www.cafeletterario.it, giugno 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Giro per la stanza. Ogni tanto mi accovaccio a terra e spingo le mani luna contro laltra fino a farle tremare. Poi mi rialzo e cammino avanti e indietro.
Prendo il telefono e digito le prime tre cifre del nostro numero, seguite da altre quattro cifre a caso. Risponde una segreteria telefonica. Dopo il bip dico: "Benvenuti al tiro al bersaglio" e riaggancio."
Studenti che uccidono dei compagni, a scuola: il film di Moore, Bowling for Columbine, ha dato una popolarità "nera" a quanto successe nella Columbus High School nel 1999; dallo stesso fatto ha preso spunto Laura Kasischke per il bel romanzo La vita davanti ai suoi occhi; in Italia è appena uscito Il sopravvissuto di Antonio Scurati.
Il libro di Jim Shepard, Project X, precede idealmente proprio il romanzo di Scurati, è la preparazione della strage, il montare di quel disagio giovanile, di quella rabbia senza obiettivo, di quel disgusto di sé, di un mal de vivre che trova uno sbocco naturale nella violenza di un mondo violento. Cè ancora qualcuno che si fa illusioni che ladolescenza sia un tempo felice?
Edwin Hanratty ha tredici anni e ha appena iniziato la seconda media. Non si piace, come capita più o meno a tutti i ragazzini della sua età, è così magro che potrebbe tirarsi su i calzini fino al collo, non riesce a dormire, odia la televisione, fa a botte con i compagni, ha un solo amico, Roddy soprannominato Scheggia, ancora più confuso e infelice di lui. Ma Edwin ha anche una bella famiglia che si preoccupa per lui: un fratellino adorante, una mamma affettuosa, un padre che insegna alluniversità. Due genitori intelligenti che vengono convocati dal direttore per discutere del cattivo rendimento scolastico di Edwin e del suo comportamento, e cercare di aiutarlo. È la normalità di questa ambientazione che ci spaventa, la necessità di escludere che certe azioni estreme scaturiscano da mancanza di affetti e disagi famigliari; e levidenza spaventosa che qualcosa di simile potrebbe capitare in mezzo a noi, nella nostra famiglia. Nel progetto di Scheggia di avvelenare compagni e professori attraverso le tubature cè un desiderio di rivalsa, lidea che annientando un mondo ostile - perché né Edwin né Scheggia pensano ai compagni come individui - venga a finire anche lostilità nei loro confronti e, in qualche maniera poco chiara, si risolvano i loro problemi. Dopo aver deciso di usare le armi che appartengono al padre di Roddy, tutti i loro pensieri si focalizzano sugli aspetti pratici del piano, a partire da come usare le armi, come portarle fuori da casa e nasconderle a scuola, quando attuare il progetto - il momento ideale è unassemblea in palestra. Limmaginazione di Edwin e di Scheggia non va mai al "dopo" lesecuzione, si ferma allelaborazione dei dettagli del "prima" e al momento di inizio, quando tireranno il grilletto. E, quando tutto inizia, Edwin pensa solo che ha dimenticato di portarsi i tappi per le orecchie.
È attraverso la voce del tredicenne Edwin che lo scrittore americano Jim Shepard, lui stesso professore universitario, ci racconta la storia. Una voce che parla con le parole della sua età, che confessa quello che non sa del mondo degli adulti, quello che non capisce di se stesso, quello che non è capace di gestire - il particolare frustrante nella sua stupida banalità di non riuscire mai ad aprire il lucchetto dellarmadietto -, che a volte ci commuove, ci intenerisce, ci fa sentire impotenti nellincapacità di aiutarlo - quando si aggira insonne per casa, o si nasconde per piangere sotto il letto. E ancora di più alla fine, quando dice, "sono una casa bruciata dallinterno e crollata".
Marilia Piccone
www.indie-blog.com, 23.6.11 |
<<
<
VAI >
>>
|
Il fatto che Project X sia lunico libro di Jim Shepard tradotto in Italia, per di più da una piccola casa editrice di Padova Meridiano Zero , dovrebbe essere spunto e input per parecchie riflessioni. Ti viene da dire: ma comè possibile? Dave Eggers, eccellente autore e agente culturale tra i più fini, raffinati e provocatori dei nostri tempi, ha scritto di Shepard: "Speriamo che venga riconosciuto come merita. È uno dei migliori scrittori che abbiamo".
Project X è lelaborazione di una strage. Il fatto riporta subito alla mente un evento realmente accaduto che è il massacro del Columbine High School.
Edwin Hanratty è un ragazzino adolescente, incredibilmente intelligente, con una creatività e unirrequietezza fuori dal comune. A tratti, Edwin, sa essere anche dolce e sensibile come con il fratellino o con la madre, premurosa e apprensiva. Eppure, Edwin, a scuola è odiato da tutti. Tutti i giorni fa a botte e quando non fa a botte si infila in guai inestricabili. Ha un solo amico che chiama Scheggia, ancora più infelice e insoddisfatto. E allora in entrambi cresce quel disagio giovanile, tipico soprattutto delle comunità americane, che sfocia in unesplosione di rabbia incontrollato e apparentemente senza il minimo senso. Edwin e Scheggia ce lhanno con tutti, perché tutti ce lhanno con loro. È così che pensano a un piano. Un piano che vorrebbe portare tutti sullorlo del baratro e oltrepassarlo, compresi loro stessi. Ecco, detta così, può sembrare un libro "pesante" sui problemi dei giovani doggi. E invece no. Project X è un libro che fa ridere tantissimo, una scrittura caustica e penetrante. Dove il sarcasmo è miscelato al pensiero critico. E così sembra quasi che il piano folle e scriteriato sia lunica giusta soluzione. Un dentro o fuori apocalittico. Jim Shepard padroneggia perfettamente oltre che la lingua e lo stile, anche le ambientazioni e le situazioni descritte. Daltronde, lui, nei licei cha insegnato per decenni.
Jim Shepard è sicuramente tra i migliori autori americani, quelli di McSweeneys, che da anni sforna talenti e li esporta in tutto il mondo: oltre a Shepard, Jonathan Lethem, Zadie Smith, Aimee Bender
A questo punto non tocca che sperare in traduzioni degli altri libri di questo autore che, mi sento proprio di dirlo, è assolutamente stupefacente.
Ciruz
Non è soltanto per la libera circolazione delle armi: come Michael Moore insegna, la proporzione armi-abitanti di USA e Canada è estremamente simile, il numero annuo di cittadini massacrati per arma da fuoco ben distante. Non è nemmeno per via dei contrasti di una società multietnica, Inghilterra e Canada dimostrano il contrario; né per lesposizione catodica quotidiana a violenze e omicidi, perché allora in ogni nazione occidentale dovrebbero ripetersi fenomeni analoghi con simile periodicità. Non è una questione di benessere, perché gli assassini sono giovani piccolo o medio borghesi; né una questione domestica, perché spesso vivono nella classica famigliola americana. È forse una questione etnica, perché tendenzialmente sono bianchi, wasp. È forse una questione di anomia: Durkheim coniò il termine scrivendo il magistrale "Sociologia del suicidio" nel 1897. Rinfresco la memoria con qualche frammento: viatico a spiegarvi perché credo che il dramma degli School shooting sia, se non il primo, il più chiaro atto della corrosione interna degli Stati Uniti dAmerica.
Il suicidio anomico è il rovescio della medaglia del suicidio egoistico.
Non dipende da come gli individui entrano a far parte di una società: ma da come ne sono sottomessi. Dipende dal disordine della nostra società: non dalle crisi economiche o dalle fasi di recessione, ma più in generale dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dellequilibrio sociale. Da tutto quel che turba lordine collettivo. In sintesi: "il suicidio egoistico deriva dal fatto che gli uomini non trovano più una ragion dessere nella vita; il suicidio altruistico, dal fatto che questa ragione gli sembra al di fuori della stessa vita; il suicidio anomico, dal fatto che la loro attività non è più regolata, e ne soffrono".
Io credo che gli School shooting statunitensi corrispondano allintuizione di Durkheim, e che ne costituiscano al limite una sordida evoluzione: "ogni società, in ciascun momento della sua storia, ha una determinata tendenza al suicidio". Le ragioni per cui questi assassini, di norma suicidi, trascinino con sé il maggior numero di persone possibili sono diverse; penso a unautodistruzione concepita come nazionale, globale; a un ultimo, disperato tentativo di affermazione della negata identità, pure nellinfamia, considerando quanto spesso le biografie degli omicidi-suicidi rivelino nulla o mediocre integrazione nel tessuto scolastico, e non episodici fenomeni di bullismo alle spalle; penso alle micidiali nuove armi a disposizione, e in America facilmente reperibili da chiunque, a prezzo doccasione.
È evidente che, trattandosi di un fenomeno sino ad ora circoscritto a diverse aree suburbane o comunque periferiche degli States, ci sia da tenere presente un ruolo-chiave del fattore anomia: ecco una lontananza incolmabile dalle luci, dalla dorata plastica e dal tenore di vita delle grandi, irraggiungibili e vagheggiate metropoli; o forse una percezione miserabile del proprio presente e della consapevolezza dun esecrabile futuro, in quei piccoli e polverosi ghetti periferici; magari anche una distanza micidiale dalla depressiva propaganda politica statunitense; certo un rifiuto sdegnato di quel sistema, di quella società e non posso escluderlo della sua ormai secolare politica estera, omicida a livello planetario. Un popolo che, negli ultimi sessantanni, ha sulla coscienza i barbari massacri e le distruzioni di Dresda, Zara, Hiroshima, Nagasaki, Falluja non può non essere infestato dagli spettri.
Il fenomeno dei massacri nelle scuole esprime, infine e molto chiaramente, odio nei confronti dellistituzione scolastica americana: luogo delle stragi e della caotica (altra simbologia interessante) scelta delle vittime, docenti, impiegati o studenti che siano, sono aule e corridoi dove frustrazione, disperazione e risentimento dei non integrati si sono cristallizzati, negli anni, soffocandoli. Chiaro e logico che in una nazione dal grilletto facile certe pubbliche (auto)esecuzioni potrebbero avvenire in diversi e più popolosi contesti. Curiosamente, i giovani americani distruggono e si autodistruggono proprio in quelle scuole propagandate come splendido esempio di educazione completa, intellettuale e sportiva, con tanto di ambulatori, laboratori, mense e attività extracurricolari di ogni ordine e grado. Immagino significhi qualcosa: un numero superiore di morti, in contesti egualmente ritenuti sicuri e pacifici, avrebbe diversa risonanza mediatica. Sospendo queste riflessioni perché a questo punto siamo pronti a parlare del romanzo di Jim Shepard: in seguito, dedicherò una finestrella ai massmediologi apocalittici, che non possono non essere chiamati in causa, per via delle loro stravaganti supposizioni.
Project X, sesto romanzo del letterato americano Jim Shepard, classe 1956, riesce laddove aveva fallito Elephant di Gus Van Sant: non fa di tutta lerba un fascio, non mostra una generazione di giovani americani inebetiti dalla mensa scolastica e dalla televisione o dai videogame violenti, non nasconde lumanità e la sensibilità dei genitori dei ragazzi e le premure di parte del corpo docente, ben presente nellopera (gioverà ricordare che Shepard insegna, dal 1984, nel Williams College) senza caricature né facili macchiettismi. Racconta e spiega la genesi di una tragedia invitandoci a cercare, se non senso, almeno significati profondi e superficiali nelle sue dinamiche, analizzando il comportamento dei due giovani protagonisti, accompagnati nella loro quotidianità e nella loro intimità da una superba e credibile narrazione dialogica, tenuta viva dalla bella traduzione di Federica Alba.
Shepard rivela questa la mia impressione una notevole capacità di registrazione degli effetti, preferendo una minore indagine delle cause della decisione di massacrare studenti e docenti: punta, decisamente, sul senso di inadeguatezza e sulle complesse e intricate relazioni sociali dei due ragazzi, sui loro robusti silenzi di fronte alle domande genitoriali, sulle bugie e sulle risposte poco più che bisillabiche di fronte tanto ai complimenti quanto alle critiche dei docenti.
Mostra davere speranza separando la sorte del protagonista, lincerto e complessato Edwin, da quella del suo compare, il brutale Roddy detto Scheggia, che manda di fatto in porto la sua missione (auto)distruttiva. Suggerisce quindi che la paura può essere sintomo dintelligenza. Oppure, duna debolezza così grande da impedirti davere personalità anche quando hai deciso di perdere tutto. Sarei tentato di trascrivere le ultime battute del romanzo, ma per rispetto del lettore mi limito a suggerire una lettura ripetuta delle ultime cinque righe del libro.
Edwin ha in comune con diversi tra questi tristi killer delle scuole americane una situazione scolastica ed esistenziale traballante, a dispetto duna serena vita famigliare. Da un anno i suoi voti sono precipitati, inspiegabilmente; qualche docente lo stuzzica, invitandolo a essere meno tetro e depresso durante le lezioni. Intanto, non lega con nessuno se non con Scheggia (cfr. la notevole discussione sui gruppi nella scuola). Non frequenta attività extra-scolastiche, cerca di non mangiare niente a mensa, si mostra cinico e tira qualche battuta di troppo su Charles Manson. Spesso si ritrova a prendersi a cazzotti, e a prenderle, da qualche compagno. I suoi problemi comportamentali derivano anche da questo; nonché, pare di capire, dalla timidezza con le ragazzine, pure piuttosto desiderate.
Crede che la tv sia una malattia mentale tuttavia il suo amico mostra interesse per la reazione dei telegiornali dopo la notizia degli omicidi; in compenso, Edwin consulta spesso un libro sui serial killer, informandosi per bene su teorie e tecniche di distruzione di massa, e sulla personalità e sullestetica (!) degli assassini.
Edwin non fa sport, non ha amici, se ha interazioni coi coetanei è per pestarsi, con una o due eccezioni. Ha terrificanti emicranie e sprigiona, a ogni pagina, una solitudine e una coscienza del suo isolamento semplicemente abnormi.
Shepard vi guiderà nella sua anima: nella sua incerta adesione ai piani omicidi di Scheggia, prima davvelenamento poi di sterminio, e nella sua emozione di fronte ai complimenti per un bel disegno; nel suo amore per il fratellino, nella sua paura di tutto. È un viaggio che segna il lettore, umanizzando i responsabili di quelle stragi che vediamo, periodicamente, infestare i notiziari americani. Luomo nero è sempre più bianco. Come spesso è stato.
Ciò detto, auspicando di poter leggere altre opere duno scrittore che Dave Eggers considera tra i migliori contemporanei, passo ad esaminare rapidamente le conseguenze recenti delle apocalittiche letture popperiane dellinfluenza della tv sulle menti dei cittadini.
Scriveva Bosetti in "Dal villaggio allasilo dinfanzia (globale)", allinterno di Cattiva maestra televisione:
"Nomi come Paducah (Kentucky), Pearl (Mississippi), Stamps (Arkansas), Conyers (Georgia), Littleton (Colorado) evocano nella mente di qualunque americano lincubo di una violenza che esplode improvvisa tra i ragazzi, che sembra scaturire da una infanzia geneticamente modificata da menti perverse". Lelenco delle città è estremamente più esteso (per approfondire: "School shooting", con tanto di letteratura fiction e non fiction), ma vediamo dove si vuole andare a parare. Poco oltre, leggo: "I nostri bambini sono stati nutriti dichiarò Clinton il primo giugno del 1999 da una dose quotidiana tossica di violenza. Ed è una cosa che si vende bene. Ora, trentanni di studi hanno mostrato che questo desensibilizza i bambini alla violenza e alle sue conseguenze. Adesso sappiamo che al momento in cui un tipico ragazzo americano raggiunge letà di diciotto anni, ha visto 200mila scene di violenza, 40mila di omicidio (
). Studi dimostrano che il confine tra la violenza di fantasia e quella reale, che è una linea molto chiara per la maggior parte degli adulti, può diventare molto confusa per bambini vulnerabili (
)"; lex presidente concludeva alludendo a eventuali future limitazioni per il Primo Emendamento. Ci stiamo avvicinando ai veri responsabili dei massacri, tenetevi forte. Bosetti ricorda quel che ha insegnato lo psicologo Dave Grossman in Stop Teaching Our Kids to Kill: "lesercito degli Stati Uniti si addestra a sparare su simulatori che sono uguali, con piccole modifiche, al Super Nintendo che possiamo comprare a Natale per i ragazzi": questo spiega la mira infallibile di Michael Carneals, 14 anni, nella strage di Paducah (otto colpi tutti a segno; sulla base di quella distanza 7 yards un ufficiale medio della polizia colpisce una volta su cinque, in azione).
Bene. Per i massmediologi apocalittici, quindi, cè poco da inquietarsi: siamo tutti condizionati da film e videogames, è per colpa loro se in America cè chi massacra venti coetanei per volta, a scuola. Siccome la mia generazione sè addestrata a sparare ai nemici già ai tempi di "Operation Wolf", sul glorioso Commodore 64, adesso so che sapremo darci da fare in qualsiasi contesto bellico, figuriamoci con bersagli urlanti e semoventi come gli studenti impauriti. Le console si sono evolute, dai tempi dellIntellivision: con le Playstation gli sparatutto sono diventati un centro addestramento reclute. Avvertite Osama: potrebbe abbattere i costi.
Mi sembra superfluo ricordare che, in passato, simili e grottesche responsabilità vennero imputate alle opere letterarie, ai fumetti e a certi dischi (
), piazzati serenamente alla gogna.
Francamente, escludo che le simulazioni della realtà, siano essere la lettura, la visione di un film o linterazione con un videogioco, possano arrivare a sostituire lesperienza; escludo siano cause prime o cause uniche; escludo siano cause secondarie. Tendo a credere non siano nemmeno concause, a meno che i soggetti protagonisti non patiscano problemi complessi di personalità. E quale società, quale comunità non ha influenza chiara sulla personalità di un individuo? E quanta influenza ha la sua percezione di differenza, distacco o estraneità dalle norme e dalle leggi immutabili o quasi di quella società, e di quella comunità?
In sintesi: prima di definire Chuck Norris faccio per dire il padre dei massacratori nelle scuole, inviterei certi massmediologi a guardarsi la sua opera omnia. Le successive idee non potranno che essere diverse. Questo romanzo, intanto, si rivelerà interessante supporto. Questa è una previsione facile.
Gianfranco Franchi
il Mattino di Padova, 23.5.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Di fronte alle stragi scolastiche negli Stati Uniti ci si imbatte in un paradosso mediatico. Da un lato la loro frequenza ridimensiona lorrore; dallaltra ad ogni nuova replica si ripete, da parte di tutti, lo stupore e lo sgomento per ciò che è ritenuto in sé assurdo e imprevedibile. Ad uscire dal paradosso può aiutare un romanzo come Project X di Jim Shepard (Meridiano zero, Euro 12,50), autore americano di tutto rispetto, per la prima volta tradotto in italiano.
Nel suo libro Shepard racconta una cosa abbastanza banale, e cioè lisolamento di due adolescenti, il loro cantare sempre fuori dal coro, il loro sentirsi rifiutati, il loro cercar grane e trovarle, la loro inettitudine, la loro violenza repressa, lincomprensione dei genitori e degli insegnanti e così via. E vero che ciò che accade ad Edwin e Scheggia, i due protagonisti tredicenni, è più esasperato ed esasperante di quel che poteva accadere al giovane Holden, ma non è poi così distante, come non è distante da quanto succedeva anche in passato agli adolescenti, per esempio al giovane Torless di Musil, per andare a tuttaltro contesto. Insomma, cè in questa adolescenza turbata ed in qualche modo rubata unaria di famiglia, una sorta di normalità, che la letteratura ed il cinema hanno già raccontato, e che lambientazione in luoghi più anonimi e deprivati non cancella. Le piccole prepotenze, il raggrupparsi per banda, limporre a tutti uno stesso modo di vivere non sono dato sociologico esclusivamente americano e contemporaneo e il grande pregio di Jim Shepard è proprio di raccontarlo in questo modo, come una violenza in se orrenda, eppure banale, che Edwin e Scheggia subiscono, come gli adolescenti più fragili e riottosi hanno sempre subito. Bersagli inevitabili, in qualche modo: orgogliosi e deboli, capaci di farsi picchiare in silenzio, di farsi umiliare senza tirarsi indietro. Ed allora in qualche modo tutto ha il tono del racconto di formazione; ma qui sta lintuizione di Shepard, perché la formazione in realtà non avviene, ma è delegato ad una scorciatoia, che sono i fucili ed i mitragliatori con cui massacrare i compagni ostili.
Shepard racconta come i sogni sanguinari degli adolescenti frustrati escano dallirreale per diventare realtà concreta, urla e sangue. Ma senza perdere il loro status di sogni, senza perdere la loro banalità. Edwin e Scheggia vogliono distruggere un mondo ostile, non cè da stupirsi.
Lo stupore sta nel cortocircuito tra sogno e realtà, per cui lirrealtà della vita concreta consente la materialità dellomicidio, che perciò diventa insieme atto banale e incredibile. Così il libro nel suo scorrere quasi inevitabile, nel suo stile sostanzialmente neutro, racconta senza speranza di un America turbata e impotente, che può solo assistere ad un orrore che è tale proprio perché è semplicemente una possibilità come unaltra: i compagni ti odiano e tu spari.
Niccolò Menniti Ippolito
www.miserabili.com, 25.8.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
Intervista a Jim Shepard
Jim Shepard è un narratore straordinario, che merita in Italia unattenzione maggiore di quella riservatagli finora. A mio parere, il suo racconto Tedford e il Megalodon, che apre La super raccolta di storie di avventura, curata da Chabon per McSweeneys di Eggers, è il punto più alto dellintera antologia. La sua raccolta Love and Hydrogen (di cui un racconto, Mortalità dei genitori, tradotto dal sottoscritto, apparirà in Italia sul prossimo numero della rivista Carmilla), restituisce alla narrativa contemporanea un autentico maestro della narrazione breve. Nosferatu in love, lincredibile romanzo che stravolge il lettore nel fare esplodere la vita misteriosa di Murnau, sarà prossimamente pubblicato per Mondadori. Project X, sorta di Elephant narrativo, è il suo ultimo libro: una catabasi negli abissi del male in cui si agitano le fantasie degli adolescenti americani. Su questultimo romanzo, pubblico unintervista a Shepard.
La strage di Columbine potrebbe apparire come il referente più immediato per approcciare Project X, ma è anche vero che lalienazione che tratteggi nel romanzo dovrebbe risuonare familiare anche a lettori meno giovani, che ricordino i periodi trascorsi nelle scuole superiori. Quanto è sottile la linea che separa Columbine dalla vita nelle scuole di decenni prima?
In effetti Project X si basa più sulla mia esperienza scolastica che sulle ricerche effettuate sopra la strage di Columbine. Il livello dellalienazione e del disagio e della disperazione che ho sperimentato al liceo rivaleggia, se non surclassa, ciò che ho immaginato sia successo a Columbine. Le nostre superiori traboccano di ragazzi le cui fantasie sono estremamente sedotte da quelle di Klebold e Harris, i killer di Columbine. Penso che diversi tipi di fattori debbano interlacciarsi per dare vita a incidenti come quello di Columbine: determinate modalità di alienazione, determinate tipologie di isolamento, accesso allacquisto di armi automatiche, e così via. Il che, fortunatamente, accade molto di rado.
Come hanno reagito alla tua presenza i ragazzi delle scuole in cui hai effettuato le ricerche per il tuo libro?
Per i primi dieci minuti del primo giorno in cui mi presentavo nel liceo costituivo lunica fonte di attrazione. Poi la maggior parte dei ragazzi si scordava del tutto di me.
Ci sono state reazioni da parte degli insegnanti al ritratto devastante che fai del mondo della scuola?
Gli insegnanti hanno reagito in modi molto diversi. Hanno tutti apprezzato il tentativo di non giudicare né condannare nessuno degli attori, individuali o di gruppo, che determinano le scelte e i comportamenti dei ragazzi. Alcuni docenti, però, sono rimasti molto feriti dalla rappresentazione che ho dato del disastro del sistema educativo americano. Cè stata addirittura uninsegnante che mi ha detto di avere insegnato in un liceo dove regnava una gerarchia ancora più violenta e mostruosa di quella che ho descritto nel libro, e che includeva per esempio le gang che, in Project X, non appaiono.
Hai un figlio che ha letà del protagonista del romanzo. Come ti senti allidea che legga il libro?
Fortunatamente mio figlio è ancora troppo piccolo per andare al liceo, ha soltanto dodici anni. Mentre spero che non partecipi mai a violenze simili a quelle che ho rappresentato, credo che però possa trarre un vantaggio dal leggere dellintensità dellinfelicità e del disagio di cui ho scritto. Se non servirà a rassicurarlo, confido che almeno possa insegnargli fino a che punto i suoi coetanei possono sentirsi male in maniera apocalittica.
Come sei riuscito a trovare la voce per questo romanzo? Quando ti sei convinto che la voce era quella più giusta?
Proprio la voce è ciò che ha dato inizio al libro, allintero progetto. E sempre così, inizia sempre con la voce di qualcuno che mi parla da dentro. Una commistione instabile tra ciò che sono io, ciò che sono stato e ciò che immagino. In questo caso, il narratore mi è apparso come uno più adulto e alienato del protagonista di un racconto in Love and Hydrogen, "Tracimi lanima tua sulla mia infame dannazione". E quando questa voce ha iniziato a dettare in maniera immediata e potente dove e come dovevo muovermi - ecco, quello è stato il momento in cui mi è stato chiaro che avevo trovato il narratore del mio nuovo romanzo.
Giuseppe Genna
www.motortravel.info, settembre 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Potente, questo romanzo di Jim Shepard (Meridiano Zero, p. 216, Euro 12,50). Narra, in prima persona, della vita di 2 amici statunitensi alla soglia delladolescenza, Edwin e Roddy, detto Scheggia.
Chi ci parla è Edwin, e la realtà che ci descrive è anodinamente terrificante: Scheggia è il suo unico amico ed entrambi condividono lo stesso destino di reietti a scuola e di incompresi e non inseriti in famiglia. Nasce in loro però lidea di un progetto che li farà di certo ricordare, e a lungo, in una personalissima interpretazione della strage di Columbine, magistralmente documentata anche da Michael Moore.
La scelta della narrazione in prima persona è quanto mai congeniale al genere di storia esposta, e viene portata avanti con coerenza e anche con una certa maestria. Attraverso gli occhi disincantati, se non addirittura già cinici, di Edwin, assistiamo alla necrosi di un mondo dove ormai nemmeno più la forma ha senso, dove nelle relazioni interpersonali la sopraffazione e la violenza sono elementi inevitabili, se non costitutivi, dove anche i legami familiari sono supposti e non costruiti, consolidati e sorretti da una profonda conoscenza e da voglia di condivisione.
In un contesto sociale e umano così disciolto e lacerato, il progetto di Edwin e Scheggia è, se non giustificabile, almeno comprensibile: in un sistema in cui nessun valore è rispettato nemmeno nominalmente, in cui le persone che stanno intorno ai due ragazzi si dividono, nella parole di Scheggia, in "quelli che non sanno niente di noi, e quelli che non ne vogliono sapere", la loro azione, in sé estrema, perde la sua gravità per la mancanza assoluta del benché minimo modello di riferimento.
Il loro gesto forse è una forma, violenta e radicale, di vagito, di sanguigna richiesta di esistenza.
Shepard maneggia una materia incandescente e spinosissima con una delicatezza ed una padronanza veramente ammirevoli, assumendo il punto di vista -spaventosamente- neutro del protagonista, amplificando così ulteriormente leffetto di vuoto centripeto sottostante tutto il romanzo, di "casa bruciata dallinterno e crollata", come efficacemente conclude il protagonista/narratore in chiusura.
Un (altro) ritratto di unAmerica in cui il disagio e la mancanza di punti di riferimento è un pericolo maggiore di qualsiasi forza terroristica.
Maurizio Marenghi
la Repubblica, 28.6.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Project X di Jim Shepard è la storia di due ragazzi difficili che vanno a scuola in un paesino della provincia americana. Come dicono loro, tutti sono divisi in gruppi partendo dagli sportivi, che stanno in cima alla scala sociale e poi giù, passando dai tossici, fino agli asociali e ai disadattati. Il loro gruppo è ancora più in giù ed è formato solo da loro due. Il padre di uno dei due ha un sacco di armi in casa e lo capisci subito che finiranno per fare un macello tipo Columbine, ma la bellezza del libro sta tutta nella psicologia di uno dei ragazzi, che viene scandagliata a fondo. E poi, comunque, non finisce come ti aspetti.
Carlo Lucarelli
Rumore, luglio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
"Tutti fanno parte di un gruppo. Gli appassionati di sport, quelli che organizzano gare di beneficenza (
), i ragazzi che suonano in una band. Poi ci sono i cosiddetti artisti, quelli che fanno teatro, i contestatori, i tossici. Poi quelli che non nota nessuno. Poi gli sbandati, gli sfigati, i ritardati e i menomati(
). E alla fine ci siamo noi. Nel nostro gruppo siamo solo in due".
Agghiacciante, nella dissonante armonia del suo stile asciutto ed essenziale, Jim Shepard affresca con la lucida narrazione degna di un kineocchio semovente, alla Gus Van Sant di Elephant o a la Columbine di Moore tanto per non sfocare di molto lobbiettivo, la strage a colpi di mitra perpetrata da due ragazzi di seconda media durante unassemblea scolastica affollatissima dagli altri ovvero di tutti quelli che fanno parte di un gruppo. Edwin io narrante e lamico Scheggia attraversano un universo scolastico (Testadicazzo, Tawanda, Michelle, le ragazze, quelli di terza, Budzinski, Salsiccia, Hermie) edificato su uno stillicidio quotidiano di risse, insulti, minacce, meschinità bieche e misere come solo gli adolescenti sanno apparecchiare fra di loro. Una weltanshuung spietata sul mondo degli adulti: con genitori distratti e insegnanti che minimizzano segnali inquietanti o esasperano soluzioni radicali con provvedimenti pedagogici avanguardisti. La strage diviene quindi un gioco, un rituale di sopravvivenza, una sfida per sovvertire quel Sistema huxleyano. È proprio questo il tema: lesclusione fisiologica dei propri figli da una società degli adulti intesi come scuola, patria und famiglia che sopporta senza comprendere, mendica palliativi di libertà per poi reprimere creatività, strumentalizza talenti per poi abbandonarli alla vita sociale. Edwin e Scheggia non ascoltano musica, ma un CD di discorsi famosi, Adolf H.? Nessuno sembra ascoltare Edwin e le urla silenziose che si disperdono come lacrime ardenti sotto il letto di camera sua, rimbombando nellemicrania che gli seziona il cranio lungo i viottoli della scuola e nei suoi corridoi bianchi. Una struttura scarna attorno ad una scrittura isterica costruita su infiniti dialoghi e monologhi interiori capaci di schiudere incubi reconditi e placidi tran-tran provinciali interrotti per sempre dallorrore che ha il suo climax nellansimare di Edwin, nel sinistro scricchiolio della sicura di un Kalashnikov che si libera, nei primi fiotti di sangue che chiazzano grembiuli candidi di adolescenza interrotta.
Domenico Mungo
tuttolibri, 16.4.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Così fanno strage i giovani Holden
Project X di Jim Shepard: i colpi di fucile di due ragazzi devastano unassemblea scolastica, gli adulti si nascondono in un collettivo "noi non sapevamo".
Se il romanzo di Scurati [cfr. altra recensione di Pent] si apre su unipotesi da scongiurare a ogni costo coi residui del comune buon senso sociale sopravvissuto in un mondo dove lunico Verbo sembra quello delle tavole della legge televisiva, è altresì vero che lAmerica convive da tempo con ondate di cronaca truculente che hanno al centro del contesto stragi perpetrate da studenti nella propria scuola. I giovani Holden degli anni recenti preferiscono risolvere il problema distruggendolo anziché creare i presuppostiper una generazione di nuovi ribelli capaci di pensare e rovesciare le sorti di una società ricca ma deleteria. Nelle scuole pubbliche americane lironia finisce sul foro duscita delle armi da fuoco, la realtà è un urlo feroce in cui non trovano spazio dialoghi, sedute di gruppo, psicologi delletà evolutiva e predicatori vaganti in tv. Gli adolescenti torbidi e inquieti dei romanzi di Donna Tartt, Jonathan Lethem, Jack Allen o Dave Eggers, senza arrivare agli eccessi di J.T. Leroy, sono figli di una struttura sociale che li sopporta ma non li sostiene, li lascia liberi ma non sa porre limiti, li strumentalizza e poi li abbandona.
Project X di Jim Shepard rappresenta in qualche modo lantefatto americano al romanzo di Scurati: finisce là dove laltro inizia, con la strage a colpi di fucile perpetrata da due ragazzi di seconda media durante unassemblea scolastica. Lorrore gronda nelle tragiche pagine finali, ma le perplessità e la carica esplosiva percorrono il romanzo in una escalation di indifferenza e superficialità dietro le quali le nuove generazioni sembrano nascondersi in un collettivo "noi non sapevamp" che sta diventando il luogo comune della frivolezza occidentale. I rituali sono quelli consueti della letteratura dedicata agli adolescenti, dalle battaglie dei Ragazzi della via Paal in poi: cambia la struttura, si evolvono le modalità verso una maturità apparente che società e famiglia richiedono ai giovani senza adeguate motivazioni. Lio narrante e lamico Scheggia scivolano invisibili in un mondo di rivalse scolastiche consuete ma rinvigorite da una volontà di estremizzazione corporale: botte, insulti, minacce, strafottenze che travalicano il comune senso della normalità, con genitori e insegnanti che pensano di risolvere il problema attraverso amichevoli mediazioni. Anche lidea della strage è un gioco, un rituale di sopravvivenza, una sfida per vedere cosa può cambiare sconvolgendo il Sistema.
Letà del pericolo è sempre più aspra da controllare, ma nel romanzo di Shepard asciutto, ruspante, isterico prevale, in tono più disimpegnato, la stessa suoneria dallarme che fa vibrare il testo di Scurati: se i giovani doggi sono a rischio, spesso succede perché mancano i riferimenti. Realtà e finzione sono lo specchio di una stessa, collettiva assenza di voci adulte che sappiano chiarire le priorità psicologiche e sociali di una crescita serena ed equilibrata.
Sergio Pent
LUnità, settembre 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
|