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Lo stagno delle gambusie
Enrico Unterholzner


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cinemadadenuncia.splinder.com, 4.12.09

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L’irreprensibile informatico Geremia ha una doppia vita, quella pubblica e quella privata: al lavoro è puntuale, schivo e scrupoloso, tra le mura amiche del suo appartamento e durante le fugaci escursioni al parco dà invece libero sfogo alla sua immaginazione e al suo temperamento fantasioso. Geremia si trasforma allora in Parmio, cerimoniere di riti segreti compiuti in presenza delle adorate creature Silfantea e Pamella, compagne di giochi domestici che celano significati divinatori. Un teatro intimo in cui si giocano le sorti delle loro vite.
Romanzo d’esordio di Enrico Unterholzner, ingegnere meccanico che si occupa di formazione professionale, Lo stagno delle gambusie è una delicata miniatura in bilico tra il quotidiano e il surreale, la routine e l’alienazione, il giubilo e l’ossessione. Scandite in 17 capitoli, le sue 155 pagine sbozzano il ritratto di un uomo di mezza età scisso tra corpo e mente: la massa corpulenta di Geremia (centosette chili) contrasta col carattere etereo di Parmio, avatar bonario in cui l’irreprensibile informatico di un’azienda di prodotti alimentari si identifica non appena varcata la soglia di casa. La burbera riservatezza dell’impiegato trascolora nella premurosa amorevolezza del cerimoniere domestico che ricopre di mille attenzioni le preziose Silfantea e Pamella e che si dedica con slancio a riti ludici portatori di segnali divini.
Quella vissuta da Geremia è una separazione così profonda e discriminante da dividere nettamente il mondo in due: "Due linee irregolari avevano preso a muoversi e allungarsi fino a ritrovare ciascuna il suo inizio. Avevano formato due spazi. Uno conteneva le banalità terrene, i vincoli quotidiani, la volgarità degli uomini, i gatti, le mamme; l’altra lo spirito, il pensiero etereo, le rondini, le gambusie". Nella sfera intima della sua esistenza tutto cambia, tutto palpita: il linguaggio si carica di sfumature carezzevoli e icastiche, i giochi di matrice infantile prendono la lettera maiuscola del rito, i sensi si acuiscono fino a diventare rivelatori di vita. Ma è pur sempre un mondo in equilibrio precario e costretto a difendersi dalle insidie esterne, pericoli imminenti che trapelano dall’eventuale fallimento di una delle sacralità.
Unterholzner padroneggia egregiamente la materia che manipola, organizzandola secondo un disegno compositivo di grande sicurezza: linearità cronologica fino al quinto capitolo e poi frequenti salti all’indietro nel passato di Geremia (ai più importanti dei quali sono consacrati intere sezioni). Punteggiato da misurate ellissi, lo zigzag è tuttavia condotto senza strappi e produce un effetto di temporalità frequentativa, ciclica, come se le svolte e le rivelazioni collocate nel tempo si disponessero naturalmente in un percorso ineluttabile, iscritto da sempre nella logica delle cose. Un fluire ininterrotto e interiorizzato che, sfiorando la dimensione atemporale della fiaba, fa della reiterazione il sigillo sacro sulla realtà: "Contando le ripetizioni si era accorto che la verità si consolidava sorprendentemente alla quinta ripetizione".
Il punto di vista del romanzo entra ed esce di continuo dalla testa del protagonista. La narrazione in terza persona rende questo movimento morbido e quasi impalpabile, riproducendo per via stilistica le distorsioni ottiche e sensoriali di Geremia/Parmio, che soprattutto nella seconda metà del libro, complici le generose aspersioni di ammoniaca e aceto, sprofonda in un vortice dalle parvenze allucinatorie. Ed è qui che Lo stagno delle gambusie deflette dalle atmosfere gioconde della prima parte per assumere sfumature di stampo quasi fantascientifico. Vite rimaste congelate in qualche parte dell’universo, il vuoto assoluto che apre un varco tra il nulla e l’esistere, il pensiero che crea luce, forma e sostanza: per un momento si ha l’impressione che Calvino e Buzzati incontrino Gibson e Dick in una scrittura che non è né morale né amorale, ma, più volubilmente, umorale.

Alessandro Baratti


www.collacolla.com, 8.5.10

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Tra i libri usciti negli ultimi mesi, Lo stagno delle gambusie di Enrico Unterholzner (Meridiano zero) e Altri giorni, altri alberi di Paolo Caredda (Isbn) sono probabilmente i più singolari. In un momento in cui l’attenzione degli scrittori italiani sembra tutta indirizzata verso il recupero di una memoria storica ancor più che verso saghe familiari e rivisitazioni dell’infanzia, romanzi come quelli di Unterholzner e Caredda destano simpatia e curiosità fin dalla seconda di copertina. Da un lato c’è Geremia, uomo schivo, apparentemente come tanti, sempre ansioso di rintanarsi dietro l’uscio di casa per abbracciare le sue uniche compagne di vita Pamella e Silfantea: una trottola di legno e una zuccheriera della metà del Novecento proveniente da Limoges. Dall’altro c’è una Genova teatro di violenti scontri tra alberi di Natale, ciascuno rappresentante di un quartiere diverso: si sprecano i riferimenti a L’uomo tigre, Ken il guerriero, Tim Burton, Boris Vian. Entrambi i romanzi presentano protagonisti in attesa, impotenti, totalmente in balìa del destino e della natura. Se di Altri giorni, altri alberi c’è senz’altro da sottolineare il coraggio di Caredda, ma anche una narrazione che perde troppo presto di vista il lettore, abbandonandolo a se stesso in mezzo a una trama caotica e a personaggi appena caratterizzati, il discorso per Lo stagno delle gambusie è ben diverso. La bizzarria dell’idea di fondo viene bilanciata da una struttura lineare, da una scrittura secca e precisa. Unterholzner riesce a portare avanti la propria storia servendosi solo di un personaggio: Geremia. Lo fa lavorando minuziosamente proprio sulla caratterizzazione, sui tic e sulle paure, opponendo al mondo reale la costruzione del mondo interiore del protagonista. Un mondo fatto di strambi gesti quotidiani che meritano almeno qualche accenno. Si passa dalla CORRIDOIATA (una corsa sfrenata lungo il corridoio dell’appartamento fino alla finestra aperta del bagno; obiettivo: riuscire a frenare prima di superare col naso il limite della finestra), alla SPARGICOCCOLA (consiste nello spalmare dolcemente una crema sulla zuccheriera Silfantea e dell’olio sulla trottola Pamella), alla PERLUSTRATA (tour della casa strisciando sul pavimento e tenendo in mano le due compagne di vita), a PENZOLASOLDATO (sorta di slalom in mezzo a soldatini attaccati da un filo al soffitto).
Un "circolo di sacralità" ognuna con uno scopo ben preciso. Così, la CORRIDOIATA diventa un mezzo per capire se le divinità sono favorevoli, un insuccesso di PENZOLASOLDATO è il segnale che forze o entità nemiche intendono mettere in pericolo le sue compagne, la SPARGICOCCOLA è un rito propiziatorio della serenità familiare, la PERLUSTRATA rivela qualcosa del futuro.
Geremia sa che Pamella e Silfantea sono vive. Sa che la loro vita è messa in pericolo da un nemico ancora invisibile ma estremamente pericoloso. E sa che la sua missione è quella di proteggerle. Da chi, lui e il lettore lo scopriranno poco alla volta.
Enrico Unterholzner esordisce con un romanzo che, al di là dell’essere riuscito sotto ogni punto di vista, possiede il raro pregio di distinguersi rispetto alle migliaia di titoli ammassati sugli scaffali delle librerie.

Francesco Sparacino


D, Repubblica delle donne, 12.12.09

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L’uomo che amava le cose
Parmio, personaggio nato da una penna vibrante e delicata, dedica ogni sforzo a una trottola di legno colorata e a una paffuta zuccheriera di Limoges, amandole senza riserve, coccolandole, viziandole, stringendole a sé. Sono la cosa più importante che ha, come una moglie e una figlia le cui anime sono in trappolate nella materia degli oggetti. Informatico preciso e laborioso, riservato e silenzioso, non sopporta di intravedere la sua sagoma grassoccia nelle vetrine dei negozi e detesta le mamme impiccione che lo osservano indagatrici, proprio come era solita fare la sua. Ma il suo olfatto fine sa riconoscere la vita che pulsa negli atomi immobili proprio come avverte il maligno nascosto nel pelo dei gatti e in qualsiasi impercettibile alterazione dell’ambiente circostante. E la sua ritualità ossessiva, fatta di piccoli gesti e ripetizioni, è l’unico modo che ha per proteggere le volubili compagne, pure e aggraziate, lontane dalIa grettezza che si apre oltre la sagoma del suo zerbino. Enrico Unterholzner – ingegnere esordiente dalla fantasia fiabesca – tratteggia così, con tenerezza e ironia, un uomo/bambino che ama gli inni chiassosi e scoppiettanti di Wagner e Strauss ed è affascinato dalla tempra delle gambusie, pesciolini capaci di adattarsi a qualsiasi ambiente e temperatura, magia della natura sconosciuta ai più.

Carlotta Vissani


www.federicasgaggio.it

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Opera dagli accenti surrealisti e allegorici, questo breve e complesso romanzo racconta la vita marginale di Geremia, e del suo percorso quotidiano fatto di piccole cose e di rituali. Un libro ascrivibile al fantastico, agile, con una copertina che rapina gli occhi e una storia che sembra quella di un moderno "visconte dimezzato" nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Un romanzo dolce, squinternato, deliziosamente scritto.

Federica Sgaggio


Film TV

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L’irreprensibile informatico Geremia ha una doppia vita, quella pubblica e quella privata: al lavoro è puntuale, schivo e scrupoloso, tra le mura amiche del suo appartamento e durante le fugaci escursioni al parco dà invece libero sfogo alla sua immaginazione e al suo temperamento fantasioso. Geremia si trasforma allora in Parmio, cerimoniere di riti segreti compiuti in presenza delle adorate creature Silfantea e Pamella, compagne di giochi domestici che celano significati divinatori. Un teatro intimo in cui si giocano le sorti delle loro vite.
Romanzo d’esordio di Enrico Unterholzner, ingegnere meccanico che si occupa di formazione professionale, Lo stagno delle gambusie è una delicata miniatura in bilico tra il quotidiano e il surreale, la routine e l’alienazione, il giubilo e l’ossessione. Scandite in 17 capitoli, le sue 155 pagine sbozzano il ritratto di un uomo di mezza età scisso tra corpo e mente: la massa corpulenta di Geremia (centosette chili) contrasta col carattere etereo di Parmio, avatar bonario in cui l’irreprensibile informatico di un’azienda di prodotti alimentari si identifica non appena varcata la soglia di casa. La burbera riservatezza dell’impiegato trascolora nella premurosa amorevolezza del cerimoniere domestico che ricopre di mille attenzioni le preziose Silfantea e Pamella e che si dedica con slancio a riti ludici portatori di segnali divini.

Joseba


www.giudiziouniversale.it, 13.1.10

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Dottor Geremia e Mister Parmio
Nel romanzo del giovane Unterholzner un irreprensibile informatico tra le mura di casa coltiva una vita segreta, in cui anche gli oggetti hanno un’anima

Lo stagno delle gambusie di Enrico Unterholzner ha una partenza innocua, un po’ alla fastidioso mondo di Amelie, un po’ eleganza del riccio al maschile, insomma l’idea del diverso che cela un universo: c’è un tenero signore, grasso e solitario, che sembra possedere in segreto una attitudine speciale a riconoscere le voci nascoste nella natura banale, nei voli delle rondini, nella vita segreta di un acquitrino, nelle prosaiche e misconosciute gambusie (pesciolini di acqua dolce), perfino negli oggetti quotidiani che accompagnano la sua apparentemente quieta esistenza cittadina.
Col procedere del racconto però la prosa, pur non abbandonando mai il tono lieve e poetico, introduce elementi di sempre maggiore surrealtà; la bizzarria minimalista si trasforma malinconicamente in ossessione; eravamo in un bozzetto favolistico e ci sembra di scivolare nella psichiatria. Geremia, informatico goffo, diffidente e irreprensibile sul lavoro, varcata la soglia di casa si trasforma in Parmio, creatore ed eroe combattente di un mondo nel quale gli oggetti hanno un’anima e le cose emanano odori rivelatori di presenze. In casa Parmio ha un piccolo paradiso tutto personale, confortato da due misteriose presenze femminili con le quali gingillarsi. Ha una missione Parmio: difendere l’effimera esistenza delle sue compagne da improbabili minacce di mamme impiccione, di gatti maligni, di fantasmi in arrivo dal suo passato di bambino complicato; allora gesti semplici si trasformano in giochi, poi in rituali, i quali a loro volta acquistano la sacralità di buffe cerimonie dal significato magico e religioso.
Nel chiuso delle sue stanze Parmio è un naufrago aggrappato a pochi simulacri di un mondo da cui è escluso, in rapporto ai quali è costretto a scatenare una immaginazione abnorme, consolatoria in partenza, ma devastante alla lunga.
Non si riesce a ridere di questa bizzarra fragilità, né si può prenderne le distanze (chi non si è scoperto imbarazzato di se stesso, davanti alla partecipazione emotiva suscitata dalla scena della perdita e del ritrovamento di Wilson, l’amico faccia-di-palla del film Cast away?). La fiaba di Unterholzner inquieta e insinua una lieve angoscia su quanto accada davvero dietro le porte chiuse delle persone sole o degli anziani che abbiamo abbandonato, dentro le case dove le abitudini diventano progressivamente irrinunciabili quanto inspiegabili assilli, le foto e i santini parlano, gli angoli sono altari ammuffiti.
C’è pure, però, molto forte tra le righe della storia la suggestione che l’ingenuità di Parmio, la sua immaginifica fantasia e i suoi deliranti autoconvincimenti siano una rappresentazione in miniatura di un meccanismo autodistruttivo sempre in agguato nelle collettività. Non sappiamo se fosse nelle intenzioni dell’autore fare della filosofia politica, non sappiamo se le venature religiose dei riti domestici di Parmio siano volutamente eco di deliri collettivi che a volte nella storia si impossessano di gruppi sociali e religiosi o di intere nazioni: tuttavia, se si volesse giocare al gioco delle vicinanze e dei richiami, se si volesse trovare per questo breve romanzo d’esordio il posto giusto nello scaffale ideale, probabilmente è dalle parti di Orwell e Calvino che bisognerebbe fare spazio.

Lorenza Trai


biogiannozzi.splinder.com, 30.1.10

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Romanzo calviniano o disneyano! È lo stagno delle gambusie
Chi di noi non ha una doppia vita? Domanda retorica, tutti hanno almeno due personalità, una da mostrare in pubblico, l’altra invece più intima ed ascosa, destinata ad essere conosciuta da pochi o da nessuno. Enrico Unterholzner ci consegna un romanzo breve con un protagonista e il suo alter ego: Geremia, peritoso impiegato, e Parmio, cavaliere donchisciottesco. Geremia è un colletto bianco, o per essere più precisi un impiegatuccio come milioni ce ne sono al mondo: non bello, non intelligente, di nessuna virtù, impacciato, rancoroso ma pavido. È uno che odia gli specchi. Che odia la sua immagine riflessa in uno specchio, e per questo motivo evita di passare davanti alle vetrine dei negozi, di guardarsi in un lago e in ogni caso di incontrare qualsiasi superficie riflettente. Geremia non sopporta d’avere a che fare con la sua immagine corporea riflessa. Essa gli è nemica. Non sopporta quello che il suo riflesso gli potrebbe trasmettere: la sua anima, che è grassa, perché Geremia è un ciccione a tutto tondo e anche la sua anima è obesa e claustrofobica per giunta. La seconda personalità di questo omarino, tecnico informatico nella vita di tutti i giorni, si rivela nella solitudine del suo appartamento ceduto a una immaginazione surreale, un po’ disneyana un po’ favolistica. Nell’intimità del suo alloggio Geremia diventa Parmio, una sorta di semidio, una scolta e non da ultimo un guerriero il cui compito è di difendere i suoi amori, oggetti come una teiera e una trottola che nella mente ipertrofica e manicheistica sono degli Dèi buoni. Parmio (Geremia) si è assunto il compito di difendere i suoi Dèi: non può farne a meno, perché per lui e lui soltanto, essi sono la Luce, la bellezza e la purezza del mondo, o meglio del suo microcosmo solipsistico.
Scritto in maniera egregia, Lo stagno delle gambusie di Enrico Unterholzner, lo si potrebbe credere un romanzo calviniano: è invece più corretto dire che trattasi di una storia disneyana, piuttosto divertente. Una prova non male per un autore esordiente, che si è messo alla prova scrivendo un romanzo difficile da mettere nero su bianco, anche per il più navigato degli scrittori.

Giuseppe Iannozzi


www.lankelot.eu, 17.12.09

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Geremia è all’apparenza uno dei tanti uomini soli e grigiastri che incrociamo quotidianamente per strada o al supermercato. Malgrado la fisicità invadente (centosette chili) la sua preoccupazione è restare invisibile. Non ama gli specchi per strada, non ama stare in mezzo alla gente e assolutamente odia che qualcuno si impicci delle sue cose. Fa l’informatico e nel suo lavoro è inappuntabile, puntuale, preciso, scrupoloso. Non ti aspetteresti nessuno slancio da uno così.
Ma quando Geremia torna a casa è capace di grandi amori e di miracoli. C’è un regno, una terra di scontri e di battaglie nel suo appartamento. C’è, perché lui l’ha chiamato alla vita. Ci sono due bellissime creature da difendere, ci sono armi e nemici letali. Varcata la soglia di casa Geremia diventa Parmio e Parmio è a capo di un fortino che protegge le vite fragili di Silfantea e Pamella, a qualunque prezzo.
Nel mondo non si fida del prossimo, non vuole nemmeno un contatto con il prossimo. Detesta soprattutto le mamme. "Santa Matrice in Fiore! Le mamme! Perché non si ficcano gli occhi nelle mannagge loro? Sono le peggiori… ecco cosa sono. Curiosone e impiccione. Ma quand’è che pensano ai figli?". Maledice con rabbia il giorno che gli dei hanno infilato mamme dappertutto.
"Le mamme, va detto, sono spesso racchiuse in un universo pratico, fatto di convinzioni che rispondono a esigenze pragmatiche"; l’universo di Parmio, invece, è di altra natura.
Fin da bambino, man mano che la sua strana e ipersensibile personalità prendeva forma, Geremia ha capito che il mondo è manicheisticamente divisibile in due spazi. Uno spazio buono e uno meramente materico. Lo spazio buono è quello dove un uomo come lui può seguire la sua vera natura e compiere a pieno la sua missione di amante e protettore, in questo spazio ci sono gli astratti disegni geometrici che tracciano in aria le rondini, ci sono pesciolini umili e tenaci come le gambusie, le carezze lievi di sua zia, la bellezza palpitante delle cose che gli altri trovano inanimate, come l’erba. Nello spazio cattivo c’è la soffocante invasività delle mamme, il chiasso volgare dei colleghi boccacceschi, il caos, il nonsense, i gatti. I gatti anche sono peggio delle mamme, egoisti, lascivi, pigri. Non basteranno mai i metodi per liberarsi dei gatti, i gatti attirano verso un mondo sbagliato. Il mondo giusto segue precise leggi divine, è perscrutabile. I gatti sono creature che passano dal mondo materiale a quello immateriale senza leggi. Per fortuna odiano l’ammoniaca, il limone, l’aceto e l’aspirapolvere.
Lo stagno delle gambusie si muove su un piano surreale, basta adottare il punto di vista di Parmio e sarà chiaro che c’è il modo di comunicare logicamente e sensatamente con gli dei. Gli dei parlano continuamente dei loro progetti, ne hanno bisogno. Il trucco sta nel saper interpretare.
All’individuo sciocco la vita sembra in mano al caso, ma in realtà è precisa come un orologio e attendibile come un grosso oracolo. Tutti abbiamo dei nemici, degli amori da proteggere, dei segreti che danno un senso a ogni giornata. La messa in scena di una battaglia quotidiana spetta a tutti. Mille rituali ci confortano, dalle piccole cose, come l’abbigliamento che ci fa sentire autorevoli, ai metodi palesemente stupidi come la lettura degli oroscopi. Tutti viaggiamo giorno dopo giorno armati delle nostre spade giocattolo. Convinti che se non camminiamo sulle mattonelle nere la giornata andrà bene, se non scordiamo l’ombrello aperto sul letto il fulmine non ci prenderà.
Chi siano le creature amate da Parmio non ve lo possiamo dire perché, a meno che non entriate in casa sua, Parmio ci tiene che non sappiate nulla di lui. È per questo che quando durante una delle sue epiche battaglie viene ferito al viso, il giorno dopo a lavoro si butta ad armeggiare sotto la scrivania non appena un collega entra nel suo ufficio. Non può farsi scoprire. Non si fida. Soprattutto se siete delle mamme.

Valentina Petracchi


lideablog.wordpress.com, 18.11.09

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Un consiglio: se siete intenzionati a comprare questo libro segnatevi o ricordatevi il titolo, Lo stagno delle gambusie e la casa editrice, altrimenti rischiereste d’essere mandati a cagare dal vostro libraio di fiducia nel momento in cui gli direte il cognome, difficilissimo, del suo autore, qui all’esordio. Francamente non ho ben capito la trama del libro, vi suggerisco di leggervela per conto vostro sul sito della Meridiano Zero. Perché lo leggerò? Perché mi fido ciecamente di una casa editrice che negli ultimi anni ha proposto, in rigoroso ordine alfabetico: Marco Archetti (ora Feltrinelli), Andrej Longo (ora Adelphi), Claudio Morici (ora Bompiani), Angelo Petrella (ora Garzanti). Evidentemente questi ci prendono spesso sulle nuove proposte, voi che dite?

Andrea Pelfini


il Mattino di Padova
la Nuova di Venezia e Mestre
la Tribuna di Treviso
, 14.1.10

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Geremia, una vita parallela nel paradosso
Presto per dire se si tratti di una svolta o di un caso, ma certo gli ultimi due libri pubblicati da autori veneti sembrano delineare un mutamento di prospettiva, di sguardo narrativo. Come già in Tanatoparty di Laura Liberale, anche in Lo stagno delle gambusie (Meridiano zero, 12 euro) del padovano Enrico Unterholzner (nella foto qui a fianco) la realtà viene disarticolata, metaforizzata. E tende a trasformarsi un una sorta di favola nera, che si svolge in un mondo claustrofobico, privo di una identità riconoscibile. Certo i toni ed i temi sono diversi, ma c'è in entrambi i libri il tentativo di cercare un punto di vista alternativo per il racconto, un guardare al mondo spostando il centro della visione, tanto da sfiorare il grottesco, anche se in realtà questo non viene mai realmente toccato. Geremia, il protagonista di Lo stagno delle gambusie è un informatico, proprio come Enrico Unterholzner, ma è soprattutto un uomo solo, che cerca di fronteggiare l'esistenza, di darle un senso, circondandosi di regole. Potrebbe venire in mente Calvino, oppure Perec, ma in questo caso la logica combinatoria non appartiene alla poetica del romanzo, ma al disagio del protagonista, che ha continuamente bisogno di trovare segni in ciò che lo circonda e di leggerli dando loro un senso. Nella sua solitudine costruisce un mondo intero, in cui tutto deve stare al suo posto, in cui ogni spazio è accuratamente regolato, anche quello riservato allo sfogo vitalistico. Così dentro la vita di normale impiegato si insedia un'altra vita, a suo modo completa, ma totalmente altra, perché basta un lieve spostamento del punto di vista perché tutto cambi. Anzi sembra essere proprio questa la scommessa del libro: mettere un personaggio dentro una normalità deviata, per vedere fino a che punto il mondo che riesce a costruire non collide con l'altro. Certo il caso qui è estremo, sfocia nel paradosso, ma quello che interessa ad Unterholzner sembra essere il meccanismo, la capacità cioè di costruire mondi a partire da segni per poi fissarli in modo che diano stabilità di fronte alla vita, al dolore. Ed in questo, forse, Geremia non è troppo diverso dagli altri nel suo cercare di costruire affetti, relazioni, nel suo chiedere certezze nei segni degli Dei. Vero, un pelo di gatto può rovesciare la fragilità del suo mondo popolato di rondini e gambusie, schiacciare la sua ansia di leggerezza, di idealità, ma nella stravaganza di Geremia c'è, in fondo, qualcosa di molto concreto, di molto comune, che ridimensiona il paradosso e finisce per rendere assolutamente umano un personaggio che, all'inizio, sembra avere la sostanza soffice e trasparente di quei cartoni animati in cui teneri incompetenti, un po' grassi e sgraziati, si trovano a scontrarsi con la durezza di una realtà opaca e priva di sogni.

Niccolò Menniti-Ippolito


il Messaggero , 24.4.10

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Conosciamo bene i leoni, che vivono così lontani, e non sappiamo cosa sono le gambusie, pesci che nuotano invece nei nostri placidi piccoli laghi. Allo stesso modo possiamo pensare che un autore dal nome difficile debba scrivere un libro complicato, mentre invece la storia raccontata da Enrico Unterholzner, Lo stagno della gambusie, Meridiano zero editore, si sviluppa semplice sotto i nostri occhi, dentro le piccole pagine del libro. Geremia, il protagonista , è un uomo che lavora in un’azienda e conosce tutto dei computer.
Eppure fatichiamo ad immaginarlo come un personaggio che si sveglia ogni mattina per vivere e lavorare, ora dopo ora, come molti di noi. Il suo pensiero ci è subito descritto legato alla vita segreta, tenera e delicata, delle cose che lui ritrova. Il suo riscoprirle dona loro una nuova lucentezza, come fossero insetti colorati e pieni di una particolare magia e leggerezza, utile per sentire la vita nella sua essenza di unicità. Una vita che Geremia osserva come qualcosa di straordinario non perché sia grandiosa, ma perché lui vi nota l’aspetto miracoloso.
E di piccola magia infatti si tratta quando prende in mano Pamella e Silfantea – la cui identità va scoperta leggendo il libro. Geremia presta attenzione ad un aspetto del mondo pieno di incanto: la sua quotidianità è grigia e ripetitiva come quella di chiunque altro – e la sua fortuna può essere solo quella di sopravvivere, di avere una casa, un lavoro – ma tutta la storia si svolge come fosse una fiaba: un cosmo di minuscole sensazioni, minuscole azioni e minuscoli pensieri – tutti fondamentali, però, più profondi di qualsiasi elemento acquoso in cui lui cada e raccolga oggetti – in cui il suo corridoio, il soggiorno e la camera dove coccola le sue strane creature, sono ampie come un pianeta intero, sono un universo di leggi, un pianeta in cui la vita prende forma.
E può essere una vita finalmente diversa – o immaginata tale – e buona. Inoltre – e molto importante – lo stile con cui Enrico Unterholzner compone il suo romanzo è caratterizzato da una costruzione linguistica in cui tutto ascende: sia la forma sia il significato. C’è sempre una sorpresa che ci attende alla fine di una frase, una lieve tensione che ci spinge a proseguire nella storia. Come se gli avvenimenti fossero realmente quelli tipici di un romanzo d’avventura. Sebbene poi i contorni in cui l’avventura si svolge sono ingranditi solo dall’immaginazione e dalla percezione del personaggio, in cui anche i criteri di giudizio sono fuori dalla norma.
Probabilmente in lui non c’è nulla di normale: né nel suo eccessivo bisogno di ordine, né nel suo peso, né nel suo eccessivo amare – senza avere mai sentimenti morbosi – quello che nessun altro riesce non solo ad amare ma neppure ad accorgersi che viva e esista. Lo spazio che Geremia desidera per sé e per tutto quello di cui lui – e lui solo – si accorge, e di cui ama la compagnia, allora, non è uno spazio più vasto o più intimo, ma è lo spazio inteso come definizione. Quello per tutti e di tutti. Che purtroppo né lui né altri riescono ancora a trovare._

Lucilla Noviello


omardimonopoli.blogspot.com, 23.1.10

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Mettiamola così: anche il lettore più onnivoro finisce suo malgrado per avere dei campi di preferenza, dei generi, degli autori che per tematica, rappresentazione e descrizione finiscono per apparirgli più congeniali di altri. In questo blog si è scelto di segnalare una lista di libri e pellicole che avessero una qualche attinenza, anche alla lontana, con la visione crudele e cruenta che il titolare da qualche anno sta cercando di mettere a fuoco nei suoi romanzi. Largo spazio quindi a storie provenienti dal sud (inteso evidentemente anche come categoria dello spirito) con una palese propensione all’effettaccio e alle pistolettate ma anche – naturalmente – ai grandi classici americani della scuola southern-gothic e tutto il portato di sottogeneri che da essa si è negli ultimi decenni propagato (la discussione al riguardo si fa lunga e articolata, la rimandiamo a un futuro molto prossimo). Tutto questo per dire che Lo stagno delle gambusie, opera d’esordio del veneto Enrico Unterholzner, ingegnere meccanico al soldo della formazione professionale, non avrebbe pressoché alcuna chance di ricevere da queste parti niente di più che una fugace segnalazione tra le cose – molte – interessanti che la padovana Meridiano Zero sforna di continuo (con grande coraggio, non ci stanchiamo mai di ripeterlo).
E invece sarebbe un grosso errore, poiché nella vicenda surreale e "calviniana" dell’irreprensibile Geremia, informatico dalla doppia vita, si annidano una originalità e una vivacità non comuni nel nostro attuale panorama letterario: qualità alle quali chiunque abbia velleità scrittoriali (ma anche chi semplicemente ami godersi una lettura al di fuori degli schemi canonici cui generalmente ci sta abituando la mortifera industria editoriale italiana) dovrebbe abbeverarsi. Il personaggio al centro del breve romanzo (155 paginette agili e misurate, contrassegnate da un sapiente utilizzo del flashback) al riparo nel suo focolare si trasforma infatti in Parmio, cerimoniere di riti segreti (dai nomi altisonanti come la CORRIDOIATA, la PERLUSTRATA e il PENZOLASOLDATO) compiuti in presenza delle misteriose creature Silfantea e Pamella, compagne di giochi domestici che celano significati divinatori. Attenendosi a questi semplici presupposti, Lo stagno delle gambusie mette in scena un teatrino intimo, riuscendo a definire con rapide ma azzeccate pennellate il ritratto di un cinquantenne dalla doppia personalità: i centosette chili di stazza del corpulento e burbero Geremia da una parte e il carattere etereo e bonario di Parmio dall’altra. Quella rappresentata dallo scrittore (dal cognome davvero difficile per chiunque, come il titolare, provenga dalle agitate acque dello Ionio) diventa quindi la concreta suddivisione del mondo in due spazi contrapposti: uno in cui lasciar confluire la routine quotidiana, piena di volgarità, di gatti, di tedio e di mamme invadenti; l’altro invece terra ricca di humus per lo spirito, la leggerezza, le rondini e, appunto, le gambusie.
Unterholzner racconta – con un’eleganza davvero mirabile per un esordiente – una fiaba il cui centro nevralgico consiste forse nell’ostinata difesa, da parte del protagonista, di questa sacralità infantile relegata nelle mura del proprio appartamento. Una difesa che affascina solo se si riesce a vedere il mondo con gli occhi di Parmio, e che in fondo parla di noi, delle nostre paure, delle nequizie che ogni giorno ci troviamo ad affrontare uscendo spesso sconfitti nella battaglia. Splendida anche la copertina.

Omar Di Monopoli


orataspensierata.blogspot.com, 12.1.10

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Lo stagno delle gambusie di Enrico Unterholzner, Meridiano Zero, è la storia, o almeno il breve frammento della storia, di un uomo trasparente malgrado i suoi oltre 100 chili, un uomo che non è stato amato mai e che non ha amato mai, che odia (perbacco!) i gatti, che fa il suo dovere e che ha quindi il diritto sacrosanto di ritagliarsi uno spazio tutto suo nella sua casetta pulita e ordinata, come tutti… certo che lui forse un tantino esagera con la fantasia e questo gli si rivolta contro in una mezza giornata, durante la quale tutto (anche quello che non è mai iniziato) finisce. Il libro è piccolino (l’ho letto in un’ora di volo tra Milano e Alghero), corretto, ma poco coinvolgente, un po’ freddo, quando avrebbe potuto essere assai più ardito, visto il tipo di storia descritta. In ogni caso voglio tanto bene a quelli di Meridiano Zero e a quelli di tutte le piccole case editrici coraggiose! E quando dico coraggiose so perfettamente di cosa parlo.


www.ilparadisodegliorchi.com, 18.12.09

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Pure le gambusie! Uno dirà, ma che sono? Prima di cimentarmi nella lettura del romanzo ho aperto il vocabolario ed ho letto il suo significato (e non riferisco, perché vorrei spingere i lettori a non essere pigri). Tra l’altro a pag. 40 del testo si legge: Avevo pensato più di una volta che viviamo in un mondo pieno di gambusie, eppure nessuno ha la più pallida idea di che cosa siano. Invece il leone sanno tutti che cos’è, come se i canneti e i campi di ortiche nostrani fossero pieni di leoni. Ma le gambusie, che vivono praticamente in tutti i corsi d’acqua, sono ignote ai più.
Ora il giovane scrittore padovano sa, anzi, dovrebbe sapere, che di canneti e di campi di ortiche, soprattutto in città, se ne vedono davvero pochini e che quindi la disconoscenza de ’sti animaletti che ripuliscono gli stagni (se ho ben capito, sono come i pesci pulitori negli acquari) è tutto sommato consentita.
Ma come ovvio l’attenzione del romanzo non è concentrata sulla fauna ittica, ma su altre cose (oggetti, e vedremo poi) e sul protagonista, di cui la madre, morta, in qualche modo di lui avrebbe pensato: Se avesse potuto esercitare un potere da morta non l’avrebbe certamente aiutato, e forse avrebbe fatto di tutto per dimostrare ciò che aveva sempre sostenuto da viva: ovvero che lui non era nient’altro che un disadattato.
Sì perché Geremia, l’originale e bizzarro ’elemento’ di questa storia disadattato lo è per davvero: pur essendo un brillante ed efficiente lavoratore, nel privato ha qualche problemino. Scostando conoscenze ed amici si bea della compagnia di due oggetti che al lettore meno smaliziato,all’inizio, potrebbero far pensare a degli animali, dal momento che l’uomo li accarezza, li abbraccia, ci parla e impedisce agli altri (quali? Chi?) di avvicinarli: in realtà sono una teiera ed una trottola.
Quello che Unterholzner racconta è un mondo chiuso e claustrofobico dove l’elemento umano non si discosta poi molto dall’elemento più materico, in una simbiosi (mi verrebbe da dire consanguineità) che rasenta, ça va sans dire, la psichiatria.
Non voglio raccontare il finale (ma immaginarlo non è fatica erculea, anzi): quel che mi preme sottolineare è altro. Dove la giovane narrativa contemporanea aggiunge, nell’incantamento (falso e subdolo) di un universo rutilante e rumoroso, la prosa di Unterholzner sottrae, nel senso che riduce la proiezione di un mondo alle quattro pareti di casa.
Questo è senz’altro un risultato inusuale (chi ci segue sa quanta fatica facciamo a star dietro ad una letteratura assordante e chiassosa come tutto il resto), ma Lo stagno delle gambusie è storiellina assai fragile, come il protagonista, dove basta una soffiata leggera di brezza per far saltare addirittura le fondamenta.
Ci si aspetterebbe altro da chi si scaglia contro le nevrosi della società per ridursi a ricomporre quelle personali e, come in questo caso, ’diverse’.
Si parteggia per Geremia, il protagonista, ma l’epilogo della storia, oltre a pensarlo inevitabile ci suggerisce cinicamente che la legge del più forte vale sempre e comunque.
Anche in letteratura. Provare per credere.

Alfredo Ronci


www.ilrecensore.com, 26.2.10

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È veramente complesso scrivere di un’opera come Lo stagno delle gambusie (Meridiano zero, 2009) dell’esordiente padovano Enrico Hunterholzner. La difficoltà non sta tanto nella laboriosità della trama, nell’essere arduo dell’argomento, nel linguaggio ardito, bensì nella sua anomalia, nel suo essere essenzialmente e radicalmente altro. Il libro si distingue infatti in modo totale da ciò che siamo abituati a leggere, dalla quotidiana letteratura italiana.
Personalmente vedo i suoi precursori ideali in alcune forme narrative, ma ancora di più in alcuni singoli racconti. Penso a La Ronde di Arthur Schnitzler, da cui il meraviglioso film di Max Ophuls, penso a certo Canetti minore, nei passaggi dei suoi infiniti appunti sul mondo, a Stefan Zweig, forse a Thomas Bernhard. Lo stagno delle gambusie però si rifà ad una tradizione in realtà molto più antica, quella della parabola.
Le parabole non sono mai state delle narrazioni simboliche, nel senso metaforico, bensì delle allegorie. Difatti attraverso la sequenza di eventi che occorrono ad uno o più individui si estrapola una norma od una regola generale, solitamente un principio etico. È fondamentale distinguere il procedimento dalla metafora perché la metafora prevede una similitudine tra le parti in causa, mentre l’allegoria non lo richiede. È l’autore del testo, della parabola, che assimila le parti, ma in modo arbitrario, creativo. Così accade a Geremia, il personaggio del romanzo. Quella di Geremia è un’allegoria demiurgica, e difatti lui costruisce una rete di elementi che definiscono un mondo, un insieme di relazioni, di cui lui è il deus ex machina, il motore immobile. Difatti lui stesso dice che "gli dei non creano il mondo, lo immaginano". Geremia, dio minuscolo, costruisce il suo mondo immaginario, ovviamente a sua immagine e somiglianza. La storia di Geremia difatti è una parabola perché ha una morale, che viene identificata nella sua hybris tragica, che lo porta ad un destino ineluttabile.
Un ulteriore elemento che identifica la vita di Geremia è l’estrema ritualità. Come in ogni religione anche nella vita di Geremia esiste una serie di comportamenti prestabiliti da cui non si può sfuggire, alcuni anche estremamente pericolosi, ovviamente secondo la sua visione. Tra questi si può ritrovare il passeggiare lungo certi viali particolari, incontrare una mamma, oppure la collega di ufficio. Eventi che possono cambiare in modo radicale la percezione del mondo di Geremia. Questo ad esempio succede in modo decisivo a causa di un elemento apparentemente insignificante: un pelo di gatto, che però nella cosmologia allegorica di Geremia assume su di se una serie di collegamenti che lo porteranno fino alla drammatica conclusione.
Lo stagno delle gambusie quindi è un libro che è fondamentale leggere – anche perché immagino abbiate percepito la difficoltà del critico nel presentarlo. Sicuramente può essere interpretato in molteplici modi, ed io ho accennato solo ad uno di questi. Penso che se ognuno di noi fa suo il tentativo di aprirsi alla sensibilità particolare di Geremia, dovrebbe riuscire a cogliere la dolcezza e la grande solitudine della sua vita.

Luca Giudici


www.stradanove.net, 7.1.10

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Geremia e la poetica delle piccole cose
Ancora una volta la Meridiano Zero punta su scrittori esordienti e vince la scommessa.
Enrico Unterholzner si presenta al pubblico con questo breve romanzo dal sapore fiabesco che, come ogni favola che si rispetti, nasconde una metafora ben più complessa delle immagini ’leggere’ che propone a una prima lettura.
Geremia, impiegato modello dall’età indefinibile, è una pedina quasi insostituibile nell’azienda per cui lavora ma la ’Missione’ quotidiana che assolve con totale dedizione non si svolge in ufficio, bensì tra le mura domestiche.
Ci si potrebbe aspettare qualche variante del solito quadretto familiare, oppure un amico a quattro zampe o a due o addirittura con le pinne… come sembrano suggerirci le gambusie richiamate nel titolo.
Ma sarebbe troppo facile. La sfida dell’autore sta nel rendere animato l’inanimato, nel dotare di vita propria ciò che per il resto del mondo, tranne Geremia, non lo sarà mai.
Unterholzner disegna tra le righe una Trottola e una Zuccheriera, che ricordano tanto le creature uscite dalla matita di Walt Disney, e le rende magiche. O almeno tali appaiono a Geremia, il quale fa di questi oggetti la propria famiglia e la propria ragione di vita, leggendo dietro i riflessi della ceramica o tra le venature del legno, sorrisi, espressioni e desideri ’umani’.
Dà loro un nome, un ruolo nelle dinamiche familiari e una precisa caratterizzazione. Esce dall’ufficio per tornare il prima possibile a casa da loro e vive per proteggerle dalle insidie più subdole, come un pelo di gatto.
Una trottola e una zuccheriera per non affrontare un passato solo accennato e un presente troppo difficile.
Una trottola e una zuccheriera per nascondere il proprio disagio di vivere.

Gioia Salvioli