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Cattivi pensieri a Manhattan
Jason Starr


Bresciaoggi
il manifesto
Pulp
www.unibocconi.it


Bresciaoggi, 25.1.07

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Il patologico è entrato far parte della quotidianità in modo così capillare che non riusciamo più a distinguerlo, tanto è incistato nella normalità. È una sorta di virus silenzioso che si acquatta nella coscienza e ne smantella gli anticorpi. I personaggi di Jason Starr sono "mostri" di basso profilo, uomini senza qualità, inetti mai sfiorati da una misura di grandezza purchessia, che sembrano usciti dalle pagine di Camus più che di Musil, volti tra la folla, che vivono vite apparentemente tranquille, covando il loro intimissimo arsenale di criminalità dormiente. Figure dall’elettrocardiogramma piatto che, anche quando compiono il più feroce dei delitti (Piccoli delitti del cazzo è emblematicamente uno dei titoli dello scrittore americano), agiscono come se si trattasse di una prassi ordinaria. Insospettabili e letali, campioni spaventosi di una normalità che incuba dentro il gesto estremo.
Richie Segal, il protagonista di Cattivi pensieri a Manhattan, è un commerciale di successo che lavora un’azienda di software. Orari abitudinari, appartamento in affitto, economia domestica controllata, cenette etniche take away, una moglie da amare senza troppi impegni sentimentali. Un giorno però Richie incontra casualmente per strada Micheal Rudnick, un vecchio conoscente che riporta a galla una pagina dolorosa, un trauma rimosso della sua infanzia. Da quel momento Richie non può più essere lo stesso. Una enorme falla ha incrinato la grigia razionalità della sua esistenza e da quella crepa erompono fuori i fantasmi rabbiosi di un’antica vergogna. Tutto incomincia a precipitare: il lavoro va male, i colleghi sono infidi, le relazioni sociali diventano impossibili, l’autostima decresce e alcuni dubbi incominciano a rodere il suo cervello: forse le cene, cui partecipa sempre più spesso la moglie, non sono "d’affari"? Cosa è accaduto veramente tra lui e Rudnick? Quale onta, quali violazioni si nascondono nel suo passato? Questo rimane il nodo da risolvere. Richie si sveglia ogni notte con gli incubi e i sudori freddi e allora decide di reagire, ma il suo senso di giustizia è solo il gorgo di una follia che non concede riscatto né catarsi. Il viaggio nell’abisso è senza biglietto di ritorno.
Jason Starr, di cui avevamo letto poco più di un anno fa Niente di personale, è un maestro del noir. Scrittura asciutta, scavo del cupo vuoto morale della contemporaneità, analisi sarcastica del darwinismo competitivo e alienante della società newyorchese, tutti intrighi aziendali e business, in cui gli individui sono solo nella misura in cui producono. Numeri del profitto e non persone.

Nino Dolfo


il manifesto, 1.6.06

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Jason Starr, il cuore tenebroso della Grande Mela

Ci dispiace che Richard Segal faccia una brutta fine. Va bene che abbiamo di fronte un noir ed è destino codificato nel genere che il protagonista finisca male, ma a Richie avremmo augurato un destino diverso. Forse perché avrebbe potuto salvarsi, avrebbe potuto non essere così sicuro dei suoi pregiudizi, avrebbe anche potuto ammazzare Michael Rudnick, ora avvocato di successo che da ragazzino l’aveva violentato, ma non farsi fregare da quello anche dopo morto. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Sta tutta qui l’essenza del noir come genere. La sua capacità di colpirci e di sconvolgerci. La sua capacità di essere rivoluzionario nella più assoluta reazionarietà. E Jason Starr, in Cattivi pensieri a Manhattan (Meridiano Zero, 248 p., Euro 13,50) ce ne da un esempio contemporaneo che non soffre il confronto con un qualsiasi Jim Thompson.
Il protagonista del romanzo è Richie, un venditore di una ditta di servizi informatici assillato da una parte dal capo e dai colleghi perché da quando è stato assunto mesi prima non ha ancora chiuso un contratto e dall’altro dalla moglie impiegata di successo e neopromossa e – la cosa peggiore – retribuita meglio di lui. Il che per un certo verso va bene, dato che la vita a Manhattan è cara e l’appartamento acquistato rischia di rivelarsi un cattivo affare, specialmente se si decidesse di avere figli e di rivenderlo per andare ad abitare in una più rilassata periferia; ma d’altra parte la cosa ferisce l’ego maschilista di Richie nonostante la "politically correctness" gli impedisca di dar fiato al suo ego. Ma le cose rimosse s’ingigantiscono e così Richie vede nei suoi reconditi pensieri la promozione della moglie come il risultato di un intenso lavoro di relazioni pubbliche di natura sessuale della stessa.
In questa già non semplice situazione s’inserisce la ricomparsa, sulla scena della vita di Richie, di Michael Rudnick. Michael ai tempi dell’adolescenza era un amico di Richie, di qualche anno più grande, che l’aveva violentato nella propria cantina dopo averlo invitato ad una partita di ping-pong. L’episodio che era stato rimosso dalla memoria ritorna a farsi strada dopo un incontro fortuito per le strade di Manhattan fino a che Richie si autoconvince che è Rudnick e la sua ricomparsa ad essere responsabile di tutte le sue traversie che lentamente lo stanno portando verso il licenziamento ed il divorzio. Di fronte a queste prospettive la risposta di Richie è fredda e netta. La vendetta: far pagare a Rudnick il fio per le traversie passate e quelle presenti, ed ucciderlo. Dunque lo segue e mentre torna a casa lo blocca in un parcheggio di periferia e lo uccide a coltellate nell’inguine. Tutto sembra tornare alla normalità, anzi: i rapporti con la moglie si riaccendono, il lavoro riparte a gonfie vele con una serie record di contratti firmati da suoi clienti e in vista si profila non il licenziamento ma una promozione che rimetta in pari i rapporti di forza economici all’interno della famiglia e apra le prospettive per un suo allargamento numerico. In realtà a mettere in crisi il quadro non è tanto la polizia che sospetta di Richie ma non ha in mano elementi concreti, né i rivali al lavoro che devono masticare amaro di fronte ai suoi successi. La prima causa della caduta di Richie è Richie stesso che si lascia andare ai dubbi, alle paure, al disordine, all’alcol. Ecco allora che se l’assassinio di Rudnick poteva essere giustificato come vendetta e giustizia a posteriori, non può essere perdonata la mancanza di fiducia di Richie nei confronti della moglie, il dubbio che lo rode che lei possa preferirgli colleghi ed amici. Ed eccolo allora arrivare alla fine con noi lettori ancora più angosciati di lui per il suo ormai inevitabile destino.
Un grazie, in conclusione, a Jason Starr per averci mostrato quanto ancor oggi può essere noir il cuore della Grande Mela.

Francesco Mazzetta


Pulp, mar/apr 2006

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Leggere "Jason Starr" è un’ esperienza. Appagante quanto un episodico "ritorno" a un luogo dove, più di ogni altro, ci sentiamo a casa. La fedeltà ad una trama costruita con l’ efficace materiale di sempre, l’evolversi di situazioni che si infrangono regolarmente contro la ruvida parete delle stesse coste, e il tracollare lento e inevitabile dei protagonisti, sono la struttura paesaggistica che vive e ci attende in ogni suo romanzo.
In Cattivi pensieri a Manhattan vediamo un uomo che arranca per mantenere il posto di lavoro e seppur sfiorando più di una volta il licenziamento per inettitudine, riesce gradualmente a farsi rispettare. Ma questo ambiguo individuo è pesantemente oberato da ossessivi problemi personali, quindi le radici della sua esistenza non si trasformano in fondamenta e, non essendo cardine, non riescono a sostenerlo.
L’incontro casuale con un ex amico d’infanzia porta alla luce dei ricordi lesivi, immagini che fino a quel preciso istante se ne stavano nascoste nell’ oscuro meccanismo di difesa della sua coscienza. La moglie pare segretamente impegnata in una relazione extraconiugale e quella realtà che sembrava finalmente girare per il verso giusto, si incrina, come una lastra con crepe fittissime che impediscono allo sguardo di vedere oltre. E lui, già pericolosamente incline alla nevrosi, si scava lentamente la fossa, dapprima affogando i dispiaceri nell’alcool, lasciando la propria vendetta libera di colpire poi. Si perde in un convulso tentativo di andare allo sbaraglio e, artefice del proprio destino , cade, vittima degli eventi che ad ogni mossa rispondono con un perverso librarsi di lame.
Molto vicino a Chiamate a freddo, quest’ultima preziosa acrobazia letteraria di Starr mantiene la carica autentica e impaziente che contraddistingue il fascino di un ottimo romanzo noir da quelle infelici parodie delle quali, purtroppo, sono zeppi gli scaffali.
Le intenzioni dello scrittore si fondono docili sotto la sua penna e crude nelle pagine, inserendosi perfettamente nell’inquietudine e nella tensione di un’ineluttabilità ironica e feroce.
Il ritmo narrativo incalza tenendo passo ai peccati, alle mille morti sognate e a quelle inflitte, si fa frenetico, occupa tutto il campo, sfilacciando il disegno di una vita che forse poteva essere perfetta.

Patrizia Burra


www.efiles.unibocconi.it

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Tinte noir e ambientazioni economico finanziarie avvolgono Richie Segal, protagonista sull’orlo di una crisi di nervi nella Grande mela di Jason Starr

Jason Starr è una delle voci più interessanti di tutto il panorama noir a stelle e strisce. E nonostante sia fuggito a gambe levate dal suo corso di laurea in Economia, è uno di quelli che, quando scrive, presta sempre una certa attenzione al mondo degli affari e del business. Forse semplicemente perché i suoi romanzi non sanno prescindere dalle atmosfere della Grande Mela, ma sembra anche che la vita e gli intrighi aziendali sappiano solleticare al meglio le sue corde. Cupe, ovviamente.
E se poco più di un anno fa, in Niente di personale, i protagonisti erano uno squattrinato scommettitore, un pubblicitario di successo e la paura che stava scompaginando le loro vite, il plot di questo suo nuovo Cattivi pensieri a Manhattan sembra partire più o meno dalle stesse angosce. Solo che le paure qui si chiamano dubbi.
Quelli di Richie Segal, commerciale di successo in una grossa azienda di software, che da quando ha rivisto per strada un vecchio conoscente non riesce più a essere se stesso. La sua distrazione e la sua inettitutine lo portano più volte a un passo dal licenziamento e, addirittura, dal convincimento di meritarsi di perdere il posto e di essere un fallito a tutti gli effetti. Perché le incertezze non riguardano solo il lavoro, e anche le continue cene fuori di sua moglie diventano, nella sua testa, il preludio di un crollo definitivo.
Ma cos’era accaduto tra lui e questo tale Rudnick, vent’anni prima? Questo lo si scopre solo andando avanti col romanzo. Ma è certo che Richie, da quando l’ha rivisto, si sveglia ogni notte in preda agli incubi peggiori, e che, dopo lo sbandamento iniziale, il suo unico pensiero è di risolvere la questione una volta per tutte. In modo eccessivamente sbrigativo, forse.
Perché è vero che poi ritrova il suo stile vincente e un buon successo di vendite, ma non si sarebbe mai aspettato che il suo gesto potesse avere delle conseguenze inquietanti come quelle con cui, da qui in avanti, dovrà fare i conti.

Matteo Tosi