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L’allievo
Daniel Zimmermann


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Bresciaoggi, 7.9.2006

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L’allievo di Zimmermann: una storia da rovesciare
Emarginazione, omicidi e incesti in un grigio quartiere a sud di Parigi

Savigny-sur-Orge, a sud di Parigi, uno degli ultimi gironi infernali della banlieue, dove il benessere arriva solo come illusorio segnale pubblicitario da un altro mondo e la natura conserva il suo cuore di tenebra. A due passi dal centro metropolitano passa già la frontiera di un mondo sconosciuto e retrocesso alla gogna pre-civile.
È qui che si svolge la vicenda de L’allievo di Daniel Zimmermann (Meridiano zero, pp. 192, euro 12), uno di quei romanzi che ci infila il muso dentro il truogolo di una realtà molesta. Siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, periodo nevralgico di utopie e di cortocircuiti idealistici. Patrick Leguern è un bambino disadattato: è sporco, puzza, è refrattario a qualsiasi scolarizzazione, manifesta palesi handicap sia comportamentali che di apprendimento, è immancabilmente esposto al dileggio dei compagni, che lo chiamano «scimmia».
David Kupfermann, l’insegnante-psicologo di ideologia progressista incaricato di allestire una classe di recupero, si fa carico di questo caso umano di emarginazione e disabilità. Patrick è vissuto in un ambiente proletario degradato. Il padre è un ubriacone violento (il bambino ha le piante dei piedi ustionate da un accendino), la madre una buona donna sfiancata da continue maternità mai portate a termine.
L’integrazione di Patrick risulta subito difficile. Il ragazzo non dà segni di miglioramento. Non partecipa al dialogo didattico, dimostra una condotta asociale e aggressiva (pianta una penna in faccia ad un compagno), finchè Kupfermann adotta il karate come metodologia per autodisciplinare i suoi alunni.
Allora avviene il miracolo: Patrick inizia il suo processo di alfabetizzazione e consegue progressi scolastici e razionali. O almeno così sembra, perché la cruda verità ama travestirsi con perfidia da favola bella e positiva. A questo punto il romanzo cambia focus, prospettiva. La storia viene rovesciata, filtrata dallo sguardo e dal cuore nero di Patrick, e prosegue su un altro binario allucinato e straniante. Il ragazzo non è ritardato come si crede, anche se non esente da turbe. È scaltro, opportunista, sa adottare strategie di sopravvivenza e di egemonia. Da questa nuova prospettiva, il padre non appare più come un bruto, ma è una figura assente, lo zero della somma. Il vero motore dell’infezione familiare risulta essere la madre. È lei che circuisce e manovra il figlio, coinvolgendolo in un legame incestuoso, coinvolgendolo nell’omicidio del padre. Patrick è il novello Edipo di una contemporaneità barbara, solo che a differenza della mitologia greca, qui non c’è senso di colpa, né espiazione e i tabù vengono omologati dalla razionalità deviata nel deserto della morale e nel grembo malefico della miseria.
Quello di Zimmermann (1935-2000) è un romanzo ispido e indigesto che si fa beffe delle "umane sorti e progressive" della pedagogia, come pure della medicina, della psichiatria e dell’anti-psichiatria. Lo stile selvatico, contaminato da documentarismo alla fratelli Dardenne e rigurgiti di flusso di coscienza, è originalissimo.

Nino Dolfo


D, Repubblica delle Donne, 16.9.2006

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Maestro ignorante

David è un insegnante di idee gauchiste in una Francia pervasa dai venti del ’68 e di riforme radicali. Maestro dei disadattati, individua in Patrick, zimbello dei suoi compagni, il caso umano per il suo esperimento pedagogico: un soggetto da rafforzare nella sua debolezza in classi di sostegno, per poi reintegrarlo coi suoi compagni. Secondo i test Patrick ha un ritardo mentale e inoltre, lombrosianamente, "è brutto come la fame, puzza di angoscia e desolazione".
In questa atmosfera si dipana la prima parte di L’allievo di Daniel Zimmerman, autore francese scomparso nel 2000. Ma lo scrittore, figlio di una spia francese al servizio dei sovietici e di una ebrea polacca emigrata in Francia, rovescia la prospettiva nella seconda parte del romanzo, dove la realtà è vista dal punto di vista del ragazzo, che in realtà ritardato non è. Manipola, invece, il maestro con una strategia lucida che ha un fondamento edipico, puntando all’eliminazione del padre e all’unione con la madre…
L’atmosfera della banlieue di oltre trent’anni fa – con la televisione emblema del degrado e di una solitudine che assorbe la vita degli emarginati – e resa benissimo in un racconto anti buonista che, tra critica del pietismo e dello psicologismo ideologico, propone tematiche attualissime. Mostrando il rovescio della medaglia dei concetti di assistenza, debolezza, controllo, e facendoci riflettere sul percorso subdolo attraverso cui il nostro senso di colpa può diventare arroganza salvifica.

Antonella Fiori


Diario, 10.11.2006

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Ci sono romanzi che danno luce a una trama da punti di vista diversi. Ci sono romanzi che, quando li finisci, ti lasciano in bocca il sapore di una lunga frequentazione col male. L’allievo è entrambe queste cose. Eppure, nonostante la struttura composita, si fa leggere d’un fiato. E ci regala non solo la spietatezza dello sguardo, ma anche momenti di ilarità, di una tenerezza arresa che fa pensare a un film di Truffaut sull’infanzia.
Ci voleva Daniel Zimmermann (1935-2000) per raccontare questa storia: l’autore di La città dolente (Meridiano zero, 2004), oltre a essere uno scrittore, ha svolto attività pedagogica con bambini disadattati. Il Patrick Leguern del romanzo è un ragazzino "diversamente abile" che vive in una casa popolare nella periferia parigina. Suo papà è violento, e mamma lo subisce. Per fortuna c’è David Kupfermann, un insegnante di sostegno un po’ svagato e proprietario di una due cavalli (e anche qui ci vedresti un Jean-Pierre Léaud), a prendersi cura di lui, ad aiutarlo a crescere nella giungla feroce della scuola. Poi, a metà del libro, la stessa storia di solitudine e segregazione è raccontata in altro modo. Patrick non è un povero "senza cervello", ma un lucido regista di se stesso. Sul rumore di fondo del linguaggio psichiatrico-ministeriale, e del Sessantotto in banlieue, ciò che il ragazzo persegue è la sua personale realizzazione del mito di Edipo. Ma non simbolica. Un pugno nello stomaco da gustare tutto, un romanzo pieno di suspense e vuoto di buonismo.

Leopoldo Carra


il Foglio, 21.10.2006

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Romanzo impresentabile. A meno di non guastare la festa e le sorprese: di non svelarne il segreto, spezzare il maleficio, smontare incautamente l’artificio escogitato dall’autore per tenere in equilibrio una costruzione narrativa di spietata, implacabile tenacia. "Tiene" solo e soltanto con il sostegno della partecipazione incondizionata del lettore la storia di Patrick Leguern, il piccolo squilibrato – ma si può dire? per non dire "ritardato", "disadattato", "handicappato" e per sventare le remore politiche della correttezza linguistica, l’allievo sarà da tutti chiamato "la scimmia": crudelmente dai compagni di classe, affettuosamente dal suo tutore – affidato alle cure volonterose di David Kupfermann, docente in una scuola speciale della periferia sud di Parigi. Tiene e resta in piedi, con tanto più sconcertante solidità, dopo le capriole acrobatiche e gli spericolati ribaltamenti di prospettiva cui saranno costretti i suoi lettori, spettatori e assistenti. Rovesciato è anzitutto l’impianto rassicurante dell’assistenza sociale e, a seguire, tutta l’impalcatura di cliché, stereotipi, tabù, eretta col concorso di burocrazia scolastica, mitologia psicologica e moralistici pregiudizi attorno al punto labile dove la salute mentale vacilla. E mentre crollano i miti freudiani, le belle favole dell’integrazione, le pietose illusioni della coscienza sotto i colpi (di scena) inferti al ritmo trascinante dei capitoli e al passo di danza delle tre parti in cui si muove il romanzo – "A scuola", "A casa", "Altrove" –, la scimmia precipita verso il casqué del finale. Che lo mostra sulla ribalta capovolto come si addice alla sua natura: scaltra, bestiale, simulatrice e selvaggiamente feroce. Daniel Zimmermann non concede tempo per i dubbi e le esitazioni a chi, concedendo credulità e attenzione al suo racconto, si ritrova a passare dalla pena all’indignazione, dalla commozione alla gioia maligna e liberatoria. A chi punta gli occhi sul suo immorale apologo thriller disposto ad assecondarne i mutevoli punti di vista, il narratore presta invece dall’inizio alla fine il proprio sguardo lucido e disincantato: da imputare alla sua personale esperienza di figlio nato a Parigi nel ’35 da una spia russa giustiziata dai nazisti negli anni dell’occupazione e da un’ebrea polacca scampata al ghetto di Varsavia e alla sorte della famiglia deportata ad Auschwitz, solo per una facile giustificazione storica e psicologica del suo strabiliante talento di scrittore.


L’Indice, 1.4.2007

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L’allievo è uno dei romanzi più pregevoli di questi ultimi anni: grazie alla lingua cruda e viva e a uno stile rapido e pungente, Daniel Zimmermann tesse una trama coinvolgente con una duplice angolazione, raccontando prima la vicenda dal punto di vista del maestro David Kupfermann e poi da quello dell’allievo Patrick Leguern.
È un ragazzo straordinario, Patrick, nel senso letterale del termine: viene considerato ritardato, deriso e maltrattato, è vittima di violenze famigliari, è brutto, tira su col naso e puzza (la splendida copertina di Valerio Bindi visualizza perfettamente questa "scimmia"). Il maestro dei disadattati David, perennemente scisso tra attrazione e ripugnanza verso il ragazzo, si assume il compito di educarlo e di integrarlo nella società, usando discutibili metodi pedagogici, come ad esempio introducendo il karate nella sua classe di allievi disabili nelle banlieues francesi della seconda metà degli anni Sessanta. L’insegnante David è un autentico alter ego dell’autore, scrittore francese scomparso nel 2000 che ha svolto attività pedagogiche con bambini disadattati.
Non si possono dare ulteriori indicazioni sulla vicenda, perché L’allievo è un piccolo capolavoro incentrato sulla suspence, sulla ripresa del mito del complesso di Edipo e sulla ricerca di verità su se stessi. La lettura disturba e scuote il lettore, che non può chiudere il volume senza riflettere su dove e come esistano verità ed errore, sul male, sul sistema educativo.

Maria Giovanna Zini


L’Indice, 1.7.2007

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Grazie alla lingua cruda e viva e a uno stile rapido e pungente, Daniel Zimmermann tesse una trama coinvolgente con una duplice angolazione, raccontando prima la vicenda dal punto di vista del maestro David Kupfermann e poi da quello dell’allievo Patrick Leguern. È un ragazzo straordinario, Patrick, nel senso letterale del termine: viene considerato ritardato, deriso e maltrattato, è vittima di violenze famigliari, è brutto, tira su col naso e puzza (la splendida copertina di Valerio Bindi visualizza perfettamente questa "scimmia"). Siamo nelle banlieus francesi della seconda metà degli anni sessanta. Il maestro dei disadattati David, perennemente scisso tra attrazione e ripugnanza verso il ragazzo, si assume il compito di educarlo e di integrarlo nella società, usando discutibili metodi pedagogici, come ad esempio introducendo il karate nella sua classe di allievi disabili. L’insegnante David è un autentico alter ego dell’autore, scrittore francese scomparso nel 2000 che ha svolto attività pedagogiche con bambini disadattati. Non vogliamo dare ulteriori indicazioni sulla vicenda, perché L’allievo è un piccolo capolavoro incentrato sulla suspense, sulla ripresa del mito del complesso di Edipo e sulla ricerca della verità. La lettura scuote il lettore, che non può chiudere il volume senza riflettere su dove e come esistano verità ed errore, violenza e redenzione.

Giovanna Zini


Internazionale, 22.9.2006

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Patrick, un ragazzino che vive nelle banlieues parigine, sembra un collezionista di sventure: è un ritardato mentale, di rara bruttezza, picchiato in famiglia e preso di mira dai compagni di classe. Per questo gli assistenti scolastici, e in particolare il maestro David Kupfermann, si prendono cura di lui. Ma in realtà "la scimmia" – così lo chiamano i compagni – è più scaltro di quanto si creda, come rivelerà il resto dell’ingarbugliatissima storia ispirata al mito di Edipo.
La costruzione del libro è accattivante e ambiziosa, ma forse Zimmermann non ha uno stile abbastanza versatile per gestire al meglio i diversi registri – ironico, melodrammatico, grandguignolesco – e i livelli simbolici che affronta, dalla psicoanalisi alla critica sociale.

Guido Vitiello


scritture.blog.kataweb.it

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Si può dire veramente poco di questo libro per non guastare il piacere (o il disgusto) della lettura. Un disgusto che non ha niente a che vedere con la sorprendente qualità della scrittura di Zimmermann, nato nel 1935, figlio di una spia francese al servizio dei sovietici e di un’ebrea polacca emigrata in Francia dal ghetto di Varsavia. Era laureato in Scienze dell’educazione e ha lavorato nelle scuole elementari come insegnante per bambini disadattati.
Autore assai prolifico, è morto nel 2000, poco dopo aver dato alle stampe la sua autobiografia, la morte che ogni scrittore vorrebbe, un po’ come per un attore morire durante l’ultima replica, nel momento cruciale, un secondo prima che si chiuda il sipario. Una bella morte. Mi sono chiesta, viste le sue esperienze di lavoro con i bambini disadattati, se ci siano elementi autobiografici in questa storia magnifica e sconcertante pubblicata quest’anno da Meridiano zero.
Il protagonista è Patrick, che viene deriso dai compagni di classe e, a causa delle violenze familiari che denuncia, è preso in consegna dal meccanismo all’apparenza perfetto, senza intoppi e smagliature, dell’assistenza scolastica. Ha un’insegnante di sostegno, viene seguito e indirizzato a sperimentare nuove tecniche pedagogiche ma soprattutto incontra un maestro, David, che prende a cuore il suo caso. Che decide di occuparsi di lui e di favorire la sua integrazione.
Da questo incontro in poi l’autore comincia a giocare, a spostare i piani narrativi, ci presenta il disgusto di cui parlavo all’inizio, ce lo fa vedere con inusitata bravura, poi ci mostra la magnifica buona volontà dell’essere umano che si sente investito di una sorta di missione, poi ci tiene in bilico, come se fossimo sul filo, a camminare attenti fra un palazzo e l’altro, in equilibrio instabile, fra una vicenda triste, che ci commuove, che ci chiama a un’istantanea empatia, e una realtà che si nota scrostando le crepe, una realtà (ma è la realtà?) sordida e morbosa, che scardina i nostri moralismi.
Lasciateglielo fare. Permettete a questo romanzo di farvi vacillare, di far scricchiolare le certezze di ogni tipo che afferrate salde ogni mattina insieme ai vestiti, alla maschera sociale, e alla messa in scena della vostra rispettabilità. È come un sisma, che può spaventare, devastare, deviare, far venir voglia di lanciare via il romanzo per poi correre a riprenderlo e terminarlo avidamente. L’autore è implacabile, non ci concede tregua, non ci fornisce assoluzioni, non fornisce appigli ideologici,politici, metafisici. Forse, ne fornisce uno, ma è quello che non vogliamo vedere, quello che ci fa ribaltare lo stomaco. Un appiglio amoroso.
Perché L’allievo è una sordida e morbosa, sorprendente e magnifica storia d’amore. Sta in noi come lettori coglierla, o rimuoverla, o lasciarci scandalizzare dalla sua cruda evidenza. Sicuramente un libro fondamentale, da non sottovalutare, da non perdere di vista, neanche dopo, a lettura ultimata.

Francesca Mazzucato


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Ogni sgarrafone è bello a mamma sua, e per ogni figlio la mamma è bellissima, anche se è trasandata e ha l’aspetto di una befana. Parte da questo presupposto Daniel Zimmermann, autore dell’avvincente romanzo L’allievo, appena pubblicato dall’editrice padovana Meridiano zero ed egregiamente tradotto dal francese da Federica Alba, per raccontare il legame diabolico che unisce madre e figlio, ambedue affetti da turbe psichiche, incapaci di leggere la realtà e dediti a comportamenti assurdi, poco coerenti. Quando il piccolo Patrick va a scuola, è accolto da un maestro pietoso in una classe differenziale. La sua bruttezza è impressionante, per certi versi il personaggio ricorda il protagonista di Profumo di Suskind, e subito il lettore è portato a provare compassione per questo povero ragazzo perseguitato dai compagni, tenuto alla larga da chiunque e soggetto alle violenze di un padre ubriacone. Poco alla volta però si comincia a dubitare, e qui sta la bravura dell’autore, che costruisce la storia come un giallo, anche se giallo non è, non ostante ci sia un omicidio. S’intuisce che le menti disturbate dei due protagonisti stanno andando allo sbando. A nulla valgono le attenzioni educative del maestro nella scuola sperimentale, non si trovano spiegazioni per i comportamenti incongruenti di opposizione e remissione di Patrick, soprannominato la scimmia, né per le imprevedibili reazioni della sua mammabefana. E intanto il ragazzo cresce e si sviluppa, grazie al karaté che il maestro insegna alla classe dei senzacervello diviene un adolescente robusto e imbattibile, in preda a forti spinte ormonali e desideri di accoppiamento favoriti dalla madre. Il nucleo centrale di questo libro che si legge tutto d’un fiato sta nelle pagine in cui l’autore butta là qualche frase sibillina sulla verità dei fatti, che ciascuno può trasfigurare tramutando in leggenda i piccoli eventi quotidiani, oppure, nel caso del giovane Patrick, credendo ciecamente alle fandonie e alle messe in scena della madre, suo unico enorme oggetto d’amore a scapito del povero papà. Una storia piena di colpi di scena, di suspence e impensabili nuove chiavi di lettura degli stessi fatti. Si passa dalla comprensione al dubbio, dal sospetto alla certezza di un rapporto edipico consumato appieno fino all’estrema conseguenza dell’uccisione del padre da parte di Patrick, si attraversano i territori dell’antipsichiatria selvaggia praticata in Francia negli anni Settanta, fino a giungere a un epilogo incredibile e tenero che in nome dell’amore riscatta l’emarginazione e l’orrore.

Maurizia Rossella


macadam.splinder, 20.9.2006

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La vita è un gioco, forse
"L’allievo", di Daniel Zimmermann, è uno di quei libri che non possono - e non devono - passare inosservati.

Prendiamola alla lontana: Zimmermann nasce nel 1935 da padre francese - spia al servizio dei russi - e da madre ebrea polacca emigrata in Francia dal ghetto di Varsavia. Costretto fin dalla gioventù a subire gli orrori della civiltà - il ramo materno della famiglia, con l’eccezione della sola madre, venne rinchiuso ad Auschwitz e sterminato; il padre, scoperto, fu giustiziato - Zimmermann decide di contrastare il corso degli eventi diventando educatore e scrittore. Dopo essersi laureato in Francia, in scienze dell’educazione, è stato prima insegnate elementare per bambini disadattati e poi docennte a "l’université de Paris VIII-Vincennes". I suoi scritti continuano la sua opera di formazione in maniera diretta, disincatata e lucida.
L’allievo, è un libro che fa male. Dentro ci sono tante storie: c’è il racconto di un ragazzino che dev’essere a tutti i costi "salvato " da un insegnante che vuole cambiare il mondo. C’è il dramma di un rapporto familiare dove nessuno è quello che sembra e dove tutti i ruoli si scambiano e si intrecciano. C’è un assassinio voluto, ma da chi? C’è il disancanto dell’essere ciascuno, inesorabilmente, ruota di un unico - perverso - ingranaggio. C’è la psicanalisi e il complesso di Edipo. C’è il destino. C’è il caso. E c’è la furbizia, ottusa, dell’uomo. Soprattutto, però, c’è la "scimmia".
Quando ho letto il libro, l’ho fatto - l’ho già scritto - d’un fiato. La sensazione di inesorabilità, di caduta libera, che provoca nel lettore - che ha provocato in me - si è trasferita nel desiderio di finirlo "il prima possibile" di arrivare "al termine" della storia. Eppure mentre ne seguivo il corso, quelle pagine mi hanno trasferito gli echi delle antiche tragedie greche. Leggevo L’allievo e ripensavo all’Edipo re, di Sofocle e a quello che la critica ne ha tratto: "l’Edipo re è un ’dramma a tesi’: il destino travolge gli uomini e gli dei puniscono il peccatore". Non c’è libertà, neanchè nell’orrore. Edipo, però, si acceca e in lui si compie la "catarsi aristotelica". Nella scimmia, in Patrick, non c’è catarsi - non c’è espiazione - e il meccanismo del destino si compie inesorabile e beffardo, sovvertendo persino le utlime certezze dei personaggi. E dei lettori.

Fabio Fracas


www.milanonera.com, 3.10.06

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L’allievo, di Daniel Zimmermann, è uno di quei libri che non possono – e non devono – passare inosservati.
Prendiamola alla lontana: Zimmermann nasce nel 1935 da padre francese – spia al servizio dei russi – e da madre ebrea polacca emigrata in Francia dal ghetto di Varsavia. Costretto fin dalla gioventù a subire gli orrori della civiltà – il ramo materno della famiglia, con l’eccezione della sola madre, venne rinchiuso ad Auschwitz e sterminato; il padre, scoperto, fu giustiziato – Zimmermann decide di contrastare il corso degli eventi diventando educatore e scrittore. Dopo essersi laureato in Francia, in scienze dell’educazione, è stato prima insegnate elementare per bambini disadattati e poi docente a "l’université de Paris VIII-Vincennes". I suoi scritti continuano la sua opera di formazione in maniera diretta, disincatata e lucida.
L’allievo, è un libro che fa male. Dentro ci sono tante storie: c’è il racconto di un ragazzino che dev’essere a tutti i costi "salvat " da un insegnante che vuole cambiare il mondo. C’è il dramma di un rapporto familiare dove nessuno è quello che sembra e dove tutti i ruoli si scambiano e si intrecciano. C’è un assassinio voluto, ma da chi? C’è il disancanto dell’essere ciascuno, inesorabilmente, ruota di un unico – perverso – ingranaggio. C’è la psicanalisi e il complesso di Edipo. C’è il destino. C’è il caso. E c’è la furbizia, ottusa, dell’uomo. Soprattutto, però, c’è la "scimmia".
Quando ho letto il libro, l’ho fatto – l’ho già scritto – d’un fiato. La sensazione di inesorabilità, di caduta libera, che provoca nel lettore – che ha provocato in me – si è trasferita nel desiderio di finirlo "il prima possibile" di arrivare "al termine" della storia. Eppure mentre ne seguivo il corso, quelle pagine mi hanno trasferito gli echi delle antiche tragedie greche. Leggevo L’allievo e ripensavo all’"Edipo re", di Sofocle e a quello che la critica ne ha tratto: "l’Edipo re è un ’dramma a tesi’: il destino travolge gli uomini e gli dei puniscono il peccatore". Non c’è libertà, neanchè nell’orrore. Edipo, però, si acceca e in lui si compie la "catarsi aristotelica". Nella scimmia, in Patrick, non c’è catarsi – non c’è espiazione – e il meccanismo del destino si compie inesorabile e beffardo, sovvertendo persino le utlime certezze dei personaggi.
E dei lettori.

Fabio Fracas


max.corriere.it

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Lo chiamano "la scimmia", è brutto e cattivo, puzza. È disagiato, disadattato, ritardato. Poverino, aiutiamolo. Siamo in una scuola della banlieue parigina negli anni Settanta, il Sessantotto è passato da poco e un professore intriso di idealismo pedagogico intende redimere il ragazzino. Il lettore partecipa, al calduccio dei buoni sentimenti e della pubblica assistenza agli sfortunati.
Peccato che L’allievo di Zimmermann (Meridiano zero) sia un congegno diabolico, e ribalti certezze: suspense della psicologia. La verità è altrove, fra crudeltà da tragedia antica e squallori delle periferie. E altrove, spiazzato e turbato, si ritrova il lettore.

Giovanna Zucconi


Pedagogika.it, mar-apr 2007

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Il romanzo si struttura all’interno di tre luoghi che danno il titolo ai tre capitoli in cui è suddiviso: A scuola, A casa, Altrove. Vorremmo soffermarci sui tre luoghi come filo conduttore del testo. Non sono luoghi geografici, ma forse topoi sociologici che scandiscono l’esistenza di Patrick Leguern, il ragazzino ritardato protagonista del romanzo.
A scuola egli incontra David Kupfermann, l’insegnante di sinistra impegnato politicamente e di forte ideologia che si occupa di ragazzini disadattati, incaricato di selezionare un gruppo di soggetti con disturbi dell’apprendimento sufficienti per entrare a far parte di una classe "differenziale" che sarà affidata a lui. Il "ritardo" di Patrick è di difficile interpretazione, in base ai test non rientrerebbe nella forchetta di disturbo ritenuta necessaria per accedere a quella classe. Ma Patrick è mal vestito, maleodorante, spiacevole d’aspetto, gli altri ragazzini lo chiamano "la scimmia". Sua madre, che lo viene a prendere a scuola, si presenta sciatta, è una borderline. E un giorno Patrick si presenta con i piedi fasciati: suo padre, dice, gli ha bruciato le piante con un accendino Flaminaire. Kupfermann falsifica i test per potersi occupare del caso, le regole vanno boicottate quando sono troppo rigide.
In A casa: cambia l’atmosfera, cambia il linguaggio, ora che ritorniamo indietro al test di selezione e all’iter scolastico di Patrick attraverso gli occhi dello stesso Patrick. Allora la vittima non è più il bambino ma papà Leguern, povero ingenuo dagli occhi strabici (è per questo che non vede quello che ha sotto gli occhi?) che è via tutta la settimana per lavoro, mentre la moglie svuota nel lavandino le bottiglie di vino per diffondere la voce che lui sia un ubriacone. Marie Leguern è una mitomane che vive in un suo mondo di amori perduti in cui lei è bella come Brigitte Bardot e il suo bambino è il suo innamorato.
La terza parte del romanzo racconta le "soluzioni" inadeguate. Patrick è stato mandato in un centro di recupero per minori criminali. Ha finito per uccidere il padre (e gli ha anche disfatto la faccia con il vetriolo, dopo averlo ucciso, per non vedere più il suo sguardo sghembo), confermando il suo destino edipico, di cui del resto i piedi fasciati dell’inizio erano chiaro segno premonitore. Lì, in un ambiente se possibile ancora più squallido e deprimente dei precedenti, educatori analisti psicologi hanno bruciato in un falò liberatorio nel cortile il dossier di Patrick, per "affrancarlo" dal suo passato.
Si riparte da zero, con fumose e inutili sedute psicanalitiche e Patrick che diventa nuovamente vittima e zimbello prima di capire come sfruttare le sue doti negative. E un nuovo ribaltamento del mito di Edipo che rimette tutto in discussione, tabù e cliché, modelli sociali e teorie educative. Potrà così compiere il suo percorso diventando il figlio-marito della madre-amante dopo aver traslocato nella banlieue Nord dove nessuno li conosce. E generare con lei nuovi bambini disturbati.
Ai tre luoghi vediamo come si associno le relative menzogne: l’inganno, per essere ammesso alla classe differenziale, operato da Kupfermann, quello operato dalla madre verso il padre e l’ambiente extra - familiare, l’inganno del passato che può essere azzerato, fatto dagli operatori sociali bruciando la cartella di Patrick e credendo così di poter ripartire da zero.
Tre situazioni di inganno cui corrispondono tre cecità: quella delle istituzioni scolastiche (gli occhiali del preside lo esemplificano), quella familiare (lo strabismo del padre), quella del fuoco che incenerisce e dal quale Patrick si allontana.
Ma la cecità degli adulti è ricerca di uno sguardo che si posi su di loro, nel quale rimirarsi compiaciuti e trovare confermata un’immagine: quella di insegnante sensibile di Daniel Kupfermann, che non vede nell’abbraccio madre-figlio il segno di una relazione perversa, quello della madre che si sente donna desiderata dallo sguardo del figlio, quello degli educatori, che pensano di poter azzerare con un gesto rituale la storia. Sguardi cercati in cui Patrick è irretito e che gli permettono l’esercizio della malvagità indotta e cercata.
Edipo nella tragedia si acceca lui pur di ribadire l’esistenza della legge, si assume lui la colpa, il suo accecamento è la decisione di non vedere tutto ciò che potrebbe rivelare l’inconsistenza della legge. Patrick sceglie di vedere, di essere giocato e giocare in un mondo che non lo vede nel mentre ne ricerca lo sguardo. Lui assiste, guarda e vede, e decide di stare in un mondo che abolisce la legge nell’illusione di ricominciare da zero.
Forse l’altrove del romanzo è in questa assenza di legge, dove il più forte prende ed è legittimato dalla forza e basta.
Singolare mondo dove le parti si sono invertite, chi doveva essere guardato guarda, chi doveva vedere è cieco, dove l’illusione è che basti l’affetto e la comprensione, calando tutti i veli possibili sulla verità. Forse da questo rapporto con la verità deve ripartire il discorso pedagogico, uscendo dall’ideologia che fa pensare ad una "nemesi pedagogica".

Ambrogio Cozzi

La Repubblica, 8 dicembre 2006. Prima pagina, titolo: "I diritti di tutti". Scrive Miriam Mafai : "la legge, quando approvata nei termini già oggi anticipati, farà finalmente uscire dalla incertezza o dalla illegalità sia coloro che, quali che ne siano i motivi, preferiscono la connivenza al matrimonio...". Si sta parlando, ovviamente, dei cosiddetti Pacs, ma, per quel che mi riguarda, la faccenda è scondaria. Non muterebbe di molto se l’argomento fosse un altro, della medesima portata psicologica o sociale. E’ la logica del pensiero che m’interessa. I contenuti meno, metteteceli voi. La firma è quella prestigiosa di Miriam Mafai. Una donna la cui storia incute rispetto e ammirazione. Ci mancherebbe. Non ce l’ho con lei. Mi occupo della frase perché riassume un modo di pensare che altri, pur di levatura ben inferiore, sottoscriverebbero in massa.
A sinistra, o così parrebbe.
Provo a ragionare ad alta voce. Due domande. La prima: cosa vuol dire "quali che ne siano i motivi’? E’ semplicemente l’harakiri del pensiero. O, nel suo rovescio, la mistica esaltazione della privacy? E’ la manifestazione più ottusa del rigetto di quella capacità di confrontarsi, di discutere, nei cui confronti il partito del RM., leggi ricatto democraticista, ha eretto il suo muro. Lo si ritrova negli atteggiamenti di genitori ed educatori che non osano, nemmeno chiedere a un minore le ragioni (se poi le ha) di una scelta, confondendo il loro paraculismo con un preteso rispetto. E se ciò fosse solo il segno di una marcusiana indifferenza, l’esatto opposto di quell’ "Icare" che era il cuore del sessantotto americano? Non si può dire, non si può chiedere... Come se il solo porre una questione evocasse lo spettro di un pregiudizio, di una condanna... Stupisce che i presidi segnalino, il Corriere della Sera del 21 gennaio 2007, che gli studenti non leggono, hanno un linguaggio povero... Se gli adulti, per primi, non discutono delle questioni di cui vale la pena discutere, cosa dovrebbero fare i ragazzi? Prendere Platinette come maitre à penser, Lino Banfi e figlia o, che ne so, Pannella? Mi chiedo, e penso alla Mafai, come è passata un’intera generazione di uomini e donne, nel giro di qualche decennio, da una morale tra le più bigotte e sessuofobiche, roba che nemmeno Ratzinger, il pastore tedesco come lo hanno soprannominato affettuosamente quei goliardi de il manifesto (i livelli sono questi...), a quest’inconsistenza?
Seconda domanda: cosa significa quel "preferire"?
Fantasma di Freud, se ci sei, ti prego, illuminaci. La ragione parla con la voce bassa, ma dice sempre le stesse cose, ci hai insegnato. Ora, se vado dal gelataio il commesso mi chiede: cosa preferisce il pistacchio o la stracciatella? Lì, in effetti, il preferire ci sta come il panettone a Natale. Va bene. Ma su, siamo seri. La vita affettiva, sessuale di una persona è complessa, segnata dall’incidenza che vi porta l’inconscio, rispetto a cui il termine preferire suona quantomeno irrispettoso e infelice. Lo sanno tutti, nessuno escluso. Anche se si fa finta, specie in un’epoca altamente berlusconizzata, che non sia così. Non ti piace il programma, cambia canale. Sei tu che scegli, come alla Coop, del resto. E’ questo il pluralismo di cui si blatera con tanta leggerezza? Ma dove vive questa gente? Che idea hanno di quel che accade nella società, tra i giovani, nelle scuole... Siamo sempre a Flaiano: la situazione è grave, ma non è seria. Dopo la Corea del Nord che sia l’Italia il paese più ideologizzato del mondo?
Veniamo al libro, L’allievo. L’ha scritto uno che si chiama Daniel Zimmermann. Ha una enne in più, era francese. E non era parente del vecchio Bob. Ha scritto un bel libro su un tema di cui si parla poco: la debilità mentale e il disagio sociale, che spesso vi è associato. Zimmermann è stato insegnante in quelle che, ne! nostro Paese, una volta si chiamavano scuole speciali. E che, per la verità, speciali non erano proprio. Sa, dunque, contrariamente a giornalisti e politici, ciò di cui parla e si sente.
In francese, il titolo era Le Gogol. Avessero avuto un minimo di coraggio l’avrebbero tradotto Il mongolo o giù di lì. Ma, per i motivi sopraddetti, figuriamoci. Vespa ci avrebbe montato su un Porta a porta con tanto di psicologi e politici, idiozia e sentimentalismo a gogò. Chi osa? E’ un fascista, un reazionario? No, non è così. La storia narra le vicissitudini di Patrick, un ragazzo supposto ritardato, nella periferia parigina e, di riflesso, quelle di chi si occupa di lui, specie di David, maestro e militante impegnato; la domenica diffonde L’humanité, quotidiano comunista. Leggetelo, e domandatevi alla fine chi tra i due è più debole... Se ne consiglia vivamente la lettura a educatori alternativi o narcisisticamente autoritenentesi tali. Farà bene. Unico neo: la scrittura, come se l’autore fosse più pressato dall’urgenza di esprimersi che di controllare la materia. Pazienza. Ah, dimenticavo. Patrick, lui preferisce l’incesto. Si sa, de gustibus...

Angelo Villa


Repubblica, 9.9.2006

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Demoni e Mistero

Quando i demoni sono umanissimi: periferia parigina, un ragazzo ritardato, un insegnante che prova nuove tecniche di sostegno. E un ribaltamento finale.

Loredana Lipperini


www.salottoletterario.it

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A dimostrazione del fatto che le nostre categorie, spesso rigide e preordinate, non restituiscono la benché minima idea della complessità dell’esperienza umana, esemplare è la vicenda narrata nel romanzo di Daniel Zimmermann: quella di Patrik, un ragazzo handicappato, zimbello di tutti i suoi compagni di una scuola alla periferia meridionale di Parigi. Entrato nel meccanismo perverso dell’assistenza scolastica, è tutta una prigione di burocrazie ed pregiudizi che finiscono con l’etichettare "scemo" chi non lo è affatto. Patrik, infatti, diventato allievo del Maestro David, suo insegnante di sostegno, mostra incredibili capacità intellettive, e rivela una realtà ben diversa da quella scritta in pagine e pagine di rapporti dei Servizi Sociali. Ma è difficile uscire dalla perversità della burocrazia e, come in un Processo kafkiano, l’etichetta è sempre una prigione.

Claudia Cincotta


il Sole 24 ore, 12.11.2006

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Poveri maestri illusi dalla scuola
Un insegnante francese di recupero con allievi in difficoltà, non crede più nelle fantasticherie di rieducatori e psicologi

Meridiano Zero ha in catalogo molti romanzi "disturbanti" (per esempio i noir dell’ultimo grande maestro europeo del genere , il grande e disperato Derek Raymond) ma pochi lo sono quanto questo L’allievo di Daniel Zimmermann (1935-2000) che mette in discussione il molto ottimismo e le molte illusioni dei manuali di psico-pedagogia e delle pratiche di educazione o rieducazione. In particolare, i discorsi – chilometrici e perlopiù vani – sul recupero scolastico dei bambini disadattati, sulle classi differenziali, sugli psicologi e insegnanti specializzati in questo delicato ramo del lavoro scolastico.
Se questo vale per la tecnocratica visione pedagogica dei francesi, figuriamoci poi per l’Italia. Di recente, rispetto a altre età e ad altro contesto, si è molto parlato del bel romanzo di Antonio Scurati Il sopravvissuto, e in passato vennero, ancora dal veneto le narrazioni o inchieste di Mauro Covacich su altre categorie professionali del vastissimo campo dell’assistenza e del recupero, diventato come ben sappiamo uno dei motori dell’economia italiana: si direbbe che si producano malati e disadattati per il "piacere" di curarli, di creare vaste burocrazie e migliaia di specialisti. La "nemesi medica" di Ivan Illich è anche, nel mondo occidentale, "nemesi pedagogica".
Ma il romanzo di Zimmermann parla specificamente della scuola. L’autore è stato insegnante del recupero nelle elementari francesi e sa di cosa parla, conosce benissimo i riti e i linguaggi dei presidi, degli ispettori e dei maestri, anche se la sua volontà di stupirci, anzi di inorridirci, ci fa talvolta dubitare delle sue capacità professionali: è troppo accanito nel distruggere le idee "buoniste" e le assurdità degli addetti ai lavori del ramo di cui ha fatto parte per convincerci davvero, e i suoi rovesciamenti appaiono talora forzati.
Nella storia del ragazzino Patrick, brutto sporco e cattivo, "un caso esemplare" di famiglia disastrata, egli si compiace di tirare in ballo discorsi più vasti, e di sbalordirci più volte nello svelare quale è veramente la sua storia e la sua psicologia. Ne fa insomma un caso estremo di bisogni irrisolti, di intrico perverso e di malvagità, liberandosi presto della figura del maestro per dimostrare che, oltre le fantasticherie dei rieducatori e psicologi, la realtà vera è un’altra, ed è sullo sfondo, avrebbe detto uno scrittore dell’ottocento, "l’innata pravità dell’animo umano" (Hawthorne, di cui Donzelli ha testè pubblicato l’intera produzione dei racconti, tutti appassionanti…)
Non insistiamo sulle rivelazioni del romanzo per non rovinare la volontà di sorprendere dell’autore, né sulle scontrose contorsioni psichiche del ragazzino Patrick Leguern, mentre si potrebbe insistere molto sulle illusioni del maestro David Kupfermann e sulle delusioni dell’ex educatore e poi romanziere Daniel Zimmermann che è di David l’alter ego. Il maestro chiama i suoi allievi "scimmiette" e certamente ha una visione dei poveri, dei marginali, dei sottoproletari, dei "cattivi" alquanto etologica. L’Uomo con la maiuscola, il genere umano, non si è mai liberato della sua parte animale e l’epoca presente non riuscirà certo, con la sua pletora di specialisti, a farlo cambiare; questo ci dice L’allievo, e sta in questo l’interesse del romanzo. Di bambini molto cattivi è piena la storia della letteratura, della fantascienza e del cinema (Arancia meccanica!), del fumetto per adulti, e di adulti cattivi è piena la Storia, ma come rimediare se non con l’educazione quando tutto il resto fallisce? Il problema è ovviamente quale educazione, e impartita da chi, dentro quale società.

Goffredo Fofi


Stilos, 26.9.2006

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"A scuola", "A casa", "Altrove", sono i titoli delle tre parti in cui è diviso il libro L’allievo di Daniel Zimmermann, a metà tra romanzo, dramma e saggio pedagogico, critica sociale e satira della pochezza degli strumenti psicologici, storia di squallore e reinterpretazione di vecchi miti.
Il luogo della scuola e della casa è Savigny-sur-Orge, nella banlieue di Parigi, l’altrove è altrove, per l’appunto, il non luogo di un centro di riabilitazione post-sessantottino dove, sull’onda degli entusiasmi liberatori, si sperimentano nuovi metodi di terapia per disadattati, drogati, piccoli criminali. Il tempo copre un arco di una decina di anni, i personaggi principali sono quattro, un insegnante e una famiglia composta di madre, padre e figlio. E due i punti di vista, quello del maestro Kupfermann a scuola e del ragazzino Patrick Leguern a casa, per diventare un obiettivo grandangolare nell’ultima parte, quella risolutiva che lascia il lettore diviso tra sconcerto, pena e indignazione.
Il maestro Kupfermann- che riflette lo stesso Zimmermann, insegnante per bambini disadattati nelle scuole elementari- deve selezionare un bambino da inserire nella classe speciale e il prescelto è Patrick Leguern, proprio perché scatena nel maestro dei sentimenti di ripulsa: Patrick è brutto, sporco, puzzolente, è antipatico. Ma fa leva sulla compassione del maestro: ha i piedi piagati, glieli ha bruciati con l’accendino quell’ubriacone di suo padre. Patrick è quello che si dice un "caratteriale", il prodotto di una famiglia che ha dei problemi- o almeno, questo è quello che Patrick vuole far credere. E che il maestro Kupfermann crede, prendendo a cuore la situazione del bambino, vittima degli adulti. C’è una parola che ritorna spesso in questa prima parte, "scimmia", urlata come un insulto verso Patrick in apertura del libro, usata poi dal maestro stesso come un vezzeggiativo, a mano a mano che si affeziona alle sue "scimmiette", orgoglioso dei successi ottenuti, soprattutto dopo l’esperimento educativo fatto con le lezioni di karate. E c’è una scena di cui comprenderemo l’importanza solo nella seconda parte, quando tutto verrà ribaltato: l’abbraccio affettuosissimo di Marie Leguern e suo figlio, all’uscita della scuola.
"Scimmia" ritorna ad essere un insulto e l’affetto tra madre e figlio si rivela morboso nella sezione intitolata "A casa": cambia l’atmosfera, cambia il linguaggio, ora che ritorniamo indietro al test di selezione e all’iter scolastico di Patrick attraverso gli occhi dello stesso Patrick. Allora la vittima non è più il bambino ma papà Leguern, povero ingenuo dagli occhi strabici (è per questo che non vede quello che ha sotto gli occhi?) che è via tutta la settimana per lavoro, mentre la moglie svuota nel lavandino le bottiglie di vino per diffondere la voce che lui sia un ubriacone. Marie Leguern è una mitomane che vive in un suo mondo di amori perduti in cui lei è bella come Brigitte Bardot e il suo bambino è il suo innamorato. Con le conseguenze che possiamo immaginare, fino alla messa in scena reale della tragedia di Edipo. Che prosegue nella terza parte, in un ambiente se possibile ancora più squallido e deprimente dei precedenti, nell’altrove dove le cartelle cliniche vengono bruciate e si riparte da zero, con fumose e inutili sedute psicanalitiche e Patrick che diventa nuovamente vittima e zimbello prima di capire come sfruttare le sue doti negative. E un nuovo ribaltamento del mito di Edipo che rimette tutto in discussione, tabù e cliché, modelli sociali e teorie educative.

Emilia Pagliano


Libreria Terzo mondo

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I clienti di questa libreria conoscono bene le pubblicazioni di questo editore. Anche questo volume non si allontana dal filone Pulp che li contraddistingue. In questo caso però l’uso di questa definizione di genere andrebbe un po’ adattata in quanto non si tratta di un’invenzione su temi di facile consumo, che ha per oggetto la violenza, ma di una descrizione, veristica, di qualcosa che con ogni probabilità succedeva e continua a succedere nelle periferie degradate delle metropoli.
Il protagonista è il piccolo Patrick, un bambino brutto e antipatico che riesce però a suscitare la pietà di David, l’insegnante dei sobborghi parigini che, alla fini degli anni ’60, lavora all’interno delle prime classi differenziate. Il primo terzo del libro è dedicato alle impressioni di David, al suo tentativo di recuperare il piccolo, devastato da situazioni socio-familiari disastrose. Alla fine, prima di trasferirsi ad impegni di livello più elevato (università), David riesce ad ottenere dei risultati.
I restanti due terzi del romanzo sono un vero e proprio lavoro di decostruzione. Vediamo le stesse cose che avevamo visto con gli occhi di David attraverso quelli di Patrick.
David, che credeva nell’efficacia della pedagogia, non aveva capito niente.
Patrick anticipava tutte le sue idee e si applicava al fine di fare incontrare David con sua madre. Voleva che David fosse suo padre, che prendesse il posto del vero padre, il mite Richard. Per questo occorreva che lui fosse accettato nella classe speciale di David. Vediamo allora che i comportamenti che hanno risvegliato l’attenzione di David sono premeditati. Patrick non vuole assumere i valori di David, tipico insegnante illuminista che fa il bene per il bene, vuole solo sconfiggere il senso di esclusione da ogni cosa che lo sovrasta da quand’è piccolo.
Attraverso il karaté, che apprende sotto la guida di David, Patrick dà una svolta alla sua vita nell’ultima parte del romanzo. Diventerà il capo della struttura di psichiatria alternativa cui verrà affidato al termine degli studi, ulteriore testimonianza del fallimento educativo di David, che comunque aveva già capito qualcosa se al termine del suo pezzo l’autore gli fa dire "…la scuola di recupero non serve a formare nient’altro che dei manovali, per lo più disoccupati" (p. 61).
L’epilogo segna la vittoria di Patrick sul resto del mondo che ha cercato di emarginarlo per le sue diversità. Una vittoria veramente in barba a tutte le regole di decenza normalmente accettate, ma in pieno rispetto delle norme del genere cui questo romanzo e questo editore appartengono appieno.
L’autore stesso lo dice; se devo scegliere, io sono per il naturalismo contro la psicoanalisi, preferisco Zola a Freud. Lascia allora perplessi il fatto che le pagine più felici siano quelle dove l’es della scimmia, com’è soprannominato Patrick, si esprime senza freni e dove Zimmermann riesce a mettere in ridicolo gli psicologismi vari (la descrizione della struttura pseudo basagliana dove la scimmia finisce dopo la scuola è notevole). Segno forse che ormai il naturalismo non può più esistere senza il concettualismo senza che sia vero il contrario.
Zimmermann non parla comunque a vanvera, dato che lui stesso era pedagogo, insegnante e karateca. E’ quindi una storia personale, forse autobiografica, nella quale descrive un allievo forse reale, forse incontrato e conosciuto, rimastogli appollaiato sulle sue spalle.
La sua scimmia.

Antonio Donghi, libreria Terzo Mondo


www.tfpforum.it

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[A scuola]
In tutte le classi scolastiche esiste un elemento più debole degli altri, quello meno sveglio, che solitamente subisce le peggiori angherie da parte degli altri "compagni".
L’allievo in questione è Patrick, un ragazzino talmente brutto da sembrare una scimmia. Come se ciò non bastasse, delle scimmie ha anche la puzza ed ha grosse difficoltà nell’apprendimento. Insomma, è lui il freak della situazione. Immaginate che fine può fare un soggetto del genere lasciato in balìa della crudeltà dei coetanei.
Ma se parlo di allievo, è inevitabile che parli anche di un maestro. David è un insegnante di sostegno che ha il compito di formare una intera classe di bambini che necessitano attenzioni particolari, scegliendoli secondo il suo giudizio tra le diverse centinaia che compongono le scuole a lui affidate. E’ un compito molto complesso e delicato da portare a termine: da lui dipende il futuro di molti giovani. In seguito alle interviste di rito a tutti i bambini, agli insegnanti, ai medici, ai vicini di casa per avere più informazioni possibili sui candidati a studenti della sua classe, David, tra gli altri, sceglie Patrick. E’ il suo sesto senso che lo spinge a farlo: oltre ai fatti che mostrano un bambino ritardato e succube delle violenze del padre, David sente di avere il dovere di aiutarlo.
Ma non sarà una passeggiata aiutare Patrick: non è semplice gestire soggetti del genere, ma non mancheranno momenti in cui David arriverà a commuoversi per dei semplici gesti del ragazzo.

Stop - Riavvolgimento rapido - Play

[A casa]
A casa. Con queste parole inizia la seconda parte de L’allievo. E non è altro che una rilettura di tutto quello è successo fino a questo punto, da un altro punto di vista.
Solo ora il lettore si rende conto che la storia era stata narrata dal punto di vista di David e della scuola, ora la telecamera narrativa si scrolla di dosso il coscenzioso Maestro e si incolla su Patrick. Il cambio di scena è brusco, ci vuole un po’ per abituarsi ad una visione diversa, così diversa da influenzare anche il linguaggio narrativo.
E vi garantisco che c’è di che rimanere a bocca aperta. Spalancata.
C’è da provare fastidio e rabbia.
C’è che questo libro si trasforma e ti trascina con sé.
Il libro ha anche una terza parte, intitolata "Altrove", ma a quel punto l’autore ha già messo giù il suo poker, non ha in serbo una scala reale, anche se continua a punzecchiare il lettore.
Non posso, davvero non posso dirvi di più, se non di *evitare* di leggere le recensioni in giro per la rete o la quarta di copertina: vi rovinano lo stupore, quello che di meglio ha questo libro.
Vi riporto un estratto dal primo capitolo, intitolato "Individuazione":

Citazione:
"Scim-mia! Scim-mia!..."
"Porci, schifosi, rottinculo, razza di coglioni, io vi ammazzo!"
Stretto contro il muro dell’istituto Jules-Ferry, Patrick Leguern affronta la muta dei suoi compagni di scuola. Sudato e ansimante, si difende con le unghie e con i denti, a furia di insulti, sputi e calci. Da lontano, con la valigetta dei test in mano, David Kupfermann assiste alla battuta di caccia. Esita a intervenire, oggi è qui in veste di psicologo scolastico, non di insegnante della classe di recupero del vicino istituto, e per riuscire a individuare il suo futuro alunno in maniera imparziale, la sua neutralità deve essere bendisposta nei confronti di tutta la popolazione infantile della zona. Un fischio lo toglie dall’imbarazzo. Il direttore si affaccia al cancello, i ragazzi si affrettano a entrare nel cortile. David li segue. Il direttore gli stringe la mano:
"Uno dei suoi candidati, Kupfermann."
Accenna col mento a Patrick Leguern. David annuisce. La sua esperienza di maestro dei disadattati della cosiddetta "classe dei senza cervello" di Savigny-sur-Orge gli ha insegnato che una manifestazione di esclusione è più attendibile di qualsiasi test: ogni zimbello deicompagni alla fine si rivela un soggetto con ritardo di sviluppo, ritardo classificato come lieve quando l’alunno ripete il primo anno delle elementari per tre volte, o medio quando lo ripete per quattro olte. Patrick è solo alla seconda volta.
[...]
"Kupfermann," dice il direttore, "le ho fatto mettere un tavolo e due sedie negli spogliatoi."
La prossima volta perché non direttamente nei cessi? David tira fuori il materiale per le valutazioni, gli aspiranti alla certificazione di ritardato si susseguono ogni mezz’ora, per tre giorni. Quando tocca a Patrick, il ragazzino arriva con passo incerto e zoppicante e si siede a occhi bassi sull’orlo della sedia, tirando su col naso con discrezione. Le narici di David hanno un fremito, il karate ha sviluppato le sue facoltà olfattive. L’odore di Patrick è rivelatore, puzza di angoscia e desolazione, in più è brutto come la fame, rosso di capelli e dal colorito smorto. Raramente gli è capitato di vedere un ragazzino così antipatico, gli propina il Binet-Simon, un test classico per giudicare il livello verbale. La stima obiettiva dell’intelligenza del soggetto non lascia per niente soddisfatto il maestro-psicologo, cinque anni di età mentale moltiplicati per cento e divisi per nove anni di età anagrafica danno un quoziente intellettivo di 55. Soggetto con ritardi di sviluppo medio. Patrick resta in lizza per l’ammissione alla classe di recupero, purtroppo.
David passa al test delle capacità non verbali. Si tratta di un gioco di pazienza che consiste nel riprodurre delle figure geometriche usando dei cubi, le cui diverse facce colorate si combinano come elementi di un rompicapo. David ne spiega il funzionamento. Patrick mostra di avere capito, tira su col naso rumorosamente, una candela di moccio rientra nella narice, il ragazzino si appropria dei cubi e realizza la figura di prova a tempo di record. David gli presenta la figura seguente, fa scattare il cronometro. Rincuorato, registra la notevole efficienza di Patrick, che riesce a comporre le prime figure complesse, dimostrando un quoziente perfettamente normale. La discordanza tra il ritardo di sviluppo linguistico nel test precedente e le capacità non verbali in quest’ultimo ha appena smascherato il falso ritardato. David gli sorride.
"Sono contento di te, Patrick, sei stato bravissimo."
"Allora a me sì che mi prende nella sua classe, signore?"
"Vedremo."
Non c’è niente di cui essere orgogliosi, brutto muso moccoloso. David lo congeda, lo segue con lo sguardo, sembra che cammini sulle uova o sui carboni ardenti. Lo richiama indietro, che le sue scarpe da ginnastica siano troppo piccole? Patrick tira su col naso, mestamente.
"È stato il mio papà, signor maestro."
"Ah sì?"
"Sì, signor maestro, il mio papà era di nuovo sbronzo e io avevo ancora freddo ai piedi, e allora mi ha legato con una corda e poi me li ha bruciati con l’accendino, un Flaminaire, e allora la mia mamma è tornata in sé e mi ha curato, signore."
"Fammi un po’ vedere."
Patrick si siede per terra, toglie le scarpe da ginnastica, zaffata tremenda, tira via anche i calzini: ha i piedi fasciati di garza fino alle caviglie. Il fetore è insopportabile. David accende una sigaretta, impietosito, Patrick può rimettersi le scarpe. Chiasso della ricreazione pomeridiana, David apre la porta e la finestra per cambiare l’aria. Patrick tira su col naso, piagnucolando, sa farsi appena il nodo, non il fiocco. Ora David si vergogna della sua aggressività iniziale verso il piccolo martire, si inginocchia davanti a lui e gli allaccia le stringhe delle scarpe. Escono insieme nel cortile. David si dirige verso il gruppo degli insegnanti. Patrick zoppica ondeggiando davanti a lui.
Non vi sembra di conoscere già benissimo questi due personaggi? Zimmermann è in grado di fare questo e ben altro, con la sua scrittura. E’ anche caratteristico il suo modo di cambiare scena, con poche, scelte parole.
Insomma, se non lo avete ancora capito, questo libro è veramente consigliato.
L’allievo di Daniel Zimmermann è edito da Meridiano zero, ha 192 pagine e costa 13 Euro. L’edizione è molto bella, come tutte quelle di Meridiano Zero. La traduzione dal francese è opera di Federica Alba, di cui si dice: "Nata tra le nebbie padane, dopo molto vagabondare si è resa conto di poter vivere solo dove crescono le palme. Oggi abita e lavora a Roma e non tornerebbe indietro nemmeno pagata..."

Shape


www.treccani.it, 3.7.07

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Scuola e recupero dei diversamente abili
1966: David Kupfermann è un insegnante di sostegno, all’occasione anche psicologo scolastico, che nutre ambizioni da romanziere e scrittore di saggi sul karate e sul disadattamento scolastico. La domenica assolve la sua militanza nel partito vendendo giornali democratici con la speranza che, prima o poi, tutti i proletari di Savirgny-sur-Orge, alla periferia di Parigi, voteranno comunista. Sta preparando dei test per le prove di ammissione nelle rare e ambite classi di recupero della scuola elementare francese. Ovviamente le richieste sono ben superiori ai posti disponibili, pertanto "anche escludendo i minori di nove anni e i maggiori di dodici, rifiutando i quozienti intellettivi non compresi tra 50 e 75, cioè i ritardati gravi e quelli che non lo sono abbastanza, eliminando i semplici dislessici, i caratteriali, i non francofoni, i minorati fisici e psichici, e infine le femmine – nel 1966 alle elementari non sono previste classi miste -, c’è ancora l’imbarazzo della scelta". Svolge seriamente il suo lavoro pur con l’amara consapevolezza che i ’deficienti’ che sta selezionando lasceranno un giorno la scuola, per raggiunti limiti d’età, per il mondo della sicura disoccupazione.
Tra gli aspiranti al titolo di ritardato per la ’classe dei senza cervello’ c’è Patrick Leguern, un ragazzo disadattato con gravi disagi familiari che attira subito l’attenzione e l’interesse del maestro David. Ma c’è un problema: il ragazzo non rivela ai test un quoziente intellettivo sotto la media; per ammetterlo alla classe di recupero e quindi iniziare un’adeguata terapia educativa il maestro dovrà quindi falsificare la documentazione delle prove di ammissione.
Inizia così la storia narrata nel romanzo L’allievo di Daniel Zimmermann – scrittore francese morto nel 2000, ex insegnante per bambini disadattati – un affresco a tinte forti, crude, a tratti violente, che ripercorre l’avventurosa (de)formazione di un ragazzo con forti disturbi del comportamento fino alla tarda adolescenza, tra follie individuali e vani approcci psicopedagogici delle strutture assistenziali scolastiche e sociali, sullo sfondo di un morboso rapporto edipidico che coinvolge, tra realtà e immaginazione, il giovane, la madre, il padre, il maestro. Ciò che emerge è la dolorosa constatazione del fallimento dei metodi pedagogico-didattici (utilizzati da psicoterapeuti e rieducatori ’allo sbando’) per il recupero dei diversamente abili – l’arco temporale descritto nel romanzo copre il decennio successivo al 1966. A poco servono le sperimentazioni messe in atto con sincera passione dal maestro David per insegnare a leggere al suo allievo preferito: "il metodo naturale e l’artificiale, il sintetico, il misto, la didattica fono-mimica e quella gestuale, tutto, meno i calci in culo, e solamente perché non servono a niente". Così come è impossibile trovare punizioni adatte che non abbiano controindicazioni per frenare le violenti espressioni di aggressività di Patrick verso i compagni, ormai considerato un idiota pericoloso o, in termini più formali, un elemento intellettualmente carente e con problemi comportamentali.
Quando ormai tutti gli sforzi appaiono vani, il maestro trova quasi per caso una nuova psicoterapia: il karate. L’insegnamento di questa disciplina marziale sembra produrre un’autentica rivoluzione nel clima della classe di recupero: gli alunni – le ’scimmiette’ - sembrano finalmente ’sbloccati’, rispettano le regole e la disciplina, condividono la gestione cooperativa delle attività in aula. Ma l’idillio è solo temporaneo. Il maestro continua i suoi studi nel settore della pedagogia e intraprende la carriera accademica mentre Patrick, ormai adolescente, entra in una comunità di recupero e gli eventi prendono una piega assai più scivolosa e inquietante, ricca di colpi di scena.

Claudio Chianella


tuttolibri, 9.9.2006

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Cosa nasconde l’allievo ritardato?

Per Daniel Zimmermann, come per Dürrenmatt, "la verità resiste in quanto tale solo se non la si tormenta". Se ne convinse dedicando la vita all’emarginazione delle banlieues. Nato nel 1935, figlio di una spia francese al servizio dei sovietici e di un’ebrea polacca emigrata in Francia dal ghetto di Varsavia, Zimmermann si è rotto la testa per decenni sui problemi della scuola nei quartieri sfavoriti della periferia parigina, ha scritto saggi sull’argomento, e romanzi. Morto nel dicembre del 2000, poco dopo aver dato alle stampe una sua autobiografia, non ha assistito al crescendo di violenza che nei mesi scorsi ha incendiato quelle banlieues, ma un esito del genere lo aveva visto arrivare e descritto nelle sue pagine. Di quanto fosse endemico il problema, e male affrontato, era perfettamente consapevole. Provava a leggere il disagio dei suoi ragazzi, ma non aveva dubbi sulla manipolazione della verità che lo fondava e che lo rendeva imprendibile.
L’allievo, il romanzo di Zimmermann in uscita per Meridiano Zero nella buona traduzione di Federica Alba, introduce sin dall’inizio il tema dell’errore: di interpretazione, di gestione, di liquidazione del disagio adolescenziale nelle periferie della metropoli. La vicenda ha due personaggi principali, David Kupfermann, che interpreta il ruolo dell’insegnante di sinistra impegnato politicamente e di forte ideologia (palese alter ego dell’autore), e Patrick Leguern, il ragazzino problematico difficile da prendere e soprattutto capro espiatorio.
È una vittima, infatti, Patrick. Ma di chi? Questo è il nodo centrale del romanzo. Siamo a Savigny-sur-Orge, banlieue Sud di Parigi, seconda metà degli Anni Sessanta. Kupfermann si occupa di ragazzini disadattati, all’epoca li si chiamava - scusate, sembra crudele - "ritardati" (nel romanzo fioriscono espressioni ben più crude, documento di usi e costumi locali di quegli anni: i senza cervello, i poveri tonti, i balenghi completi…). È incaricato di selezionare un gruppo di soggetti con disturbi dell’apprendimento sufficienti per entrare a far parte di una classe "differenziale" che sarà affidata a lui. La prima manipolazione della verità è ad opera di Kupfermann stesso. Il "ritardo" di Patrick è di difficile interpretazione, in base ai test non rientrerebbe nella forchetta di disturbo ritenuta necessaria per accedere a quella classe. Ma Patrick è mal vestito, maleodorante, spiacevole d’aspetto, gli altri ragazzini lo chiamano "la scimmia". Sua madre, che lo viene a prendere a scuola, si presenta sciatta, è una borderline. E un giorno Patrick si presenta con i piedi fasciati: suo padre, dice, gli ha bruciato le piante con un accendino Flaminaire. Kupfermann falsifici i test per potersi occupare del caso, le regole vanno boicottate quando sono troppo rigide.
La vicenda però è raccontata due volte. La prima dal punto di vista dell’insegnante, la seconda da quello dell’allievo. Scopriamo allora che il problema di Patrick è ben diverso da quello che appare. Viene da un’altra manipolazione della verità, operata dalla madre Marie. In pubblico si finge borderline per attirare pietà sociale sul figlio, con il marito si finge alcolizzata perché lui le stia lontano. È brutto, il marito, è guercio, è reduce dall’Algeria. La madre Marie smette gli abiti della finzione e indossa gupierès e baby doll quando è sola con suo figlio, lo fa dormire nel suo letto, lo accarezza e lo convince a condividere la sua menzogna. I piedi glieli ha bruciati lei, lui consenziente, perché si creda che il marito è un seviziatore.
La terza parte del romanzo racconta le "soluzioni" inadeguate. Patrick è stato mandato in un centro di recupero per minori criminali. Ha finito per uccidere il padre (e gli ha anche disfato la faccia con il vetriolo, dopo averlo ucciso, per non vedere più il suo sguardo sghembo) confermando il suo destino edipico, di cui del resto i piedi fasciati dell’inizio erano chiaro segno premonitore. Lì, educatori analisti psicologi hanno bruciato in un falò liberatorio nel cortile il dossier di Patrick, per "affrancarlo" dal suo passato. Potrà così compiere il suo percorso diventando il figlio-marito della madre-amante dopo aver traslocato nella banlieue Nord dove nessuno li conosce. E generare con lei nuovi bambini disturbati.

Gabriella Bosco