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Swimming underground
I miei anni alla Factory di Andy Warhol

Mary Woronov

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Alias, 3.7.2004

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TRADOTTA LA "SPAVENTOSA" AUTOBIOGRAFIA DI MARY WORONOV

SPEED WAHROLIANA - Della banda di Union Square era la più anfetaminica e paranoica e sessualmente fuori codice: dal suo pacco di memorie in prosa sadica esce tutta la politicità del sentire pop sul crinale dei Sessanta, tra vertigini consumiste e virus bellici
"È la cosa più buffa, spaventosa e divertente che ho letto da anni", scrisse nel 1995 John Waters, il dandy del Trash, a proposito di Swimming Underground. I miei anni nella Factory di Andy Warhol, autobiografia anfetaminica e a volte paranoica scritta da Mary Woronov, futura artista e attrice di Hollywood di origine slava che, ventenne non riconciliata, insofferente delle regole di Cornell e trascinata per caso dal quasi amico Gerard Malanga, capitò negli antri scuri, ma dalle pareti d’argento, di Union Square, nel loft del genio.
Era "una povera ragazza della costa orientale che rigorosamente si sparava solo speed, fumava erba solo quando si sentiva al sicuro, si vestiva solo di nero e non si faceva altro che seghe mentali, e qualche balletto sadomaso". Ma si inoltrò nel paese delle ombre, si buttò nell’esplorazione di ultraspazi e ultracorpi così pericolosi e letalì, redigendo poi, con prosa sadica ("sono sempre stata una maniaca dell’inballaggio"), un pacco di ricordi anche non gratificanti per chi scrive, che contiene la scultura interiore di quegli anni sessanta nel lower Manhattan, dai club sado-maso alla mappa dei pusher, dalle adorate drag queen all’Lsd che - parola di Morrissey - "toglie ogni senso dell’umorismo". In una sorta, citiamo ancora Waters, "di Naked Brunch" che assesta un calcio nel sedere a tutti i libri di memorie finora scritti sul gruppo Warhol. Quella gang tutta cattolica di peccatori che confessavano i loro peccati lussureggianti davanti alla macchina da presa, e di anime belle, di superstar ("tutte brutte sciatte e noiose"), di gay/etero/trans/drag queen solo come programma minimo, composta dall’adorato Papa, Ondine, e poi da Lou Reed, la timida Celinas, International Velvet, Jack Smith, Rotten Rita, la paurosa strega Orion, la bellissima Nico ("che tutti si volevano fare, e perfino le sedie desideravano che si sedesse su di loro"), Mario Montez, l’orrida freak Vera Cruz, la gigantesca e swingante Duchessa, il reazionario Paul Morrissey, William Maas e Marie Meriken... e Andy, "il dislessico che diceva sempre le cose più insulse ma fu il mago che diede vita a tutto questo". Film compresi: Screen test, Chelsea Girls, Hedy, Vinyl, per esempio, o l’happening musicale Exploding Plastic Inevitable, che fu un fiasco solo al Trip di Los Angeles, con Lou Reed stritolato da Frank Zappa, trionfante nel limitrofo Whisky a Go Go.
Sul lato dark, maligno e irresistibile della pop art finalmente sappiamo qualcosa di più anche in Italia perché il libro di Mary Woronov è in libreria come Tutto quello avreste voluto sapere sulla Factory di Andy Wahrol e non avete mai osato chiedere (Meridiano zero, pp. 208, Euro 13,00), ben tradotto da Alberto Pezzotta e così comicamente re-intitolato dall’acido editore padovano, che comunque replica le tredici fotografie in b/n di Billy Name dell’edizione Usa per scandire prologo, capitoli e epilogo; ma perde quell’omaggio, non casuale nel titolo originale, a Swimming to Cambodia, che conteneva identiche paure di sottomissione e attrazioni funeste a divinità irresistibili, al mare, all’oceano, che ha poi trascinato con sé per sempre l’autore, il comico suicida Spalding Grey. E quel che sappiamo ora, da questa registrazione interiore e inquieta del più influente movimento culturale dell’America contemporanea, non è solo il sesso libero e la droga, "per combattere le gabbie dell’ordine, in modo da poterti immergere nel caos dell’ordine divino", la voracità tossica e umoristica infinita di una fetta di ’no/X/blank/speed generation’ che si è immolata per mettere in scena assieme alla propria favolosità, in sovrimpressione, il virus del rito iperconsumista, nella sua micidiale duplicità di piacere sensorio massimo e massacro corporale pianificato. Dresda, bomba atomica, Giappone raso al suolo, Vietnam, Berkeley, Attica, tutti i leader prestigiosi assassinati, i cinque anni di bombardamenti clandestini in Cambogia che avrebbero potuto far diventare ancora più pazzo Pol Pot... Beatniks e pop reagirono a questo orrore e incubo americano (si pensi al ciclo agghiacciante di Warhol sugli incidenti automobilistici, o al teschio che ha come ombra un profilo di neonato disneyano) con un massimo di attenzione morale, di richiamo all’indignazione e alla droga come obbligo sensorio minimo, ingurgitando di tutto e accentuando, contro sogno americano ormai chiuso, la ricerca di piste alternative, orientali alchimistiche teosofiche kamikaze, di linee di fuga dentro e fuori di sé. Non fu happy end, ma si finì con dignità. Un castello fu la Factory. Dracula, vampiri e Camille i suoi abitanti. Warhol un Amleto in nero. Fondare una città era creare una piazza, per uscire di casa e riunirsi con gli altri. Ma ora la metropoli americana è diventata un castello teutonico, tana per belve o roccia per aquila.
Sarà molto duro, per la ventenne Woronov, con la testa piena di belve feroci, assistere alla folla dei consumatori che si consumerà a sua volta, mentre il cervello metteva il pilota automatico e il corpo assumeva il mando... E dopo 150 pagine, arrivera la fuga dalla Factory "per essere sempre più forti del triste destino". Oggi disintossicata pittrice della scena califomiana, giornalista al vetriolo per il settimanale free e radical "Los Angeles Weekly", scrittrice di strani e misteriosi romanzi (Snake), Mary ’Might’ (nomignolo di Warhol) Woronov qualcuno la ricorderà tra i protagonisti, al fianco di un cineasta eccentrico e compianto, Paul Bartel, maestro dell’umorismo nero con striature da commedia all’italiana di Scene di lotta di classe a Beverly Hill. Particolarmente riuscite, nel panorama off Hollywood di Roger Corman, le satire Eating Raoul e Rock’n roll high school, dove Mary Woronov radicalizza i suoi personaggi di "regina di ghiaccio" che non ama né maschi né femmine, è sboccata come un camionista, parla di tette e culi con gli uomini, è una bella donna alta 1.80, con i coglioni immaginari, che imita i ragazzi con la stessa esagerazione con la quale le drag queen imitano le donne, è strafatta di pasticche di anfetamina come medicine per farti essere normale: e la normalità è la meta di tutti gli adulti che ci circondano. Ormai non doveva più essere un’attrice sperimentale come "quando un nuovo metodo di improvvisazione richiedeva vagonate di speed". Camminava da sola, senza l’aiuto delle ali anfetaminiche. E poi il mondo era cambiato: "Le checche divennero fan della chirurgia palstica e cominciarono a vivere negli ospedali. Preferendo cambiare il corpo piuttosto che il mondo che li circondava".

Roberto Silvestri


Buscadero, settembre 2004

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Velvet and Co.

Il libro di Mary Woronov è una rievocazione lucida e terribile oltre che divertente della New York sotterranea degli anni sessanta.

Si è spesso fantasticato sulla Factory di Andy Warhol come centro nevralgico della cultura trasgressiva della New York della seconda metà degli anni ’60 ma nessuno come Mary Woronov si è spinto così dentro quell’esperienza rievocandola in maniera così terrificante e lucida. Il perché è presto detto: Mary Woronov è stata una delle protagoniste di quella vicenda, una icona underground di quella New York che nella Factory di Warhot ha avuto il suo momento d’oro. Non ancora ventenne, di Brooklyn, indecisa tra la carriera di pittrice e quella di attrice, Mary Woronov entra a far parte di un mondo sotterraneo in cui la trasgressione sembra essere il fine supremo. Con Gerard Malanga la Woronov, alta, snella, il volto spigoloso e lo sguardo duro, si esibisce in selvagge danze sadomaso con tanto di borchie, frusta e siringhe giganti nell’Exploding Plastic Inevitable, lo spettacolo audiovisivo che fa conoscere per la prima volta i Velvet Underground e canzoni come Heroin e Venus In Furs. "Altrimenti non li avrebbe scritturati nessuno" scrive la Woronov nella sua anfetaminica autobiografia, pungente e surreale che ha il pregio di rievocare un periodo e un ambiente con una asprezza tutta underground, rendendo retorici tutti gli altri libri scritti sull’argomento. Attrice in diverse pellicole di Warhol a partire dalla famosa Chelsea Girls del 1966, Mary Woronov è riuscita a uscire indenne da quella "incessante festa mobile" riprendendo i cocci della propria vita (l’oceano mi aveva ributtato a pezzi sulla spiaggia di Brooklyn, l’unica cosa che potevo fare era raccoglierli e costruirci qualcosa di nuovo) e ricostruendosi una nuova esistenza in California, a Los Angeles dove ha lavorato come attrice in più di 70 film (ha recitato anche in Rock ’n’ Roll High School e nel recente horror The Halfway House), ha fatto la pittrice e oggi scrive romanzi, due dei quali, Snake e Niagara, saranno prossimamente pubblicati in Italia dalla Meridiano Zero. Un’esperienza unica, quella della Woronov nella Silver Factory di Andy Warhol, fantastica e devastante, a contatto con un mondo bizzarro e allucinato di artisti, squattrinati, tossici, spacciatori, ballerini, attori, ragazze, travestiti, pervertiti, speed freaks, star e celebrità in una sorta di girone dantesco in cui provocazione artistica ed esistenza quotidiana si confondono in un turbinio di rock dissonante, droghe chimiche (in particolare speed ed eroina) e party folli e frenetici (stavamo tagliando il ventre nero di Manhattan e a ogni svolta vedevamo straripare le sue budella variopinte; hippie, marchette, puttane e tossici calavano lungo i marciapiedi e si raccoglievano in pozzanghere agli angoli, in attesa di essere iniettati nelle vene della città).
Una volta entrata nella Factory per la Woronov si schiude un mondo nuovo: "Le loro regole erano le mie, la loro follia era la mia realtà e il resto del mondo non contava più. Eravamo troppo imbottiti di anfetamine per dormire; e crollare dove capitava, rubare nei negozi e scroccare a destra e a manca era molto più chic che avere un lavoro o un posto in cui stare... Assumevamo droghe per combattere le gabbie dell’ordine, in modo da poterci immergere nel caos dell’ordine divino".
Scritto con una narrazione senza respiro, in modo dissacrante e poetico come fosse un viaggio allucinato ma ferocemente critico, Swimming Underground (My Years In The Warhol Factory), questo il titolo originale del libro della Meridiano Zero, è il modo più realistico per addentrarsi nella New York della Factory, del Chelsea Hotel e del Max’s Kansas City, avvicinarsi a Warhol e ai Velvet Underground, vivere quegli anni balordi e creativi, passeggiare nella Wild Side dell’America off.
Mary Woronov si confessa con tenerezza, senza moralismi e compiacenze, si mette a nudo con cinismo e spregiudicatezza, ha il senso degli eventi e l’occhio di chi, nelle successioni di vite vissute troppo in fretta, di crolli psichici e di morti, rivede un mondo di amici e sognatori intenti a sfuggire a quella vita domestica e suburbana che spesso è la negazione stessa del vivere. Ne emerge il ritratto dall’interno di un gruppo che ha fatto un pezzo di storia culturale dell’America e di una donna che è riuscita a tenere a bada i suoi fantasmi. La sua prosa è acida e divertente, dissacrante e ironica, ha i tempi e le frizioni di una distorta ballata dei Velvet Underground, nessuno regge alla lucidità del suo racconto, miti consolidati vengono presi a schiaffi, Warhol ne esce a pezzi (Drella ovvero Andy era il peggiore di tutti, in una notte era capace di farsi cinque o sei party. Era paralizzato dalla timidezza e aveva una paura mortale delle discussioni. Diceva le cose più insulse, la gente ci impazziva sopra, si sentiva in dovere di leggere i significati più reconditi ma per noi era un’altra cosa), altre celebrità non hanno trattamenti migliori (mi addormentai mentre Allen Ginsberg scandiva i suoi canti, quando la vidi per la prima volta la Callas aveva la testa incastrata tra il water e la parete e i piedi cercavano inutilmente di fare presa sulle piastrelle, non trovai nulla da dire a Salvador Dalì e rimasi impietrita mentre Warhol riprendeva Gerard Malanga che mi leccava uno stivale per venti minuti), il tour dell’Exploding Plastic Inevitable in California è inondato di ridicolo (sotto l’implacabile buon umore del sole californiano le flostre epidermidi pallide e i nostri vestiti neri non costituivano più una minaccia, eravamo ridotti a tappezzeria).
Refrattaria at contatto fisico e al sesso (il sesso era bandito dal mio regno, creava troppa confusione) Mary Woronov nutre una particolare predilezione per travestiti e drag queen (per loro la vita era un film 24 ore su 24, per l’apparenza erano disposte a ogni tipo di sacrificio, nello sprezzo assoluto del ridicolo), in particolare per Candy Darling (è lei la Candy di Candy Says e Walk On The Wild Side dei Velvet) "che voleva mostrare al mondo che la bellezza non appartiene solo a chi bello ci nasce" ed è infatuata dal popolo delle talpe, i selezionatissimi di Warhol che si mostravano solo di notte, pallidissimi e con gli occhiali scuri, "intenti a scavare un tunnel che li stava portando a pazzie sempre maggiori". Le talpe erano in gran parte maschi, gay, avidi consumatori di anfetamina, ne facevano parte Ondine, Freddie Herko, Rotten Rita, Dorothy Podber, Norman Billiardballs.
Ma tra la pareti ricoperte di carta argentata della Factory, il loft-laboratorio creato da Warhol nel 1962 girano anche Edie Siedgwick, Malanga, Paul Morrissey, Billy Name, Ultra Violet, Nico, la chanteuse dei Velvet imposta da Warhol come figura centrale della band (era così bella che si aspettava che tutti volessero scoparla, compresi i mobili che mugolavano di piacere appena entrava in una stanza) e l’amico Lou Reed (era quello con cui me la intendevo meglio forse perché con me non ci aveva mai provato. Ma non potevo fare troppo affidamento su di lui, che aveva già due amanti esigenti, la musica e l’eroina).
Di tutto quel mondo la Woronov sembra interessata a coglierne il tormento, le ansie e lo sgretolamento più che la bramosia dei "5 minuti di celebrità" di cui parlava Warhol (ovviamente mi è piaciuto essere coinvolta in un movimento artistico così importante ma adesso detesto la pop art per il suo dichiarato scopo commerciale).
Nella disperata ricerca di qualcosa che riempisse i buchi dell’anima, Mary Woronov è sopravvissuta al delirio creativo di All Tomorrow’s Parties e con Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol ci racconta in modo originale i dettagli di quel movimento che ha avuto un’enorme influenza sull’arte e la cultura americana, modificando lo stile di una generazione.
Un libro imperdibile per chi ama la New York dei Velvet Underground.

Mauro Zambellini


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Si scrive Meridiano zero e si legge "la migliore realtà editoriale degli ultimi anni in Italia".

Coraggiosa e in fuga, Meridiano zero di Padova non ha fatto solo incetta di straordinari autori noir consegnandoli al mercato italiano con una grafica elegante e d’impatto; ha anche pubblicato due volumi che non possono mancare tra le vostre letture se amate l’atmosfera underground degli anni Sessanta a New York, Warhol e i Velvet di Lou Reed. Uno è l’edizione italiana di quel capolavoro che è Popism, l’autobiografia di Warhol scritta con Pete Hackett. L’altro è Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol di Mary Woronov.
Il libro racconta "l’altra faccia della Factory" descritta da un’attrice di alcuni storici film di Warhol (Chelsea girls, Four stars) nonché protagonista del famoso Exploding Plastic Inevitable e tra le presenze (minori) femminili della Factory dove spiccavano Viva, Ultraviolet, Ingrid Superstar, International Velvet; una carrellata che mette in chiara luce gli aspetti violenti, sadici e impudici della vita della Factory intorno al 1966, prima dell’attentato a Warhol da parte di Valerie Solanas ma che ne accentuano se possibile, il mito. Un libro che racconta l’iniziazione di Mary, icona androgina, alla Factory: alta, magrissima, pantaloni di pelle nera aderenti e che si esibiva in coppia con Gerard Malanga in numeri sadomaso tra luci stroboscopiche mentre i Velvet Underground suonavano Venus in Furs o Heroin. Tra lesbiche, travestiti, trasgressioni sessuali di ogni tipo, anfetaminie, speed e acidi che portarono anche alla morte alcuni loro amici, primi piani di Ondine (il Papa in Chelsea girls) che si infila un ago pieno di eroina in un occhio, la Duchessa che registra le sue telefonate con Warhol, Bill Name il fotografo che si fa murare vivo dentro una stanza della Factory, Lou Reed che racconta dei guaritori filippini, Nico perennemente in posa.
Tutto intorno gli avventori della Factory descritti come "ragazzotti apatici che ciondolavano aspettando qualsiasi cosa" seduti su divani argentei macchiati costantemente di sperma, consumando droghe o sesso in occasione dei vari party. Personaggi ritratti nel libro come una corte dei miracoli, "parassiti o tappezzeria" – come afferma causticamente la Woronov – che si muovevano in branco in taxi dal Dom nell’East Village al Max’s Kansas City. La Factory era il luogo dove Warhol con gli screen test faceva guardare per un quarto d’ora nella cinepresa regalando il sogno dell’immortalità a sconosciuti. Ma dentro la Factory fecero fugaci apparizioni anche Salvator Dalì, Tennessee Williams e Allen Ginsberg. Più che un racconto della Factory, il libro è un andare e venire della memoria di Mary, prima bambina maschiaccio al mare che vuole emulare i cugini nuotando al largo, poi ragazzina masochista che al college picchiava le compagne; dopo ancora, sverginata da un cameriere, in viaggio alla conquista della swimming New York contro il volere della borghesissima famiglia convinta da Gerard Malanga, suo pigmalione, inseguendo il suo impossibile sogno d’amore con Ondine in seguito scritturati entrambi per film underground e per pièces di teatro sperimentale (per la regia di John Vaccaro); caustica nel raccontare le abitudini sessuali, l’abuso di droghe e le trasgressioni di uomini e donne della Factory (a cominciare da lei stessa) che speravano di entrare nelle grazie di "Drella" e ottenere una scrittura da Hollywood, nel libro Mary ne ha per tutti, a cominciare da Lui: "Andy diceva le cose più insulse; la gente ci impazziva sopra, si sentiva in dovere di leggerci i significati più reconditi, ma per noi era un’altra storia. Andy non solo era dislessico ma le parole lo mettevano a disagio"; "Quella notte Andy era impegnato a disegnare nasi, prima e dopo la chirurgia plastica.
Quando mi chiese se mi piacevano non risposi. A che pro? Tanto sapevo che quello stupido disegno sarebbe stato serigrafato da qualche parte e venduto a carissimo prezzo mentre a me veniva da staccarmelo il naso, quando pensavo ai miei rabbiosi disegni in bianco e nero". Ma le "donne" della Factory sono tra le sue mire preferite: "Mentre Velvet finiva la sua bottiglia di vodka, un po’ troppo avidamente per una ragazza di buona famiglia, io scrutavo le altre due attrici. Ingrid Superstar si impasticcava, anche se non ne aveva bisogno, era già fuori di suo; Pepper invece era una nuova. Nessuno sapeva di che cosa si facesse, o chi l’avesse portata lì. Non sembrava messa troppo bene, una sorta di cavolo che sta andando a male, sicuramente una mina vagante".
Ma soprattutto Mary racconta con orgoglio il momento in cui il popolo notturno dagli occhiali scuri, le "talpe", l’aveva ammessa nel sacro recinto. Da cui uscì solo per entrare in una clinica per disintossicarsi; ebbe il tempo anni dopo di vedere un triste Ondine mentre presentava in un college Chelsea girl raccontando alla nuova generazione, la vita della Factory. Due anni esatti prima della sua morte. Completano il libro alcune straordinarie fotografie di Bill Name.

Anna Maria Monteverdi


D, la Repubblica delle donne, 17.4.2004

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MARY RICORDA CON RABBIA

POP ART. Musa della Factory da giovanissima, mitica interprete di Chelsea Girls, ora Mary Woronov fa i conti con i propri anni ’60. E spara a zero su Warhol.

Altissima, gli zigomi slavi ben pronunciati, lo sguardo duro, il volto spigoloso, Mary Woronov è una icona underground di quella New York fine anni Sessanta che nella Factory di Andy Warhol ha avuto il suo momento d'oro. Attrice in diverse pellicole warholiane a partire dalla famosa The Chelsea Girls del 1966 (tre mitiche ore e mezza di piani sequenza su due metà affiancate dello schermo, nelle quali Mary era Hanoi Hannah, accanto a Edie Sedgwick e allo stesso Warhol), parteciperà in tutta la sua carriera a più di 70 film (nel più recente, l’horror The Halfway House, presentato a febbraio al festival del cinema indipendente di San Francisco, è una perfida suora dai propositi criminali) oltre a parecchi spettacoli teatrali off.
Temperamento poliedrico, pittrice e scrittrice (due suoi romanzi, Snake e Niagara, saranno pubblicati in italiano l'anno prossimo, i racconti Blind Love sono appena usciti in America), passerà però alla storia per aver fatto parte della fucina di idee e di eventi dove nacquero le principali opere del re della pop-art, i film suoi e di Paul Morrissey, la musica dei Velvet Underground.

A più di trent’anni di distanza Woronov ha deciso di affidare le memorie di quegli anni sconvolgenti a Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol, che esce in Italia (Meridiano zero) e racconta, oltre alla vicenda autobiografica, la storia di un movimento che ha fatto della trasgressione la sua bandiera, modificando lo stile di una generazione.

Una Mary non ancora ventenne visita con l’università gli studi di artisti famosi come Rauschenberg e Oldenburg. "Io mi fermai a quello di Warhol che si chiamava la Factory. [...] Era buio e aveva un’aria sporca, come se fosse nel sottosuolo." Folgorata da Andy che le chiede subito di seguirlo a Los Angeles per una performance, decide di abbandonare la famiglia per diventare lei stessa un’opera d’arte: "Se fossi rimasta ancora a casa avrei fatto la fine del nostro cane, tutto il giorno sotto un lavandino accanto al termosifone, a sognare gli alberi". Lo show cui Mary partecipa è l’Exploding Plastic Inevitable, con l’esibizione dei Velvet ("altrimenti non li avrebbe scritturati nessuno") tra danze sadomaso con fruste e siringhe giganti.

Una volta entrata nella Factory, tutto cambia per sempre. "Le loro regole erano le mie, la loro follia era la mia realtà, e il resto del mondo non contava più." Inizia un viaggio allucinato e surreale che la trascina verso ogni tipo di droga, speed soprattutto ma anche Lsd, acidi, eroina. "Eravamo troppo imbottiti di anfetamine per dormire; e crollare dove capitava, rubare nei negozi e scroccare a destra e a manca era molto più chic che avere un lavoro o un posto in cui stare. [...] Assumevamo droghe per combattere le gabbie dell’ordine, in modo da poterci immergere nel caos dell’ordine divino." Droghe che modificano la sua percezione della realtà. "Stavamo tagliando il ventre nero di Manhattan, e a ogni svolta vedevamo straripare le sue budella variopinte; hippie, adescatori, puttane e tossici colavano lungo i marciapiedi e si raccoglievano in pozzanghere agli angoli, in attesa di essere iniettati nelle vene della città."

Per nascondere la timidezza Mary inizia a comportarsi da uomo ("Cominciai a imitare i ragazzi con la stessa esagerazione con cui le drag queen imitavano le donne") e ad avere una vera e propria passione per i travestiti ("I maschi mi odiavano ma avevo il plauso delle Regine. Era per questo che le amavo, per loro la vita era un film ventiquattr’ore su ventiquattro"). Insieme a Brandy Alexander, Mario Montez, Jackie Curtis e alla mitica Candy Darling (che andava "in giro a chiedere Tampax alla gente"), i travestiti della Factory, Mary si sente finalmente a suo agio, trova in loro degli spiriti affini: "Molto presto diventai una queen-dipendente. Alla Factory, quasi tutti trovavano strano che perdessi il mio tempo con le Regine invece di pendere dalle labbra delle star".

Mary diventa sempre più dura, arrabbiata con il mondo, cinica e sadica. "Mica per niente mi chiamano la Regina di Ghiaccio." Un soprannome perfetto per una donna che dichiara di aver bandito i sentimenti ("Io non amavo nessuno, maschio o femmina che fosse") e sfugge il contatto fisico ("Odiavo essere toccata da qualunque cosa dall’apparenza umana. Il sesso era bandito dal mio regno, creava troppa confusione"). Una donna in preda ai propri fantasmi e vittima delle proprie emozioni: "Mi sto accorgendo proprio ora degli animali che dimorano nella mia testa. C’è un vero zoo quassù. C’è Violet, la mia cagna, il mio lato violento, quello che può essere la causa di una cattiva reputazione". Del resto i mostri interiori non possono che venire amplificati da una realtà di sballi e party folli e frenetici: "Le labbra premute contro il collo di Manhattan, ne risucchiavamo l’energia, un posto dopo l’altro. Ci lasciavamo alle spalle ogni festa come un cadavere stuprato e buttato via con indifferenza. Era la norma, e non vi sfuggiva nessuno, neanche Andy".

E proprio Warhol, la superstar all’origine di tutto, il carismatico leader maximo di una stagione, è quello che dal racconto di Mary esce più malconcio, demolito con affettuosa ironia: "Andy era il peggiore di tutti, in una notte era capace di farsi cinque o sei party. Era paralizzato dalla timidezza, e aveva una paura mortale delle discussioni. Diceva le cose più insulse; la gente ci impazziva sopra, si sentiva in dovere di leggerci i significati più reconditi, ma per noi era un’altra storia".

Lou Reed è invece il compagno di strada di quegli anni di cui Mary parla con più affetto: "Era quello con cui me la intendevo meglio, forse perché con me non ci aveva mai provato. [...] Ma non potevo fare troppo affidamento su di lui, che aveva già due amanti esigenti: la musica e l’eroina". E poi gli incontri con varie celebrità: Maria Callas, sorpresa a un party a vomitare nel bagno, Allen Ginsberg, Salvador Dalí, Tennessee Williams.

Ma alla fine niente e nessuno sembra interessare Mary Woronov se non la propria esistenza disperata alla ricerca di qualcosa che riempia i buchi dell’anima. Fino alla decisione di riprendere in mano i cocci della propria vita. "L’oceano mi aveva ributtata a pezzi sulla spiaggia di Brooklyn. L’unica cosa che potevo fare era raccoglierli e ricostruirci qualcosa di nuovo. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo."

***

«ANDY? CERCAVA SOLO LA FAMA»

Mary Woronov oggi vive a Los Angeles e insegna scrittura creativa all’Otis College.

Che bilancio trae dalla stagione della Factory di Warhol?

«Ovviamente mi è piaciuto essere coinvolta in un movimento artistico così importante, ma ora detesto la pop art per il suo dichiarato scopo commerciale. Non ha prodotto altro che soldi, anche se devo ringraziare la Factory per avermi dato sicurezza nelle mie capacità artistiche. È impossibile spiegare il motivo per cui l’intera New York allora era ai nostri piedi, nonostante facessimo il possibile per scandalizzare chiunque. Penso che molto sia merito di Andy, ma ripensandoci lui si è impossessato di tutto. Era più interessato alla fama che ai film.»

Swimming underground giunge alle stesse conclusioni...

«È un’autobiografia romanzata. A quel tempo ero così sballata che non ricordo nulla. Ho ricostruito le cose a mano a mano che scrivevo. D’altronde l’esagerazione aiuta a rendere l’atmosfera che respiravamo. Lou Reed dice che finora la mia è la migliore rievocazione di quel periodo, e per me è un elogio fantastico.»

Benedetta Marietti


Film TV, 2.5.2004

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Vite americane: secondo atto

Quello di Mary Woronov non è un nome noto, almeno in Italia. Eppure l’attrice, pittrice e scrittrice è stata una delle figure di culto dell’underground americano, da quello più sofisticato di Andy Warhol a quello più ilare di indipendenti della scuola cormaniana come Paul Bartel e Allan Arkush.
Silhouette longilinea e lunghi capelli, zigomi slavi e bocca sinuosa, lasciò il college a Cornell che non aveva ancora vent’anni e divenne un membro fisso di quel variegato zoo sotterraneo che era la Factory di Warhol. Era la metà degli anni ’6o, e intorno al re della pop art si raggruppavano in un’incessante festa mobile di musicisti e cantanti (i Velvet Undeground di Lou Reed e Nico), registi (Paul Morissey), drag queen, ragazze, attori, ballerini, artisti. Tutti giovani, creativi, sballati, vestiti di nero, newyorkesi (quando si trasferirono per un periodo a Los Angeles per una serie di performances si trovarono malissimo, troppo sole e camicie hawaiiane e alberi).
In Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol (pubblicato in America nel 1995 e appena uscito in Italia per la Meridiano Zero, tradotto da Alberto Pezzotta), la Woronov rievoca quel periodo e quei personaggi con un’asprezza che è ancora tutta underground, con critica e autocritica feroce, ma anche con molta tenerezza per la ragazza divorata dall’ansia che fu e con inevitabile rimpianto. Non ci sono miti che reggano alla lucidità della sua piccola autobiografia, il mondo non è dorato ma tormentoso; eppure, quello che resta quando tutto si sgretola nella velocità di vite vissute troppo in fretta ("Avevo solo vent’anni, ma ne dimostravo quaranta"), nella successione di crolli psichici e morti più o meno accidentali, è l’immagine di molti amici e sognatori che, in fondo, tentavano di sfuggire a quella vita domestica e suburbana per la quale l’autrice ha le parole più scarne e affilate. Ne emerge il ritratto dall’interno di un gruppo che ha fatto un pezzo di storia culturale e cinematografica dell’America e di una donna che è riuscita a tenere a bada i suoi fantasmi.

Emanuela Martini


la Gazzetta di Parma, ottobre 2008

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I "solari anni Sessanta" hanno molti risvolti oscuri. Sono complessi, ricchi di esperienze. Specie oltreoceano, dove, mentre esplodeva la moda e la vita hippy, a New York, tra appartamenti e locali, animali notturni erano dediti a droghe e sperimentazioni di ogni tipo. Mary Woronov racconta quei giorni nel romanzo autobiografico Swimming Underground. I miei anni alla Factory di Andy Warhol (Meridiano Zero). Un libro pubblicato nel 1995 negli Usa, tradotto nel 2003 da Alberto Pezzotta, andato presto esaurito, oggi finalmente di nuovo in libreria.
La Woronov è nota soprattutto come attrice, ha recitato in oltre 80 film, ma nasce alla Factory di Warhol, per il quale recita in Chelsea Girls e soprattutto danza in Exploding Plastic Inevitabile, con Gerard Malanga, sulle note dei Velvet Underground. Swimming Underground ricorda e ricostruisce soprattutto quegli anni, tra feste che procedevano tutta la notte, abusi di sostanze stupefacenti, personaggi surreali come Ondine, il papa nero, nervosi e compulsivi come Lou Reed, estranei e eterei come Warhol. La sua corte, i suoi critici, i suoi musicisti, i suoi attori. Una fauna notturna, dedita all’oscurità e a perdere coscienza di se stessa. La Woronov romanza la cronaca e l’aneddotica con una rielaborazione del (e una riflessione sul) proprio vissuto, della propria esperienza. Ricostruisce le origini di un rapporto conflittuale con la madre, e la scelta, se così si può dire, di una discesa agli inferi, in cui domina il colore nero, la percezione alterata di ogni cosa, la visione, e che alla fine la costringe a fuggire, a disintossicarsi.
Senza moralismo, senza mitizzare, per quanto, a tratti, con nostalgia, la storia offre uno spaccato insolito di quegli anni. Lontana dall’immagine da figli dei fiori, di serenità, racconta esperienze ai confini, a volte anche oltre, e parla di un movimento artistico e della cultura in cui nasce e prospera, tra personaggi che sono persone realmente esistite o esistenti (ritratte nelle foto di Billy Name riprodotte nel volume). Forse inevitabilmente, proprio per questo, risultano più interessanti e accattivanti i momenti aneddotici che quelli intimi.

Alberto Sebastiani


il Gazzettino, 23.6.2004

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Discesa negli inferi creativi della New York anni Sessanta è Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol). È l’autobiografia sincera e trasgressiva di Mary Woronov, uno dei personaggi che popolarono il variopinto e inquietante mondo della Factory. Un racconto, per stessa ammissione dell’autrice (oggi pittrice e scultrice a Los Angeles), fatto di verità e di verosimiglianza: i ricordi si assommano tra speed, anfetamine, eroina, sesso libero, musica assordante, in una stagione ricchissima e disperata in cui qualcuno lascerà le penne. La Woronov inanella storie, spaziando dal fascino irresistile suscitato in lei dalle drag queen all’amicizia con Lou Reed, dalle serate al celebre Max’s Kansas City agli incontri con personaggi famosi, da Ginsberg a Dalì. E soprattutto ridà un’immagine non scontata di lui, Andy Warhol, il re della pop art: geniale e contradditorio, tanto che la varia umanità che lo circondava lo chiamava "Drella", incrocio tra Dracula e Cinderella.

Maria Grazia Bocci


il Giornale, 7.5.2004

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Warhol. Una "factory" di plastica

La prima, sincerissima, impressione è questa: ma che tristezza. È anche vero che questa mestizia di lettore si applica a tutti i furiosi entusiasmi, raccontati in modo quasi epico, che riguardano gli anni Settanta. Poi prevale l’interesse per il "documento". Nel caso specifico quel clima e quell’affollamento di persone (tante) e di idee (a volte poche, e quelle poche molto gonfiate dai mass media) attorno alla Factory di Andy Warhol, all’anagrafe Andrew Warhola, piccolo figlio di emigranti cecoslovacchi, che divenne il profeta della Pop Art a cominciare dalla litografia della scarpa realizzata nel ’55 e destinata, guardacaso, alla pubblicità. Come capita spesso, di un gruppo variopinto e chiassoso rimane fisso nella storia il suo leader e qualcun altro. Il resto è contorno, formato da persone che hanno aspirato con poco talento a diventare star, complice una città, New York, che si stava imponendo come ombelico del mondo. Complice anche la stessa America che si poneva, dinanzi a coloro che volevano guardarla attentamente, come grande opera di Pop Art, un mix di immagini, slogan, oggetti, pubblicità, provocazioni commerciali. E una valanga di plastica: l’autentico materiale di quegli anni, che Warhol elevò a simbolo.

Proviene da quel popolo notturno per testimoniare la propria gioventù Mary Woronov, magrissima modella di un metro e ottanta, poi attrice e infine scrittrice, che racconta, in un libricino pubblicato da Meridiano zero, la sua bruciante esperienza attorno al guru che ritraeva le icone di quel periodo, dalle scatole della Campbell’s alle labbra di Marilyn Monroe, ossessivamente ripetute come flash televisivi sulle pareti degli occhi, delle anime e su tutte quelle superfici che erano direttamente collegate alla ricchezza e al consumo. Il titolo è: Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol.

Siamo nel cuore, il più delle volte nero e sporco, di Manhattan. Siamo tra persone che s’iniettano eroina nelle vene, che vagano tra un’identità sessuale e l’altra, e amano il degrado urbano, gli angoli più desolati della nuova capitale dei mondo. Siamo nella Silver Factory di Andy col caschetto argenteo di capelli, leggendaria fucina di eventi, dove nacquero anche film provocatori (ebbe fama il regista indipendente Paul Morrisey), e musica dura come quella dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale.

Mary Woronov proviene da una famiglia borghesissima dominata dalla frustrazione della madre che si ritrova a leggere sempre gli stessi libri e a dire le stesse cose, e dal tenace casanovismo del patrigno. Non ancora ventenne, l’inquieta Mary non sa se diventare pittrice o attrice. Entra nel mondo sotterraneo dove la trasgressione è ormai così una regola da contraddirsi da sola. Sballi, stranezze, banalità vissute e raccontate come fossero gesti eroici o fatti culturalmente e umanamente importanti, party che durano oltre l’alba, le black room, i locali alla moda come il famoso Max’s Kansas City. "Avevo solo vent’anni" scrive Mary "ma ne dimostravo quaranta". Diventa presto un fantasma, schiava della droga. Poi il crollo: "Mi accasciai a terra. Dei vicini mi riconobbero e mi portarono a casa dei miei". Cambia vita ma non si arrende: "Ammisi che dovevo chiudere con lo speed e imparare a camminare da sola, senza l’aiuto delle ali anfetaminiche... sviluppai un atteggiamento normale, poi andai a vivere a Los Angeles". Come molti altri, che abbandonarono la Grande Mela. Lei scriverà romanzi noir come Snake e Niagara.

Mary racconta con linguaggio brutale e tagliente gli incontri e l’ambiente: "Ero fuori di nuovo, completamente fatta fino alla punta dei capelli... il set del film era una stanza del Chelsea Hotel, per la precisione la stanza di Velvet, che era una zozzona, ma anche sexy come la biancheria intima profumata. Andy la chiamava International Velvet, era una ragazza dell’alta società di Boston che sperava di seguire le orme di Edie Sedwick (altra presenza chiassosa di quel gruppo, ndr). Mary, chiamata "la regina di ghiaccio", ha grossi problemi con gli uomini (li risolverà poi, in California) e per questo si aggrappa ai più consolanti gay e travestiti: "Il mio odore preferito era quello del dopobarba misto a benzina, che mi faceva pensare a epidermidi pallide e notti nere come l’inchiostro... il peggio era che questi ragazzi non mi consideravano neanche di striscio". Meglio le drag queen, creature esagerate, pipistrelli della notte, "disposte a ogni tipo di sacrificio, nello sprezzo assoluto dei ridicolo". A quei tempi, occorre ricordarlo, era un crimine essere travestiti. "Quelli - racconta Mary - erano così: bastava che li toccassi e gli sembrava di vivere nel più torrido dei mélo". E via, dentro il gregge delle talpe che frequentava "i locali più finocchi e le feste più strane". Talpe perché si facevano vedere solo dopo il tramonto, "con gli occhiali da sole e il pallore che era il risultato di anni di esistenza sotterranea". Accanto a lei tanti personaggi della Factory, come Ondine, il Papa dalla bocca lunga e il profilo greco, Rotten Rita, lo spacciatore che canta nudo i motivi della Callas, Lou Reed, il cantante che amava il pacchiano, Mario Montez, figura di spicco nei cinema underground degli anni Sessanta, Jackie Curtis, sceneggiatore di Warhol, Nico, la bellissima chanteuse che ebbe una parte nella Dolce vita di Fellini. Ma anche Salvador Dalì, Allen Ginsberg, Tennessee Williams ("era troppo ubriaco per capire chi io fossi, ma io sapevo chi era lui").

Pier Mario Fasanotti


il Giornale di Sicilia, 10.7.2004

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Il titolo è ben lungo, ma sarebbe impossibile citarlo integralmente (tre righe di copertina) senza sacrificare metà dello spazio disponibile. E di spazio ne vorremmo un po’ di più per questo romanzo-verità nel quale una scrittrice, pittrice e attrice racconta se stessa e la mitica Factory di Andy Warhol dove negli anni Sessanta nacquero i quadri e i film del divo americano della pop art e le idee più infuocate dell’underground. La Woronov attraversò la corte di Warhol con un volo anfetaminico, uscendone spezzata. Di quel viaggio. e di una cultura, questo lihro è la testimonianza inimitabile.

Giampiero Cinque


il Mattino di Padova, 3.5.2004

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Anni impossibili. Opere su Warhol e la sua Factory

Uno dei luoghi mitici della cultura a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta è stata la Factory di Andy Warhol a New York. Non si tratta di discutere della portata artistica dell’opera di Warhol, della pop art, della cultura underground, ma di un prototipo di comunità, in cui la creatività è andata di pari passo con la trasgressione più totale, più autodisruttiva, fotografata in modo geniale da Lou Reed in una canzone straordinaria come "Walk on the wild side".
Perché i personaggi della canzone di Lou Reed sono tutti membri della Factory di Warhol, e sono proprio loro che camminano, come suggerisce Lou Reed, su un bordo fragile e geniale, in cui la estrema spinta creativa confina con la più totale rovina fisica e psicologica. Non è un caso, allora se, oggi, a distanza di quasi venti anni dalla morte di Warhol, parallelamente al rinnovato interesse per l’arte di Warhol si risvegli l’interesse per la vita della Factory e per i suoi personaggi, più o meno noti.
Vi accenna, per esempio, uno dei maggiori scrittori inglesi della generazione dei quarantenni, Will Self, nel suo ultimo libro, Dorian che vede nei panni del demiurgo di un nuovo Dorian Gray mediatico, Basil Hallward, artista omosessuale che aveva bazzicato la Factory di Warhol negli anni Settanta. Ma vi affondano le radici soprattutto alcuni libri di memorie appena pubblicati o in via di pubblicazione, come quello di Dalton David, Un anno nella vita di Andy Warhol appena uscito negli Usa, oppure quello di Holly Woodlawn, Con i tacchi alti nei bassifondi. La confessione dell’ultima superstar di Andy Warhol che sta per essere pubblicato, o ancora Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol (Meridiano zero) che è firmato da Mary Woronov, una dalle adepte della prima ora della Factory, protagonista di alcuni dei film realizzati dall’artista.
Quella che racconta Mary Woronov nella sua autobiografia è realmente una vita di confine, all’insegna del genio e della sregolatezza, certo, ma con la sregolatezza che forse tende ad eccedere sulla genialità. II libro infatti non risolve l’enigma Warhol, anzi lo complica. Ce lo mostra timidissimo, dislessico: gli adepti lo chiamano Drella, che è una fusione tra Dracula e Cindarella, ad evidenziare la doppia anima del personaggio, che da un lato succhia energia a tutti, dall’altro piagnucola come un bambino di undici anni.
Poi ci sono Lou Reed, John Cale, Nico, ovvero i Velvet Underground, uno dei gruppi cult del rock americano, che Andy Warhol prende sotto la sua ala protettrice, portandoli in giro a fare concerti mentre Mary Woronov e gli altri membri della factory improvvisano performance psichedeliche. E poi artisti, giovani modelle, e soprattutto le drag queen, che sono uno dei prodotti più durevoli della Factory. Le drag queen, i travestiti che sognano di essere Lana Turner o Kim Novak che cercano per la prima volta la vistosità, l’eccesso anche estetico, la provocazione ad oltranza di un’omosessualità clamorosamente esibita.
Mary Woronov ha vissuto la fase eroica della Factory, quando non c’era neppure bisogno di avere una casa, perché nelle notti newyorkesi si passava da un party all’altro, imbottiti di anfetamine, di rock, di sesso libero, di fantasie artistiche. Ne è uscita appena in tempo, prima che la sua mente ed il suo fisico cedessero del tutto.
Il suo libro non è una apologia, neppure un’accusa: racconta, solo, una stagione impossibile.

Nicolò Menniti-Ippolito


Mucchio Selvaggio, 8.6.2004

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Riportiamo per intero il chilometrico titolo italiano del libro - Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol - perché non risulti in alcun modo fuorviante. La Factory infatti permea queste pagine in quanto ne rappresenta lo sfondo che causa, giustifica, e colloca spazio-temporalmente l’azione, ma non ne è protagonista se non con fatti e figure non sempre di primissimo piano. Fondamentali, però, per Mary Woronov, che uscirà distrutta e per sempre mutata dalla loro frequentazione.
Significativo, allora, che in originale questa sua autobiografia si chiami Swimming Underground, perché è proprio nel sottosuolo che la scrittrice (ma anche pittrice, attrice e regista dalle alterne fortune) si muove, un sottosuolo fatto di depravazioni chimiche, sessuali e psicologiche, di locali dalla clientela più improbabile e feste in cui poteva succedere assolutamente di tutto. Che poi tutto questo universo ruotasse effettivamente attorno alla figura di Andy Warhol è innegabile, ma il ritratto che ne viene fatto è quello di una sorta di idiot savant pieno di complessi più che di vero talento, e lo stesso avviene per la totalità dei personaggi femminili e per gran parte di quelli maschili, a partire da Nico e Lou Reed, con i soli Ondine, in parte, e Gerard Malanga a salvarsi dalle astiose descrizioni dell’autrice.
Da ballerina nell’Exploding Plastic Inevitable a modella e attrice, la Woronov vive dall’interno l’ascesa e il declino di una Factory crollata sotto il peso degli eccessi, e lo fa con un apparente e inquietante freddezza, la stessa che usa per tratteggiare le scene più improbabili e truculente e che, nel finale, le si ritorcerà contro, portandola a toccare il fondo e, contemporaneamente, a offrirle un’ultima via d’uscita. Ed è paradossale come proprio nella sua natura autobiografica - ma non dimentichiamo l’apparato fotografico a cura di Billy Name - risiedano la forza e, insieme, la debolezza del libro che, se da un lato ha il pregio non da poco di offrire uno spaccato inedito di un mo(vi)mento fondamentale e irripetibile, dall’altro lo fa secondo il punto di vista di una figura che al suo interno non ha ricoperto un ruolo esattamente fondamentale, facendo quindi insorgere il dubbio che non sempre sia riuscita a scorgerne e viverne la vera essenza.

Aurelio Pasini


Pulp, maggio 2004

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L’incontro con Gerard Malanga consente a Mary Woronov di amalgamarsi nella ragnatela tessuta dal nucleo seducente della Factory di Andy Warhol. Nell’open house ogni percezione della pop art diventa linguaggio e sperimentazione underground. Musica, cinema, pittura, fotografia, ma anche droga, sesso, puttane, drag queen. Insomma, uno stile comune dove ogni comportamento esorcizza la propria piaga nell’arte e con l’arte.
Lungo la performance multimediale dell’Exploding Plastic Inevitabile, le voci alterate dei Velvet Underground accompagnano pungenti le proiezioni dei film di Warhol, mentre sotto luci di vecchie sfere riflettenti, le ombre colorate dei protagonisti sfilano sul palco abbracciando il trionfo dell’alienazione fisica e morale.
La Woronov, vestita di pelle nera, collari borchiati e frustino, striscia sulle note di Heroin in una danza surreale e sado-maso. Anfetamina, speed e chissà che altro scuotono le membra di personaggi altrimenti destinati a foderare i marciapiedi di New York. E tra stelle cadenti e astri in ascesa, una grossa fetta di quel mondo, compresi alcuni interpreti di The Chelsea Girls (tra i quali anche la Woronov), ha lentamente scisso il patto con la vita, rinunciandovi con l’autodistruzione. Il genio canuto di Warhol se ne sta accovacciato in un angolo della mente della Woronov, mostrandosi in prima persona di rado quasi fosse, nonostante tutto, la forza sottintesa che avviò e motivò, da un lato l’artista, dall’altro la sua disperazione. La voce ironica dell’autrice sembra trasformarsi in un sussurro più morbido lungo i tratti che riguardano l’ambiguo Robert Olivo alias "Ondine" sprigionando l’unico vero sentimento d’amore che emerge e vive in questa autobiografia.
Cinismo, dissacrazione e una narrazione senza respiro riflettono il dettaglio e lo spirito del libro quanto la carta d’argento che ricoprì le pareti della "Silver Factory". Amarezza e forse nostalgia disegnano le cicatrici di un tempo che contribuì a edificare la prigione urlante di chi, sotto l’eco lontano di All Tomorrows Parties, è sopravissuto.

Patrizia Burra


Repubblica Musica, 22.4.2004

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Altro che 15 minuti di celebrità: per Warhol e la sua Factory (Lou Reed & c.) la fama dura da 40 anni. E, sorpresa, fa addirittura boom.

Sbatti l’underground in prima pagina. Quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno, nella Grande Mela c’è posto per tutti: Andy Warhol (1928-1987) aveva le idee chiare su come trasfomare uomini e cose in arte pop. Nel suo laboratorio, la leggendaria Factory, le parole d’ordine erano: dare spazio alle idee, sperimentare, osare, stupire, scioccare. La controcultura? Un "oggetto" da vendere, come e meglio degli altri. Un film di sei ore che inquadra con una camera fissa un uomo che donne (Sleep) ha la stessa quotazione di una lattina di zuppa Campbell se in calce c’è la firma dl Warhol. Tra le mura della Factory, il laboratorio d’arte creato nel 1962, Marilyn Monroe vale quanto Lou Reed, Elizabeth Taylor quanto Joe Dallesandro, Liza Minnelli quanto Candy Darling.
Un’esperienza straordinaria e, soprattutto, irripetibile. Un mix, impensabile nella bacchettona America di oggi, fatto di arti (oggi si direbbe interdisciplinarietà), provocazioni, esperienze dl vita. Qualcuno ne è uscito non solo vivo, ma alla grande. Come Lou Reed, oggi un distinto, maturo intellettuale. Parafrasando Nanni Moretti, potremmo definirlo "uno splendido sessantenne". Qualcun altro ci ha lasciato le penne. O di lui si sono perse le tracce. Il risultato è comunque unico. Tanto che, a 40 anni di distanza, tutti i protagonisti di quella variopinta "comune" sono ancora lì a raccontare la leggenda. Ben quattro libri che ripercorrono quegli anni formidabili sono contemporaneamente in uscita, di cui uno firmato di persona da Lou: stavolta, tanto per rimarcare la sua bizzarria, pensa bene di cimentarsi con la fotografia.
D’altra parte, l’esperienza della Factory (e dintorni) ha segnato per sempre quelli che c’erano, un’intera generazione. Ma ci saranno sempre nuovi giovani pronti a volerla conoscere. Allora, ci pensa Mary Woronov, con il suo Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol. La storia della Woronov è "esemplare". Giovane, indecisa tra la carriera di pittrice e quella di attrice, imita gli uomini in maniera esagerata (come i travestiti che la circondano imitano le donne). S’invaghisce di Ondine e se ne innamora anche se lui è gay. Cinica e sadica, fa abuso di anfetamine, ma la madre e il patrigno, un chirurgo, non se ne preoccupano ("basta che non fumi erba!" dicono).
La Woronov è la creatura perfetta per Andy, il Frankenstein che crea star in laboratorio, con investimenti modesti e "pezzi di carne" (così chiama le sue star alla deriva). Per lui sono "beautiful people", l’America li guarda con disprezzo e li deflnisce "freak", mostri. Tossici omosessuali, travestiti, aspiranti modelli, cantanti, attori, registi, pittori, scrittori.
Ma più del cinéma vérité di registi come Paul Morrissey, più della vita tormentata e della morte romantica di Candy Darling (leggendaria drag queen, a lei sono ispirate Candy Says dei Velvet Underground e un verso di Walk On The Wild Side di Lou Reed), più delle notti ad alto tasso alcolico in cui arrivavano all’improvviso i Rolling Stones e i Doors, il grande merito di Warhol è quello di aver dato vita a una sorta di happening musicale, The Exploding Plastic Inevitable, messo in scena con il gruppo dei Velvet Underground guidati da Leu Reed e John Cale, al quale lui appiccicò, come una sorta di marchio di garanzia, una bionda teutonica, Nico (Christa Paffgen, 1938-1988).
"Non eravamo nulla. Fu Andy che costruì la nostra immagine intorno a quei suoni sgangherati che allora eravamo in grado di suonare" ammette oggi Lou Reed. Le cose non stanno esattamente così: John Cale (che con Lou nel 1990 incide il magnifico tributo a Warhol intitolato Songs For Drella è arrivato dal Galles per studiare musica con Aaron Copland e Leonard Bernstein. Le sue intuizioni colte, "sporcate" da una personalità decadente e maladive come quella di Lou Reed, generano una musica che è diventata la colonna sonora ideale dei fleurs du mal della seconda metà del Novecento. Nico è la ciliegina sulla torta. La Woronov la odia. Scrive: "Era così bella che si aspettava che tutti volessero scoparla. Ho visto sedie strisciare sopra i tappeti nella speranza che lei ci si sedesse sopra. Ovviamente io la fuggivo come la peste".

Giuseppe Videtti


Rolling Stone, luglio 2004

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La ragazza di Chelsea
"Negli anni 80 nessuno mi ascoltava, oggi mi intervistano tutti i giorni sulla Factory"

Anno 1966: esce The Chelsea Girls di Andy Warhol. 195 minuti per 12 bobine in bianco e nero e a colori. Pellicola rivoluzionaria proiettata simultaneamente su doppio schermo. Mary Woronov è una delle ragazze dell’Hotel Chelsea - Hanoi Hanna regina della Cina - e abita la stanza 116. In quegli anni è parte della Factory e dell’Exploding Plastic Inevitabile, lo show che andava in scena regolarmente al Dom di Saint Mark’s Place, New York City. Dove si può dire nacque il concetto di multimedialità. Brandelli di film, luci strobo e la musica dei Velvet Underground dal vivo, mentre sul palco Gerard Malanga e la Woronov (in quella occasione con il nome d’arte Mary Might) danzavano inguainati nella pelle nera un balletto feticista e sadomaso, con tanto di frusta e frustate. "Shiny shiny, shiny boots of leather...".
Anno 2004: viene pubblicato in Italia il libro TSwimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol (Meridiano zero). Oggi Mary Woronov scrive, dipinge e vive a Los Angeles e talvolta fa comparsate come "cattiva" in qualche produzione di Hollywood (recentemente in Looney Tunes Back in Action di Joe Dante).

È ancora in contatto con qualcuno dei membri superstiti del clan della Factory?
Diffilcilmente torno nei porti abbandonati. E poi la maggior parte di loro sta a New York. Qui a Los Angeles vedo Louis Wàldon (Lonesome Cowboys). Dipinge dei falsi Warhol firmati da lui. Facili da fare e molto più economici degli originali.

C’è grande Interesse per quel periodo, quasi mitologico nell’Immaginario collettivo...
L’interesse sulla Factory cresce con il tempo. Un po’ per nostalgia, un po’ perché nessuno è ancora venuto fuori con qualcosa di più interessante. So soltanto che negli anni 80 nessuno era interessato ad ascoltarmi mentre oggi mi intervistano tutti i giorni. E lo fanno così tanto che ho dovuto scrivere il libro Eye Witness to Warhol per soddisfare tutte quelle domande a cui ero stufa di rispondere.

Sperimentazioni, sesso, droga, arte: siete andati vicino al sole. Alcuni si sono abbronzati, altri si sono bruciati...
Sono più gli amici morti in quell’esperimento che i sopravvissuti. Gli altri hanno fatto il loro tempo e oggi vivono all’ombra di quel periodo. Altri, come Lou Reed, John Cale e Gerard Malanga, sono emersi. Quando il punk invase Los Angeles, io ripetei l’esperimento. Ancora droga, sesso e rock&roll. Divorziai, ricominciai a dipingere e portai la mia carriera di attrice a nuove profondità di umiliazione. Il risultato è il mio attuale status di "Cult Queen". Un titolo ambiguo.

E a scrivere, quando ha pensato di cominciare?
A 50 anni. Mi sono ammalata, così ho chiuso con alcol e droghe. Questo ha causato un incremento dell’attività cerebrale che credo sia il motivo per cui ho iniziato a scrivere. Oggi sto lavorando al mio settimo libro.

In Swimming underground i ricordi sembrano agrodolci.
A suo, tempo ho amato la Pop Art perché era divertente, ora mi sforzo di odiarla. Ha permesso al mercato di entrare pesantemente nel mondo dell’arte, rende la spettatore stupido e rapisce la bellezza. Il progresso può essere crudele, oggi se l’arte non è documentata, non esiste. Un’opera d’arte non documentata è come non fosse mai nata. Tutti i miei ricordi li ho messi nel libro, ma per rendere realistico l’esatto feeling dell’epoca, ho dovuto trascurare qualcosa. Ero troppo "fatta", per ricordarmi tutto.

Cosa è rimasto...
La cosa principale che quel periodo mi ha lasciato è l’irreale convinzione di credere nella mia genuina espressione a prescindere dello stato in cui mi trovo. Prima di incontrare Andy e la sua "gente" ero favolosamente normale, una condizione a cui ho sempre cercato di tornare, ma che purtroppo non posso mantenere a lungo. In quegli anni avevamo tutti nomi fittizi.

In quegli anni come era entrata a contatto con il cinema? Si diverte a recitare?
Ho lavorato con Roger Corman e con Warhol. Andy non ha mai dato alcuna indicazione di recitazione, e i registi dell’entourage di Corman invece erano sempre impegnati a realizzare dei film con quasi niente. Mi sono divertita. Mi piace recitare. Quello che odio sono le alzatacce, le audizioni, la televisione e gli spot.

Quando è finito il sogno?
Per me è finito quando Paul Morrissey mi cacciò perché non firmai un contratto. Per l’America il sogno è finito quando le corporation ci hanno trasformato in compratori a cottimo. Invece, per quanto riguarda l’arte il sogno è appena sbocciato. Warhol eclissò tutti i più talentuosi artisti vendendo per cifre astronomiche, che è poi l’unica cosa che importa all’arte: money.

La sua giornata tipo oggi?
"La mia routine è scrivere e dipingere; insegno scrittura presso l’Ottis College. Vivo sola e semplicemente. Evito lo shopping eccetto per il cibo e gli articoli da giardinaggio. Al mattino passeggio con il cane e la sera nuoto nella piscina comunale".

Che musica ascolta?
"Passo dal punk all’heavy metal fino a Wagner. Ascolto molta opera lirica e non riesco più a sentire il vecchio rock&roll. La disco è morta e io sono troppo vecchia per il rap".

Attualmente è felice?
"Personalmente sì. Da americana no, sono arrabbiata. Come una minuscola parte del genere umano, sono depressa. Penso che non siamo buoni per questo pianeta e odio pensare a me stessa, come un parassita o peggio, una forma di cancro".

Maurizio Marsico


Rumore, giugno 2004

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Mentre Holly Woodlawn, chiassosa drag-queen alla corte warholiana, ricorda di quando girava Coi tacchi a spillo nei bassifondi, l’algida Mary Woronov, che in quei bassifondi ci sguazzava fino in fondo (Swimming Underground è infatti il titolo originale della sua biografia), racconta come da giovanissima amasse giocare a fare il maschiaccio e sviluppasse con le Regine della Factory una sorta di relazione speciale: "Molto presto diventai una queen-dipendente," scrive. In una corsa parossistica alla farsa che si distanzia solo nella profondità di visione dei risultati: tanto sgargianti, colorate e superficiali le comari che passeggiano "on the wild side" della strada (così come lo è il racconto della Woodlawn), quanto spigoloso, glaciale e implacabile è lo sguardo della protagonista di Chelsea Girls. Terrorizzata dall’idea di "sposarmi e deporre uova", questa figlia poco più che maggiorenne della buona borghesia di Manhattan si dibatte ancora tra gli incerti artistici di una carriera universitaria divisa fra teatro e pittura quando il poeta ballerino e performer Gerard Malanga la conquista al credo pop di Andy Warhol. Le loro pantomime sadomaso ("Gerard si metteva in ginocchio e baciava la mia frusta, poi il mio polso, poi leccava il sudore che mi colava sul collo come sangue, poi appoggiava le labbra sul mio stivale, e così via, in modo sempre più ipnotico") entreranno di diritto nel cast dell’Exploding Plastic Inevitable, lo show itinerante che fonde arditamente l’estremismo musicale dei Velvet Underground ("che altrimenti non avrebbe scritturato nessuno", dice cinica l’autrice), la danza e il cinema fastidioso di Warhol ("quella sera proiettava due scene diverse sullo stesso schermo contemporaneamente, con i sonori che si mescolavano. Il risultato era atroce e il tormento degli spettatori era palpabile"). La vita in mezzo al "Popolo delle Talpe" scorre vistosa e disperata tra performance e droga party, un vero gioco al massacro con re Warhol nella parte del trepido vampiro e "il Papa" gay Ondine (alla cui adorazione la giovane autrice si dedica con masochistica ostinazione) in quello di crudele eminenza grigia.
Pittrice, attrice (nel recente horror indipendente The Halfway House), regista, autrice di romanzi di successo (Snake è prossimo all’edizione italiana), a più di trent’anni di distanza, Mary Woronov ricorda con la rabbia e il distacco della sopravvissuta l’ebbrezza di chi ha sperimentato la seducente arroganza della follia ("È impossibile spiegare il motivo per cui l’intera New York allora era ai nostri piedi, nonostante facessimo il possibile per scandalizzare chiunque", ha dichiarato) e poi è tornato indietro a riprendersi la sua vita. Tra cocci scintillanti, gloriose cicatrici e qualche goccia di sangue vivo.

Claudia Bonadonna


tuttolibri, 24.4.2004

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Warhol e rock’n’roll

Chi rammenta il quarto d’ora (o i cinque minuti) di celebrità della bella e spigolosa Mary Woronov? Vi ricorda qualcosa, il nome dell’autrice di Swimming underground - I miei anni alla Factory di Andy Warhol (Meridiano zero)?
La signora Woronov, pittrice, vive oggi a Los Angeles. Ma sul finire dei Favolosi Anni Sessanta stava a New York, e bazzicava la "mitica" Factory del geniale polacco. Per Andy Warhol, Mary Woronov interpretò una delle ragazze di Chelsea Girls, film ormai entrato nella leggenda e come usa dire "di culto". Altrettanto leggendari sono gli anni, i luoghi e i nomi che scorrono in questo libro di memorie intriso, ovviamente, di sesso, droga e rock’n’roll: ci sono la Callas e Dalì, Lou Reed e i Velvet Underground, il Chelsea Hotel e Max’s Kansas City, locale all’epoca imprescindibile per chiunque transitasse nella Grande Mela. E poi l’erba, l’LSD, le anfetamine, l’eroina. "Io e i miei piccoli fratelli della notte venivamo chiamati non-morti, vampiri: le labbra premute contro il colla di Manhattan, ne risucchiavamo l’energia, un posto dopo l’altro". Mary quegli anni li ha vissuti a cento all’ora, e per puro caso non è finita in fondo all’Hudson.
Se avete amato i Diari di Andy Warhol, ecco il libro che fa per voi.

Giuseppe Culicchia


www.nonsololink.com, 6.10.08

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Scrive una protagonista degli anni in cui Andy Warhol ha creato il culto dei protagonismi. Anni che hanno avuto un’influenza indiscussa sull’arte e la cultura degli Stati Uniti, fatti di film e cortometraggi, di apparizioni devastanti e devastate, di sperimentalismi e, forse, soltanto di vita vissuta.
Il libro che ho appena chiuso, già edito in Italia con il titolo Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Factory di Andy Warhol per gli stessi tipi di Meridiano Zero che lo ripropone ora chiamandolo Swimming underground, è stato scritto da Mary Woronov, perfetta conoscitrice di ciò che racconta per avere vissuto con Andy e company vita e film come Chelsea Girls, Eating Raoul, Rock’n’Roll High School. Narra di sé e di altri in modo disinibito, a tratti corrucciato, parlando di sesso e visioni, innamoramenti costruiti sulla carta, o forse sulla propria personalità malata, e di amori come quello per Papa Ondine come se fosse tutto assolutamente irreale e, per questo, realmente vero.
Il tragitto è semplice e complesso allo stesso tempo, calando il lettore in mezzo a personaggi a dir poco bizzarri nella loro normalità di spostati e di traspositori del reale in una dimensione che la realtà, forse, avrebbe diseredato.
L’uso di droghe è all’ordine del giorno e di notti che non si riconoscono più, tra ricordi di una madre distante da se stessa che salva dalle acque impetuose nelle quali, tuttavia, non si può fare a meno di tuffarsi.
La testimonianza fatta romanzo di un movimento e di un genere di vita che ha segnato il tempo in America, è interessante quanto scioccante, capace di nauseare il lettore così come di tenerlo attaccato alle pagine, tra l’incredulo e il curioso, lo schifato e l’ammirato. Il genio carico di sregolatezza cercata, stavolta, è travisamento e enfatizzazione di un reale a dir poco bizzarro ed egocentrico, se non addirittura patologico.
I giochi diventano culto e, a chi piace, viaggio all’incontro con il mito.

Alessia Biasiolo


blog.panorama.it, 1.3.07

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Il lato oscuro di Andy Warhol

Scenette sado-maso, impulsi violenti, party a base di acidi e anfetamine. Il lato oscuro (e meno noto) della Factory di Andy Warhol è tutto in Swimming Underground (My years in the Warhol Factory), autobiografia di Mary Woronov, l’attrice che nel 1966 entra alla corte del padre della Pop art. Protagonista in alcuni storici film come Chelsea girl e Four stars, osserva senza poesia l’atmosfera di decadenza del laboratorio creativo di Warhol. E a distanza di trent’anni mette tutto nero su bianco.
Nel libro ci sono gli squattrinati frequentatori della Factory "in perenne apatica attesa sui divani macchiati di sperma", in cerca di un quarto d’ora di celebrità. E non mancano i grandi nomi del Novecento, come la Callas, descritta al culmine di una sbronza "con la testa incastrata tra il water e la parete, e i piedi che cercavano inutilmente di fare presa sulle piastrelle".
L’atmosfera descritta da Mary Woronov è sempre torbida. Sempre in bilico tra happening e malattia psichica. Come il racconto in cui un attore si infila in un occhio una siringa piena di eroina. O quello in cui il fotografo Bill Name si fa murare in un loculo.
Lo sguardo dell’autrice si posa impietoso anche su Warhol: "Diceva le cose più insulse; la gente ci impazziva sopra, si sentiva in dovere di leggerci i significati più reconditi, ma per noi era un’altra storia…".

Antonio Carnevale


www.paradisodegliorchi.com, 1.3.08

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Quando uscì, nel 1990, Songs for Drella, il disco realizzato da John Cale e Lou Reed, molta stampa musicale gridò al capolavoro e soprattutto al miracolo, dal momento che due delle menti più creative del periodo della Factory warholiana erano tornate a lavorare insieme (anche se il sodalizio franò dopo poco tempo).
Disco che in qualche modo, proprio nella dedica a Warhol, che dagli amici era chiamato appunto ’Drella’, racchiuse il senso delle esperienze passate, un flashback dei loro giorni trascorsi insieme e nello stesso tempo un sentito e schietto omaggio al mondo che fu e di cui loro furono mentori e audaci precursori.
Mary Woronov, con questo libriccino stringato e lisergico ha voluto in qualche modo raddoppiare l’operazione ed ha affrontato l’argomento dal punto di vista più superficiale e mondano, nel tentativo di riuscire a dare un quadro più completo possibile della galleria di bizzarri personaggi e dello stile di vita che caratterizzarono i primi anni sessanta e una città come New York e, nello stesso tempo, dare un’altra chiave di lettura al fenomeno culturale legato alla Factory di Warhol.
Crediamo però che non ci siano filtri interpretativi: la Woronov, schiettamente e a volte anche ingenuamente, racconta quel che ha visto con gli occhi di una che sa di essere al centro di eventi forse più grandi di lei e riassume il senso di quella realtà spesso onirica, di sicuro multicolore e distorta attraverso una scrittura fin troppo lineare e ripetitiva.
L’inizio è sorprendente, quando racconta del ’falso’ salvataggio della madre nelle acque adiacenti la Jones Beach e con una malia da scrittrice consumata la seguiamo nei primi approcci con la ’materia’ fin da quel viaggio che la porterà dietro Warhol prima in California e poi a New York: "Le stazioni dei pullman sono deprimenti, e sempre gelate: sono la cartina tornasole della determinazione di chi viaggia".
Lei determinata lo era, anche quando si trova a contatto con una nuova realtà claustrofobica ed oscura: "…e poco tempo dopo entrai a far parte del selezionatissimo gruppo che circondava Warhol durante i giorni della ’Silver Factory’ sulla quarantasettesima Strada: il Popolo delle Talpe. Talpe in quanto si facevano vedere solo di notte, con gli occhiali sa sole e un pallore che era il risultato di anni di esistenza sotterranea".
(...)

Alfredo Ronci


www.rootshighway.com, n. 38

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Giovanissima, Mary Woronov venne introdotta da Gerard Malanga nel’olimpo di Andy Warhol per cui recitò alcune delle parti più scabrose nei suoi esperimenti cinematografici. Va ricordata soprattutto per Chelsea Girls, ma anche per le dozzine di performance in frusta e cuoio nero che distinguevano la parte più appariscente e acida della Factory. Quella dei Velvet Underground, per intenderci: speed, drag queen, il Max’s Kansas City e il Lower East Side.
Acido, crudele, senza alcuna mediazione metaforica, il racconto di Mary Woronov tratteggia vite vissute pericolosamente inseguendo il mito dell’arte e alimentando alle estreme conseguenze gli aspri scontri in quella folle comunità che era la Factory di Andy Warhol. Nel rimbalzare da un party all’altro, imbottita di droghe e di acute nevrosi, Mary Woronov perde il contatto con la realtà e magari trova in Lou Reed quasi un compagno di viaggio ideale, ma non è sicuramente sufficiente ad imperdirle di stramazzare, sfinita e distrutta, su un marciapiede di New York.
Tra un film e uno spettacolo, un litigio e una cattiveria, Mary Woronov si era accorta, quanto fosse difficile districare la vita dall’arte e dalla follia, ma il suo lungo viaggio verso il termine della notte doveva compiersi in cerca di un approdo. Un’odissea raccontata con lo stesso coraggio di Hubert Selby jr e da leggere con il rigoroso sottofondo dei Velvet Underground (Walk on Wild Side e Vicious) per cominciare e di Lou Reed (There’s No Time e Halloween Parade) per finire.

Marco Denti