Alias/il manifesto, 14.2.2003 |
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Alias, 14.2.2003
Nei pascoli torbidi della signora Thatcher
Pur rappresentandone il controcanto strafottente e sulfureo, i romanzi più importanti e amati di Derek Raymond devono molto allInghilterra da incubo di Margaret Thatcher. Anzi - se le date hanno un senso - si può credere tranquillamente che il suddito di Sua Maestà Robin William Arthur Cook, nato il 12 giugno 1931 a Londra e addirittura in Baker Street, abbia succhiato linfa nuova, preziosa e resistente dalla mala pianta di quella triste sanculotta conservatrice: E morì a occhi aperti è del 1983. Ad esso seguirono Aprile è il più crudele del mesi (1984), Come vivono i morti (1986), Il mio nome era Dora Suarez (1990), tutti pubblicati in italiano da Meridiano Zero e ora in procinto di venire ristampati. Mentre adesso, a chiudere la serie, ecco uscire, presso la medesima sigla editoriale padovana e con traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, Il Museo dellinferno, romanzo del 1993 che precede di appena un anno la scomparsa del1autore.
Nel complesso si tratta di unopera assai compatta e consequenziale, impastata col sangne e le lacrime della derelizione sociale, affollata di vampiri e di deboli creature destinate a soccombere, una perfetta allegoria della ferocia liberista e delle sue vittime. Raymond - così raccontano le cronache che si perdono nella leggenda - cominciò subito, a sedici anni, a darsi uno statute di traditore della propria classe sociale. Vezzeggiato virgulto di una famiglia dellalta aristocrazia, destinato a indossare chissà quali infarinate parrucche, scappò invece da Eton (che anche Orwell non aveva mai smesso di maledire per il resto della vita) e dal castello del Kent. Si mise a viaggiare e a esercitarsi nei lavori più strani. Andò a Mosca, in Algeria, in Marocco, in Turchia, in Spagna, in Italia, in Francia. Trafficò in auto doccasione (ossia rubate) e in materiale pomografico, fu vignaiolo e operaio agricolo e anche tassista. A New York si dedicò allinsegnamento. Nel frattempo si sposò cinque volte. Aveva unandatura dinoccolata, racconta un giomalista, "qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno". In una intervista dellottobre del 1993 rilasciata ad Arnould De Liedeckerke per la rivista Magazine Littéraire, lo scrittore definisce "torbida" la propria infanzia dorata e quindi aggiunge: "Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. 0 Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po a quella che Sartre descrive ne Lenfance dun chef. Con la differenza che per me, dalletà di sette, otto anni, era gia tutto finito, e mi sono detto: qui cè qualcosa che non va...". Racconta anche di essere stato ospite per una settimana, a Parigi, di Jean-Patrick Manchette. Con il francese si sentiva in disaccordo a causa del sessantottismo dellospite generoso e carissimo. Eppure - acutamente lo fa notare Alberto Pezzotta nella sua nota - 1alto tasso di politicità di Raymond non si discute. Raymond detesta Jidney, il serial killer di donne bruttarelle (ovviamente) e non più giovanissime che a volte egli illude con la prospettiva (creduta seducente) della morte reciproca, ossia con il Trionfo dellAmore Eterno suggellato dalla tomba. Jidney, pittore dilettante, è il protagonista de Il museo dellinferno. È una sorta di Landru smidollato e (al di là dei risultati pratici) inconcludente, un fascistello msomma della peggiore risma. Raymond lo ridicolizza e lo stringe alle corde di una miseria culturale irredimibile. "Il fascismo - scrive Raymond - non è una fede; è la condotta naturale della be stia selvaggia, radicata nella cultura primitiva, che il serial killer è lieto di accettare". Il pittorucolo parla come un "poeta innamorato", come un professore di Estetica che commuove le platee televisive: "Per essere eterna, la bellezza va catturata quando è immobile. Niente mi dà più fastidio di quel rifugio dei mediocri che è il cinema... Ogni moto irresponsabile e irrazionale è alieno dalla bellezza e se ne allontana. La gravità della bellezza è la sua quiete". Applausi e lacrime.
Nei romanzi di Raymond, irriducibili e ingestibili, la "commaraccia secca" e il suo rampino si lanciano contro le carni della modernità. Ma con essa, sempre e comunque, sta lo scrittore. Non diversamente dallamatissimo Baudelaire - di cui conosceva a memoria tutti i versi - quando sbeffeggia la Capitale delle Scimmie, owero la borghesia ignorante, conformista e predicatoria, tutto il "Belgio" di ogni impostura. In un articolo pubblicato su Pulp (luglio-agosto 1998), Valerio Evangelisti dice che Raymond "è nero come 1inchiostro" e parla di un realismo raggelato che finisce per diventare insieme "temibile e struggente". Si potrebbe dire di più: lo scrittore inglese è un mistico del noir, un viaggiatore ebbro lungo i sentieri dellarbitrio antagonista e rivoltato. Alla sommità della salita cè la notte oscura, ossia la misteriosa matematica del crimine. Specie allinizio, nelle prime pagine, i romanzi di Raymond sono sovraeccitati, quasi compiaciuti, infantili, caricatissimi di suppellettili horror e squatter. Solo più avanti, a visione raggiunta, essi precipitano, si fanno sbrigativi, incalzanti, gnomici, secondo un procedimento non dissimile dalla scrittura dei mistici. Il male richiede "raccoglimento". "Lanimale infetto", rintanato nel1angolo più lontano e osceno del cervello, trascina le proprie vittime (camefice incluso) verso un altare sempre apparecchiato per il sacrificio, laddove la teatralità irrompe nel mondo piatto e lo frastaglia, lo inasprisce.
I serial killer hanno un aspetto anonimo e feriale. Sono uomini della folla, e la loro maschera è 1unica cosa che non li tradisce mai. Dice uno di quei poliziotti soli, sderenati, privi di tatto, abbandonati dalle mogli, misogini per destino, che affollano i romanzi di Raymond: "La maggior parte dei criminali sono noiosi, e di quelli che in aggiunta fanno anche la morale ne ho incontrati a centinaia". Spesso la loro morale è un riassunto del Mein Kampf, un cumulo di volgarità innanzitutto teoriche che neppure lo "straccio inzuppato di sangue" che è il loro passato (1infanzia umiliata e violata da madri nere finite male) può giustificare di un solo millimetro. Mandy, Flora, Ann e tutte le altre donne che "fanno di tutto per morire", incontrate net caffè, nelle cantine, net pub di Soho, ingannate e martoriate dallesteta da strapazzo, sono il nutrimento di un vincolo con la madre profanatrice e profanata. Per Jidney, quei nomi femminili, ridotti a ricordo e a rimorso, sono atti di fede verso lImmacolata Concezione che a lui ha negato persino la misericordia di uno sguardo. Egli è un uomo che crede e, al tempo stesso, un formidabile azzeccagarbugli di questioni metafisiche, un alfiere di rigatterie teologiche, un filosofo da talk-show. "Tutti i criminali sono dei gesuiti", scrive Raymond in esergo al suo romanzo più testamentario il cui titolo originale suona così: Dead man upright.
Enzo Di Mauro
Alias/il manifesto, 14.12.2002 |
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La mimesi incerta dello scrittore fattosi massacratore
Ultimo romanzo della serie Factory, il penultimo scritto da Derek Raymond prima di morire nel 1994. Raymond era arrivato al noir, e al successo, in età relativamente tarda, dopo una vita iniziata nel castello di famiglia e proseguita più sulla strada di come non si può, facendo davvero di tutto, truffe e spaccio di materiale pornografico inclusi.
Raymond è stato paragonato spesso e un po a sproposito a James Ellroy, ma i due hanno in comune solo la tinta di fondo, tanto tenebrosa da oltrepassare il nero, e un disgusto a tutto campo per il mondo che li circonda. Ellroy ha in mente quadri ampi, lega la corruzione che inquina le alte sfere a quella che rosicchia la mente dei suoi protagonisti. La sua ambizione dichiarata è sempre stata scrivere la storia sociale della sua città e del suo paese. Raymond no. Raymond guarda sempre e solo agli individui. Descrive le loro perversioni, le loro sconfitte, lo squallore delle loro vite. Se allarga il campo dosservazione è solo per segnalare che i mostri, i loro cacciatori e in fondo anche le vittime, si muovono tutti allinter-no della stessa desolazione. Non che siano uguali, però, perché da simili banalità lo scrittore inglese è lontanissimo. Simile, è solo la depressione che li circonda, propria di un mondo dominato dalla morte e dal sangue.
Il museo dellinfemo è il tentativo estremo, e solo in parte riuscito, di fare un ulteriore passo avanti dopo la raccapricciante apoteosi di II mio nome era Dora Suarez (sul quale, non a caso, si sofferma quasi esclusivamente lautore nella sua autobiografia The Hidden Files). Cosa poteva esserci dopo quello che Alberto Pezzotta, nella postfazione, definisce "un punto di non ritorno per la radicalità con cui è contemplato lorrore"? Cosa, dopo aver seguito passo dopo passo lo sprofondare della vittima nel suo personale inferno? Solo il calarsi con determinazione nei panni del carnefice, nella mente del serial killer, portando così alle estreme conseguenze la teoria per cui lo scrittore deve sentire quel che sente il mostro, confon-dersi con lui, rintracciare in se stesso le torbide pulsioni che lo spingono a massacrare.
E Raymond lo fa, nel primo capitolo del libro, visto in soggettiva dal killer, e poi nella lunga ultima parte: un collage di interrogatori, memoriali e lettere al sergente del medesimo assassino. In mezzo cè linchiesta. Volutamente piatta, priva di colpi di scena. Raymond non si preoccupa di inchiodare il lettore con la suspence. Usa lindagine per mettere a fuoco il contesto e soprattutto per dare spazio alle vittime, alla loro quasi complicità con il mostro in nome di un bisogno di amore e compagnia che è più forte della paura e della ragione.
La tensione è tutta concentrata verso la conclusione, lincursione nelluniverso allucinato del serial killer. Ma proprio questa si rivela il punto debole del libro. Perché Raymond vuole un assassino realistico, non un supereroe camuffato come Hannibal Lecter. E lui per primo sa che nei serial killer cè poco di emozionante, nulla di affascinante. E la conclusione si rivela così la descrizione di un vuoto che neppure il talento visivo di Derek Raymond riesce a colmare.
Andrea Colombo
Buscadero n. 242, gennaio 2003 |
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Il caso raccontato Il museo Dellinferno è complicato anche per quei strani poliziotti che popolano la sezione A14, non a caso denominata: omicidi irrisolti. Ronald Jidney è un serial killer dalle abitudini piccolo borghesi, un serafico travet del delitto che si mimetizza nel tran tran quotidiano di tutti.
La suspense, almeno nel senso comune del termine, è tutta qui perché Ronald Jidney viene scoperto subito, per caso (o meglio, per un sospetto più o meno legittimo) e la trama de Il museo Dellinferno si risolve senza grandi colpi di scena.
E poi la seconda e convulsa metà del romanzo, quella in cui gli uomini della A14 provano a definire il delirio del serial killer a lasciare un segno. Dice lormai leggendario sergente, protagonista della serie Factory: "Nel mio lavoro faccio sempre ricordo alla memoria, come uno scrittore; inseguo qualcosa dellanimo umano che non riesco ad afferrare. E quando ho tempo, leggo".
Trovare qualcosa nella fogna mentale di Ronald Jidney è improbabile, ma Derek Raymond con Il museo Dellinferno ha tentato un salto di qualità, che non ha molti termini di paragone. Schizofrenia, delirio donnipotenza, frustrazioni, manie e persino una sorta di perversa velleità artistica costituiscono lidentikit di Ronald Jidney e le pagine riempite dal confronto con gli uomini della A14 sono liriche, per quanto non agevoli. Forse cè solo una sottile affinità con American Psycho di Bret Easton Ellis perché anche lì il mostro si nascondeva dietro un paravento di (assurda) normalità, però Derek Raymond sembra essere andato più a fondo.
Ha detto in unintervista del 1993: "Qui si vive, si muore, è il contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che ci sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, al volante. Spesso mi dico: un giorno o laltro, alla prossima curva, andremo fuori strada".
Ecco, Il museo Dellinferno non sarà il romanzo migliore di Derek Raymond (Dora Suarez è sicuramente più compatto e lineare e personalmente preferisco Aprile è il più crudele dei mesi o E morì a occhi aperti) però è il più scomodo e per certi versi inquietante, perch, dietro la maschera del serial killer, dei poliziotti della A14 e di tutto il disastrato panorama esistenziale della Factory, scopre una verità difficile da mandare giù: "La civiltà è finita dentro il cesso, fine della trasmissione". Brutale, ma credibile.
Marco Denti
Evidenzialibri, 21.11.11 |
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Questanno sono stati nuovamente ristampati due libri imperdibili, ovvero Il museo dellinferno di Derek Raymond (già ristampato lultima volta nel 2002) e Confessioni di un cuoco eretico di David Madsen (già stampato nel 2006).
Ora, se di Raymond forse si sa addirittura troppo, insomma molto si dice è sè detto sul formidabile romanziere della serie della Factory, meno forse si dice del professore inglese che si cela dietro lo pseudonimo David Madsen e che dimostra puntualmente dessere romanziere di grande valore.
Ma torniamo momentaneamente al Museo dellinferno, testo scontroso e ovviamente apocalittico per lintimità che Raymond inventò per pomparci dentro il pazzoide e assassino Ronald Jidney. Uno di quelli, aggiungiamo, che mette in disordine la carne spezzettata delle sue vittime per farla diventare ordine rispondente ai suoi deliri artistici. E tenete in mente la parola Carne: perché qui sentiamo il legame col Madsen del cuoco eretico. Epperò per sentir meglio leggiamo e rileggiamo le copertine fresche fresche destinate alle ristampe in questione
Dead man upright, ultimo romanzo di Derek Raymond, raggiunge lapice quando, e lo spiega mirabilmente Pezzotta, racconta i massimi deliri, senza freni, del serial killer. Tra esternazioni e interrogatori. Superando il genere. Dandoci la menta omicida dellomicida. Jidney, tra laltro, è lartista-fallito. Comunque lartista. Pittore, per lesattezza.
Mentre, appunto, nel romanzo di David Madsen Orlando Crispe, grazie al perverso e tirannico cuoco Egbert Swayne scopre dessere cuoco-artista che sceglie la Carne come materia. Similmente, appunto, forse per la seconda volta a dir il vero, con il Jidney di Raymond. Insomma Crispe addirittura a Roma apre il ristorante Il giardino dei piaceri. Locale in che diviene alla fine luogo di sperimentazioni di Orlando Crispe e dei suoi aiutanti. Perché grazie ai suoi piatti a base di carne, Crispe riesce a sottomettere cardinali e intellettuali ai suoi desideri. Crispe usa la carne come pozione magica. La serve per farsi servire.
Adesso, quindi, avrete visto il vero legame fra i due testi. La carne. Dove la carne pasto e il pasto carne trasformano vite umane. Di Raymond avevamo già fatto appuntare Incubo di strada e Stanze nascoste, di Madsen Amnesie di un viaggiatore involontario. Che lelenco continui.
Fuori le mura, 12.12.11 |
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Il quinto e ultimo capitolo della celebre serie della Factory conferma il successo ottenuto da Robert William Arthur Cook, in arte Derek Raymond. Il museo dellinferno, pubblicato nel 1993, un anno prima della scomparsa dellautore, riporta sulla scena del crimine il Sergente senza nome della A14, protagonista dellintera serie.
La Factory di Raymond è il distretto di polizia londinese, situato in Poland Street, in cui opera la sezione Delitti Irrisolti: covo di agenti obbligati ad indagare sugli omicidi più macabri dai quali spesso finiscono inglobati. Questo è ciò che capita al Sergente: un personaggio con un passato non molto chiaro, ma senza dubbio colmo di problemi, che si ritrova casualmente invischiato in unindagine rischiosa e solitaria. Avvisato da un suo ex collega, insospettito dal comportamento di un suo vicino, il Sergente scopre con caparbietà tutti i tasselli di un puzzle che lo condurrà verso linferno. La ricerca della verità, tra donne scomparse e identità nascoste, è una lenta rincorsa verso un incubo che il Sergente sembra aver immaginato fin dallinizio. Più le indagini proseguono, più il Sergente sembra in balia di esse. Non ha scelta, questo è il suo lavoro. E così, pezzo dopo pezzo, linferno prende forma. Un inferno costruito alla perfezione da Raymond e dal suo serial killer, unico personaggio volutamente studiato e descritto nel profondo.
Terminate le indagini, infatti, Raymond ci conduce in unattenta e cervellotica analisi di Ronald Jidney. La vera identità dellomicida plurimo, protagonista dellultima parte del libro, fuoriesce da un mix, costruito alla perfezione, di diari, lettere e confessioni che permettono, o almeno tentano, di rendere comprensibile la follia di cui è vittima ed artefice. Si delinea così la figura di un personaggio che cerca una personale rivalsa nei confronti di quella realtà che lha maltrattato fin dai primi anni di vita. Ronald si vendica uccidendo e squartando le proprie vittime, ma nel farlo ricerca una perfezione artistica tale da ricreare quellinferno da cui vuole scappare.
È proprio la scrupolosa analisi della complicata personalità di Ronald a costituire la parte più interessante del romanzo. Raymond non sembra interessarsi più di tanto alla costruzione di una trama coinvolgente, ma preferisce far sì che sia levoluzione emotiva dei personaggi a fungere da motore trainante della storia. Motori del tutto diversi a seconda del personaggio in questione. Nel caso del Sergente sono le indagini che indirettamente permettono al lettore di comprendere la sofferenza implicita di chi è costretto quotidianamente a combattere con linferno. Per Ronald, invece, la scelta dellautore è totalmente diversa: il carattere del personaggio viene sviscerato fino in fondo, grazie anche alla comparsa di uno psicologo che, attraverso una seduta dipnosi, cerca di eliminare quello strato di folle razionalità propria dei serial killer. Lunica vera pecca dellultimo romanzo di Raymond resta però la trama poco strutturata. Se si esclude il coinvolgimento derivante da una Londra scura ed angosciante, il resto sembra essere un semplice accessorio al reale protagonista della storia: linferno emotivo.
Tommaso Ulivieri
www.lettera.com, 25.11.02 |
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Un caso difficile anche per la sezione A14, omicidi irrisolti: Ronald Jidney è un assassino che si nasconde tra le pieghe della normalità. Una maschera di piccole abitudini borghesi e noiose nasconde un delirio a cui è difficile dare un senso e, proprio per questo, ancora più pericoloso.
Il museo dellinferno: Psycho Killer
Nel mio lavoro faccio sempre ricorso alla memoria, come uno scrittore; inseguo qualcosa dellanimo umano che non riesco ad afferrare. E quando ho tempo, leggo.
Anche per gente provata e risoluta, ormai senza speranze, come i poliziotti della A14, lhumus puzzolente di birra e sigarette e scartoffie della serie Factory, il profilo di Ronald Jidney ha qualcosa di maligno e inarrivabile. E un travet dellomicidio: anonimo, silenzioso, discreto e rispettabile. Le apparenze possono ingannare, ma nel suo caso costituiscono un vero e proprio personaggio che si sovrappone al serial killer: unevidente schizofrenia che, aggiunta ad una sterminata serie di patologie mentali, produce un essere alieno a qualsiasi morale. Il parallelo, nemmeno tanto velato, con la classica figura dellartista, del folle che insegue le proprie velleità, del sognatore che non riconosce la realtà si scontra con unentità altrettanto complessa. E quella del sergente protagonista dei romanzi della Factory: anche lui è un uomo senza nome, combattuto tra vendetta e giustizia, annichilito dalla vita e quotidianamente affiancato dalla morte. E un gioco di specchi che Derek Raymond interpreta a modo suo, lasciando che parti delle personalità occupino interi spazi della storia. Nella prima metà, il serial killer è lucidissimo nella sua sofferenza e nel raccogliere quella delle sue vittime. Il sergente, as usual, è avvolto nelle sue perplessità. Nel cuore del romanzo, uno è confuso dalla paura che genera, laltro è impaurito dalle domande che continua a porsi, nonostante tutto. Infine, Ronald Jidney delira a tutto campo, e il sergente della Factory ascolta conscio che "la civiltà è finita dentro il cesso, fine della trasmissione". Forse Il museo dellinferno non ha la coerenza stilistica di Dora Suarez, e la trama è, in effetti, esigua, ma si tratta di un superbo affresco di psicologia noir, degno di un grande scrittore quale è Derek Raymond.
Marco Denti
www.massimobaraldi.it, 25.5.09 |
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Con Il museo dellinferno, pubblicato da Meridiano Zero, Derek Raymond chiude il "Ciclo della Factory" e lo fa con la stanchezza di un sopravvissuto, presumibilmente incalzato dal proprio editore. Ancora prostrato dallorrore evocato in Il mio nome era Dora Suarez e spiritualmente prosciugato, Raymond decide di compiere un nuovo tuffo nel proprio immaginario: ne riemergerà con una storia cupa e feroce, seppur costruita su una struttura esile e fin troppo prevedibile.
Protagonisti sono Ronald Jidney, artista psicopatico che ricorda il Buono Legnani di Pupi Avati (il "pittore delle agonie" conosciuto nel capolavoro del terrore made in Italy La casa dalle finestre che ridono), le sue vittime e il Sergente, lo sfondo è la Londra rugginosa della Factory. Vite e decessi si incrociano grazie a un susseguirsi di eventi in passaggi talvolta affrettati e pretestuosi, quando non forzati, fino a trovare un felice approdo nella mente deviata e corrosa dalla follia di Jidney.
La lettura è avvincente quanto basta per arrivare volentieri allultima pagina e la ragione suppongo sia da ricercarsi nel fatto che non ci si innamora di Raymond per il suo saper disegnare intrecci mirabolanti, quanto per la poesia e la forza che trasudano dalla narrazione.
Diciamo che Il museo dellinferno non è un capolavoro nè il libro giusto per accostarsi a Raymond ma, se è uno scrittore che già apprezzi, non ti deluderà.
Massimo Baraldi
www.lettera.com, 6.1.03 |
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Freddezza malefica
Di solito sono solo i migliori autori di romanzi quelli che riescono a narrare con freddezza e distacco il Male, quel meccanismo che scatta in alcune menti che le porta a diventare scrupolosamente artefici del destino altrui, scrupolosamente portate al compendio della cattiveria, alla sublimazione delle proprie frustrazioni in omicidi dei quali non si sa nulla.
Fino a quando a qualcuno non viene in mente di avere un vicino di casa strano. E chi non ne ha?
Dovrei insospettirmi dei vicini di casa che entrano ed escono alla chetichella? Quasi temendo di essere visti? Che ne so io di quello che fanno tra le mura domestiche o fuori?
Oppure dovrei insospettirmi del vicino marocchino che fa i turni e chissà dove va quando esce tutto ripulito?
E i cinesi? Così strani e dalla cucina maleodorante per lolfatto occidentale italiano?
E quella che fa uscire di soppiatto il cagnolino perché nessuno dica che è proprio lui a insozzare il giardino comune di escrementi?
Insomma, dovremmo sospettare di tutti, nel caso in cui scompaiano sedici donne. Dovremmo frugare in ogni cantina, in ogni solaio. Soprattutto in quelli degli insospettabili.
Ciò che mi dà da pensare è che un tempo era raro che la realtà battesse la fantasia, forse malata, dei migliori giallisti o romanzieri. Oggi è allordine del giorno sentire di omicidi anche efferati nei paesi limitrofi, nella stessa città, tra le mura che dovrebbero essere sicure, il nostro nido. Si dovrebbe seriamente pensare ad uno studio antropologico e psicologico sulla necessità di evasione estrema alla quale si va incontro a volte spinti da chissà quale stress sociale e personale.
Derek Raymond regala agli amanti del brivido noir ancora uno squarcio di bellezza.
Agli amanti del genere ho detto. Ma anche a chi ama le trame cariche di tensione ben scritte.
Rampollo di una famiglia dellalta aristocrazia inglese, fuggito da casa pardon dal castello a sedici anni per improvvisarsi in mille lavori disparati compreso il traffico di materiale pornografico, girovagando per molti Paesi fra cui lItalia, Derek divenne autore di culto ribadendo la teoria che senza vita il romanzo non esiste.
Il nuovo lavoro pubblicato da Meridiano Zero fa parte della serie della Factory alla quale appartengono i già editi Il mio nome era Dora Suarez e Aprile è il più crudele dei mesi, tra gli altri.
Alessia Biasiolo
Panorama, 24.7.2003 |
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Il suo credo porta direttamente a un mondo di orrori e storture psicologiche: "La mia esperienza delle donne, della bellezza, è troppo intensa per essere fatta direttamente; devo dissezionare e assorbire. Per fare quello che devo, la bellezza deve essere inerte".
Lassassino psicopatico Ronald Jidney scompone e ricompone i corpi delle sue prede, come un artista fa con la materia. È un "maltrattato dalla vita", un uomo che crede che "lunico modo di scampare allinferno è diventarlo".
Il londinese Derek Raymond, aristocratico dalla vita scombinata, è autore di culto in Francia e Gran Bretagna. Sonda negli abissi della natura umana. Il suo braccio narrativo, un sergente abituato a frugare nelle ombre dellanima, appartiene a una singolare "Sezione Delitti Irrisolti".
Pier Mario Fasanotti
Repubblica Musica, 30.1.2003 |
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Avete mai provato a entrare nella mente e nel cuore di un serial killer (oltretutto dotato di immaginazione artistica)? Questo accade con l'ultimo grande thriller dello scrittore-cult Derek Raymond, che la benemerita Meridiano zero va traducendo da qualche tempo. Non è tanto importante la storia quanto le suggestioni, gli ambienti, i personaggi.
Il sergente-detective e l'assassino frequentano del resto gli stessi pub, attratti entrambi dalla gente quando "è se stessa".
In queste pagine il Male è nello stesso tempo fascinoso ma anche riportato alla sua miseria esistenziale.
Filippo La Porta
il Sole 24 ore, 15.12.2002 |
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Non eè una foto che non lo ritragga con il basco e una Gauloise appesa alle labbra: capelli lunghi sulla nuca, alto, magrissimo, faccia scavata illuminata da uno sguardo ironico. Un londinese frequentatore di pub, dinoccolato e un po sciattone, tagliato da nonchalance francese e da ambiguità mediterranee acquisite in molti anni di soggiorni allestero. Alcuni anni fa, un critico del Guardian gli attribuì il fascino cadaverico del maestro del crimine interpretato da Alec Guinness in La signora omicidi. È morto nel 1994, si chiamava Robin Cook, in arte Derek Raymond, da noi è tradotto solo da due anni e seguito da un gruppo ristretto di appassionati, mentre in Francia e in Inghilterra è considerato un maestro del noir contemporaneo. Nel suo Paese divenne famoso nel 1983, dopo la pubblicazione di E morì a occhi aperti, il primo dei cinque romanzi della serie della Factory, di cui esce in questi giorni in Italia (pubblicato da Meridiano zero, come i precedenti)
il quinto e ultimo, Il museo dellinferno. Ma già prima in Francia, dove viveva, era - con il suo vero nome - un autore di culto, pubblicato nella Série Noir di Gallimard. Era nato nel 1931 a Londra, a Baker Street, a due passi dalla casa di Sherlock Holmes, che però, come la maggior parte della narrativa britannica gialla o nera, non avrebbe mai rappresentato per lui un modello di riferimento. Semmai il contrario, come per tutto quello che riguarda gli anni della sua formazione. La sua famiglia era molto ricca, con tanto di castello nel Kent e snobismo di .classe, e lo spedì a studiare a Eton: prima dei ventanni Robin Cook aveva abbandonato famiglia e college e si era imbarcato in quella che poi avrebbe definito (non senza una punta di snobismo allincontrario, e in questo era davvero molto british) "la vita reale". Visse in Spagna dove importava auto di lusso esentasse per i ricchi borghesi franchisti; a New York traduceva dallo spagnolo; a Londra, oltre a fare il tassista notturno e a trafficare in materiale pomo, lavorò per i gemelli Kray, i gangster più famosi degli anni Sessanta, per i quali faceva il prestanome. Fu questo periodo a offrirgli il materiale di prima mano per le sue prime incursioni nel poliziesco; un materiale che, sedimentato in circa dieci anni di silenzio letterario e di lavoro manuale (negli anni Settanta si stabilì in Francia, nellAlveyron, dove faceva il vignaiolo), sarebbe riemerso con una cupezza devastante e un dolore sordo nei cinque romanzi della Factory.
Factory nel gergo popolare londinese definisce la polizia; nei romanzi di Raymond si tratta di un distretto di Poland Street, dove opera una sezione Delitti Irrisolti: gli omicidi più brutali, vergognosi, strazianti, quelli che non interessano a nessuno, perché di solito le vittime sono poveracci dellultimo gradino della scala sociale, prostitute, falliti, dropout, gente che il caso e la classe hanno sprofondato in una vita ai margini, quasi sempre predestinata a una consapevole autodistruzione. Lo stato in cui vengono ritrovati i loro cadaveri parla per la loro vita: un uomo con le mani e la testa ridotti in poltiglia gettato dietro un cespuglio (E morì a occhi aperti), un altro tagliato a pezzi, bollito e abbandonato in un magazzino dentro cinque sacchetti della spesa (Aprile è il più crudele dei mesi), una donna smembrata e congelata (Come vivono i morti), una prostituta fatta a pezzi (Il suo nome era Dora Suarez), infine le numerose vittime di mezza età, anchesse squarciate, di un serial killer (Il museo dellinferno). Non sono romanzi accattivanti quelli di Raymond; leggenda vuole che un editore abbia vomitato leggendo il manoscritto di Dora Suarez (e lo stesso autore ha raccontato di non essere mai riuscito, durante la stesura, ad addormentarsi senza una luce accesa), che è il più atroce, estremo e ossessionato dei suoi libri, dove la malavita e la buona società intingono le mani nel sangue dei poveracci con un cinismo senza tempo. Eppure, non sono mai nemmeno romanzi che si compiacciono del loro orrore: si soffre a leggerli, come soffre il loro protagonista, un sergente senza nome, del cui passato dolorosissimo abbiamo ogni tanto qualche squarcio, un poliziotto che non vuole far carriera perché il suo unico interesse è quello di riscattare la morte silenziosa delle vittime. Il sergente entra nel loro passato, legge i loro diari, ascolta le loro voci registrate, a volte si innamora di loro, e sempre patisce il loro calvario. Con la stessa tecnica, inchioda gli assassini. Facile, si dirà: lidentificazione tra il poliziotto e il colpevole è un luogo del noir. Eppure Raymond lo rinnova con cupa passione e senza alcuna condiscendenza per lassassino, che resta (anche nellultimo romanzo, dove leggiamo i suoi diari) un essere senza cuore e senza giustificazione. La vita che trasuda dai suoi romanzi è quella dalla quale, se la intravediamo, ci ritraiamo impauriti, ma è proprio quella che, con tutto il suo dolore, scorre intorno a noi; e lidea del male che riesce a trasmetterci è talmente permeante da tradursi in uninquietante fotografia del mondo attuale.
Emanuela Martini
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