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Chiamate a freddo
Jason Starr


Buscadero
www.lettera.com
libri.forumcommunity.net


Buscadero n.214, giugno 2000

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Nato a Brooklyn, Jason Starr, trentacinque anni, un’università lasciata alle spalle (per fortuna) e un passato prossimo di sceneggiatore in compagnie teatrali underground è l’autore del sorprendente Chiamate a freddo, uno dei romanzi più interessanti degli ultimi tempi. L’atmosfera è noir, cupissima, pesante, ma non si tratta semplicemente di un thriller o di un poliziesco, sebbene ci siano elementi che lo lasciano pensare, non ultime le influenze dichiarate dallo stesso Jason Starr: James Cain, Elmore Leonard e Cornell Woolrich sono le letture che l’hanno sempre affascinato ed inevitabilmente Chiamate a freddo ne subisce l’influsso, soprattutto nella costruzione di una New York che sembra perdersi nel bianco e nero degli anni Quaranta. La trama, invece, si svolge in tempi attuali e le scenografie sono claustrofobiche: gli interni di un ufficio di telemarketing, le carrozze della metropolitana, un appartamento troppo piccolo a cinque rampe di scale di distanza dal marciapiede. E’ questo il territorio in cui si muove il protagonista principale del romanzo, Bill Moss, che, lasciando perdere ogni eufemismo, è un gran figlio di puttana: moralista e depravato fino alla schizofrenia, arrampicatore sociale, mentitore innato è un folle disperato incastrato in una città più grande delle sue illusioni. O forse è un normalissimo travet del telemarketing che considera valide tutte le opzioni (compreso l’omicidio) pur di far carriera e di mantenere in piedi il suo castello di deviazioni mentali. Qualcuno l’ha paragonato ad American Psycho di Bret Easton Ellis, e per certi versi ci siamo, ma qui c’è qualcosa di più: Jason Starr non ha bisogno di descrivere torture o versare litri di sangue per raccontare una violenza che è endemica alle metropoli. Punta tutto sui dialoghi, che sono taglienti e inquietanti e sui geometrici spostamenti di Bill Moss, che sembra seguire un percorso già stabilito dalla sua follia. Da pendolare per lavoro, diventa viaggiatore per omicidio dentro una New York spettrale, anonima e livida come le acque dell’Hudson, ma dove sembra che tutti sanno tutto di tutti. Bill Moss non sfugge a questa regola e Chiamate a freddo, nella traduzione di Fabio Zucchella, pagina dopo pagina matura una tensione assurda che esplode in un finale senza alcuna traccia di speranza. Duro, spietato, forse fin troppo realistico: a doppio taglio, perché Chiamate a freddo non è per niente consolatorio, evita qualsiasi morale e lascia al lettore lo spazio ideale per trovare un posto tanto al Bill Moss delle prime pagine, quanto a quello dell’epilogo. Pochi e del tutto relativi i difetti: qualche lungaggine, qualche ripetizione che comunque non intaccano il ritmo che è da hard boiled school anche se qui i gangster sembrano le persone più normali e i poliziotti arrivano soltanto quanto tutto è ormai finito.

Marco Denti


www.lettera.com, 30.10.03

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Da pendolare per lavoro, Bill Moss diventa viaggiatore per omicidio dentro una New York spettrale, anonima e livida come le acque dell’Hudson. Pagina dopo pagina matura una tensione assurda che esplode in un finale senza alcuna traccia di speranza.

Chiamate a freddo: in linea da New York

Lei mi mette in una situazione molto difficile, Bill. Posso darle un’altra possibilità e lasciarla tornare al lavoro, oppure le posso dire di andarsene fuori dalle scatole. Se non riesce a darmi una buona ragione per continuare a tenerla, ho paura che dovrà procedere con il piano B.

L’atmosfera di Chiamate a freddo è noir, cupissima, pesante, ma non si tratta semplicemente di un thriller o di un poliziesco sebbene l’ambientazione, una New York che sembra perdersi nel bianco e nero degli anni Quaranta riporti proprio a quei temi. Al contrario la trama si svolge in tempi attuali e le scenografie sono claustrofobiche: gli interni di un ufficio di telemarketing, le carrozze della metropolitana, un appartamento troppo piccolo a cinque rampe di scale di distanza dal marciapiede. E’ questo il territorio in cui si muove il protagonista principale del romanzo, Bill Moss, che, lasciando perdere ogni eufemismo, è un gran figlio di puttana: moralista e depravato fino alla schizofrenia, arrampicatore sociale, mentitore innato è un folle disperato incastrato in una città più grande delle sue illusioni. O forse è un normalissimo travet del telemarketing che considera valide tutte le opzioni (compreso l’omicidio) pur di far carriera e di mantenere in piedi il suo castello di deviazioni mentali. Qualcuno l’ha paragonato ad American Psycho di Bret Easton Ellis, e per certi versi ci siamo, ma qui c’è qualcosa di più: Jason Starr non ha bisogno di descrivere torture o versare litri di sangue per raccontare una violenza che è endemica alle metropoli. Punta tutto sui dialoghi, che sono taglienti e inquietanti e sui geometrici spostamenti di Bill Moss, che sembra seguire un percorso già stabilito dalla sua follia. Duro, spietato, forse fin troppo realistico: a doppio taglio, perché Chiamate a freddo non è per niente consolatorio, evita qualsiasi morale e lascia al lettore lo spazio ideale per trovare un posto tanto al Bill Moss delle prime pagine, quanto a quello dell’epilogo. Pochi e del tutto relativi i difetti: qualche lungaggine, qualche ripetizione che comunque non intaccano il ritmo che è da hard boiled school anche se qui i gangster sembrano le persone più normali e i poliziotti arrivano soltanto quanto tutto è ormai finito.

Marco Denti


libri.forumcommunity.net, 27.7.09

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Interessante esordio letterario, nel 2000, di Jason Starr, nel solco dei grandi autori del noir "metropolitano" alla Cain, dove sembra che pagine comunque piacevoli narrino di quotidianità e vicissitudini familiari e lavorative, come un qualsiasi romanzo di provincia, quasi come tutto fosse racchiuso in quella nicchia.
Finché non accade l’evento tragico che porta la narrazione ad accelerare e a farsi serrata: l’inquietudine del protagonista ci viene con bravura trasmessa fin sotto la pelle, mentre gli eventi che seguivano un placido alveo vengono stravolti e centrifugati fino a decretare la sparizione di ogni appiglio salvifico.
Interessante anche l’ambientazione, una societˆ di telemarketing, con le sue gerarchie e la spietatezza ed insensibilitˆ verso i dipendenti, ultime ruote del carro, non dissimile dagli scenari raccontati in alcuni film sui precari che lavorano per le compagnie telefoniche di casa nostra.
Una voce nuova nell’hard boiled, che merita esser seguita.

Hitman