...


POP - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta
And Warhol, Pat Hackett


Alias
Buscadero
Corriere della Sera
Corriere del Veneto
la Gazzetta del Mezzogiorno
il Gazzettino
Kult
Libero
Linus
il mattino di Padova
Mucchio
Più/Provincia di Cremona
Repubblica
Rolling Stone
Rumore
Venerdì
www.artsblog.it
www.bazarweb.info
www.lankelot.eu
www.rootshighway.com


Alias, 5.3.2005

<< < VAI > >>

Gli anni Sessanta nelle "Memorie" di Andy Warhol
L’annalista argentato che mancava la realtà

Nomi e luoghi a centinaia, feste, concerti, sesso e droghe, suicidi; poche parole per l’assassinio di Kennedy, silenzio sul Vietnam; l’epicentro del mondo è la Factory, schermata d’argento... In questi minuzioso e voyeuristici resoconti sull’epoca Pop, elaborati con I’assistente Pat Hackett, il più indistinguibile è proprio Warhol, atleta dell’insensibilità

È sempre insieme sorprendente e terrorizzante misurare il disordine senza rimedio e il gioco del caso nella vita, il fatto, come scriveva Musil, che "pochi uomini sanno, in fondo, come sono giunti a se stessi, ai propri piaceri, alla propria concezione del mondo... è impossibile scoprire una ragione sufficiente, per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente". L’ironia tragica del tempo che passa, e della fine: pourquoi moi? E l’arte allora? Non doveva essere l’arte un antidestino - terapia, costruzione e salvezza, stile, anzitutto stile e durata? Chissà, forse tutto sarebbe potuto andare diversamente per Andy Warhol se un pomeriggio del 1960 il film maker Emile de Antonio detto De non avesse detto senza esitare che un certo quadro con un’austera bottiglia di Coca Cola dipinta a segni neri e spessi rappresentava proprio "la nostra società, quel che siamo, bellissimo e completamente spoglio" com’era, un giudizio che in definitiva, quarantacinque anni dopo, ci sentiremmo ancora di sottoscrivere. Insomma la trasfigurazione del banale, e tutto quel che ne è seguito, il pop che rifluisce dai quadri all’America reale, al mondo, alla maniera di vedere di intere generazioni. Forse però ha più ragione Warhol a iniziare il suo volume di memorie raccolte da Pat Hackett - ora disponibile in italiano: Pop - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta (traduzione di Camilla Scapini, Meridiano zero, pp. IX-338, Euro 17,00) - con una frase rimasta famosa: "se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito". Dopo quel primo istante, nulla fu più in effetti casuale, e quella che leggiamo è anche la più tipica delle profezie autoavverantisi, dato che proprio un mito, o forse solo un mito, è quanto resta della resistenza straordinaria dell’inventore della pop art a quasi vent’anni dalla sua vera morte dopo un banale intervento chirurgico.
In trecento e più pagine il libro, pubblicato in America nel 1980, ci consegna in effetti una narrazione minuziosa e diretta degli anni più importanti della carriera di Warhol, quelli che lo vedono trasformarsi da artista commerciale, idolo delle riviste di moda, ad artista tout court, regista di film underground e celebrità internazionale. Sono pagine ricche di idee brillanti, di penetranti osservazioni sull’arte e sull’importanza di apparire: Warhol ha capito subito il potere dei media e della pubblicità in una società dove tutto è comunicazione e apparenza. Scenario principale dei destini che si intrecciano nel libro è l’edificio al 231 della East 47th Street, la celebre Factory, diventato rapidamente l’epicentro di una vastissima impresa creativa che coinvolgeva un po’ tutto e tutti, una specie di grande happening che durò per più di cinque anni prima di interrompersi il 3 giugno del 1968 al suono secco delle revolverate di Valerie Solanas, nemesi di Warhol e degli eccessi di un’intera epoca. Il suo interno era completamente ricoperto di fogli e di pittura d’argento: argento come il futuro, come le navicelle spaziali e le tute degli astronauti, ma anche come il colore dei passato, dei film di Hollywood, dei set con le attrici famose e del narcisismo, argento come gli specchi sparsi un po’ dappertutto a disposizione degli ospiti. La Factory era al tempo stesso lo studio di Warhol, il set dei suoi film, un luogo di incontri e di eccessi, lo sfondo scintillante dei suoi party più folli: era lo scenario di una ininterrotta fantasmagoria dove si poteva sognare una vita radicalmente diversa.
Eppure, alla fine di un lunghissimo viaggio, dopo centinaia di nomi, di luoghi, di feste, mostre, concerti, di sesso, di droghe, di suicidi e di morti, forse proprio la voce di chi parla, l’Andy sempre presente, disponibile, trasparente e infaticabile, è nel libro proprio quella meno distinguibile. Prevedibile, del resto, per chi ha scritto che "più vuoti" ci si sente senz’altro meglio, e ha fatto della ripetizione e dell’anestesia cifre essenziali del suo percorso artistico. Poco o nulla ci dicono in effetti le pagine sull’Io che parla, sull’uomo Warhol, sui suoi pensieri, sulle sue paure, amori, sogni. Le mystère Warhol resta tale. Il suo atteggiamento fondamentale è una curiosità onnivora ma sostanzialmente indifferente, un desiderio di testimoniare più che di partecipare: poche parole sono spese per l’assassinio di Kennedy, quasi nessuna per la guerra del Vietnam, l’attivismo politico, le contestazioni e le rivolte degli anni Sessanta. Come ha scritto Calvin Tomkins, Warhol rimane essenzialmente un voyeur, che lascia le cose prendere il loro corso e le guarda con freddezza: interessato, ma non coinvolto. Il suo è un distacco assoluto, una disciplina dell’insensibilità.
Si potrebbe dire che questo atteggiamento è il perfetto correlato di quanto ha voluto fare la pop art desimbolizzando l’oggetto, separando l’immagine dai suoi significati, trasformandola in un simulacro: ripetuta e ancora ripetuta, anche l’immagine più scioccante (l’incidente stradale, la sedia elettrica), diviene perfettamente inespressiva. In questo procedere verso l’indifferenziato anche l’autore scompare: l’artista pop non sta più dietro la sua opera, diventa liscio e piatto come la superficie dei suoi quadri. A nessun significato non può che corrispondere nessuna intenzione. L’ambizione di Warhol a diventare totalmente impersonale, "noncommittal", "anonymous" - per usare i suoi termini -, diviene così un’esigenza, una garanzia di sopravvivenza, di successo: "Penso che tutti dovrebbero essere macchine. Penso che tutti dovrebbero amarsi. La pop art è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina, perché fa continuamente la stessa cosa. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina" dichiarava in una famosa intervista del 1963. Ma forse questa è solo una parte di verità. Per il critico americano Hal Foster la ripetizione meccanica e ossessiva (le Marylin, le zuppe Campbell’s, ecc.) non segna in Warhol il distacco tra il reale e la sua rappresentazione, ma al contrario, come leggiamo in The Return of the Real (MIT Press, 1996), ha il compito di schermare un reale percepito come traumatico, un reale che però torna ad affacciarsi come tale proprio nell’immagine ripetitiva. In questa lettura ispirata alle analisi di Lacan, le immagini warholiane appaiono così al tempo stesso inespressive e coinvolgenti, perché se mettono in scena un mancato incontro con il mondo, raccontano anche di un soggetto toccato, punto da quella realtà che si sforza di mantenere a distanza.
Ma forse Andy era davvero se stesso solo quanto poteva essere il suo altro, quell’essere incerto, fragile e seducente in camicetta bianca e parrucca platino, insieme femme fatale, vergine e diva, pudica e sfrontata, che ci fissa dai suoi autoritratti in drag del 1981: un rimando obbligato a Rrose Sélavy, il doppio femminile di Marcel Duchamp, e forse un’ammissione che va ancora più in profondità, che sfiora la relazione edipica, fa emergere il fantasma di una madre mitica e ne proietta all’indietro l’irraggiungibile perfezione androgina. Confessione estrema e folgorante per chi aveva scritto "ho sempre pensato che la mia pietra tombale dovesse essere anonima. Niente epitaffio e nessun nome. Anzi, a dire il vero dovrebbe esserci scritto ’finzione’".

Stefano Chiodi


Buscadero, febbraio 2005

<< < VAI > >>

Il primo luogo comune che sfata lo stesso Andy Warhol è quell’alone di misticismo che circonda l’idea stessa degli "anni Sessanta" che Pop richiama nel sottotitolo. Un decennio storicamente significativo che ha segnato il punto di non ritorno per molti fenomeni culturali, ha trasformato il costume e i linguaggi, ha lasciato ombre e luci. Gli anni Sessanta non sono stati uguali per tutti e quelli di Andy Warhol sono stati i più diversi. Pop racconta essenzialmente una città, New York (per non dire un quartiere) che, nella visione di Andy Warhol e della Factory, ovvero la sua base di partenza, era una specie di microcosmo, distante anni luce dalla realtà.
Ricorda Henry Geldzahler, uno dei suoi primissimi sostenitori: "È successo come in un film di fantascienza: voi artisti pop, che abitavate in zone diverse della città e non vi conoscevate, vi siete alzati tirandovi fuori dalla spazzatura e vi siete fatti avanti barcollando, reggendo i vostri quadri davanti a voi". Una visione simbolica che rende piuttosto bene l’ideale della cultura pop secondo Andy Warhol: quello di un flusso in movimento, senza distinzione tra le diverse forme d’espressione, con un’attenzione particolare alla percezione della vita quotidiana e alla trasformazione di segnali in simboli e viceversa. Pop, grazie al racconto in prima persona, mediato appena dagli interventi di Pat Hackett, ricostruisce passo dopo passo gli anni fondamentali dell’ascesa di Andy Warhol, della Factory, dei Velvet Undeground. È un testimonianza vividissima ancora oggi (l’edizione originale è di vent’anni fa) anche se Andy Warhol con una certa disinvoltura tende a schivare i lati più contraddittori e ombrosi. Dal suo punto di vista, era tutto creatività e movimento, stimoli ed innovazione, e non c’è dubbio che ci sia molto di vero quando dice: "Dare un’etichetta a qualcosa significa fare un passo decisivo, perché non si può più tornare indietro, non si può più tornare a vedere quella cosa senza la sua etichetta. Quello che vedevamo era il futuro, e lo sapevamo. Guardavamo le persone muovercisi dentro senza saperlo: i loro pensieri appartenevano ancora al passato, e al passato facevano riferimento. Ma bastava soltanto sapere di essere nel futuro per entrarci. Il mistero era scomparso, ma il divertimento era appena cominciato". L’altra verità, che traspare soltanto superficialmente, in piccoli frammenti, è che dietro la Factory ci sono anche ombre cupe e minacciose, gli eccessi per le droghe, invidie e follie.
Basta pensare alle storie di Edie Sedgwick e di Mary Voronov o di Valerie Solanis che un bel giorno si presentò alla Factory armata di una calibro 32 e sparò più o meno a tutti quelli che si trovarono lì. A farne le spese fu soprattutto Andy Warhol ("Se ci tieni alla tua privacy non farti mai sparare") che rimase ferito gravemente ma anche tutta l’atmosfera dei cosiddetti "anni Sessanta". Pop finisce virtualmente lì anche le intuizioni, le invenzioni e le visioni di Andy Warhol e della Factory si propagarono ben presto in tutto il mondo. La lettura è scorrevole e informale e il libro è curatissimo, comprese una prefazione di Benedetta Barzini (la modella italiana che ispirava le poesie di Gerard Malanga) e un’appendice di Gaia Guarienti che ricorda, in tanti piccoli identikit, i protagonisti principali. Dove, a margine delle tre righe dedicate ai Velvet Underground, Andy Warhol traccia una sintesi chiarissima dell’idea pop che "in fondo, era che chiunque potesse fare qualsiasi cosa, sicché naturalmente stavamo tutti tentando di fare di tutto. Nessuno voleva rimanere in una categoria, volevamo tutti estendere l’attività verso ogni possibile cosa creativa". Una vera e propria rivoluzione.

Marco Denti


Corriere della Sera, 18.12.2004

<< < VAI > >>

Gli anni Sessanta visti da vicino

Pop: gli anni Sessanta raccontati da Andy Warhol (edizioni Meridiano Zero, pagine 352, Euro 17) è il titolo del libro scritto dal fondatorg della Factory In collaborazione con Pat Hackett, che di Warhol fu segretaria, assistente e amica. Un libro vivace e sorprendente in cui Warhol descrive il fenomeno Pop a New York durante gli anni Sessanta. "È uno sguardo alla vita com’era in quell’epoca per i miei amici e per me - spiega l’artista nella prefazione - ma è uno sguardo anche al quadri, ai film, alla moda, alla musica, alle superstar e alla rete di rapporti che formavano l’ambiente del nostro loft a Manhattan". Una lettura intrigante, dunque, dove come protagonisti-comprimari troviamo (con tanto di pettegolezzi e aneddoti gustosi) Bob Dylan e Roy Lichtenstein, Jackson Pollock e Montgomery Clift, Dennis Hopper e Judy Garland, Allen Ginsberg e Gregory Corso.

Vi racconto un amico chiamato Andy Warhol

"Era dolcissimo, generoso, con una creatività senza confini" Andy Warhol è nato nel 1928, con il sogno di trasformare le immagini della realtà popolare d’America. C’è riuscito: nel 1955 disegnando delle scarpe, naturalmente importabili; ma già nel 1960 ha incominciato a dipingere fumetti, per esempio Dick Tracy, Popeye, Superman e Batman. Naturalmente questi hanno trasformato l’immagine dei fumetti e le trasformazioni sono continuate quando ha scoperto la serigrafia. Credo si possa dire che tutto è iniziato da lì, quando nel 1962 ha cominciato a creare con questa tecnica ritratti che comprendono Marion Brando, Elvis Presley, Marilyn Monroe, Warren Beatty e poi Jackie Kennedy, la Mona Lisa, Robert Rauschenberg; Liza Minelli, Liz Taylor, Mao, Franz Kafka, Albert Einstein e Keith Haring: che comprende l’immagine di un tenerissimo fiore, forse il più dolce, romantico, immortale fiore della storia. Ma lì in mezzo, nel 1965 è arrivato Lou Reed, una specie di capolavoro di Andy Warhol.
Lou Reed era un uomo fascinoso, musicista inimitabile, inventore di immagini sonore con un gruppo di quattro amici e con loro aveva fatto una piccola band, creando un suono travolgente non definibile dalla terminologia usuale. Un giorno il titolo di un libro giallo trovato nella spazzatura ha imprigionato e ispirato Lou Reed per i prossimi anni futuri. Con questo titolo, Velvet Underground, e con questa musica che mai si era ascoltata prima è andato da Andy Warhol che stava cercando qualcuno alla Factory per musicare un suo film.
E cominciata un’amicizia che è finita solo per volontà degli dei di tutti i mondi e di tutti i Paesi. Far parlare Lou Reed di Andy Warhol è a dir poco commovente, fuori da tutti gli stereotipi: "Era dolcissimo, generoso, gentile, faceva coraggio anche a chi pareva che non ne conoscesse i termini. Lavorare con lui significava arricchirsi nella fantasia e allargare senza confini la propria creatività". Queste nostalgie Lou Reed me le raccontava ancora una volta, dopo avermele raccontate tanti anni fa a Conegliano Veneto e di nuovo a Genova e di nuovo a Milano e insomma tutte le volte che l’ho visto, e per fortuna le volte sono state molte. Non so se Lou Reed ha assorbito da Andy Warhol la sua straordinaria capacità di "capire", "partecipare", "credere", voglio dire credere nell’arte, cioè credere nel sogno della vita.
Un altro personaggio che ha creduto così tanto nell’arte e che l’ha spiegata, che l’ha cantata, che l’ha amata è stato Germano Celant e infatti è stato lui a fare le due straordinarie mostre che hanno immortalato Andy Warhol, a Montecarlo e a Milano. È difficile immaginare, oggi, un artista più artista di Lou Reed che prende in mano la chitarra e la accarezza con un amore al di là di qualsiasi attività sessuale o che legge le poesie di Edgar Allan Poe.
Ancora una volta i suoi discorsi cominciavano con un tremito di nostalgia, e pareva li confermasse Lola, la cagnolina della stessa razza della cagnolina di Warhol, che per lui sembra la personificazione di Warhol (minuscola Lola capace di saltarmi sulle ginocchia e leccarmi su tutta la faccia, cosa che non ho mai permesso di fare a nessun cagnolmo né piccolo né grande).
Questa volta eravamo a New York in un minuscolo ristorante giapponese, tenuto da una più o meno bella ragazza giapponese, davanti a strani piatti immangiabili che segretamente facevano rivivere le famose patate lesse divise da un taglio riempito di burro, unico cibo del Kansas City dove dalla Factory andavamo tutti insieme a parlare del lavoro fatto durante il giorno. Kansas City era l’unico ristorante dove Andy Warhol diventasse vero e dove finalmente mangiava sereno, ma sempre le Baked Potatoes riempite di burro che doveva fondersi col calore e se non si fondeva la colpa era delle Potatoes non abbastanza fresche, o non abbastanza cotte, o non abbastanza Potatoes di Andy Warhol.
Ora a quel minuscolo tavolino giapponese le Potatoes non ci sono, ma nelle parole, nel sorriso, nelle immagini di Lou Reed c’è un Andy Warhol immortale. Fa tenerezza che per Lou Reed Andy Warhol sia immortale per la sua gentilezza, la sua bontà, la sua generosità più che per qualsiasi ritratto abbia fatto. Lou Reed, dopo la scomparsa di Andy Warhol, insieme al suo vecchio compagno dei Velvet Underground John Cale, ha realizzato l’album a lui dedicato Songs for Drella, un album intenso, a tratti struggente, ricco però di quel senso di autoironia che è una delle note peculiari di Lou Reed. Un momento molto divertente è la canzone Smalltown dove Lou Reed, parlando di Andy Warhol nato a Pittsburgh, dice che quando si nasce in una piccola città l’unica cosa buona che si può fare è andarsene e nella stessa canzone poi si domanda. "Ma dove sarà nato Picasso? Sicuro però che Michelangelo non è nato a Pittsburgh". Quel giorno che è arrivato alla Factory senza ancora conoscerlo, il giorno che ha segnato per sempre la sua storia, il suo rock decadente è diventato ancora più intrigante, chissà come, lui ci riusciva sempre, ma quel giorno era arrivato al punto massimo.
Il primo album dopo l’incontro tra Lou Reed e Andy Warhol alla Factory è il primo album dei Velvet Underground, quello con in copertina la banana che si sbuccia, altro che i Beatles con le loro mezze mele. A questo sono seguiti altri album leggendari, poi i Velvet Underground si sono sciolti e Lou Reed ha iniziato la sua carriera solista, lunga, contraddittoria ma sempre affascinante, in una continua ricerca dentro di sé e dentro al mondo del rock. Transformer, Rock and Roll Animal, Berlin, Sally Can ’t Dance e tanti altri incluso Coney Island’s Baby fino al discutibile Metal Machine Music.
Un bel giorno siamo stati sopraffatti da una serie di notizie, il suo matrimonio con Laurie Anderson, la sua scoperta della voce di Anthony, la sua finalment rivelata passione per Edgar Allan Poe. Edgar Allan Poe per lui ha preso la veste di The Raven, uno spettacolo, diciamo così, difficile, con Lou che legge fino alle lacrime le poesie di Edgar Allan Poe, con Laurie Anderson, ormai sua moglie, che suona il violino dall’adolescenza, con Anthony, la grande scoperta forse senza le conseguenze che ci si aspettavano, che canta i suoi ambigui pezzi, tutti bestseller nei Cd.
Eppure di questo spettacolo non ha più voglia.di parlare. Vive molto ritirato, rifiutando nove inviti su dieci e naturalmente non si riesce a sapere che cosa stia componendo, purtroppo non si riesce neanche a sapere perché non abbia più voglia di parlare di The Raven. In quello spettacolo si era molto impegnato ed era uno spettacolo molto intellettuale che pareva un’insolita conclusione della sua attività musicale. Chi lo sa, forse è stata colpa del pubblico, eppure il pubblico ha accolto questo spettacolo con il rispetto e l’amore con cui ha sempre accolto tutti i cosiddetti spettacoli di Lou. Ma The Raven non c’entra niente con gli altri.
Lì al ristorantino giapponese con Lola che mi leccava la faccia Lou parlava del suo tour in Europa ma non in Italia, così, come se parlare di un tour in Italia, o dovunque sarà considerato la grande stella del rock, fosse la cosa più naturale del mondo. Invece non è naturale affatto, Lou Reed merita questi successi e molti altri perché rappresenta un’era del rock. E stato ed è scrittore, poeta, inventore di suoni, musicista a modo suo, ricercatore: un vero eroe musicale di tutti i tempi e Paesi.

Fernanda Pivano


Corriere del Veneto, 13.1.2005

<< < VAI > >>

"Pop", Andy Warhol racconta i suoi anni Sessanta

Andy Warhol, ovvero quando l’orgia dei colori enfatizza un distacco quasi astratto dal soggetto. Di opere su Warhol, cataloghi, scrigni che a fatica trattengono la straripante policromia ripetitiva delle sue serie, delle Marilyn e delle Liz Taylor stereotipate, ne esistono molti, ma sugli scaffali, da qualche settimana, si trova un volumetto discreto, pubblicato dalla casa editrice patavina "Meri diano Zero".
Un libro non esente da una grafica rigorosamente pop ma che si discosta sensibilmente dai libri "su" Andy Warhol, innanzitutto apperché è un testo "di" Andy Warhol e, soprattutto, perchè è dalle parole dell’autore che si ricrea il fantasmagorico, sagace e rutilante universo della Factory del genio del Pop.
Il vulcanico istrione che ha impregnato della cultura pop gli ambiti più disparati, dalla moda alla pubblicità passando, e non certo di sfuggita, per l’arte, è ancora una volta protagonista "con parole sue" di un evento letterario. Le scelte policrome della sua creatività, dalle Campbell’s Soup ai Vulcani partenopei, si ricreano attraverso l’ironica estetica dell’artista. Scritto nel 1980 con la collaborazione del suo braccio destro, Pat Hackett, Pop - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta è una lettura appassionante, divertente (non necessariamente un difetto anche se si tratta di arte e, per certi versi, illuminante.
In Pop, Andy Warhol racconta la sua vita dal 1960 al 1969, gli anni della sua ascesa sia artistica che sociale, il periodo delle serigrafie dei personaggi più famosi d’America, la Factory, i Velvet Underground, le superstar. Nel mondo che ruota attorno a Warhol ci sono tutti, da Federico Fellini a Lou Reed, e non manca mai il riferimento anche alla cultura italiana dei favolosi Sixties.
"Quanto alla Biennale," scrive Warhol a proposito della sua esclusione dalla Biennale di Venezia del 1966 voluta dall’amico Henry Geldzahler, responsabile dell’arte contemporanea al Met, "Harry e io ci chiarimmo molto tempo dopo". "Parliamoci chiaro Andy," disse Hackett, "se ti avessi incluso nella mostra della Biennale avresti voluto venire con i Velvet Underground e i tuoi film e le luci stroboscopiche e tutto il tuo entourage e avresti eclissato completamente gli altri artisti; non sarebbe stato giusto nei loro confronti". I legami fra Warhol e il Veneto sono numerosi, al punto che uno dei suoi collezionisti più affezionati è Luigino Rossi, il facoltoso imprenditore della calzatura d’autore di Stra (Ve), lungo la Riviera del Brenta, dove è allestito un Museo della Calzatura. Fra i gioielli di Rossi anche una serie di acquerelli realizzati appositamente da Warhol sul tema della scarpa d’autore.

Martina Zambon


la Gazzetta del Mezzogiorno, 12.12.2004

<< < VAI > >>

POP ART

L’America alternativa degli anni ’50 e ’60 nelle riflessioni autobiografiche del coinventore e massimo divulgatore della Pop Art: Andy Warhol. Gossip, incontri irripetibili, performance, pubblicità, apparenza. L’irruzione dalla società dello spettacolo nel quotidiano attraverso una galleria vivace, a tratti patetica, raramente drammatica, spesso umoristica, delle figure e dei figuri che hanno creato la mitologia dell’indimenticabile stagione delle avanguardie. Un libro che finalmente ci fa capire perché, come ha scritto una volta Ballard, dopo Warhol non è più possibile fabbricare miti: perché lui è stato l’ultimo a non prendersi mai sul serio. Nemmeno per gioco.

Giancarlo De Cataldo


il Gazzettino, 2.1.2005

<< < VAI > >>

Andy Warhol racconta gli anni Sessanta
Tutto sulla pop art e New York nell’autobiografia edita in Italia dalla padovana Meridiano zero

"Non vedo come io possa mai essere stato un artista underground dato che ho sempre voluto che la gente mi notasse": parole di Andy Warhol, che nel suo racconto degli anni Sessanta scritto a quattro mani con Pat Hackett, l’assistente che curò anche i suoi diari, spiega la sua filosofia di vita che coincide con quella della pop art. E Pop è dunque il titolo del libro, finalmente tradotto in italiano dalla veronese Camilla Scapin, e pubblicato dalla piccola/grande casa editrice padovana Meridiano zero (352 pagine, 17 euro) proprio mentre alla Triennale di Milano è allestita una retrospettiva del pittore e regista americano (chiude il 9 gennaio).
Una cronistoria ambientata a New York e alla mitica Factory a Manhattan, lontane anni luce dalla solare West Coast, la California - "se non sorridevi in continuazione laggiù ti prendevano in antipatia" - e i figli dei fiori, ricchissima di aneddoti, ritratti, curiosità, pettegolezzi su tutto e tutti. Warhol è generoso nei dettagli e ci racconta con lo stesso entusiasmo di perfetti sconosciuti e di rock star, di attori hollywoodiani e di poveri travestiti, di celebrità e nullità. Quei che sorprende è l’estrema, disarmante, candida sincerità di un uomo che della finzione, o meglio dell’apparire, ha fatto la sua fortuna. Chi si aspetta scenari hard e sconcezze trash rimarrà deluso. Certo, negli anni ’60 la droga dilaga - "non so se negli anni Sessanta succedevano più cose perchè la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere dato che, moltissimi prendevano anfetamine o se la gente aveva cominciato a prendere l’anfetamina perchè c’erano così tante cose da fare che bisognava stare svegli più a lungo per avere il tempo di farle" - il sesso libero pure - "la gente ci considerava dei degenerati perchè "alla Factory succedeva di tutto"... io credo che uno dovrebbe vedere assolutamente di tutto e poi decidere per conto proprio" - ma Andy recita volentieri la parte dello spettatore e non ci confessa quasi nulla della sua "peccaminosa" vita privata, fermandosi invece a sviscerare solo la sua vita di pittore e regista. Peccato che il libro non sia illustrato, per far vedere al lettore almeno qualcuno dei lavori di cui Warhol ci parla (Marilyn, le lattine di Campbell’s soup...): il costo di copertina sarebbe senza dubbio lievitato a dismisura. Possiamo consolarci leggendo che, a proposito della vernice di una sua mostra a Philadelphia nel ’65, "avevano dovuto togliere dalle pareti tutti i miei quadri perchè stavano per essere schiacciati da migliaia di ragazzi. Era favoloso: l’inaugurazione di una mostra d’arte senz’arte!... in quel momento noi non eravamo alla mostra... noi eravamo la mostra, eravamo l’arte incarnata e il centro degli anni Sessanta era la gente, non quello che la gente faceva". E più avanti Warhol aggiunge "il pop faceva capire alla gente che l’evento erano loro stessi, che non era più necessario leggere un libro per far parte della cultura: bastava comprarlo". Cosa da non fare assolutamente per questo Pop, che non ci racconta solo di arte e cinema. Non mancano la musica e i divi dell’epoca: i Rolling Stones ancora impauriti dalla celebrità, i Beatles che trasformarono tutti gli inglesi in miti da imitare, Jim Morrison, Bob Dylan che sbirciava divertito sotto le gonna delle ragazze, Jimi Hendrix e naturalmente i Velvet Underground, prodotti dallo stesso Warhol. E ancora il cinema con Judy Garland strafatta, Dennis Hopper, Montgomery Clift, Paul Morrisey e Joe Dalessandro, e tante belle, disinibite, eccessive giovanissime donne. Non può mancare la moda, quando "erano le madri e i padri che cercavano di assomigliare ai propri figli" e "tutti volevano restare magri e stare fuori fino a tardi per farsi vedere con i loro vestiti nuovi nei nuovi club". E per restare in tema, Andy non si stanca mai di rifiutare la parte di protagonista, di divo: "Molti pensavano che la gente venisse alla Factory per ronzarmi attorno, che io fossi una specie di grande attrazione che tutti venivano a vedere, ma era assolutamente il contrario: ero io che ronzavo attorno agli altri". A preoccuparlo, come leggiamo in più punti del libro, è di passare per cinico osservatore che "lasciava che la gente si distruggesse mentre io stavo a guardare, filmavo, registravo. Ma io non mi considero cattivo, solo realista".

Caterina Cisotto


Kult, febbraio 2005

<< < VAI > >>

Più citato che compreso, più commercializzato che valorizzato, Andy Warhol rimane, paradossalmente, tra gli artisti meno indagati dell’ultimo ’900. In questo volume, pubblicato per la prima volta in Italia, è lo stesso Warhol a raccontarsi e a condurci attraverso gli anni ’60 di una luccicante New York. Una New York "fatta" di luci e fuochi fatui, di arte e di illusioni, di vita da star e di esistenze bruciate in una notte: un universo dove colori e tenebre si alternavano in un mondo dove tutto, compresa l’arte, iniziava a diventare "show business" In queste pagine è facile cadere nel tranello teso: perché aldilà delle "storie di ordinarie follia" narrate da Warhol, al di là dei molti aneddoti che oggi possono apparirci molto vicini al gossip, si rivela, invece, tutta la forza dirompente della sua filosofia. Una filosofia solo apparentemente "usa e getta": in realtà il suo pensiero, non cinico ma realista, è stato lo specchio profetico del nostro presente massificato e un richiamo a comprendere e a decodificare questo mondo così mediato. Ma soprattutto, attraverso Pop si comprende perché, come ha scritto una volta James Ballard, dopo Warhol non è più possibile fabbricare autentici miti: perché Warhol è stato l’ultimo a non prendersi mai sul serio. Nemmeno per gioco.

Gian Paolo Serino


Libero, 17.2.2005

<< < VAI > >>

Warhol, l’uomo che inventò lo show business

Nell’autobiografia, l’artista racconta come ha intuito e sfruttato le possibilità offerte dai nascenti mass media

"La gente è sempre molto noiosa quando s’intruppa. Bisogna stare da soli per sviluppare tutte le idiosincrasie che rendono interessanti le persone."

Chi era Andy Warhol? La risposta è nel soprannome: "Drella", sintesi di "Dracula" e "Cinderella" (Cenerentola). Ovvero la miscela perfetta di ingenuità e cinismo. Warbol guarda con occhi da bambino gli oggetti più volgari e comuni: bottiglie, scatole, banconote. E sa coglierne il fascino. Il fascino si trasforma poi in denaro frusciante grazie a un innato talento per il business.
Pop. Andy Warhol racconta gli anni Sessanta (oggi tradotto per la prima volta) è l’autobiografia al contempo più reticente e sfacciata che si possa immaginare. Warhol non parla mai dise stesso. Si lascia piuttosto ritrarre dai discorsi e dai ricordi degli amici. Modestia? Pudore? Più probabile che sia l’opposto: le opere d’arte si possono solo descrivere. E la vita di Andy Warhol è il capolavoro del pop. La filosofia del pop è che "chiunque può fare qualsiasi cosa". Warhol l’ha incarnata alla perfezione: è stato grafico, pittore, regista, fotografo, scrittore, produttore di filme complessi musicali.

Arte
"Non mi ha mai imbarazzato chiedere a qualcuno: "Che cosa dovrei dipingere?" perché il Pop viene dall’esterno". Nascono così, o sfogliando le riviste, alcune delle sue opere più famose. La serie dei "Dollar Bills", ad esempio: "Fu durante una delle serate in cui chiedevo a 10 o 15 persone di darmi dei consigli che una signora mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cos’è che ami di più?" Ecco come cominciai a dipingere il denaro".
Spesso il giudizio degli amici è decisivo. Ecco come Warhol si scopre artista pop: "Versai dello Scotch in due bicchieri, poi andai verso la parete dov’erano appoggiati due quadri... Uno era una bottiglia di Coca Cola con un lato coperto per metà di macchie pasticciate secondo lo stile dell’espressionismo astratto, l’altro era un’austera bottiglia di Coca Cola con i contorni marcati in bianco e nero". Il regista Emile de Antonio fissale due tele e poi dice la sua: "Bene, senti, Andy. Uno è una merda, una cosetta qualsiasi, mentre l’altro é notevole: è la nostra società, è quel che siamo, è bellissimo e completamente spoglio, dovresti distruggere il primo e mostrare il secondo". Detto, fatto: il sobrio "Coke" (1960) è il primo quadro di successo di Warhol.

I media
Le intuizioni sul mondo dei media sono sconcertanti. Leggendo Pop viene il sospetto di vivere nel mondo che Warbol, nei primi anni ’60, ha inventato per noi.
Chiunque può diventare famoso,almeno per 15 minuti: "Il pop faceva capire alla gente che l’evento erano loro stessi". Un trucco è sapere usare i media tenendo a mente il principio fondamentale: "Ogni pubblicità è buona pubblicità". Warhol lancia una serie di star stravaganti (Viva, Ingrid, Edie e mille altre) che per un breve periodo imperversano negli show televisivi, sulle riviste e al cinema. Nessuno sa chi siano o cosa facciano. Eppure lanciano mode, rilasciano interviste, recitano senza essere attrici.
Warhol stesso diventa famoso a prescindere dal suo status di artista, che molti ignorano: "L’industria dello spettacolo serve proprio a questo: a provare che quel che conta non è ciò che sei, ma ciò che credono che tu sia". La chiavedella celebrità sono i giovani. Warhol vede subito il grande cambiamento sociologico degli anni’60: l’invenzione della gioventù. "Ormai tutti gli uomini d’affari in gamba avevano capito che i giovani non sarebbero mai cresciuti per davvero, che avrebbero continuato a far parte del mercato della gioventù".
Non fila sempre tutto liscio. Nel 1964 Warhol espone in una grande galleria dì Toronto. Il giorno dell’inaugurazione si fa vivo un solo visitatore: "un liceale grassoccio dalle guance rosse con in mano un quaderno con gli anelli mi corse incontro tutto affannato e mi disse ansimando: "Oh, grazie al cielo è ancora qui. Sto facendo la mia tesina semestrale su di lei". Disse che aveva scelto me per la sua tesina perché suo cugino aveva visto la mia mostra di Elvis a Los Angeles l’anno prima ma anche perché non avevo fatto ancora tanti lavori, così non avrebbe dovuto fare troppe ricerche".

Factory
La Factory è un loft al quinto piano di un edificio a pochi passi dalla sede dell’Onu (a New York). E molto di più dello studio di WarhoL E il punto di incontro di una generazione di giovani artisti, scrittori, musicisti. Ma anche di semplici curiosi e personaggi eccentrici. Questi ultimi sono spesso reclutati come protagonisti dei filin girati senza sosta da Warhol. Kiss, Sleep, Eat, Blow Job, Chelsea Girls: Warhol chiede ai suoi attori di mettersi davanti alla telecamera e di essere se stessi. Ne escono monologhi surreali, dialoghi folli, chiacchiere noiose, lunghi silenzi, pura pornografia. Nelle pellicole c è già tutto il voyeurismo dei reality show.
La porta della Factory è sempre aperta. Warhol, se non sta lavorando, è seduto su un vecchio divano e osserva il via vai. L’unico inquilino stabile è il fotografo Billy Name. Billy vive asserragliato nella sua camera Oscura: "Nel 1969 Billy fece una cosa molto bizzarra: entrò nella sua camera oscura e non venne più fuori. All’inizio non sembrava una cosa importante, solo una fase passeggera, ma quando arrivò la primavera e Billy era ancora lì dentro tutti cominciammo a chiederci che cosa stesse succedendo". Billy non risponde nemmeno se qualcuno bussa alla sua porta. "Sentivamo provenire dall’altra parte del muro una conversazione e per un certo periodo credemmo che un’altra persona fosse andata a stare li dentro con lui. Alla fine venne fuori che entrambe le voci erano sue". Dopo due anni, Warhol trova aperta la porta della camera oscura. Dentro, oltre a migliaia di mozziconi di sigarette, c’è solo un biglietto: "Andy - non sono più qui ma sto bene. Con affetto, Billy".

Tentato omicidio
La Factory nel 1967 trasloca ma continua ad attirare ogni genere di pazzi. Nel 1968 Valerie Solanas, una femminista che propugna l’eliminazione totale dei maschi, si presenta con una pistola in pugno e spara a Warbol. Si salverà per miracolo e cornmenterà così: "Se ci tieni alla tua privacy non fartimai sparare". Il tentato omicidio pone fine a una stagione irripetibile. Verso la fine dei Sessanta, Warhol perde ogni interesse per il pop. Non è difficile capire perche: il mondo intero è diventato pop e da allora non ha più smesso di esserlo. "Il pop per questa nuova generazione non rappresentava un problema o una scelta: era l’unica cosa che conoscevano".

Alessandro Gnocchi


Linus, febbraio 2005

<< < VAI > >>

Ci sono voluti ben quindici anni, ma finalmente è arrivato anche in Italia il più bel libro scritto da Andy Warhol (ammesso che lui abbia mai effettivamente scritto qualcosa, ma questo è un altro discorso). Pop è il racconto in prima persona della New York degli anni ’60 da parte del suo più grande protagonista. Arte, moda, feste, personaggi, glamour: Warhol era al centro di tutto ciò, e anzi, forse ne era il motore stesso. A differenza della pedanteria dei Diari e delle difficili sperimentazioni degli altri suoi libri, questo è un saggio di godibilissima e appassionante lettura, attraverso il quale un intero decennio riprende vita sotto i nostri occhi.

Matteo B. Bianchi


il mattino di Padova, 10.12.2004

<< < VAI > >>

Esce in Italia il libro di Andy Warhol sui suoi anni d’oro
La mia prima opera d’arte pop
Quando il critico disse: "Quella Coca Cola è la nostra società"

Tra il 1960 ed il 1969 si consumò l’ultima straordinaria avventura dell’arte: l’improvvisa ascesa e la caduta della pop art. Protagonista fu un americano di origine cecoslovacca, Andy Warhol, che mescolò intuizione artistica, capacità di gestione dei media, senso della contemporaneità, spregiudicatezza mercantile. La vita di Warhol ruotò intorno alla Factory, un loft newyorkese in cui passarono i protagonisti degli anni Sessanta in una folle corsa nell’arte, nel sesso, nella droga, nel pettegolezzo. Questi anni Andy Warhol li ha raccontati in un libro, Pop (Meridiano zero, pp. 330, euro 17), da oggi in libreria. Warhol descrive senza censura la vita della Factory e di chi vi ruota intorno, con Mick Jagger che fa il domestico e Bob Dylan che mette le mani sotto le gonne delle ragazze. Del libro pubblichiamo alcuni brani.

La descrizione senza censure della vita nella mitica Factory dove passarono i protagonisti degli anni Sessanta. Mick Jagger faceva ancora il cameriere e Bob Dylan palpava le ragazze Pop di Andy Warhol

La persona cui devo il mio apprendistato artistico è Emile De Antonio. Quando lo conobbi ero un artista commerciale. (...) Quando terminai le mie prime tele fu a lui che volli mostrarle. Sapeva sempre dare un giudizio a colpo sicuro. (...) Un bel pomeriggio alle cinque suonò il campanello e De entrò e si sedette. Versai dello Scotch in due bicchieri, poi andai verso la parete dov’erano appoggiati due quadri che avevo fatto, alti un paio dimetri e larghi circa un metro ciascuno. Li girai verso la stanza e li appoggiai al muro uno accanto all’altro, poi mi allontanai indietreggiando per dare un’occhiata anch’io. Uno era una bottiglia di Coca Cola con un lato coperto per metà di macchie pasticciate secondo lo stile dell’espressionismo astratto, l’altro era semplicemente un’austera bottiglia di Coca Cola con i contorni marcati, in bianco e nero. Non dissi niente a De. Non ce n’era bisogno: sapeva ciò che volevo sapere. "Bene, senti, Andy", disse dopo averli fissati per un paio di minuti. "Uno è una merda, una cosetta qualsiasi, mentre l’altro è notevole: è la nostra società, è quel che siamo, è bellissimo e completamente spoglio, dovresti distruggere il primo e mostrare il secondo". Quello fu un pomeriggio importante per me.
* * *
Non ero ancora sicuro che si potesse eliminare completamente la gestualità manuale dall’arte e diventare impersonali, anche se sapevo per certo dl voler andare in quella direzione. Ecco perché avevo l’abitudine di dipingere ascoltando per tutto il giorno sempre lo stesso pezzo rock and roll a tutto volume (..). La musica a tutto volume mi svuotava la mente e mi lasciava lavorare soltanto d’istinto. In realtà non usavo soltanto il rock and roll a questo scopo, ma anche l’opera che trasmettevano alla radio e le immagini televisive senza l’audio, e se tutto questo non bastava a cancellare i miei pensieri aprivo una rivista e leggiucchiavo un articolo mentre dipingevo.
I lavori che mi soddisfacevano di più erano i quadri freddi e impersonali.
* * *
Non mi ha mai imbarazzato chiedere a qualcuno, letteralmente: "Che cosa dovrei dipingere?" perché il pop viene dall’esterno, per cul che differenza c’è tra chiedere a qualcuno di darti delle idee e cercarle in una rivista? (...) Chiedevo a tutti quelli che vedevo che cosa pensavano che dovessi fare. Lo faccio ancora: in questo non sono mai cambiato. Sento una parola, o fraintendo qualcuno, e mi viene una buona idea. L’importante è far si che la gente continui a parlare, perché prima o dopo salta fuori una parola che imprime una direzione diversa ai miei pensieri. (..) Fu durante una delle serate in cui chiedevo a dieci o quindici persone di darmi dei consigli che finalmente una signora mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cos’è che ami di più?". Ecco come cominciai a dipingere il denaro.
* * *
Circa una settimana dopo l’inaugurazione di Filadelfia mi presi una bella lezione sullo show business e sul pop. Proprio quando credi di essere diventato famoso arriva qualcuno che ti fa sembrare corne il numero di riscaldamento in una serata di dilettanti... sto parlando di Papa Paolo VI. A proposito di specialisti in pubbliche relazioni per secoli e secoli, non so se mi spiego! Sicuramente il giro di apparizioni pubbliche più pop degli anni Sessanta fu quella visita del Papa a New York City. Lo completò in una sola giornata, il 15 ottobre 1965. Fu la visita pastorale meglio organizzata e più seguita dai media della storia religiosa (e probabilmente della storia dello show business). "Mai prima d’ora in questo paese! Soltanto per un giorno! Il Papa a New York City!". (...) II Papa tornò al Kennedy dove salì su un aereo della TWA, dicendo, quando i reporter gli chiesero che cosa gli fosse piaciuto di più di New York: "È bello tutto", una risposta che corrispondeva esattamente alla filosofia pop. Tornò a Roma la sera stessa. Fare così tante cose in così poco tempo con tutto quello stile - non riesco ad immaginare niente di più pop.


Mucchio, febbraio 2005

<< < VAI > >>

POP. ANDY WARHOL RACCONTA GLI ANNI SESSANTA

Libro davvero imperdibile questo Pop che contiene i ricordi di Warhol degli anni ’60. Non tanto perché sia un "bel" libro. Troppo costruito sull’aneddotica, sui singoli ricordi che si ricorrono reciprocamente, intrecciandosi tra loro senza alcun apparente schema preciso per farsi leggere tutto d’un fiato. Per certi versi troppo simile alle opere d’arte warholiane: apparentemente semplicissime, banali, tanto da far supporre che la loro fruizione non necessiti d’alcuna preparazione estetica, per poi invece dimostrarsi quasi refrattarie senza un’adeguata apertura mentale.
Così anche Pop si presenta come null’altro che centone di ricordi, aggregati tra loro solo dall’accorpamento temporale. Che se all’inizio paiono di lettura leggera come solitamente capita per i libri di memorie, ben presto si fanno ardui perché dietro alla casualità di incontri e frequentazioni, ci ritroviamo di fronte ad un intero universo di rapporti, accuratamente studiati e coltivati da Warhol per circondarsi di una sorta di humus vitale in cui far crescere la propria arte. E ci accorgiamo che se vogliamo "entrare" davvero nel libro dobbiamo impegnarci: innanzitutto rammentare sempre chi fa cosa e quando, in modo da non dimenticano quando ritroveremo avanti nel libro i personaggi, per capire i rispettivi ruoli e come essi si incastrassero all’interno della New York del periodo e, più specificatamente, all’interno della Factory.
Ma come ricompensa per l’impegno, si aprirà di fronte a noi una chiave essenziale per la lettura degli anni ’60 newyorkesi, della pop art, del mondo di Andy Warhol che rimane, assieme alle avanguardie di inizio secolo, uno degli eventi artistici e culturali (e musicali: non dimentichiamo che da esso nascono pure i Velvet Underground!) del Novecento.

Francesco Mazzetta


Più/la Provincia di Cremona

<< < VAI > >>

Il mondo è pop – Parola di Andy Warhol

Tutto è pop: tu compreso, anche se non lo sai ancora. La spinta totalizzante della società dello spettacolo cara al leggendario Guy Debord sembra occhieggiare fra le pagine della nuovissima edizione di Pop – Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, il libro di cronache e memorie dai fulminanti sixities della Factory newyorkese firmate dallo stesso Andy Warhol col suo assistente Pat Hackett e pubblicato in Italia da Meridiano Zero. Nella fresca traduzione di Camilla Scapini sono riproposte le considerazioni del creativo più anticonformista e rivoluzionario del Novecento. Lontano dall’accademia del trattato (poteva essere diversamente?), la penna di Warhol narra la ’società-pop’ muovendo un coro di personaggi che vanno da Allen Ginsberg a Bob Dylan, da Lou Reed a Mick Jagger, includendo fulgide esistenze di ’minori’, inconsapevoli comprimari di un irripetibile decennio artistico e culturale.

Luca Muchetti


la Repubblica, 8.1.2005

<< < VAI > >>

Gli anni Sessanta raccontati da Warhol

Su una cosa Andy Warhol e la sua corte dei miracoli avevano sicuramente ragione: loro arrivavano prima. Fecero un film su "un marchettaro della 42ma" con largo anticipo su un Uomo da marciapiede e avvertirono con stupore e allarme che Hollywood e tutto l’apparato commerciale stavano "entrando nel loro territorio". Cercarono di spostarsi oltre quel confine, ma non riuscirono a immaginare un’altra zona franca, una nuova Factory. L’epitaffio di quegli anni Sessanta in cui non era chiaro se "succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere o se la gente aveva cominciato a prendere l’anfetamina perché c’erano tante cose da fare", è una frase emblematica: "Le superstar dei vecchi tempi non venivano molto spesso alla nuova Factory alcune dicevano che la bianchezza del loft li faceva sentire a disagio". Un’epoca si chiuse (anche) per una questione di gusto cromatico. Possibile, perché era un periodo così: tanto intenso quanto fatuo, pieno di slanci ma strangolato dal narcisismo. Andy Warhol e Pat Hackett lo raccontano in questo Pop, uscito in America nel 1980. Tra le frasi famose di Warhol resta: "Mi piacciono le cose noiose (ma non significa che non mi annoino)". Filmò un dormiente per ore. Alla proiezione legarono uno spettatore, ma l’autore si alzò dopo pochi minuti. II testo di Pop risente di questa passione. Scorre senza picchi, non esalta l’aneddotica, srotola un elenco di nomi di persone (famose), ristoranti, night, marche d’abbigliamento. Diviene, alla fine, un atlante sponsorizzato su cui ripercorrere un tempo fuori sincronia. Di chi lo visse colpisce il distacco dalla storia che non sia quella che sta facendo: "Quando spararono al presidente Kennedy seppi la notizia dalla radio mentre stavo dipingendo da solo nel mio studio. Non credo di aver perso una sola pennellata". Ci sono considerazioni in qualche modo memorabili. Una su tutte: "Se ci tieni alla tua privacy non farti mai sparare". Richiudendo l’albume congedandosi dalle sgargianti fotografie che conteneva l’impressione è che davvero abbiano precorso i tempi e con quella passione per l’apparenza, la celebrità, il transitorio, la vita senza elaborazione ci abbiano lasciato in eredità questo reality show che è il nostro presente.

Gabriele Romagnoli


Rolling Stone, febbraio 2005

<< < VAI > >>

Buona parte di ciò che oggi siamo, nel bene come nel male, affonda le radici negli anni ’60. II decennio nel quale, come diceva Twiggy, le persone ordinarie facevano cose straordinarie, ci ha regalato tanto l’irresistibile ascesa del consumismo e dei suoi capillari mezzi di persuasione quanto lo sbocciare dei sogni e degli ideali per cui continuiamo a sperare che un altro mondo sia davvero possibile.
Nessuno ha incarnato quel periodo in tutte le sfaccettature e inevitabili contraddizioni meglio di Warhol. Padre della pop art, è stato anche una sorta di piccolo grande Buddha dell’era mediatica, un filosofo senza concetti, il guru dell’impersonalità, il teorico dei 15 minuti di celebrità per tutti e del desiderio di diventare una macchina, nonché l’anticipatore del reality show, lo spettacolo in cui si assiste al nulla. Ci può dunque essere ritratto più fedele del racconto dell’uomo che ha inventato l’arte di essere spettatori?

Tommaso Pincio


Rumore, marzo 2005

<< < VAI > >>

"Era dolcissimo, generoso, infinitamente creativo e ossessionato dal sogno di trasformare le immagini della cultura popolare d’America in Arte" scrive Fernanda Pivano, la più grande poetessa beat contemporanea, a proposito di Andy Warhol. Tutto cominciò nel 1962, con le serigrafie dei personaggi famosi trasformati in loghi seriali e finì nel 1969 per l’indolenza e il distacco snob di essere ormai mainstream. In Pop si narra di Dylan, Fellini, Hopper e Judy Garland, Ginsberg e Gregory Corso, di misconosciuti, tragici e grotteschi artisti e junkies, drag queen e parassiti del successo, meteore implose nel nulla dopo l’istantaneo fulgore, vittime del proprio autovoyeurismo narcisista. Warhol descrive il fenomeno Pop a New York e la Factory come un kineokkio asciutto e mai autoreferenziale (!), in un pianosequenza infinito all’interno del policromo loft di Manhattan. Non un libro "su" Andy Warhol, ma "di" Andy Warhol" (e Pat Hackett, sua segretaria, assistente e amica): l’apparenza ("la mia essenza è tutta sulla superficie dei miei quadri e pellicole"), l’essere avanguardia della società e dell’arte, il sesso liberato prima e deprezzato poi, la noia di vivere la fama sopraggiunta alla fame, la celebrità transitoria, la vita e la morte "senza peso" immerse nel reality show che è il presente tanto intenso quanto fatuo, i Velvet Underground, le droghe e gli acidi contraddittorio carburante di un’epoca ("succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere o se la gente aveva cominciato a prendere l’anfetamina perché c’erano tante cose da fare?"). Scrisse Ballard: "dopo Warhol non è più possibile fabbricare miti. Perché i miti non sanno più ridere di se stessi".

Domenico Mungo


il Venerdì di Repubblica, 3.12.2004

<< < VAI > >>

Wahrol inedito: così facemmo del trash un’arte

Bob Dylan che solleva le gonne alle ragazze.
Lou Reed squattrinato che mangia solo fiocchi d’avena.
Jimi Hendrix che si chiama ancora Jimmy James.
Il diario, mai pubblicato in Italia, del re della pop Art.
Compresa la volta che gli spararono.

Parla di pittura, di cinema, di media, di pubblicità. Ma anche di soldi, di droga, di sesso (molta droga, molto sesso). Pop, Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, che ora esce con Meridiano Zero, raccoglie i ricordi dell’artista dal 1960 al 1969: il decennio della scalata al successo, il più creativo della sua camera. Memorie dettate alla sua assistente alla fine degli anni Settanta e mai uscite in Italia. Aneddoti e intuizioni su tutto ciò che ruota intorno alla Factory, il suo grande studio newyorkese, un viavai di star come i Rolling Stones e figure sofferenti e traviate, che Warhol - il cinico - attrae e brucia. Come la luce le falene. Ecco alcuni stralci di quel diario.

1960-1963
Fu durante una delle serate in cui chiedevo a dieci o quindici persone di darmi dei consigli (su cosa dipingere) che una mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cos’è che ami di più?". Ecco come cominciai a dipingere il denaro.
Dormivo pochissimo: avevo iniziato a prendere un quarto di pasticca di Obetrol al giorno per dimagrire. E così, visto che stavo sveglio più a lungo, cominciai ad avere più tempo a disposizione. Non sono mai riuscito a spiegarmi se negli anni Sessanta succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere (dato che moltissimi prendevano l’anfetamina) o se la gente aveva cominciato a prendere l’anfetamina perché c’erano così tante cose da fare. Dal ’65 fino a tutto il ’67 ho dormito solo un paio d’ore per notte, ma incontravo gente che non dormiva da giorni e diceva frasi del tipo: "Sto arrivando al nono giorno ed è meraviglioso!".
Hollywood rappresentava tutto ciò a cui avevo sempre voluto che la mia vita si ispirasse. Plastica. Bianco su bianco.
David Bailey (il fotografo), aveva portato Mick Jagger, il cantante di un gruppo rock and roll chiamato Rolling Stones, che in quel periodo suonava nelle città del Nord dell’Inghilterra. "L’abbiamo conosciuto quando era il domestico di Chrissy Shrimpton, la sorella minore di Jean (la modella Jean Shrimpton)", mi disse Nicky (Nicky Haslam, art director di Vogue). "Chrissy aveva messo un annuncio sul giornale, "Cercasi uomo delle pulizie", e si era presentato Mick, che studiava alla London School of Economics e puliva appartamenti per pagarsi gli studi. Poi Chrissy si innamorò di lui".
Trovai un altro loft, al 231 della East 47th Street, lo spazio che presto sarebbe diventato la Factory. Gli A-men della Factory erano per la maggior parte finocchi, con l’eccezione della Duchessa, che era lesbica. Erano tutti incredibilmente magri, eccetto la Duchessa, che era incredibilmente grassa. Ed erano tutti eroinomani, tranne la Duchessa, che si faceva di barbiturici. Billy (Billy Name, un fotografo che viveva nel loft) era bravo a frugare tra i rifiuti; arredò tutta la Factory con cose scovate per strada. Ricoprì i muri che si sgretolavano e le tubature con diverse qualità di carta d’argento. Comprò bidoni di vernice e la spruzzò dappertutto, fin sulla tazza del water. L’argento era il futuro, era spaziale: gli astronauti indossavano tute argentate. E, forse più di ogni altra cosa, l’argento era narcisismo: gli specchi erano d’argento.

1964
Una cosa che mi è sempre piaciuta è ascoltare ciò che la gente pensa di altra gente. Si chiama pettegolezzo, naturalmente, ed è una delle mie ossessioni.
Molti pensavano che la gente venisse alla Factory per ronzarmi attorno, che io fossi una specie di grande attrazione che tutti venivano a vedere, ma era assolutamente il contrario: ero io che ronzavo attorno a tutti gli altri. Io pagavo solo l’affitto e la gente veniva semplicemente perché la porta era aperta. Venivano per vedere chi veniva. Naturalmente, una "casa aperta" comporta dei rischi. Un giorno una donna sui trent’anni che mi sembrava di aver già visto entrò, si avvicinò alla parete a cui avevo appoggiato quattro Marilyn quadrate, tirò fuori una pistola e sparò facendo un buco nei quadri. Guardò verso di me, sorrise, camminò fino all’ascensore e se ne andò.
Tutti ricordano che andavo sempre in giro a lamentarmi: "Oh, quand’è che sarò famoso, quando succederà?" eccetera, quindi devo averlo fatto spesso.

1965
"È stato il miglior party degli anni Sessanta". Così Lester Persky (produttore) definì il party da lui organizzato alla Factory per The 50 most beautiful people. C’era Judy Garland. Rimasi a guardare mentre cinque ragazzi la portavano fuori dall’ascensore caricandosela sulle spalle. Quando i ragazzi finalmente la misero giù, Judy cominciò a barcollare, così la ripresero su e la sistemarono sul divano.
Negli anni Sessanta non c’era mai bisogno di comprare niente. Si poteva avere quasi tutto gratis. Tutti avevano qualcosa da promuovere e ti mandavano a prendere con l’autista, ti davano da mangiare, ti portavano regali.
Ogni tanto qualcuno mi accusava di essere cattivo, di lasciare che la gente si distruggesse mentre io stavo a guardare, filmavo, registravo. Ma io non mi considero cattivo, solo realista.
Dietro a ciò che facevo non c’era un piano di fondo: le cose succedevano e basta. L’idea pop, dopo tutto, era che chiunque può fare qualunque cosa.

1966
Tra la fine del ’65 e l’inizio del ’66, la novità più interessante alla Factory diventò un gruppo che si faceva chiamare Velvet Underground. Era ancora il periodo in cui si poteva vivere praticamente con niente. Lou (Reed) mi disse che lui e John (Cale) facevano dei periodi in cui mangiavano solo fiocchi d’avena e per procurarsi i soldi donavano il sangue o posavano per i settimanali che avevano bisogno di foto per illustrare i loro pezzi sensazionalistici. La didascalia di una delle foto di Lou diceva che era un maniaco sessuale che aveva ucciso 14 bambini.
(Warhol entra a una festa) Scavalcai Bob Dylan, che stava sdraiato sulle scale con un’aria stravolta e si divertiva parecchio ad allungare le mani sotto le gonne delle ragazze che lo scavalcavano per salire al party (qualcuna gradiva e qualcun’altra no).
Le case che avevamo preso in affitto diventarono disgustose perché tutti i servizi igienici si ingorgarono - sembrava che i servizi smettessero di funzionare ovunque andassero i Velvet - e così loro cominciarono a raccogliere manciate di merda dai bagni e a buttarla fuori dalle finestre.
Un gruppo chiamato The Druids aveva suonato all’Ondine per un paio di mesi. Jimi Hendrix - prima che si chiamasse Jimi Hendrix, era ancora Jimmy James - stava seduto in mezzo al pubblico con la chitarra e tutte le sere chiedeva al gruppo se poteva suonare con loro e loro gli rispondevano di sì.

1967

Una cosa molto interessante in Glamour, Glory and Gold (commedia di Jackie Curtis, ragazzo di vent’anni, recitata da Candy Darling, drag queen) era che tutti i dieci ruoli maschili erano interpretati da Robert De Niro: si trattava del suo debutto in palcoscenico. Anni dopo, quando diventò famoso, Jackie mi spiegò com’era capitato nella sua commedia. "Venne nell’appartamento del regista. Sembrava un pazzo. Continuava a insistere: "Devo recitare nella commedia! Devo recitare nella commedia! Per piacere! Sono disposto a fare qualunque cosa!" Gli faccio: "Dieci ruoli?" e lui: "Sì! E farò anche i poster: mia madre ha una tipografia"".

1968-1969

Non conoscevo molto bene Valerie. Parlava continuamente della completa eliminazione del sesso maschile. Una volta venne alla Factory con una sceneggiatura e me la diede da leggere. Era così sconcia che improvvisamente pensai che lavorasse per il dipartimento di polizia e che mi avesse teso una specie di trappola. (Alcuni giorni dopo Valerie è nello studio di Warhol.) Vidi che mi puntava contro una pistola e mi resi conto che aveva appena sparato. Caddi a terra come se fossi stato colpito. Valerie mi si avvicinò e sparò di nuovo e a quel punto sentii un dolore veramente terribile. Più tardi, molto più tardi, mi dissero che due pallottole di una pistola calibro 32 mi avevano trapassato lo stomaco, il fegato, la milza, l’esofago, il polmone sinistro e il polmone destro.

a cura di Antonella Barina


www.artsblog.it, 20.12.2004

<< < VAI > >>

È uscito, per le edizioni Meridiano Zero, questo interessante libro di Andy Warhol e Pat Hackett, dal titolo Pop. Andy Warhol racconta gli anni Sessanta.
Dalla lunga narrazione di storie e aneddoti di tanti personaggi dell’arte e dello spettacolo, più o meno famosi, è possibile ricostruire i tratti di quella che è stata una vera e propria rivoluzione culturale. Una rivoluzione che ha elevato a principi fondamentali della vita sociale e a paradigmi degli stessi processi di creazione artistica la produzione e il consumo. Ma della cultura pop si evidenzia anche un altro aspetto significativo: la sua tendenza onnipervasiva e totalizzante.
Il pop è come un blob famelico. Divora tutto. E vano è ogni tentativo di sottrarsi ad esso. Ogni critica, anche radicale, alla filosofia pop finisce con l’acquisirne tratti metodologici o strutturali. In questo senso il pop sembra somigliare molto al suo più autorevole profeta.

Alessandro


www.bazarweb.info, marzo 2005

<< < VAI > >>

Se volete capire la funzione dell’arte nell’epoca della cultura di massa - vale a dire il suo senso da 45 anni a questa parte - è indispensabile corriate in libreria a procurarvi POP. Lo riconoscerete dai colori dell’eccitante copertina, in linea con l’argomento, e per il singolare formato quadrato: quasi più merce che libro. Quella merce tanto cara alla poetica pop, che afferma la necessità di recuperare gli oggetti del nostro quotidiano per rappresentare la realtà. Ecco allora i barattoli Campbell’s, le sculture di donne con i bigodini che spingono carrelli del supermercato pieni di prodotti, il segno grafico mutuato dai fumetti, le scatole numerate con la merda d’artista e le immagini dell’icona marilyn riprodotte all’infinito. Sì, perché quello della serializzazione è uno degli spunti più interessanti e attuali, in qualche modo anticipatore di quello che sarà uno dei più grandi dilemmi etici del XXI secolo: la clonazione umana. Di questi formidabili spunti, vale però la pena ricordarne almeno altri due: il successo, inteso come ansia incontrollabile di essere pubblicamente riconosciuti, e il denaro, come unico metro di valore di tutte le cose. Ebbene, della pop art Andy Warhol è stato il profeta. E in questo libro c’è Andy Warhol raccontato da se stesso. Diceva nel 1980: "Se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito". E un mito è diventato, dopo la sua morte prematura avvenuta nel 1987. Dentro la storia della sua Factory c’è tutta la contraddittorietà degli anni sessanta americani, divisi tra venti di libertà e guerra in Vietnam: la liberazione sessuale, il jet-set e i colpi di pistola che quasi lo uccisero. Invece - pochi lo sanno - la sua morte sarà ancora più paradossale: causata da un’anestesia praticata senza esame allergologico, a New York capitale high-tech.
Colonna Sonora: JOHN CALE/LOU REED Songs for Drella

Ciro Bertini


www.lankelot.eu, 21.12.08

<< < VAI > >>

"Se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito. Intorno al 1960, quando la pop art fece la sua comparsa a New York, il mondo dell’arte vi si tuffò con un entusiasmo tale che persino i suoi esponenti più conservatori dovettero finalmente ammettere che facevamo parte della cultura mondiale. L’espressionismo astratto era già divenuto un’istituzione quando verso la fine degli anni Cinquanta Jasper Johns e Bob Rauschenberg cominciarono a liberare l’arte dall’astrattismo e dall’introspezione. Poi la pop art rovesciò la concezione di interiore ed esteriore" – racconta Warhol in questo appassionante memoir datato 1980, tradotto per la prima volta da Meridiano Zero nel 2004, riproposto in seconda edizione nel novembre 2008.
Il mitteleuropeo ruteno adottato dagli States racconta dei suoi primi passi, delle iniziali difficoltà, del desiderio d’essere parte dell’ammirata scuderia di Leo Castelli e della sua compagna Ileana (poi Sonnabend), dell’ostinazione a non voler cambiare certi aspetti del suo carattere ("non c’era niente di sbagliato nell’essere un artista pubblicitario e neanche nel collezionare l’arte che ammiravo"), enfatizzando piuttosto certe scelte (l’omosessualità); della sua idea di cinema, del fertile clima creativo degli anni Sessanta, della popolarità dell’anfetamina nella Factory. L’opera si compone, come forse era prevedibile, di una ricca aneddotica, destinata ad andare incontro quanto agli appassionati e ai semplici curiosi, quanto agli studiosi della pop art; spesso l’analisi di determinati eventi cruciali – come la morte di Kennedy – è semplificata e personalizzata oltre il limite della normalità ("Mi piaceva moltissimo avere Kennedy come presidente – era bello, giovane e intelligente. Ma non mi disturbava più di tanto che fosse morto. Quello che mi dava fastidio era il modo in cui la televisione e la radio stavano facendo sì che tutti si sentissero così tristi"). A metà strada tra una prevedibile auto-agiografia e una trascrizione diaristica d’un antieroe dell’epoca, l’opera di Hackett e Warhol è un sicuro punto di riferimento per chi voglia annusare l’odore del dietro le quinte d’un movimento artistico e voglia sfogliare appunti e annotazioni d’un piano di stravolgimento della cultura occidentale.
Suddiviso per annate, raccontato per aneddoti dal retrogusto della striscia fumettistica, il libro di Andy detto Drella (Dracula-Cinderella, ossia Cenerentola) mostra il suo conflitto interiore a proposito del più adatto sentiero di ricerca (cinema o pittura; plurime meditazioni sul nudo, e parecchi rilievi su Chelsea Girl) e inevitabilmente illumina i retroscena della storia formazione dei Velvet Underground & Nico, dalla formazione (più look che sostanza) alla rottura tra Lou Reed e Nico, attraverso la famosa copertina della banana e romantiche descrizioni dell’aspetto e della personalità di Nico.
Un piccolo grande regalo per chi crede che un giorno potrà nascere una nuova Factory. Alla larga chi è in cerca di una struttura romanzesca, ordinata e raziocinante; questo è il canovaccio di un vecchio sogno, questi sono gli spartiti di un concerto che nessuno s’è stancato d’ascoltare; di suonare, sì, e da tempo. Gianfranco Franchi


www.rootshighway.com, 4.3.2005

<< < VAI > >>

Pop racconta essenzialmente una città, New York (per non dire un quartiere) che, nella visione di Andy Warhol e della Factory, ovvero la sua base di partenza, era una specie di microcosmo, distante anni luce dalla realtà. Una visione simbolica che rende piuttosto bene l’ideale della cultura pop secondo Andy Warhol: quello di un flusso in movimento, senza distinzione tra le diverse forme d’espressione, con un’attenzione particolare alla percezione della vita quotidiana e alla trasformazione di segnali in simboli e viceversa. Pop, grazie al racconto in prima persona, mediato appena dagli interventi di Pat Hackett, ricostruisce passo dopo passo gli anni fondamentali dell’ascesa di Andy Warhol, della Factory, dei Velvet Undeground. Dal suo punto di vista, era tutto creatività e movimento, stimoli ed innovazione, e non c’è dubbio che ci sia molto di vero quando dice: "Dare un’etichetta a qualcosa significa fare un passo decisivo, perché non si può più tornare indietro, non si può più tornare a vedere quella cosa senza la sua etichetta. Quello che vedevamo era il futuro, e lo sapevamo". Nelle appendici, a margine delle tre righe dedicate ai Velvet Underground, Andy Warhol traccia una sintesi chiarissima dell’idea pop che "in fondo, era che chiunque potesse fare qualsiasi cosa, sicché naturalmente stavamo tutti tentando di fare di tutto. Nessuno voleva rimanere in una categoria, volevamo tutti estendere l’attività verso ogni possibile cosa creativa". Una vera e propria rivoluzione

Marco Denti