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La città dolente
Daniel Zimmermann


il Gazzettino
Liberazione
tuttolibri
il Venerdì
www.alice.it
www.lankelot.eu
www.lettera.com


il Gazzettino, 1.3.2005

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Brillante, ricco, elegante, studente modello dell’École Superieure di Parigi, François sta scrivendo una tesi su Dante. Ma siamo nel 1941, arriva la guerra, il collaborazionismo, e François è di famiglia ebrea Per il ragazzo, poco più che ventenne, è il momento di capire cos’è il "tempo" nel quale sta vivendo, e di ricevere una particolare e dolorosa "educazione sentimentale". Rinchiuso nel campo di lavoro di Drancy, François dovrà imparare a sopravvivere, aggrappandosi alle sue capacità di matematico, ai suoi raffinati modi aristocratici, e specialmente aile sue doti di violinista. Ma sopravvivere sarà sempre più difficile. La traduzione è di Marco Cavalli.


Liberazione, 29.1.2005

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Dentro l’Olocausto leggere la Shoah in Italia

Con La città dolente (pp. 188, euro 12,00, Meridiano Zero edizioni), Daniel Zimmermann racconta la sua educazione al terrore nel campo di Treblinka. Il suo è a un tempo un diario intimo e il racconto corale di una discesa all’inferno nel quale l’autore ha perso trentasette familiari.

Guido Caldiron


tuttolibri, 23.4.2005

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Siamo tutti dei sopravvissuti alle città dolenti dei lager

Treblika è un luogo molto diverso da Auschwitz. Lo era allora - rudimentale corridoio di morte lungo del filo spinato -, lo è ancora oggi.
Perché invece delle baracche ricostruite e dei percorsi didattici, a Treblinka ci sono soltanto una neve tenace, alberi ignari, e rovine. Ruderi che sembrano lapidi sbieche, una radura nel bosco. Il luogo ispira un miscuglio impossibile di sgomento e serenità, e ha soltanto un punto della terra che vagamente gli assomiglia. Si trova dietro la collina dei Giusti, allo Yad Wa Shem di Gerusalemme: lì, oltre gli alberi più anziani, si estende un sito di rovine: muri spezzati, massi erratici. vegetazione invadente. Ogni frammento di muro porta il nome di uno dei luoghi ebraici d’Europa annientato dalla Shoah. Per rammentarlo, non si è trovato nulla di più loquace di un sito archeologico "finto", al posto di quello che questi luoghi, laggiù in Europa, non avranno mai, perché la loro distruzione è diversa da quella che segna il passo della storia, di solito. E nella somiglianza strana, dolorosa, fra Treblinka e questa collina, si capisce una cosa evidente, ma soprattutto disarmante: e cioè che quel bosco del nord Europa, con il suo silenzio, non può più raccontare nulla: è muto, a meno di non sapere già. E lo sarà sempre di più, muto.
(...)
Purtroppo, il male non ha bisogno di dignità.
Ne ha, invece, il bel romanzo di Daniel Zimmermann, nato nel 1935 da una spia francese al servizio dei sovietici e un’ebrea polacca emigrata in francia dal ghetto di Varsavia. La città dolente, pubblicato da Meridiano zero, è una storia ricca, piena di lucidità e nostalgia. Il protagonista emigra da quel territorio dell’animo che è la Commedia dantesca al campo di lavoro di Drancy, dalla matematica al violino, per scoprire che Auschwitz "non è un sanatorio ma un campo di sterminio".

Elena Loewenthal


il Venerdì, 11.2.2005

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Il francese Zimmermann ha scritto questo romanzo (titolo originale: L’anus du monde) che ricostruisce l’atroce mondo dei lager nazisti. François, giovane dotato, sta per laurearsi con una tesi su Dante quando viene catturato e avviato ai campi. Riuscirà a sopravvivere ma al prezzo di un dolore senza limiti: l’inferno vero invece di quello dantesco.

Corrado Augias


www.alice.it, febbraio 2005

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Più brutale e più scioccante il titolo originale francese del libro di Daniel Zimmermann: L’anus du monde. "Noi qui ci troviamo nell’anus mundi", ha scritto il medico SS ad Auschwitz, Heinz Thilo, evocando l’immagine della parte del corpo umano più sporca e impura e animale, mentre è più pacata l’idea della sofferenza nel titolo italiano La città dolente, pur con l’anticipazione del verso dantesco, "lasciate ogni speranza, voi ch’entrate". Ed è un mondo senza speranza, quello dell’universo concentrazionario, buio e sporco di fango e di malattie e di escrementi e di sangue e di fumo scuro di corpi cremati e di crimini indicibili e di anime nere.
Il protagonista del libro di Zimmermann è un giovane ebreo francese, François Katz, ateo, intelligentissimo, studioso di Dante. Quando i tedeschi occupano Parigi, François non si preoccupa: è impossibile che siano vere le voci che arrivano dall’America sui campi di concentramento, e poi lui è francese, la sua famiglia non è osservante, lui non è neppure circonciso. Eppure succede - François si trova nel luogo sbagliato nel momento sbagliato, c’è una retata, viene portato nel campo di internamento a Drancy.
È questo l’inizio di un viaggio in un duplice inferno per François - quello che lo circonda e quello interiore, scendendo nelle bolge, ritrovando in se stesso i peccati rappresentati da Dante, in un abisso senza fondo, nel disprezzo di se stesso. Cerca di lastricare di soldi la via dell’uscita da Drancy, corrompendo un guardiano- ma questi ha trovato la gallina dalle uova d’oro, perché mai dovrebbe lasciarlo fuggire? E François prova un’altra strada, si spaccia per contabile, gli viene dato l’incarico di selezionare i prigionieri da mettere sui convogli in partenza. E’ così facile mentirsi sulla destinazione di quei convogli- forse li portano dove si sta meglio, forse esiste quel "Pitchipoi" di cui si parla ai bambini per farli stare buoni quando vengono fatti salire sui vagoni. Il numero che gli chiedono di raggiungere è sempre più alto- che importa, purché non ci sia lui. E poi anche lui si trova sul treno per Auschwitz. Ancora, François mette in atto i meccanismi che gli assicurano la sopravvivenza, a qualunque costo - riesce a farsi assegnare al "Canada", le baracche dove si fa incetta di tutti i beni degli ebrei, e poi diventa il beniamino di Mengele, finché dura, ogni giorno è un giorno in più.
François vede tutto, vede anche se stesso come è diventato, beve vodka per istupidirsi, il suo passato di studente brillante gli torna utile: aveva barattato dei vantaggi con dei versi di Dante, vince la sua vita in una sfida a suon di violino. Il peggio è assistere alla morte di suo padre, vedere la nudità di sua madre, ma ormai François è "blindato dentro", riuscirà a non soccombere.
Zimmermann, che ha perso 37 membri della sua famiglia nei campi di concentramento, ha scritto un libro tanto più doloroso perché scarno e impietoso, e nello stesso tempo pieno di compassione per la debolezza dell’uomo - se questo è un uomo - abbandonato a se stesso perché Dio ha distolto lo sguardo da Auschwitz.

Marilia Piccone

«Ci metterete poco a capire quanto sia sensato quel che Dante ha visto scritto nell’anticamera dell’Inferno: "Lasciate ogni speranza, o voi ch’intrate".» Un verso declamato in italiano.
Incorreggibile primo della classe, François non ha potuto trattenersi dal recitare il seguito nella stessa lingua: «Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo di una porta; per ch’io:"Maestro, il senso lor m’è duro".»
Muller abbozza un sorriso, si è ripreso, uno schiocco di frusta che sfiora il volto di François tronca sul nascere quel dialogo erudito.


www.lankelot.eu, 21.6.08

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Cronaca dell’inferno.

Lo annuncia il titolo stesso del romanzo La città dolente, mutuato dal terzo canto della prima cantica della Divina Commedia.
È l’inferno del nostro Novecento barbaro e macellaio: l’abominio dei campi di sterminio nazisti.
Zimmermann scrive della Shoah, aggiunge il proprio contributo alla densa bibliografia inerente il più grande massacro della storia. Trentasette familiari persi ad Auschwitz impediscono il silenzio. Chiedono voce e tributo nuovi. Ne deriva un libro difficile, doloroso almeno quanto la verità che racchiude.
Zimmermann rifugge la prima persona. Sceglie la terza, inframmezzata da dialoghi scarni. Non racconta, scava fin nei più sordidi recessi dell’animo umano. Non accompagna il lettore all’incontro con Franois, il protagonista delle proprie pagine. Non si preoccupa di snocciolarne la storia secondo una misurata cronologia. Scende nell’inferno: non quello dantesco apprezzato in lingua originale dal brillante studente dell’ƒcole Supérieure di Parigi, per approfondire la preparazione in vista della sua tesi sul sommo poeta, ma quello tangibile dei lager nei quali si trova catapultato.
Dal campo di lavoro di Drancy ad Auschwitz e infine a Treblinka, in quell’angolo d’Europa che il medico stesso delle SS definisce l’anus mundi (titolo dell’originale francese), a sperimentare sulla propria pelle la disumanità degli esseri umani. Ebbri di odio, folli della forza inetta e feroce di un potere che si fa violenza cieca e inarrestabile.
Ed è lì che il giovane ebreo francese smette di pensare alla sua carriera accademica. È lì che il corpo prende con prepotenza il sopravvento sulla mente. Il freddo, la fame e l’istinto di conservazione, hanno la meglio su qualsiasi altro genere di esigenza. La piacevolezza della conversazione, la necessità di leggere, il bisogno di confrontarsi e arricchirsi attraverso lo studio cessano di essere delle priorità. Di colpo Franois scopre di essere un uomo, nel senso più animale del termine. Ma non lo abbandona la sciocca velleità di volersi distinguere, di risultare sempre il primo della classe. Anche di fronte alla frusta e al filo spinato la sua vanità di letterato non trova freno, dispensando citazioni.
È la presunzione di chi sa di sapere, è la paura della sofferenza, è il disperato tentativo di sfuggire ad una morte tanto tremenda quanto annunciata. E allora, prima la contabilità, poi il bon ton e in ultimo la musica, diventano brevi scappatoie. La sua cultura così come i suoi soldi, espedienti per allungarsi la vita di un giorno. Perché nei gironi dell’inferno nazista ogni ora in più è una vittoria sulla propria condanna.
E Zimmermann non manca di sottolinearlo, in un’inesorabile discesa verso il più bieco squallore. Dalle torture inflitte ad opera del dottor Menghele con pretesa di esperimenti scientifici, agli abusi sessuali sui giovani prigionieri. Dalle lotte per il cibo, ai tradimenti. Dalla corruzione al cannibalismo. Crudo, diretto, impietoso. Non una sillaba superfula. Nessun moralismo, nessuna ideologia. La questione dell’identità ebraica è poco sentita, del resto Franois si professa ateo e se appartenenza dichiara, è unicamente verso la Sorbona. In quest’ottica, dunque, è per lo meno affascinante che il libro si concluda con la sua tardiva circoncisione, seguita al breve ma significativo "processo a Dio" ritenuto colpevole, non di aver creato Treblinka, ma semplicemente di non averne impedito la creazione. L’ironia dell’autore è amara come l’abisso che descrive, con parole sdrucciole, noncuranti di preparare il terreno a chi legge e obbligando, invece, al salto e alla caduta. Alla riflessione che passa per il rigetto nonché il disprezzo. Alla crisi che radica l’urgenza della memoria, anche quando, come in questo caso, passi per l’immaginazione. Per una storia non reale eppure atrocemente vera.

Angela Migliore


www.lettera.com, 15.4.2005

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François, dai piaceri dello studio e della vita parigina, alla lucida follia dei campi di sterminio, vive gli anni della sua gioventù cercando di sopravvivere e di resistere e di mantenere viva una piccola particella di umanità anche nelle pieghe terribili delle persecuzioni naziste.

La città dolente: Il mondo in una buca di fango
Ecco dove finiremo tutti, per quanto ci sia una differenza degna di nota fra questi sacchi qui a sinistra e quelli lì a destra. Sentiamo, cosa preferiresti? Avere le ossa calcinate ed essere venduto come concime? Oppure semplicemente frantumate e consegnate alla società Strem, che produce superfosfati?
La ferocia del nazismo e la relativa proiezione industriale del terrore, i campi di concentramento e di sterminio, sono entrati ben presto nella vita di Daniel Zimmerman che si è visto sterminare l’intera famiglia, ad eccezione della madre. Il padre, tra l’altro, essendo un agente segreto sovietico, venne decapitato. La città dolente sembra riassumere tutto quel dolore, ma da un punto di vista molto particolare ed interessante: attraverso la trasformazione del mondo di François, giovane, brillante e benestante studente parigino felicemente avviato ad una carriera universitaria ed intellettuale, si ritrova, con l’occupazione nazista della Francia ad essere prima deportato nel campo di lavoro di Drancy, e poi ad, Auschwitz e a Treblinka. A quel punto la sua cultura, il suo approccio, la sua forza di volontà non gli impediranno si rimanere imbrigliato in quella perversa ambiguità tra vittime e carnefici che Daniel Zimmerman interpreta benissimo nella storia che si dipana in La città dolente. Soprattutto perché ha il coraggio, raccontando il calvario di François, di restare nell’ambito del romanzo e della fiction e di usarli come strumenti per spiegare (e non dimenticare) gli atroci orrori dei campi di concentramento che, purtroppo, sono una parte reale della nostra storia. Così François incontrerà persino il mefistofelico dottor Mengele, l’infame aguzzino che celebrava il suo sadismo dietro il paravento degli esperimenti medici, suonerà il violino per lui, scoprirà l’amore e la morte nello stesso tempo. Un romanzo crudo e vivissimo.

Marco Denti