La Domenica di Vicenza, 27.3.10 |
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Rime corsare per un bucaniere della poesia.
Con questa sorta di auto-epigrafe in quarta di copertina Antonio Stefani firma il suo nuovo libro che contiene almeno due elementi nuovissimi nella sua pur svariatissima gamma di prodotto. Si tratta di un libro vero, che supera le 170 pagine, contraddicendo perfino ruvidamente le misure "tocca e vai" più familiari e solite al nostro.
Il secondo elemento di forte novità è dovuto al genere della pubblicazione: non frutto del consueto lavoro volontario in proprio, ma operazione editoriale in piena regola. Tanto che il libro edito da Meridiano Zero, casa padovana pensata e creata da un vicentino doc, Marco Vicentini, ex Pigafetta di altri anni è già sugli scaffali, in vendita. Come si addice a una cosa seria. Qui finiscono le grandi novità perché, detto che la veste editoriale e lelaborazione che ne è scaturita hanno generato uno schema ordinato di una produzione che non si era mai posta lobiettivo dellordine in sé, quel che emerge da queste pagine è la straordinaria vena di Stefani. La solita, che non si stanca e che ad ogni chiamata di appello risponde con la freschezza e la genialità di sempre.
Critico, umorista, sicuramente poeta vero, Antonio Stefani ha seminato lungo il suo percorso mille chicche da ricordare: la traduzione in dialetto dei blues di Robert Johnson, la serie incredibilmente estesa di librettini sulle parole in libertà dei politici. E poi quella Cartolina da Venezia che sta alla città serenissima esattamente come sta a Genova la Genova per noi di Paolo Conte. Uno straniero che parla di altro, di un orizzonte non suo, ma ne parla come nessuno ne ha mai parlato. E ora Stefani si produce in I blues del quartiere. È unaltra prova dautore, di un linguaggio e di una sensibilità inconsueti ai lustrini volgari e deleteri del mondo che vediamo. Una cosa che, tanto per cambiare, ci piace moltissimo.
E si scomoda Massimo Bubola per spiegare i perché
Le storie della canzone dautore tramandano una preferenza spiccata di tale De Andrè per tale Bubola. Altri anni, ma un collegamento che permane, specie se si pensa che proprio Massimo Bubola se ne va in giro a concertare i versi intramontabili di Fabrizio. Ecco, proprio Massimo Bubola, abile disegnatore di parole che sono ricami, oltre che di arrangiamenti musicali, si scomoda e si avventura in un ruolo che forse non gli è immediatamente congeniale, quello dellintroduttore di un libro. Si avventura perché di Stefani è amico e perché non da oggi, come leggerete qui di seguito, apprezza opere e toni.
Questo scritto di Bubola è peraltro la ciliegina sulla torta. Allergico alle accademie di qualsivoglia genere e latitudine, Massimo parla di Antonio come di un poeta alieno ai binari dellimmagine del poeta, come di uno che mette le mani dappertutto e ne tira fuori magia pura senza le riserve codarde di quelli che le mani hanno paura di sporcarsele. È una bellissima introduzione e la citiamo integralmente proprio perché una volta letta lultima parola non ci si scappa: non resta che aprire il libro e immergersi nelle sue poesie.
Ecco che cosa scrive Massimo Bubola: «Quando incontro qualche illustre poeta italiano (in genere i più giovani vanno per i sessanta), per una specie di tic e di scommessa personale il mio sguardo va subito alle scarpe e quasi sempre, mi spiace dirlo, rimango deluso. Sono sovente scarpe ovvie, senza personalità, elegantucce; spesso mocassini marroncini oppure, se in occasioni pubbliche, convenzionali scarpette nere con lacci. Non mi è mai successo di vedere ai loro piedi degli stivali. Stivali di cuoio o di gomma. Stivali da moto o messicani. Stivali lisci o ricamati. Stivali di coccodrillo verde o di pitone giallo. Con borchie cromate o punte dacciaio o speroni dargento.
Ho rivisto laltro giorno, cercando nella mia libreria, nella parte di salice dedicata alla poesia, la foto di copertina di una raccolta di scritti del poeta canadese Leonard Cohen e mi sono fermato sul suo familiare sorriso appena accennato nella luce meridiana. Portava con disinvoltura un elegante completo blu da dandy italiano e soprattutto degli stivali da cow booy neri con le gambe incrociate, appoggiandosi con nonchalance al parapetto del fiume.
È come se i nostri poeti non avessero navigato oceani di poesia contemporanea, poesia elettrica, poesia psichedelica, poesia underground, poesia da strada londinese, poesia da strada irlandese, poesia tex mex. È come se nel loro spesso obsoleto e grigio sperimentalismo, poco eroico e poco erotico, tutta questa pioggia non li avesse nemmeno sfiorati né schizzati del suo splendido fango fluorescente. Le loro metafore, i loro ossimori, non conoscono il tempo del blues, del rocknroll, delle punk ballads. Il ritmo sincopato del rhytm&blues, del soul e del funky, gli organi Hammond con amplificatore Leslie e i testi retti, ruvidi e visionari di tutte le Pietre rotolanti, delle risse alcoliche e delle sbronze acronime da mettere su carta magari sporca di senape, magari sporca di sangue, magari sporca di musica.
La poetica di Antonio Stefani invece ha sempre gli stivali. Lucidi di gustose metafore, squisiti ossimori e spassose allitterazioni, eppure sporchi di polvere, fango, pomeriggi lenti, alghe e catrame. I tacchi degli stivali consumati dal battere sul pavimento il tempo di musiche e visioni che gli sono familiari e al contempo magneticamente oscure. Le punte degli stessi lise nel suo vagare errabondo di concerto in concerto, di locale e teatro e stadio e piazza dei miracoli dove avviene la musica e con essa tanta poesia clandestina e unofficial.
Ogni volta che incontro Antonio Stefani, di cui tra laltro non sono gemello per pochi giorni, me lo immagino sempre ragazzo. Compagno di banco gentile, allegro, leale e vivace. Mite e un po teppista, come diciamo noi veneti na bronsa coerta, una brace coperta. La sua velocità mentale profuma sempre di un sottile humour surreale, lirico e popolaresco, dimostra che la capacità di osservazione e di prender la mira, di cogliere il paradosso e il particolare sia nelle persone sia nelle cose che sfuggono ai più, hanno lo stesso principio nel poeta e nellumorista, dipende da come lo si vuole convogliare. Antonio sembra volare a zig zag tra i due versanti della sierra continuando a sfornare parole elettroacustiche che contengono al loro interno una ritmica, contrabbasso e una batteria. Il diletto e il pregio della poetica di Antonio sono questo suo caracollare tra la realtà vista da una lente puntata verso il cielo e un cannocchiale caleidoscopico rivolto verso la terra, ma sarebbe meglio aggiungere anche il manico di una chitarra Fender Telecaster con un pennino puntato sulle stelle viventi e cadenti, con un piccolo aereo sul quale, a cavalcioni, volare»._
Giulio Ardinghi
il Giornale di Vicenza, 11.3.10 |
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Stefani, la poetica del rasoterra vola in teneri sogni.
Dentro una città che svuota la vita degli individui non si ferma la ricerca di angoli di stupore e di improvvise apparizioni magiche "Eppure tra questi fuochi di periferia / capannoni cantieri centri commerciali / eppure con un minimo di buona volontà / trascorrerà la vertigine ancora / dellora primaverile / quando aria e velluto / hanno lo stesso profumo."
Questi versi, tratti da I blues del quartiere (Meridiano zero, 176 pagine, 12 euro), nuova raccolta di poesie del vicentino Antonio Stefani, storica firma del nostro giornale, riassumono perfettamente i due poli che sorreggono il libro.
Da una parte emerge limmagine di una ronzante "città alveare", invasa dal catrame, intossicata dai gas di scarico, stregata da sirene artificiali, che svuota la vita degli individui riducendola ad una sequenza di azioni usurate come si può leggere in questi versi tratti da "Pop song": "Ci attende lagenda del presente / farcita di post-it continuamente / che contempla in sequenza / miraggi dautolavaggi / la provvista degli ortaggi / i salmi e le palme / i conti correnti / ore straordinarie / ore da contratto / il rispetto allo Stato malgrado / ogni tassa pagata malgrado".
Dallaltra parte però lio lirico non si fa azzerare da questo inautentico grigiore e cerca continuamente angoli di stupore, attimi di impreviste epifanie, perché anche la tenebra più nera / ha unaureola di chiaro.
Si può così trovare lincanto in una rosa silenziosa "oltre laiuola intossicata", in unindisponente Venezia che, nonostante sia diventata un brulicante bazar, sa ancora commuovere, in un assolato paesaggio marino, o in una sorta di sogno ad occhi aperti, nel quale possono materializzarsi fedeli compagni di viaggio che rendono più luminosa lesistenza: "Ma giusto alluscita qua sotto / allangolo dove si piazza / Bob Dylan Thomas a cantare / Mister Gershwin, suonami un clacson / maestro Mozart, invitami a cena / Tommy Eliot, serviamoci un tè / Lenny Cohen, one more drink / vecchio Pound".
Esistono poi dei luoghi magici come il teatro o lo stadio. Questultimo, ad esempio, diventa uno spazio fuori dal tempo, allinterno del quale si celebra una sorta di rito pagano capace di ridare forza epica alla vita. Unintera sezione della raccolta, Lerba morsa, è dedicata appunto al gioco del calcio e allo spettacolo domenicale che, nonostante gli sponsor, "i prezzi dei biglietti / gli oltraggi degli ingaggi / le vergogne sui muri / bagliori di guerriglia" è ancora in grado di meravigliare con il suo "chiasso orchestrale" che "sa di cicche e panini / di sbadigli e lattine / di linee contese di branchi impazziti / tra attacchi e difese".
I testi che compongono I blues del quartiere prediligono una poetica del rasoterra, ben ancorata alla concretezza e alla quotidianità dellesistenza, che ricorda per molti aspetti poeti crepuscolari come Gozzano, esplicitamente citato in Marina, o Govoni. Illuminanti risultano questi versi tratti dalla poesia Minore, nella quale si nota anche una delle tecniche più usate da Stefani, ovvero il serrato accumulo di immagini che testimoniano la multiforme varietà della realtà: "Non sogno paradisi / al mistico Graal preferisco / questo caffè autostradale / questa famiglia in pizzeria / le chips di hamburgeria / i dischi la libreria / chiedo di stare dabbasso / se posso, se mè concesso". Massimo Bubola, nella prefazione, parla di una poetica con gli stivali, colta e raffinata, ma nello stesso tempo capace di navigare negli oceani della poesia contemporanea e di immergere i suoi tacchi nella polvere e nel fango. I versi di Stefani mostrano infatti una voracità che non accetta ammuffiti limiti e che non fa distinzione tra alto e basso, tanto nei modelli, quanto nei contenuti, perché lautore sa che "liquida è la cifra della vita" e che si può scrutare luniverso anche nelle aiuole. Per quanto riguarda i numerosi riferimenti musicali sparsi a piene mani fin dal titolo, essi non devono ingannarci: i testi della raccolta non sono canzoni che attendono una musica, ma poesie già dotate di una sottile, spesso ironica e surreale cantabilità, ottenuta grazie ad un dettato mosso e incalzante e ad un sapiente e insistito intarsio sonoro, fatto soprattutto di rime, assonanze, allitterazioni e paronomasie.
Fabio Giaretta
www.vicenzapiu.com, 8.4.10 |
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Allalba lavoro per il Signore / al tramonto lo posso tradire. E ancora: questo è il patto di ogni giornata / e del mio dovere mi onoro.
Questi versi sono di Antonio Stefani, compaiono nel breve componimento che apre la sua nuova raccolta di poesie, I blues del quartiere, recentemente pubblicata da Meridiano zero. Non è un caso che lautore abbia scelto di iniziare proprio con una poesia che è una dichiarazione dintenti e insieme unassunzione di responsabilità.
Perché proprio da questa assunzione di responsabilità nascono questi blues di Stefani che in forma di poesie e poemetti rintracciano valori la famiglia, il lavoro, il ruolo dellarte utili a non smarrire la bussola tra disincanto e speranza, realtà e fantasia, rinnovando un atto di fiducia nei confronti della vita, nella convinzione che essa sia sempre e comunque degna di essere conosciuta e agita fino in fondo, fonte comè di doni incommensurabili: alcuni miracolosamente spontanei, altri da conquistare col sacrificio, limpegno, la fatica quotidiana.
La profondità dei temi trattati non impedisce però ad Antonio Stefani di mantenere uno stile lieve, spiccatamente musicale, un ritmo "cantabile" dove linquietudine trova modo di stemperarsi nellironia e nella tenerezza, offrendo una visione del mondo contemporaneo dove ogni sentimento trova adeguata cittadinanza.
Antonio Stefani presenterà venerdì 9 aprile alle ore 21,00 alla libreria Galla (in corso Palladio 11 a Vicenza, con ingresso libero) i suoi blues del quartiere. Per rendere memorabile lincontro ha chiamato alcuni amici: ci saranno il critico Marco Cavalli che nei panni di mossiere avrà il ruolo di dare inizio alla serata, Stefano Ferrio avrà invece il compito non facile di dare voce alle poesie di Stefani. Alla chitarra di Alcide Ronzani è affidato il compito di contrappuntare le letture; una chitarra quanto mai appropriata per accompagnare e commentare le poesie di Stefani, così intrise della cultura musicale dellautore e modulate sullandamento lento ma pronto ad accelerare in improvvise frenesie e inquietudini tipico della musica blues.
Ed è proprio sulla struttura fortemente ritmata, sul "suono rock" di questo mondo poetico, del tutto alieno dalle convenzioni dei salotti letterari, che insiste Massimo Bubola, uno dei maestri della canzone dautore in Italia, firmando la splendida introduzione al volume. Rivelandone a suo tempo loriginalità, il critico Giorgio Bàrberi Squarotti ne ha posto in luce la caratteristica orchestrazione "fra registrazioni di eventi, frammenti di pensieri, scatti di umore, intermittenze del cuore, senso del gioco" riconoscendovi "un impasto sapiente, dosato con efficacia ed eleganza di scrittura". Mentre lindimenticabile Mario Rigoni Stern ha avuto modo di affermare che Stefani merita un posto "nello scaffale dei poeti veri".
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