parte del personaggio, e viceversa; lo scrittore, alla fine, deve aver provato lo stesso terrore e lo stesso senso di colpa dei personaggi".
Dora Suarez (CD, Clawfist 1993) è una lettura di brani di Il mio nome era Dora Suarez fatta da Raymond e musicata da James Johnston e Terry Edwards, componenti del gruppo inglese Gallon Drunk.
"La tragedia del soccorso è non arrivare mai"
Dora Suarez è stata torturata, oltraggiata e uccisa nel peggiore dei modi possibili. La sua bellezza è distrutta, la sua vita annientata, la sua dignità vilipesa. Un serial killer, vittima di se stesso, uccide e poi espia le proprie colpe procurandosi ferite terribili, dolorosissime ed irreparabili, con la determinazione di un chirurgo. Il diario segreto di Dora è in mano al sergente della Factory, responsabile del caso. Leggendo le sue pagine linvestigatore entra nel suo mondo: Dora è una prostituta e la sua innocenza, la sua bellezza, che nessuno ha protetto, alimentano in lui un inarrestabile desiderio di vendetta. Un noir cupissimo, perdente, disperato, che non offre redenzione né vie duscita.
Concetta A. Colavecchio
Libri nuovi, inverno 2000 |
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E ora il piatto forte, tre romanzi e un unico tema, esplorato in maniera diversa. I tre protagonisti sono serial killer, completamente fuori di testa, sprofondati nelle loro ossessioni, incapaci di vedere oltre. Due dei romanzi sono editi da Meridiano zero, un editore abbastanza recente di apprezzabile accuratezza, il terzo, quello che mi è piaciuto meno e che lascerò per ultimo, da Einaudi Stile Libero.
Cominciamo da Luomo della sabbia di Miles Gibson. Lautore è presentato come qualcuno che "ha lavorato nella pubblicità".
Pessime credenziali, vero? Fortunatamente Gibson NON è il solito creativo, ma uno scrittore raffinato che dipinge con mano leggera e una certa vis ironica il suo killer, William Burton, detto Merluzzo, assassino di diciotto tra uomini e donne, segnato dai giochi infantili fatti con una coetanea necrofila, e frustrato nei suoi tentativi di sedurre la stolida Vendi, cameriera ventenne in possesso di un solo talento, anzi due, molto evidenti
Giunto a Londra per sfruttare al meglio i pregi della metropoli, Merluzzo rivela una sorprendente capacità di annusare il desiderio di morte dei suoi simili, gente amareggiata, che trascina esistenze prive di scopo e di speranze per il futuro, vittime perfette per lUomo della sabbia: "Avrei scelto le facce più sgradevoli della folla [
]" Prendete Doris: "Era una donna alta e velenosa, con folti capelli neri. Molti lavrebbero considerata bella, ma faceva di tutto per nasconderlo [
] Aveva gli occhi annebbiati di risentimento e la bocca pronta a sputare e ringhiare [
]". Aiutarla a "transitare" sarebbe un vero atto di pietà, non credete?
Certo non sempre le cose filano lisce, chi avrebbe mai immaginato che la tremenda Doris avesse degli amici, e che li avesse invitati a cena proprio per la sera della "transizione"? Non è facile la missione di Merluzzo, richiede sacrifici e rinunce e rinunciare non è facile, anche volendolo. La polizia, ad esempio, mica è disposta a credere a una confessione sincera
Sospeso tra una notevole capacità di disegnare personaggi e un senso dellumorismo nerissimo, Luomo della sabbia merita di essere letto.
Il mio nome era Dora Suarez, di Derek Raymond (ed. or. 1990), invece, è un romanzo "sgradevole". Impervio, ossessivo, raccapricciante, mette il lettore a tu per tu con un altro serial killer.
Tanto Merluzzo è ironico e fine psicologo, quanto lassassino di Dora è privo di humour, crudele verso gli altri e verso se stesso.
Dora è una vittima predestinata: "sembri una che cammina allombra di qualcuno, come si diceva, su dalle mie parti". È una donna votata allautodistruzione, senza speranza di riscatto, che soltanto il sergente, un poliziotto discutibile, ossessionato dalla giustizia e segnato dal matrimonio con una psicopatica, sa vedere per ciò che avrebbe potuto essere: una giovane donna bella, piena di domande, di potenzialità, rassegnata al suo destino ma decisa a non subirlo fino in fondo: "Quando morì Dora era molto elegante", vestita per uscire di scena. Lindagine diventa una questione personale tra il poliziotto e il killer, ed entrambi ne comprendono lirreversibilità.
La Londra di Raymond è corrotta e senza pietà per i perdenti, e se il sergente riuscirà a fermare il killer poco potrà contro i veri responsabili del destino di Dora, malata terminale di AIDS, la squillo ideale per clienti malati come lei, che nessunaltra sarebbe disposta a compiacere. Raymond è bravo, scava nelle ossessioni del mostro e nelle proprie, riuscendo nel miracolo di creare un eroe moralista e poco simpatico, al quale è impossibile dare torto, ma del quale è impossibile non diffidare e un mostro spaventosamente umano: "Per la prima volta nei suoi trentotto anni gli venne il dubbio se la propria morte non potesse essere preferibile alla morte degli altri [
]"
Dora Suarez semina tarli nella mente: ci costringe a guardarci nello specchio imperfetto dei personaggi. Dora, il suo assassino, il poliziotto che non trova altre vie oltre alla giustizia sommaria
Tutta gente, fortunatamente, lontanissima da noi, ma abbastanza umana, anche nelle sue ossessioni, da farci star male. Questo è un libro difficile da metabolizzare, non completamente riuscito, che tracima dallefficace (e rassicurante) equilibrio narrativo.
Chissà perché Dora Suarez, molto più sgradevole, coinvolge, resta dentro, morde
Il fatto è, credo, che in narrativa gli ingredienti "troppo" giusti non funzionano, forse perché lo svolgimento diventa prevedibile
Questioni di sesso, passione e morte che, come hanno detto molti buoni scrittori, soino le uniche cose di cui valga la pena di scrivere
Carmilla
il mattino di Padova / La nuova Venezia / La tribuna di Treviso, 19.7.2000 |
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Allacciare le cinture e tenersi stretti alla sedia. Leggere i gialli di Derek Raymond è tuttaltro che tranquillizzante. Le sue storie diventano un incubo per il lettore e non tanto per laltissimo tasso di violenza o per la suspense, che è anzi quasi assente, ma perché come i libri di James Ellroy grondano di un disagio personale che si fatica a sopportare. Per questo Derek Raymond è un autore di culto - ben oltre la cerchia degli amanti del mistery - e per questo la quadrilogia della Factory (come è chiamata Scotlan Yard) ha dovuto aspettare non poco ad essere tradotta in italiano. Ora però il lavoro è completato con Il mio nome era Dora Suarez (Meridiano zero, pp. 224) il romanzo più famoso della serie, ma anche il più cupo e disperato.
Una donna fatta a pezzi è il punto di avvio e per il sergente della Factory protagonista delle storie di Raymond comincia lincubo, perché lo scontro col male allo stato puro diventa uno scontro tutto interiore, in cui la storia personale si intreccia con quella dellassassino fino a diventare parte di una trama lugubre. Nelle sue pagine Raymond racconta un mondo dallinnocenza irrimediabilmente perduta, senza redenzione, senza riscatto, senza buoni e cattivi. Un sentiero oscuro nel quale si smarrisce ogni distinzione tra Bene e Male perché tutti, in realtà, ricorrono allinganno e alla violenza per realizzare i propri obiettivi. La matrice esistenzialista di Derek Raymond utilizza il giallo per mostrare le viscere delluomo, limpossibilità di vivere, la ferocia dei rapporti umani in una Londra disperata, divenuta teatro e metafora dellimbarbarimento della società contemporanea.
Nicolò Menniti-Ippolito
il Messaggero, 15.8.2000 |
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Quando il Male si chiama Derek Raymond
Derek Raymond è un nome venerato dai cultori del "noir". Inglese di nascita aristocratica, lasciò agi e privilegi, ebbe vita avventurosa e fece mille mestieri tra Marocco, Italia, Turchia, Usa, spesso al margine della legge, sventato, piagato, autodistruttivo. È morto nel 94 e in vita ha goduto della stima di pochi. I suoi romanzi sono tradotti in Italia da Meridiano zero: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti. E il suo capolavoro, Il mio nome era Dora Suarez, tradotto con passione da Alberto Pezzotta. Lo si consiglia solo agli stomaci forti, ha una primissima parte e unultima di un così cupo e cinico realismo da sollecitare incubi e paure. Eppure di tutto si può accusare Raymond fuorché di quel compiacimento morboso che fa il successo di tanto cinemaccio e di tanti giallacci anche italiani. Solo che il male è il male, la morte morte, il sangue sangue, i vermi vermi, lorrore orrore.
La pietà dellautore verso i suoi protagonisti è la stessa del sergente che investiga e racconta, in qualche modo innamorato della vittima, Dora, come Dana Andrews lo era di Laura/Gene Tierney nel vecchio film Vertigine. Ma quello era un film, Laura non era morta davvero, lamore trionfava, mentre per Raymond "la tragedia del soccorso è di non arrivare mai".
Linchiesta è di per sé molto inglese e tradizionale, ma non lo è la scrittura, non lo è la vicenda: storia di corrotti ignobili che speculano sui malati di Aids e procacciano loro prostitute cha fanno contagiare, storia di uno psicopatico oltre ogni possibile grado di disumanità e di una prostituta che tuttavia condivide la sua tragedia e se ne lascia uccidere. Il miracolo è che dietro uninchiesta come tante ci sia uno scrittore che, svelandoci il male del tempo, ci ricorda quanto esso ci riguardi e ci aiuti a "vedere quello che nessuno vede mai: la violenza, la sofferenza e la disperazione, lincommensurabile lontananza della mente di un essere umano che, tra i suoi sogni e la sua morte, non conosce altro che il dolore".
Goffredo Fofi
mondobalordo.wordpress.com, 20.,5.11 |
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Quarto, crudissimo libro della serie dedicata alla Factory londinese, che per uninsperata botta di culo ho trovato usato e ho subito fatto mio.
Tutto ha inizio con il ritrovamento di due cadaveri: il primo è quello della giovane e avvenente Dora Suarez, il secondo quello di una anziana signora. La scena del delitto è unorgia di sangue capace di sconvolgere anche poliziotti navigati.
Raymond tratteggia qui un personaggio agghiacciante, del tutto privo del fascino conturbante che spesso ammanta i serial killer. Lo psicopatico in questione è un fascio di nervi che agisce per puro istinto: niente parlata colta alla Hannibal Lecter, niente abiti firmati alla Patrick Bateman.
"Solo sangue e merda", come diceva quello.
Sulle tracce dellassassino, il noto sergente senza nome in servizio alla Factory, più che mai empatico e coinvolto emotivamente nelle indagini. Grazie al diario della Suarez il Sergente cercherà di ricostruire il motivo del massacro, scoprendo una verità sconvolgente.
Come già notato in E morì a occhi aperti (che ho recensito eoni fa, qui) i dialoghi di Raymond sono da manuale di scrittura.
Romanzo consigliatissimo, purché abbiate lo stomaco per reggere mutilazioni, masturbazioni di stampo necrofilo e mortificazioni genitali.
Brrr.
Abo
Mucchio Selvaggio, 5.9.2000 |
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E quattro! Dopo averci conquistato con E morì a occhi aperti, inorridito con Aprile è il più crudele dei mesi, commosso con Come vivono i morti, Derek Raymond torna con un macabro caso per il Sergente senza nome e per la sezione Delitti Irrisolti della Factory (un distretto di polizia londinese). E ancora una volta, si sprecano la pietà per le vittime, lurgenza di fare giustizia, gli spettacoli splatter, lodio-amore tra vittima e carnefice, la corruzione e lomertà della cosiddetta società civile. In una fredda notte di febbraio uno psicopatico ossessionato dal sesso e dalle donne, che ha già sterminato impunemente una ventina di ragazze, uccide tre persone di per sé non troppo desiderose di vivere: una bella ragazza con un segreto indicibile (Dora Suarez), lanziana signora che la ospitava affettuosamente (Betty Carstairs) e il losco gestore di un locale notturno (Felix Roatta). E fin qui non abbiamo svelato niente di misterioso, perché tutto succede nel primo capitolo tra colpi dascia, pendole sfondate col cranio e torture inebrianti da Arancia meccanica.
La rabbia, la stanchezza di vivere, la necessità di vendicare sangue innocente e il coinvolgimento emotivo del Sergente, oltre che del lettore, prendono corpo nei capitoli successivi, con lincursione nel diario intimo di Dora e la progressiva ricostruzione dei fatti. Per dirla con Céline, un Viaggio al termine della notte tra volontà di suicidio, ricatti da bordello, corpi vivi in decomposizione e psicotici che eiaculano sangue ricorrendo a forme di piacere che farebbero inorridire perfino il marchese De Sade. Hard-boiled D.O.C. alternato a momenti di profonda sofferenza e umanità, che fanno di questo libro-testamento una splendida prova di genere noir, di romanzo psicologico e, perché no, anche di romanzo di denuncia: I was Dora Suarez è stato scritto nel 1990, a chiusura di quel maledetto decennio che vide lesplosione dellAIDS, lirruzione del male radicale, e contagioso nel mondo, limperativo del sesso a tutti i costi e la mercificazione di ogni lato umano.
Il senso di colpa accomuna vittime e assassini, sergenti e lettori, tutti dolorosamente coscienti del proprio ritardo sulla vita e conseguentemente disperati e impotenti. Ogni cosa è perduta, a meno che non sopravvenga il senso della Giustizia e il potere della Bellezza, che a Dora Suarez (nonostante il cadavere orribilmente dilaniato), evidentemente appartiene: la ragazza innocente riesce a far innamorare di sé il poliziotto e tanto basta a farlo arrivare in fondo alla storia.
E se qualcosa non torna nella fiction imperfetta (lamore di Dora per il proprio aguzzino, psicopatico, piccolo e oltretutto impotente; la storia del Parallel Club come debole filo rosso per lomicidio Roatta; la scena finale del Sergente che perde la testa e dei colleghi che irrompono fin troppo prontamente; lo stesso carattere del giustiziere, intrattabile con i vivi ma pietoso fino alle lacrime coi morti), i dettagli non contano. Limportante è aver letto non un giallo inoffensivo alla Agatha Christie ma un romanzo velenoso, palpitante e catartico.
Maura Murizzi
postonero.blogspot.com, 15.9.11 |
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Autopsie: Alberto Custerlina analizza Il mio nome era Dora Suarez di Derek Raymond
Siamo arrivati al numero #21 della rubrica Autopsie, questa volta è lo scrittore Alberto Custerlina a indossare il camice del coroner del Posto Nero per sezionare gli organi interni del nerissimo Il mio nome era Dora Suarez, di Derek Raymond.
Stato del cervello: la trama
Dora Suarez, anima perduta e violentata, non ha una gran voglia di vivere, ma di certo neanche di morire in quel modo. Il Sergente scava nella vita della ragazza e se ne innamora, rammaricandosi di essere arrivato troppo tardi. La caccia al killer diventa una questione personale. Ma attenzione, questo non è il solito romanzetto sui serial killer. Di più non si deve dire. Leggetelo.
Stato del cuore: il pathos, latmosfera
Latmosfera è molto cupa, ma non si pensi alla cupezza patinata di certe ambientazioni goth. Qui siamo nellorrore urbano delle nostre città, in mezzo alle vite perdute, ai vizi e alla disperazione. Ed entriamo nel regno della follia omicida più devastante che sia mai stata scritta. Insomma, qui non troveremo raffinati serial killer e complicati piani diabolici, ma solo merda e sangue .
Stato dello stomaco: il sangue, il contenuto splatter
Il contenuto splatter cè (lo definirei "gore"), ma non è fine a se stesso. Raymond non gode a esporre descrizioni truculente, ma si limita a mostrare lefferatezza del killer con un realismo altamente disturbante e un pathos molto intenso, entrambi funzionali alle situazioni.
Stato dei polmoni: i personaggi
Raymond diceva che la scrittura di questo romanzo laveva portato sullorlo della follia, tanto si era addentrato nella psiche della vittima e in quella del suo carnefice. E il risultato si vede: la costruzione dei personaggi è perfetta, inquietante, nitida, impietosa.
Stato del fegato: il soprannaturale
Con questo romanzo entriamo in uno dei domini del noir, il noir vero. Niente a che vedere con certi romanzetti scritti da professionisti benestanti o da mammine con la passione per il prurito. E come sappiamo, il noir declinato in questo modo non ha nulla a che vedere con il soprannaturale, altrimenti lo dovremmo chiamare con un altro nome.
Causa della morte: la sintesi
Un romanzo sconvolgente, certamente sconsigliato a chi preferisce i thriller rassicuranti o i gialli a lieto fine. Consigliato, invece, a chi vuole farsi unidea di cosa potrebbe veramente passare per la mente di un serial killer. E, naturalmente, consigliatissimo a chi è capace di apprezzare anche la letteratura saldamente ancorata alla realtà più disturbante.
Albero Custerlina
Pulp n. 26, luglio 2000 |
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Narrano le leggende che un editore che aveva in visione il manoscritto di questo romanzo abbia vomitato durante la lettura. Non che questo episodio eclatante debba essere necessariamente vero o importante, ma I was Dora Suarez (questo il titolo originale) è una delle storie più estreme che siano state scritte, se mai ce nè stata una. Non si tratta solo di immaginare e descrivere qualcosa che gli altri autori non hanno avuto il coraggio di fare, o eccedere nelluso della violenza, o mettere in fila, una dietro laltra, parole che evocano orrori che il lettore non vorrebbe neppure leggere. Tuttaltro, il tabù che viene infranto non è tanto quello della violazione del corpo e dellesercizio del sadismo, quanto il poter seguire attraverso i pensieri linquietante avvicinamento del protagonista alla vittima, il poter osservare come questi precipiti volontariamente in unallucinazione spaventosa. Probabilmente questo romanzo rischia di risultare illeggibile a chi non ha seguito da principio i precedenti tre romanzi del ciclo della Factory, a chi non ha assunto, poco alla volta, le scarne informazioni sulla vita sfuggente del Sergente e la sua visione del mondo. Questo romanzo infatti vive delle seduzioni accumulate nelle opere precedenti, come uno specchio infranto ricomposto con pazienza che rende un riflesso deturpato. Mai era stata scritta una contaminazione così profonda e veloce tra investigatore e vittima capace di annullare ogni senso dellindagine, ogni interesse sociale, ogni suspance. La storia tragica di Dora Suarez, assassinata alla vigilia del proprio suicidio, diventa lunico motivo esistenziale di un uomo che ha deciso di vendicare il proprio ingiusto passato rendendo responsabile di ogni male del mondo lassassino di Dora. La metafora religiosa è onnipresente e incalzante, un vangelo letale descritto al contrario, dove un eccessivo senso della pietà rende folli. Sì, forse avere constatato che il dolore privato del protagonista è in realtà così diffuso da rendere invivibile la vita stessa, lha reso folle. E questa lucida follia lo porta a sciogliere lenigma che solo in parte riguarda lomicidio di Dora Suarez. I was Dora Suarez afferma che i morti non vogliono morire, che qualcosa di loro continua ostinatamente a esistere dopo la morte. Le pagine dei loro diari sono la prova della loro imbarazzante immortalità, come in E morì a occhi aperti. Si tratta di esistenze che continuano a urlare il proprio dolore perché, come scrive Raymond, "le parole sostituiscono le lacrime". Forse un romanzo come questo è capace di sconvolgere quellequazione che vede il noir assurgere a metafora sociale, esaltando le sue capacità di attraversare le difese delle classi sociali e disvelarne le logiche dello sfruttamento e del dominio. Raymond, invece, abbandona lintento politico per approdare alle domande esistenziali più crudeli. Per questo attendiamo la traduzione dellautobiografia di Derek Raymond, The Hidden Files: per saperne di più.
Domenico Gallo
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