Gli anni Sessanta nelle "Memorie" di Andy Warhol
Lannalista argentato che mancava la realtà
Nomi e luoghi a centinaia, feste, concerti, sesso e droghe, suicidi; poche parole per lassassinio di Kennedy, silenzio sul Vietnam; lepicentro del mondo è la Factory, schermata dargento... In questi minuzioso e voyeuristici resoconti sullepoca Pop, elaborati con Iassistente Pat Hackett, il più indistinguibile è proprio Warhol, atleta dellinsensibilità
È sempre insieme sorprendente e terrorizzante misurare il disordine senza rimedio e il gioco del caso nella vita, il fatto, come scriveva Musil, che "pochi uomini sanno, in fondo, come sono giunti a se stessi, ai propri piaceri, alla propria concezione del mondo... è impossibile scoprire una ragione sufficiente, per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente". Lironia tragica del tempo che passa, e della fine: pourquoi moi? E larte allora? Non doveva essere larte un antidestino - terapia, costruzione e salvezza, stile, anzitutto stile e durata? Chissà, forse tutto sarebbe potuto andare diversamente per Andy Warhol se un pomeriggio del 1960 il film maker Emile de Antonio detto De non avesse detto senza esitare che un certo quadro con unaustera bottiglia di Coca Cola dipinta a segni neri e spessi rappresentava proprio "la nostra società, quel che siamo, bellissimo e completamente spoglio" comera, un giudizio che in definitiva, quarantacinque anni dopo, ci sentiremmo ancora di sottoscrivere. Insomma la trasfigurazione del banale, e tutto quel che ne è seguito, il pop che rifluisce dai quadri allAmerica reale, al mondo, alla maniera di vedere di intere generazioni. Forse però ha più ragione Warhol a iniziare il suo volume di memorie raccolte da Pat Hackett - ora disponibile in italiano: Pop - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta (traduzione di Camilla Scapini, Meridiano zero, pp. IX-338, Euro 17,00) - con una frase rimasta famosa: "se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito". Dopo quel primo istante, nulla fu più in effetti casuale, e quella che leggiamo è anche la più tipica delle profezie autoavverantisi, dato che proprio un mito, o forse solo un mito, è quanto resta della resistenza straordinaria dellinventore della pop art a quasi ventanni dalla sua vera morte dopo un banale intervento chirurgico.
In trecento e più pagine il libro, pubblicato in America nel 1980, ci consegna in effetti una narrazione minuziosa e diretta degli anni più importanti della carriera di Warhol, quelli che lo vedono trasformarsi da artista commerciale, idolo delle riviste di moda, ad artista tout court, regista di film underground e celebrità internazionale. Sono pagine ricche di idee brillanti, di penetranti osservazioni sullarte e sullimportanza di apparire: Warhol ha capito subito il potere dei media e della pubblicità in una società dove tutto è comunicazione e apparenza. Scenario principale dei destini che si intrecciano nel libro è ledificio al 231 della East 47th Street, la celebre Factory, diventato rapidamente lepicentro di una vastissima impresa creativa che coinvolgeva un po tutto e tutti, una specie di grande happening che durò per più di cinque anni prima di interrompersi il 3 giugno del 1968 al suono secco delle revolverate di Valerie Solanas, nemesi di Warhol e degli eccessi di unintera epoca. Il suo interno era completamente ricoperto di fogli e di pittura dargento: argento come il futuro, come le navicelle spaziali e le tute degli astronauti, ma anche come il colore dei passato, dei film di Hollywood, dei set con le attrici famose e del narcisismo, argento come gli specchi sparsi un po dappertutto a disposizione degli ospiti. La Factory era al tempo stesso lo studio di Warhol, il set dei suoi film, un luogo di incontri e di eccessi, lo sfondo scintillante dei suoi party più folli: era lo scenario di una ininterrotta fantasmagoria dove si poteva sognare una vita radicalmente diversa.
Eppure, alla fine di un lunghissimo viaggio, dopo centinaia di nomi, di luoghi, di feste, mostre, concerti, di sesso, di droghe, di suicidi e di morti, forse proprio la voce di chi parla, lAndy sempre presente, disponibile, trasparente e infaticabile, è nel libro proprio quella meno distinguibile. Prevedibile, del resto, per chi ha scritto che "più vuoti" ci si sente senzaltro meglio, e ha fatto della ripetizione e dellanestesia cifre essenziali del suo percorso artistico. Poco o nulla ci dicono in effetti le pagine sullIo che parla, sulluomo Warhol, sui suoi pensieri, sulle sue paure, amori, sogni. Le mystère Warhol resta tale. Il suo atteggiamento fondamentale è una curiosità onnivora ma sostanzialmente indifferente, un desiderio di testimoniare più che di partecipare: poche parole sono spese per lassassinio di Kennedy, quasi nessuna per la guerra del Vietnam, lattivismo politico, le contestazioni e le rivolte degli anni Sessanta. Come ha scritto Calvin Tomkins, Warhol rimane essenzialmente un voyeur, che lascia le cose prendere il loro corso e le guarda con freddezza: interessato, ma non coinvolto. Il suo è un distacco assoluto, una disciplina dellinsensibilità.
Si potrebbe dire che questo atteggiamento è il perfetto correlato di quanto ha voluto fare la pop art desimbolizzando loggetto, separando limmagine dai suoi significati, trasformandola in un simulacro: ripetuta e ancora ripetuta, anche limmagine più scioccante (lincidente stradale, la sedia elettrica), diviene perfettamente inespressiva. In questo procedere verso lindifferenziato anche lautore scompare: lartista pop non sta più dietro la sua opera, diventa liscio e piatto come la superficie dei suoi quadri. A nessun significato non può che corrispondere nessuna intenzione. Lambizione di Warhol a diventare totalmente impersonale, "noncommittal", "anonymous" - per usare i suoi termini -, diviene così unesigenza, una garanzia di sopravvivenza, di successo: "Penso che tutti dovrebbero essere macchine. Penso che tutti dovrebbero amarsi. La pop art è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina, perché fa continuamente la stessa cosa. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina" dichiarava in una famosa intervista del 1963. Ma forse questa è solo una parte di verità. Per il critico americano Hal Foster la ripetizione meccanica e ossessiva (le Marylin, le zuppe Campbells, ecc.) non segna in Warhol il distacco tra il reale e la sua rappresentazione, ma al contrario, come leggiamo in The Return of the Real (MIT Press, 1996), ha il compito di schermare un reale percepito come traumatico, un reale che però torna ad affacciarsi come tale proprio nellimmagine ripetitiva. In questa lettura ispirata alle analisi di Lacan, le immagini warholiane appaiono così al tempo stesso inespressive e coinvolgenti, perché se mettono in scena un mancato incontro con il mondo, raccontano anche di un soggetto toccato, punto da quella realtà che si sforza di mantenere a distanza.
Ma forse Andy era davvero se stesso solo quanto poteva essere il suo altro, quellessere incerto, fragile e seducente in camicetta bianca e parrucca platino, insieme femme fatale, vergine e diva, pudica e sfrontata, che ci fissa dai suoi autoritratti in drag del 1981: un rimando obbligato a Rrose Sélavy, il doppio femminile di Marcel Duchamp, e forse unammissione che va ancora più in profondità, che sfiora la relazione edipica, fa emergere il fantasma di una madre mitica e ne proietta allindietro lirraggiungibile perfezione androgina. Confessione estrema e folgorante per chi aveva scritto "ho sempre pensato che la mia pietra tombale dovesse essere anonima. Niente epitaffio e nessun nome. Anzi, a dire il vero dovrebbe esserci scritto finzione".
Stefano Chiodi
Buscadero, febbraio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Il primo luogo comune che sfata lo stesso Andy Warhol è quellalone di misticismo che circonda lidea stessa degli "anni Sessanta" che Pop richiama nel sottotitolo. Un decennio storicamente significativo che ha segnato il punto di non ritorno per molti fenomeni culturali, ha trasformato il costume e i linguaggi, ha lasciato ombre e luci. Gli anni Sessanta non sono stati uguali per tutti e quelli di Andy Warhol sono stati i più diversi. Pop racconta essenzialmente una città, New York (per non dire un quartiere) che, nella visione di Andy Warhol e della Factory, ovvero la sua base di partenza, era una specie di microcosmo, distante anni luce dalla realtà.
Ricorda Henry Geldzahler, uno dei suoi primissimi sostenitori: "È successo come in un film di fantascienza: voi artisti pop, che abitavate in zone diverse della città e non vi conoscevate, vi siete alzati tirandovi fuori dalla spazzatura e vi siete fatti avanti barcollando, reggendo i vostri quadri davanti a voi". Una visione simbolica che rende piuttosto bene lideale della cultura pop secondo Andy Warhol: quello di un flusso in movimento, senza distinzione tra le diverse forme despressione, con unattenzione particolare alla percezione della vita quotidiana e alla trasformazione di segnali in simboli e viceversa. Pop, grazie al racconto in prima persona, mediato appena dagli interventi di Pat Hackett, ricostruisce passo dopo passo gli anni fondamentali dellascesa di Andy Warhol, della Factory, dei Velvet Undeground. È un testimonianza vividissima ancora oggi (ledizione originale è di ventanni fa) anche se Andy Warhol con una certa disinvoltura tende a schivare i lati più contraddittori e ombrosi. Dal suo punto di vista, era tutto creatività e movimento, stimoli ed innovazione, e non cè dubbio che ci sia molto di vero quando dice: "Dare unetichetta a qualcosa significa fare un passo decisivo, perché non si può più tornare indietro, non si può più tornare a vedere quella cosa senza la sua etichetta. Quello che vedevamo era il futuro, e lo sapevamo. Guardavamo le persone muovercisi dentro senza saperlo: i loro pensieri appartenevano ancora al passato, e al passato facevano riferimento. Ma bastava soltanto sapere di essere nel futuro per entrarci. Il mistero era scomparso, ma il divertimento era appena cominciato". Laltra verità, che traspare soltanto superficialmente, in piccoli frammenti, è che dietro la Factory ci sono anche ombre cupe e minacciose, gli eccessi per le droghe, invidie e follie.
Basta pensare alle storie di Edie Sedgwick e di Mary Voronov o di Valerie Solanis che un bel giorno si presentò alla Factory armata di una calibro 32 e sparò più o meno a tutti quelli che si trovarono lì. A farne le spese fu soprattutto Andy Warhol ("Se ci tieni alla tua privacy non farti mai sparare") che rimase ferito gravemente ma anche tutta latmosfera dei cosiddetti "anni Sessanta". Pop finisce virtualmente lì anche le intuizioni, le invenzioni e le visioni di Andy Warhol e della Factory si propagarono ben presto in tutto il mondo. La lettura è scorrevole e informale e il libro è curatissimo, comprese una prefazione di Benedetta Barzini (la modella italiana che ispirava le poesie di Gerard Malanga) e unappendice di Gaia Guarienti che ricorda, in tanti piccoli identikit, i protagonisti principali. Dove, a margine delle tre righe dedicate ai Velvet Underground, Andy Warhol traccia una sintesi chiarissima dellidea pop che "in fondo, era che chiunque potesse fare qualsiasi cosa, sicché naturalmente stavamo tutti tentando di fare di tutto. Nessuno voleva rimanere in una categoria, volevamo tutti estendere lattività verso ogni possibile cosa creativa". Una vera e propria rivoluzione.
Marco Denti
Corriere della Sera, 18.12.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
Gli anni Sessanta visti da vicino
Pop: gli anni Sessanta raccontati da Andy Warhol (edizioni Meridiano Zero, pagine 352, Euro 17) è il titolo del libro scritto dal fondatorg della Factory In collaborazione con Pat Hackett, che di Warhol fu segretaria, assistente e amica. Un libro vivace e sorprendente in cui Warhol descrive il fenomeno Pop a New York durante gli anni Sessanta. "È uno sguardo alla vita comera in quellepoca per i miei amici e per me - spiega lartista nella prefazione - ma è uno sguardo anche al quadri, ai film, alla moda, alla musica, alle superstar e alla rete di rapporti che formavano lambiente del nostro loft a Manhattan". Una lettura intrigante, dunque, dove come protagonisti-comprimari troviamo (con tanto di pettegolezzi e aneddoti gustosi) Bob Dylan e Roy Lichtenstein, Jackson Pollock e Montgomery Clift, Dennis Hopper e Judy Garland, Allen Ginsberg e Gregory Corso.
Vi racconto un amico chiamato Andy Warhol
"Era dolcissimo, generoso, con una creatività senza confini"
Andy Warhol è nato nel 1928, con il sogno di trasformare le immagini della realtà popolare dAmerica. Cè riuscito: nel 1955 disegnando delle scarpe, naturalmente importabili; ma già nel 1960 ha incominciato a dipingere fumetti, per esempio Dick Tracy, Popeye, Superman e Batman. Naturalmente questi hanno trasformato limmagine dei fumetti e le trasformazioni sono continuate quando ha scoperto la serigrafia. Credo si possa dire che tutto è iniziato da lì, quando nel 1962 ha cominciato a creare con questa tecnica ritratti che comprendono Marion Brando, Elvis Presley, Marilyn Monroe, Warren Beatty e poi Jackie Kennedy, la Mona Lisa, Robert Rauschenberg; Liza Minelli, Liz Taylor, Mao, Franz Kafka, Albert Einstein e Keith Haring: che comprende limmagine di un tenerissimo fiore, forse il più dolce, romantico, immortale fiore della storia. Ma lì in mezzo, nel 1965 è arrivato Lou Reed, una specie di capolavoro di Andy Warhol.
Lou Reed era un uomo fascinoso, musicista inimitabile, inventore di immagini sonore con un gruppo di quattro amici e con loro aveva fatto una piccola band, creando un suono travolgente non definibile dalla terminologia usuale. Un giorno il titolo di un libro giallo trovato nella spazzatura ha imprigionato e ispirato Lou Reed per i prossimi anni futuri. Con questo titolo, Velvet Underground, e con questa musica che mai si era ascoltata prima è andato da Andy Warhol che stava cercando qualcuno alla Factory per musicare un suo film.
E cominciata unamicizia che è finita solo per volontà degli dei di tutti i mondi e di tutti i Paesi. Far parlare Lou Reed di Andy Warhol è a dir poco commovente, fuori da tutti gli stereotipi: "Era dolcissimo, generoso, gentile, faceva coraggio anche a chi pareva che non ne conoscesse i termini. Lavorare con lui significava arricchirsi nella fantasia e allargare senza confini la propria creatività". Queste nostalgie Lou Reed me le raccontava ancora una volta, dopo avermele raccontate tanti anni fa a Conegliano Veneto e di nuovo a Genova e di nuovo a Milano e insomma tutte le volte che lho visto, e per fortuna le volte sono state molte. Non so se Lou Reed ha assorbito da Andy Warhol la sua straordinaria capacità di "capire", "partecipare", "credere", voglio dire credere nellarte, cioè credere nel sogno della vita.
Un altro personaggio che ha creduto così tanto nellarte e che lha spiegata, che lha cantata, che lha amata è stato Germano Celant e infatti è stato lui a fare le due straordinarie mostre che hanno immortalato Andy Warhol, a Montecarlo e a Milano. È difficile immaginare, oggi, un artista più artista di Lou Reed che prende in mano la chitarra e la accarezza con un amore al di là di qualsiasi attività sessuale o che legge le poesie di Edgar Allan Poe.
Ancora una volta i suoi discorsi cominciavano con un tremito di nostalgia, e pareva li confermasse Lola, la cagnolina della stessa razza della cagnolina di Warhol, che per lui sembra la personificazione di Warhol (minuscola Lola capace di saltarmi sulle ginocchia e leccarmi su tutta la faccia, cosa che non ho mai permesso di fare a nessun cagnolmo né piccolo né grande).
Questa volta eravamo a New York in un minuscolo ristorante giapponese, tenuto da una più o meno bella ragazza giapponese, davanti a strani piatti immangiabili che segretamente facevano rivivere le famose patate lesse divise da un taglio riempito di burro, unico cibo del Kansas City dove dalla Factory andavamo tutti insieme a parlare del lavoro fatto durante il giorno. Kansas City era lunico ristorante dove Andy Warhol diventasse vero e dove finalmente mangiava sereno, ma sempre le Baked Potatoes riempite di burro che doveva fondersi col calore e se non si fondeva la colpa era delle Potatoes non abbastanza fresche, o non abbastanza cotte, o non abbastanza Potatoes di Andy Warhol.
Ora a quel minuscolo tavolino giapponese le Potatoes non ci sono, ma nelle parole, nel sorriso, nelle immagini di Lou Reed cè un Andy Warhol immortale. Fa tenerezza che per Lou Reed Andy Warhol sia immortale per la sua gentilezza, la sua bontà, la sua generosità più che per qualsiasi ritratto abbia fatto. Lou Reed, dopo la scomparsa di Andy Warhol, insieme al suo vecchio compagno dei Velvet Underground John Cale, ha realizzato lalbum a lui dedicato Songs for Drella, un album intenso, a tratti struggente, ricco però di quel senso di autoironia che è una delle note peculiari di Lou Reed. Un momento molto divertente è la canzone Smalltown dove Lou Reed, parlando di Andy Warhol nato a Pittsburgh, dice che quando si nasce in una piccola città lunica cosa buona che si può fare è andarsene e nella stessa canzone poi si domanda. "Ma dove sarà nato Picasso? Sicuro però che Michelangelo non è nato a Pittsburgh". Quel giorno che è arrivato alla Factory senza ancora conoscerlo, il giorno che ha segnato per sempre la sua storia, il suo rock decadente è diventato ancora più intrigante, chissà come, lui ci riusciva sempre, ma quel giorno era arrivato al punto massimo.
Il primo album dopo lincontro tra Lou Reed e Andy Warhol alla Factory è il primo album dei Velvet Underground, quello con in copertina la banana che si sbuccia, altro che i Beatles con le loro mezze mele. A questo sono seguiti altri album leggendari, poi i Velvet Underground si sono sciolti e Lou Reed ha iniziato la sua carriera solista, lunga, contraddittoria ma sempre affascinante, in una continua ricerca dentro di sé e dentro al mondo del rock. Transformer, Rock and Roll Animal, Berlin, Sally Can t Dance e tanti altri incluso Coney Islands Baby fino al discutibile Metal Machine Music.
Un bel giorno siamo stati sopraffatti da una serie di notizie, il suo matrimonio con Laurie Anderson, la sua scoperta della voce di Anthony, la sua finalment rivelata passione per Edgar Allan Poe. Edgar Allan Poe per lui ha preso la veste di The Raven, uno spettacolo, diciamo così, difficile, con Lou che legge fino alle lacrime le poesie di Edgar Allan Poe, con Laurie Anderson, ormai sua moglie, che suona il violino dalladolescenza, con Anthony, la grande scoperta forse senza le conseguenze che ci si aspettavano, che canta i suoi ambigui pezzi, tutti bestseller nei Cd.
Eppure di questo spettacolo non ha più voglia.di parlare. Vive molto ritirato, rifiutando nove inviti su dieci e naturalmente non si riesce a sapere che cosa stia componendo, purtroppo non si riesce neanche a sapere perché non abbia più voglia di parlare di The Raven. In quello spettacolo si era molto impegnato ed era uno spettacolo molto intellettuale che pareva uninsolita conclusione della sua attività musicale. Chi lo sa, forse è stata colpa del pubblico, eppure il pubblico ha accolto questo spettacolo con il rispetto e lamore con cui ha sempre accolto tutti i cosiddetti spettacoli di Lou. Ma The Raven non centra niente con gli altri.
Lì al ristorantino giapponese con Lola che mi leccava la faccia Lou parlava del suo tour in Europa ma non in Italia, così, come se parlare di un tour in Italia, o dovunque sarà considerato la grande stella del rock, fosse la cosa più naturale del mondo. Invece non è naturale affatto, Lou Reed merita questi successi e molti altri perché rappresenta unera del rock. E stato ed è scrittore, poeta, inventore di suoni, musicista a modo suo, ricercatore: un vero eroe musicale di tutti i tempi e Paesi.
Fernanda Pivano
Corriere del Veneto, 13.1.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
"Pop", Andy Warhol racconta i suoi anni Sessanta
Andy Warhol, ovvero quando lorgia dei colori enfatizza un distacco quasi astratto dal soggetto. Di opere su Warhol, cataloghi, scrigni che a fatica trattengono la straripante policromia ripetitiva delle sue serie, delle Marilyn e delle Liz Taylor stereotipate, ne esistono molti, ma sugli scaffali, da qualche settimana, si trova un volumetto discreto, pubblicato dalla casa editrice patavina "Meri diano Zero".
Un libro non esente da una grafica rigorosamente pop ma che si discosta sensibilmente dai libri "su" Andy Warhol, innanzitutto apperché è un testo "di" Andy Warhol e, soprattutto, perchè è dalle parole dellautore che si ricrea il fantasmagorico, sagace e rutilante universo della Factory del genio del Pop.
Il vulcanico istrione che ha impregnato della cultura pop gli ambiti più disparati, dalla moda alla pubblicità passando, e non certo di sfuggita, per larte, è ancora una volta protagonista "con parole sue" di un evento letterario. Le scelte policrome della sua creatività, dalle Campbells Soup ai Vulcani partenopei, si ricreano attraverso lironica estetica dellartista. Scritto nel 1980 con la collaborazione del suo braccio destro, Pat Hackett, Pop - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta è una lettura appassionante, divertente (non necessariamente un difetto anche se si tratta di arte e, per certi versi, illuminante.
In Pop, Andy Warhol racconta la sua vita dal 1960 al 1969, gli anni della sua ascesa sia artistica che sociale, il periodo delle serigrafie dei personaggi più famosi dAmerica, la Factory, i Velvet Underground, le superstar. Nel mondo che ruota attorno a Warhol ci sono tutti, da Federico Fellini a Lou Reed, e non manca mai il riferimento anche alla cultura italiana dei favolosi Sixties.
"Quanto alla Biennale," scrive Warhol a proposito della sua esclusione dalla Biennale di Venezia del 1966 voluta dallamico Henry Geldzahler, responsabile dellarte contemporanea al Met, "Harry e io ci chiarimmo molto tempo dopo". "Parliamoci chiaro Andy," disse Hackett, "se ti avessi incluso nella mostra della Biennale avresti voluto venire con i Velvet Underground e i tuoi film e le luci stroboscopiche e tutto il tuo entourage e avresti eclissato completamente gli altri artisti; non sarebbe stato giusto nei loro confronti". I legami fra Warhol e il Veneto sono numerosi, al punto che uno dei suoi collezionisti più affezionati è Luigino Rossi, il facoltoso imprenditore della calzatura dautore di Stra (Ve), lungo la Riviera del Brenta, dove è allestito un Museo della Calzatura. Fra i gioielli di Rossi anche una serie di acquerelli realizzati appositamente da Warhol sul tema della scarpa dautore.
Martina Zambon
la Gazzetta del Mezzogiorno, 12.12.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
POP ART
LAmerica alternativa degli anni 50 e 60 nelle riflessioni autobiografiche del coinventore e massimo divulgatore della Pop Art: Andy Warhol. Gossip, incontri irripetibili, performance, pubblicità, apparenza. Lirruzione dalla società dello spettacolo nel quotidiano attraverso una galleria vivace, a tratti patetica, raramente drammatica, spesso umoristica, delle figure e dei figuri che hanno creato la mitologia dellindimenticabile stagione delle avanguardie. Un libro che finalmente ci fa capire perché, come ha scritto una volta Ballard, dopo Warhol non è più possibile fabbricare miti: perché lui è stato lultimo a non prendersi mai sul serio. Nemmeno per gioco.
Giancarlo De Cataldo
il Gazzettino, 2.1.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Andy Warhol racconta gli anni Sessanta
Tutto sulla pop art e New York nellautobiografia edita in Italia dalla padovana Meridiano zero
"Non vedo come io possa mai essere stato un artista underground dato che ho sempre voluto che la gente mi notasse": parole di Andy Warhol, che nel suo racconto degli anni Sessanta scritto a quattro mani con Pat Hackett, lassistente che curò anche i suoi diari, spiega la sua filosofia di vita che coincide con quella della pop art. E Pop è dunque il titolo del libro, finalmente tradotto in italiano dalla veronese Camilla Scapin, e pubblicato dalla piccola/grande casa editrice padovana Meridiano zero (352 pagine, 17 euro) proprio mentre alla Triennale di Milano è allestita una retrospettiva del pittore e regista americano (chiude il 9 gennaio).
Una cronistoria ambientata a New York e alla mitica Factory a Manhattan, lontane anni luce dalla solare West Coast, la California - "se non sorridevi in continuazione laggiù ti prendevano in antipatia" - e i figli dei fiori, ricchissima di aneddoti, ritratti, curiosità, pettegolezzi su tutto e tutti. Warhol è generoso nei dettagli e ci racconta con lo stesso entusiasmo di perfetti sconosciuti e di rock star, di attori hollywoodiani e di poveri travestiti, di celebrità e nullità. Quei che sorprende è lestrema, disarmante, candida sincerità di un uomo che della finzione, o meglio dellapparire, ha fatto la sua fortuna. Chi si aspetta scenari hard e sconcezze trash rimarrà deluso. Certo, negli anni 60 la droga dilaga - "non so se negli anni Sessanta succedevano più cose perchè la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere dato che, moltissimi prendevano anfetamine o se la gente aveva cominciato a prendere lanfetamina perchè cerano così tante cose da fare che bisognava stare svegli più a lungo per avere il tempo di farle" - il sesso libero pure - "la gente ci considerava dei degenerati perchè "alla Factory succedeva di tutto"... io credo che uno dovrebbe vedere assolutamente di tutto e poi decidere per conto proprio" - ma Andy recita volentieri la parte dello spettatore e non ci confessa quasi nulla della sua "peccaminosa" vita privata, fermandosi invece a sviscerare solo la sua vita di pittore e regista. Peccato che il libro non sia illustrato, per far vedere al lettore almeno qualcuno dei lavori di cui Warhol ci parla (Marilyn, le lattine di Campbells soup...): il costo di copertina sarebbe senza dubbio lievitato a dismisura. Possiamo consolarci leggendo che, a proposito della vernice di una sua mostra a Philadelphia nel 65, "avevano dovuto togliere dalle pareti tutti i miei quadri perchè stavano per essere schiacciati da migliaia di ragazzi. Era favoloso: linaugurazione di una mostra darte senzarte!... in quel momento noi non eravamo alla mostra... noi eravamo la mostra, eravamo larte incarnata e il centro degli anni Sessanta era la gente, non quello che la gente faceva". E più avanti Warhol aggiunge "il pop faceva capire alla gente che levento erano loro stessi, che non era più necessario leggere un libro per far parte della cultura: bastava comprarlo". Cosa da non fare assolutamente per questo Pop, che non ci racconta solo di arte e cinema. Non mancano la musica e i divi dellepoca: i Rolling Stones ancora impauriti dalla celebrità, i Beatles che trasformarono tutti gli inglesi in miti da imitare, Jim Morrison, Bob Dylan che sbirciava divertito sotto le gonna delle ragazze, Jimi Hendrix e naturalmente i Velvet Underground, prodotti dallo stesso Warhol. E ancora il cinema con Judy Garland strafatta, Dennis Hopper, Montgomery Clift, Paul Morrisey e Joe Dalessandro, e tante belle, disinibite, eccessive giovanissime donne. Non può mancare la moda, quando "erano le madri e i padri che cercavano di assomigliare ai propri figli" e "tutti volevano restare magri e stare fuori fino a tardi per farsi vedere con i loro vestiti nuovi nei nuovi club". E per restare in tema, Andy non si stanca mai di rifiutare la parte di protagonista, di divo: "Molti pensavano che la gente venisse alla Factory per ronzarmi attorno, che io fossi una specie di grande attrazione che tutti venivano a vedere, ma era assolutamente il contrario: ero io che ronzavo attorno agli altri". A preoccuparlo, come leggiamo in più punti del libro, è di passare per cinico osservatore che "lasciava che la gente si distruggesse mentre io stavo a guardare, filmavo, registravo. Ma io non mi considero cattivo, solo realista".
Caterina Cisotto
Kult, febbraio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Più citato che compreso, più commercializzato che valorizzato, Andy Warhol rimane, paradossalmente, tra gli artisti meno indagati dellultimo 900. In questo volume, pubblicato per la prima volta in Italia, è lo stesso Warhol a raccontarsi e a condurci attraverso gli anni 60 di una luccicante New York. Una New York "fatta" di luci e fuochi fatui, di arte e di illusioni, di vita da star e di esistenze bruciate in una notte: un universo dove colori e tenebre si alternavano in un mondo dove tutto, compresa larte, iniziava a diventare "show business" In queste pagine è facile cadere nel tranello teso: perché aldilà delle "storie di ordinarie follia" narrate da Warhol, al di là dei molti aneddoti che oggi possono apparirci molto vicini al gossip, si rivela, invece, tutta la forza dirompente della sua filosofia. Una filosofia solo apparentemente "usa e getta": in realtà il suo pensiero, non cinico ma realista, è stato lo specchio profetico del nostro presente massificato e un richiamo a comprendere e a decodificare questo mondo così mediato. Ma soprattutto, attraverso Pop si comprende perché, come ha scritto una volta James Ballard, dopo Warhol non è più possibile fabbricare autentici miti: perché Warhol è stato lultimo a non prendersi mai sul serio. Nemmeno per gioco.
Gian Paolo Serino
Libero, 17.2.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Warhol, luomo che inventò lo show business
Nellautobiografia, lartista racconta come ha intuito e sfruttato le possibilità offerte dai nascenti mass media
"La gente è sempre molto noiosa quando sintruppa. Bisogna stare da soli per sviluppare tutte le idiosincrasie che rendono interessanti le persone."
Chi era Andy Warhol? La risposta è nel soprannome: "Drella", sintesi di "Dracula" e "Cinderella" (Cenerentola). Ovvero la miscela perfetta di ingenuità e cinismo. Warbol guarda con occhi da bambino gli oggetti più volgari e comuni: bottiglie, scatole, banconote. E sa coglierne il fascino. Il fascino si trasforma poi in denaro frusciante grazie a un innato talento per il business.
Pop. Andy Warhol racconta gli anni Sessanta (oggi tradotto per la prima volta) è lautobiografia al contempo più reticente e sfacciata che si possa immaginare. Warhol non parla mai dise stesso. Si lascia piuttosto ritrarre dai discorsi e dai ricordi degli amici. Modestia? Pudore? Più probabile che sia lopposto: le opere darte si possono solo descrivere. E la vita di Andy Warhol è il capolavoro del pop. La filosofia del pop è che "chiunque può fare qualsiasi cosa". Warhol lha incarnata alla perfezione: è stato grafico, pittore, regista, fotografo, scrittore, produttore di filme complessi musicali.
Arte
"Non mi ha mai imbarazzato chiedere a qualcuno: "Che cosa dovrei dipingere?" perché il Pop viene dallesterno". Nascono così, o sfogliando le riviste, alcune delle sue opere più famose. La serie dei "Dollar Bills", ad esempio: "Fu durante una delle serate in cui chiedevo a 10 o 15 persone di darmi dei consigli che una signora mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cosè che ami di più?" Ecco come cominciai a dipingere il denaro".
Spesso il giudizio degli amici è decisivo. Ecco come Warhol si scopre artista pop: "Versai dello Scotch in due bicchieri, poi andai verso la parete doverano appoggiati due quadri... Uno era una bottiglia di Coca Cola con un lato coperto per metà di macchie pasticciate secondo lo stile dellespressionismo astratto, laltro era unaustera bottiglia di Coca Cola con i contorni marcati in bianco e nero". Il regista Emile de Antonio fissale due tele e poi dice la sua: "Bene, senti, Andy. Uno è una merda, una cosetta qualsiasi, mentre laltro é notevole: è la nostra società, è quel che siamo, è bellissimo e completamente spoglio, dovresti distruggere il primo e mostrare il secondo". Detto, fatto: il sobrio "Coke" (1960) è il primo quadro di successo di Warhol.
I media
Le intuizioni sul mondo dei media sono sconcertanti. Leggendo Pop viene il sospetto di vivere nel mondo che Warbol, nei primi anni 60, ha inventato per noi.
Chiunque può diventare famoso,almeno per 15 minuti: "Il pop faceva capire alla gente che levento erano loro stessi". Un trucco è sapere usare i media tenendo a mente il principio fondamentale: "Ogni pubblicità è buona pubblicità". Warhol lancia una serie di star stravaganti (Viva, Ingrid, Edie e mille altre) che per un breve periodo imperversano negli show televisivi, sulle riviste e al cinema. Nessuno sa chi siano o cosa facciano. Eppure lanciano mode, rilasciano interviste, recitano senza essere attrici.
Warhol stesso diventa famoso a prescindere dal suo status di artista, che molti ignorano: "Lindustria dello spettacolo serve proprio a questo: a provare che quel che conta non è ciò che sei, ma ciò che credono che tu sia". La chiavedella celebrità sono i giovani. Warhol vede subito il grande cambiamento sociologico degli anni60: linvenzione della gioventù. "Ormai tutti gli uomini daffari in gamba avevano capito che i giovani non sarebbero mai cresciuti per davvero, che avrebbero continuato a far parte del mercato della gioventù".
Non fila sempre tutto liscio. Nel 1964 Warhol espone in una grande galleria dì Toronto. Il giorno dellinaugurazione si fa vivo un solo visitatore: "un liceale grassoccio dalle guance rosse con in mano un quaderno con gli anelli mi corse incontro tutto affannato e mi disse ansimando: "Oh, grazie al cielo è ancora qui. Sto facendo la mia tesina semestrale su di lei". Disse che aveva scelto me per la sua tesina perché suo cugino aveva visto la mia mostra di Elvis a Los Angeles lanno prima ma anche perché non avevo fatto ancora tanti lavori, così non avrebbe dovuto fare troppe ricerche".
Factory
La Factory è un loft al quinto piano di un edificio a pochi passi dalla sede dellOnu (a New York). E molto di più dello studio di WarhoL E il punto di incontro di una generazione di giovani artisti, scrittori, musicisti. Ma anche di semplici curiosi e personaggi eccentrici. Questi ultimi sono spesso reclutati come protagonisti dei filin girati senza sosta da Warhol. Kiss, Sleep, Eat, Blow Job, Chelsea Girls: Warhol chiede ai suoi attori di mettersi davanti alla telecamera e di essere se stessi. Ne escono monologhi surreali, dialoghi folli, chiacchiere noiose, lunghi silenzi, pura pornografia. Nelle pellicole c è già tutto il voyeurismo dei reality show.
La porta della Factory è sempre aperta. Warhol, se non sta lavorando, è seduto su un vecchio divano e osserva il via vai. Lunico inquilino stabile è il fotografo Billy Name. Billy vive asserragliato nella sua camera Oscura: "Nel 1969 Billy fece una cosa molto bizzarra: entrò nella sua camera oscura e non venne più fuori. Allinizio non sembrava una cosa importante, solo una fase passeggera, ma quando arrivò la primavera e Billy era ancora lì dentro tutti cominciammo a chiederci che cosa stesse succedendo". Billy non risponde nemmeno se qualcuno bussa alla sua porta. "Sentivamo provenire dallaltra parte del muro una conversazione e per un certo periodo credemmo che unaltra persona fosse andata a stare li dentro con lui. Alla fine venne fuori che entrambe le voci erano sue". Dopo due anni, Warhol trova aperta la porta della camera oscura. Dentro, oltre a migliaia di mozziconi di sigarette, cè solo un biglietto: "Andy - non sono più qui ma sto bene. Con affetto, Billy".
Tentato omicidio
La Factory nel 1967 trasloca ma continua ad attirare ogni genere di pazzi. Nel 1968 Valerie Solanas, una femminista che propugna leliminazione totale dei maschi, si presenta con una pistola in pugno e spara a Warbol. Si salverà per miracolo e cornmenterà così: "Se ci tieni alla tua privacy non fartimai sparare". Il tentato omicidio pone fine a una stagione irripetibile. Verso la fine dei Sessanta, Warhol perde ogni interesse per il pop. Non è difficile capire perche: il mondo intero è diventato pop e da allora non ha più smesso di esserlo. "Il pop per questa nuova generazione non rappresentava un problema o una scelta: era lunica cosa che conoscevano".
Alessandro Gnocchi
Linus, febbraio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Ci sono voluti ben quindici anni, ma finalmente è arrivato anche in Italia il più bel libro scritto da Andy Warhol (ammesso che lui abbia mai effettivamente scritto qualcosa, ma questo è un altro discorso). Pop è il racconto in prima persona della New York degli anni 60 da parte del suo più grande protagonista. Arte, moda, feste, personaggi, glamour: Warhol era al centro di tutto ciò, e anzi, forse ne era il motore stesso. A differenza della pedanteria dei Diari e delle difficili sperimentazioni degli altri suoi libri, questo è un saggio di godibilissima e appassionante lettura, attraverso il quale un intero decennio riprende vita sotto i nostri occhi.
Matteo B. Bianchi
il mattino di Padova, 10.12.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
Esce in Italia il libro di Andy Warhol sui suoi anni doro
La mia prima opera darte pop
Quando il critico disse: "Quella Coca Cola è la nostra società"
Tra il 1960 ed il 1969 si consumò lultima straordinaria avventura dellarte: limprovvisa ascesa e la caduta della pop art. Protagonista fu un americano di origine cecoslovacca, Andy Warhol, che mescolò intuizione artistica, capacità di gestione dei media, senso della contemporaneità, spregiudicatezza mercantile. La vita di Warhol ruotò intorno alla Factory, un loft newyorkese in cui passarono i protagonisti degli anni Sessanta in una folle corsa nellarte, nel sesso, nella droga, nel pettegolezzo. Questi anni Andy Warhol li ha raccontati in un libro, Pop (Meridiano zero, pp. 330, euro 17), da oggi in libreria. Warhol descrive senza censura la vita della Factory e di chi vi ruota intorno, con Mick Jagger che fa il domestico e Bob Dylan che mette le mani sotto le gonne delle ragazze. Del libro pubblichiamo alcuni brani.
La descrizione senza censure della vita nella mitica Factory dove passarono i protagonisti degli anni Sessanta. Mick Jagger faceva ancora il cameriere e Bob Dylan palpava le ragazze
Pop di Andy Warhol
La persona cui devo il mio apprendistato artistico è Emile De Antonio. Quando lo conobbi ero un artista commerciale. (...) Quando terminai le mie prime tele fu a lui che volli mostrarle. Sapeva sempre dare un giudizio a colpo sicuro. (...) Un bel pomeriggio alle cinque suonò il campanello e De entrò e si sedette. Versai dello Scotch in due bicchieri, poi andai verso la parete doverano appoggiati due quadri che avevo fatto, alti un paio dimetri e larghi circa un metro ciascuno. Li girai verso la stanza e li appoggiai al muro uno accanto allaltro, poi mi allontanai indietreggiando per dare unocchiata anchio. Uno era una bottiglia di Coca Cola con un lato coperto per metà di macchie pasticciate secondo lo stile dellespressionismo astratto, laltro era semplicemente unaustera bottiglia di Coca Cola con i contorni marcati, in bianco e nero. Non dissi niente a De. Non ce nera bisogno: sapeva ciò che volevo sapere. "Bene, senti, Andy", disse dopo averli fissati per un paio di minuti. "Uno è una merda, una cosetta qualsiasi, mentre laltro è notevole: è la nostra società, è quel che siamo, è bellissimo e completamente spoglio, dovresti distruggere il primo e mostrare il secondo". Quello fu un pomeriggio importante per me.
* * *
Non ero ancora sicuro che si potesse eliminare completamente la gestualità manuale dallarte e diventare impersonali, anche se sapevo per certo dl voler andare in quella direzione. Ecco perché avevo labitudine di dipingere ascoltando per tutto il giorno sempre lo stesso pezzo rock and roll a tutto volume (..). La musica a tutto volume mi svuotava la mente e mi lasciava lavorare soltanto distinto. In realtà non usavo soltanto il rock and roll a questo scopo, ma anche lopera che trasmettevano alla radio e le immagini televisive senza laudio, e se tutto questo non bastava a cancellare i miei pensieri aprivo una rivista e leggiucchiavo un articolo mentre dipingevo.
I lavori che mi soddisfacevano di più erano i quadri freddi e impersonali.
* * *
Non mi ha mai imbarazzato chiedere a qualcuno, letteralmente: "Che cosa dovrei dipingere?" perché il pop viene dallesterno, per cul che differenza cè tra chiedere a qualcuno di darti delle idee e cercarle in una rivista? (...) Chiedevo a tutti quelli che vedevo che cosa pensavano che dovessi fare. Lo faccio ancora: in questo non sono mai cambiato. Sento una parola, o fraintendo qualcuno, e mi viene una buona idea. Limportante è far si che la gente continui a parlare, perché prima o dopo salta fuori una parola che imprime una direzione diversa ai miei pensieri. (..) Fu durante una delle serate in cui chiedevo a dieci o quindici persone di darmi dei consigli che finalmente una signora mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cosè che ami di più?". Ecco come cominciai a dipingere il denaro.
* * *
Circa una settimana dopo linaugurazione di Filadelfia mi presi una bella lezione sullo show business e sul pop. Proprio quando credi di essere diventato famoso arriva qualcuno che ti fa sembrare corne il numero di riscaldamento in una serata di dilettanti... sto parlando di Papa Paolo VI. A proposito di specialisti in pubbliche relazioni per secoli e secoli, non so se mi spiego! Sicuramente il giro di apparizioni pubbliche più pop degli anni Sessanta fu quella visita del Papa a New York City. Lo completò in una sola giornata, il 15 ottobre 1965. Fu la visita pastorale meglio organizzata e più seguita dai media della storia religiosa (e probabilmente della storia dello show business). "Mai prima dora in questo paese! Soltanto per un giorno! Il Papa a New York City!". (...) II Papa tornò al Kennedy dove salì su un aereo della TWA, dicendo, quando i reporter gli chiesero che cosa gli fosse piaciuto di più di New York: "È bello tutto", una risposta che corrispondeva esattamente alla filosofia pop. Tornò a Roma la sera stessa. Fare così tante cose in così poco tempo con tutto quello stile - non riesco ad immaginare niente di più pop.
Mucchio, febbraio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
POP. ANDY WARHOL RACCONTA GLI ANNI SESSANTA
Libro davvero imperdibile questo Pop che contiene i ricordi di Warhol degli anni 60. Non tanto perché sia un "bel" libro. Troppo costruito sullaneddotica, sui singoli ricordi che si ricorrono reciprocamente, intrecciandosi tra loro senza alcun apparente schema preciso per farsi leggere tutto dun fiato. Per certi versi troppo simile alle opere darte warholiane: apparentemente semplicissime, banali, tanto da far supporre che la loro fruizione non necessiti dalcuna preparazione estetica, per poi invece dimostrarsi quasi refrattarie senza unadeguata apertura mentale.
Così anche Pop si presenta come nullaltro che centone di ricordi, aggregati tra loro solo dallaccorpamento temporale. Che se allinizio paiono di lettura leggera come solitamente capita per i libri di memorie, ben presto si fanno ardui perché dietro alla casualità di incontri e frequentazioni, ci ritroviamo di fronte ad un intero universo di rapporti, accuratamente studiati e coltivati da Warhol per circondarsi di una sorta di humus vitale in cui far crescere la propria arte. E ci accorgiamo che se vogliamo "entrare" davvero nel libro dobbiamo impegnarci: innanzitutto rammentare sempre chi fa cosa e quando, in modo da non dimenticano quando ritroveremo avanti nel libro i personaggi, per capire i rispettivi ruoli e come essi si incastrassero allinterno della New York del periodo e, più specificatamente, allinterno della Factory.
Ma come ricompensa per limpegno, si aprirà di fronte a noi una chiave essenziale per la lettura degli anni 60 newyorkesi, della pop art, del mondo di Andy Warhol che rimane, assieme alle avanguardie di inizio secolo, uno degli eventi artistici e culturali (e musicali: non dimentichiamo che da esso nascono pure i Velvet Underground!) del Novecento.
Francesco Mazzetta
Più/la Provincia di Cremona |
<<
<
VAI >
>>
|
Il mondo è pop Parola di Andy Warhol
Tutto è pop: tu compreso, anche se non lo sai ancora. La spinta totalizzante della società dello spettacolo cara al leggendario Guy Debord sembra occhieggiare fra le pagine della nuovissima edizione di Pop Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, il libro di cronache e memorie dai fulminanti sixities della Factory newyorkese firmate dallo stesso Andy Warhol col suo assistente Pat Hackett e pubblicato in Italia da Meridiano Zero. Nella fresca traduzione di Camilla Scapini sono riproposte le considerazioni del creativo più anticonformista e rivoluzionario del Novecento. Lontano dallaccademia del trattato (poteva essere diversamente?), la penna di Warhol narra la società-pop muovendo un coro di personaggi che vanno da Allen Ginsberg a Bob Dylan, da Lou Reed a Mick Jagger, includendo fulgide esistenze di minori, inconsapevoli comprimari di un irripetibile decennio artistico e culturale.
Luca Muchetti
la Repubblica, 8.1.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Gli anni Sessanta raccontati da Warhol
Su una cosa Andy Warhol e la sua corte dei miracoli avevano sicuramente ragione: loro arrivavano prima. Fecero un film su "un marchettaro della 42ma" con largo anticipo su un Uomo da marciapiede e avvertirono con stupore e allarme che Hollywood e tutto lapparato commerciale stavano "entrando nel loro territorio". Cercarono di spostarsi oltre quel confine, ma non riuscirono a immaginare unaltra zona franca, una nuova Factory. Lepitaffio di quegli anni Sessanta in cui non era chiaro se "succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere o se la gente aveva cominciato a prendere lanfetamina perché cerano tante cose da fare", è una frase emblematica: "Le superstar dei vecchi tempi non venivano molto spesso alla nuova Factory alcune dicevano che la bianchezza del loft li faceva sentire a disagio". Unepoca si chiuse (anche) per una questione di gusto cromatico. Possibile, perché era un periodo così: tanto intenso quanto fatuo, pieno di slanci ma strangolato dal narcisismo. Andy Warhol e Pat Hackett lo raccontano in questo Pop, uscito in America nel 1980. Tra le frasi famose di Warhol resta: "Mi piacciono le cose noiose (ma non significa che non mi annoino)". Filmò un dormiente per ore. Alla proiezione legarono uno spettatore, ma lautore si alzò dopo pochi minuti. II testo di Pop risente di questa passione. Scorre senza picchi, non esalta laneddotica, srotola un elenco di nomi di persone (famose), ristoranti, night, marche dabbigliamento. Diviene, alla fine, un atlante sponsorizzato su cui ripercorrere un tempo fuori sincronia. Di chi lo visse colpisce il distacco dalla storia che non sia quella che sta facendo: "Quando spararono al presidente Kennedy seppi la notizia dalla radio mentre stavo dipingendo da solo nel mio studio. Non credo di aver perso una sola pennellata". Ci sono considerazioni in qualche modo memorabili. Una su tutte: "Se ci tieni alla tua privacy non farti mai sparare". Richiudendo lalbume congedandosi dalle sgargianti fotografie che conteneva limpressione è che davvero abbiano precorso i tempi e con quella passione per lapparenza, la celebrità, il transitorio, la vita senza elaborazione ci abbiano lasciato in eredità questo reality show che è il nostro presente.
Gabriele Romagnoli
Rolling Stone, febbraio 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Buona parte di ciò che oggi siamo, nel bene come nel male, affonda le radici negli anni 60. II decennio nel quale, come diceva Twiggy, le persone ordinarie facevano cose straordinarie, ci ha regalato tanto lirresistibile ascesa del consumismo e dei suoi capillari mezzi di persuasione quanto lo sbocciare dei sogni e degli ideali per cui continuiamo a sperare che un altro mondo sia davvero possibile.
Nessuno ha incarnato quel periodo in tutte le sfaccettature e inevitabili contraddizioni meglio di Warhol. Padre della pop art, è stato anche una sorta di piccolo grande Buddha dellera mediatica, un filosofo senza concetti, il guru dellimpersonalità, il teorico dei 15 minuti di celebrità per tutti e del desiderio di diventare una macchina, nonché lanticipatore del reality show, lo spettacolo in cui si assiste al nulla. Ci può dunque essere ritratto più fedele del racconto delluomo che ha inventato larte di essere spettatori?
Tommaso Pincio
Rumore, marzo 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
"Era dolcissimo, generoso, infinitamente creativo e ossessionato dal sogno di trasformare le immagini della cultura popolare dAmerica in Arte" scrive Fernanda Pivano, la più grande poetessa beat contemporanea, a proposito di Andy Warhol. Tutto cominciò nel 1962, con le serigrafie dei personaggi famosi trasformati in loghi seriali e finì nel 1969 per lindolenza e il distacco snob di essere ormai mainstream. In Pop si narra di Dylan, Fellini, Hopper e Judy Garland, Ginsberg e Gregory Corso, di misconosciuti, tragici e grotteschi artisti e junkies, drag queen e parassiti del successo, meteore implose nel nulla dopo listantaneo fulgore, vittime del proprio autovoyeurismo narcisista. Warhol descrive il fenomeno Pop a New York e la Factory come un kineokkio asciutto e mai autoreferenziale (!), in un pianosequenza infinito allinterno del policromo loft di Manhattan. Non un libro "su" Andy Warhol, ma "di" Andy Warhol" (e Pat Hackett, sua segretaria, assistente e amica): lapparenza ("la mia essenza è tutta sulla superficie dei miei quadri e pellicole"), lessere avanguardia della società e dellarte, il sesso liberato prima e deprezzato poi, la noia di vivere la fama sopraggiunta alla fame, la celebrità transitoria, la vita e la morte "senza peso" immerse nel reality show che è il presente tanto intenso quanto fatuo, i Velvet Underground, le droghe e gli acidi contraddittorio carburante di unepoca ("succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere o se la gente aveva cominciato a prendere lanfetamina perché cerano tante cose da fare?"). Scrisse Ballard: "dopo Warhol non è più possibile fabbricare miti. Perché i miti non sanno più ridere di se stessi".
Domenico Mungo
il Venerdì di Repubblica, 3.12.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
Wahrol inedito: così facemmo del trash unarte
Bob Dylan che solleva le gonne alle ragazze. Lou Reed squattrinato che mangia solo fiocchi davena. Jimi Hendrix che si chiama ancora Jimmy James. Il diario, mai pubblicato in Italia, del re della pop Art. Compresa la volta che gli spararono.
Parla di pittura, di cinema, di media, di pubblicità. Ma anche di soldi, di droga, di sesso (molta droga, molto sesso). Pop, Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, che ora esce con Meridiano Zero, raccoglie i ricordi dellartista dal 1960 al 1969: il decennio della scalata al successo, il più creativo della sua camera. Memorie dettate alla sua assistente alla fine degli anni Settanta e mai uscite in Italia. Aneddoti e intuizioni su tutto ciò che ruota intorno alla Factory, il suo grande studio newyorkese, un viavai di star come i Rolling Stones e figure sofferenti e traviate, che Warhol - il cinico - attrae e brucia. Come la luce le falene. Ecco alcuni stralci di quel diario.
1960-1963
Fu durante una delle serate in cui chiedevo a dieci o quindici persone di darmi dei consigli (su cosa dipingere) che una mia amica mi fece la domanda giusta: "Beh, cosè che ami di più?". Ecco come cominciai a dipingere il denaro.
Dormivo pochissimo: avevo iniziato a prendere un quarto di pasticca di Obetrol al giorno per dimagrire. E così, visto che stavo sveglio più a lungo, cominciai ad avere più tempo a disposizione. Non sono mai riuscito a spiegarmi se negli anni Sessanta succedevano più cose perché la gente stava sveglia più a lungo e le faceva accadere (dato che moltissimi prendevano lanfetamina) o se la gente aveva cominciato a prendere lanfetamina perché cerano così tante cose da fare. Dal 65 fino a tutto il 67 ho dormito solo un paio dore per notte, ma incontravo gente che non dormiva da giorni e diceva frasi del tipo: "Sto arrivando al nono giorno ed è meraviglioso!".
Hollywood rappresentava tutto ciò a cui avevo sempre voluto che la mia vita si ispirasse. Plastica. Bianco su bianco.
David Bailey (il fotografo), aveva portato Mick Jagger, il cantante di un gruppo rock and roll chiamato Rolling Stones, che in quel periodo suonava nelle città del Nord dellInghilterra. "Labbiamo conosciuto quando era il domestico di Chrissy Shrimpton, la sorella minore di Jean (la modella Jean Shrimpton)", mi disse Nicky (Nicky Haslam, art director di Vogue). "Chrissy aveva messo un annuncio sul giornale, "Cercasi uomo delle pulizie", e si era presentato Mick, che studiava alla London School of Economics e puliva appartamenti per pagarsi gli studi. Poi Chrissy si innamorò di lui".
Trovai un altro loft, al 231 della East 47th Street, lo spazio che presto sarebbe diventato la Factory. Gli A-men della Factory erano per la maggior parte finocchi, con leccezione della Duchessa, che era lesbica. Erano tutti incredibilmente magri, eccetto la Duchessa, che era incredibilmente grassa. Ed erano tutti eroinomani, tranne la Duchessa, che si faceva di barbiturici. Billy (Billy Name, un fotografo che viveva nel loft) era bravo a frugare tra i rifiuti; arredò tutta la Factory con cose scovate per strada. Ricoprì i muri che si sgretolavano e le tubature con diverse qualità di carta dargento. Comprò bidoni di vernice e la spruzzò dappertutto, fin sulla tazza del water. Largento era il futuro, era spaziale: gli astronauti indossavano tute argentate. E, forse più di ogni altra cosa, largento era narcisismo: gli specchi erano dargento.
1964
Una cosa che mi è sempre piaciuta è ascoltare ciò che la gente pensa di altra gente. Si chiama pettegolezzo, naturalmente, ed è una delle mie ossessioni.
Molti pensavano che la gente venisse alla Factory per ronzarmi attorno, che io fossi una specie di grande attrazione che tutti venivano a vedere, ma era assolutamente il contrario: ero io che ronzavo attorno a tutti gli altri. Io pagavo solo laffitto e la gente veniva semplicemente perché la porta era aperta. Venivano per vedere chi veniva. Naturalmente, una "casa aperta" comporta dei rischi. Un giorno una donna sui trentanni che mi sembrava di aver già visto entrò, si avvicinò alla parete a cui avevo appoggiato quattro Marilyn quadrate, tirò fuori una pistola e sparò facendo un buco nei quadri. Guardò verso di me, sorrise, camminò fino allascensore e se ne andò.
Tutti ricordano che andavo sempre in giro a lamentarmi: "Oh, quandè che sarò famoso, quando succederà?" eccetera, quindi devo averlo fatto spesso.
1965
"È stato il miglior party degli anni Sessanta". Così Lester Persky (produttore) definì il party da lui organizzato alla Factory per The 50 most beautiful people. Cera Judy Garland. Rimasi a guardare mentre cinque ragazzi la portavano fuori dallascensore caricandosela sulle spalle. Quando i ragazzi finalmente la misero giù, Judy cominciò a barcollare, così la ripresero su e la sistemarono sul divano.
Negli anni Sessanta non cera mai bisogno di comprare niente. Si poteva avere quasi tutto gratis. Tutti avevano qualcosa da promuovere e ti mandavano a prendere con lautista, ti davano da mangiare, ti portavano regali.
Ogni tanto qualcuno mi accusava di essere cattivo, di lasciare che la gente si distruggesse mentre io stavo a guardare, filmavo, registravo. Ma io non mi considero cattivo, solo realista.
Dietro a ciò che facevo non cera un piano di fondo: le cose succedevano e basta. Lidea pop, dopo tutto, era che chiunque può fare qualunque cosa.
1966
Tra la fine del 65 e linizio del 66, la novità più interessante alla Factory diventò un gruppo che si faceva chiamare Velvet Underground. Era ancora il periodo in cui si poteva vivere praticamente con niente. Lou (Reed) mi disse che lui e John (Cale) facevano dei periodi in cui mangiavano solo fiocchi davena e per procurarsi i soldi donavano il sangue o posavano per i settimanali che avevano bisogno di foto per illustrare i loro pezzi sensazionalistici. La didascalia di una delle foto di Lou diceva che era un maniaco sessuale che aveva ucciso 14 bambini.
(Warhol entra a una festa) Scavalcai Bob Dylan, che stava sdraiato sulle scale con unaria stravolta e si divertiva parecchio ad allungare le mani sotto le gonne delle ragazze che lo scavalcavano per salire al party (qualcuna gradiva e qualcunaltra no).
Le case che avevamo preso in affitto diventarono disgustose perché tutti i servizi igienici si ingorgarono - sembrava che i servizi smettessero di funzionare ovunque andassero i Velvet - e così loro cominciarono a raccogliere manciate di merda dai bagni e a buttarla fuori dalle finestre.
Un gruppo chiamato The Druids aveva suonato allOndine per un paio di mesi. Jimi Hendrix - prima che si chiamasse Jimi Hendrix, era ancora Jimmy James - stava seduto in mezzo al pubblico con la chitarra e tutte le sere chiedeva al gruppo se poteva suonare con loro e loro gli rispondevano di sì.
1967
Una cosa molto interessante in Glamour, Glory and Gold (commedia di Jackie Curtis, ragazzo di ventanni, recitata da Candy Darling, drag queen) era che tutti i dieci ruoli maschili erano interpretati da Robert De Niro: si trattava del suo debutto in palcoscenico. Anni dopo, quando diventò famoso, Jackie mi spiegò comera capitato nella sua commedia. "Venne nellappartamento del regista. Sembrava un pazzo. Continuava a insistere: "Devo recitare nella commedia! Devo recitare nella commedia! Per piacere! Sono disposto a fare qualunque cosa!" Gli faccio: "Dieci ruoli?" e lui: "Sì! E farò anche i poster: mia madre ha una tipografia"".
1968-1969
Non conoscevo molto bene Valerie. Parlava continuamente della completa eliminazione del sesso maschile. Una volta venne alla Factory con una sceneggiatura e me la diede da leggere. Era così sconcia che improvvisamente pensai che lavorasse per il dipartimento di polizia e che mi avesse teso una specie di trappola. (Alcuni giorni dopo Valerie è nello studio di Warhol.) Vidi che mi puntava contro una pistola e mi resi conto che aveva appena sparato. Caddi a terra come se fossi stato colpito. Valerie mi si avvicinò e sparò di nuovo e a quel punto sentii un dolore veramente terribile. Più tardi, molto più tardi, mi dissero che due pallottole di una pistola calibro 32 mi avevano trapassato lo stomaco, il fegato, la milza, lesofago, il polmone sinistro e il polmone destro.
a cura di Antonella Barina
www.artsblog.it, 20.12.2004 |
<<
<
VAI >
>>
|
È uscito, per le edizioni Meridiano Zero, questo interessante libro di Andy Warhol e Pat Hackett, dal titolo Pop. Andy Warhol racconta gli anni Sessanta.
Dalla lunga narrazione di storie e aneddoti di tanti personaggi dellarte e dello spettacolo, più o meno famosi, è possibile ricostruire i tratti di quella che è stata una vera e propria rivoluzione culturale. Una rivoluzione che ha elevato a principi fondamentali della vita sociale e a paradigmi degli stessi processi di creazione artistica la produzione e il consumo. Ma della cultura pop si evidenzia anche un altro aspetto significativo: la sua tendenza onnipervasiva e totalizzante.
Il pop è come un blob famelico. Divora tutto. E vano è ogni tentativo di sottrarsi ad esso. Ogni critica, anche radicale, alla filosofia pop finisce con lacquisirne tratti metodologici o strutturali. In questo senso il pop sembra somigliare molto al suo più autorevole profeta.
Alessandro
www.bazarweb.info, marzo 2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Se volete capire la funzione dellarte nellepoca della cultura di massa - vale a dire il suo senso da 45 anni a questa parte - è indispensabile corriate in libreria a procurarvi POP. Lo riconoscerete dai colori delleccitante copertina, in linea con largomento, e per il singolare formato quadrato: quasi più merce che libro. Quella merce tanto cara alla poetica pop, che afferma la necessità di recuperare gli oggetti del nostro quotidiano per rappresentare la realtà. Ecco allora i barattoli Campbells, le sculture di donne con i bigodini che spingono carrelli del supermercato pieni di prodotti, il segno grafico mutuato dai fumetti, le scatole numerate con la merda dartista e le immagini dellicona marilyn riprodotte allinfinito. Sì, perché quello della serializzazione è uno degli spunti più interessanti e attuali, in qualche modo anticipatore di quello che sarà uno dei più grandi dilemmi etici del XXI secolo: la clonazione umana. Di questi formidabili spunti, vale però la pena ricordarne almeno altri due: il successo, inteso come ansia incontrollabile di essere pubblicamente riconosciuti, e il denaro, come unico metro di valore di tutte le cose.
Ebbene, della pop art Andy Warhol è stato il profeta. E in questo libro cè Andy Warhol raccontato da se stesso. Diceva nel 1980: "Se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito". E un mito è diventato, dopo la sua morte prematura avvenuta nel 1987. Dentro la storia della sua Factory cè tutta la contraddittorietà degli anni sessanta americani, divisi tra venti di libertà e guerra in Vietnam: la liberazione sessuale, il jet-set e i colpi di pistola che quasi lo uccisero. Invece - pochi lo sanno - la sua morte sarà ancora più paradossale: causata da unanestesia praticata senza esame allergologico, a New York capitale high-tech.
Colonna Sonora: JOHN CALE/LOU REED Songs for Drella
Ciro Bertini
www.lankelot.eu, 21.12.08 |
<<
<
VAI >
>>
|
"Se fossi morto dieci anni fa, oggi probabilmente sarei un mito. Intorno al 1960, quando la pop art fece la sua comparsa a New York, il mondo dellarte vi si tuffò con un entusiasmo tale che persino i suoi esponenti più conservatori dovettero finalmente ammettere che facevamo parte della cultura mondiale. Lespressionismo astratto era già divenuto unistituzione quando verso la fine degli anni Cinquanta Jasper Johns e Bob Rauschenberg cominciarono a liberare larte dallastrattismo e dallintrospezione. Poi la pop art rovesciò la concezione di interiore ed esteriore" racconta Warhol in questo appassionante memoir datato 1980, tradotto per la prima volta da Meridiano Zero nel 2004, riproposto in seconda edizione nel novembre 2008.
Il mitteleuropeo ruteno adottato dagli States racconta dei suoi primi passi, delle iniziali difficoltà, del desiderio dessere parte dellammirata scuderia di Leo Castelli e della sua compagna Ileana (poi Sonnabend), dellostinazione a non voler cambiare certi aspetti del suo carattere ("non cera niente di sbagliato nellessere un artista pubblicitario e neanche nel collezionare larte che ammiravo"), enfatizzando piuttosto certe scelte (lomosessualità); della sua idea di cinema, del fertile clima creativo degli anni Sessanta, della popolarità dellanfetamina nella Factory. Lopera si compone, come forse era prevedibile, di una ricca aneddotica, destinata ad andare incontro quanto agli appassionati e ai semplici curiosi, quanto agli studiosi della pop art; spesso lanalisi di determinati eventi cruciali come la morte di Kennedy è semplificata e personalizzata oltre il limite della normalità ("Mi piaceva moltissimo avere Kennedy come presidente era bello, giovane e intelligente. Ma non mi disturbava più di tanto che fosse morto. Quello che mi dava fastidio era il modo in cui la televisione e la radio stavano facendo sì che tutti si sentissero così tristi"). A metà strada tra una prevedibile auto-agiografia e una trascrizione diaristica dun antieroe dellepoca, lopera di Hackett e Warhol è un sicuro punto di riferimento per chi voglia annusare lodore del dietro le quinte dun movimento artistico e voglia sfogliare appunti e annotazioni dun piano di stravolgimento della cultura occidentale.
Suddiviso per annate, raccontato per aneddoti dal retrogusto della striscia fumettistica, il libro di Andy detto Drella (Dracula-Cinderella, ossia Cenerentola) mostra il suo conflitto interiore a proposito del più adatto sentiero di ricerca (cinema o pittura; plurime meditazioni sul nudo, e parecchi rilievi su Chelsea Girl) e inevitabilmente illumina i retroscena della storia formazione dei Velvet Underground & Nico, dalla formazione (più look che sostanza) alla rottura tra Lou Reed e Nico, attraverso la famosa copertina della banana e romantiche descrizioni dellaspetto e della personalità di Nico.
Un piccolo grande regalo per chi crede che un giorno potrà nascere una nuova Factory. Alla larga chi è in cerca di una struttura romanzesca, ordinata e raziocinante; questo è il canovaccio di un vecchio sogno, questi sono gli spartiti di un concerto che nessuno sè stancato dascoltare; di suonare, sì, e da tempo.
Gianfranco Franchi
www.rootshighway.com, 4.3.2005 |
<<
<
VAI >
>>
|
Pop racconta essenzialmente una città, New York (per non dire un quartiere) che, nella visione di Andy Warhol e della Factory, ovvero la sua base di partenza, era una specie di microcosmo, distante anni luce dalla realtà. Una visione simbolica che rende piuttosto bene lideale della cultura pop secondo Andy Warhol: quello di un flusso in movimento, senza distinzione tra le diverse forme despressione, con unattenzione particolare alla percezione della vita quotidiana e alla trasformazione di segnali in simboli e viceversa. Pop, grazie al racconto in prima persona, mediato appena dagli interventi di Pat Hackett, ricostruisce passo dopo passo gli anni fondamentali dellascesa di Andy Warhol, della Factory, dei Velvet Undeground. Dal suo punto di vista, era tutto creatività e movimento, stimoli ed innovazione, e non cè dubbio che ci sia molto di vero quando dice: "Dare unetichetta a qualcosa significa fare un passo decisivo, perché non si può più tornare indietro, non si può più tornare a vedere quella cosa senza la sua etichetta. Quello che vedevamo era il futuro, e lo sapevamo". Nelle appendici, a margine delle tre righe dedicate ai Velvet Underground, Andy Warhol traccia una sintesi chiarissima dellidea pop che "in fondo, era che chiunque potesse fare qualsiasi cosa, sicché naturalmente stavamo tutti tentando di fare di tutto. Nessuno voleva rimanere in una categoria, volevamo tutti estendere lattività verso ogni possibile cosa creativa". Una vera e propria rivoluzione
Marco Denti
|